La Misurina è colma?

Mi ha profondamente colpito la notizia della chiusura dello storico centro per la cura e la riabilitazione dell’asma sito a Misurina, nell’incantevole centro dolomitico, di proprietà della diocesi di Parma (tramite l’Opera diocesana San Bernardo degli Uberti). Mi è arrivata improvvisamente e occasionalmente, come un fulmine a ciel sereno, da una giovane suora con cui ho parlato: era molto preoccupata e allarmata anche perché aveva lavorato per questa causa e non si dava pace.

Per il mio turbamento esistono ben tre motivi. Innanzitutto sono molto dispiaciuto, pensando a don Sergio Sacchi, sacerdote e mio indimenticabile amico, che ha speso gran parte della sua vita a servizio di questa struttura. La casa di cura di Misurina fa parte del patrimonio religioso, culturale, sociale, storico ed economico della diocesi, anche e soprattutto per merito di don Sergio e delle tante persone che riusciva a coinvolgere a tutti i livelli, delle tante scelte giuste fatte, del coraggio messo in campo, della generosità con cui ci ha lavorato per tanti anni. Me ne parlava sempre: era nel suo cuore. Aveva passato, non senza sofferenza (le solite decisioni calate dall’alto…), il testimone a don Domenico Magri, altro carissimo amico. Entrambi questi preti sono morti recentemente, lo scorso anno, e infatti mi è venuto spontaneo, non riuscendo a comprimere la mia solita vis polemica, reagire alla brutta notizia dicendo: “Fanno, magari indirettamente, uno sgarbo a questi due scomodi sacerdoti anche dopo la loro morte?”. Boccaccia mia statte zitta!!! Ho pensato male, ho fatto un peccato che confesserò alla prima occasione, ma non vorrei averci azzeccato…

Il secondo motivo riguarda il metodo con cui la Chiesa adotta le decisioni. La diocesi avrebbe, a mio modesto avviso, dovuto muoversi in modo diverso, cercando di coinvolgere nel discorso tutta la comunità diocesana, chiamando a raccolta singoli cristiani, esperti in materia, forze economiche e sociali. È una struttura importantissima, specializzata e radicata. Poteva e doveva essere l’occasione per responsabilizzare e far partecipare la comunità, invece … Può darsi effettivamente che non ci siano i presupposti per continuare, ma prima bisognerebbe tentarle tutte. Come minimo spieghino meglio come stanno le cose e mettano in atto, in modo trasparente, tutte le iniziative possibili. Sono piuttosto scettico verso le forze economiche, ma, come diceva anche la suora con cui ho scambiato qualche impressione, possibile che i vari Barilla, Chiesi e c., le fondazioni bancarie, gli istituti di credito stessi, il Vaticano, e gli enti pubblici territoriali non possano fare niente? Avranno già provato ottenendo risposte negative? Non so dire. Si sono salvate tante iniziative e tante strutture…

Il terzo motivo lo traggo da un articolo apparso sulla Gazzetta di Parma nel 2016, proprio tre anni fa, in cui si tessevano gli elogi e le prospettive di questa struttura e che mi permetto di riportare di seguito quasi integralmente.

“L’istituto «Pio XII» di Misurina di Auronzo di Cadore, di proprietà della diocesi di Parma e specializzato nella cura dei disturbi respiratori infantili, mira a diventare un «laboratorio di alta quota» per ricerche e studi dei maggiori ospedali pediatrici italiani. È questo il senso dell’intesa presentata fra la struttura – attiva da 70 anni, anche grazie ad una donazione iniziale di Pietro Barilla – e l’ospedale pediatrico «Bambino Gesù», di Roma, primo di una serie di accordi fra la struttura e i maggiori ospedali italiani.

In Europa, hanno ricordato gli esperti, l’asma è una patologia in aumento, specie tra i bambini, e rappresenta ormai la principale causa di ricovero in pronto soccorso e la prima condizione cronica tra le cause di assenze scolastiche. Si calcola che in Italia ne soffra un minore su dieci, il 5% dei quali in forma grave persistente.

All’ufficializzazione dell’accordo c’erano, fra gli altri, il segretario di stato della Santa Sede, cardinale Pietro Parolin, il vescovo di Parma Enrico Solmi e il vescovo di Belluno-Feltre, Renato Marangoni. «Un luogo come questo – ha detto il cardinale Parolin – per un cristiano ha un ruolo importante, cioè quello di aiutare, grazie al Servizio sanitario regionale, i bambini più deboli, le cui famiglie non possono sostenere il pur modesto contributo economico richiesto per mandare i figli a Misurina».

Nelle prossime settimane si prevede di invitare a collaborare con il Pio XII anche l’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, l’Irccs pediatrico Gaslini di Genova, l’Irccs materno-infantile Burlo Garofalo di Trieste, l’ospedale dei bambini Buzzi di Milano, le Università di Verona e di Padova ed altri due centri di eccellenza pediatrici europei in alta quota per i disturbi del respiro.

«Si sta sviluppando con vari centri pediatrici una sinergia di ricerca sulla validità delle cure ad alta quota, spiega monsignor Solmi. Il centro di Misurina fu acquistato nel 1946 per ospitare i bambini di Parma provati dalla guerra. Negli anni si è dimostrato in grado di guarire da malattie bronchiali e oggi è un centro di eccellenza in Italia, oltre che, con i suoi 1.750 metri di quota, la clinica più alta d’Europa. Con i farmaci e con percorsi educativi e formativi per pazienti, famiglie e professionisti diamo una risposta importante a patologie in aumento: l’asma oggi colpisce il 20% dei bambini in età prescolare».

Il centro, ricorda il presidente dell’istituto Pio XII don Luciano Genovesi, è accreditato dal servizio sanitario per 100 posti letto (capienza complessiva 150 posti, perché sono ospitati anche i familiari) e in estate è sempre pieno. «La prima iniziativa del nascente network “Misurina” sarà una ricerca sui pazienti con asma non controllata in cura al Bambino Gesù – spiega Genovesi – Sarà studiato il miglioramento della patologia in relazione ai farmaci somministrati e alla qualità di vita nel bambino, confrontando i sei mesi precedenti e i sei mesi successivi al ricovero a Misurina».

Ebbene, tutto finito, tutto cambiato, tutto impossibile? Non sarà meglio ripensarci coraggiosamente e seriamente? Riaprendo il discorso a tutti i livelli, ripensando soprattutto a quanti hanno dato la loro vita per costruire questo patrimonio ed a quanti ne potrebbero usufruire sulla loro pelle. Ci spero ancora e sono sicuro che don Sacchi stia facendo la sua parte dall’aldilà, nonostante tutto. Proviamo a consultarlo?

Tempi duri per i parlamenti

Il premier britannico Boris Johnson ha sospeso per un mese il Parlamento: ho leggiucchiato qua e là e confesso di non aver capito il vero motivo di questa originale decisione, anche se con ogni probabilità su questo fatto grava il fantasma della Brexit. Può sembrare una sorta di punizione della Camera dei Comuni per essersi troppo intromessa nella politica; potrebbe essere un periodo di ferie forzato imposto ai parlamentari per aiutare il governo a risolvere la crisi dell’uscita dall’Europa; potrebbe trattarsi di un anomalo comportamento consentito dalla tanto ammirata mancanza di legislazione scritta; potrebbe essere un buco causato anche da una distrazione regale. Potrebbe. Fatto sta che la questione ha sollevato non poche polemiche e non ingiustificati allarmi.

Stando alle più autorevoli e plausibili interpretazioni, Boris Johnson avrebbe depotenziato il Parlamento, piuttosto contrario ad una Brexit dura e non concordata con le istituzioni europee, ciò che vorrebbe invece il premier per tagliare la testa al toro e chiudere unilateralmente la partita. La mancanza di precisi riferimenti legislativi in campo istituzionale rende tutto vago e possibile alla faccia di chi esalta come un pregio la carenza di normativa. In Italia abbiamo certamente troppe leggi, mentre in Gran Bretagna ne hanno troppo poche. Quando si tratta di rispetto dei principi democratici non farebbe male una certa qual precisione nei poteri e nelle procedure.

Sorge spontaneo intravedere una sorta di minaccioso asse Washington-Londra-Roma per il disprezzo della democrazia parlamentare. Negli Usa vige una democrazia presidenziale, che mi ha sempre impressionato e preoccupato: tanto potere nelle mani di un presidente eletto (nel caso di Trump, da una larga minoranza popolare), ma poco controllabile ed orientabile. In Gran Bretagna un Parlamento sconclusionato e depotenziato, tra una regina fantoccio e un premier fantasioso. In Italia una democrazia diretta in bilico tra le onde populiste del web grillino, le piazze strumentalizzate dalla destra sovranista, la voglia demagogica di ridimensionare le Camere, il ricorso facile e sondaggistico alle urne.

Si chiami populismo o altro non saprei dire: mi sento preoccupato. Con la democrazia non si può scherzare, è vietato divagare. Il tutto è drammaticamente complicato dai protagonisti di queste derive. A Donald Trump, a Boris Johnson, a Matteo Salvini, a Beppe Grillo non affiderei neanche le chiavi di cantina. Sì, perché questi assurdi personaggi non si capisce dove ci vogliano portare: certamente fuori strada e, quando si lascia la strada maestra per prendere delle scorciatoie, solo se la guida è competente ed affidabile si può arrivare alla meta. Diversamente si finisce molto male.

Qualche tempo fa, durante una diabolica kermesse qualunquistica, ho sentito ribattezzare Camera e Senato come “pirlamento”, a margine di una lucida e spietata analisi politica formulata da una simpatica anziana signora. Allora non dissi nulla, mi limitai a sorridere per la vis polemica e ironica, che poteva anche rappresentare una sferzata per la sonnolenta prassi parlamentare. Oggi non sarei più così tollerante: meglio, paradossalmente parlando, uno smodato “pirlamento” piuttosto che i sedicenti leader che ci trattano populisticamente tutti da “pirla”.

Abramo Grillo e Isacco Di Maio

Durante una insignificante e insipida conferenza stampa tenuta, nei giorni della crisi di governo, dai capi-gruppo parlamentari pentastellati, è uscita una frase, tra il minaccioso e il ridicolo, volta a recuperare credibilità e autorevolezza: «Chi tocca il leader del nostro movimento, tocca tutto il movimento…». Excusatio non petita per gli innumerevoli episodi, passati e presenti, di gravi divergenze tra le fila grilline: il M5S sarebbe un monolite, anche se in molti si sono accorti del contrario. Endorsement interno per Luigi Di Maio, obiettivamente indebolito dalle vicende crisaiole e dalla evidente sua mancanza di carisma e di autorevolezza: se ne è accorto anche Matteo Salvini che gli ha lanciato una tardiva e irricevibile scialuppa di salvataggio, offrendogli il premierato in una eventuale riedizione immediata del patto giallo-verde.

Che il movimento cinque stelle sia diviso e sfilacciato è cosa evidente e, per certi versi, inevitabile: non può essere unito un movimento senza storia, senza ideologia, senza identità, senza ispirazione. L’unico collante è costituito dall’antipolitica e dall’antisistema, ideati dall’estro di Beppe Grillo e supportati dalla strategia digitalizzata, applicando il fenomeno del web al movimento stesso, messa in moto dalla “Casaleggio e associati”.

Man mano che i grillini si inseriscono nel sistema e sono costretti a fare politica, la loro velleitaria spinta propulsiva si scioglie come neve al sole: è successo nei comuni dove hanno conquistato le tanto odiate poltrone di sindaco, è successo a maggior ragione a livello nazionale dove hanno messo in piedi un’autentica farsa governativa assieme alla Lega di Salvini (così diversi, così uguali). Beppe Grillo lo ha capito da tempo e cerca di tenere viva l’eco dei vaffa senza disturbare i propri manovratori: impresa ardua. In questa morsa socio-politica è rimasto schiacciato l’esponente più esposto: Luigi Di Maio, per il quale sarà una gara dura trovare almeno uno strapuntino nel governo giallo-rosso. Non è un gran male per l’Italia, è un brutto colpo per i pentastellati alla disperata ricerca di una verginità perduta, di uno slancio compromesso e di un consenso calante.

Da una parte hanno dovuto recuperare e adottare l’aplomb di Giuseppe Conte, promuovendolo sul campo leader istituzionale, dall’altra sono costretti a nascondersi dietro il dito della piattaforma Rousseau, mentre il Di Maio bifronte ha scarse possibilità di sopravvivenza politica nonostante le difese d’ufficio. Il loro elettorato è liquido e quindi si sperde nei rigagnoli verso destra o verso sinistra a seconda dei momenti e dei territori. Continuano a inveire contro le poltrone su cui dovranno comunque sedersi e ad enfatizzare programmi onnicomprensivi e confusi volti a drizzare le gambe ai cani. Non hanno avuto il coraggio di tornare alle urne preoccupati da un vistoso calo di consensi, non hanno la freddezza e la spregiudicatezza di trasformarsi in una forza di governo vera e propria, capace di riformare il sistema dal di dentro. Sono allo sbando!

Che Luigi Di Maio faccia o meno il vice-premier oppure il ministro dell’Interno o della Difesa ha poca importanza: era un non leader a cui non ubbidire, adesso è un ingombrante arnese di cui liberarsi senza dare troppo nell’occhio, una vittima illustre (?) da sacrificare sull’altare pentastellato. Ci rimane Giuseppe Conte, che di grillino ha poco o niente e che dal vaffanculo passerà al vaffanbagno di realismo politico. E i Fico, i Di Battista, i Toninelli, i Patuanelli, etc? Ai posteri l’ardua sentenza, che riguarderà peraltro solo Beppe Grillo. Il resto mancia.

 

 

 

Il tuffo dalla piattaforma Rousseau

Rousseau è la piattaforma di democrazia diretta del M5S. I suoi obiettivi sono la gestione del Movimento nelle sue varie componenti elettive (Parlamenti italiano ed europeo, consigli regionali e comunali) e la partecipazione degli iscritti alla vita del Movimento stesso attraverso, ad esempio, la scrittura di leggi e il voto per la scelta delle liste elettorali o per dirimere posizioni controverse all’interno dei cinque stelle.

I pentastellati sono andati da Sergio Mattarella al Quirinale a chiedere l’incarico di formare il governo per Giuseppe Conte sulla base di una maggioranza politico-programmatica fra M5S e PD. Ce la farà Conte? Staremo a vedere, ma non è di questo che mi meraviglio, ma della scelta di sottoporre la nascita di questa nuova compagine ministeriale al giudizio degli iscritti tramite una sorta di referendum informatico: queste consultazioni lasciano il tempo che trovano per la loro scarsissima attendibilità dovuta alla limitata partecipazione ed alla complessità dei quesiti sottoposti ai potenziali elettori. Ma lasciamo perdere…Il problema questa volta è che la piattaforma Rousseau funzionerà come una sorta di Quirinale bis. Se, infatti, dovesse uscire un responso negativo, i dirigenti del Movimento ritirerebbero la disponibilità offerta al Capo dello Stato e presumibilmente di tutto quanto faticosamente costruito in sede istituzionale non se ne farebbe niente. Come minimo, il referendum farsesco l’avrebbero dovuto fare prima di salire al Colle con le loro proposte. Sulla testa di Mattarella e del presidente del consiglio da lui incaricato viene posta quindi la spada di Damocle della piattaforma Rousseau.

I grillini si rifanno ideologicamente a Rousseau, di cui peraltro fanno una specie di vignetta. Il popolo, ma solo quello grillino e solo la parte di esso disposta a cliccare, vale più del Parlamento e del Presidente della Repubblica: una distorta visione, demagogica e sostanzialmente anti-democratica. Sono proprio curioso di vedere come la prenderà Mattarella nel caso in cui i pentastellati facessero marcia indietro alla luce del responso della loro piattaforma. Per i grillini roba da sprofondare di vergogna, per il capo dello Stato la necessità di ripulire le istituzioni dalla smerdata populista.

Forse però è meglio non preoccuparsi più di tanto. Sarà molto probabile che la consultazione diventi l’ennesima buffonata a ratifica dell’operato del gruppo dirigente pentastellato: siamo a livello di falsa o finta democrazia, la versione riveduta e scorretta del velleitario assemblearismo sessantottino.

In questi giorni ho sentito ripetere che il M5S è nato da una parola: “vaffanculo”. Per quanto mi riguarda, fatte tutte le analisi politiche del caso, concesse tutte le attenuanti della ingenuità e dell’impreparazione, considerata la buona fede qualunquista ed antipolitica, tenuto conto del male maggiore evitato (fino a quando non si sa), valutate con pietà le giravolte effettuate, lo seppellirei volentieri con lo stesso termine: “vaffanculo”.

Ma non è finita lì. All’uscita dallo studio del presidente della Repubblica, al termine del colloquio nell’ambito del secondo giro di consultazioni in vista della formazione del nuovo governo, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha dichiarato: “Non ne abbiamo parlato con Mattarella, ma comunichiamo che se si formerà il governo M5S-Pd scenderemo in piazza”. “Non le sembra un po’ troppo dirlo dalla sala del Quirinale?” le ha chiesto la giornalista di Tiscali, Claudia Fusani. “Non so quando avete deciso che sia una cosa eversiva. È previsto dalla Costituzione” è stata la replica di Meloni. Parole presuntuose, vergognose e inaccettabili.

C’è qualcuno che tenta di tirare la corda intorno al collo della democrazia.  Speriamo che i cinquestelle dopo essere stati ulteriormente infettati dal populismo leghista si ravvedano e rinsaviscano sotto la sostanziale guida di Giuseppe Conte. Non so cosa sperare sul fronte destrorso: Salvini docet e trascina tutti nel gorgo. Giorgia Meloni è più salviniana di Salvini. Berlusconi è salviniano a corrente alternata.

Siamo arrivati a questo punto. Da una parte si fa ricorso alla piazza informatica e dall’altra alla piazza reale: in mezzo il Paese con le sue istituzioni democratiche. Ci salvi Mattarella!

 

La twittata è fatta

Nel bel mezzo della crisi di governo, a consultazioni quirinalizie aperte, con la ricandidatura in bilico a livello delle trattative per la nuova maggioranza giallo-rossa, improvvisamente arriva un chiaro e netto endorsement trumpiano via twitter a favore di Giuseppe Conte e della sua conferma a palazzo Chigi.

Un episodio che, nella sua stranezza e originalità, induce a qualche riflessione (al di fuori della stucchevole manfrina sui poteri forti). Si tratta della conferma della simpatica ammissione di Conte ai tavoli dei big della politica a livello internazionale: egli è fra l’altro fresco reduce dalla partecipazione al G7 di Biarritz, in cui avrà probabilmente, anche se discretamente, informato gli illustri colleghi dell’incertezza istituzionale gravante sulla sua posizione. Non può che far piacere tutto ciò, anche se l’entrata a gamba tesa di Trump crea qualche imbarazzo: proprio nel momento in cui Conte si appresterebbe a presiedere un governo in controtendenza rispetto al sovranismo dilagante, il padre di tutti i sovranisti della terra lo riconosce indirettamente come figlio e si compiace in esso (alla faccia della velleitaria e sciocca corsa salviniana alla primogenitura trumpiana). Non esageriamo e lasciamo stare la puzza di invadenza americana sgorgante dalla twittata del presidente Donald Trump: appare comunque come una sorta di contraccambio rispetto al primo atto di politica internazionale compiuto da Conte più di un anno fa al suo debutto da premier, quando andò a baciare la pantofola del tycoon.

È vero che nel provocatorio e tardivo discorso della corona fatto in Senato, prendendo di mira “le birichinate” di Matteo Salvini, tra gli innumerevoli rimproveri rivolti all’insopportabile partner governativo, Conte aveva inserito lo sgarbo della vicenda, ancora tutta da chiarire, del tangentizio “Russiagate” in cui il capo leghista è rimasto invischiato per ingenuità o per complicità: Salvini  ha costretto il presidente del Consiglio a porgere i chiarimenti del caso in Parlamento con tanto di rinnovo alla storica linea di adesione italiana al campo occidentale e all’atlantismo. Da una parte quindi il tweet di Trump sembra chiudere il cerchio di un ritorno definitivo della politica italiana nel solco filo-occidentale dopo le scorribande leghiste (e non solo) verso la Russia di Putin, dall’altra parte suona come compromettente e indiretta adesione  alla non celata linea antieuropeista di  Donald Trump, che ama vezzeggiare i singoli paesi europei più vicini alla sua sconclusionata strategia  anziché dialogare con l’Europa tutta a livello delle sue istituzioni comunitarie. Attenzione quindi, perché Giuseppe Conte, dopo la boccata d’aria fresca del dopo-Salvini, rischia il raffreddore dall’aria gelida dell’illustre, ma oggi più che mai viscido, alleato americano.

Con la politica estera non si scherza e uno dei punti deboli del governo pentaleghista è stato proprio quello di girovagare ai margini della Ue e dell’alleanza occidentale alla ricerca di una pruriginosa autonomia internazionale. Quando si pensava che il pericoloso gioco fosse finito ecco Giuseppe Conte, che rischia di ricadere nel pericolo opposto, quello dell’appiattimento sugli Usa in chiave antieuropeista. Se resterà, come ormai sembra, a Palazzo Chigi, ne parli con Sergio Mattarella, scelga un ministro degli Esteri autorevole e tranquillizzante, inserisca i chiarimenti del caso nel programma di governo e nel discorso di insediamento davanti alle Camere.

Per fortuna il “Conte rampante” ha avuto la freddezza di ostentare un certo distacco dalla bagarre politica andando a fare shopping nel centro di Roma con il figlio. Come non ricordare il precedente che ci fa andare indietro nella storia. Durante i burrascosi lavori del Consiglio nazionale della DC che nel 1975 sostituì Amintore Fanfani alla segreteria con Benigno Zaccagnini, in piena bagarre Aldo Moro ebbe la geniale idea di assentarsi momentaneamente dal consesso surriscaldato per recarsi in via Condotti a comprare una cravatta. Con quella mossa riuscì a stemperare il clima e a completare un autentico capolavoro politico, sfiduciando Fanfani ma ricuperandolo nella nomina di Zaccagnini, il quale restituì credibilità popolare alla DC, iniziando un nuovo corso fatto di dialogo e di apertura a sinistra (Il male c’è, ma Benigno…, si diceva e si scriveva allora). Chissà che il banale, ma curioso, gesto di Conte non sia di buon auspicio per l’inizio di un nuovo corso politico. Ricordiamoci bene però che Aldo Moro, pur essendo un atlantista convinto, non si fece mai tentare dall’americanismo di (brutta) maniera, ma, anzi, forse pagò a caro prezzo la sua autonomia di pensiero e di azione. Veda Conte di assomigliare a Moro non solo per il gustoso diversivo consumistico, ma per la lungimirante ed equilibrata azione politica.

 

Questione di classe

I match di pugilato aumentano di interesse e qualità con l’aumentare del peso fisico dei contendenti, salvo eccezioni comunque riconducibili alla classe dei boxeur. Uno dei commenti più acuti e interessanti sulla crisi di governo è stato quello di Pierluigi Castagnetti, democristiano di lungo corso come il capo dello Stato, a cui si dice sia legato da stretta amicizia e da assidua frequentazione dialogica: «Nel ’78 Berlinguer accettò Andreotti anche se preferiva Moro, perché riteneva che sono i programmi e non le persone a segnare la discontinuità». Il discorso è riferito al dubbio amletico serpeggiante in casa PD sulla permanenza di Giuseppe Conte alla testa dell’eventuale governo di svolta giallo-verde.

Come scrive il quotidiano La Stampa, non è il solo appello di alta levatura a favore del varo di una compagine ministeriale pentapiddina, quello di Castagnetti, ex segretario del Ppi, che molti interpretano come una conferma che anche al Colle il clima sarebbe di buon auspicio. C’è anche la benedizione di uno dei fondatori del Pd, Romano Prodi, dalle colonne del Messaggero, che fa ruotare le sue argomentazioni intorno al bisogno di stabilità e di credibilità verso i partner europei.

Mi sembra tuttavia che le argomentazioni di questi personaggi di alto livello prescindano dall’oggettiva constatazione del basso livello degli eventuali protagonisti della nuova stagione governativa. Per dirla in breve: Berlinguer bevve, politicamente parlando, il vino sgradevole e duro di Giulio Andreotti piuttosto di assaporare il vino gustoso e aromatico di Aldo Moro, ma entrambi i vini erano doc; Zingaretti, come sommelier assai lontano dalla levatura di Berlinguer, dovrebbe scegliere  tra il vino di Giuseppe Conte e quello di Luigi Di Maio, che, con tutto il rispetto, appaiono come vini da botte, cioè senza qualità; certamente meglio il vino novello dell’attuale premier, che viene da una pigiatura fatta all’antica, rispetto al “nettare dimaiano” piuttosto acido se non insapore, ma siamo sempre in una cantina di serie c.

Il discorso vale anche per i rapporti con l’Europa. Non abbiamo pesi massimi da mettere in campo nell’attuale scuola pugilistica: Giuseppe Conte si è conquistato stima e simpatia a livello europeo, ma basterà? Alle metafore sportive della boxe preferisco le metafore enologiche e ritorno quindi su queste per meglio esprimere il mio modesto parere sui politici attuali così come sopra lasciato intendere.

Una volta mio padre, seriamente provocato, fu costretto a prendere posizione nella storica diatriba fra callassiani e tebaldiani. In una tarda serata estiva fummo fermati da un nostro conoscente, anche lui appassionato di musica lirica. Si rivolse a mio padre e cominciarono a chiacchierare con un gustosissimo dialogo in cui le battute si sprecavano. Ad un certo punto la lingua andò a battere sul dente dolente, vale a dire: è meglio Maria Callas o Renata Tebaldi? Questo il dubbio in cui si dibattevano i melomani.   Mio padre non si poté esimere dall’esporre il suo parere, anche perché il suo interlocutore lo avvolse in una fascia di elogi e di riconoscimenti sulla sua competenza ed esperienza in materia. Ero sinceramente curioso di sentire come se la sarebbe cavata. L’amico in questione provò educatamente a dire che la voce di Maria Callas non era di bella qualità, mentre quella della Tebaldi era una vera e propria voce d’angelo. Mio padre non negò, ma spostò il discorso su un altro piano sostenendo: «Veddot, la Callas in góla l’ àn gh’à miga la vóza, mo un strumént…la pól cantär il pärti legéri, lirichi e dramàtichi, la fa tutt…». La discussione tendeva a proseguire, perché le ragioni della “bella voce” sono effettivamente piuttosto solide e il nostro simpaticissimo amico insisteva su questo tasto. Ad un certo punto mio padre volle concludere con una similitudine: «Vedot, la Callas l’è un bicér ‘d champagne, la Tebäldi l’è un bicér ‘d moscat». Dopo avere virtualmente bevuto questi due bicchieri di vino, la discussione finì. Proseguendo verso casa, mio padre mi chiese: «At capì cme la péns mi?». Sì, avevo capito e oggi posso aggiungere, a posteriori, che sono anche perfettamente d’accordo. E cosa c’entra con l’attuale crisi di governo. C’entra eccome! Anche se i personaggi sulla scena politica di oggi sono ben lontani sia dalla classe smisurata di Maria Callas che dalla bella voce di Renata Tebaldi…

 

Il paradiso delle signore

In un coro allarmistico e catastrofista finalmente arriva una voce rassicurante. “Il presidente Mattarella saprà prendere le decisioni che assicureranno stabilità e progresso agli italiani, tenendo presente che il flagello dell’intolleranza e del razzismo è un assalto al carattere stesso delle nostre nazioni, e deve essere condannato. La Nato resterà il pilastro della pace nel mondo, gli Usa continueranno a difendere l’unità della Ue, e la Brexit non potrà scardinare la pace in Irlanda”. Sono i messaggi che la Speaker della Camera americana Nancy Pelosi ha lanciato in una intervista esclusiva a La Stampa, concessa per analizzare le sfide dell’alleanza transatlantica alla vigilia del G7 di Biarritz.

Sono molti i motivi tranquillizzanti: l’autorevole fonte parlamentare statunitense chiude il becco al continuo straparlare del presidente americano; l’alleanza atlantica vista come elemento di pace e non come continua provocazione ad alleati e avversari; la difesa dell’unità dell’Unione Europea giudicata imprescindibile nel moderno assetto internazionale; il contenimento della Brexit e la neutralizzazione del suo impatto pericoloso; la fiducia d’oltre oceano per il presidente Mattarella quale garante del processo democratico e dello sviluppo dell’Italia; il rifiuto di una visione settaria, conflittuale e razzista dei rapporti fra i popoli e le nazioni.

Un bel viatico per un G7 che rischia di aprirsi e incartarsi nella guerra dei dazi. Una buona boccato d’ossigeno anche per la politica italiana. Peccato che a questo consesso arrivi in rappresentanza italiana, un premier depotenziato e surgelato. Non so se Giuseppe Conte abbia possibilità di riciclarsi, in qualche modo, nell’eventuale nuova alleanza politica tra PD e M5S, non mi interessa più di tanto, anche se mi spiace sinceramente che alla fine possa essere lui la vera vittima di un fallimento di cui non è certamente il maggior responsabile. Saprà comunque congedarsi con dignità dai vertici internazionali, così come ha fatto nobilmente in Senato. Seppure condizionato dalle sconclusionate e pericolose farneticazioni salviniane, seppure zavorrato dalle titubanze e dalle incompetenze grilline, ha saputo evitarci il peggio e destreggiarsi in mezzo ai potenti del mondo, appoggiandosi all’equilibrio e al senso di responsabilità di Mattarella, che, come lui stesso ammette sinceramente, non gli ha mai fatto mancare appoggio e buoni consigli.

Chissà che una voce democratica partita dall’alleato Usa non induca la politica italiana a ravvedersi e orientarsi positivamente. Un tempo gli Stati Uniti interferivano in modo conservatore, se non addirittura reazionario, sugli equilibri interni italiani e l’abilità dei nostri politici ha sempre sostanzialmente resistito all’invadenza di certe spinte. In questo periodo l’influsso trumpiano si è fatto sentire e ci ha ulteriormente confuso e fuorviato. Ci voleva proprio il fascino umano e politico di Nancy Pelosi! Grazie! Continuo a sperare nelle donne! Si vocifera di un presidente del consiglio al femminile per partorire il nuovo governo dopo una breve ma difficilissima gravidanza giallo-rossa: sarebbe la prima volta di una donna a capo del governo italiano. Solo una donna potrebbe avere la dolcezza e la convinzione per allattare e accudire un governino gracile e geneticamente incerto.

Il fascino indiscreto del cinismo politico

Oltre un anno fa, quando, dopo le elezioni, in alternativa alla paradossale alleanza pentaleghista, si ventilava l’ipotesi di un altrettanta strano accordo tra M5S e PD, Matteo Renzi, a dispetto del possibilismo emergente da un mandato esplorativo affidato da Sergio Mattarella al neo presidente della Camera Roberto Fico, in contro tendenza rispetto al pragmatico atteggiamento del suo partito, si mise di traverso con la sua nutrita pattuglia di parlamentari, che rispondono assurdamente più a lui che all’elettorato di provenienza ed al partito di appartenenza, al fine di stroncare sul nascere l’ignobile connubio. Non se ne fece nulla e nacque con un travagliato parto il governo giallo-verde: una creatura fragile, che non è riuscita ad irrobustirsi nel tempo in base alla terapia fissata in un protocollo contrattuale, ma è rapidamente e prevedibilmente deperita fino a raggiungere un coma irreversibile.

Matteo Renzi aveva mille ragioni per osteggiare quella nascita e ha proseguito nel tempo una battaglia senza esclusione di colpi con il governo presieduto da Giuseppe Conte, ma soprattutto contro i grillini, che dal canto loro non gli hanno certo risparmiato attacchi anche sul piano personale. Al recente congresso del partito democratico mentre, se non erro, Nicola Zingaretti veniva considerato un possibilista per il dialogo eventuale futuro col M5S, Renzi continuava ad escludere una simile evenienza da tutti i punti di vista.

Poi, come noto, l’altro Matteo, il capitano coraggioso dell’armata leghista, si è stufato di trattare con l’alleato di governo, ha fiutato l’odore di trionfo elettorale, ha inteso passare precipitosamente alla cassa per incassare il crescente consenso dei sondaggi, ha fatto saltare il banco governativo. A quel punto il Matteo piddino (?) ha colto la palla al balzo e, sfruttando la ghiotta occasione di debolezza grillina, ha fatto una capriola, un vero e proprio salto mortale, proponendo un governo di scopo tra PD e M5S, al fine di evitare l’aumento dell’Iva e superare le varie emergenze con un patto a breve termine. Non ho ancora capito se la mossa renziana fosse dovuta a mero tentativo di recuperare un protagonismo governativo, essenziale al galleggiamento dell’ex premier vedovo della ribalta chigiana, al timore delle elezioni anticipate e della perdita di peso parlamentare, a subdolo calcolo di bruciare anticipatamente una prospettiva politica imbarazzante ed emarginante, alla volontà di creare scompiglio alla nuova segreteria PD ed a creare ulteriori divisioni interne nella prospettiva della formazione di un nuovo partito.

Fatto sta che le parti in commedia si sono rovesciate: Renzi favorevole ad un accordo coi grillini, Zingaretti piuttosto perplesso. Con questo clima paradossale in casa democratica si sono aperte le consultazioni ed ha preso corpo la trattativa vera e propria per costituire un governo ben più assestato e proiettato di quello vagheggiato da Renzi, con Zingaretti e tutto il partito impegnati nella quadratura del cerchio pentapiddino, con il toscanaggio, logorroico e imprevedibile, messosi immediatamente in disparte per gufare, per fare il Ghino di Tacco ed essere pronto a condizionare o addirittura taglieggiare ed abbattere l’eventuale futura maggioranza giallo-rossa.

Ho una certa considerazione per le capacità di questo personaggio tanto amato e odiato: è la situazione tipica di chi sa suscitare entusiasmi e contrarietà, mettendo clamorosamente in mostra pregi e difetti in un pericoloso mix prendere o lasciare. Ho seguito con interesse e plauso la sua intensa azione governativa, messa a repentaglio da un esasperato personalismo, da una esagerata smania di egemonia e da una frettolosa voglia di spadroneggiare la situazione. Senza la poltrona di palazzo Chigi sotto il sedere, Renzi ha dovuto ripiegare sul tatticismo più cinico, passando spregiudicatamente di palo in frasca alla ricerca di rivincita. Un atteggiamento che farebbe impallidire persino Giulio Andreotti.

Farà un nuovo partito? L’attuale assetto dirigenziale e politico del partito democratico non mi entusiasma, anzi mi trova assai perplesso: ucci ucci sento odor di comunistucci. So che in area cattolica si sta muovendo qualcosa di alternativo o di diverso rispetto al PD. Il cantiere della sinistra è purtroppo sempre aperto e sempre chiuso. Non sono comunque disposto a dare credito alle smanie renziane, si chiamino scissione, si chiamino manovre del centro moderato, si chiamino riscossa ideologica contro la burocrazia tardo comunista. Ne ho viste tante in politica, ma non sono ancora disposto a comprare nella bottega dell’apparente miglior offerente. Voglio esaminare attentamente la merce in vendita. Qualcuno mi dirà: è la politica, stupido! Preferisco essere e rimanere stupido!

 

Il taglio dei parlamentari e lo sfregio alla politica

Da diverso tempo quando osservo immagini delle aule parlamentari, a volte piene, più spesso quasi vuote, mi viene spontaneo chiedermi se deputati e senatori non siano troppi, considerato anche la loro scarsa produttività qualitativa e quantitativa. Bisogna però anche considerare che in parlamento si gioca la nostra democrazia e la rappresentanza dei cittadini. Resta comunque il fatto che quasi un migliaio di parlamentari siano un po’ eccessivi e si possa tranquillamente ipotizzare una diminuzione del loro numero.

Non mi sembra tuttavia una questione di vita o di morte, né il problema principale, tale da costituire il punto discriminante e pregiudiziale per un’alleanza e un programma di governo. Reputo quindi demagogico e tattico l’aver posto il taglio dei parlamentari quale condizione essenziale per fare un’alleanza tra M5S e PD. La leggo come una sorta di trincea grillina dentro la quale difendere un’immagine populistica, che purtroppo non riguarda solo la Lega, ma anche i pentastellati.

Il populismo buttato fuori dalla porta salviniana rientra purtroppo dalla finestra grillina: l’antipolitica è un oggettivo e pesante ostacolo al fare un accordo politico. È questo l’ostacolo fondamentale difficilmente superabile per il PD al di là delle proprie incertezze, divisioni e debolezze e al di là delle difficoltà nell’affrontare le complesse problematiche di vario genere e diverso livello.

Se il populismo è il discrimine ideologico tra queste due forze politiche, la mancanza di rispetto reciproco è la carenza metodologica. Come possono due forze politiche che non si rispettano ipotizzare un’alleanza strategica che le impegni per diversi anni? Non c’è il presupposto: o hanno scherzato per anni o non se ne può nemmeno parlare. E non è che volassero piccole critiche, volavano insulti sul piano morale e umano prima che politico. Si consideravano fino all’altro ieri nemici giurati. E ora? In politica tutto è possibile? Ma chi l’ha detto?  Questo è il modo per allontanare la politica dai cittadini! Come si fa a valutare come solida, stabile e credibile una maggioranza politica del genere. Non riesco, anche con le migliori intenzioni, a prendere sul serio un accordo tra movimento cinque stelle e partito democratico e non riesco a vedere i personaggi politici che possano stringerlo e gestirlo con carisma ed autorevolezza.

Non mi convincono le motivazioni di carattere istituzionale (evitare le elezioni anticipate), di carattere emergenziale (i problemi urgono e occorre prenderli di petto), di carattere sociale (manca il lavoro), economico (siamo in quasi recessione), finanziario (dobbiamo varare una impegnativa manovra), di tipo internazionale (l’Europa non può attendere e il mondo ci interpella), di tipo umanitario (l’immigrazione va gestita seriamente). Più approfondisco queste motivazioni e meno trovo un collante per la suddetta alleanza politica e programmatica.

Mi dispiace ricorrere alla soluzione elettorale, ma purtroppo a estremi mali estremi rimedi, anche se i rimedi sono tutti da dimostrare e verificare. Dalle urne infatti potrebbe uscire una situazione analoga a quella attuale e persino peggiore dal punto di vista degli equilibri politici. Non mi basta tuttavia sconfiggere chi vuole a tutti i costi andare alle elezioni per sfruttare l’onda dei consensi, peraltro tutta da verificare nelle urne reali, ci vuole qualcosa in più e sinceramente non lo vedo. Scrivo queste riflessioni con grande sofferenza e spero vivamente di sbagliarmi!

I partiti rispondono picche

Il presidente Mattarella ha fatto un primo giro di consultazioni per risolvere la crisi di governo: al suo posto mi sarei già stancato e avrei mandato tutti al diavolo e i cittadini alle urne. Ammiro la sua pazienza ed il suo senso di responsabilità, anche se tutti hanno notato nel suo viso una certa tensione e insoddisfazione. Gli esponenti politici dichiarano fiducia in lui, ma nessuno lo sta veramente aiutando a districare la matassa. Siamo invischiati nei peggiori giochini, nei tira e molla inconcludenti, nei tatticismi insopportabili: se questo è il rinnovamento della politica…

Ho sempre maggiore nostalgia della cosiddetta prima repubblica in cui i riti per la formazione del governo si consumavano in modo altrettanto fastidioso, ma nel sostanziale rispetto della grammatica istituzionale: i partiti discutevano al loro interno sulla formula di governo e sul nome o sulla rosa di nomi per la guida del governo stesso e poi si recavano dal Capo dello Stato a fare le loro proposte.

Attualmente il rito si è capovolto, la messa comincia dalla fine e al sacerdote si chiede la comunione prima della consacrazione del pane e del vino. I partiti parlano col Presidente della Repubblica, ma in realtà strizzano l’occhio agli elettori; partono dai loro punti programmatici facendo finta di non capire che al Presidente non spetta il compito di redigere il programma di governo, ma di vararne la compagine nominando il premier e su proposta di questo i ministri. Il partito democratico presenta cinque punti programmatici irrinunciabili, il movimento cinque stelle raddoppia, ne sfodera dieci. E allora? Tutti si guardano bene dal chiarire se ci sono i presupposti minimi per un governo, si tengono le mani libere, giocano di rimessa, a carte coperte, buttano sul Quirinale le loro incertezze e le loro divisioni interne, pretendono l’impossibile, escono dallo studio alla vetrata e fanno i loro comizi di fronte a microfoni e telecamere, viene il forte dubbio che dicano addirittura cose diverse rispetto a quelle pronunciate nei colloqui riservati. Prendono in giro tutti: i media stanno al gioco e trovano pane per i loro denti, il Presidente è spiazzato, i cittadini non ci capiscono niente.

Sarebbe come se uno studente venisse interrogato dal suo insegnante e, anziché rispondere alle domande, spiegasse come e quando ha studiato e parafrasasse il programma di studio indicandone i capitoli e i paragrafi. Verrebbe immediatamente invitato a rispondere a tono, diversamente verrebbe rimandato al posto o cacciato fuori o rinviato alla successiva interrogazione o sessione di esami.

Il movimento cinque stelle rivendica di essere in Parlamento il partito di maggioranza relativa, anche se qualcuno sostiene che, stando ai risultati delle ultime consultazioni elettorale europee, avrebbe perso drasticamente questo primato. Stiamo alla realtà degli attuali seggi parlamentari: proprio in quanto detentore dei gruppi di maggioranza relativa spetterebbe al M5S proporre un’alleanza per arrivare a una maggioranza di governo. Tale obbligo è rincarato dal fatto del clamoroso fallimento della precedente coalizione governativa. Ebbene, si risponde con il proprio libro dei sogni, senza porsi minimamente il problema di chi e con chi tale libro potrebbe diventare un programma di governo.

Posso capire lo sconcerto di Sergio Mattarella: lo stanno prendendo, poco elegantemente, per i fondelli e con lui tutto il tanto acclamato e conclamato popolo italiano. Stiamo bene attenti: è da oltre un anno che la politica viaggia, più o meno, al di fuori dei canali e delle regole istituzionali. Se continuiamo così, ne va della democrazia parlamentare. Bisogna tornare con urgenza nel seminato. La ricreazione è finita e se non rientriamo in aula ci sarà qualcuno che ci espellerà, si chiami Ue, mercato, crisi economica, emergenza sociale, si chiami…come vogliamo.