La paura democratica

La democrazia non si può sospendere, per nessuna ragione al mondo, anche quando sembra inadeguata a risolvere i drammi della società. Non c’è bisogno di scomodare Winston Churchill. Ebbene, il deputato del Partito democratico Ivan Scalfarotto ha compiuto un gesto altamente e provocatoriamente democratico, rientrante nelle sue prerogative, andando a Regina Coeli per verificare le condizioni di carcerazione dei protagonisti della vicenda criminale culminata in quel di Roma nell’uccisione del carabiniere Mario Cerciello.

La visita al carcere, luogo di un delicato e difficile esercizio da parte dei propri compiti da parte dello Stato, dovrebbe essere molto più praticata dai parlamentari: sono enormi i problemi riguardanti la carcerazione, riconducibili all’esigenza di trovare il giusto equilibrio fra pena e recupero del carcerato. Anche i cittadini, laicamente parlando, me compreso, farebbero bene a visitare le carceri per rendersi conto della situazione di drammatica sofferenza che in esse viene vissuta.

Mi ha stupito non tanto l’iniziativa di Scalfarotto, ma la reazione dei suoi colleghi di partito, che hanno preso le distanze da lui. Lasciamo perdere la scontata valanga di offese piovute dall’oscuro cielo popolare (?) dell’emotività anti-democratica, che non ha niente da spartire con la difesa delle forze dell’ordine e con la salvaguardia della sicurezza, e occupiamoci del segretario del Pd, che sente appunto l’esigenza di prendere le distanze. Da cosa? Dalla politica che si sporca le mani andando a mettere il naso nei punti delicati? Dalla politica che difende a tutti i costi lo stato di diritto? Dalla politica che affronta i problemi e non li elude per lisciare il pelo ai cittadini fuorviati? Dalla politica che si permette di non fare calcoli strumentali per privilegiare le questioni reali?

Non accetto i politici che subordinano le loro iniziative al mero consenso elettorale. Paradossalmente parlando, in questo momento di emotività, per andare dietro alla corrente bisognerebbe ripristinare la pena di morte. Per chi? Come se non stessimo già dando indirettamente la pena capitale ai migranti che muoiono in mare, come se non stessimo criminalizzando persino chi osa aiutare i disgraziati che cercano di vivere, come se non stessimo incarcerando tutta la società seminando paura, odio e rancore.

Ci sono due atteggiamenti per vivere la democrazia: provocarla e snidarla sostanzialmente nei suoi punti deboli; accarezzarla nel suo appeal emotivo e superficiale. Sono nettamente schierato dalla parte dei provocatori e non mi interessano i difensori d’ufficio. Caro Zingaretti, caro Fiano, caro Calenda “il coraggio, dice Alessandro Manzoni, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. È la riflessione di don Abbondio al termine del colloquio con il Cardinale Borromeo. Voi non ce l’avete e, per non sbagliare, non cercate nemmeno di darvelo. Potreste provare a parlarne con papa Francesco…

Vieni, c’è una strada nel bosco

Ricordo una gustosa barzelletta sull’aldilà. Una vecchietta muore dopo una vita esemplare e morigerata. Parte per ricevere il giusto premio e comincia a salire verso il Cielo. Va sempre più su, gli angeli e i santi cominciano a preoccuparsi. Ad un certo punto si sente una voce dal coro celeste che grida: «Vè donlètta, càsa ‘na biastumma, parchè sionò at ve in orbitä!» (chiedo scusa se ho maccheronato il dialetto).

Secondo gli ultimi dati dell’istituto di ricerca di Trieste, la Lega, dopo le elezioni europee tenutesi il 26 maggio scorso, che ne avevano già visto il trionfo col 34% dei voti, arriverebbe al 38% se si andasse a votare in questi giorni di fine luglio 2019. Rimango allibito: Salvini guadagna lo 0,2 per cento alla settimana. Eppure, per tornare alla barzelletta iniziale, di bestemmie politiche ne caccia in continuazione, ma lo premiano. Gli altri partiti sono a distanza chilometrica: il PD continua ad aggirarsi intorno al 22%, il movimento cinque stelle è al 17% circa, Fratelli d’Italia col suo 6,6% supera addirittura Forza Italia. Dati sconcertanti, totalmente al di fuori della mia logica politica.

Rado Fonda, direttore di ricerca di Swg, spiega il boom di consensi leghisti con la coerenza che Salvini riesce a mantenere e con la debolezza di tutte le altre forze politiche, che non hanno un leader forte che possa competere sul piano comunicativo con Salvini e che hanno il problema di doversi ricollocare politicamente trovandosi in una posizione poco chiara, confusa agli occhi degli elettori, i quali non riescono a capire dove quelle forze politiche stiano andando.

Superficialmente parlando l’analisi del sondaggista non fa una piega. Egli conclude infatti: “Lo stato di limbo in cui si trovano Pd, M5S e FI porta a rafforzare la Lega, l’unica che agli occhi degli elettori ha una linea chiara e coerente, anche perché di fatto si basa su pochi argomenti e temi, ma ben chiari, sui quali la linea del partito è sempre stata coerente. La coerenza in questa fase politica mantiene il consenso molto solido, la mancanza di chiarezza genera confusione negli elettori che si sentono demotivati e spinti verso l’astensione”.

Voglio seguire brutalmente e provocatoriamente questo ragionamento. Ipotizziamo di dover andare da Parma a Milano e di avere davanti quattro persone, che ci dovrebbero consigliare su quale tragitto scegliere per arrivare bene e in fretta a destinazione. Tre di esse dimostrano di non avere le idee chiare e propongono percorsi un po’ tortuosi e poco convincenti. La quarta persona dice con grande decisione: “Io a Milano ci vado tutti i giorni, vi potete fidare, conosco perfettamente la strada: si parte da Parma e si va verso Bologna, poi si arriva a Firenze, indi si risale la penisola e in poco tempo si giunge a Milano”. Discorso chiaro e la gran parte dei viaggiatori, stando ai sondaggisti, ci crederebbe, lasciando con un palmo di naso i signor tentenna incerti sul percorso da adottare. In poche parole meglio andare nel fosso che stare fermi ad aspettare.

Non sono convinto che le cose stiano in questi termini: secondo me i viaggiatori dicono di voler andare a Milano, ma in realtà non sanno dove sbattere la testa e allora, non volendo scervellarsi, si affidano al capo-comitiva, che sembra saperla lunga. Prima o poi si accorgeranno di avere sbagliato strada, a meno che non si autoconvincano che la strada è una sola, quella di Salvini ovunque porti.

 

La rana e il popolo bue

Un tempo gli andamenti politici americani prefiguravano le novità italiane, poi con l’avvento di Berlusconi il processo si è invertito e infatti la discesa in politica dell’uomo di Arcore ha anticipato di oltre un ventennio la deriva affaristica e populistica di Donald Trump. Non so dire se Trump sia un Berlusconi all’americana o Berlusconi sia stato un Trump all’italiana, fatto sta che la storia politica, da un certo momento in poi, ci ha visto vivere di esportazione più che di importazione.  Comunque una triste bilancia commerciale in cui c’è tutto da perdere.

Non so quindi se la bagarre esistente all’interno del partito democratico Usa abbia collegamenti profetici o conseguenziali rispetto alla confusione regnante nel partito democratico italiano. La giornalista inviata de la Repubblica, Anna Lombardi, la racconta così: “Una discussione vivacissima: specchio di un partito sempre più diviso, fra chi insegue il centro moderato e indeciso e chi le idee forti della nuova sinistra socialista”. Fin qui niente di nuovo: la storica diaspora della sinistra fra massimalisti e riformisti, che si sposta dall’ideologia ai problemi concreti, vale a dire al welfare, all’immigrazione, ai cambiamenti climatici, al sistema delle banche e di Wall Street.

Lasciando perdere le esasperazioni personalistiche in vista delle elezioni primarie Usa, resta la tradizionale contrapposizione fra moderati e progressisti. L’assistenza sanitaria gratuita per tutti è irrealistica o doverosa? Per affrontare l’immigrazione occorre rafforzare i confini territoriali e valoriali o questa opzione è da considerare frutto di crudeltà e incompetenza? In merito ai cambiamenti climatici bisogna prendere il toro per le corna e non avere paura delle grandi idee oppure barcamenarsi fra interessi alti e compromessi bassi? In campo economico occorre restare rigorosamente ancorati al sistema capitalistico o è permesso mettere in discussione la finanziarizzazione dell’economia?

Sullo sfondo aleggia il fantasma trumpiano anche perché il dibattito avviene fra gli aspiranti sfidanti del tycoon nell’ormai prossimo 2020. Quindi, l’opposizione a Trump va presa di petto combattendolo sul suo stesso terreno o è meglio cambiare totalmente campo e volare alto? Tutti nodi strategici e tattici con cui si misura anche il Partito democratico italiano. Ci sono tante analogie in mezzo a qualche rilevante differenza.  Mentre i democratici americani vengono da una lunga storia e da una gestazione prolungata e continuata, quelli italiani vengono da una nascita affrettata e dalla complessata necessità di contrapporre una forza unitaria al centro-destra berlusconiano. Sennonché il centro destra ha cambiato pelle e uomini, lo scenario ha visto entrare sul palcoscenico l’anti-politica e la sinistra è rimasta con un palmo di naso alle prese con i suoi dubbi esistenziali e strategici.

Una seconda differenza riguarda la società: mentre negli Usa, nonostante la deleteria cura trumpiana, esiste un assetto sociale fluido, ma almeno attento ai propri interessi e portato a dividersi su tematiche ideali e concrete, in Italia permane una società chiusa in se stessa e incapace di uscire dalle proprie paure. Come spiegare infatti il ridondante influsso salviniano se non con l’assoluta mancanza di capacità critica.

Ci sono anche i numeri a fare la differenza. Negli Usa Trump non ha vinto le elezioni, è stato proiettato alla Casa Bianca da un sistema elettorale che consente di vincere con oltre due milioni di voti in meno rispetto allo sconfitto. Roba da matti! Questa anomalia, che permane a livello di sistema elettorale, probabilmente esploderà territorialmente e socialmente alle prossime consultazioni e non credo potrà ripetersi. In Italia nessuno ha vinto le ultime elezioni, c’è solo un vincitore in pectore che le sta vincendo senza averle vinte, che si sta gonfiando come la rana della favola e potrebbe fare la sua stessa fine, anche se manca il bue di riferimento, anzi di bue c’è solo il popolo.

 

La guerra dei martiri o l’armistizio della legalizzazione?

Ho rinunciato a capire l’antefatto dell’uccisione del carabiniere in quel di Roma: ricostruire la vicenda servirà alle forze dell’ordine per non andare allo sbaraglio in un mondo rischiosissimo come quello delle tossicodipendenze; servirà alla magistratura per accertare responsabilità, processare e punire i colpevoli; servirà ai giornalisti che, per mestiere, dovrebbero appurare e presentare la verità oggettiva; servirà ai politici per avere elementi di valutazione al fine di intervenire a livello legislativo ed esecutivo sul discorso delle tossicodipendenze e del mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Mi sono tuttavia chiesto: la legalizzazione delle droghe potrebbe almeno contenere la follia dei consumatori, ridimensionare il ruolo degli spacciatori, mettere in difficoltà il narcotraffico, evitare di lasciare sul campo oltre ai morti per overdose quelli che per mestiere sono costretti a mettere il dito nel covo di vipere?

In linea teorica sono contrario a legalizzare i fenomeni anomali solo per salvare il salvabile: la legalizzazione prende atto del problema insormontabile, tenta di smorzarlo, ma finisce con l’allargarlo. Tuttavia non condivido nemmeno chi si nasconde dietro la coscienza per salvare la faccia, lasciando le cose come stanno, illudendosi di combattere certi fenomeni con la repressione e la criminalizzazione, immolando sull’altare chi si trova in prima linea a combattere a mani nude.

A chi si imbatte nella criminalità, micro o macro che sia, esistente nel campo delle droghe, una coltellata nella schiena non la toglie nessuno. Dobbiamo essere seri ed ammetterlo: o le forze dell’ordine hanno la capacità di combattere, a tutto campo ed a tutti i livelli, questo fenomeno malavitoso oppure, se si limitano a pizzicare qua e là, corrono rischi tremendi. Chi tocca muore: vale per le tossicodipendenze, per la prostituzione, per le varie mafie.

Non si può certo convivere con questi fenomeni malavitosi e, in certa misura, la legalizzazione può essere considerata una forma garbata di convivenza. Si sappia però che la guerra bisogna saperla fare con i mezzi giusti, le armi opportune e le strategie complessive. L’occasionale retata, l’intervento spot, le tattiche di sopravvivenza non servono, anzi mettono a repentaglio chi ha la sfortuna di trovarsi in mezzo al traffico. Anche la benemerita opera di recupero chiude la stalla quando i buoi sono scappati. E allora? Sono pieno di dubbi. Le risposte facili le lascio ai demagoghi e ai populisti: loro sì che se ne intendono! Anche perché questi problemi fanno parte della nostra (in)civiltà e qui il discorso si fa ancor più difficile al limite dell’impossibile.

Il selfie alla deriva fascista

La foto circolata nei giorni successivi alla drammatica uccisione del carabiniere in servizio, avvenuta ad opera di ragazzini americani rimasti invischiati nel mondo della droga ed autori di una folle aggressione tanto sconsiderata quanto violenta, è la sintesi della crisi totale di valori in cui stiamo precipitando. In essa, che ritrae uno dei due ragazzi americani ammanettato e bendato, c’è il dolore per la morte di un servitore dello Stato che si fa vendetta; c’è l’umiliazione coatta di un ragazzo rovinato per tutta la vita da un episodio assurdo al limite del demoniaco; c’è l’odio che risponde all’odio in una spirale senza fine che ci porta al disastro; c’è la reazione sbagliata alla violenza con la violenza; c’è l’illusione di recuperare dignità e forza schiacciando il colpevole; c’è il pubblico potere che, farneticando, induce a farsi giustizia da sé; c’è l’aggressione dei disvalori che cancella i valori; c’è da rimanere sbigottiti e confusi.

Davanti ad essa non si scontra il “cattivismo” difensivo dello Stato con il “buonismo” arrendevole delle anime belle; si scontra la civiltà con la barbarie, la storia con la preistoria. Sullo sfondo dell’immagine si nota, appesa al muro, la fotografia di Falcone e Borsellino: allo sfregio del sacrificio di Mario Cerciello Rega si aggiunge lo sfregio al loro sacrificio. Stiamo buttando la società nella merda! Fermiamoci, se siamo ancora in tempo, perché non è possibile andare indietro fino a tal punto.

Le prime galline hanno cantato dopo aver fatto l’uovo. Il titolare del Viminale ha ribadito il suo dissennato concetto: “A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l’unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della Patria morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita. Lavorando. Punto”. La vittima per cui piangere è la nostra società, che sta brancolando nel buio anche per colpa di politici, che meritano, come minimo, di andare a casa, di cambiare mestiere. Punto. Lasciamo perdere le altre galline di contorno. Un esponente leghista di cui non ricordo il nome ha fatto una dichiarazione tutta contro l’immigrazione clandestina: forse nessuno gli ha detto che le indagini sul fatto di sangue in questione stanno prendendo tutt’altra piega. Cosa c’entra l’immigrazione? Quella c’entra sempre, perché è il modo di conquistare le menti alla politica populista e reazionaria.

Per fortuna il premier Conte ha rilasciato dichiarazioni improntate a moderazione ed equilibrio: fino a quando potrà restare al suo posto per raccattare gli escrementi dei suoi colleghi di governo? Sì, perché sta facendo quello. È poco, ma, devo ammetterlo, è meglio di niente. “L’Italia è uno Stato di diritto, la culla della civiltà giuridica dai tempi dell’antico diritto romano; abbiamo principi e valori consolidati: evitiamo di cavalcare l’onda delle reazioni emotive”: sentirlo ripetere fa bene al cervello e al cuore.

Che mi preoccupa non sono le parole e le invettive di Salvini e c., che mi preoccupa è la progressiva, ingenua, ma comunque colpevole, adesione della gente ad una politica fondata sulla paura, sull’odio, sul risentimento e sul rancore: se si consolida questa tendenza sociale siamo fritti in una padella, che non so definire altrimenti che fascista.

Bullismo ad oltranza

Non è bastato: dopo tre anni di lavori socialmente utili, hanno ripreso il loro bullismo sui social, postando offese a coloro che avevano scoperto e punito il loro comportamento indescrivibile ai danni di un coetaneo. Non è stato sufficiente un tentativo di rieducazione per portare questi ragazzi a più miti consigli.

Il fenomeno del bullismo sta diventando sempre più serio ed inquietante: è lo sfogo adolescenziale della immotivata cattiveria umana, è la premessa della più ragionata e matura delinquenza. Bene hanno fatto i giudici a condannarli duramente (?) ad un periodo di lavoro riparatorio. Clamorosa la loro immediata ed insulsa ricaduta. Verrebbe spontaneo aprire a questi soggetti le porte di una cella di rigore, ma sarebbe una resa umana e sociale nella giusta battaglia di recupero della devianza giovanile.

La missione dell’educatore, a tutti i livelli ed in tutte le situazioni, deve essere paziente: da una parte urge l’esigenza di raddrizzare la pianta intanto che è piccola, dall’altra occorre tempo per ricomporre un quadro ancora in problematica e difficile formazione. Qualcuno teorizza il pugno duro, altri privilegiano la comprensione e il dialogo. Non esistono ricette universalmente e immediatamente valide.

L’unico controveleno è l’impegno coordinato e continuativo di tutte le agenzie educative, dalla famiglia alla scuola, dalla parrocchia ai centri di aggregazione. Questi essenziali punti di riferimento sono venuti meno: la famiglia vive un duro periodo di crisi, la scuola ha perso il suo ruolo, i due orbi litigano fra di loro e si condannano alla cecità; la secolarizzazione ha spazzato via l’appeal dell’educazione religiosa mentre i centri sociali emergenti sono palestre di violenza e di devianza. Nel bailamme educativo prolificano le malattie psicologiche e sociali e gli sfogatoi del bullismo e del tifo calcistico.

Non voglio riferirmi all’equivoco e anacronistico slogan “Dio, patria e famiglia”, ma qualche valore a questi ragazzi bisognerà metterlo in testa. Per trasmettere credibilmente valori positivi è necessario possederli e soprattutto viverli. I cattivi esempi la società li ha sempre scodellati, non è questa la novità peggiore; è venuto a mancare quel tessuto relazionale virtuoso di base entro cui si cresce e si matura.

Ho ascoltato in questi giorni un’intervista al grande giornalista Ferruccio De Bortoli, il quale a proposito della sua educazione e della sua passione per il giornalismo ha fatto riferimento alle sue umili origini famigliari, costituite da genitori che col loro lavoro gli hanno consentito di studiare. Ma che mi ha particolarmente colpito è stato il ricordo di una persona a cui la famiglia aveva subaffittato una stanza per riuscire a pagare il canone piuttosto pesante: lavorava alla Mondadori e portava al giovane Ferruccio tutti i giornali della casa editrice. Nacque anche così la sua voglia di scrivere. Cose semplici di cui dovrebbe essere impastata la nostra vita a che dovrebbero costituire il mix educativo vincente.

 

Piacciono quelli che…sparlano bene

Come tutti gli italiani, sono rimasto colpito, addolorato e sconvolto dalla drammatica uccisione a Roma di un carabiniere, coraggiosamente impegnato in un intervento contro la criminalità: al momento sarà sembrato un blitz quasi di routine, poi si è rivelato come uno scontro, dai contorni ancora confusi, con il mondo della tossicodipendenza.

Il ministro degli Interni Matteo Salvini ha così commentato l’accaduto: “Caccia all’uomo a Roma, per fermare il bastardo che stanotte ha ucciso un carabiniere a coltellate. Sono sicuro che lo prenderanno, e che pagherà fino in fondo la sua violenza: lavori forzati in carcere finché campa”.

A costo di essere considerato un traditore della patria, uno sciocco buonista e/o un amico del giaguaro, mi dissocio totalmente dal tono e dal contenuto di questo messaggio: un’invettiva carica di odio, una trappola in cui si rischia di cadere, una sorta di sabbie mobili della paura e della vendetta. Rifiuto categoricamente questa visione socio-politica e, mentre mi onoro di essere difeso da carabinieri come il vice-brigadiere Mario Cerciello Rega, mi vergogno di avere un ministro incaricato della difesa della civile convivenza, che vomita parole irresponsabili e violente. Non si combatte così la delinquenza! Non è questo il modo di rendere onore a chi cade per difendere la società dalla delinquenza.

Oltre tutto è partita l’ennesima criminalizzazione degli immigrati a cui immediatamente è stata affibbiata la colpa. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire l’esatta dinamica della vicenda, che ha ancora dei lati non chiari. Il giovane, che avrebbe confessato l’omicidio a sfondo cocaina, è statunitense, come il suo complice. Non si capisce chi e perché abbia chiesto l’intervento dei carabinieri: stando alla prima confessione dell’uccisore si tratterebbe di un regolamento di conti nell’ambiente della droga. Con tante scuse agli immigrati che sarebbero completamente estranei a questa vicenda. L’importante non è chiarire i fatti e punire i colpevoli, ma alimentare ed esasperare un clima di paura e di odio. Matteo Salvini anche in questo caso si sta comportando non da ministro degli Interni, ma da ministro della propaganda.

Qualcuno lamenta che la Rai dia troppo spazio alle squallide esercitazioni verbali degli attuali governanti. La Tv di Stato effettivamente dimostra di essere inginocchiata ai piedi del governo pentaleghista, sempre più leghista e sempre meno pentastellato. Ma non è colpa degli opportunismi mediatici, questi impresentabili signori sono al governo per avere raccattato un consenso elettorale maggioritario, che, stando ai sondaggi, tende a crescere. Parafrasando la famosa canzone di Enzo Iannacci si potrebbe dire: “Quelli che votano Lega, perché Salvini sparla bene…oh yes…”.

Non voglio mettermi sullo stesso piano, ma quanno ce vò’ ce vo’! Un detto dialettale piuttosto triviale, ma molto significativo, chiede: “Cò preténdot d’an cul una romanza?”. Agli italiani evidentemente piace chi interpreta “al meglio” le loro pulsioni intestinali: in effetti entrando in un bar subito dopo la notizia dell’uccisione del carabiniere, si sarebbero ascoltati commenti in fotocopia rispetto a quello di Matteo Salvini e dei suoi replicanti politico-parlamentari. Perfino il sottosegretario grillino agli affari regionali Stefano Buffagni ha dichiarato: “Tolleranza zero per questi vigliacchi assassini! Vanno trovati e sbattuti in carcere! Questi criminali devono marcire in carcere!”. E chi vorrebbe che non fossero trovati? E chi non auspica la giusta punizione?  Ma, come diceva mio padre: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Non si può regalare tutta la scena populista alla Lega, bisogna cantare qualche analoga romanza, la cui provenienza resta comunque lo spartito di cui sopra.

Le follie hanno le gambe corte

È molto grave ed inquietante la vicenda degli affidi forzati e pilotati di minori: siamo in via di accertamento giudiziario, la verità non è chiara, le responsabilità verranno stabilite. Se ho ben capito, esisteva un vero e proprio “sistemino” socio-psicologico per togliere bambini dal loro problematico contesto familiare, esasperato ad arte, per collocarli in strutture sociali, favorite economicamente da questi inserimenti.

Non ho approfondito la materia perché ho avuto immediatamente una crisi di rigetto: se le cose sono andate come sembra, siamo alla pura follia affaristico-sociale che si scarica sui minori e le loro famiglie. Si coglieva l’occasione dell’esistenza di contesti familiari difficili per intervenire col bisturi sociologico e, anziché seguire e curare le situazioni, si tagliava chirurgicamente di netto senza alcun riguardo, ma addirittura con intenti economici speculativi.

Non si può nascondere che si apra una disgustosa falla nel sistema socio-assistenziale dell’Emilia- Romagna, da tempo considerato un fiore all’occhiello di questa regione e della politica, che l’ha virtuosamente caratterizzata a livello pubblico e nei rapporti fra pubblico e privato-sociale. Sono partite immediatamente le strumentalizzazioni: ecco gli scheletri nell’armadio del Pd, che, avendo qualche suo esponente implicato, tace, mentre vede scricchiolare, assieme al suo consenso, il castello perbenista delle sue impostazioni politiche in campo sociale.

Al momento non è dato sapere se sia una questione di mele marce o di un sistema, seppure parzialmente o marginalmente, marcio. È assolutamente necessario fare chiarezza. Se ci sono state anche distrazioni, deviazioni o addirittura complicità politiche a livello di pubblici amministratori, occorrerà fare un’accurata e spietata pulizia. Il rischio, come spesso accade in queste vicende, è di buttare il bambino assieme all’acqua sporca: nel caso specifico screditare rovinosamente tutto il sistema socio-assistenziale per il gusto sadico di approfittarne politicamente.

Non voglio però criminalizzare le critiche politiche a prescindere dalla gravità dei casi oggetto di tali critiche, non accetto il solito vittimismo di chi si sente toccato nel vivo, anche se è vero che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Cosa voglio dire? Il Pd si renda disponibile a verificare il tutto con assoluta trasparenza e senza alibi di sorta e sappia ammettere errori ed omissioni dei suoi appartenenti e i difetti del sistema, che, a quanto pare, si autoalimentava sulla pelle delle difficoltà altrui anziché spendersi nell’alleviare le sofferenze dei soggetti a rischio.

Senza voler fare del manicheismo, non si può nascondere che, politicamente parlando, si scontrino due filosofie sociali: una, fortemente portata all’intervento pubblico e/o pubblico-privato, che inevitabilmente corre il rischio di agire in base a schemi rigidi al limite dell’intromissione; una, chiaramente attendista e tradizionalista, che corre il rischio di intervenire a babbo morto, quando i disastri si sono irrimediabilmente verificati.  Brutalmente parlando, nel primo caso possiamo assistere a disastri preventivi, nel secondo a quelli consuntivi. Sarà bene uscire da queste assurde e folli contrapposizioni ideologiche per trovare le flessibili risposte terapeutiche alle malattie sociali, senza esasperarne diagnosi e cura, ma anche senza sottovalutarne l’esistenza e la portata.

A piedi nudi in Europa

Sarò brevissimo e durissimo. Ho visto la foto di Boris Johnson che stringe la mano alla regina Elisabetta quale nuovo leader dei conservatori britannici e premier inglese. Una vecchietta che non capisce un cazzo di politica e uno sbruffone prestato alla politica. Tempi duri!

Il grande Indro Montanelli si lasciava andare a giudizi temerari sulla base della faccia della persona: «Guardategli il viso…». Fate la prova facciale al nuovo primo ministro della “Piccola Bretagna” e traetene le conseguenze. L’unico titolo di merito che può vantare è quello di essere amico di Trump: Dio li fa poi li accompagna…

Se gli inglesi riescono ad esprimere tali personaggi, è decisamente un bene che se ne siano andati dalla Unione Europea: partner simili meglio perderli che averli fra i piedi. Il mondo purtroppo va in questa direzione strampalata. Verrà amaramente rimpianta Theresa May ed è tutto dire. C’era un tempo in cui Blair, Clinton e D’Alema, pur con tutti i loro difetti, discutevano dei riformismi per il terzo millennio; provate a ipotizzare un analogo odierno convegno: Johnson, Trump e Salvini a delineare il futuro politico del mondo. Aggiungiamo anche Putin e la frittata è fatta.

Passeggiamo sull’orlo del baratro. Churchill, Roosevelt e De Gasperi ci proteggano. Avrete notato che ho lasciato perdere Stalin. Non so se sia meglio di Putin, ma stiamo in occidente, nonostante tutto.

Il Conte Dracula

Ho seguito integralmente grazie a Radio Radicale (lunga vita!) l’informativa al Senato del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il dibattito che ne è seguito sulla questione Russiagate. Uso volutamente questo termine, peraltro non troppo originale, perché non saprei come richiamare e definire in due righe il problema che si è scatenato relativamente ai rapporti tra il ministro Salvini e/o suoi presunti “scagnozzi” (?) con la Russia.

Ho già fatto e scritto le mie riflessioni e non ci ritorno sopra. Voglio invece ragionare un attimo su quanto sta emergendo nei rapporti fra il premier Conte, i suoi ministri e i partiti della sua maggioranza. Il presidente del Consiglio sta navigando a vista e tentando di evitare gli ostacoli prendendo regolarmente le distanze ora dall’uno ora dall’altro partito sui diversi temi scottanti che stanno venendo al dunque. Non si tratta di mediazione: Conte infatti sui vari problemi non riesce, e forse non tenta nemmeno, a trovare un onorevole compromesso, ma si schiera con l’uno o con l’altro a seconda dei casi.

Sul Russiagate si è distinto dal vicepremier Salvini andando in Parlamento, laddove il ministro si è ben guardato dal presentarsi, facendo una scontata difesa d’ufficio del governo e lasciando intatta la confusione esistente, anzi aumentandola, basti pensare che i grillini in gran parte non hanno partecipato alla seduta in segno di protesta contro l’atteggiamento strafottente del leader leghista e che i leghisti hanno sollevato un polverone storico evocando una notte in cui tutti i gatti sono bigi.

Sulla Tav si è distinto dal M5S e dal ministro Toninelli, sostenendo che bisogna andare avanti non essendo possibile fare marcia indietro, facendo incazzare i grillini schierati sull’improbabile revisione del progetto, invitandoli a rimettere nel cassetto il parere della commissione all’uopo incaricata e quindi mettendo sostanzialmente a cuccia i mastini anti-tav, che hanno preannunciato sfracelli protestatari.

Sull’autonomia regionale ha fatto incazzare i governatori leghisti, che lo hanno attaccato duramente, attestandosi sulla posizione difensiva delle prerogative centrali soprattutto in materia sanitaria e scolastica. Sulle procedure per il confronto coi sindacati e le forze sociali in materia economica e fiscale ha bacchettato duramente le estemporanee iniziative salviniane, ricominciando tutto daccapo.

Qualcuno dirà che sta dando un colpo al cerchio e uno alla botte per riuscire a sopravvivere, qualcun altro pensa che stia prenotando lo scranno per il prossimo governo o la leadership del M5S allo sbando.  Personalmente credo di averlo politicamente sottovalutato: è un osso molto più duro di quanto si potesse immaginare. Sembrava il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Invece da burattino che ispira tenerezza si sta trasformando in burattinaio che ispira simpatia: resta purtroppo intatto il teatrino dei burattini a cui è ridotto il governo nel suo complesso.