Fuori controllo e fuori programma

Ho tirato, da italiano che ama l’Italia e l’Europa e desidera un futuro migliore per tutti, un respirone di sollievo alla notizia che, almeno per un po’ di tempo, non partirà nei confronti del nostro Paese la ventilata procedura di infrazione da parte della Commissione Ue. Come si suole dire, siamo fuori dal letto, ma ciò non significa la guarigione dalla malattia che tortura i nostri conti pubblici.

Mi ha sinceramente fatto sorridere l’orgogliosa reazione del premier Giuseppe Conte che ha dichiarato (testuali parole): «L’Unione Europea premia la nostra serietà, l’Italia è un Paese credibile».  C’è un simpatico modo di dire dialettale parmigiano (non ne conosco l’origine storica) che viene usato per ridimensionare le esagerazioni in tutti i campi: “Cala Tèlo”. Non ho idea chi fosse questo Tèlo e allora cambio la sferzante chiosa in: “Cala Giusêpp” (non so se l’ho scritto bene).

Di punto in bianco non hanno vinto la nostra serietà e credibilità, ma ha salvato il salvabile un rigurgito di ragionevolezza e di diplomazia. In questo improvviso risveglio alla politica del buonsenso ha pesato in modo determinante l’azione del Presidente della Repubblica, al quale va riconosciuto un autentico miracolo nel portare a miti consigli i contendenti e nel mettere in primo piano la capacità economica del Paese nonostante tutto. Meno male che c’è Mattarella a imporci di essere seri per essere credibili.

Poi c’è stata la solita fanfaronata salviniana: «Ne ero certo, bene. Adesso proporrò al governo di accelerare sulla manovra per l’anno prossimo. Con la flat tax, ovviamente, che resta in camp, senza dubbio». Il mio bravissimo insegnante di italiano e storia interrogava gli allievi impostando con essi un ragionamento anziché adottare il solito secco e insignificante “botta e risposta”. Capitava che, ad un certo punto del discorso, l’interrogato andasse per la tangente tirando conclusioni errate, al che il professore sconsolatamente commentava: «Rovinato tutto!». Continuando nelle similitudini scolastiche ricordo come a volte l’interrogato, aiutato dalla pazienza e bontà del professore, uscisse, per gentile concessione, dal guado, ma, volendo orgogliosamente strafare, aggiungesse qualche sua parola, rischiando di compromettere definitivamente l’esito dell’esame. In quei momenti è molto meglio tacere e sperare bene.  Quanto dovrebbe fare Matteo Salvini, che, peraltro, se tacesse, non sarebbe più lui: troppa grazia sant’Antonio!

Il bello però verrà in futuro. Sì, perché è pur vero che i nostri conti pubblici non sono più, almeno per ora, sotto stretto controllo della Ue, ma il problema è che i nostri conti sono fuori dal nostro controllo. Sembra uno scioglilingua. Tutti parlano del redde rationem della legge finanziaria per il 2020: la polvere ficcata sotto il tappeto uscirà e la dovremo raccogliere. Non voglio guastare la festa al governo, ai mercati, al Paese tutto, ma non illudiamoci, perché, come ben sappiamo, il medico pietoso (la Ue a consulto con Mattarella) potrebbe fare la piaga puzzolente. Curiamoci, controlliamoci, non pensiamo di essere guariti.

 

Tutto sbagliato, tutto da rifare

È arrivato il pronunciamento del Gip di Agrigento sulle accuse rivolte a Carola Rackete, la capitana della nave frettolosamente criminalizzata per la sua provocatoria azione di salvataggio di una quarantina di profughi, messi in salvo dalla Sea watch, indirizzatasi al porto di Lampedusa, forzato per l’attracco dopo diversi giorni di vergognosa resistenza governativa. Ha disposto la scarcerazione ritenendo infondate le accuse di reato di resistenza e violenza a nave da guerra nonché di resistenza a pubblico ufficiale, in quanto il comportamento della capitana era dettato dallo scopo di salvare vite umane. Come volevasi dimostrare. Il castello propagandistico, contro le Ong e a favore della scriteriata linea dura di respingimento, è crollato: è bastata una decisione ragionevole e ragionata di un giudice per far scoppiare la bolla di sapone. Ancora una volta ha avuto ragione il Presidente della Repubblica nel rimettere la questione nelle autonome mani della magistratura. Le stizzite e volgari reazioni salviniane non valgono niente e sono soltanto la ulteriore dimostrazione che il celodurismo è pura millanteria e che sotto il variopinto vestito governativo non c’è niente.

In Libia viene bombardato un centro di detenzione per migranti di cui viene fatta una strage con decine di morti e feriti: probabilmente il drammatico atto bellicoso rientra nello scontro fra il governo di accordo nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite, e il sedicente Esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar. Temo che questo episodio sia la goccia che fa traboccare il vaso delle illusioni di regolare i flussi migratori tramite accordi bilaterali con gli Stati africani, Libia in primis. Alle condizioni disumane esistenti nei lagher-parcheggio per migranti si aggiunge addirittura la insicurezza di queste strutture a significare l’inaffidabilità dei Paesi con cui si dovrebbe concordare la politica migratoria.

Se è vero che non possiamo accogliere tutti, è altrettanto vero che non possiamo alzare muri e barriere. Le vicende dei centri di detenzione affossano purtroppo anche la prospettiva di una certa qual regolazione dei flussi: i migranti vittime di traffici criminali vengono deviati in centri-prigione e in essi detenuti ai limiti della sopravvivenza; ora tali limiti vengono addirittura superati con veri e propri massacri di gente spinta dal miraggio di una vita migliore, che trova torture e morte, passando dalla padella alla brace. In Libia i migranti sono carne da cannone, una sorta di scudo umano per i conflitti intestini: cosa ne penserà Sarkozy, il principale ispiratore della inutile e funesta guerra contro la Libia di alcuni anni or sono; riuscirà a dormire tranquillamente nelle braccia di Carla? In Europa i migranti sono carne da buttarsi in faccia nei giochi allo scaricabarile tra partner comunitari.

La politica del salviamoli a casa loro è tardiva e impossibile. Allora? Nessuno ha la ricetta in tasca, men che meno Salvini. Anche la sinistra risulta piuttosto spiazzata e titubante. L’Unione Europea deve trovare la sensibilità e la capacità di affrontare e governare comunitariamente il fenomeno, che non ha le proporzioni bibliche strumentalmente sciorinate, ma che deve essere considerato una sfida per gli anni, e forse i decenni, a venire. Accoglienza e integrazione sono le due facce della medaglia. Se guardo l’Italia tendo alla sfiducia, se guardo alla Libia tendo alla disperazione, se volgo lo sguardo all’Europa non saprei cosa dire, vorrei tanto sentire il parere dei pensatori che l’hanno concepita e dei padri politici che l’hanno fondata. Fra qualche giorno, precisamente l’11 luglio, sarà la festa di san Benedetto, patrono d’Europa. Solo lui può aiutarci.

Le nozze governative coi fichi secchi pentaleghisti

È in atto nella situazione politica italiana un gioco al massacro, un braccio di ferro tra le forze di governo, tra governo e Unione Europea, tra Italia e altri Stati europei, in una crescente e demenziale conflittualità finalizzata unicamente a conquistare strumentalmente epidermici e provvisori consensi. In mezzo a questo bailamme il Paese rischia grosso anche perché le istituzioni si stanno indebolendo e la polemica è ormai la cifra politica prevalente se non unica.

La Lega gioca a far saltare il banco economico-finanziario per portare a casa la flat tax, costi quel che costi, costi persino una procedura di infrazione a carico dell’Italia, messa dietro la lavagna europea a ripassare la lezione sulla quadratura dei conti pubblici; inoltre tiene alta la tensione sociale sul discorso immigrazione, sparando contro le Ong, sfidando i partner europei, chiudendo i porti, criminalizzando gli approcci umanitari al fenomeno. Il M5S tenta disperatamente di recuperare credibilità imbastendo una battaglia contro i mulini a vento di Ilva e Atlantia: le spara grosse per coprire la sua patente incapacità politica e di governo. Anche le opposizioni non riescono ad esprimere una concreta e credibile proposta alternativa di metodo e di merito: si limitano a snocciolare uno sterile rosario di pur sacrosante contumelie. Ognuno fa il suo gioco, in mezzo l’Italia. Cercasi disperatamente senso dello Stato e delle Istituzioni.

In questo quadro giganteggia fortunatamente Sergio Mattarella, che riesce sempre a stare al di sopra delle parti non per galleggiare, ma per fare gli interessi del Paese. In un momento di estrema difficoltà e imbarazzo per il governo (si dica governo, ma in realtà si tratta solo del presidente del Consiglio e del ministro dell’economia), che sta tentando di trovare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui si è infilata  l’Italia a livello europeo, tutti si divertono a rendere ancora più improbo il compito: in particolare i leader dei partiti di maggioranza, dalle loro poltrone ministeriali continuano a comportarsi come se fossero all’opposizione, pretendendo di scaricare colpe e responsabilità sui governi precedenti, preoccupandosi soltanto di rimanere in contatto ideologico (?) con il loro elettorato.

Il Presidente della Repubblica ha fatto un gesto coraggioso, quasi eroico, in difesa del nostro Paese, rimettendolo sulla carreggiata dell’orgogliosa rivendicazione della propria importanza economica, dell’impegno a migliorare responsabilmente i conti pubblici, della difesa delle istituzioni cui spetta dipanare le matasse più aggrovigliate. In un momento estremamente caldo e delicato ha rilasciato dichiarazioni che ci onorano, ha difeso la nostra dignità e si è assunto l’arduo compito di indirizzare ed assecondare un governo dilettantisticamente allo sbaraglio. Mentre Giorgio Napolitano ha forzato la mano e ha dato uno schiaffo in pieno volto a chi ci stava portando allo sfacelo, mettendo in crisi, di concerto con la Ue, il decotto governo Berlusconi per sostituirlo con un governo tecnico di lacrime e sangue, Sergio Mattarella gioca di fino, prova a rimettere in piedi la squadra per raggranellare qualche punto che consenta di abbandonare i bassifondi della classifica. Napolitano ha sostituito di brutto l’allenatore e la squadra, Mattarella prova a salvare il salvabile anche perché non ci sono i presupposti politici e numerici per cambiare governo; tenta di fare le nozze coi fichi secchi. Due metodologie diverse per momenti politici diversi, in rappresentanza dell’unità nazionale, in coraggiosa difesa della dignità di Paese e di popolo ed a salvaguardia di un futuro altrimenti incerto e fosco.

Meno male! Quando le cose vanno veramente molto male, non resta che andare a mamma, che, se è tale, trova il modo di fare un miracolo: difendere in modo appropriato la baracca. Grazie Presidente e ci scusi!!!

Il trionfo dell’insensatezza

Da tempo il Presidente della Repubblica, con tutta l’autorevolezza e la credibilità di cui è portatore, invita ad abbassare i toni dello scontro politico e ad evitare lo scivolamento in un clima di vera e propria rissa sociale. Fiato sprecato: molti applaudono e pochi gli danno retta. Non ascolta e fa spallucce chi ha scommesso il proprio successo politico sullo scatenamento di tensioni continue. In queste cose si sa come si comincia e non come si va a finire.

La dicono lunga le grida e gli insulti sessisti lanciati contro Carola Rakete, la capitana della sea watch, al momento del suo arresto. Non accetto le urla contro i delinquenti comuni o mafiosi, figuriamoci cosa penso delle schifezze indirizzate ad una giovane donna rea soltanto di agire secondo la propria umana ed ammirabile coscienza. C’è un apprendista dittatore. Si chiama Salvini e non mi sento snobisticamente di sottovalutarlo: sobilla il popolo, soffia sul fuoco, le spara sempre più grosse. Troppa gente lo prende sul serio e trova il modo di sfogare così le proprie frustrazioni. Se andiamo avanti così, mi aspetto una vera e propria guerriglia di piazza, a meno che l’Europa non ci metta a cuccia. Però è già pronta l’opzione “b”, dopo quella principale dell’odio, più o meno razziale, contro i migranti: l’odio contro la Ue, che ci vuole tartassare e condizionare sul piano economico-finanziario. L’importante è avere sempre un nemico a disposizione su cui scaricare le proprie incapacità: un tempo a tale scopo si facevano le guerre, oggi si scatenano le risse sociali.

Qualcuno, me compreso, si era illuso che il M5S potesse funzionare da argine contro la rabbia della gente inviperita, offrendo ad essa uno sbocco politico purchessia (meglio di niente): i grillini volevano, come dice acutamente Eugenio Scalfari, abbattere tutti gli alberi, per poi coltivare il prato a loro piacimento.  Intendevano fare “tabula rasa”. Ammetto e capisco come la tentazione della scorciatoia protestataria, abbinata ad un certo qual populismo di maniera, diventi sempre più consistente davanti a corruzione dilagante della classe politica, a sfarinamento della società, a progressivo indebolimento istituzionale, a crescente crisi economica e sociale. Mi sovviene lo strafalcione di un mio simpatico conoscente. Quando spuntava qualche amico, di cui aveva appena (s)parlato, esclamava: «Ecco, tabula rasa!». Voleva dire “lupus in fabula”, ma faceva lo stesso. Negli ultimi tempi il velleitario “tabula rasa” dei grillini ha finito con l’essere una sorta di evocativo “lupus in fabula” verso gli alleati/avversari leghisti.

I due partiti protagonisti della vita politica italiana, come dice ancora il già citato Scalfari, sono nati rispettivamente sotto il cavolo di Umberto Bossi e Beppe Grillo. Crescendo si sono allontanati dai padri naturali e si sono rifugiati nella mera propaganda elettorale furbescamente capace di interpretare i pessimi umori della gente in libera uscita dalla politica. C’è differenza fra i Vaffa grillini e i gli slogan bossiani rispetto alle attuali tattiche del M5S e della Lega. I pentastellati, sulla base della loro incapacità, si sono invischiati in un governo assurdo che li sta progressivamente logorando e da cui pensano di affrancarsi alzando finte barricate di merito su questioni puramente strumentali: i grillini sono in crisi di d’identità e l’elettorato lo ha capito. I leghisti capitanati da Salvini hanno portato all’eccesso i furori bossiani, trasferendoli dalle folcloristiche battaglie per l’indipendenza della Padania alle pericolosissime risse ideologiche di stampo populista per non dire fascista.

L’odio razziale è l’ingrediente principale delle loro strategie, in modo scoperto e sbracato nel caso di Salvini, in modo subdolo ed ipocrita nel caso dei grillini riveduti e scorretti. Gli insulti razzisti e sessisti vomitati contro Carola Rakete non sono altro che la tempesta raccolta da chi semina vento. Mi stupisco di chi si stupisce e fa finta di stupirsi e di censurare. Picchia oggi, picchia domani, la situazione sta precipitando. Per dirla con Alessandro Manzoni: “Il buon senso c’è, ma se ne sta nascosto per paura del senso comune”.

 

Una UE “spadrineggiata” dagli Stati membri

Se è vero, come è vero, che le idee camminano sulle gambe degli uomini, le nomine alle massime responsabilità istituzionale dell’Unione Europea, rivestono una importanza enorme perché da esse dipende il futuro comunitario. Si profilano tre eventualità: un vivacchiare, un tirare a campare con le istituzioni comunitarie sostanzialmente bloccate sugli accordi intergovernativi; un passo indietro per nazionalizzare la Ue svuotandola completamente e trasformandola nella mera cassa di compensazione degli interessi degli Stati membri; un passo deciso in avanti verso la federazione con la valorizzazione e la riforma delle istituzioni.

Non mi scandalizza il fatto che sia aperta una faticosa trattativa per arrivare alle suddette nomine: gli accordi si cercano e si trovano discutendo, confrontandosi, persino litigando, per arrivare al compromesso ai livelli più alti. Che preoccupa è la logica spartitoria fine a se stessa o meglio finalizzata unicamente a far quadrare il cerchio degli Stati e dei partiti, mentre della Ue e del suo futuro non frega niente a nessuno. Tutti ci vogliono essere, per fare cosa non si sa.

Si sperava che le elezioni europee servissero a distinguere il campo fra europeismo ed euroscetticismo (o ancor peggio): da una parte hanno fortunatamente segnato come minoritaria la spinta sovranista e nazionalista, ma dall’altra parte hanno creato un precario equilibrio politico all’interno dell’area maggioritaria favorevole, sulla carta, ad una visione di Europa sempre più integrata.

Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Si fa molta fatica a capire quale sia la linea del PPE, uscito piuttosto malconcio dalla prova delle urne, dove si annidano effettivamente opzioni di destra e dove infatti qualcuno vorrebbe addirittura cercare accordi con i sovranisti più ragionevoli. I liberali, che hanno avuto un notevole successo elettorale, restano incollati al liberalismo in politica e al liberismo in economia e non riescono a coniugarli e collocarli in un processo di ulteriore integrazione europea. I socialisti hanno perso un sacco di voti e soffrono maledettamente la difficoltà di socializzare l’Europa e di smentire nei programmi e nei fatti l’idea di una comunità dei forti e dei burocrati. I verdi, usciti molto rafforzati dalla competizione, sono, a livello europeo, la forza politica più interessante perché riescono a sintetizzare le spinte contestatrici del passato con una forte idealità europeista, la vocazione ambientalista con l’anima sociale, l’anelito sbarazzino dei giovani con l’esperienza passata dei meno-giovani: nessuno però ha il coraggio di farne la forza politica decisiva.

Se la politica con la “P” maiuscola non trova spazio, si ripiega necessariamente sugli accordi di bottega: temo che, dopo le maratone negoziali ed i veti incrociati, finirà tutto nella solita menata franco-tedesca con un basso profilo istituzionale “spadrineggiato” dagli Stati che se lo possono permettere, con un piacere ai detrattori dell’Ue e un pessimo servizio al futuro all’Europa. L’Italia in tutto ciò non conta letteralmente “un cazzo”. Il movimento cinque stelle non trova uno straccio di alleato con cui fare gruppo al parlamento europeo; la Lega coltiva rapporti incestuosi a livello populista con i nemici dell’Italia; il governo non ha voce in capitolo soffrendo di una  grave forma invalidante di afonia dovuta ad alterazione degli indici di bilancio; Forza Italia, che si colloca nel PPE, non esprime un bel niente piegato in carta filo-salviniana; il PD  è poco per essere veramente socialista e troppo per essere liberal-mercatista. Siamo, in buona sostanza, i parenti poveri, che oltretutto gridano e disturbano e sono destinati a dormire in cantina. Per un Paese fondatore della Ue non è male…

 

 

Lo squalo governativo e i pesci che abboccano

La mattina scorsa, in concomitanza con la notizia dell’avventuroso attracco della sea watch e l’arresto della sua capitana, ho ricevuto la telefonata di un carissimo amico, assai preoccupato per i rischi che Carola Rackete corre a livello penale in un processo che verrà presumibilmente celebrato per direttissima. Non ho potuto esprimermi, perché ero in autobus e avrei dovuto gridare la mia indignazione e magari rischiare anch’io di essere arrestato per vilipendio delle istituzioni (leggi ministro degli Interni e Guardia di Finanza). Tornato a casa ho messo nero su bianco la mia riflessione sull’accaduto in modo un po’ sui generis.

Infatti, l’esito dell’ultima vicenda della nave sea watch, costretta, dopo un lungo periodo di rifiuti e incertezze, a forzare il blocco e speronare addirittura una motovedetta delle Fiamme Gialle per scaricare a Lampedusa i migranti soccorsi in mare aperto, con la capitana messa agli arresti domiciliari in base a tali e tanti capi d’imputazione da far invidia al più delinquente e mafioso degli individui, mi ha indotto a rileggere “Il lupo e l’agnello”, una favola di Esopo, parafrasandone il testo.

Un lupo (Matteo Salvini) vide un agnello (la nave sea watch con 42 immigrati a bordo) vicino a un torrente (al porto di Lampedusa) che voleva bere (sbarcare) e gli venne voglia di mangiarselo (respingere la nave) con qualche bel pretesto (faceva il gioco dei trafficanti). Standosene là a monte (al Viminale), cominciò quindi ad accusarlo (la capitana della sea watch) di sporcare l’acqua (di favorire l’immigrazione clandestina e di violare le leggi), così che egli (la nave di una ong) non poteva avvicinarsi al porto. L’agnello (la capitana della nave) gli fece notare che per bere (sbarcare), sfiorava appena l’acqua (non creava danno ad alcuno, anzi…) e che, d’altra parte, stando a valle (in mare aperto) non gli era possibile intorbidire la corrente a monte (creare insicurezza per gli italiani).

Venutogli meno quel pretesto, il lupo (Matteo Salvini) allora gli (le)disse: «Ma tu sei quello (una nave ong) che l’anno scorso (altre volte) ha insultato mio padre (ha soccorso migranti per scaricarli sulle nostre coste). E l’agnello (la capitana) a spiegargli che a quella data non era ancora nato (quei poveracci a più riprese rischiano di morire affogati). «Bene» concluse il lupo (Matteo Salvini), «se tu sei così bravo (brava) a trovare delle scuse, io non posso mica rinunciare a mangiarti (a farti arrestare per aver violato le nostre leggi…).

La differenza sta tutta nel fatto che non si è trattato di una favola, di un brutto sogno, ma di una squallida pagliacciata che affascina la gente. Con le premesse poste da un governo di incompetenti e di prepotenti poteva finire anche peggio. Siccome la retorica più maligna è ormai di casa nel nostro Paese, mi permetto di scivolare nella retorica benigna, citando quanto afferma Gérard davanti alla follia rivoluzionaria, che condanna a morte Andrea Chenier, nell’omonima opera di Umberto Giordano: “Odila, o popolo, là è la patria, dove si muore colla spada in pugno! Non qui dove le uccidi i suoi poeti”. Azzardo un’altra parafrasi, di fronte alla follia leghista che se ne frega altamente della vita degli immigrati per raccattare più voti possibili: “Odila o popolo, in mare aperto è la patria, dove si muore affogati per fuggire alle violenze di ogni tipo! Non qui dove si mettono in galera gli operatori delle organizzazioni non governative”.

Seppure sotto strane metafore mi sono sfogato e ho detto (quasi) tutto. Non so se ci sono riuscito, comunque non mi sento di aggiungere altro.

 

Non sparate sul (cattivo) pianista

La Corte dei Conti, in base alla Costituzione, svolge prevalentemente le seguenti funzioni: controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo, controllo successivo sulla gestione del bilancio dello Stato, controllo sulla gestione finanziaria degli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria. Sono andato a ripassare i compiti di questo organo, perché in questi giorni il suo Procuratore Generale assieme ad altri esponenti, durante la cerimonia di parificazione del rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2018, ha indirizzato alcuni avvertimenti al governo sul riassetto delle tasse e dei tributi, sull’aumento del deficit, sul debito pubblico, sulla crescita economica, sulla tendenza a dilatare la spesa, sul pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione.

Ho letto con un certo interesse le argomentazioni esposte, che mi sono sembrate tecnicamente ineccepibili. Provo a sintetizzare il ragionamento della Corte dei Conti: lo shock fiscale (la flat tax, detta fuori dai denti) fatto in deficit non porta da nessuna parte; il debito pubblico ha raggiunto i limiti massimi di sostenibilità e finirà col colpire le generazioni future, forse addirittura tre o quattro; per recuperare il debito occorre produrre ricchezza e per produrre ricchezza occorre impiegare risorse e quindi sostenere la ripresa delle attività economiche senza sfondare però ulteriormente il bilancio con una dilatazione della spesa pubblica. Un bel rebus sottoposto al governo, anche se per la verità si tratta di far cadere dall’alto considerazioni che uno studente alle prese con l’esame di politica economica non faticherebbe a elaborare. Certo, se la predica arriva da un pulpito autorevole, vale o dovrebbe valere molto di più.

Non discuto il valore dei richiami alla cautela formulati dalla Corte dei Conti, ma mi è venuta spontanea una riflessione molto banale sui tempi di esternazione coincidenti con la stretta finale dell’improbo contenzioso aperto tra il governo italiano e la comunità europea sulla quadratura (del cerchio) dei conti pubblici italiani. Lasciamo stare il fatto che il governo stia portando avanti la trattativa in un quadro ministeriale confuso e rissoso, che il tono della discussione non sia sufficientemente dialogante ma addirittura provocatoriamente aggressivo, che la posizione italiana risulti isolata e debole, che le proposte del nostro Paese siano contraddittorie e inattuabili. Tuttavia lanciare clamorosamente avvertimenti pubblici proprio nel momento in cui si sta stringendo il discorso per evitare una sciagurata procedura d’infrazione, mi sembra francamente un autogol istituzionale; significa indebolire e delegittimare i rappresentanti del governo, scoprendo ulteriormente l’incertezza e la precarietà che caratterizzano l’attuale compagine ministeriale. Della serie: se anche il vostro organismo di controllo sui conti pubblici ha grossi dubbi e perplessità sulle prospettive a livello economico-finanziario, come facciamo a credere a livello europeo alle vostre analisi ed alle vostre proposte?

Non so fin dove quanto dice la Corte dei Conti sia in questo momento dovuto sul piano giuridico e istituzionale: certe considerazioni, pur nella loro intrinseca serietà, potevano essere più contenute o addirittura anche opportunamente spostate nel tempo? Non si tratta di furbizie istituzionali o di ipocrisie contabili, ma di senso dello Stato, che in questo momento manca un po’ a tutti, con l’eccezione del Presidente della Repubblica. Quanto dice la Corte dei Conti è un ottimo parere da meditare seriamente, ma rischia di essere un pessimo viatico per chi si siederà ai tavoli di Bruxelles a trattare un accordo quasi impossibile (e questa non è certo colpa della Corte dei Conti). Un ragionamento, peraltro discutibile e azzardato, da parte di un italiano molto preoccupato per il suo Paese.

 

E il verbo si fece Salvini

L’ennesima piccola emergenza in mare (42 profughi salvati in mare dalla nave sea-watch e da 14 giorni alla disperata ricerca di un attracco) ha scatenato la celoduristica (non) politica salviniana dell’immigrazione fatta di bracci di ferro con le Ong, con l’Ue, financo con la Chiesa cattolica; pur essendo elaborata, meglio dire improvvisata, e affrontata in modo spannometrico e fasullo, pur mettendo strumentalmente al centro una  questione che distrae il Paese dai suoi veri problemi economico-sociali, è purtroppo largamente maggioritaria a livello di partiti e a livello di opinione pubblica. È inutile nascondersi che i crescenti successi elettorali della Lega sono prevalentemente da ricondurre alla linea dura contro gli immigrati, che, al di là delle episodiche commozioni fotografiche, dà l’illusione di sicurezza alla faccia dei poveri del mondo. Mi vergogno di essere italiano, ma devo prendere atto che la maggioranza dei miei concittadini sono testardamente e irrazionalmente preoccupati di difendere il proprio cantuccio, ributtando in mare chi osa chiedere una mano. Questa è la realtà, altro il discorso di capire perché la gente non veda più lontano del proprio naso e di provare a farla ragionare con proposte pragmatiche ed equilibrate. Gara dura, ma doverosa per chi ha responsabilità politiche e vuole distinguersi dalla sempre più avvolgente deriva salviniana.

Se la gente ama sentirsi sbattere in faccia il verbo leghista, vediamo come la pensano gli altri partiti. Il M5S, nonostante permanga chi si intestardisce a intravedervi in filigrana una vocazione di sinistra, è sostanzialmente appiattito sulle posizioni leghiste: il suo dramma è infatti quello di provare a distinguersi dal partner di governo senza riuscirvi e finendo col fare la figura del partito-servo sciocco che perde voti a raffica. Non è questione di etichette e schemi partitici superati (?), è questione di idee e di linee politiche su cui i grillini viaggiano spudoratamente a rimorchio. Devono solo sperare che Salvini interrompa lo stillicidio che li vede soccombenti, infatti questa interruzione dell’ignobile connubio non finirà per la loro resipiscenza, ma per la scelta opportunistica leghista dell’usa e getta. Penso che alla fine rimarranno con un pugno di voti in mano, dopo aver perso la faccia e riconsegnando gli elettori delusi ad estremismi e qualunquismi sterili e pericolosi.

E gli altri partiti del cosiddetto centro-destra? Se esistono (più passa il tempo e più c’è da chiederselo), non riescono più a distinguersi, presi dalla smania di sopravvivere rimettendosi frettolosamente insieme in una coalizione che li vede marginalizzati e soccombenti.  I Fratelli d’Italia, con la loro vergognosa leader, soffiano sul fuoco leghista sperando di carpirne qualche scintilla. I forzitalioti di risulta sono nella diaspora, sballottati tra i nostalgici rigurgiti berlusconiani e i nuovisti corsi totiani. Berlusconi sta finendo in modo assai meno dignitoso rispetto alla triste previsione contenuta nel film di Sorrentino: consegnarsi al duo costituito da Giovanni Toti e Mara Carfagna è veramente una fine ingloriosa.  Mentre sul discorso economico e dei rapporti con l’Unione Europea riescono a distinguersi rispetto agli strafalcioni di Salvini, con la riserva mentale di liberarlo dall’abbraccio pentastellato, sulla politica dell’immigrazione balbettano qualcosa e sembrano ruminare ancor più che rimuginare le squallide invettive leghiste.

E il PD? Preso e condizionato dalle sue interne conflittualità, non riesce a coniugare il rispetto dei valori di accoglienza e solidarietà con la necessità di governare politicamente il fenomeno migratorio. Ha provato nella scorsa legislatura Marco Minniti, senza avere il tempo e gli appoggi opportuni per affrontare una materia così incandescente.  Manca al partito democratico la capacità di affrontare le sfide dei giorni nostri: quindi da una parte tende a rifugiarsi nell’anacronistico continuismo della sinistra classica, dall’altra a cedere alle nostalgie centriste. In mezzo a questo guado potrebbe essere utile la laica riscoperta dell’ispirazione cristiana: una iniezione valoriale e progettuale per irrobustire la gracile costituzione di un partito frettolosamente costituito, opportunisticamente gestito, forzosamente relegato in uno stand by che sembra non aver mai fine.

Per concludere sul discorso migratorio, bisogna ammettere che assomiglia molto alla questione del sesso degli angeli: si discute e si sparla, mentre gli immigrati sono vittime dello scaricabarile internazionale, interno, sociale e politico. Mia madre, nella sua spiccata e profonda semplicità, si chiedeva se per gli immigrati non fosse il caso di rimanere a casa loro. Io rispondevo che la loro disperazione non lo permetteva e lei ribatteva che forse sarebbe stato meglio morire in patria piuttosto che fare la fine “d’i rosp al sasädi”.

 

 

Un inverno olimpico per scaldarsi

Nel bel mezzo della inevitabile ventata retorica, le olimpiadi scatenano un clima positivo in chi le progetta, le realizza e le vive. Siamo ancora nella fase iniziale, ma l’atmosfera positiva ed unificante ha coinvolto un po’ tutti. Merito della Grecia antica da cui sono nate? Di Pierre de Coubertin che le ha riproposte alla fine del XIX secolo?  Di chi nel 1924 ha istituito i giochi anche per gli sport invernali? Di chi ha varato le competizioni fra persone disabili? Certo la storia delle Olimpiadi è riuscita a condizionare ed a sovrapporsi in chiave propositiva alla storia dell’umanità; a volte ne è uscita troppo coinvolta, ma comunque ha tessuto una tela benefica di cui usufruire.

Mai come in questo momento per l’Italia è valso il motto “l’importante non è vincere, ma partecipare”: il nostro Paese infatti è riuscito a trovare mezzi e risorse in una imprevedibile unità d’intenti, si è candidato a gestire l’evento, gli è stata concessa questa chance da non sprecare. Partecipiamo a pieno titolo alla storia olimpica e dobbiamo cercare di vincere non tanto le gare sportive (a quelle penseranno gli atleti), ma la scommessa sulla capacità italiana di ospitare degnamente un simile evento mondiale. Le premesse ci sono: abbiamo bellezze naturali da mettere in campo, arte e cultura da esibire, risorse umane da impiegare, creatività da sfogare, laboriosità da esprimere. Credo siano qualità potenziali riconosciute da chi ha deciso la localizzazione italiana e ne dobbiamo andare orgogliosi.

C’è una cosa da fare: bisogna continuare a cercare l’unità di intenti fra tutte le istituzioni interessate e da coinvolgere. Nei momenti importanti e fondamentali il nostro Paese sa trovarla uscendo dalle strettoie dell’individualismo, del particolarismo e del settarismo e proiettandosi in una dimensione nazionale e sovranazionale, aiutato dal patrimonio ideale e culturale di cui è ricco.  Ben vengano le Olimpiadi invernali a sgelare paradossalmente i rapporti egoisticamente raffreddati nelle stanze del potere ed a scaldare la prigione degli sfiduciati atteggiamenti della gente comune.

C’è una cosa da evitare: rinchiudersi in una logica affaristica seppellendo l’evento sotto una coltre di interessi profani. I fattori economici sono importanti: investimenti in infrastrutture, sviluppo turistico, iniziative imprenditoriali, lavori pubblici e privati, etc. Non sono tutto e non devono prevaricare teoricamente e praticamente sullo spirito olimpico, che va ben oltre il palaghiaccio e le piste sciistiche: il lavoro di chi realizza le strutture, la passione di chi gareggia, la curiosità di chi girerà l’Italia. L’affarismo è una brutta bestia in agguato a tutti i livelli, dobbiamo domarla, addomesticarla e usarla a fin di bene.

Ho notato il genuino entusiasmo con cui i promotori e tutti i cittadini hanno accolto l’assegnazione a Milano-Cortina della realizzazione delle Olimpiadi invernali 2026. Un buon segnale di cui il Paese aveva necessità, una iniezione di fiducia da mettere in circolo, una occasione da non sprecare. Mio padre scandiva i ritmi della sua vita sulle scadenze olimpiche. Si chiedeva: arriverò a vedere le prossime? Non era una banale ansia di sopravvivenza, era la voglia di vivere la storia partendo anche da queste prospettive di umana condivisione e di sana competizione.

Un solista nel coro

Per molti anni il presidente della Repubblica è stato un silente e impenetrabile notaio impegnato sotto traccia a garantire il corretto funzionamento delle istituzioni. Da Sandro Pertini in avanti è diventato anche l’interprete principale del sentimento nazionale, presente nelle situazioni e nei passaggi della vita del Paese, nel rigoroso rispetto delle proprie attribuzioni, ma costantemente impegnato a fianco della Repubblica.

Sergio Mattarella sta incarnando alla perfezione il suo ruolo con uscite pubbliche tempestive e mirate, con un discreto lavorio di suggerimento e di appoggio, collocandosi non tanto al di sopra delle parti, ma in mezzo alle parti, senza paura di sporcarsi le mani e senza false equidistanze. In questi ultimi giorni ho apprezzato tre suoi interventi, così diversi ma così uguali nei loro intendimenti: la denuncia della inammissibile e sconcertante situazione del Consiglio Superiore della Magistratura; la partecipazione all’evento culturale e spettacolare dell’Aida all’Arena di Verona in ricordo del grande Franco Zeffirelli; l’appello inviato al Cio in vista della scelta della sede olimpica invernale del 2026. Istituzioni, cultura e sport: tre fili conduttori della società democratica italiana.

Quanto alla delegittimazione della magistratura derivante da vicende assai poco edificanti di intrecci tra giudici e politici, si è lasciato addirittura impunemente lambire dal gioco al massacro, preoccupandosi non tanto di difendere la propria immagine, ma di garantire la tenuta istituzionale del potere giudiziario e con esso di tutta l’impalcatura repubblicana. Un invito perentorio e credibile a voltare pagina ed a pulire procedure e funzionamento della giustizia.

Il giorno stesso in una splendida serata di spettacolo ha voluto partecipare all’omaggio reso a Franco Zeffirelli, assistendo all’inaugurazione della stagione lirica areniana, apertasi con una edizione di Traviata firmata dallo scomparso scenografo e regista e diretta da un grande musicista qual è Daniel Oren. Un chiaro messaggio di contemplazione e di valorizzazione della vita culturale italiana proprio in un momento di grosse difficoltà economiche e di rischiose conflittualità sociali.  Il mio indimenticabile amico Gian Piero Rubiconi, senza avere intenti megalomani e spendaccioni, riteneva che la cultura, la musica in particolare, fosse una opportunità imprescindibile anche e soprattutto nei periodi di crisi: «Proprio quando l’economia va male è il momento di investire nella cultura, per fare argine alla crisi che trascina in basso i valori e per stimolare i consumi di prodotti che non si logorano nel tempo».

A distanza di pochi giorni ecco giunta al culmine la competizione della cordata Milano-Cortina per ospitare le olimpiadi invernali 2026. Un intervento video, un vero e proprio sintetico capolavoro di diplomazia e di orgoglio nazionale. Lo sport vissuto come opportunità di crescita culturale, sociale ed economica, come occasione unificante nella vita del Paese, come momento di apertura alla vita del mondo intero.

Mattarella sta snocciolando lezioni di stile, sta riportando ordine nella confusione, unità nella divisione, serietà nella irresponsabilità, riservatezza nella sfrontatezza, compostezza nella frivolezza. Gli italiani lo capiscono, è l’unico personaggio che riesce a farli ragionare mettendo in campo tutta la sua credibilità di uomo, di politico e di rappresentante delle istituzioni. Non so se abbia in testa un disegno, ma mi spaventa comunque il dopo Mattarella.