Il Presidente misericordioso

Come cambia il mondo… Il settimanale Panorama ne dà una puntuale dimostrazione. “Nessuna alleanza con nessuno. Ci affidiamo a Mattarella”. Luigi Di Maio ha usato queste parole alla vigilia dell’intervento di Conte al Senato che dovrebbe dirci qualcosa in più sulla crisi di Governo. Una frase che tutti, soprattutto qualcuno, in questi giorni hanno usato anzi abusato a sproposito, più di tutti il vicepremier grillino. Un anno fa lo stesso Di Maio chiedeva nientepopodimeno che “l’impeachment” per il Capo dello Stato nel pieno delle consultazioni post Elezioni politiche. Oggi invece a quella stessa persona si affida, a braccia aperte. Giusto per ricordare le cose come stavano… e come le opinioni cambino a seconda dei bisogni.

Spero si tratti del tipico percorso del figliol prodigo, anche se di politici prodighi ce ne sono un po’ troppi. Confidiamo nel presidente misericordioso. Gli abbiamo messo in mano una patata bollente, una situazione intricata e delicata, una matassa aggrovigliata. Già un anno fa aveva dovuto fare i salti mortali per rispettare il pur orribile esito elettorale, giocando di fino nella bettola pentaleghista. Oggi ha in mano i cocci di un governo miseramente imploso: rimetterli insieme è impossibile. Quindi, bisogna escogitare, peraltro in fretta, una nuova esperienza che dia un minimo di garanzie future nell’interesse di un Paese pieno di problemi, che non possono aspettare i comodi di una politica riottosa e faziosa né quelli di un elettorato bizzoso e nevrotico.

Sergio Mattarella si trova nella necessità di spingere la politica a fare il proprio dovere prima di passare eventualmente la palla ai cittadini. Mi fido ciecamente di lui, non come fa Di Maio, ma perché credo nella istituzione e nella capacità dii Mattarella di servirla al meglio. Sono sicuro che non accetterà soluzioni improvvisate o pasticciate e saprà mettere tutti di fronte alle loro responsabilità. Ammiro il suo grande rispetto per le singole persone, per il ruolo della politica e dei partiti, per le necessità della comunità nazionale, per la funzione dell’Europa. Il suo dubbio atroce sarà: privilegiare una soluzione della crisi varando comunque un governo possibile oppure scegliere di azzerare la situazione dando agli elettori la possibilità di tornare a votare a così breve distanza di tempo?

Non azzardo pronostici, spero che lo assecondino giocando pulito, mi auguro che la Carta costituzionale possa essere il suo sufficiente armamentario, prego Dio che lo illumini nel suo gravoso compito. Matteo Salvini sfodera inopportunamente e strumentalmente i simboli della devozione cristiana. Se proprio vuole mescolare fede e politica, faccia un’insistente preghiera per Sergio Mattarella, anche se potrebbe sentirsi rispondere dalla Vergine Maria, dal suo Figlio e dal Padre Eterno: perché non lo aiuti tu? Comincia tu e poi vedrai che tutto andrà meglio… Aiutatelo che il ciel l’aiuta. Comunque vada, grazie presidente!

 

Un bel rigurgito di dignità

Ha vuotato il sacco. Sì, Giuseppe Conte ha chiuso il conto aperto con Matteo Salvini: in questo anno di governo ha prese parecchie botte, ma si è tolto la soddisfazione di dirgliene molte nei denti. Non gli ha risparmiato nessuna accusa dal punto di vista istituzionale, politico, etico, culturale e personale. Non c’è dubbio, tutte cose sacrosante! Viene spontaneo domandarsi: ma come hanno fatto a convivere? quanta pazienza ha dovuto portare Conte? perché non si è sfogato prima? Probabilmente è come nei matrimoni: quando la convivenza raggiunge il massimo dell’intolleranza reciproca, saltano fuori tutte le magagne, che nel tempo erano rimaste coperte.

Il commento dell’opposizione è stato: troppo tardi! Io mi accontento: meglio tardi che mai…Intendiamoci bene: il disastroso bilancio del governo pentastellato non è ascrivibile sbrigativamente soltanto ai comportamenti leghisti e salviniani in particolare. La stringente requisitoria di Conte ha tuttavia il merito di avere scoperto l’altarino (sic!) del pericolo fascistoide: si è tolto e in parte ci ha tolto la serpe dal seno. Grazie di avere finalmente parlato chiaro. Un bel canto del cigno, anche se il cigno nella seconda parte del suo canto ha difeso (troppo) il proprio operato (non si poteva pretendere che facesse una clamorosa autocritica), ma ha soprattutto lasciato intendere di essere disponibile a continuare il lavoro (magari allestendo frettolosamente un nuovo cantiere). Qui viene il difficile al limite dell’impossibile.

Voglio per un attimo restare su Giuseppe Conte: esce a testa alta, con l’onore delle armi, da galantuomo, riconosciuto come tale dal Presidente della Repubblica che non lo ha mai lasciato solo, dall’Europa che ne ha capito la buona fede e la sincera volontà di agire per il bene dell’Italia senza mancare di riguardo e di rispetto ai partner ed agli equilibri della Ue, dai cittadini che, al di là di tutto, ne hanno apprezzato il garbo, la correttezza e la serietà. In fin dei conti nessuno ha sparato sul pianista e lui ha interrotto sua sponte la musica che stava diventando inascoltabile. Lo stimo sincero e gli credo quando ammette di avere imparato molte cose e di avere compiuto parecchi errori, pur rivendicando la quantità e qualità del lavoro svolto. Non ha risparmiato critiche anche al M5S di cui è diventato il rappresentante accettabile e dialogante (Grillo permettendo). Non ha dato agli amici pentastellati soltanto qualche pizzicotto, come qualche commentatore ha superficialmente osservato, a fronte dei pugni in faccia assestati a Salvini. Ha fatto due dure critiche di fondo ai grillini: al loro modo di intendere e fare politica quasi esclusivamente sui social media e alla loro scarsa sensibilità istituzionale.

Non penso che tutto possa essere ricondotto ad una manfrina per riciclarsi e magari ricandidarsi a premier o a qualche altra carica importante: esce comunque abbastanza bene dalla scena a prescindere dal fatto che possa continuare o meno a recitare. Staremo a vedere. Devo ammettere di averlo sottovalutato come uomo e come politico, di averlo spesso considerato un burattino sballottato fra le mani di presuntuosi burattinai. Il burattino si è rivelato un uomo in carne ed ossa, con una sua precisa dignità. Un dato positivo, un piccolo spiraglio di luce che spunta e che potrebbe, tutto sommato, aiutarci a guardare avanti.

 

 

I giovani ultra ottantenni

Alla fine del giugno scorso ha girato sui media americani, e poi di tutto il mondo, l’immagine iconica della sofferenza, di un corpo riverso nell’acqua verdastra del fiume accanto al corpicino della figlioletta, quasi volesse continuare ancora a proteggerla e salvarla portandola a riva: si trattava di un padre e della sua bambina morti annegati nel Rio Grande mentre cercavano di passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Papa Francesco l’aveva vista con immensa tristezza ed era rimasto profondamente addolorato, pregando per loro e per tutti i migranti che hanno perso la vita cercando di sfuggire alla guerra e alla miseria.

A distanza di quasi un mese una religiosa ultra ottantenne, cha stava protestando silenziosamente contro la politica migratoria di Trump, è finita tra le settanta persone – fra le quali alcune Sorelle della Misericordia – che sono state arrestate dalla polizia a Washington mentre manifestavano per criticare le ultime scelte del presidente americano. I manifestanti avevano occupato una sala del Senato, il Russel Senate Office Building, in quella che hanno definito come “Giornata cattolica di azione per i bambini immigrati”. La suora più anziana si chiama suor Pat Murphy e ha dichiarato che la situazione nei centri di detenzione degli immigrati è “assolutamente immorale”, riferendosi a quanto sta accadendo al confine con il Messico dove perdura “una situazione abominevole”.

Seppure con un qualche ritardo ho esaminato e accostato i due fatti: da una parte la pietà cristiana e la solidarietà umana, espresse al più alto e autorevole livello, per le vittime dell’ingiustizia fatta sistema; dall’altra la protesta e la testimonianza contro la politica delle barriere verso gli immigrati. Sono le due facce della stessa medaglia caritativa, una non può sussistere senza l’altra. La pur altolocata commiserazione da parte del papa si completa con la pur modesta ribellione non violenta di una vecchia suora. Due ultra ottantenni a favore dei diritti alla vita e contro la noncuranza, se non addirittura l’ostilità contro chi cerca disperatamente di vivere.

In questo virtuoso collegamento ho ritrovato lo spirito della vera Chiesa, il suo servizio alla causa dei deboli e dei sofferenti, la sua vicinanza ai poveri ed agli emarginati. Suor Pat non si è chiesta dov’è il papa e il papa non si è chiesto dove sono le sorelle della misericordia: ognuno ha fatto e fa la sua parte. Alla vigilia di ferragosto il cardinale Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha indirizzato un messaggio alla politica italiana affinché si metta al servizio del bene comune e la smetta di giocare a nascondino rispetto ai problemi reali. Mancano i preti, le suore, i laici che abbiano il coraggio di scendere in piazza a protestare?! Le occasioni non mancano, ad esempio davanti allo stillicidio continuo contro i migranti abbandonati in balia delle onde. Sono sicuro che molti saranno impegnati, senza fare baccano, nell’accoglienza e nell’integrazione degli immigrati. Però bisogna fare anche un po’ di baccano: nella lotta per una società più giusta c’è posto anche per la contestazione politica. Forza e coraggio!

Però si può scendere in piazza anche con diverse prese di posizione: «Non voglio essere polemico, ma non si vanno a soccorrere sulle navi persone che hanno telefonini, oppure catenine, catene al collo, e dice che vengono dalle persecuzioni. Quali persecuzioni? Guardiamoci intorno, guardiamo la nostra città, la nostra patria. Guardiamo le persone accanto, che hanno bisogno e quante ne ho conosco io, sono tante, tantissime, una marea che si vergognano del loro stato di vita». Questo il passaggio dell’omelia del parroco di Sora, in provincia di Frosinone, durante le celebrazioni per la festa di San Rocco che ha scatenato l’immediata reazione dei fedeli presenti in piazza: alcuni lo hanno applaudito, mentre altri gridavano «buu, vergognati». Come diceva il mio insegnante di italiano a commento di interventi fuori luogo dei suoi allievi: rovinato tutto!!!

La diocesi di Sora ha immediatamente preso le distanze dalle parole del parroco, in una lunga nota in cui il vescovo sottolinea in sostanza che la scelta della diocesi è l’accoglienza e che «qualunque pensiero in senso contrario espresso da chiunque, non esprime la volontà della Chiesa diocesana, e si deve addebitare esclusivamente a discutibili scelte personali di ogni singolo soggetto». Non a caso Gesù afferma: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma divisione». Aggiungo io: anche tra parroco e vescovo, tra vescovo e papa etc. etc.

 

Un paradosso tira l’altro

La strana crisi di governo sta prendendo una piega altrettanto strana. Come previsto, è deflagrata la maggioranza giallo-verde, che io da sempre preferisco chiamare pentaleghista, in quanto questa definizione rende perfettamente l’idea del “mostro” politico non creato a livello istituzionale e costituzionale da Mattarella, ma generato in laboratorio da due apprendisti stregoni, Di Maio e Salvini, in cerca di ignobile rinnovamento. I cocci sembrano non più riutilizzabili e allora ecco spuntare una stranissima prospettiva di governo giallo-rosso, che io preferisco chiamare pentapiddista, mettendo le mani avanti quasi a voler esorcizzare un nuovo mostro.

Un paradosso tira l’altro. Coloro che hanno continuato per anni a sputare contro il partito democratico e soprattutto contro Matteo Renzi, si stanno sgelando per opera di Grillo e lasciano balenare la possibilità di un accordo con quel partito. I piddini, coloro che, durante questo ultimo anno, escludevano ogni e qualsiasi probabilità di dialogo con il M5S, oggi parlano confusamente di governi istituzionali, di governi del Presidente, di governi di solidarietà nazionale, etc., lasciando intendere di potere, a fin di bene, baciare il rospo. Berlusconi, che ha gettato divertenti manciate di merda addosso ai grillini, sta cercando, per l’interposta persona di Gianni Letta, di rientrare nei giochi al fine di salvare i suoi interessi ed evitare elezioni, che forse lo cancellerebbero inesorabilmente dalla scena sia come eventuale vincitore in un centro-destra tutto destra e niente centro, sia come cigno definitivamente ammutolito e perdente. I grillini arriverebbero persino a sdoganare l’odiato cavaliere, togliendogli le macchie e non avendone più paura. A Leu non parrebbe vero di diventare la sinistra, che copre ideologicamente l’inciucio. Agli europeisti sparsi farebbe comodo entrare in una maggioranza di stampo europeista: Romano Prodi, alla spasmodica e stucchevole ricerca del ruolo di padre nobile della sinistra, arriva a prefigurarla, chiamandola “Orsola” dal nome del commissario-capo europeo, quella Ursula Von Der  Leyen, votata al parlamento di Strasburgo da tutti i potenziali protagonisti della nuova maggioranza italiana.

In politica ne ho viste di tutti i colori e quindi sono maggiorenne e vaccinato. Non mi lascio scandalizzare da nulla. Però le perplessità su una simile prospettiva non riesco a vincerle e faccio molta fatica a credere che Sergio Mattarella la possa patrocinare o anche solo registrare. Il collante vero di questa nuova (?) maggioranza sarebbe la rimessa in gioco di molti personaggi attualmente in bilico: Grillo riprende in mano il movimento e se lo masturba a piacimento; Prodi risorge dal sepolcro presidenziale in cui lo avevano sepolto dopo averlo candidato e crocifisso; Renzi torna in pista perché non può fare a meno di un governo, se non suo almeno amico e per i suoi amici; Di Maio salva la faccia  e il suo ridicolo doppio petto; gli altri grillini non contano un cazzo  e andranno a cuccia per succhiare l’osso della ricandidatura; Conte se ne andrà a Bruxelles e non ci farà sfigurare; Zingaretti incasserà una parvenza di unitarietà del partito; persino Enrico Letta potrebbe tornare dall’esilio.

E io dovrei applaudire? Nossignori! Siccome i programmi camminano sulle gambe degli uomini, non riesco a vedere un percorso attendibile. Ero iscritto alla Democrazia Cristiana e fui costretto a berla da botte molte volte: quando vidi spuntare l’era forlaniana con tanto di Caf, capii che era finita e non rinnovai la tessera nonostante le insistenze di tanti carissimi amici. Oggi non ho tessere da restituire, mi è rimasto il cervello e non sono disposto a venderlo all’ammasso. Mi dispiace, ma la lotta al salvinismo non si fa così. E non mi si definisca un aventiniano: non vado sull’Aventino, ma resto nella mischia a combattere a mani nude contro il fascismo strisciante e a favore della vera Europa.

Marciare divisi per combattere disuniti

Che il partito democratico non sia monolitico mi sta benissimo, che al suo interno abbia una pluralità di idee e finanche di principi di riferimento è accettabile se non addirittura auspicabile, che il dibattito sia vivace è una ricchezza, ma tutto ha un limite. Che in piena (quasi) apertura di una delicata e complessa crisi di governo il PD si presenti con ben tre posizioni politiche, mi sembra un po’ eccessivo.

Carlo Calenda, del quale non ho ancora capito se appartenga al partito o se stia sempre “sull’uscio col lume che vacilla al vento” (Bohème atto primo), chiude aprioristicamente al dialogo col movimento cinquestelle: «Se la direzione darà al segretario Zingaretti il mandato di verificare l’ipotesi di un accordo con i 5 stelle, questo vorrà dire che il Pd avrà definitivamente abdicato alla rappresentanza del mondo liberaldemocratico» dice Calenda in un’intervista al Foglio. «Io questa cosa non la accetterò. Sarà a quel punto inevitabile lavorare a una nuova forza politica che rappresenti quel mondo orfano. Una forza non alleata con il Pd, perché il Pd avrà perso ogni credibilità rispetto alle istanze dell’Italia seria, quella che lavora, studia e produce».

Matteo Renzi, del quale non ho ancora capito cosa voglia fare, ma temo abbia solo l’intenzione di recuperare un ruolo per sé, afferma ripetutamente, peraltro in qualche contraddizione col suo recente passato (solo gli idioti non cambiano mai opinione…) afferma: «Un Governo Istituzionale che come prima cosa abbia un Ministro dell’Interno degno di questo nome e un Governo che pensi a fare il bene degli italiani, non a litigare tutti i giorni. Sono uomini delle Istituzioni coloro che mettono da parte i propri risentimenti personali e pensano a come evitare la crisi economica. Poi torneremo a discutere, litigare, dividerci. Ma prima viene l’Italia, poi vengono gli interessi dei singoli partiti. Ci hanno buttato addosso odio e fango: noi non replichiamo allo stesso modo, ma rispondiamo pensando al bene comune e ai risparmi delle famiglie».

Il segretario Zingaretti, quello che fino a prova contraria dovrebbe esprimere la linea del partito, non esprime un bel niente  e resta in attesa: «Solo nello sviluppo dell’eventuale crisi di governo sotto la guida autorevole del Presidente Mattarella si potranno verificare, se esistono, le condizioni numeriche e politiche di un Governo diverso con una larga base parlamentare che nasca non a tutti i costi per la paura delle urne, che non abbiamo, ma dalla reale possibilità di trasformare l’Italia, cambiare e rifondare l’Europa e ricostruire una speranza».

Cosa andranno a dire al presidente della Repubblica in caso di probabili consultazioni non riesco a capirlo, speriamo lo capisca Mattarella. Non sarà il caso di darsi una regolata, di discutere anche animatamente negli organi di partito, per poi esprimere una linea univoca che abbia credibilità di fronte ai cittadini. In politica mai dire mai, però qualche volta sarebbe utile avere le idee chiare. Il vezzo frazionistico della sinistra è sempre in agguato. Facciamo un discorso meramente tattico: di fronte ad una maggioranza uscente che brancola nel buio, di fronte ad un centro-destra sballottato e shakerato da Salvini, di fronte ad un M5S in confusione mentale, di fronte persino a qualche scricchiolio in casa Lega, non sarebbe il caso che il PD si presentasse con un minimo di dignitosa unità d’intenti e non in ordine sparso? La democrazia cristiana sapeva dividersi, ma sapeva, nei momenti topici, stare unita. Per non parlare del PCI. C’era un partito che, per dirla brutalmente, non sapeva mai dove tenere il culo, era il Partito socialista: fu il responsabile principale della mancanza di una seria e credibile sinistra riformista nel secolo scorso. Vuoi vedere che il PD si candida a ripetere questo errore nel secolo attuale?

Anche i ricchi piangono

Dalla pizza Flat Tax a quella del Capitano, ma ci sono anche la Va’ pensiero, la Ruspa e la Ladrona. Chiaramente l’intento del menù alla Festa della Lega a Pontida è quello di far sorridere, ma fa polemica in Rete il fatto che tra le pizze speciali ne compaiono anche alcune in cui si scherza su un tema che in molti ritengono drammatico: quello dei migranti. Ci sono infatti nell’elenco anche le pizze Aquarius e Sea Watch: tonno, olive, gamberetti e rucola per la Aquarius, frutti di mare e carciofi per la Sea Watch.

Al cattivo gusto si associa la macabra voglia di ridere su ciò che dovrebbe far piangere: queste pizze dovrebbero andare di traverso a chi le cucina trasformando l’odio in riso amaro e a chi le mangia trasformando il sano appetito in ingordigia distruttiva. Siamo arrivati al punto di scherzare su chi muore o rischia di morire in mare e, forse ancor più grave, su chi cerca di salvare costoro. Se è vero che “stultorum mater sempiter gravida” (la madre degli imbecilli è sempre incinta), se è vero che “risus abundat in ore stultorum” (il riso abbonda sulla bocca degli stolti), bisogna aggiungere con Lucio Anneo Seneca che “è perverso comunque tutto ciò che è troppo”.

Ho la speranza che queste manifestazioni, tipiche di una subcultura di stampo fascista (è necessario chiamare le cose con il loro nome), rivelino agli occhi degli italiani la follia in cui stiamo precipitando forse senza neanche accorgercene (almeno lo spero). Nella involuzione leghista si sta passando dallo sberleffo ai ladroni, ai vescovoni ed ai burocratoni alla derisione di chi muore di povertà: i ricchi, che non solo se ne fregano dei poveri, ma si divertono alle loro spalle.

Sto esagerando? Se c’è qualcuno che esagera non sono io, ma quanti si permettono il lusso di sacrificare il senso umanitario sull’altare del proprio egoistico benessere e soprattutto quanti hanno il coraggio di ridere sulle disgrazie altrui. Ricordo un piccolo episodio della mia adolescenza. Stavo giocando al pallone in cortile assieme ad alcuni amici. Ad un certo punto tra una pallonata e l’altra passa un simpatico signore anziano dotato di un enorme deretano. Il caso (?) vuole che un tiro vada a segno incocciando proprio il lato b del malcapitato. La scena era indubbiamente buffa e scoppiai a ridere sguaiatamente. Quell’omone si voltò e mi fulminò con poche parole: “No, ridor no!”. Era disposto a sopportare l’affronto della pallonata, ma non quello della risata. Aveva ragione. La derisione infatti, per dirla con una citazione forbita, è un germe patogeno, che infetta l’uomo dentro.

Oggi si ride dei migranti, domani su chi li aiuta, dopodomani su chi gli dà cristiana sepoltura, piano-piano si arriverà a ridere dell’ingombrante democrazia, delle sue istituzioni, dei suoi valori. Nel 2007 Rifondazione Comunista fece una campagna di affissioni e inserzioni sui giornali: ricordo un manifesto con un grande panfilo bianco ancorato in un mare scintillante e la scritta: “anche i ricchi piangono”. Si disse allora, che l’estrema sinistra cercava la vendetta sociale, la rivincita economica dei ceti impoveriti dall’euro contro le classi agiate. C’era in effetti la presenza di tutta la demagogia tipica dell’estremismo di sinistra. Forse però sarebbe il caso di rispolverare quel manifesto e di riciclarlo in chiave immigrazione, rischiando di fare un po’ di demagogia.  Il gioco democratico a volte vale persino la candela della demagogia.

 

 

 

Galeotto fu il gavettone

A Castelvolturno, in provincia di Caserta, in un clima simpaticamente goliardico, politicamente ben finalizzato, fortunatamente non violento, si è svolta una protesta contro Matteo Salvini, che ha partecipato al Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica. I manifestanti hanno lanciato gavettoni e urlato cori contro il ministro dell’Interno (ne ho colto uno dai video postati su internet: “Leghista terrone vergogna del meridione”). Un carabiniere di presidio si è avvicinato ai contestatori per placare gli animi e ironicamente ha chiesto “almeno di mirare bene”, dopo essere stato quasi colpito da un palloncino pieno d’acqua.

Mi sono sempre stati più simpatici i meridionali con la loro innata e sbraitante carica umana, rispetto ai lumbard con la loro cantilenante e presuntuosa puzza sotto il naso. A ferragosto mi hanno regalato un pizzico di buonumore, ma la ciliegina sulla torta l’ha messa il carabiniere con il suo finto rimprovero: una esclamazione che dice tutto dell’attuale momento politico italiano. Forse sarebbe il caso che, nelle prossime consultazioni al Quirinale per dipanare la matassa governativa, il presidente Mattarella lo ascoltasse come persona informata dei fatti politici. E che a qualcuno non venisse in mente di sottoporre quel furbo carabiniere a una procedura disciplinare: gli va data la medaglia d’oro al valor civile.

Mio padre mi raccontava che, durante il periodo fascista la goliardia degli studenti non si rassegnava alla censura: giravano per la strada con un asino e gli gridavano un coraggioso “vai avanti Benito”. Dobbiamo ritrovare il gusto dello sberleffo contro il potere e in questo i meridionali possono esserci di grande aiuto con la loro fantasia e la loro non violenza.

Da Castelvolturno ci spostiamo a Novorossijsk, in Russia. Dmitriy Timchenko e un suo amico hanno assistito a una scena che ha dell’incredibile mentre si trovavano di fronte a un negozio. Un cane randagio locale, che Dmitriy di solito vedeva vagare per la zona, ha incontrato un Pit Bull legato a un palo fuori dal negozio. La proprietaria dell’animale era solo entrata a fare la spesa, ma il randagio deve aver pensato che l’altro quattrozampe avesse bisogno di aiuto e così lo ha liberato tirando con i suoi denti il guinzaglio. I due hanno poi iniziato ad allontanarsi e in quel momento Dmitriy e il suo amico sono intervenuti, temendo che il Pit Bull potesse perdersi e lo hanno riconsegnato alla sua proprietaria. Una scena molto bella e toccante.

Se i protestatari di Castelvolturno mi hanno concesso una pausa ferragostana di buonumore, i cani di Novorossijsk mi hanno fatto ricredere sugli animali, ai quali non riservo generalmente grande simpatia. Ho pensato a san Francesco alle prese col lupo di Gubbio, al mio caro amico don Luciano Scaccaglia che ammetteva i cani in chiesa, alle tante persone che passano davanti alle mie finestre in dolce compagnia dei loro cani. Queste bestie hanno sempre qualcosa da dirci e da insegnarci. Sono capaci di istintiva solidarietà fra di loro e verso di noi, noi che non sappiamo commuoverci nemmeno di fronte a centinaia di poveri disgraziati che rischiano la vita in mare per trovare un posto in cui sopravvivere.

Morale delle favole ferragostane: c’è sempre qualcosa da imparare, anche e soprattutto politicamente parlando.

Il Parlamento è la Chiesa della democrazia

Agli squallidi protagonisti dell’insano ferragosto della politica si è sovrapposto il serio interprete della festa dell’Assunta, il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei. Lungi da me ricadere nell’integralismo cattolico, rinunciare al mio spirito laico, ma quando si sta politicamente per affogare ben venga una scialuppa di salvataggio, anche se viene da un pulpito clericale, dal referente massimo che la società italiana ha nella gerarchia cattolica: la Conferenza Episcopale Italiana e il suo capo.

Allo scoppio fragoroso e distruttivo di tangentopoli con la politica sommersa dagli scandali della corruzione, la gente intravide due ancore di salvezza: la Magistratura e la Chiesa Cattolica. Non bastò, anzi queste due istituzioni delusero le attese. La stessa Bibbia ricorda come, in un periodo di massima confusione, il popolo di Israele fu governato dai Giudici: ma i giudici devono soltanto far bene il loro mestiere e, per la verità, non sempre ci riescono. La Chiesa, nel triste periodo successivo a tangentopoli, finì col dare fiducia a politici di basso livello e arrivò a “contestualizzare” il berlusconismo. Adagio quindi, ricordiamoci di quanto, nel Don Carlo, famosa opera verdiana, si chiede il re Filippo II a colloquio col Grande Inquisitore: “Dunque il trono piegar dovrà sempre all’altare!”. Devo ammettere che, mentre nel cardinal Bassetti non trovo niente dell’invasivo fanatismo del Grande Inquisitore, in troppi politici, senza voler esagerare, trovo molte assonanze con la furia di potere di Filippo II (lui puntava alla pace dei sepolcri, oggi si offre il silenzio sul mare che inghiotte i disperati).

Il tono e il contenuto del nobilissimo messaggio augurale dell’autorevole cardinale sono tali da imporre a tutti, politici in primis, una seria riflessione e da infondere una speranza. Consiglio di leggerlo integralmente; ne riporto di seguito un brano: “Il Parlamento è cosa seria. È la Chiesa delle democrazie. Nei settant’anni di storia repubblicana gli eletti che l’hanno composto sono stati specchio del Paese: in molti casi, persone da cui prendere esempio per la passione civile con cui hanno servito le Istituzioni. Anche oggi fra i parlamentari vi sono tante persone libere e rigorose, che hanno il dovere di prendere la parola per richiamare tutti a responsabilità. Credo che, più che il loro numero, conti la possibilità che fra loro ci siano non solo i fedelissimi dei capi di turno, ma tante persone oneste, competenti, attente a parlare a tutti. La politica, prima che di numeri, è fatta di persone. Ancora una volta tocca al Parlamento trovare una soluzione per aiutarci a rimanere un grande Paese, democratico ed europeo. Governare è una necessità; governare bene è un dovere. Il Parlamento non diventi, perciò, la trincea di una lunga guerra di posizione. Come nei legami familiari, tutte le forze politiche tornino a guardarsi negli occhi con la disponibilità a individuare le strade per convivere senza inganno o inutili astuzie”.

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire: immagino il fastidio provocato da un simile appello, anche se magari verrà ufficialmente elogiato. Qualcuno si affretterà a inserire il cardinal Bassetti fra i tifosi del governo anti-Lega. Altri lo giudicheranno come un’intrusione. Altri alzeranno le spalle, invitando la Chiesa a guardare alle proprie “sporcaccionate” a sfondo sessuale ed economico-finanziario.

Preferisco leggerlo, rileggerlo, meditarlo, approfondirlo. Mi sembra una gran bella occasione per tornare alla politica interpretata alla luce dell’etica e dell’ispirazione cristiana, con l’aiuto di Maria di cui non dobbiamo avere una stucchevole e strumentale venerazione, ma una grande considerazione. Bassetti conclude il suo messaggio con queste parole: “Come disse allora Pio XII in Piazza San Pietro – presenti Alcide De Gasperi e Robert Schuman – l’Assunta ha a che vedere con il bene comune: Voi, poveri, malati, profughi, prigionieri, perseguitati, braccia senza lavoro e membra senza tetto, sofferenti di ogni genere e di ogni Paese; voi, a cui il soggiorno terreno sembra dar solo lacrime e privazioni, per quanti sforzi si facciano e si debbano fare al fine di venirvi in aiuto, innalzate lo sguardo a Colei che, prima di voi, percorse le vie della povertà, del disprezzo, dell’esilio, del dolore…”.

Sinistra, se ci sei, batti un colpo!

La politica italiana si sta trasformando in un inconcludente, confuso e pericoloso gioco al tatticismo esasperato. Ogni strategia è composta da obiettivi e da tattiche per raggiungerli. Quindi nessuno scandalo: la tattica è necessaria, purché rientri in una strategia di medio/lungo periodo ed a condizione che risponda ad obiettivi rientranti appunto nella strategia.

Se, come sosteneva Alcide De Gasperi, lo statista guarda alla prossima generazione, mentre il politico guarda alle prossime elezioni, attualmente nel nostro Paese non abbiamo statisti, abbiamo solo politici, direi ancor peggio: abbiamo solo dei politicanti da strapazzo. Essi infatti non hanno nemmeno il coraggio di guardare seriamente alle prossime elezioni: le prefigurano in chiave meramente e spudoratamente strumentale. Chi le punta per incassare lo squallido dividendo dopo un anno di governo penoso e disastroso, chi le vuole rinviare per recuperare il terreno perduto nell’ignobile connubio giallo-verde, chi spera di rigenerarsi nel battesimo elettorale dopo averne combinate di cotte e di crude, chi pensa di lucrare una piccola rendita di ritorno improvvisandosi difensore delle istituzioni e del buongoverno, chi non sa che pesci pigliare e cambia tattica come cambiare di camicia.

Il Parlamento viene ridotto a cassa di risonanza di questi giochetti: credo che il dibattito politico abbia toccato il fondo nell’aula del Senato, quando il leghista Matteo Salvini, rinunciando improvvisamente alle sue dichiarate mire elettoralistiche, si è detto disponibile a varare una riforma costituzionale (sic) per dimezzare il numero dei parlamentari, ben sapendo che mettersi su questo terreno vorrebbe dire andare alle urne  fra un anno oppure fare una riforma che entrerà in vigore fra cinque o sei anni. Lo ha fatto solo per passare all’ex alleato grillino il cerino acceso che aveva in mano. Qualcuno li considera colpi di teatro, io li vedo come manciate di sterco sulla politica. Mio padre sosteneva che la bellezza del teatro consistesse proprio nel colpo di scena e in un certo senso anche la politica potrebbe giovarsene, ma qui, lo ripeto, non abbiamo colpi di scena bensì trasformismi scenici alla Fregoli (con tutto il rispetto per lui e per la sua abilità teatrale, non certo per chi lo scimmiotta nelle aule parlamentari).

Ormai, da incallito appassionato alla politica, devo gettare la spugna: non ci capisco più niente e, cosa ancor più grave, non provo più a cercare di capire, ben sapendo che ballo sul filo del rasoio del qualunquismo. Sono diventato qualunquista o sono qualunquisti i politici che si comportano nel modo indecente di cui sopra? È un gioco al massacro, che getta fango sulle istituzioni, indebolisce la democrazia, crea i presupposti per involuzioni sistemiche.

Non ricordo di aver vissuto momenti politici di tale squallore. Avremo toccato il fondo? Lo spero, anche se temo non ci sia più la residua forza di darsi una spinta per risalire. Nella mia esperienza politica ho sempre guardato a sinistra, tentando di cogliere in essa quelle radici che consentono di rimanere legati al bene comune. Lo sto facendo ancora, ma non trovo quello che cerco. Cerco e non trovo. Sinistra ti supplico, se ci sei ancora, batti un colpo! Te lo chiedo con un groppo in gola e le lacrime agli occhi, in nome di chi ha versato il suo sangue per conquistare e difendere la libertà e la democrazia.

Un discorso forbito, cioè ovvio

Ogni epoca ha la sua parolina magica che ne interpreta gli umori e ne sintetizza i pensieri. Nel periodo corrispondente alla mia adolescenza ed alla mia prima giovinezza era di prammatica portare avanti un certo discorso. Il termine abusato nel parlare à la page era appunto “discorso”. Si trattava di uno spunto intellettualoide che serviva per darsi un contegno e per innescare l’aspettativa di un ragionamento culturale impegnato. Il “discorso” si fece protesta ed arrivò addirittura a contestazione più o meno globale ed a rivoluzione più o meno brigatista.

Molti anni dopo arrivò l’evanescente e trasognante “cioè” e schiere di giovani e meno giovani furono educati ed acculturati all’ombra insignificante del cioè: un avverbio utilizzato ben al di là del suo significato per diventare un intercalare obbligato ed insulso. Ai miei tempi, quando si era interrogati, si iniziava la risposta con un “dunque”, che veniva immediatamente cassato dall’insegnante: dunque è infatti una congiunzione con valore conclusivo, esortativo o rafforzativo oppure un sostantivo che significa conclusione, punto fondamentale, momento decisivo. Non ha senso iniziare un ragionamento con “dunque”. Figuriamoci il cioè, che nel tempo è stato addirittura sostituito da un suono non meglio identificato, una sorta di colpo di tosse da emettere parlando di tutto e di niente.

Attualmente, mentre si sta faticosamente spegnendo l’eco dei “cioè” e il “discorso” ha lasciato campo libero alle “cazzate” on line, non può mancare un “ovviamente” che c’entra come i cavoli a merenda: si tratta di un avverbio prezzemolo entrato nel comune parlare di giovani ed anziani, ignoranti e dotti. Se andiamo avanti così il debutto parolaio dei bambini diventerà: “ovviamente mamma”. Questa parolina magica, adottata globalmente ed indipendentemente dalla sua accezione, trova comunque una giustificazione nella odierna inciviltà dell’ovvio: in un tempo in cui c’è ben poco di ovvio, tutto diventa formalmente tale, vale a dire facile e banale, mentre resta o diventa sempre più sostanzialmente difficile e straordinario.

Nel passaggio dal “discorso” al “cioè” c’è la sintesi di un regresso culturale dall’impegno farneticante al disimpegno alienante; nel passaggio da “cioè” ad “ovviamente” abbiamo la transizione dall’ignoranza volgare all’analfabetismo chiccoso, dal rutto pantagruelico allo sberleffo informatico. Ma, ovviamente, non finisce qui, il bello deve ancora venire.