Litigare fino a tirarsi i minibot

È un classico: quando le cose vanno troppo bene si finisce col complicarsele o addirittura rovinarsele da soli. Sta succedendo in casa Lega: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ed esponente di primissimo piano del partito, Giancarlo Giorgetti, ha letteralmente “smerdato” il collega di partito Claudio Borghi, l’ideatore della proposta dei minibot, ovvero dei titoli di Stato di piccolo taglio, simili a banconote, ipotizzati come soluzione per pagare crediti fiscali e debiti arretrati della pubblica amministrazione.

Giorgetti non è andato per il sottile e ha detto molto più di quel che ha detto: si tratta di una cazzata, di una assurda e fantasiosa idea, di un tranello in cui molti sono caduti, una sciocchezza bella e buona. Qualcuno ha immediatamente fatto risalire queste piccanti dichiarazioni alla prospettiva di rivestire l’incarico di commissario a livello Ue e quindi alla necessità di darsi immediatamente un contegno.

Non voglio fare il processo alle intenzioni e quindi mi limito a prendere atto della posizione di Giorgetti, peraltro abbastanza ovvia, dal momento che viene dal personaggio più serio, equilibrato, preparato e capace di tutta la compagine governativa e di tutta l’ammucchiata pentaleghista. Ha dichiarato fuori dai denti: «C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti». Né più né meno il ragionamento che faceva spesso mio padre: se tutto fosse così facile, non ci sarebbero problemi…la realtà è purtroppo molto diversa e molto più problematica.

Non so se il leader leghista, Matteo Salvini, concordi con Giorgetti. Borghi ci scherza sopra: «Poverino Giorgetti è lì che aspetta una cosa importante come le Olimpiadi e gli rompono le scatole coi minibot». Inoltre l’uomo della finanza creativa leghista millanta credito e rivendica il placet di Salvini. Non mi interessa, do atto comunque a Giorgetti di avere riportato un po’ di sano realismo nel fantasmagorico e lunatico dibattito politico. In Bohème di Giacomo Puccini a Colline, il più intellettuale della compagnia, ad un certo punto, visto il suo atteggiamento benevolmente pragmatico di fronte all’agonia di Mimi, riconoscono: “Filosofo ragioni!!!”. Davanti all’agonia italiana nei rapporti con l’Europa Giorgetti ha buttato una manciata di sano realismo: “Leghista ragioni!!!”.

Mentre tra le fila leghiste qualcuno cerca disperatamente di ragionare, in casa M5S si litiga a fondo perduto: i galletti grillini si beccano. Di Maio accusa Di Battista di destabilizzare il movimento. Di Battista rimprovera a Di Maio di avere burocratizzato e depotenziato il movimento. Probabilmente hanno ragione entrambi. In casa Lega si finisce col litigare nell’abbondanza, in campo grillino ci si scontra nelle ristrettezze. C’è modo e modo di litigare: lo si può fare per cose da niente, per coprire il niente, per darsi dell’importanza, per motivi seri, per ragioni di fondo. A parte tutto a volte litigare fa bene. Secondo recenti studi psicologici, litigare rende le coppie più durature e felici; le coppie prive di conflitti non sono vitali. Persino il papa ritiene ammissibile che volino i piatti, purché, dopo gli sfoghi, ritorni la pace.

C’è chi fa volare i minibot e chi si contende la leadership a battute velenose. Staremo a vedere quanto durerà e se dopo i temporali tornerà il sereno. Purché in questi litigi non ci mettano e ci lascino il dito gli italiani: forse però se lo sono voluto.

 

Quel ramo del lago di Como…

Certamente la sobrietà non è il mestiere degli americani: forse, tutto sommato, fanno apertamente, in anticipo e in grande quanto anche noi facciamo nascostamente, in ritardo e in piccolo. Due americanate si confrontano in questi giorni: una, pericolosa e potenzialmente disastrosa; l’altra, spettacolare e fantasiosamente profetica.

In una contraddittoria escalation bellicista, Donald Trump all’ultimo momento scongiura un attacco all’Iran, frettolosamente deciso in sproporzionata risposta alla provocatoria distruzione di un drone. Improvvisamente scopre che fare la guerra comporta vittime e che prima di buttarsi in avventure bellicose bisogna pensarci due volte. Non è una intuizione profetica, ma accontentiamoci di questo rigurgito di buon senso: meglio tardi che mai.

Sull’altro fronte Barack Obama, con famiglia al seguito, è in arrivo a Villa Oleandra, la residenza di George Clooney a Laglio, sul Lago di Como. Il paese sarà blindato, le precauzioni e i controlli non mancheranno. L’orgoglio dei residenti è stato ben interpretato dal sindaco del luogo: «Per tanti onori, qualche onere dobbiamo accollarcelo». Non penso sia un grande onore ospitare la residenza vacanziera di un famosissimo attore né l’escursione estiva di un ex-presidente degli Usa. Il mondo va così e non è una novità. Mio padre amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini di scienza o di cultura. Diceva: “Se a Pärma a véna Sofia Loren i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè”.

Una intelligente, colta e simpatica amica, ai tempi delle nomination per le candidature alle ultime elezioni presidenziali statunitensi, quando si ventilava la debole candidatura democratica di Hillary Clinton, mi stupì con una strana idea, che mi colse di sorpresa e su cui tuttavia fui costretto a riflettere: e se, per i democratici, si candidasse George Clooney o, se proprio vogliamo una donna alla presidenza, sua moglie Amal?! Forse ci saremmo risparmiati la pessima avventura trumpiana, ogni giorno più inquietante e invadente.

Negli Stati Uniti da parecchio tempo la politica ha intersecato il mondo del cinema, in una disinibita combinazione tra governo della cosa pubblica e spettacolarizzazione delle presidenze: per gli americani non ci sono reticenze, le cose si fanno alla luce dei riflettori, senza ritegno e con tutti i rischi del caso. Allora, se spettacolo deve essere, facciamolo almeno ai massimi livelli con un grande divo prestato alla politica e non riciclando uno squallido tycoon, un magnate che scende in politica (solo Berlusconi è riuscito  a battere negativamente sul tempo gli americani), uno spregiudicato uomo d’affari che gioca a fare l’attore. Qualcuno ha trovato, in questa visita vacanziera obamiana in quel di Como, una sorta di ipotetica investitura di Clooney per le prossime candidature alla Casa Bianca. Visto che per vincere le elezioni negli Usa non bastano i soldi (la Clinton ne aveva, ma Trump ne aveva di più), non occorrono solo i voti (la Clinton ne aveva di più, ma ha perso), bisogna puntare tutto sull’appeal e sul fascino personale; allora proviamo con Clooney e/o con sua moglie.

Mentre Matteo Salvini va in visita negli Usa per strizzare l’occhio a Trump, in riva al lago di Como, in pieno territorio lumbard, si sta tramando e combinando un colpo di stato mediatico da far impallidire il mondo intero? Se dovesse concretizzarsi questa manovra obamiana non esiterei a tifare in modo sfegatato per Clooney, rinunciando alla mia rigorosa e sobria visione politica. Se per sfrattare Trump, occorre fare un patto all’americana, facciamolo e non se ne parli più. Se occorre un “trumpolino” di lancio, ben venga il Lago di Como: magari oltre che l’incipit dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, diventerà l’inizio di una nuova era, molto lontana dalla nuova frontiera kennediana, ma sempre meglio della guerrafondaia epoca trumpiana.

 

 

 

La cucineria degli orchi

Che la furia omicida si scateni sui soggetti più deboli è la legge della jungla a prevederlo. Ma la jungla non spiega nel modo più assoluto l’uccisione dei piccoli da parte dei genitori. Un leone e una leonessa non ammazzano i propri cuccioli, anzi li difendono con le unghie e coi denti fino ad ammazzare eventuali aggressori. I ripetuti fatti di cronaca, che vedono bambini o ragazzi fatti fuori o vessati dai famigliari, costituiscono ormai un vero e proprio campionario nel quale troviamo una inquietante casistica di genitori, che collaudano sulla pelle dei figli le loro convinzione religiose (figlie picchiate e uccise perché si vestono e si comportano all’occidentale, bambini morti dissanguati in quanto sottoposti artigianalmente a circoncisione, neonati lasciati morire senza l’ausilio di trasfusioni sanguigne), le loro scelte igienico sanitarie (ragazzini che muoiono per fanatica fiducia  nelle terapie alternative, bambini messi allo sbaraglio col rifiuto della somministrazione di vaccini), che sfogano il fastidio e l’ingombro che i bambini procurano (più sul piano psicologico che socio-economico), che fanno oggetto figli e figliastri di inaudite violenze sessuali. C’è da rimanere veramente sconvolti. Non esiste manuale (di psicologia, di criminologia, di religione, di etica) convincente nel trovare, ma soprattutto per giustificare le cause prossime e remote di simili fatti (direttamente o indirettamente) di sangue. O stiamo impazzendo tutti di egoismo e di insofferenza o la strage degli innocenti, dalla guerra alla fame, dalla tortura allo sfruttamento, si sta trasferendo, a pieno titolo, all’interno delle mura domestiche.

Si è sempre saputo che i maltrattamenti dell’infanzia, anche i più efferati e brutali, avvengono soprattutto nelle famiglie.  Niente di nuovo quindi. La modernità del fenomeno consiste nella sostanziale banalità delle motivazioni e nelle blasfeme spiegazioni fornite. Mi soffermo soprattutto sugli episodi più cruenti e violenti. Certe mamme lasciano uccidere i propri figli per paura di essere lasciate dai loro conviventi, i padri ammazzano i figli perché disturbano il sonno: i figli stanno diventando un peso insopportabile per le strane combinazioni esistenziali delle (non) famiglie. Mi sembra che la denatalità non sia tanto dovuta alle ristrettezze economiche e alle difficoltà sociali, ma alla concezione profondamente errata della genitorialità: il figlio visto come ospite incomodo e sgradito. Questa mentalità piuttosto diffusa trova il suo drammatico o tragico epilogo nelle situazioni più a rischio.

Viviamo il paradosso entro il quale chi poterebbe procreare non lo fa e, se lo fa, tratta i figli come pezze da piedi, mentre chi non può avere figli fa i salti mortali per poterli ottenere; chi può tranquillamente sposarsi non lo fa per prudenza, paura e ritrosia a contrarre vincoli, mentre chi vede preclusa la strada dell’unione matrimoniale (si pensi alle coppie omosessuali e alla costrizione celibataria dei sacerdoti) la desidera ardentemente.

Se i miei genitori avessero fatto i conti con la loro povertà, io non sarei mai nato. Invece non solo sono venuto alla luce, ma sono diventato l’oggetto di tutte le loro attenzioni. Quando stavo assieme a mio padre e mia madre o anche a uno solo dei due, ero e mi sentivo al centro della situazione. Mio padre sosteneva provocatoriamente che non avrebbe mai osato alzare una mano su di me, anche se avessi dato fuoco alla casa. Si partiva da queste convinzioni da cui non si poteva prescindere. Oggi osservo i quadretti famigliari e spesso ne resto disgustato: i bambini sono l’ultima ruota del carro, un inciampo, un ostacolo. Lo si legge in viso a molti genitori. Si dà la colpa ai ritmi ossessionanti della nostra società, allo stress da lavoro, alle difficoltà di vario genere. Non mi convincono!

Se la Chiesa, che ripetutamente individua nella crisi famigliare il motivo fondamentale dei nostri guai, intende richiamare ad un maggior senso di responsabilità interno ed esterno alle famiglie, ha perfettamente ragione. Non è questione di dogmatica indissolubilità del matrimonio, non è imprigionando la sessualità nella procreazione, non è costringendo a tutti i costi la maternità, non è impedendo i rapporti sessuali prematrimoniali, non è esigendo tout court il sacramento a suggello delle unioni, non è vietando il controllo delle nascite, non è escludendo a priori le convivenze civili, non è esorcizzando l’omosessualità, non è tornando alla famiglia focolare domestico, in cui ricacciare il ruolo della donna, che aiutiamo la gente a ritrovare il senso di mettere al mondo, educare, crescere ed amare i figli. La tentazione di tuffarsi acriticamente nel passato può essere grande, ma non serve a nulla, da nessun punto di vista.

Diamoci comunque una regolata, non soltanto per criminalizzare gli autori dei fatti più sconvolgenti ed incresciosi, ma per ritrovare quel senso di umanità che dovrebbe preservarci dalla jungla del nostro egoismo, dall’allargare la stiva dei barconi fino alle stanze delle nostre case. Vale per come trattiamo i bambini, vale per come trattiamo gli anziani, vale per come trattiamo le donne, vale per come consideriamo i diversi, vale per come ci rapportiamo con i nostri simili, con gli animali e con la natura tutta.

L’ignoranza in poppa

Ammetto di avere una concezione aristocratica della politica. Cosa voglio dire? Dal momento che la considero un elemento importantissimo e fondamentale della vita comunitaria ed anche personale, esigo che venga discussa e praticata da gente che, per preparazione, competenza, esperienza, cultura, etc., sia in grado di affrontarla seriamente a servizio della collettività. In politica è auspicabile la passione, ma non è ammesso il dilettantismo, non è accettabile l’improvvisazione.

Non ricordo la fonte, ma a suo tempo Gianfranco Fini fu definito da un intellettuale di destra, e quindi non a lui politicamente estraneo od ostile, come un soggetto che “non sa un cazzo, ma lo dice bene”. Attualmente la politica italiana è piena zeppa di gente che non sa un cazzo, ma lo dice bene o che addirittura lo dice male, ma sa conquistare un inspiegabile consenso.

L’indimenticabile esponente democristiano Mino Martinazzoli a chi gli chiedeva di “sputare” certezze, ammetteva di avere molti dubbi. Altra stoffa! Oggi tutti sparano certezze e nessuno ha il coraggio di esprimere qualche dubbio. Bisognerebbe diffidare e invece ci si prostra ai piedi di questi vanagloriosi personaggi. I media hanno enormi responsabilità nel legittimare l’ignoranza dei politici, inserendoli nel loro circo pieno di prestigiatori che si spacciano per acrobati.

Pur rimanendo a livello meramente gossiparo c’è da rimanere allibiti di fronte alle esercitazioni previsionali attualmente in voga: ci si preoccupa della leadership del M5S, riducendola fra l’altro alla competizione fra Luigi Di Maio ed Alessandro Di Battista, i cavalli di razza dell’allevamento grillino, molto più che delle cariche istituzionali europee in discussione nel dopo elezioni.

È possibile che il futuro dell’Italia venga passato al vaglio del ballottaggio fra Di Maio e Di Battista? Non è possibile! Eppure sta avvenendo. Questi signori non sono all’altezza della situazione, stanno giocando a fare i politici e la gente è talmente scoglionata di tutto e di tutti da consegnare il Paese nelle loro mani.

Proviamo a fare una provocatoria distinzione tra gli aspiranti politici: da una parte abbiamo i ladri, quelli cioè che vedono nella politica l’arte dei propri affari; dall’altra abbiamo gli stupidi, quelli che vedono nella politica solo l’occasione per esibirsi. Preferisco l’analoga classificazione pannelliana fra “capaci di tutto” e “capaci di niente”. Non avrei dubbi a schierarmi dalla parte dei ladri, dei capaci di tutto. Ho sempre pensato che sia molto meglio avere a che fare con un cattivo intelligente che con un innocuo stupido.

“Se no i xe mati, no li volemo”, così era intitolata l’amara commedia di Gino Rocca, rappresentata nel 1926: un impietoso ritratto del mondo di provincia. A distanza di quasi un secolo potremmo fare un impietoso ritratto dell’Italia politica e amaramente intitolarlo: “Se no i xe stupidi, no li volemo”. Mio padre, quando giudicava un personaggio politico, prima di entrare nel merito delle sue idee, lo sottoponeva ad un esame finestra molto semplice ed elementare, al termine del quale, se promozione c’era, questa avveniva con la seguente battuta: «Al n’é miga un gabbiàna  pära facil mo l’ é dificcil bombén” e  né gh vól miga di stuppid parchè i stuppid i s’ fermon prìmma”. Invece purtroppo gli stupidi non si fermano anche perché non siamo capaci di fermarli: peggio per noi.

 

Gli assurdi martiri del pallone

A Roma, nella omonima società calcistica, va di moda il vittimismo. Un tempo, quando un calciatore, smetteva di giocare, si diceva pittorescamente che appendeva le scarpette al chiodo. Attualmente i calciatori, che decidono di interrompere la carriera o si avvicinano a quell’inevitabile momento, imbastiscono un mix di rimpianto e risentimento, sotto i riflettori mediatici, istigando il sentimentalismo degli inconsolabili i tifosi. Nei giorni scorsi il calciatore Daniele De Rossi ha lasciato il campo romanista con poca dignità e tanto livore. Francesco Totti, collocato da qualche tempo nel parterre dirigenziale romanista quale “santo subito”, ha rifatto la sceneggiata a babbo morto (a campionato deludentissimo concluso), sentendosi sostanzialmente escluso dal management giallo-rosso, sputando rospi e togliendosi sassolini dalle scarpe.

Credo che alla fonte di questi comportamenti ci sia un’immaturità di fondo di questi personaggi che hanno identificato la loro vita col pallone e che non si rassegnano nel vederlo girare. Hanno giocato per tanti anni con un pallone e alla fine, come si suole dire, vanno nel pallone. Non sanno farsi da parte e dedicarsi ad altro, vogliono a tutti i costi rimanere in campo e sputano veleno se qualcuno osa metterli da parte. Hanno guadagnato impropriamente immense ricchezze, sono stati esageratamente coperti di lodi e successi, hanno vissuto mediaticamente nel gotha pallonaro ed extra-pallonaro: quando si spengono le luci della ribalta, si sentono offesi e umiliati e vanno alla ricerca a tutti i costi di un posto al sole.

E le tifoserie se li prendono a cuore, i media li prendono sul serio, tutti ne parlano. Diventano vittime e martiri di un sistema, che in realtà li ha coperti di soldi e successi. Non si capisce cosa vogliano: una panchina immediata e facile? una scrivania garantita e prestigiosa? un perpetuo ingaggio? È sempre difficile andare in pensione, soprattutto in giovane età e con alle spalle una carriera piena di soddisfazioni di ogni genere. Il segreto però non sta nel continuare a fare più o meno la stessa vita, ma nel trovare il coraggio di cambiare vita, di dedicarsi ad altro senza intestardirsi nel proseguire e riciclare un’esperienza finita.

Tempo fa mi raccontavano di un mio conoscente che trascorreva il tempo della pensione gironzolando intorno alla sede del suo vecchio ufficio alla disperata ricerca di contatti e rapporti umani. De Rossi, Totti e c. mi fanno, più o meno, la stessa impressione. D’altra parte si tratta della penosa sorte riservata ai divi dello spettacolo e cosa sono questi calciatori se non divi del pallone. Questi signori, dopo essersi abbondantemente arricchiti alla tavola del mondo calcistico, improvvisamente si accorgono dei difetti del sistema e pretendono di esserne esentati sulla base dei meriti accumulati sul campo. E osano persino contestare…ma mi facciano il piacere…

Il patetico ministro Matteo Füm

Mario Draghi spara le sue ultime cartucce a favore dell’Europa, prospettando opportune misure della Bce a sostegno dell’economia (abbassamento dei tassi d’interesse e ulteriori acquisti di titoli pubblici) e dando indirettamente una mano all’Italia nella infinita diatriba con le autorità comunitarie: i mercati respirano, lo spread scende, qualche timidissima possibilità di ripresa si può intravedere.

Ebbene,  mentre tutti guardano a Draghi, all’Europa, al rinnovo dei vertici comunitari, agli auspicabili accordi fra Italia e Ue su bilancio e debito pubblico, il vice-premier Matteo Salvini vola negli Usa,  divertendosi a fare il ministro degli Esteri alla faccia di Moavero e soprattutto di Conte che aveva invitato i componenti del governo a stare nei limiti delle loro competenze istituzionali, lanciando frecciate al collega Tria e indebolendolo in un delicatissimo passaggio governativo, sbandierando di fronte al mondo i miracolosi mini-bot del cavolo, appiattendosi in modo becero sulle politiche trumpiane, proprio nel momento in cui il presidente americano manifesta tutta la sua ostilità verso l’Ue, come è avvenuto nella recente visita in Gran Bretagna e come sta avvenendo in risposta a Mario Draghi, reo di disturbare il manovratore statunitense e di operare scorrettamente contro il dollaro.

Prima di tornare alle insulse scorribande salviniane, voglio pormi una domanda retorica: è più scorretto Draghi, che sta facendo tutto il suo dovere istituzionale a favore dell’Europa e dell’euro o Trump, che briga da sempre contro il suo storico alleato atlantico, strizzando l’occhio a chi vuole uscire dall’Unione europea e che usa senza alcun scrupolo le armi per una guerra commerciale totale alla ricerca dei motivi di contrasto per imporre la sua linea protezionista in economia e sovranista in politica?

Salvini ha deciso di stare dalla parte di Trump, dalla parte del più forte (?), sfoderando un filoamericanismo stucchevole, inconcludente e inopportuno: siamo nelle mani di un pazzo, che va alla ricerca dei pazzi per trasformare il mondo in un manicomio. “Ogni simile ama il suo simile” dice un vecchio proverbio popolare. Se il nostro Paese ha avuto un grande e indiscutibile merito è stato quello di garantire una continuità nella politica estera filo-occidentale senza mai appiattirsi sulle mire imperialistiche Usa, respingendo dignitosamente e faticosamente le ingerenze americane, fondando pionieristicamente la Comunità europea, coniugando gli interessi nazionali con una politica pacifica e dialogante.

Stiamo buttando alle ortiche questo prezioso patrimonio storico per un piatto di lenticchie in salsa leghista. Sento dire che Matteo Salvini sia un incomparabile venditore della propria merce, capace di tessere una tela persuasiva in cui molti restano impigliati. Proprio in questi giorni mi hanno parlato di un soggetto che passa il suo tempo a stupire la gente, girovagando per i bar, sfoggiando auto e moto di lusso, raccontando le sue imprese di vario genere (naturalmente sesso compreso). In effetti di personaggi del genere ce ne sono in giro parecchi. Quindi, niente di originale. La cosa che però mi è piaciuta è il come viene vissuto dai suoi concittadini. Lo hanno letteralmente sepolto appioppandogli un soprannome azzeccatissimo: “füm” (con la u lombarda). A buon intenditor poche parole.

Il generale sostituito dal caporale di giornata

Mio padre aveva trasmesso a me e mia sorella la sua grande passione per la musica operistica di cui era universalmente considerato un intenditore: la sua fama era stata da me verificata quando, insieme a lui, frequentavo il loggione e a lui si rivolgeva parecchia gente per carpire un suo spassionato giudizio sulle prestazioni vocali e interpretative dei cantanti. Strada facendo, mentre lui invecchiava e noi crescevamo in età ed esperienza teatrale, ci permettevamo di mettere brutalmente in discussione i suoi pareri: mia madre, che aveva sempre vissuto le vicende musicali famigliari con un misto di attenzione e scetticismo, non poteva sopportare questo nostro atteggiamento e ci rimproverava aspramente, perché osavamo mettere in discussione la leadership teatrale paterna, ma soprattutto perché dimenticavamo che era stato lui ad avviarci a questa stupenda avventura, fornendoci i primi rudimenti di una cultura accumulata sul campo. Eravamo, secondo mia madre, degli stupidi e presuntuosi discepoli che osano rivoltarsi contro il maestro. E aveva ragione da vendere…

Me ne sono ricordato cogliendo al volo le dichiarazioni di Giovanni Toti, presidente della Liguria, rilasciate in una intervista come ospite alla trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora”: «Berlusconi deve rendersi conto che un’epoca è finita, col voto del marzo scorso, con la globalizzazione e la crisi che ha colpito il Paese. Io credo che, dopo tutto quello che ha fatto nella vita, oggi deve cominciare a pensare a come lascerà il suo partito a questo paese, come fanno tutti i grandi statisti». Questo signore ha dimenticato di essere stato letteralmente “inventato” come politico dal suo leader, Silvio Berlusconi, si è trovato per caso a fare il governatore della Liguria dopo avere elettoralmente flirtato con la Lega di Salvini, gioca a fare l’uomo nuovo del centro-destra ed ha il cattivo gusto di liquidare il suo capo in quattro parole. Sono rimasto sinceramente allibito, anche se, per la verità, non me ne è mai fregato niente di Berlusconi e ancor meno di Toti, ma a tutto c’è un limite.

Sono convintissimo che Silvio Berlusconi non abbia combinato niente di buono come imprenditore prestato alla politica, che abbia segnato una svolta storica negativa per la fragile democrazia italiana e che non meriti sicuramente di entrare nel Pantheon dei politici italiani. Tuttavia la frettolosa archiviazione, che ne fa un grasso e supponente parvenu proveniente dalle seconde file del berlusconismo, mi indigna e mi irrita. Sono sicurissimo che il cavaliere, con tante macchie e un gran becco di ferro, non sia un grande statista, ma sono altrettanto sicuro che Giovanni Toti, con tanta superbia e poca intelligenza, sia un grande stronzo! Una pecora, destinata a vivere cento giorni, si improvvisa leone per un giorno, sfrattando dallo zoo del centro-destra il vero e unico leone, colpevole di essere un po’ invecchiato.

Dal momento che Berlusconi, al limite dell’arteriosclerosi incipiente e galoppante, può permettersi il lusso di girare in mutande, dicendo qualche velenosa verità sugli avversari, abbia il coraggio di dirla anche sugli amici. Mi sta diventando simpatico e, tutto sommato, sto rivalutando anche alcune sue opinioni: dai tanto giustamente osteggiati grillini, impari a mandare affanculo qualcuno dei suoi, gli esponenti della sua parte, che lo stanno massacrando. Avrebbe tutta la mia comprensione e solidarietà. Non sarebbe male se, oltre ai grillini, nei cessi di Mediaset, ci mandasse anche Giovanni Toti.

Giuseppe Giusti conclude la sua bella e nota poesia “Sant’Ambrogio” temperando il suo odio verso l’austrico invasore: “Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale, colla su’ brava mazza di nocciolo, duro e piantato lì come un piolo”. Con la differenza che io rischio di abbracciare il generale e di mandare letteralmente “a cagare” il caporale dell’esercito forzitaliota.

 

 

 

La fotosintesi zingarettiana

La mia ormai lontana esperienza politica è legata al correntismo democristiano: aderivo convintamente e burrascosamente al gruppo della sinistra di Forze Nuove, che esprimeva una forte attenzione alle problematiche sociali. Avevo il coraggio, e forse un po’ l’illusione, di fare la sinistra all’interno di un partito che non era di destra, ma nemmeno di sinistra. Non voglio ripercorrere queste mie scelte e tanto meno valutarne storicamente i risultati, ma soltanto chiarire che quel correntismo, pur nell’inevitabile acqua sporca della spartizione del potere, aveva e salvava il bambino di un forte richiamo ideale e valoriale.

Per certi versi il partito democratico assomiglia alla Democrazia Cristiana, anche per la frammentazione e la divisione interna: mentre per la DC il pluralismo era una ricchezza di ispirazione che si trasformava in una variegata raccolta di consenso, per il PD la conflittualità interna, giocata tutta sulle nostalgie del passato, sulle tattiche del presente e sulle miopie per il futuro, comporta incertezza programmatica, paralisi politica e disamore elettorale.

La segreteria di Nicola Zingaretti parte male in quanto non riesce ad unificare il partito, ma offre lo spunto e lo sfogo per vecchie e nuove rivalità correntizie. Da una parte si intravede la storica contrapposizione, il pallido ma resistente massimalismo di una sinistra abbarbicata al suo ideologismo datato e oscillante fra la demagogia sociale e la burocrazia strutturale; dall’altra parte la smania post-ideologica di includere tutto e tutti in una versione annacquata e improvvisata di sinistra. Su questa radicale differenza si innestano gli opportunismi, gli equilibrismi ed i personalismi.  In un certo senso il PD ha tutti i difetti del Pci e della Dc, di cui è figlio, senza averne i pregi.

Alla forte e interessante accelerata innovativa renziana, caduta nel vuoto dei legami territoriali e nel pieno di una leadership esagerata ed invadente scantonante nel familismo e nel nepotismo, succede una frenata camuffata da ritrovata (?) voglia di legami storici con la sinistra ed il suo popolo. Questa equivoca oscillazione può immediatamente suscitare curiosità, ma rischia di provocare confusione, irritazione e divisione. Che i cosiddetti renziani stiano fuori dalla segreteria non è un dramma; il problema sta nel fatto che non si capisce dove vogliono parare gli uni e gli altri. Avrebbero “la fortuna” di poter risolvere i conflitti interni nell’opposizione ad un governo assurdo e inconcludente, ma anche su questo piano fanno fatica ad affondare unitariamente i colpi. Non basta comunque combattere il grillismo e il leghismo per giustificare una forza politica moderna e progressista.

Ci hanno provato in molti a escogitare una “cosa” di sinistra adeguata ai tempi: dalla rifondazione blairiana-clintoniana di Massimo D’Alema alla saldatura teorico-pratica di Romano Prodi; dal maanchismo di Walter Veltroni al comunismo all’emiliana di Pier Luigi Bersani; dal nuovismo di Matteo Renzi alla fotosintesi zingarettiana; dalla calda alleanza dell’ulivo alla fusione fredda del Pd; dai patti di desistenza agli accordi plurali. Come se ne esce? Con troppe voci stonate in libera uscita e con una caserma riveduta e scorretta? Sarà veramente impossibile trovare una casa comune dove discutere per poi vivere dignitosamente e proficuamente?

 

Più laico dei laicisti

Un gruppo di parlamentari laici di diversi partiti ha presentato una mozione che intende rivedere i rapporti con la Chiesa cattolica in occasione dei 90 anni del Concordato con lo Stato italiano. Nella mozione si elencano quattro punti in discussione da molto tempo: l’abolizione dell’ora di religione e la sua sostituzione con un’ora di educazione civica; la modifica dei criteri di ripartizione dell’8 per mille (la quota non destinata viene suddivisa percentualmente a seconda delle destinazioni indicate dai contribuenti col risultato che metà dell’ammontare arriva sempre alla Chiesa cattolica); la revisione delle norme sull’IMU relativa ai beni immobili della Chiesa Cattolica; l’azione determinata a dare attuazione alla sentenza della Corte europea recuperando l’ICI non pagata dalla Chiesa negli anni passati.

Mi sono chiesto: se io, cattolico convinto e praticante, fossi un parlamentare, avrei sottoscritto questa mozione di stampo laico? Non ho nemmeno verificato chi siano i presentatori del documento per non essere in qualche modo influenzato in un senso o nell’altro. La risposta è “sì”. Per quattro motivi che sinteticamente esprimo di seguito.

Più che di religione preferisco parlare di fede quindi, dal momento che essa è un dono di Dio da accogliere e coltivare, non può essere insegnata, può essere semmai testimoniata, ma è tutto un altro discorso. Ottima invece l’idea di introdurre l’insegnamento dell’educazione civica. Quando mi capita di seguire televisivamente un quiz mi accorgo che i concorrenti incespicano clamorosamente sulle nozioni basilari relative alla vita istituzionale della nostra società democratica ed ai rapporti dei cittadini con le istituzioni stesse.

L’8 per mille non ha senso di per sé in quanto ritengo che alle necessità e alle opere della Chiesa debbano provvedere direttamente i credenti, figuriamoci se posso essere d’accordo con un meccanismo di sostegno pubblico chiaramente truffaldino. Da parecchio tempo infatti non destino più personalmente l’8 per mille alla Chiesa cattolica, ma lo ritorno allo Stato.

I privilegi fiscali sono una contraddizione palese con il dettato evangelico: cerchiamo infatti di non dare a Cesare con la scusa di dare a Dio quel che non è di Dio. Già il fatto che la Chiesa abbia la proprietà di molti beni mi suona piuttosto male, ma che poi su tali beni non paghi le tasse è veramente scandaloso.

Se in passato la Chiesa non ha pagato le tasse, bisogna pensare ad una sorta di concordato fiscale all’interno del Concordato vero e proprio: pagare gli arretrati, magari senza sanzioni, ma con i dovuti interessi. I cattolici devono avere il coraggio di mettersi una mano al cuore e una al portafoglio, di cominciare a razzolare ancor meglio di come parlano.

Nella mozione è scritto che “i privilegi per la Chiesa Cattolica contrastano con la crescente secolarizzazione della società italiana dove i cattolici praticanti sono circa il 30% della popolazione e scendono al di sotto di questa percentuale tra i giovani”. I privilegi non sono accettabili a prescindere dalla fidelizzazione o secolarizzazione della società: non si possono infatti catalogare e “sondaggiare” le coscienze ed anche se paradossalmente tutti gli italiani fossero cattolici e praticanti, non sarebbero giusti i privilegi alla loro Chiesa. Conclusione del discorso: mi sono ritrovato più laico dei laicisti!

La casta magistratura

Ogniqualvolta scoppia un caso o si crea un corto circuito politico-istituzionale vado subito a ripassarmi il testo della Costituzione e trovo immediatamente la giusta soluzione del problema: o i costituenti erano marziani che avevano la risposta preventiva a tutto o erano uomini politici con una visione molto lunga, con una coscienza cristallina e una competenza incredibile. Esattamente il contrario rispetto agli attuali protagonisti della vita politica italiana.

Al di là degli aspetti giudiziari, in questi giorni è venuta a galla la difficile e confusa realtà dei rapporti tra politica e magistratura la cui sede istituzionale dovrebbe essere situata nel Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno composto da tre membri di diritto, il Presidente della Repubblica, il primo presidente e il procuratore generale della Corte suprema di cassazione e da altri componenti  eletti per i 2/3 da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti a tutte le componenti della magistratura e per 1/3 dal Parlamento  riunito in seduta comune tra i professori universitari in materie giuridiche e avvocati che esercitano la professione da almeno quindici anni. Delineando questa composizione, che garantisce esperienza. competenza e professionalità, i costituenti vollero impedire che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura si trasformasse nella creazione di una specie di casta separata da tutti i poteri dello Stato e gelosa dei suoi privilegi.

Il pericolo di una certa impropria e deleteria commistione tra politica e magistratura non è però definitivamente scongiurato dal dettato costituzionale, perché, anche quando le regole sono buone, la loro applicazione è giocoforza lasciata agli uomini con tutti i loro limiti e difetti. Come scongiurare infatti il pericolo che la magistratura inquirente possa usare le inchieste giudiziarie per condizionare e interferire nel giudizio dei cittadini sui politici? Certe iniziative adottate in certi periodi sembrano fatte apposta per orientare o disorientare gli elettori. Come garantire ai giudici il sacrosanto diritto di avere le proprie idee politiche senza che queste vengano espresse in modo inappropriato e soprattutto senza che condizionino il corso della giustizia e le sentenze relative? La partecipazione di certi magistrati al dibattito politico, a volte, sembra essere esagerata e tale da creare il rischio indiretto di pregiudizi verso le persone sottoposte a inchiesta e a processi.

Ancor più delicato e complesso è il problema delle nomine effettuate dal CSM con logiche spartitorie o in ossequio a strani accordi dove la politica messa alla porta spunta dalla finestra. Il metodo elettorale non è fissato dalla Costituzione, che si limita a definire i rapporti di forza all’interno dell’organo di autogoverno della magistratura, ed è in discussione: troppo invadenti le logiche manovriere delle correnti, poca trasparenza, molta predisposizione all’inciucio, etc. Esiste il rischio che la politica entri nel CSM dall’ingresso principale con i componenti eletti dal Parlamento, ma anche da un ingresso secondario al fine di esercitare una prassi pattizia consistente in uno scambio di favori tra toghe e politica.

Gli scandali incrinano la fiducia dei cittadini nei magistrati e giustamente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, chiede di voltare pagina alla svelta, dopo che alcuni componenti del CSM sembra siano stati trovati con le dita nella marmellata (si sono dimessi con un atto di responsabilità che va accolto come tale e non come ammissione di colpa). Non so se basti tornare al dettato costituzionale ed allo spirito di autonomia e indipendenza temperato da una presenza laica anti-casta oppure occorra aggiungere metodi elettorali più chiari e corretti (qualcuno arriva ad ipotizzare il sorteggio: le solite sciocchezze dell’antipolitica). Il discorso è importantissimo e richiede a tutti il massimo della serietà. Sergio Mattarella ha inteso sostituire i dimissionari con elezioni suppletive da tenere il 6 e 7 ottobre, riportando l’attuale consiglio nel pieno della sua funzionalità. Poi il Parlamento potrà lavorare per cambiare le regole per le prossime tornate del CSM.

Un punto molto delicato riguarda le azioni disciplinari nei confronti delle toghe protagoniste di vicende scorrette: si ha l’impressione che il tutto venga corporativamente alleggerito e quindi che i giudici se la possano fare alta e bassa a loro piacimento. Facciano di tutto perché non sia così, altrimenti andiamo tutti a casa e non se ne parla più.