Il Conte Dracula

Ho seguito integralmente grazie a Radio Radicale (lunga vita!) l’informativa al Senato del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il dibattito che ne è seguito sulla questione Russiagate. Uso volutamente questo termine, peraltro non troppo originale, perché non saprei come richiamare e definire in due righe il problema che si è scatenato relativamente ai rapporti tra il ministro Salvini e/o suoi presunti “scagnozzi” (?) con la Russia.

Ho già fatto e scritto le mie riflessioni e non ci ritorno sopra. Voglio invece ragionare un attimo su quanto sta emergendo nei rapporti fra il premier Conte, i suoi ministri e i partiti della sua maggioranza. Il presidente del Consiglio sta navigando a vista e tentando di evitare gli ostacoli prendendo regolarmente le distanze ora dall’uno ora dall’altro partito sui diversi temi scottanti che stanno venendo al dunque. Non si tratta di mediazione: Conte infatti sui vari problemi non riesce, e forse non tenta nemmeno, a trovare un onorevole compromesso, ma si schiera con l’uno o con l’altro a seconda dei casi.

Sul Russiagate si è distinto dal vicepremier Salvini andando in Parlamento, laddove il ministro si è ben guardato dal presentarsi, facendo una scontata difesa d’ufficio del governo e lasciando intatta la confusione esistente, anzi aumentandola, basti pensare che i grillini in gran parte non hanno partecipato alla seduta in segno di protesta contro l’atteggiamento strafottente del leader leghista e che i leghisti hanno sollevato un polverone storico evocando una notte in cui tutti i gatti sono bigi.

Sulla Tav si è distinto dal M5S e dal ministro Toninelli, sostenendo che bisogna andare avanti non essendo possibile fare marcia indietro, facendo incazzare i grillini schierati sull’improbabile revisione del progetto, invitandoli a rimettere nel cassetto il parere della commissione all’uopo incaricata e quindi mettendo sostanzialmente a cuccia i mastini anti-tav, che hanno preannunciato sfracelli protestatari.

Sull’autonomia regionale ha fatto incazzare i governatori leghisti, che lo hanno attaccato duramente, attestandosi sulla posizione difensiva delle prerogative centrali soprattutto in materia sanitaria e scolastica. Sulle procedure per il confronto coi sindacati e le forze sociali in materia economica e fiscale ha bacchettato duramente le estemporanee iniziative salviniane, ricominciando tutto daccapo.

Qualcuno dirà che sta dando un colpo al cerchio e uno alla botte per riuscire a sopravvivere, qualcun altro pensa che stia prenotando lo scranno per il prossimo governo o la leadership del M5S allo sbando.  Personalmente credo di averlo politicamente sottovalutato: è un osso molto più duro di quanto si potesse immaginare. Sembrava il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Invece da burattino che ispira tenerezza si sta trasformando in burattinaio che ispira simpatia: resta purtroppo intatto il teatrino dei burattini a cui è ridotto il governo nel suo complesso.

E (non) stiamo a guardare le stelle

L’ex ministro Dario Franceschini, esponente di spicco del Partito Democratico, ha giocato d’anticipo rispetto all’involuzione politica in corso e in una intervista ha proposto l’apertura di un dialogo con i Cinquestelle. Egli ritiene un errore aver assimilato, in un respingimento totale, Lega e M5S e di conseguenza aver chiuso i ponti con l’elettorato grillino, in buona parte proveniente dalle file della sinistra.

Ne è scaturita immediatamente una contrapposizione con renziani, calendani e altri gruppi ed esponenti PD: il segretario Zingaretti mi è parso di capire che si attesti su un’interpretazione minimalista del pensiero franceschiniano, vale a dire sulla presa d’atto che nella maggioranza di governo ci sono due forze politiche diverse e quindi bisogna evitare che diventino un blocco, senza per questo ipotizzare improponibili accordi con i pentastellati, peraltro acidi, riottosi e presuntuosi come non mai (giovani e antipatiche zitelle in cerca di mariti impossibili).

Al di là dei toni durissimi e dei battibecchi, che dimostrano come la convivenza all’interno del Pd sia sempre più problematica, il ragionamento di Franceschini non è da buttare nella pattumiera, come fa Renzi. Quando ho ascoltato in rassegna stampa l’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ho intravisto immediatamente l’edizione riveduta e (s)corretta del patto costituzionale fra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. La Dc era sfilacciata e divisa tanto come il PD, ma poteva contare su una classe dirigente di alta levatura ideale e politica; il Pci era un partito serio, dotato di grande senso di responsabilità a livello istituzionale, di cui il M5S è la pessima caricatura in senso velleitario e moralisticheggiante.

È pur vero che, in mancanza di meglio, le nozze si possono fare anche coi fichi secchi, ma mi sembra effettivamente un po’ eccessiva l’apertura di credito franceschiniana: se andiamo bene a vedere non sono poi tante le differenze fra Lega e M5S. Non so se accenda più odio Salvini con le sue muraglie marittime o Di Maio con le sue insulse e cerchiobottistiche posizioni. Non so se sia preferibile la strumentale difesa della centralità dello Stato alla barricadera autonomia regionale rafforzata. Non so se sia meglio il no pregiudiziale e giustizialista alla Tav e a certi investimenti infrastrutturali rispetto all’affaristica voglia di opere pubbliche. Non so se alla chiusura drastica verso il fenomeno migratorio sia da preferire il comportamento da pesce in barile dei grillini. Non so se faccia più pena la collocazione europea dei leghisti o l’europeo girovagare senza meta dei pentastellati.

Forse mentre il dialogo con la Lega appare francamente assurdo, quello col M5S non è così paradossale e schifoso. Non vorrei che il discorso dei rapporti con i grillini diventasse il pretesto politico per coprire il vuoto ideale, strategico e programmatico del partito democratico. Capisco il dente avvelenato di Renzi, ma non si può fare politica con i risentimenti e le pulsioni emotive. I renziani, oltre tutto, dovrebbero anche guardare in casa propria e non ergersi a salvatori della patria. Probabilmente sarà il tormentone a sinistra di questa estate. Al momento lascerei che la situazione governativa si chiarisse, rispetterei gli orientamenti di Mattarella, metterei davanti a tutto gli interessi del Paese e proverei a ricompattare nei fatti il Pd, un partito dilaniato dagli ideologismi, dai personalismi, dai burocratismi, dalle ripicche e dai richiami delle anacronistiche foreste (senza essere sicuro che sia possibile, diversamente…).

Dalla Russia con (equivoco) amore

Qualcuno ipotizza che la vicenda Russia-petrolio-Salvini sia tutta una montatura, un tranello, confezionato ad arte per rovinare la reputazione e l’immagine del leader leghista provocandone la caduta dagli altari elettorali alla polvere affaristica. Non si può escludere questa eventualità, tanto è vero che preferisco valutarne gli aspetti politici, vale a dire un’inquietante opzione russa nei rapporti internazionali, in netta, sbrigativa e strumentale controtendenza rispetto alle storiche e tradizionali alleanze italiane ed europee.

Ipotizziamo pure, con molta cinica fantasia, che Matteo Salvini sia rimasto vittima di una macchinazione, ordita da poteri occulti al fine di screditarlo sullo scivoloso terreno dei rapporti fra politica e affari, lui che appartiene a quel partito, che esibiva in Parlamento il cappio per i corrotti ai tempi di tangentopoli. A parte il fatto che il deus ex machina leghista può vantare un consenso a prova di bomba calunniosa, non sarebbe la prima volta che succedono fatti simili.

All’inizio degli anni duemila Romano Prodi fu invischiato in una questione di spionaggio, che si rivelò totalmente infondata e che era stata cavalcata in Italia a livello politico e mediatico: Prodi era accusato di essere addirittura un agente segreto russo sotto copertura. Tutto si risolse in una bolla di sapone, che tuttavia aveva creato non poco imbarazzo ad un personaggio di primissimo piano, strumentalizzata in modo subdolo e volgare dagli ambienti di centro-destra.

Cosa intendo dire? Chi è senza peccato scagli la prima pietra, chi la fa l’aspetti etc. etc. Le manciate di fango, le calunnie, gli sputtanamenti vari sono purtroppo una costante della storia. D’altra parte la guerra con l’Iraq è stata dichiarata sulla base di prove fasulle: tutti ricordiamo nel 2003 la provetta di antrace esibita al consiglio di sicurezza dell’Onu da Colin Powell, allora segretario di stato americano, che parlò di un grosso faldone dei servizi segreti sulle armi biologiche dell’Iraq e di laboratori mobili per la produzione di quelle armi. Si scoprì anni dopo che il tutto era stato abilmente e falsamente confezionato e che quindi una guerra con migliaia di morti era stata provocata sulla base di vere e proprie falsità. Roba da matti!

Questo non vuol dire che sia corretto il rifiuto salviniano a rispondere in Parlamento. Così come un po’ più di prudenza nel tessere i rapporti internazionali sarebbe oltre modo necessario. D’altra parte di cosa ha paura Salvini? Silvio Berlusconi, l’amicone di Putin, garantisce che non sia successo niente. Sembra invece che, nonostante le ostentate e reiterate boutade, il leader leghista nutra qualche preoccupazione: da una parte c’è chi svacca tutto a livello di intrigo internazionale, dall’altra chi intravede ammissioni di colpa nel comportamento crisaiolo notevolmente accentuato da Salvini. Non mi piace questo modo di fare politica e informazione, sono costretto ad assistere a queste vicende. La politica salviniana mi fa ribrezzo a prescindere dal petrolio e dagli affari italo-russi. Paradossalmente, fra le tante cazzate dette e fatte, quella presumibile di fidarsi di faccendieri è forse la meno grave. Se poi dovesse essere provato che alla Lega sono arrivati fondi sporchi dalla Russia, sarebbe per me solo una piccolissima goccia di un vaso già drammaticamente traboccato.

 

Arrivano i nostri: i lombardo-veneti

Il temporale è nell’aria e da qualche parte andrà a sfogarsi: si intravede una sicura tempesta con una successiva incerta quiete. Mi riferisco al clima governativo, alla crisi strisciante, che ci portiamo dietro fin dalle strane origini del contratto pentaleghista. Più che nel tentativo in extremis di ricomporre il quadro politico, i protagonisti della scena sembrano impegnati nella ricerca del pretesto più plausibile per chiudere col botto un’esperienza travagliata e sconclusionata.

Da sempre si cerca di scaricare sull’alleato la responsabilità della rottura in modo da lucrarne elettoralmente l’impressione negativa, sperando che i cittadini siano in grado di effettuare un’analisi critica tale da passare al vaglio i buoni e i cattivi della vicenda che va a chiudersi. Il M5S ha già i suoi grattacapi, ma forse ha già fatto la cura dimagrante ed è preparato alla prova costume. La Lega invece sembra andare sul velluto, ma forse è ingrassata troppo e i suoi nuovi abiti rischiano di andare stretti e quindi occorre ricercare nell’armadio quelli vecchi più larghi e comodi.

Ecco infatti ritornare di moda l’abito secessionista, riveduto e corretto dai sarti lombardo-veneti. Ai tira e molla governativi sull’autonomia regionale rafforzata il presidente del Veneto Zaia, l’uomo più rappresentativo ed autorevole della periferia leghista, si dice “basito”: «Sono trascorsi 636 giorni dal referendum e più di un anno dalla formazione di questo governo, non c’è neppure l’alibi di dire che le Regioni non abbiano fatto il lavoro che spettava loro. Di fronte a tutto questo non posso non affermare che questa è un’autentica presa in giro e che Conte non può prestarsi a procrastinare ancora. Siamo stanchi anche di sentire dire a Conte che lui sarà il garante dell’unità nazionale, un refrain ormai stucchevole; se sono davvero convinti che tutto quel che facciamo è contro l’unità del Paese, vadano in Parlamento e modifichino la Costituzione. Siamo in un Paese in cui per alcuni applicare l’articolo 116 terzo comma della Carta costituzionale, la legge fondamentale dello Stato, significa minare le basi della Repubblica.  È allucinante, non siamo più disposti ad aspettare, vediamo dichiarazioni che non c’entrano nulla con l’intesa sull’autonomia. A nome dei 2 milioni 328 mila veneti che hanno votato per il sì all’autonomia dico che siamo stanchi, stanchissimi, La misura è colma».

La Lega, dopo essersi impropriamente seduta ai tavoli sovranisti e nazionalisti, sta tirando fuori il proprio mazzo di carte e sta calando un pesante carico. Finalmente la riconosco, perché gioca onestamente e a carte scoperte. Matteo Salvini distratto dagli altri problemi, ha lasciato campo ai governatori leghisti, ha concesso un certo revival alla più genuina anima bossiana. È una mossa tatticamente abile, ma che rischia di dipingere la Lega come la “sfasciacarrozze”, consegnando ai grillini la finta arma della difesa dell’unità nazionale, brandita maldestramente da Giuseppe Conte: «Con l’autonomia lo Stato cede competenze legislative e amministrative alle Regioni, è la prima volta che avviene. Beh, che lo Stato debba cedere tutto può essere auspicio di altri, non è il mio. Il filo conduttore è questo: chi è in cabina di regia di governo, ha bisogno di realizzare strategie nazionali. Se delego tutte le funzioni alle Regioni, quali strategie posso perseguire? Il mio intento è cedere quelle che possono essere svolte meglio dalle Regioni, ma conservando una strategia a livello nazionale».

Se è vero, come è vero, che la Lega ha portato la politica al bar di periferia, invece dei frizzi e dei lazzi da osteria, dei rutti e delle pernacchie da trivio, è un bel passo avanti giocarsi a briscola l’essere padroni in casa propria. Il M5S in questo gioco ha in mano il due di coppe ed è costretto a chiamarsi fuori. Il temporale tende a spostarsi prima da Strasburgo e Bruxelles a Roma, poi da Roma si porta sul “profondo” Nord- Italia. Dove si scaricherà definitivamente lo vedremo. Speriamo non faccia danni irreparabili e non si debba dichiarare lo stato di emergenza costituzionale. Sarebbe la tempesta dopo la tempesta!

 

La terra, la luna e tu

La luna ha cinquant’anni e non li dimostra. Siamo noi che, nei cinquant’anni dall’aver messo il piede su di essa, siamo invecchiati malissimo. Lei continua ad illuminare le nostre notti e noi continuiamo ad oscurare i nostri giorni. Ci siamo illusi di inaugurare una nuova era facendo “un grande passo per l’umanità” e invece siamo rimasti col piede incerto e sollevato alla ricerca di un approdo sicuro.

Lo scetticismo di quei giorni era incarnato dai tifosi dell’Unione Sovietica, che si nascondevano dietro il dito etico del miglior utilizzo umanitario dei fondi spesi per arrivare fin lassù; dagli atei permalosi che nelle conquiste spaziali trovavano una prova dell’inesistenza di Dio; dai retroscenisti di sempre che vaneggiavano alla ricerca di una colossale bufala di stampo americaneggiante;  dai disfattisti che vedevano il rischio di una scienza fine a se stessa, inutile nelle sue stucchevoli esercitazioni.

Si sbagliavano tutti, ma, siccome sbagliando s’impara, abbiamo imparato tutti che forse era meglio vivere come bruti piuttosto che seguir virtude e conoscenza. Cosa vuoi? la luna? Ebbene ce l’hanno data e ci sembrava di aver toccato il cielo con un piede, se non che abbiamo visto ancor meglio la piccolezza della terra e ci siamo attaccati ad essa e l’abbiamo rovinata sotto gli occhi attoniti di una sussiegosa luna.

“Perché tarda la luna? Faccia pallida! Mòstrati in cielo! Presto! Vieni! Spunta! O testa mozza! O squallida! Vieni! O esangue! O squallida! O taciturna! O amante smunta dei morti! O taciturna, mòstrati in cielo!”. Così si canta provocatoriamente nella pucciniana Cina di Turandot.

È meglio vivere una notte piena di luci o un giorno senza luce? Abbiamo scandagliato la luce della notte e abbiamo trascurato quella del giorno. Cinquant’anni…la luna è sempre al suo posto e noi siamo sempre più furi posto. Quella notte, avevo diciannove anni, mio padre era ingenuamente soddisfatto di poter morire dopo l’avverarsi di un simile sogno, mia madre, senza saperlo, era la nostra luna famigliare e quindi giocava in casa, mia sorella si appassionava nel prevedere le conseguenze politiche negli equilibri internazionali. Stavamo saltellando sulla luna e non ci accorgevamo che sarebbe stato inevitabile precipitare in terra.

“Casta Diva, che inargenti queste sacre antiche piante, a noi volgi il bel sembiante senza nube e senza vel. Tempra, o Diva, tempra tu dei cori ardenti, tempra ancor lo zelo audace, spargi in terra quella pace che regnar tu fai nel ciel”. Così canta devotamente la belliniana e mitica Norma.

 

Berlusconi for ever

Nel 1994 la politica, uscita piuttosto malconcia da Tangentopoli, fu presa in contropiede da Silvio Berlusconi, che presentò agli elettori una combinazione tra il nuovo partito di centro (Forza Italia), il nuovo partito di destra annidato soprattutto al sud (Alleanza Nazionale), il partito dell’anti-politica annidato soprattutto al nord (Lega). I protagonisti di quella stagione politica erano rispettivamente Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi. Pur con alterne vicende e fra alti e bassi, l’operazione durò circa un ventennio. Le orge di palazzo, gli ictus cerebrali, le vicende giudiziarie, le velleitarie scissioni, le sputtanate internazionali segnarono la fine di una triste epoca, che ha contaminato la vita politica, lasciandola a metà strada fra un regime e una cronica confusione partitica.

La storia si sta ripetendo, alla faccia di chi esclude questa possibilità, con personaggi, equilibri e partiti relativamente nuovi. Il dominus è Matteo Salvini, leader di una irriconoscibile e rimasticata Lega, che ha mantenuto la vena populista, accentuato la tentazione razzista e ricollocato il partito in una logica nazionalista.  Il gregario di lusso è Giorgia Meloni con i suoi Fratelli d’Italia, leader di un assurdo partitino, che ha perso per strada ogni velleità di democratica revisione destrorsa per riciclarsi in chiave estremista. Due personaggi in cerca d’autore, mentre l’unico rimasto a continuare un certo discorso è Silvio Berlusconi, rimasto, con pochi ma carissimi amici, a reggere la coda di una destra, che fa fatica a sopportarlo e lo riduce al ruolo di vecchio nonno che gira per casa in mutande.

Berlusconi è il leader e il notabile di se stesso: non si capisce se resti in campo solo per difendere a denti stretti le sue finanze o se rimanga nell’agone politico in ossequio al proprio ipertrofico ego e in conseguenza del disturbo narcisistico di personalità che lo tormenta. I consensi forzitalioti si stanno sciogliendo come neve al sole salviniano, tuttavia lui continua a pavoneggiarsi fingendo di non vedere i tradimenti, le congiure, le insofferenze che lo circondano. Confesso di essere passato nei suoi confronti da una sussiegosa repulsione etico-politica a una compassionevole (dis)attenzione pseudo-politica.

Tuttavia, come spesso accade, andava meglio quando andava peggio. Come era bello quando eravamo piccoli e ci “godevamo” le pagliacciate berlusconiane, le sbruffonate bossiane e le dissertazioni finiane. Sembrava tutto uno scherzo, un sogno diventato un incubo, da cui ci siamo risvegliati per ripiombare in una realtà ben peggiore, costretti a vivere con addosso la cattiveria salviniana e la crassa ignoranza meloniana.   Nulla può un vecchietto arzillo e pettoruto, a cui cede la femminil virtù e che tenta disperatamente di giocare ancore le sue carte visibilmente truccate. Resta soltanto una perniciosa amicizia con Vladimir Putin e una disgraziata assonanza con Donald Trump: un precario filo di continuità, quanto rimane del berlusconismo, che funziona ancora da bullistica inculturazione per i senza cultura.

 

 

Il governo non c’è e si vede

A livello governativo ci sono sul tavolo quattro questioni molto rilevanti: i rapporti con la Ue per la definizione degli organigrammi istituzionali, la manovra economica per il prossimo anno, l’autonomia regionale e i rapporti fra Parlamento e governo in generale e nello specifico relativamente al presunto “Russiagate”.

Il voto sulla nomina di Von der Leyen a presidente della Commissione Europea ha spaccato i parlamentari riconducibili alla maggioranza italiana: i leghisti hanno votato contro e i grillini a favore, evidenziando una grande differenza strategica e tattica.

Sulla manovra economica non solo si vedono divergenze di contenuti, con l’infinito balletto della flat tax, ma addirittura si assiste a trattative parallele tra Lega e parti sociali da una parte e dall’altra il dialogo, tuttora in stand by, ad iniziativa del governo con le stesse parti sociali: si è verificata una vera e propria falsa partenza leghista, bollata come scorrettezza istituzionale (sic!) dal premier stesso, ormai in vena di aprire i rubinetti.

Sull’autonomia regionale le forze politiche di maggioranza non riescono a trovare la quadra: mentre la Lega spinge sull’acceleratore, il M5S schiaccia il freno, Salvini vuole onorare il debito verso le regioni e le ragioni del Nord, i pentastellati non vogliono perdere il filo di contatto con l’elettorato del Sud.

Sul Russiagate Matteo Salvini snobba bullisticamente il Parlamento mentre il premier Conte sacralizza il rapporto con le Camere e si appresta a rispondere alle loro richieste di chiarimento, per quanto potrà, sulla vicenda degli eventuali fondi russi e sulla delicata commistione tra affari e politica internazionale, ma soprattutto sulle linee di politica estera del nostro Paese.

Non abbiamo convergenze parallele, ma divergenze incrociate. Non esiste da tempo una plausibile linea comune nel governo Conte, su tutto ci sono diversità rilevanti e incompatibili. Non si tratta, come si continua a ciarlare nei media, di capire quando finirà il governo pentaleghista, ma di prendere atto che è già finito anche se sopravvive per l’accanimento terapeutico dei due partiti, che giocano continuamente di rimessa temendo di scoprirsi troppo formalizzando una rottura sostanziale presente nei fatti.

Nella cosiddetta prima repubblica si aprivano le crisi di governo con eccessiva disinvoltura, ora la crisi di governo non ha soluzione di continuità e l’eccezione di qualche sporadico accordo conferma la regola della discordia: il contratto è da tempo nel cassetto e non poteva che finire così. È meglio un cattivo governo che nessun governo. Ebbene stiamo riuscendo a soffrire contemporaneamente entrambe queste eventualità. Di questo triste periodo di vacanza dalla politica soffriremo le conseguenze per parecchio tempo. Viva Salvini, Viva Di Maio, viva Conte!

La commissaria dal bel volto umano

Guardo a Von der Leyen, la neoeletta presidente della Commissione europea, con un po’ di speranza per una serie di semplici motivi. Innanzitutto perché è una donna con un volto e un’espressione molto femminili: da una donna, sulla base del mio incallito femminismo, in un ruolo di tale importanza e responsabilità, mi aspetto sensibilità ed entusiasmo, una ventata di novità dal punto di vista umano e politico.

Ho letto la sua storia personale e famigliare, piena di avvenimenti, di scelte, di figli, di impegno professionale e culturale, e, siccome penso che la capacità politica sia la risultante di tante qualità di base, sono convinto che una donna così impegnata in tutti gli aspetti della sua vita possa portare l’Europa fuori dalle secche degli equilibrismi geopolitici e dei continuismi burocratici per puntare ad un rilancio ideale e valoriale.

Ho ascoltato gran parte del suo discorso al Parlamento di Strasburgo e ne ho colto un respiro fortemente e umanamente europeista: ha avuto il coraggio di respingere le opportunistiche sirene sovraniste e le solite tentazioni pattizie, ha presentato un programma, anche giustamente ambizioso, e su quello ha chiesto il consenso e lo ha, seppur di misura, ottenuto. Tutto sommato, un buon inizio. Le auguro di tenere fede alle promesse, di essere donna in tutto e di spargere a piene mani quel sorriso smagliante di cui dispone.

Mi fa molto piacere che abbia scontentato i sovranisti in genere e quelli nostrani in particolare, i leghisti, è un buon segno! “L’Ue va rafforzata e chi vuole farla fiorire mi avrà dalla sua parte, ma chi vuole indebolirla troverà in me una nemica”: parole chiare ed inequivocabili. Gli altri rappresentanti italiani l’hanno votata ed anche questo è un segnale confortante: l’Italia prova a tornare in pista? Chissà, chi lo sa!

Quando ho sentito Von der Leyen affermare solennemente che “salvare vite in mare è un obbligo” e scattare un lungo applauso di convinta adesione parlamentare, confesso di essermi commosso: sì, perché l’Europa è un grande sogno, di grandi uomini e grandi donne, e non dobbiamo farcelo scippare da piccoli giocolieri della politica.

Al momento non mi interessano eventuali precedenti contraddizioni e incertezze della carriera politica di questa donna, preferisco guardare il suo volto, ascoltare le sue parole, crederle e augurarle un buon lavoro nell’interesse di tutti.

In pieno labirinto istituzionale

Se ho ben capito, in questi giorni il vicepremier Matteo Salvini ha convocato al Viminale le parti sociali per discutere della prossima manovra economica: un’anomalia che il ministro degli Interni prenda iniziative in un campo non di sua competenza; se lo ha fatto come vicepremier, non ne aveva, a maggior ragione, titolo, in quanto la carica di vice-presidente del Consiglio, non prevista costituzionalmente,  ha solo un valore politico e quindi può comportare iniziative solo previa accordo col presidente del Consiglio.

Alla riunione erano presenti solo esponenti governativi riconducibili alla Lega e anche questa è, a voler essere buoni, un’anomalia: si trattava di un incontro a livello di governo o a livello di partito? C’è evidentemente in atto un tentativo di identificare il governo con il partito maggiore, uscito tale dalle elezioni europee. Le anomalie sono come le ciliegie, una tira l’altra. Ultima, forse la più grave: al tavolo di confronto sedeva anche l’ex sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione, a cui è stata revocata la delega. Non poteva quindi trattarsi di un incontro a livello governativo, era un’iniziativa politica leghista. E allora come mai al Viminale? Il gomitolo si aggroviglia sempre più.

Sembra poi che durante questo discutibilissimo incontro siano stati anticipati alle parti sociali dettagli della prossima manovra economica. Il premier Conte ne ha dedotto una scorrettezza istituzionale, in quanto “la Manovra è fatta a palazzo Chigi, dal presidente del Consiglio col ministro dell’Economia e gli altri ministri interessati ed i tempi li decide il premier”. In buona sostanza in quella riunione, che probabilmente passerà alla storia per la sua stranezza, ci sarebbero stati solo dei pourparler, delle chiacchiere tra politici e sindacalisti, i primi in vena di tendere trappole strumentali, i secondi in vena di cascarci da principianti.

In un commento recente scrivevo che a Salvini ormai è tutto consentito, anche se questa ultima iniziativa non si era ancora verificata. Sono cose gravi? Sono cose dell’altro mondo, che non hanno nulla a che vedere con la democrazia e col rispetto delle sue regole. Stiamo scivolando nei bassifondi della politica extra-istituzionale. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte comincia timidamente a reagire, anche se, a stretto rigore avrebbe dovuto chiedere le dimissioni a Salvini o proporre al presidente della Repubblica di ritirargli le deleghe.

Non so se Salvini stia facendo il finto tonto o proprio non ci arrivi, fatto sta che, al termine dell’incontro di cui sopra con le parti sociali, ha dichiarato che “i tempi della manovra le detta il presidente del Consiglio, verso il quale abbiamo piena fiducia, ma prima si fa meglio è” ed ha convocato una identica riunione per il 6 o 7 agosto, aggiungendo che, “se decine di associazioni ci dicono ‘grazie per averci ascoltato’, qualcuno dovrebbe farsi una domanda e darsi una risposta”.

Io, nel mio piccolo, me la sono fatta e mi sono dato anche la risposta. Stiamo vivendo un periodo di confusione al limite dell’incredibile, stiamo giocando un gioco in cui tutti si improvvisano giocatori. Un casino pazzesco, in cui rischiamo di perdere la tramontana: attenti a non perdere nel labirinto il filo del sistema democratico!

L’oca giuliva del Campidoglio

Il problema della raccolta, del riciclaggio e dello smaltimento dei rifiuti è un grosso problema, rientrante peraltro nel più ampio contesto dell’inquinamento ambientale.  Siamo sommersi da una montagna di rifiuti, respiriamo un’aria avvelenata, guazziamo nell’acqua contaminata, la vegetazione è disastrata, ma non ci interessa se non per partecipare a qualche camminata ecologica, per fare un po’ di poesia ambientale, per protestare contro la realizzazione di certe infrastrutture.

Per decenni abbiamo privilegiato lo sviluppo economico anche a costo di rovinare l’ambiente ed ora ci ritroviamo con l’ambiente rovinato e il benessere economico precarizzato: becchi e bastonati. Forse si tratta della miopia storica più clamorosa, che si interseca con quella della separazione fra poveri e ricchi: abbiamo fatto finta di non vedere i poveri del mondo e della stanza accanto e ora essi ci presentano il conto salatissimo dello scontro sociale e dell’immigrazione.

Abbiamo messo tutto sotto il tappeto e ora ci accorgiamo di esserne condizionati: gli immigrati li vorremmo rispedire al mittente, mentre il “rudo” invade le strade della nostra capitale e non sappiamo dove metterlo. A Roma la situazione vive un’emergenza continua e non si vede uno spiraglio risolutivo: siamo all’ultima scena delle minacce reciproche fra istituzioni interessate, agli ultimatum, ai tavoli di monitoraggio, ai rimpalli di responsabilità, ai balletti macabri sulle montagne di rifiuti.

Certamente di questa situazione non sarà responsabile solo l’amministrazione comunale Raggi, ma altrettanto sicuramente la giunta Raggi non è riuscita ad affrontare minimamente il problema, che si ripresenta regolarmente. Capisco come nessuno abbia in dotazione la bacchetta magica, ma di qui alla più totale inerzia accompagnata dal viavai dei dirigenti preposti al settore passa molta ed inspiegabile strada. Presumo esista anche una complicazione nella mancanza di senso civico dei lavoratori del comparto e della popolazione romana. Non so se i romani si meritino la classe dirigente che li trascura o se gli amministratori incapaci e menefreghisti inducano i cittadini al disimpegno.

È possibile che nei due anni dalla sua plebiscitaria elezione la sindaca Raggi non sia riuscita non dico a risolvere, ma a migliorare appena la situazione dei rifiuti romani?  Abbia il buongusto di spiegare per filo e per segno la questione, presenti un suo progetto al riguardo, dica a che punto è la città e, se del caso, si dimetta. La sua inadeguatezza traspare dai pori della pelle, sembra capitata per caso in Campidoglio, capace solo di interpretare il ruolo di “oca”, con la differenza storica che le sue colleghe di un tempo seppero almeno starnazzare rumorosamente, avvertendo i romani assediati del pericolo costituito dai Galli che stavano per entrare in Campidoglio, mentre la Raggi non ha nemmeno la forza di avvertire i suoi concittadini dei pericoli incombenti ed ancor meno di farsene carico.