Ora e sempre resistenza

Forse non è soltanto esplosa una crisi di governo, peraltro apparsa all’improvviso come un fiume carsico che correva sotto terra ma di cui si intuiva la inquietante presenza, ma una vera e propria emergenza democratica da non drammatizzare, ma nemmeno da sottovalutare e soprattutto da capire.

Sta prendendo sempre più piede un tentativo di portare il paese in una sorta di regime autoritario, costruito scientificamente, cavalcando populisticamente le paure, le frustrazioni e le incertezze, usando le istituzioni come strumenti tattici e i social media come cinghia di trasmissione dei messaggi, in una società dove elettori ed eletti si confondono persino a livello di linguaggio.

Di fronte a questo pericolo non si può giochicchiare come ha immediatamente cominciato a fare il partito democratico, non si può limitarsi, come ha cominciato a fare Beppe Grillo, a buttare la palla nella metà campo avversaria o addirittura in tribuna, non si può stare a guardare giocando furbescamente di rimessa, non si può sperare che la mongolfiera salviniana si sgonfi automaticamente.

Ci sarebbero effettivamente gli estremi per un rinnovo del patto costituzionale, per un compromesso ai livelli più alti tra le forze politiche di fede democratica, per una ridefinizione ideale e valoriale della politica, per una scossa forte e rigenerante alle (in)sensibilità popolari. Conversando a ruota libera con un’amica mi sono ritrovato ad auspicare un nuovo sessantotto, anzi un centotrentasei.

È in grado il paese di capire e di agire, esistono le figure carismatiche in grado di sollecitare e guidare la riscossa, c’è voglia di risalire la china? Gramscianamente parlando, c’è di che essere razionalmente pessimisti, ma volonterosamente ottimisti. Si è tanto parlato di prima, seconda e addirittura terza repubblica, credo sia giunto il tempo di prefigurare una vera e propria seconda resistenza. Durante il ventennio fascista il primo e immediato atto di protesta e di distinzione era non prendere la tessera del fascio: oggi le tessere sono state sostituite con i messaggi postati sui social e quindi bisogna combattere questa subdola catena di consenso.

Sono discorsi prepolitici, perché la politica sembra impreparata ed inadeguata a contrastare il disegno autoritario, populista e sovranista di cui sopra. Lasciamo perdere i cespugli destrorsi. Occupiamoci per un attimo del M5S e del PD. I grillini sono invischiati fino al collo e i “mortus” lanciati da Grillo sono tardivi, inconsistenti e superficiali. Il partito democratico fa solo tattica, anche piuttosto confusa e divisiva.  Bisogna quindi ripartire dalla prepolitica, da una forte presa di coscienza che non vedo fra i giovani, storicamente, culturalmente e psicologicamente impreparati, fra gli anziani tentati dallo sconforto, fra i poveri incapaci di introiettare le loro povertà.

Sempre conversando con l’amica di cui sopra, mi sono ritrovato concorde con lei nello sperare che ci possano salvare gli immigrati: dalla crisi demografica, dall’evasione lavorativa dei mestieri difficili, dalla recessione economica, dall’appiattimento sociale, dalla ignoranza dei diritti e dei doveri. Forse abbiamo più bisogno di educazione civica noi di loro.

La Vergine Maria ci liberi da Salvini

Il governo pentaleghista, tra perenni contrasti, continui scontri, clamorosi litigi, tra mille paralizzanti contraddizioni, fra un tira e molla e l’altro, in mezzo a provvedimenti sconclusionati, adottati sul filo del rasoio costituzionale, sbattuti in faccia agli allocchi, stava, subdolamente e in modo strisciante, varando una riforma in cui si sono cimentati in molti con scarso successo e disastrosi risultati: la riforma elettorale. Senza bisogno di una legge ad hoc stava infatti cambiando volto al sistema politico italiano.

Il M5S si stava sciogliendo come neve dimaiana al sole salviniano: i grillini urlavano, strepitavano, protestavano e poi, quando si arrivava al dunque, chinavano il capo e tenevano per il giaguaro. Si intuivano i loro dubbi esistenziali, i loro contrasti interni, ma finiva col vincere la linea della continuità, che li portava al disastro. Il loro elettorato, per la parte più “reazionaria”, guarda infatti alla casa leghista, più credibile e rassicurante; per la parte più “rivoluzionaria” si stava stufando e orientando verso il ribellismo astensionista, che non si sa dove possa approdare (è presto per un eventuale ritorno a sinistra, mentre si affaccia il pericolo di una piazza, mediatica o reale che sia, rissosa e violenta). Prevaleva il ragionamento andreottiano: meglio tirare a campare dandola su all’infido alleato leghista piuttosto che tirare le cuoia in un bagno di sangue elettorale.

Le opposizioni di destra, ormai ridotte a sciocchi gregari della Lega, hanno intrapreso una loro gara a chi arriva prima e meglio all’appuntamento con l’orco che se li vuole mangiare: i Fratelli d’Italia stanno buttando i tradizionali voti pseudo fascisti nel vero e nuovo contenitore fascista; i Forzitalioti, meglio dire Berlusconi, sta brigando per salvare il salvabile e per non farsi troppo male nelle fauci del lupo leghista che si sta già leccando i baffi. Quindi a destra tabula rasa, un unico partito pigliatutto: la peggior destra possibile e immaginabile, egemonica rispetto a tutte le pulsioni negative emergenti in quell’area.

Le opposizioni di sinistra avrebbero un certo interesse a lasciare marcire la situazione con l’illusione di recuperare un elettorato in libera uscita alla ricerca di qualcosa di nuovo, anche se a questo elettorato rischiano di proporre qualcosa di vecchio: le loro divisioni massimaliste, i loro storici burocratismi, le loro incertezze riformiste, i loro deboli personalismi, i loro tradizionali difetti. Il partito democratico fa la voce grossa, ma non ha le corde vocali necessarie e quindi rischia di rimanere afono o comunque inascoltato. A sinistra si intravede una sorta di Aventino preventivo.

Nessuno degli attuali protagonisti, per i motivi suddetti, avrebbe avuto interesse tattico ad elezioni anticipate: sembravano tutti in attesa di arrivare obtorto collo ad un bipartitismo non solo imperfetto, ma orribile. Poi la situazione è precipitata: la Lega vuol passare sbrigativamente all’incasso elettorale e quindi lo scenario è diventato incandescente e strampalato. Tutti stanno improvvisando nuove tattiche: elezioni subito, elezioni fra qualche mese dopo il taglio dei parlamentari, elezioni il più tardi possibile per arginare il ciclone Salvini. Persino Beppe Grillo ha ripreso a farneticare ipotizzando il ritorno dei barbari: un modo vecchio come il cucco per salvare la faccia al suo movimento, gridando al lupo che se lo vuol mangiare.

In mezzo a tutto ciò sta il presidente della Repubblica, che giustamente non vuole fare politica, ma, così facendo, rischia di lasciare libero campo alla rovinosa evoluzione della politica. Egli giustamente si preoccupa della governabilità di una situazione socio-economica assai problematica, teme una deriva “agovernativa”, un vuoto di potere pericolosissimo, perché l’Europa e il mondo non sono disposti ad aspettare i nostri comodi. Mattarella si rende conto che un’accelerazione della crisi di governo sarebbe un perfetto assist alla Lega e vuole passare alla storia come il più corretto e leale presidente e non come il presidente che assiste pilatescamente alla svolta autoritaria del sistema politico. Ha in mano una patata bollente. I più avveduti osservatori e i più sensibili cittadini guardano a lui con fiducia: speriamo che sfoderi la bacchetta magica del suo carisma e ci tolga dal pantano in cui stiamo sprofondando.

In questo assurdo bailamme Matteo Salvini non trova di meglio che agitare lo specchietto per le allodole dell’affidamento alla Vergine Maria, tirandola dalla sua parte con rosari di sciocchezze. Roba da ridere o piangere a seconda dei casi, che merita solo un cenno in quanto rischia di diventare la ciliegina clericale sulla torta fascista. Spero nella riottosità clericale, anche se non mi illudo più di tanto. Con tutto il rispetto e la sana devozione per la Madonna, preferisco affidarmi laicamente a Sergio Mattarella, pregando la Vergine, questo sì, che aiuti il presidente a dipanare una matassa, che forse solo con un miracoloso aiutino dall’alto potrà essere democraticamente districata.

 

Giochiamo a salvinopoli

Il quotidiano La stampa ha proposto su internet un intelligente giochino ai propri lettori, sottoponendo a loro un simpatico, provocatorio e impegnativo quiz: “Perché secondo te Salvini ha innescato ora la crisi di governo?”. Domanda interessante, che costringe a guardare alla politica col disincantato e dovuto interesse.

Le opzioni sono tre. Ecco la prima: “Perché a settembre avrebbe dovuto trovare decine di miliardi per finanziare i provvedimenti del governo”. Poi arriva la seconda: “Perché ora vuole capitalizzare il consenso facendo fuori gli alleati”. Ed ecco la terza: “Perché è impossibile governare con un alleato che dice sempre di no e ti attacca tutti i giorni”.

Sono partito con l’intenzione di rispondere anche per premiare un’iniziativa estemporanea volta a costringere i lettori a pensare e a riempire i social di pensieri, evitando di vomitare solo cazzate a schermo aperto.  Ho ragionato a lungo, compiacendomi dell’acutezza delle risposte indicate, che riescono a riassumere sinteticamente i connotati di una sciagurata esperienza di governo.

Non sono tuttavia riuscito a rispondere per due motivi. Innanzitutto con ogni probabilità tutti tre i motivi delineati sono ragionevoli e si mescolano in un polpettone tattico con cui è finito il pranzo di nozze del cambiamento, che ha dovuto fare i conti coi fichi secchi pentaleghisti.

Però il vero motivo per cui non sono riuscito a formulare una mia risposta è un altro e ben più drammatico: secondo me Matteo Salvini non lo sa nemmeno lui perché ha precipitato la crisi di governo. Ha agito d’impulso, ha fiutato l’aria, ha colto l’occasione, ha fatto politica alla sua maniera. È entrato nel bar e ha sputato il rospo: “Basta amici, mi sono rotto il cazzo, andiamo a votare e non se ne parli più…”.

Naturalmente pensa che i suoi ammiratori siano d’accordo, che continuino ad aumentare di numero, che lo seguano e soprattutto lo votino. “Scommettiamo che prendo la maggioranza e poi faccio quello che voglio?” ha aggiunto in cuor suo fra gli entusiasmi degli ipotetici astanti. Al suo posto non sarei così sicuro, perché i giochi sono belli quando sono corti e il suo sta diventando piuttosto lungo. Quando Berlusconi decise di formare un partito politico e di presentarsi agli elettori, proponendo tre o quattro cazzate ben formulate, gli esperti gli dissero che avrebbe avuto successo, ma che dopo qualche mese la gente si sarebbe svegliata e gli avrebbe chiesto conto. Successe così, il suo primo governo andò in crisi, ma lui, purtroppo per noi, seppe rinnovare le cazzate e la fola durò per vent’anni.

C’è da augurarsi che non succeda così anche con Salvini. Faccio io un contro giochino ai miei pochi ma affezionati lettori: “Secondo te Salvini durerà?”. Tre opzioni. La prima: “Sì, perché la gente sente da lui quel che vorrebbe sentirsi dire”. La seconda: “No, perché la gente, nonostante tutto, prima o poi, ragiona e capisce l’inganno”. La terza: “Non lo so, perché nel gran casino che si è creato c’è da perdere la testa”. Forse io sceglierei la terza opzione.

 

O la minestra politica o la finestra pentaleghista

Dal momento che, un po’ per necessità un po’ per virtù, da tempo immemorabile non faccio vacanze, sto vigliaccamente godendo del fatto che la ormai conclamata crisi di governo stia costringendo tutti gli operatori della politica e dell’informazione a lavorare anche in agosto. Ci voleva la deriva pentaleghista a buttare all’aria le ferie di deputati, senatori, giornalisti, commentatori: i politici lavoreranno, si fa per dire, con lo spettro di perdere il lavoro; i pennivendoli con l’incubo di riposizionarsi in vista di eventuali e probabili nuovi equilibri politici. Lo ammetto: sotto-sotto ci godo, anche se mi rendo perfettamente conto che non è solo questione di ferie, ma c’è in gioco l’avvenire dell’Italia e il lavoro di tanta gente che non ce l’ha o rischia di perderlo.

Salvo improbabili colpi di scena, siamo dunque arrivati al capolinea di una cattiva esperienza governativa: c’è da augurarsi che possa essersi trattato di un male necessario, anche se a furia di mali necessari si è perso di vista l’auspicabile bene. Purtroppo sarà una brutta malattia che lascerà parecchi segni in tutti i sensi e a tutti i livelli, ammesso e non concesso che i malati si rendano conto di essere tali e abbiano la freddezza di curarsi seriamente. Ho molti dubbi, ma spero, anche se non c’è peggior malato di chi non vuol curarsi.

Al momento tutti si esercitano nel prevedere il percorso e lo sbocco che avrà la crisi di governo: mi sembra un inutile gioco. Meglio sarebbe analizzare i motivi della crisi e vedere come se ne possa uscire senza troppi danni diretti e collaterali. Provo al riguardo a fare due riflessioni.

La prima morale della favola pentaleghista è che la politica non si può dribblare con la protesta totale e con l’antipolitica rabbiosa. La politica è necessaria come il pane. Può essere brutta, sporca e cattiva, ma non se ne può fare a meno. Tanto vale affrontarla e viverla seriamente senza correre dietro ai saltimbanchi, ai prestigiatori ed agli illusionisti. Temo che di qui alle prossime elezioni, ormai quasi certe, si scateni una bagarre tale da confondere le idee anche ai più lucidi cittadini. Ai pericoli insiti nel voto anticipato si aggiungono quelli di un voto stralunato. Gli italiani hanno sempre trovato nei momenti più difficili risorse insperate e qualità nascoste. Speriamo succeda così.

La seconda morale riguarda la regola che le difficoltà si superano allargando la visuale,  volando alto e non ripiegando sugli egoismi, sui particolarismi, sulle paure, sulle oltranzistiche difese. In questi ultimi tempi siamo stati indotti dai governanti a chiuderci in un guscio pseudo-protettivo. I problemi esistono, ma non si affrontano con l’egoismo sistemico. Se in una stanza si fatica a respirare perché manca l’ossigeno, non si può rimediare sbattendo fuori dalla porta gli ospiti sgraditi, ma solo spalancando le finestre e poi si potrà anche ragionare sulle regole di convivenza.

L’agosto 2019 passerà probabilmente alla storia come il mese più caldo della politica italiana: quando è troppo caldo si rischia di stare male, di non avere voglia di niente, di essere nervosi e inconcludenti. C’è bisogno di un po’ di aria fresca: l’aria di una convivenza civile rasserenata, di un dibattito politico costruttivo, di una democrazia riscoperta e rinnovata. Aiutiamoci che il ciel e Mattarella ci aiutano.

Sulla Tav governo in fuorigioco

L’articolo 94 della Costituzione recita: “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione, il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. Il voto contrario di una o dì entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni. La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione”.

Ho voluto rileggermi attentamente le disposizioni che regolano il rapporto fiduciario fra Governo e Parlamento per giudicare, a Costituzione veduta, la situazione che sta vivendo il governo pentaleghista. Il Senato ha espresso un voto a favore della Tav, dopo che il governo su tale tema si era pronunciato in modo contraddittorio: una parte, i ministri leghisti, a favore e un’altra parte, i ministri pentastellati, contro, presentandosi sui banchi del governo in modo addirittura tale da rendere anche plasticamente l’idea della distinzione. Sostanzialmente si è rotto il rapporto di fiducia all’interno del Governo (il contratto è diventato poco più di carta straccia) con la situazione sfuggita di mano al Presidente del Consiglio, che dovrebbe dirigere la politica generale del Governo ed esserne responsabile, mantenendo l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri.

Il primo profilo riguarda quindi il Capo del governo, che non è più in grado, se mai lo è stato, di garantire l’unità della compagine ministeriale: al Senato era addirittura assente a prova del fatto che, avendo precedentemente dichiarato che la realizzazione della Tav sarebbe proseguita anche per la fattuale impossibilità di interrompere i lavori, non sapeva che pesci pigliare e da che parte stare. In un caso simile, quasi paradossale, le dimissioni sarebbero un atto necessario e Giuseppe Conte avrebbe immediatamente dovuto rassegnarle nelle mani del Presidente della Repubblica, che lo ha nominato per svolgere la sua funzione e non per fare il pesce in barile.

Il secondo profilo è quello del rapporto tra Camere e Governo. Anche se, a stretto rigore, non è scattato l’obbligo di dimissioni del Governo, la sostanziale sfiducia ottenuta su un importante problema, accompagnata da una clamorosa divaricazione fra ministri, dovrebbe comportare le dimissioni dell’intero Governo o almeno del ministro (in)competente in materia, vale a dire il grillino Danilo Toninelli a capo del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Il terzo profilo inerisce ai poteri ed al ruolo del Presidente della Repubblica. A mio modesto avviso esisterebbero gli estremi per chiedere, come minimo, che il Governo si presenti alle Camere per farsi rinnovare o meno la fiducia, messa fortemente in discussione dalla vicenda parlamentare sulla Tav. Potrebbe anche, senza andare oltre i propri poteri, mettere in discussione la nomina, a suo tempo fatta, di Giuseppe Conte, chiedendo le dimissioni sue e/o dell’intero Governo. Qualcuno ha ventilato l’ipotesi del massaggio alla Camere per sollecitare un chiarimento politico-istituzionale in una situazione sempre più ingarbugliata e insostenibile.

Al momento, complice il clima feriale, tutto tace, fioccano i commenti, continua lo scontro politico, nessuno si dimette, si parla di rimpasto, vale a dire di una sistemazione della compagine, che possa favorire la futura collaborazione dei due partner e rilanciare l’azione del governo anche in vista delle scadenze finanziarie vicine e impellenti. Quest’ultima appare come un’ipotesi minimale, fatta apposta per guadagnare tempo e scaricare su qualche capro espiatorio le responsabilità dell’intero Governo e della maggioranza che lo dovrebbe sostenere.

Comincio a pensare che Sergio Mattarella debba battere un colpo, abbandonando la sua prudenza e la sua discrezione, peraltro ammirevoli. Si impone una coraggiosa presa di posizione, che costringa tutti ad assumere le proprie responsabilità. Gli Italiani hanno fiducia in lui, lo vivono come il garante e quindi apprezzerebbero anche una sua entrata a gamba tesa nel bel mezzo di una partita brutta e molto scorretta. È vero che lui si considera un attento e scrupoloso arbitro, ma, dopo aver consultato la var al Senato, dopo avere ripetutamente richiamato all’ordine i capitani, dopo aver fischiato falli a ripetizione, gli sarebbe consentito di interrompere la partita, prima che il tutto degeneri in una rissa oltremodo dannosa per il Paese.

Un bagno di serietà senza moto d’acqua

Se andiamo con la mente agli anni settanta del secolo scorso ci imbattiamo nel comportamento piuttosto disinvolto dei figli dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone o almeno così sostenevano i giornali che lo avevano nel mirino ai quali non pareva vero di poter ascrivere a lui certe “marachelle” dei suoi figli.

Molto più tardi successe a Umberto Bossi (le ultime conseguenze si sono estinte giudizialmente proprio in questi giorni) di rispondere dell’operato dei propri figli che approfittavano della posizione del padre per ottenere vantaggi di vario genere.

C’è stata anche la vicenda del ministro delle infrastrutture e dei trasporti Maurizio Lupi costretto alle dimissioni per alcuni “regalini” concessi al figlio da un imprenditore in cerca di appoggi politici.

Sono episodi che non mi hanno mai scandalizzato più di tanto: è umano, anche se sbagliato, nutrire certe debolezze verso i propri figli, lasciando ricadere su di essi qualche opportunità conseguente al ruolo politico svolto dai genitori. Bisognerebbe essere molto più attenti e scrupolosi per tagliare in radice queste possibili degenerazioni parentali. Non si tratta di nepotismo vero e proprio, ma di una sorta di debolezza verso i desideri e le necessità dei figli. Peccati, tutto sommato, veniali, ma pur sempre peccati che fanno scalpore.

L’attuale ministro dell’Interno Salvini, riguardo al tema di cui sopra, è stato protagonista di una vicenda che sta spopolando sui media. Il figlio sedicenne è salito su una moto d’acqua della Polizia di Stato per divertimento a Milano Marittima, come documentato da un video di Repubblica, nonostante il tentativo degli uomini della sicurezza presenti sulla spiaggia di impedire le riprese al giornalista Valerio Lo Muzio.

Un tempo le colpe dei padri ricadevano sui figli, oggi è vero il contrario. I fatti raccontati da Repubblica non riguardano tanto il figlio, che aveva l’unica colpa di essere in vacanza insieme al padre e di volersi divertire alle sue spalle, ma il comportamento di Matteo Salvini che non avrebbe fatto nulla per impedire che i poliziotti organizzassero il giro in moto d’acqua e nell’essersi rifiutato di dire al giornalista Lo Muzio chi fossero le persone che lo hanno affrontato e minacciato affinché non filmasse il giretto fuori ordinanza del ragazzo. Le domande a cui dovrebbe rispondere Salvini sono: chi ha autorizzato l’uso di mezzi pubblici per fini privati? Chi sono gli agenti che hanno minacciato il giornalista? Che procedimento sta adottando la questura competente nei confronti dei poliziotti alla guida della moto d’acqua?

Salvini risponde che “il giornalista ha abbondantemente fatto quello che voleva” e come non spetti a lui accertare e dire i nomi degli agenti in vena di trasgredire alle regole e soprattutto di aver indirizzato frasi minacciose al giornalista, a cui peraltro il ministro dell’Interno ha consigliato di andare a filmare i bambini visto che si diverte (dichiarazione offensiva e stupida). Il capo della polizia Franco Gabrielli ha detto che le verifiche sono in corso per capire se è stato leso il diritto di cronaca.

Ce ne è venuta una gamba! Voglio essere sincero: la cosa in sé non mi sembra grave, non credo sia in gioco seriamente il diritto di cronaca, ma si sente soltanto la necessità che tutti si comportino in modo più responsabile. Il ragazzo sedicenne cerchi di divertirsi facendosi semmai pagare dal padre un giretto in pattino; il padre tenga d’occhio il figlio e gli impedisca certe sbruffonate; i poliziotti stiano attenti a quel che fanno non scambiando per gioco il loro operato; il capo della polizia sia meno supponente e più attento a vigilare sulle trasgressioni dei suoi uomini; tutti evitino di creare un clima politico rigoroso con i deboli e permissivo con i forti.

Non vale niente la speculazione politica basata sul quasi nulla anche se, a volte, sono queste bucce di banana a rovinare la reputazione e l’immagine di un politico in grande spolvero. Se il ragionamento del cronista era quello di contrapporre la strumentale durezza di Salvini verso gli immigrati alla debolezza compiacente verso il figlio, ci può anche stare in senso provocatorio. Se si pensa di combattere politicamente il leader leghista con questi mezzucci, siamo fuori strada. Superficialità chiama superficialità. Ne esce male la politica, la cronaca e il dibattito. Una pena!

I foruncoli stragisti della democrazia americana

Strage in un centro commerciale del Texas: 20 morti e 26 feriti, arrestato il killer 21enne, che protesta così contro l’invasione ispanica e sulla base di un delirante mix di paradossali motivazioni.

Mi hanno sempre incuriosito e inorridito le ricorrenti, inquietanti ed apparentemente immotivate stragi, che negli Usa spuntano come funghi ed a cui non si riesce a dare una spiegazione veramente plausibile: una sorta di folle sfogo sociale e psicologico, che attualmente tende ad ammantarsi di insofferenza razzista, ma che in altri periodi si connotava di generico ribellismo giovanile, di insofferenza verso le pur disordinate forze di polizia, di odio purchessia.

Si pensa immediatamente ad una eccessiva e facile detenzione di armi. Si dice a livello internazionale, ma lo si può riferire anche al campo sociale: le armi, se e quando ci sono, prima o poi vengono usate; non sono un deterrente all’insegna del “si vis pacem para bellum”, ma un incoraggiamento alla violenza nei rapporti interpersonali, sociali e internazionali. Sulle armi è fondata buona parte dell’economia e quindi il sistema non accetta di contenerne la diffusione e la detenzione. Il discorso tuttavia sarebbe comunque soltanto una parziale e tardiva risposta al problema. Come del resto è ancor di più la pena di morte comminata in simili casi. Da dove e perché nasce tanta violenza? Questo è il problema che mi pongo.

Che un subdolo predicatore di egoismo e odio come Donald Trump, davanti ad episodi come quello della strage in Texas, si erga a difensore della legalità e dell’ordine, lascia perplessi: non è credibile seminare vento pretendendo di raccogliere bonaccia. Credo però che non bastino gli “ismi” trumpiani a giustificare simili esplosioni estemporanee a livello di stragismo fai da te. Penso anche che non si possano ridurre a fisiologici sfoghi, ad una sorta di vulcanologia sociale, di male minore rispetto al magma incandescente, che cova sotto la crosta della società. Men che meno si può ripiegare su luoghi comuni del tipo “i matti ci sono sempre stati e sempre ci saranno” o “chi schiva un matto fa una buona giornata”.

La motivazione di fondo riesco a trovarla in un ragionamento forse un po’ sessantottino, ma plausibile: la società americana esaspera da una parte le diseguaglianze e i contrasti sociali lasciando libero campo all’agire delle persone; dall’altro lato non offre la possibilità di protestare in senso democratico e costruttivo contro il disordine sociale, non concede alternative istituzionali alla “rabbia” che si incanala nello sterile e spontaneistico ribellismo o, nella peggiore delle ipotesi, nello stragismo protestatario del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Una democrazia senza strumenti democratici, che finisce col ripiegare su strumenti antidemocratici, non di massa, ma singolarmente e follemente impiegati.

Faccio un esempio che mi sta sul gozzo: una democrazia, che legittima un presidente eletto da una minoranza della popolazione (Trump ha ottenuto oltre due milioni di voti in meno rispetto alla Clinton), è inevitabilmente vocata a fare i conti con l’occasionale e incontrollabile stragismo. Sia chiaro: non voglio dire e nemmeno pensare che se alla Casa Bianca ci fosse Hillary Clinton non ci sarebbero le stragi nei college e nei supermercati. Magari fosse così semplice. Voglio solo riflettere su un sistema democratico talmente imperfetto da mettere seriamente in dubbio quanto sosteneva Winston Churchill, vale a dire che “la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Churchill aveva ragione, ma la democrazia andrebbe coltivata, incanalata, rispettata, altrimenti…

 

Ripristinare la carità

In questi giorni l’occasione di riflettere sui fatti viene offerta dalla piazza di Parma, anzi da quanto sta succedendo in un piazzale della città, laddove un gruppo di ragazzini si diverte a provocare disordini nei pressi e dentro la chiesa, disturbando le celebrazioni liturgiche, creando disagio nelle persone che partecipano alla messa. Stando alle cronache: bestemmie durante le funzioni, lancio di oggetti, gomme tagliate e sputi al parroco, insulti agli anziani che provano a rimproverare questi scalmanati e roba del genere.

Il parroco ha scritto una lettera al vescovo per informarlo dello stato di degrado della zona e di cosa accade durante le celebrazioni religiose. Il vescovo, pur con un intervento soft, è partito col richiedere provvedimenti per ripristinare la legalità, vale a dire una presenza significativa, una sorta di presidio contro questi disordini in difesa del quartiere.

Sarò provocatoriamente sincero: non conosco bene la situazione e quindi ammetto di andare per approssimazione, ma la reazione della comunità cristiana, del suo parroco e del suo vescovo mi sembra burocraticamente improntata più all’ordine pubblico che al “disordine” evangelico, più alla paura che al dialogo, più alla politica che alla carità. Persino il quotidiano locale, non certo una fonte rivoluzionaria, ha dovuto, in un bel corsivo a firma Francesco Monaco, scrivere che “è preferibile anteporre il dialogo e puntare sul recupero attraverso la scuola, lo sport, i presidi culturali e i servizi sociali”.

Mi sarei aspettato un atteggiamento diverso anche e soprattutto dal vescovo: vada lui a celebrare in quella chiesa, cerchi di incontrare quei ragazzi a costo di prendersi qualche insulto e qualche uovo marcio in faccia, coinvolga il parroco e la comunità parrocchiale in un’azione di recupero verso questi giovani devianti e le loro famiglie, non con atteggiamento paternalistico, ma con proposte concrete di convivenza umana e religiosa, facendosi magari aiutare da…Santa Maria della Pace.

Non voglio insegnare il mestiere a nessuno, ho vissuto anch’io momenti durissimi a confronto con soggetti “difficili”, nessuno ha in tasca la ricetta facile, non intendo fare raffronti, ma invece li faccio. Molti anni fa situazioni analoghe si crearono nei pressi della chiesa di Santa Maria del Rosario. Mia sorella al parroco, che in quel periodo operava mirabilmente nel quartiere Isola, provò timidamente a prospettare l’eventualità di un intervento duro per allontanare dalla scalinata antistante questi sfaccendati disturbatori. Ricordo la risposta sofferta, piena di pazienza e tolleranza di don Sergio Sacchi, tanto per non fare nomi: “Sapessi quante volte ho cercato di parlare con loro, di convincerli ad agire diversamente, non ho ottenuto grandi risultati, ma non mi sento di spazzarli via come rifiuti…”. Mia madre, che aveva assistito al colloquio, non intervenne immediatamente, ma dopo che il parroco si fu allontanato, se ne uscì con un commentino dialettale in chiave evangelica: “’Na parola bón’na a chi ragas lì chi g’la pol dìr? Un prét, al pàroch! Al fa ben a fär acsì…”. Discorso chiuso o meglio aperto, anzi apertissimo.

Successe persino il fattaccio: un caso di omicidio durante una rissa scatenatasi davanti alla chiesa per futili motivi, vale a dire un gavettone tirato contro una ragazza il cui padre intervenne e ci lasciò le penne. Ebbene il parroco non si arrese e, assieme a Mario Tommasini, presentò un programma di recupero per quel giovane, che si era reso responsabile di quel fatto terribile. È questo il modo di incarnare il Vangelo e di testimoniare la fede cristiana, non con le gazzelle della polizia, ma a mani nude. Era questo il modo di andare a braccetto fra fede e politica. Altri tempi? Proviamo a ricordare e a riprovare!

 

I dittatori di strada

La storia recente è piena di errori clamorosi commessi dall’Occidente in guerre al buio contro i dittatori medio-orientali, giustificate a volte con autentiche menzogne e sempre con il pretestuoso tentativo di instaurare in quei paesi democrazie calate dall’alto, ottenendo il risultato di scombussolare ancor più il quadro internazionale con disastrose ricadute sul problema migratorio. In realtà quelle guerre sono state fatte sulla base di una realpolitik finalizzata al controllo delle fonti energetiche e di una strategia militare finalizzata al riposizionamento nelle aree di influenza sui paesi di questa tormentata area. Con tanti saluti e baci alle primavere arabe.

Il giudizio storico sui dittatori, pur sanguinari e feroci, va elaborato con calma e obiettività, lasciando depositare le scorie dei vomitevoli tatticismi in base ai quali quei detestabili personaggi erano prima vezzeggiati e foraggiati e poi sbrigativamente gettati nella pattumiera.

Ho fatto questa doverosa premessa al fine di guardare con equilibrio ad una polemichetta sorta in quel del consiglio comunale di Parma: i rappresentanti della Lega chiedono di cancellare l’intestazione di una strada a Tito, lo storico leader jugoslavo, considerandolo un dittatore che non merita di essere celebrato in tal modo. A questa strumentale richiesta risponde il sindaco Pizzarotti con altrettanta strumentalità, ricacciando tale giudizio storico in gola ai salviniani, rei di tessere rapporti opachi ed opportunistici con Putin, personaggio che, tra sovietico Kgb e mafie russe, non è certo da annoverare tra i benefattori dell’umanità. Non siamo di fronte ad un dibattito di alto livello, ma il convento passa questa minestra, che non mi sento tuttavia di ingoiare.

Lasciamo infatti che la storia faccia il suo corso su Tito e su Putin: al primo può essere ascritto il merito (?) di aver sigillato con il coperchio comunista una incredibile pentola razzista e nazionalista. Terminata la sua dittatura, da quella pentola sono usciti tutti gli istinti repressi dando campo libero ai macellai di turno. Tito ha garantito alla Jugoslavia la pace dei sepolcri, da cui è poi uscito il putridume che abbiamo visto. A Putin verrà riconosciuto il merito (?) di avere ripristinato l’impero russo, ripulito dal comunismo e caratterizzato dall’impostazione populista e mafiosa. Non so quante vittime abbiano sulla coscienza questi personaggi: personalmente credo che Putin vinca due a zero, ma questo è un altro discorso.

Sull’intitolazione delle strade e delle piazze bisognerebbe andare cauti, anche se è difficile trovare la misura giusta fra giudizio storico, etico e culturale. Forse sarebbe meglio numerare semplicemente le strade, anche se spesso il richiamo ai personaggi ci costringe a rileggere la storia, cominciando magari proprio dalla strada o dalla piazza dove abitiamo. Non sarei entusiasta di abitare in una via dedicata a Tito e ancor meno intitolata a Putin, al quale, nonostante tutto, auguro lunga vita.

 

 

 

 

 

Gozi sta sul gozzo

L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega agli Affari europei nel governo Renzi, ricopre oggi un incarico analogo nel gabinetto del premier francese Edouard Philippe. Si è scatenato un putiferio di polemiche con accuse di tradimento, con richieste di revoca della cittadinanza italiana, con attacchi dal fuoco nemico e amico.

C’è da tempo questo vizietto dei politici di riciclarsi all’estero con incarichi a volte strani, a volte opachi, a volte solamente inopportuni. Mi pare che la virata transalpina di Sandro Gozi possa essere considerata inopportuna. Evidentemente questo illustre signore non ha profetato in patria: il fatto che i cugini francesi lo abbiano ingaggiato dovrebbe farci tuttavia riflettere. Non è poi così squallida la classe politica italiana se fa gola ad altri stati. Evidentemente la sua competenza, esperienza e convinzione in tema di rapporti con l’Europa è riconosciuta ed apprezzata da Macron, senza bisogno per questo di scandalizzarsi e intravedere chissà quale complotto internazionale.

Certamente i rapporti fra Italia e Francia non sono e non sono mai stati idilliaci, è vero che su diverse questioni di politica estera esistono notevoli divergenze strategiche e tattiche, è vero che può dare fastidio che un ex faccia migliore carriera in un altro contesto, è vero che passare dal governo italiano a quello francese non è il massimo della linearità comportamentale, è vero che non solo nello scacchiere internazionale, ma anche in quello europeo i due stati non battono sempre pari, è vero che anche per Sandro Gozi l’erba del vicino è più verde, è vero che nel fare politica occorrerebbe un po’ più di pazienza e perseveranza, è vero che non è il massimo dell’eleganza e dello stile fare questi repentini passaggi, ma da qui a lasciarsi andare a certi sfoghi nazionalistici considerando un traditore chi collabora con un altro governo, a ventilare l’ipotesi, peraltro fantasiosa, del ritiro della cittadinanza italiana, mi sembra che la distanza sia notevole. Lasciando stare poi il solito discorso della pagliuzza nell’occhio gozziano rispetto alla trave nell’occhio salviniano. È più grave collaborare col governo francese o brigare con quello russo, peraltro non da ex ma da ministro in carica.

Non mi sembra che la scelta di Gozi possa essere considerata gravemente opportunistica ed affaristica, come avvenne per l’ex cancelliere tedesco Shröder, nominato direttore indipendente di Rosneft, la più grande compagnia petrolifera controllata dallo stato russo.  Mi sembra anche che Carlo Calenda, personaggio, peraltro stimabile e intelligente, con un piede dentro e uno fuori dal Pd, debba smetterla di fare il fenomeno, tranciando acidi ed inappellabili giudizi politici, atteggiandosi a primo della classe senza esserlo.

Termino la riflessione con una divagazione sportiva: un mio amico, alcuni anni orsono, si dichiarò apertamente e provocatoriamente tifoso del Real Madrid, suscitando parecchie reazioni negative: come? tu italiano simpatizzi per una squadra spagnola? Rispose a tono: non siamo tutti europei? allora cosa c’è di strano? Oggi in campo calcistico verrebbe la tentazione di tifare per le squadre inglesi, che esprimono un gioco bello, divertente e coinvolgente. Ma hanno scelto di non essere più europei e allora che se la vedano da soli anche a livello di tifo calcistico. Infatti Sandro Gozi non è andato a bussare alla corte della regina Elisabetta e al nuovo risicato governo di Boris Jhonson…