La nuova frontiera della “fatocrazia”

 

Nel progetto di riforma della Giustizia elaborato dal ministro Alfonso Bonafede verrebbe introdotto il metodo del sorteggio per la nomina dei componenti togati nel Consiglio Superiore della Magistratura: sarebbe la risposta che elimina i rischi di nomine condizionate dagli equilibri correntizi e pilotate da interessi estranei al buon andamento della giustizia. Dal momento che i giudici fanno i cattivi, bisogna ridimensionarli nella loro capacità di scelta e metterli dietro la lavagna dell’umiliante sorteggio. Mi sembra una tragicomica resa punitiva della democrazia. Se siamo ridotti al punto in cui coloro che amministrano la giustizia non sono capaci di scegliere seriamente chi li rappresenta nell’organo di autogoverno della Magistratura, ammettiamo di non essere degni della democrazia e ripieghiamo sulla “fatocrazia”.

I problemi si affrontano e non si schivano. Il M5S non è nuovo a queste puntate estemporanee ed evidentemente il ministro ad esso appartenente si vuole esercitare su questo scivoloso terreno.  Non sono un giurista e tanto meno un costituzionalista, ma mi sembra una cazzata. Stiamo riducendo le procedure democratiche ad una specie di tombola istituzionale. Quando una persona non è in grado di assumere decisioni responsabili, le si consiglia ironicamente e provocatoriamente di lanciare in alto una monetina per uscire dall’impasse.

Di fronte alla proposta ministeriale per il momento nessuno ha reagito in senso critico, ho notato un certo silenzio: i magistrati sono evidentemente svergognati, avviliti e mortificati dalle vicende poco edificanti  emerse a loro carico; i politici da tempo desiderano assestare un colpo alla magistratura ridimensionandone le velleità giustizialiste e le interferenze; le vestali della Costituzione sono evidentemente andate in ferie dopo la faticosa battaglia contro la riforma Renzi; i media preferiscono rimestare nel torbido piuttosto che affrontare i rimedi.

Sembrerebbe quasi una minacciosa ed infantile provocazione. A scuola, quando nell’impegno di studio ci si lasciava fuorviare dal ritmo delle interrogazioni, certi insegnanti ricorrevano al sorteggio per scegliere chi interrogare o addirittura cucinavano lo scherzetto di reinterrogare a breve termine coloro che erano già stati interrogati. Effettivamente si può dire che tanto va la magistratura al lardo che rischia di lasciarci lo zampino, dove il lardo è costituito dal correntismo e dalla tendenza a confabulare e lo zampino riguarda l’indipendenza e l’autonomia. Se non siete capaci di scegliere, qualcuno sceglierà per voi, anzi sceglieremo con un bel sorteggio, atto ad evitare le pastette, ma a prezzo di appiattire tutti: una sorta di safety car applicata alla magistratura.

Vincano non i migliori, ma i sorteggiati. Potrebbe essere il primo passo istituzionale verso il qualunquistico baratro del “tutti ladri, tutti stupidi, tanto vale affidarsi alla sorte”. Preferisco di gran lunga correre il rischio di ladri o stupidi eletti piuttosto che ritrovarmeli comunque rientrati dalla finestra del sorteggio dopo averli fatti uscire dalla porta dell’antidemocrazia. Nel sessantotto si contrapponeva la democrazia diretta a quella rappresentativa, si teorizzavano la partecipazione e il voto assembleari quale catarsi democratica. Oggi l’assemblearismo si chiama consultazione on line o addirittura sorteggio. Senza contare che le consultazioni on line sono autentiche buffonate ed anche i sorteggi possono essere truccati.

Una pallonata in faccia a Trump

Ho seguito, prima con un certo scetticismo e poi con molto interesse, i campionati mondiali di calcio femminile, che hanno visto, sportivamente parlando, “una bella figura” delle atlete italiane e la vittoria da parte della squadra statunitense.

Mi sono divertito perché le donne giocano bene, sono abbastanza corrette, hanno intorno un tifo partecipato, colorito ma contenuto, sanno gioire e soffrire da donne, riescono a quadrare il cerchio della femminilità fisica e mentale in un contesto di sforzo fisico ed atletico, riescono, anche se non del tutto, a non imitare gli uomini, da cui in questo, come in quasi tutti i campi, c’è poco da imparare. Chissà che questa ventata femminile non bonifichi il fenomeno calcistico, inquinato a tutti i livelli. Il rischio è che anche le ragazze, pur con le più buone intenzioni, vengano omologate e si adeguino ai principi ed agli schemi dominanti nel calcio giocato, organizzato, commercializzato e parlato.

Le donne, se vogliono, riescono a immettere nella nostra società dei contro-veleni efficaci e fascinosi, anche se hanno un grosso inevitabile problema, quello di avere a che fare con l’ingombrante presenza degli uomini. Le italiane, pur scontando un certo ritardo del calcio femminile italiano, si sono fatte valere e hanno conquistato attenzione e simpatia. Hanno partecipato, non hanno trionfato, hanno saputo vincere e perdere con onore: non è poco!

Le americane hanno vinto l’ennesimo titolo con merito ed hanno festeggiato a New York. Anche nel festeggiamento hanno saputo distinguersi. Megan Rapinoe, capitano e simbolo di questa squadra e del movimento in generale, è riuscita a coniugare sport e politica in modo esemplare, rifiutando a priori un eventuale invito alla Casa Bianca: «Non andrei e credo che tutte le mie compagne di squadra con cui ho parlato direttamente non vorrebbero andarci. Non penso che questo abbia senso per noi. Non posso immaginare che qualcuna delle mie compagne possa essere messa in quella posizione; ci sono così tante persone con cui preferirei parlare e avere conversazioni significative, che potrebbero davvero influenzare il cambiamento a Washington, piuttosto che andare alla Casa Bianca. Rapinoe ha fortemente,  e sinceramente attaccato il presidente americano, contestandone la politica ed ha ipotizzato di rivolgersi a lui, fissando la telecamera: «Il tuo messaggio esclude le persone, tu ci stai escludendo, escludi le persone che assomigliano a me. Quello che stai dicendo riguardo al tuo slogan Make America Great Again penso ci riporti in un’era non positiva per tutti».

La giocatrice, omosessuale e impegnata politicamente, ha ribadito quanto aveva già precedentemente dichiarato, annunciando di non voler andare “a quella fottuta Casa Bianca”, anche se avessero vinto il titolo e il presidente avesse chiesto di incontrare la squadra. Un pregio delle donne è quello della schiettezza, che spesso viene confusa con il comportamento irrazionale ed isterico. Al limite, se la vogliamo chiamare così, ben venga anche la coraggiosa isteria (sempre meglio della vile indifferenza maschile) se serve a dire la verità in faccia ai potenti. Megan Rapinoe, con le sue giocate e le sue parole, mi ha consentito di prendere due piccioni con una fava: esprimere direttamente la mia simpatia ed ammirazione per il calcio femminile e ribadire indirettamente la mia più totale e profonda disapprovazione per Donald Trump e la sua “fottuta” politica. Goal!!!

Il canto del cigno pentaleghista

Tra le tante menate propagandistiche alla base dello scontro (vero e falso che sia) tra M5S e Lega spunta finalmente un problema serio, basilare e delicato, quello dell’autonomia regionale, sollevato da alcune regioni, che chiedono una sorta di autonomia rafforzata, e finito sul tavolo governativo.

Si tratta forse del punto più controverso nelle questioni costituzionali: unità della nazione e autonomia regionale, due obiettivi apparentemente inconciliabili e realisticamente difficili da perseguire. La riforma regionale impiegò più di vent’anni a trovare uno sbocco e una realizzazione più per motivi politici che per questioni di principio: da una parte si temeva una scorciatoia al potere per il partito comunista attraverso le regioni rosse, dall’altra si puntava ad accreditarsi come partito del buongoverno a livello regionale per poi avere le carte in regola per la scalata nazionale. Si sono rivelate entrambe questioni infondate: il Pci, come disse all’epoca il segretario socialista Francesco De Martino, non fece la rivoluzione con l’esercito dei vigili urbani, lo stesso Pci non riuscì a far saltare col grimaldello regionale la storica pregiudiziale democratica sollevata nei suoi confronti a livello nazionale ed internazionale (ci volle ben altro…).

Oggi il problema è diverso, ma per certi versi uguale, sostanzialmente ancor più difficile alla luce dell’esperienza amministrativa di quasi cinquant’anni, che non ha comportato effettivi e decisivi passi avanti nella sburocratizzazione degli apparati, nella partecipazione dei cittadini, nella soluzione dei problemi. Sono molto critico sui risultati ottenuti dalle regioni e francamente non so se sia necessario un passo avanti o un passo indietro. La Lega ne fa una questione di vita o di morte per la sua filosofia politica e per il sogno, mai riposto nel cassetto, di una Padania, che da entità secessionista si dovrebbe trasformare in parametro e paradigma nazionale ed istituzionale.  Il M5S, che avrebbe dovuto rivoltare l’Italia come un calzino, non ci sta e frena a più non posso, preoccupato di perdere consenso nel meridione impaurito da una scrollata autonomistica.

Non vedo la qualità politica e la sensibilità istituzionale necessarie per affrontare una tale sfida. Siamo ai veti incrociati, ai dispetti reciproci, mentre dell’Italia e del futuro delle sue regioni non interessa niente a nessuno. Temo possa scaturirne un polpettone sgradevole e indigesto. A questo punto l’ideale sarebbe che sulla questione andasse veramente in crisi il governo per azzerare una situazione traballante su tutti i fronti: una sorta di dignitoso canto del cigno. Poi si potrà riprendere il discorso in un clima politico diverso e costruttivo, magari inquadrandolo in una ripensata riforma costituzionale.

Visto che abbiamo un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale, visto che i partiti sono frammentati e isolati, visto che una bella ripassata alla pur validissima macchina costituzionale continua ad essere necessaria anche se non sufficiente, visto che un richiamo generale al senso di responsabilità dei cittadini e della classe politica si impone, non sarebbe male eleggere una vera e propria assemblea costituente e nello stesso tempo varare, per il tempo necessario, un governo di salute pubblica.

Sono partito dall’autonomia regionale rafforzata per arrivare ad un rafforzamento delle istituzioni e ad un governo riveduto e corretto.  E la scuola e la sanità e i trasporti? Vanno affrontati seriamente in un contesto diverso per evitare di rovinare anche quel poco di autonomia e di efficienza che c’è. Una cosa sola mi permetto di enfatizzare: nessuno deve rimanere indietro, nessuno deve essere trascurato o dimenticato. Sul come e quando la discussione resta apertissima.

La spasmodica ricerca dei piatti di lenticchie

È stata pubblicata su un sito internet la registrazione di una conversazione, avvenuta il 18 ottobre scorso al Metropolitan Hotel di Mosca tra Gianluca Savoini, considerato dai media come il braccio destro del ministro degli Interni Matteo Salvini per i rapporti con la Russia, dalla quale si evincerebbe (il condizionale è d’obbligo in clima di parziali o totali fake news) lo scopo di convincere tre interlocutori locali a concludere un affare per vendere petrolio in Italia a prezzo scontato, in modo da generare poi una differenza di circa 65 milioni da destinare al finanziamento della campagna della Lega per le elezioni europee.

In realtà, nel minuto circa di file audio reso disponibile, non si sente Savoini parlare di fondi, ma solo perorare la causa politica della Lega spiegando il quadro in cui il partito si muove: «Noi vogliamo cambiare l’Europa con i nostri alleati. E una nuova Europa deve essere più vicina alla Russia perché vogliamo riprenderci la nostra sovranità. Salvini è il primo che vuole cambiare».

Savoini, presidente dell’associazione culturale Lombardia-Russia, nega di essere un emissario leghista e di agire per conto di Matteo Salvini, definisce l’incontro in questione una chiacchierata tra imprenditori su vari temi e nega che sia mai stato dato un centesimo o un rublo alla Lega da chiunque e da nessuno dei personaggi tirati in ballo dal sito americano. Il leader della Lega e vicepremier dal canto suo minaccia querele e nega categoricamente di aver preso fondi dalla Russia.

Non mi sorprende il fatto che la politica possa essere coinvolta in affari più o meno trasparenti a livello internazionale: si tratta di vedere il coinvolgimento fin dove arriva, se resta a livello di mero interessamento o di facilitazione nei rapporti imprenditoriali oppure se sconfina in vera e propria intermediazione direttamente o indirettamente remunerata o ricompensata.

Anche se la procura milanese ha aperto tempestivamente un fascicolo sulla vicenda con l’ipotesi del reato di corruzione internazionale, penso che non si caverà un ragno dal buco: troppo intricati e opachi questi eventuali rapporti per essere smascherati. Oltre tutto, se devo proprio essere sincero, non mi iscrivo al partito degli sputtanatori. Gli affari petroliferi, da che mondo è mondo, hanno sempre avuto un sottofondo di intrigo internazionale e quindi non mi colpiscono queste ultime emergenti indiscrezioni, peraltro relativamente piccole e probabilmente punte di iceberg sistemici. Il mio non è rassegnato cinismo, ma un etico e sofferto senso di repulsione verso molte cose di questo mondo. Certo essere chiacchierati a questi livelli dovrebbe togliere credibilità a chi si propone come moralizzatore e innovatore a tutto tondo.

Tuttavia il vero e grosso macigno resta quello politico: la posizione della Lega a metà strada fra gli Usa di Trump (come dimostra l’ultima eclatante visita di Salvini negli Stati Uniti) e la Russia di Putin (come dimostrano tanti discorsi e tante opinioni espresse in più occasioni).  Savoini nel difendersi, negando la conclusione di affari, ammette di avere parlato di politica e di avere accreditato Salvini come un affidabile referente per un’Europa vicina alla Russia. D’altra parte è inutile che gli Usa si scandalizzino, perché Salvini altro non fa che comportarsi alla Trump, facendo nel suo piccolo il verso al tycoon americano, mentre risulta che la Lega abbia firmato un accordo di cooperazione con il partito dello “zar”, Russia Unita (se vero, non è illegale e scandaloso, ma inquietante).

È inutile e stucchevole anche l’atteggiamento del M5S, che non ha nascosto certe simpatie politiche verso Putin e verso Trump, due squallide facce della stessa medaglia. Luigi Di Maio se l’è cavata con una battuta piuttosto ermetica e di stile andreottiano, che vorrebbe essere furbastra; ha dichiarato a margine della polemica: «Sto lavorando, ma meglio Putin che i petrolieri». Cosa intendesse dire lo sa solo lui.

Dove questi signori stiano trascinando l’Italia: questo è il problema! Non penso abbiano in mente una vera e propria strategia suicida, ma soltanto il penoso intento di scroccare qualche piatto di lenticchie al tavolo dei populisti, mentre all’Italia rimarrebbero le vergognose briciole che cadono dalla stessa tavola. E questi sarebbero i rinnovatori a cui gli italiani si affidano? Matteo Salvini, in questo stravagante momento politico, può fare paradossalmente ed ipoteticamente (la storia e la magistratura ce lo diranno) quel che vuole: leccare vomitevolmente i piedi a Trump, amoreggiare opportunisticamente con Putin, beffeggiare trivialmente l’Europa, lasciare celoduristicamente in mare migliaia di profughi, strizzare l’occhio ai petrolieri, mettere in campo affaristi di vario tipo, “cagare” in Parlamento e a Palazzo Chigi. Tutto bene quel che finirà male.

 

 

 

 

 

 

Dall’autogoverno all’autopulizia

È cambiata la magistratura o è cambiata l’opinione dei cittadini nei confronti della magistratura? Non intendo rifugiarmi nel corner dell’uovo o della gallina, ma riflettere in campo aperto sul dato inquietante, ma abbastanza scontato, del calo della fiducia dei cittadini nei confronti dei giudici: siamo al minimo, solo un italiano su tre dichiara di aver fiducia, mentre il 55% non ne ha.

Fatta la tara all’attendibilità dei sondaggi influenzati dalle recenti squallide vicende delle spartizioni affaristiche nell’assegnazione di incarichi a livello di Consiglio Superiore della Magistratura e delle commistioni tra politica e giustizia, resta il fatto che gli scandali minano la credibilità delle istituzioni, la scarsa credibilità delle istituzioni alimenta la sfiducia dei cittadini al limite del qualunquismo, le opinioni negative della gente indeboliscono l’assetto democratico. Il gatto si morde la coda in un circolo vizioso molto preoccupante.

Ricordo come nel periodo di tangentopoli, nello smarrimento generale, le due istituzioni che sembravano salvare il Paese dalla deriva fossero la Magistratura e la Chiesa. Punto l’attenzione sulla prima: sembrava, e in parte lo era, il baluardo contro il tarlo della corruzione che stava attaccando, come non mai, il tessuto politico. Ai tempi del berlusconismo imperante la scena si ripete e il ruolo della magistratura, seppure con forzature e reciproci accanimenti vari, viene interpretato come difesa contro l’avanzare di un vero e proprio regime. In entrambe le contingenze i giudici tentavano, direttamente e indirettamente, di supplire alle gravissime carenze della politica e di somministrare ai cittadini una sorta di virtuale ossigeno democratico. Sarebbe troppo lungo verificare se il “sogno” protettivo della magistratura fosse una fuga dalla realtà o una valida scialuppa di salvataggio.

Purtroppo il tempo sta dimostrando che nessuno è senza peccato e quindi anche il potere giudiziario fa una certa fatica a scagliare le pietre. Per la verità i recenti scandali, che hanno portato a inchieste, dimissioni, sostituzioni e addirittura al “grido” di allarme lanciato opportunamente dal Presidente della Repubblica, sono soltanto la grossa punta dell’iceberg di un diffuso malessere giudiziario fatto di lotte intestine, di correntismo imperante, di commistioni inammissibili, di inefficienze colpevoli. Non sarà quindi sufficiente eliminare alcune mele marce, perché probabilmente è tutto il sistema che ha bisogno di essere ripulito: l’organo di autogoverno dovrà avere il coraggio di diventare l’organo di autopulizia. Bisognerà evitare però le generalizzazioni che accentuano le conseguenze della malattia pregiudicandone la terapia.

Ho conosciuto giudici integerrimi, efficienti e impegnati e mi sono sentito oltremodo garantito nella mia esistenza e nel mio lavoro: la portata della funzione giudiziaria è enorme e ha conseguenze imprescindibili sulla vita dei singoli e dell’intera comunità. Ecco perché c’è da preoccuparsi addirittura per la tenuta democratica del Paese. I cittadini, nel loro pur eccessivo senso critico, reagiscono naturalmente con la sfiducia come appare dai sondaggi da cui sono partito. È vero che fa più rumore la pianta di un giudice che cade complottando rispetto alla foresta di una magistratura che fa il proprio dovere in mezzo a mille difficoltà. Però le piante malate cominciano ad essere troppe e il rumore della loro caduta sta diventando assordante. Forse si esagerava in un senso ai tempi di Tangentopoli e del berlusconismo, forse si esagera oggi in senso contrario. Resta la preoccupazione, che non si deve trasformare in caccia alle streghe o in disfattismo istituzionale, ma in seria opera di bonifica e di recupero dei valori costituzionali e democratici. Ce n’è per tutti, magistrati, politici, ministri, parlamentari, avvocati, esperti di diritto, forze sociali, società civile, semplici cittadini. Mattarella ha cominciato l’azione da par suo. Forza e coraggio!

La verità (poco) diplomatica che offende

“La lontananza, sai, è come il vento, spegne i fuochi piccoli, ma accende quelli grandi”: così dice una famosa canzone del grande Domenico Modugno. Il discorso vale per gli amori, ma, forse, anche per le impressioni. Da tempo e da lontano ho una pessima opinione del presidente americano Donald Trump. A quanto pare, non sono l’unico. A ragion veduta e da vicino mi fa da battistrada l’ambasciatore britannico in Usa kim Darroch, secondo il quale l’amministrazione Usa sarebbe “inetta” e “vanitosa”.

Trump, che sembra andare alla spasmodica ricerca di incidenti diplomatici, ha aperto la crisi affermando su Twitter: «Non conosco l’ambasciatore, ma negli Stati Uniti non piace o non se ne pensa bene. Non avremo più nulla a che fare con lui». Il presidente americano però non si è accontentato di liquidare l’ambasciatore britannico, ha infierito sull’uscente premier britannica Theresa May. In un paio di tweet l’inquilino della Casa Bianca ha scritto: “Sono stato molto critico del modo in cui il Regno Unito e il premier Theresa May hanno gestito la Brexit. Che casino che lei e i suoi rappresentanti hanno creato. Le avevo detto come avrebbe dovuto fare, ma lei ha deciso di fare diversamente”.

Agli inglesi sta molto bene: si sono da sempre appiattiti sulla politica americana e su quella trumpiana; hanno deciso di uscire dall’Unione Europea anche sulla spinta dell’attuale presidenza Usa, che non si è fatta scrupolo di interferire al riguardo, prima e durante la Brexit, come è apparso in tutta evidenza dall’ultima visita di stato in Gran Bretagna. Adesso si trovano ad essere clamorosamente beffeggiati. Intendiamoci bene: stanno venendo a galla delle verità su Trump e la sua amministrazione come su Theresa May e la sua confusione. Si stanno scambiando “complimenti vivissimi”. L’ambasciatore britannico ha innescato una polemica “interessante”: tutto è destinato a rientrare, ma certe parole potrebbero lasciare il segno.

Morale della favola al di là delle scaramucce diplomatiche: il mondo è in mano a una manica di incapaci e di irresponsabili. Quando appaiono sul video, mi vengono i brividi. Fra Trump, Putin, Xi Jinping, kim Jong-un, Netanyahu e c. non saprei chi scegliere. Ho espresso questo sconcerto in un recente colloquio con un mio conoscente, il quale, molto più maggiorenne e vaccinato del sottoscritto, mi ha risposto con rassegnazione che questi personaggi non fanno che interpretare il copione del potere.  In parte ha ragione, solo in parte. Un Trump non vale un Obama, un Netanyahu non vale un Peres, una May un Blair e via discorrendo. Il cinismo della politica dovrebbe trovare almeno qualche limite. Forse sono un illuso, ma, pensando a Giorgio La Pira, credo che si possa lavorare alacremente per assetti internazionali diversi anche e soprattutto partendo da uomini diversi.

Mi complimento con l’ambasciatore Kim Darroch, che ha avuto il coraggio di sciacquarsi la bocca e di dire la verità. Non resta che sperare in un rigurgito di storica civiltà, di autorevole autonomia e abile diplomazia da parte dell’Europa e in una liberazione italiana dal gioco populistico amoreggiante verso Trump e Putin.  Devo ammettere però che anche Putin ha recentemente detto una grossa verità in riferimento alla situazione libica: il casino è stato creato dai Paesi della Nato, Francia in testa, che sono entrati con l’avida e spregiudicata delicatezza di un elefante nella intricata e sporca cristalleria mediorientale. Purtroppo nessuno è senza peccato e tutti scagliano pietre. Al momento il convento ci passa una minestra trumpiana, un secondo piatto putiniano, un contorno coreano, una frutta cinese e un dolce-amaro europeo. Urge qualche cuoco fantasioso.

 

La pancia prevale sul cuore

Durante la conferenza stampa al ritorno dal viaggio a Rabat, capitale del Marocco, papa Francesco, in una delle sue ormai consuete e ficcanti esternazioni “ex aereo”, affrontando lo spinoso argomento dell’immigrazione e della relativa accoglienza, vergognosamente irrisolta nel ping-pong tra Stati e tra questi e l’Unione Europea, ha dichiarato senza reticenza alcuna: «Una volta ho parlato con un governante, un uomo che io rispetto e dirò il nome, con Alexis Tsipras. E parlando di questo e degli accordi di non lasciare entrare, lui mi ha spiegato le difficoltà, ma alla fine mi ha parlato col cuore e ha detto questa frase: “i diritti umani sono prima degli accordi”. Questa frase merita il premio Nobel».

Ebbene, i Greci non solo non hanno proposto Tsipras al Nobel per la pace, ma lo hanno mandato a casa, preferendo votare una coalizione di centro-destra. Faccio fatica a capire i comportamenti elettorali degli italiani, immaginiamoci se mi avventuro a interpretare il voto greco, in una nazione martoriata da gravi vicende economico-finanziarie vissute sull’orlo del baratro e col rischio di uscire dalla Ue.

Mi limito ad una riflessione a livello generale e di carattere etico-politico. Stiamo vivendo un periodo in cui trionfa il consenso ai personaggi che illudono i cittadini con egoistiche, nazionalistiche e populistiche bacchette magiche. Basta parlar male degli immigrati e dell’Unione europea per conquistare facili consensi. Basta fregarsene del discorso umanitario e ripiegare su quello “utilitario” per raccogliere voti a raffica. Basta preferire la brutale certezza della pancia alla problematica incertezza del cuore per raggiungere l’adesione acritica della gente.

Sta avvenendo in tutto il mondo con qualche rarissima e marginale eccezione. La gente vuole che in politica due più due facciano quattro, che chiudere i porti e alzare muri basti a risolvere il problema di migliaia di persone alla ricerca di uno spazio vitale, che alzare la voce a Bruxelles sia sufficiente per trovare un favorevole assetto a livello europeo, che darla su ai pazzi scatenati che governano il mondo ci introduca nel paradiso di (lor) signore e signori.

Non è tanto questione di destra e sinistra o meglio è questione di destra e sinistra, liberata finalmente dalle anacronistiche questioni ideologiche e rivisitata con l’occhio alle nuove problematiche. La frase di Tsipras, sottolineata da papa Francesco, è veramente emblematica: “i diritti umani sono prima degli accordi”.

Mia madre aveva adottato uno stile di vita, che le aveva consentito di collocare a pieno titolo il suo modo di essere nel contesto socio-culturale dell’Oltretorrente parmense, pur non essendo in linea con le opzioni comuniste degli abitanti del quartiere. Aveva scelto di aderire convintamente ai comportamenti solidali che vedevano protagoniste soprattutto le donne abitanti del quartiere (dal piasäl = piazzale Inzani, cuore appunto dell’Oltretorrente): le questue a favore delle famiglie colpite da un lutto, il sostegno agli operai che perdevano il lavoro e via discorrendo, in una forma spontanea, primordiale e geniale di protezione sociale. Queste donne avevano intuito con decenni di anticipo i meccanismi dello “stato assistenziale” e mia madre, pur non condividendo l’ispirazione di carattere marxista, era coprotagonista, cristianamente ed umanamente, delle iniziative. Con tanta spontaneità di cuore aveva messo il rispetto dei diritti umani prima è alla base della politica e della convivenza civile.

A distanza di mezzo secolo non è così, non lo facciamo, anzi non tentiamo nemmeno di farlo.  E allora gli Tsipras, con tutti i loro difetti, non possono che andare a casa, i Salvini, con tutti i loro pregi, trionfano.

 

Tra integrazionismo e razzismo

L’occasione fa l’uomo ladro, la migrazione fa il cittadino razzista. Stiamo assistendo a una diffusa tendenza alla discriminazione e all’odio razzista? Qualcuno alza le spalle e finge di non vedere, qualcuno sostiene che si tratti di manifestazioni marginali e da considerare “normali” pur nella loro evidente inaccettabile trasgressività, qualcuno si rassegna ai corsi e ricorsi storici che hanno sempre visto esplodere il razzismo in concomitanza con migrazioni a livello interno e internazionale, qualcuno si consola pensando alla impossibilità di ripetere le esperienze del secolo scorso (siamo stati troppo cattivi per tornare ad essere tali), qualcuno (purtroppo pochi) lancia l’allarme ed alza la voce.

C’è allora, nel nostro Paese, questo disgustoso rigurgito razzista che trova la sua espressione nei confronti degli immigrati? Rispondo con una ulteriore domanda. Cosa sarebbe successo se l’episodio che ha visto una donna italiana, piuttosto alticcia, investire e uccidere due albanesi nei pressi di una discoteca alle luci dell’alba, fosse capitato a parti invertite? La notizia è passata quasi sotto silenzio. Figuriamoci se due albanesi in stato di ebrezza avessero travolto e causato la morte di una ragazza italiana all’uscita di una discoteca: si sarebbe scatenata una furia opinionistica, si sarebbe alzato un coro di protesta verso gli stranieri ladri, stupratori, alcolizzati, drogati, etc. etc. Non mi sento di criminalizzare quella donna protagonista della vicenda: l’iter processuale ne stabilirà eventuali responsabilità, condanne e pene. E allora perché quando succede che a commettere un reato sia un immigrato parte la generalizzazione, la squalifica globale e il senso di repulsione verso gli stranieri barbari invasori? Se non è razzismo, cos’è?

Poi, qualche volta, succede che un immigrato si renda protagonista di un gesto di generosità, e allora tutti corrono a mettersi a posto la coscienza, contrapponendo ai pochi buoni un’orda di cattivi. Gli immigrati non sono né buoni né cattivi, sono uomini come noi, costretti a vivere situazioni drammaticamente difficili, messi di fronte al bivio tra il rifugio esistenziale nella delinquenza e il difficile percorso dell’integrazione sociale. Noi pensiamo di risolvere il problema enfatizzando la scelta delinquenziale e ponendola al pubblico ludibrio non capendo che invece il problema va affrontato partendo dall’integrazione di queste persone nel nostro tessuto sociale ed economico, partendo soprattutto e innanzitutto dal loro lavoro, che tra l’altro ci è utile per non dire indispensabile.

A questi soggetti prima bisogna offrire un’accoglienza degna di questo nome, una chance di inserimento, una occasione di guadagnarsi da vivere lavorando onestamente, poi si potrà perseguire chi delinque e chi preferisce la scorciatoia dell’illegalità. Invece stiamo stringendo gli immigrati in una morsa fatta di pregiudizi e spesso offriamo loro due possibilità: essere sfruttati di brutto, lavorando con paghe assurde e vivendo in modo bestiale, oppure darsi alla latitanza delinquenziale diventando protagonisti attivi e passivi di droga, prostituzione, etc. etc.

Il fenomeno migratorio, che peraltro non ha la dimensione catastrofica che vogliamo strumentalmente far credere, è complesso da tutti i punti di vista e va affrontato con senso umanitario e con capacità politica ed organizzativa. La deriva razzista non serve a nulla se non a far stare male tutti. Mio padre, pur essendo un libero pensatore di sinistra, bollava le velleità comuniste osservando, forse un po’ semplicisticamente, come i regimi dell’est riuscissero a far star male tutti anziché provare problematicamente a far stare meglio tutti. Il discorso vale per il razzismo: criminalizziamo gli immigrati, ci autocriminalizziamo a livello culturale e sociale, creiamo un clima conflittuale e asfissiante mettendo in contrapposizione le povertà autoctone e di importazione, gridiamo al lupo, alziamo barriere e non capiamo di avere tutti tutto da perdere. Contenti noi…

Il tranello dello scontro violento

Ascoltando le prepotenti ed infuocate dichiarazioni di Matteo Salvini, penso al clima di intolleranza e odio che possono scatenare soprattutto nelle menti deboli e nei fanatici sempre in agguato. Forse il leader leghista non si rende conto dell’impatto incendiario che le sue strampalate tesi possono avere: una cazzata oggi, una domani, non vorrei che presto o tardi qualcuno reagisse in modo violento. Sì, perché, al di là del tono da osteria e delle connotazioni triviali, il suo parlare contiene una carica di violenza verbale a cui qualche soggetto potrebbe pensare di rispondere con violenza reale.

Per ora fortunatamente la violenza trova riscontri solo cartellonistici e murali. L’ultima scritta è apparsa su un muro di Bologna: “Salvini muori”. Benissimo ha fatto a reagire Lodo Guenzi, il leader dello Stato sociale, un affermato gruppo musicale: «Se fra una settimana è ancora lì, la cancello io. È davanti a casa mia e ogni mattina spero di trovarla cancellata. Lasciamo ad altri questo schifo e scegliamo l’intelligenza, il paradosso, l’ironia, il gioco, la poesia e la passione. Anche nello scontro, soprattutto nello scontro. Perché frasi come queste sono merda fascista, e non fanno che costruire una società fascista».

Sono perfettamente d’accordo con Guenzi, il quale parte dalla seguente considerazione: “la leggerezza è la migliore arma per dire qualsiasi cosa, ma solo se hai qualcosa da dire; se non ce l’hai devi essere un po’ tronfio, serio, devi mostrare un atteggiamento”.  Sembra il ritratto di Salvini. Il problema è che il non avere niente da dire e il dirlo con cattiveria innesca reazioni a catena. Sarà bene darci un taglio alla svelta prima che sia troppo tardi. Prima o dopo Salvini se ne andrà a casa, ma il pericolo è che lasci dietro di sé una indelebile scia di odio e violenza, che faccia regredire la cultura e il dibattito politico riducendoli ad un letamaio, ad una fogna a cielo aperto.

In molti si interrogano su Salvini e la sua vocazione autoritaria, la sua spinta dittatoriale, il suo protagonismo antidemocratico. È un atteggiamento che rischia di fare il suo gioco: dargli troppa importanza, prenderlo sul serio, reagire in modo impegnato, finiscono con aumentare l’attenzione verso un fenomeno da baraccone. Sono perfettamente d’accordo con Erri De Luca che lo definisce un guappo di cartone, un cane da guardia o un buttafuori, oltretutto inefficiente.

Le reazioni violente rischiano invece di vittimizzarlo e “santificarlo subito”; il combatterlo con stupide e riprovevoli minacce finisce col portare acqua al mulino dove ci si infarina inevitabilmente. Qualcuno mi considererà un aristocratico, uno snob con la puzza sotto il naso. Preferisco la mia puzza a quella derivante dal rotolarmi in un patetico scontro tra Salvini e il resto del mondo.

Con Guenzi si è congratulato il commissario provinciale della Lega, Carlo Piastra: «Non sono un grandissimo fan dei cantanti che fanno politica, ma il suo gesto dimostra grande intelligenza ed educazione»: il deputato leghista si chiede perché non sia stato il Comune a muoversi per primo, in quanto Salvini non è solo il capo di un partito, ma il ministro dell’Interno e rappresenta le istituzioni. Avrebbe fatto meglio a tacere. Non si tratta infatti tanto di rimuovere una scritta per difendere la reputazione di un ministro, ma di cambiare stile politico trasferendolo dalla cialtroneria alla ragionevolezza. Da entrambe le parti, anzi partendo dalla parte che dovrebbe, come dice la Costituzione, ricoprire le cariche pubbliche con disciplina ed onore.

Resto molto preoccupato per il clima di odio che si va instaurando. Temo che lo si promuova scientificamente per poi strumentalizzarlo, facendo nascere cosa da cosa. Non bisogna quindi cadere nel tranello. Mio padre del fascismo mi forniva una lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta. Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma non vorrei che, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili. Ecco perché è pertinente il richiamo di Guenzi alla merda e alla società fasciste.

 

Bove mancino non si pianti nel fango

Mi sembra ci siano troppi esponenti politici di primo piano riconducibili, bene o male, alla sinistra, che pensano ad un nuovo partito, che vada oltre o addirittura contro il Pd. Sta diventando un esercizio in cui molti si impegnano e mi spaventa l’idea che possa diventare solo il gioco politico dell’estate. Non c’è dibattito, intervista, editoriale, discussione in cui non venga posto questo problema.

C’era una vecchia e simpatica canzona napoletana scritta nel 1944 da Raffaele Cutolo (parole) e Giuseppe Cioffi (musica) con la celebre interpretazione principale di Nino Taranto: Dove sta zazà. Il brano ebbe un enorme successo e fu tradotto in varie lingue, oltre ad essere citato da pubblicazioni di ogni genere. Ad esso si ispirarono diverse rappresentazioni teatrali, principalmente riviste e un film cinematografico. Cutolo, arrivando quasi a rinnegarla, descrisse Dove sta zazà definendola “una canzoncina cretina come tutte le altre”. La canzone racconta la misteriosa scomparsa di una donna di nome Zazà nel bel mezzo della festa di San Gennaro, dove si trovava insieme al compagno di nome Isaia, che è anche il narratore dell’intera vicenda. Dopo averla cercata invano, Isaia torna l’anno seguente alla festa, dichiarando però che, se non troverà Zazà (che è tanto bella), si accontenterà di sposarne la sorella.

Ho fatto questo tuffo nel passato, perché mi sembra che si possa mettere tranquillamente il Partito Democratico al posto di Zazà: Dove sta il piddì. La ricerca invece rischia di diventare, per dirla con Cutolo, “una questioncina cretina come tante altre”. In questo momento tutti stanno parlando nella mano a Nicola Zingaretti, il nuovo segretario, che, per la verità, non mi entusiasma. Ma questo conta poco.

Passo in rapida rassegna alcuni che stanno pensando a una nuova “cosa” di sinistra: Matteo Renzi, Carlo Calenda, Giuseppe Sala, senza dimenticare l’assordante brusio in campo cattolico. Si fa un gran parlare di ritorno alla logica del centro moderato, quel centro di degasperiana memoria, che dovrebbe guardare a sinistra, quella moderazione di morotea memoria, che dovrebbe far digerire ai cattolici, prevalentemente di destra, una politica orientata al progresso sociale e all’evoluzione politica. Mentre Renzi evoca questo glorioso passato senza avere le basi culturali e il carisma per riproporlo in chiave moderna, e Calenda tende a enfatizzarne i contenuti governativi di stampo liberale, liberista e libertario (per dirla con Marco Pannella) senza possedere lo spessore politico strategico, Giuseppe Sala (ringalluzzito e rinvigorito dal recente successo in chiave olimpica) si considera un moderato radicale, che, evitando la orizzontalità della politica  e le etichette (destra, centro, centrodestra, sinistra, centrosinistra), propone di parlare dei temi (giustizia sociale e ambiente) per connotare la sinistra progressista.

Hanno ragione tutti: chi infatti può negare che l’area di centro debba essere attenzionata e coinvolta non tanto come luogo politico ma come modo di porsi di fronte alla realtà politica; chi può trascurare il fatto che la sinistra debba fare i conti con una sistema economico capitalistico profondamente cambiato di cui però non si possono mettere in discussione i presupposti (per arrivare con Giorgio Ruffolo ad affermare, con un pizzico di cinismo, che abbia i secoli contati); chi può essere in disaccordo con un metodo che parta dai contenuti e dai temi forti e caldi per imbastirvi sopra una strategia politica.

Un discorso a parte merita l’inquietudine di un certo mondo cattolico, giustamente vedovo dell’ispirazione cristiana, alla ricerca di una progettualità su cui richiamare a raccolta i cattolici e non solo, per proiettare sul futuro italiano una politica partente dai valori, non per fare il verso alla DC, ma al fine di recuperare un patrimonio attualmente messo in soffitta o in cantina. Si pensi, ad esempio, al discorso dell’immigrazione: forse solo partendo dall’umanesimo cattolico si può arrivare a elaborare una politica seria di gestione del fenomeno.

Mi auguro che questo gran parlare non diventi un ciarpame sinistrorso, una congerie di roba vecchia e di nessun pregio, una tattica per riprendersi dai Knock out elettorali e guadagnare il centro del ring per poi magari perdere ai punti contro i pesi massimi della comunicazione. Ho partecipato spesso all’ansia di rinnovamento della politica ed ai relativi movimenti: quasi sempre si arrivava al nuovo (?) partitino che durava poco e non cambiava niente. Alla cosiddetta fusione fredda del PD non sostituiamo quella calda di non si sa cosa.