Lo sfarfallamento di Conte

Giuseppe Conte dopo aver guidato un governo contrattuale espressione di M5S e Lega, si appresta a guidarne uno programmatico appoggiato da M5S, Pd e Leu. Se un cittadino italiano si fosse totalmente estraniato dalla politica e rientrasse in pista, non riuscirebbe a capacitarsi di quanto avvenuto in questi ultimi tempi.

Qualcuno liquida sbrigativamente il cambiamento della situazione come un’operazione trasformistica col passaggio di Conte dal ruolo di burattino in cui era costretto al ruolo di burattinaio a cui si sta convintamente candidando. C’è indubbiamente un aspetto sorprendente nel comportamento di questo personaggio, che apre la porta contro la quale spingeva da fin troppo tempo Matteo Salvini e quest’ultimo cade rovinosamente. Eliminato l’incomodo, si presenta disponibile a rimettere in piedi la baracca con altri interlocutori. Il partito democratico, dopo un iniziale richiesta di discontinuità a livello di guida governativa, si adegua e accetta Giuseppe Conte premier di un governo di segno assai diverso dal precedente.

L’operazione suscita qualche perplessità anche se si può capire come Conte pian piano sia passato da bruco (mero notaio) a crisalide (problematico garante) ed infine abbia rotto il bozzolo leghista per trasformarsi da crisalide in farfalla (vero politico) e volare autonomamente, assumendo il ruolo di play maker di una nuova squadra rinnovata a metà e rimotivata totalmente. Il problema però è che anche i giocatori grillini non ne azzeccavano una, ma sono stati salvati dopo un bagno rigeneratore culminato nel tuffo dalla piattaforma Rousseau. Nel calcio, quando la squadra va male, si tende a cambiare l’allenatore, nel governo italiano si è preferito mantenere lo stesso allenatore e cambiare metà squadra nella speranza che egli sia capace di adeguare la tattica alla nuova compagine a sua disposizione.

L’allenatore godeva tutto sommato della fiducia dei tifosi, era ritenuto da molti vittima dello spogliatoio in cui non riusciva ad imporsi. Fino al giorno del redde rationem, quando l’ha messa giù dura: o via Salvini o via io. Sarebbe meglio dire: via Salvini, dopo di che io posso anche restare. C’hanno creduto ed eccoci al governo Conte 2. Il campionato è lungo e ancora tutto da giocare. Se non si è capito, pur tra mille perplessità non mi sento di buttare addosso a Giuseppe Conte la croce dell’opportunismo trasformista. Guidare una squadra con due capitani come Salvini e Di Maio deve essere stato un autentico stillicidio e da questo punto di vista ha tutta la mia comprensione: dal momento che non si potevano eliminare entrambi i galli del pollaio, si è fatta la scelta del male minore, sperando di recuperare gioco e punti negli stadi europei all’uopo riaperti.

Ecco spiegato a modo mio il ribaltone. In un programma televisivo si sono divertiti a spulciare le frasi contraddittorie pronunciate da Conte: forse nella vita di tutti, se si facessero simili impietose rivisitazioni, pochi uscirebbero indenni. Conte non passerà alla storia come un raro esempio di coerenza, ma nemmeno come il recordman del trasformismo. Chi vivrà, vedrà.

Uno sfregio al Parlamento

Mi risulta che in sala parto vengano ammessi solo la partoriente, medici ed assistenti e, a richiesta, il padre del nascituro. Per la nascita del governo Conte 2 si è fatta un’eccezione, perché al parto oltre al Parlamento ha partecipato la piazza con grida e urla, che hanno coperto le parole contenute e misurate del presidente del Consiglio. Non mi riferisco tanto alla sguaiata ed equivoca manifestazione di piazza tenutasi in contemporanea all’inizio del dibattito parlamentare per la fiducia al governo (stendardi, saluti fascisti, persino crocifissi in chiave esorcista), ma alla piazzata fatta in aula dai parlamentari della Lega e di Fratelli d’Italia con reiterati cori da stadio, interruzioni continue, applausi di scherno (mancava solo il “devi morire” che a volte si sente negli stadi all’indirizzo di qualche avversario in campo).

Uno spettacolo indecente, un’autentica picconata alla democrazia parlamentare, uno sgarbo alla costituzione, offese urlate, grida vergognose e rancorose. Mi sono sentito umiliato e offeso. Il presidente del Consiglio, durante la sua replica, è riuscito a tenere un atteggiamento corretto anche se talora provocatorio: forse la decisione di controbattere puntualmente alle pesanti accuse è stata dettata dalla volontà di smascherare fin dall’inizio un’opposizione intenta alla contestazione violentemente parolaia e pregiudiziale. Non so dargli torto. Meglio giocare a carte scoperte.

Mi ha invece sorpreso e innervosito l’atteggiamento debole e inconcludente del presidente della Camera Roberto Fico: non ha voluto e saputo fronteggiare sul piano disciplinare l’attacco alla dignità dell’aula parlamentare trasformata in una vera e propria bolgia. Solo deboli e penosi richiami alla correttezza, un permissivismo inaccettabile e pericoloso. C’erano gli estremi per un richiamo altisonante e per l’interruzione della seduta con immediata convocazione dei capigruppo per i provvedimenti del caso. Roberto Fico, come si suole dire, non ha tirato fuori i coglioni, forse perché, politicamente ed istituzionalmente parlando, non li ha o forse perché temeva di essere coinvolto dagli attacchi leghisti (si sono ben guardati dall’applaudire all’operato di Mattarella e, se tanto mi dà tanto, potevano incollare al muro il presidente della Camera come una pelle di Fico).

Ha risuonato reiteratamente l’urlo “elezioni-elezioni” come delegittimazione del Parlamento riunito in assemblea, del Governo che chiedeva la fiducia, del Presidente della Repubblica che ha ritenuto di proseguire la legislatura e di non sciogliere il Parlamento. A Fico correva l’obbligo di intervenire per chiarire questi aspetti e di reagire a difesa del Parlamento e delle altre Istituzioni: un Pertini, uno Scalfaro, una Iotti ed un Napolitano avrebbe reagito duramente sentendosi investiti della parte. Invece, “Colleghi vi richiamo all’ordine…” e quelli a urlare ancora più forte con gesti da osteria (con tutto il rispetto per le osterie).

Stiamo bene attenti perché gli attacchi alla democrazia partono proprio dalla sostituzione della logica parlamentare con quella della piazza in una confusione di ruoli che sappiamo dove tende a parare. Pur non essendo mai stato comunista, ho tanta nostalgia per il senso di responsabilità di quel partito, che sapeva fare durissima opposizione nelle piazze e in Parlamento, ma rispettando la Costituzione e la democrazia. Qualcuno sta facendo un forzato parallelismo tra la diplomazia politica di Giuseppe Conte e quella storica dei democristiani: mi sembra un po’ eccessivo e fuorviante. Se mai Conte potesse assomigliare a un democristiano, certamente i leghisti e i fratelli d’Italia non assomigliano ai comunisti, non in quanto portatori di una politica di estrema destra, ma in quanto estranei al patto costituzionale che sta alla base della nostra democrazia parlamentare.

La mattarelliana paternità responsabile

Il presidente Mattarella ha disegnato, con poche e decise pennellate, l’ambito europeo in cui il Paese deve collocarsi con dignità e spinta innovativa.  «Coesione e crescita sono gli obiettivi ai quali guardare e il necessario riesame delle regole del Patto di Stabilità può contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rivolge un fermo invito alla nuova Commissione nel suo messaggio al Workshop Ambrosetti di Cernobbio. Mattarella auspica anche «passi avanti per una fiscalità europea che elimini forme di distorsione concorrenziale e affronti invece il tema della tassazione delle grandi imprese multinazionali, per un sistema più equo e corretto».

Come di consueto ogni parola presidenziale ha il suo profondo significato e la sua valenza indicativa. Ho letto e riletto più volte le dichiarazioni soprariportate: sono una mirabile sintesi del nostro stare in Europa. Non c’è dubbio che Mattarella abbia parlato a nuora perché suocera intenda. Il suo discorso è rivolto alle istituzioni europee, ma anche al governo italiano e a chi lo rappresenterà nei rapporti all’interno della UE.

Coesione innanzitutto, perché senza quella ogni sforzo è vano e controproducente: no quindi all’euroscetticismo e tanto meno al risorgente sovranismo nazionalista. Poi deve venire la crescita. L’unione europea è una creatura nata bene, sotto i migliori auspici e per volontà di uomini lungimiranti, ma si è fermata da tutti i punti di vista, puntando tutto sull’integrazione economico-monetaria a scapito della politica e dello sviluppo: ecco la necessità di rivedere i patti per aprire una nuova fase fondata sugli investimenti ben finalizzati e funzionali, su una regolamentazione equa e solidale della fiscalità.

Sergio Mattarella ha sfoderato la password per entrare a pieno titolo nelle istituzioni europee, non per subirle, ma per viverle riempiendole di contenuti riformatori. Se fino ad ora si era limitato a svolgere nell’ombra un ruolo di preoccupato contenimento, a fare da diga alla confusione governativa, adesso sembra più sereno ed esce più allo scoperto fornendo un perfetto assist al governo Conte, che nasce in Europa e deve operare in Europa. Il governo Conte 2 è stato concepito dall’amplesso tra papà Mattarella e mamma Ue e quindi deve essere educato da questi genitori. Mattarella chiede al governo-figlio di rispettare la Ue come si fa tra coniugi seri e responsabili, ma vuole aiutarlo anche a crescere e gliene indica la strada.

Qualche imbecille parla di intromissioni, qualche mentecatto vaneggia sui poteri forti. Lo stile, la misura e l’equilibrio sono le cifre del presidente. Tutti l’abbiamo ascoltato alla fine delle operazioni per il varo del nuovo governo: è sempre in cattedra con la costituzione in una mano e nell’intento di rappresentare l’unità nazionale in senso dinamico e propositivo. Non resta che fare silenzio e imparare.

 

 

Ed è subito sera

Salvini ha fatto un pazzesco autogol, stava vincendo ed ha trovato il modo di perdere: chi troppo vuole, nulla stringe. È passato dalla parte del torto pur non avendo tutti i torti. Una delle ragioni che accampava era senz’altro quella di un governo sofferente e paralizzato dalle continue obiezioni grilline, dal partito dello spirito di contraddizione. Se ai cinquestelle togli la polemica su tutto e tutti, non resta niente. Peraltro, non attaccavano Salvini sui punti più folli ed inaccettabili della sua politica, ma su quelli più seri e ragionevoli. Bisogna essere obiettivi e concedere a Salvini l’onore delle armi: ha sperimentato, al di là di tutto, l’impossibilità di governare assieme a chi sa dire solo “no”. La chiusura dei porti? Si può fare! La Tav? No! In queste poche battute di botta e risposta si racchiude la paradossale morale della favola grillina. E vissero insieme infelici e scontenti.

Cambierà la musica pentastellata alle prese con la nuova orchestra condotta peraltro dallo stesso direttore? Ho sei dubbi. Ci sono persone a cui non preme portare avanti le proprie idee, ma solo contestare e contrastare quelle altrui: la negazione pregiudiziale del dialogo. La bella giornata si vede dal mattino: è bastato che il nuovo ministro Paola De Micheli accennasse alla necessità di proseguire i lavori della Tav e frenasse sulla revoca della concessione autostradale a Benetton per suscitare le ire degli inconsolabili vedovi di Toninelli, l’insopportabile signornò del precedente governo, rientrante metodologicamente dalla finestra dopo essere uscito personalmente dalla porta. Per non parlare della rivincita a cui punterà Luigi Di Maio: se prima esisteva un ministro degli Interni (Salvini) che voleva scorrazzare per tutti i ministeri, ora ci sarà un ministro degli Esteri (Di Maio) che vorrà mettere il becco in tutte le questioni e fare da contraltare a Paolo Gentiloni contro la cui designazione a commissario europeo si è immediatamente scatenata la protesta di molti grillini. E Conte? Auguri…

Il contenzioso si svilupperà perché è nella natura grillina il polemizzare e contestare fine a se stesso: lo spacciano per antisistema, ma in realtà è un vuoto di idee e di programmi. Ecco perché ero e rimango scettico sulla possibilità di governare col M5S: hanno la capacità di logorare il partner fino allo sfinimento e di galleggiare, buttando a fondo gli altri. Occorrerà almeno non abboccare, non cadere nelle trappole, non dare pretesti per lo scatenamento della polemica. Poche chiacchiere e molti fatti: sulle prime si può litigare, sui secondi è molto più difficile. Ai cinquestelle dà fastidio il protagonismo altrui e quindi bisogna giocare d’astuzia, lasciare a loro la ribalta e lavorare molto dietro le quinte.

Non invidio i ministri del Pd (e nemmeno Paolo Gentiloni): hanno ottenuto uno spazio ragguardevole, ma se lo devono difendere e giocare nel quotidiano, senza lasciarsi trascinare in inutili e penose diatribe. Vale per il governo giallo-rosso la nota poesia ermetica di Salvatore Quasimodo, che mi permetto di parafrasare di seguito: “Ogni ministro sta solo intorno al tavolo del governo, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”.

Una questione di corde

Moliti anni fa radio radicale, con una iniziativa spregiudicata per l’epoca ma profetica a posteriori, aprì i microfoni a chiunque volesse sfogarsi pubblicamente: ne uscì un letamaio pazzesco. I social media hanno istituzionalizzato lo sfogatoio mettendo in evidenza le pulsioni che vengono dalla parte peggiore delle persone, da quella che Pirandello chiama la “corda pazza”.

Se applicassimo il famoso aforisma secondo il quale “ogni popolo ha i governanti che si merita” e partissimo dalla fotografia emergente dai social, dovremmo avere un governo di imbecilli a servizio di un popolo di cretini. Recentemente una mia carissima e intelligentissima amica arrivava paradossalmente a mettere in discussione il suffragio universale.

Ciampa, il complesso protagonista del “Berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, teorizza le tre corde d’orologio che avremmo in testa: dovendo vivere in società ci serve soprattutto la corda civile, che si trova proprio in mezzo alla fronte e ci impedisce di dare sfogo ai più sordidi istinti del nostro animo, sostituendoli con ostentata cortesia e affabilità. In alcune occasioni, però, gli istinti possono prendere il sopravvento e allora l’uomo cerca inizialmente di girare la corda seria, per ragionare razionalmente e rimettere le cose a posto, ma se essa non ha effetto comincia inevitabilmente a girare la corda pazza, che dà sfogo agli istinti più reconditi e rende l’uomo imprevedibile.

Matteo Salvini ha capito benissimo l’antifona e ha costruito il consenso popolare sulla versione egoista della “corda pazza” della gente, mentre Beppe Grillo lo ha costruito sulla versione qualunquista della medesima corda. Se qualcuno rimane appeso alla corda seria finisce male. È successo a Teresa Bellanova, la nuova ministra dell’agricoltura, la quale, secondo la corda civile, ha un curriculum di tutto rispetto (sindacalista, deputata, sotto-segretaria); secondo la corda seria, ha un passato di donna coraggiosa e battagliera (bracciante, impegnata a fianco delle categorie più umili); secondo la corda pazza è invece ignorante, grassa, brutta e malvestita (ha solo la licenza media, ha osato indossare un abito poco cerimonioso, si presenta con l’aria troppo dimessa).

C’è stata una reazione improntata allo sdegno e alla solidarietà verso questa donna, che osa essere se stessa, ma la vulgata era comunque partita e nessuno può fermarla. Per continuare con Pirandello, quando parte la corda pazza, non la si controlla più e la follia prende l’inevitabile e irreversibile sopravvento. Teresa Bellanova rischia di essere marcata e tatuata dall’imbecillità fatta sistema. Non è vero, come sostiene il M5S che ognuno vale uno, c’è infatti un meccanismo moltiplicatore mediatico che fa sballare i conti, manda in tilt il pallottoliere e chi spara cazzate vale molto, ma molto, di più. Ne tenga conto anche la nuova ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, piuttosto refrattaria all’uso dei social: prima o poi glieli scateneranno contro e le corde, quella civile e quella seria non le basteranno a fermare quella pazza. L’unico personaggio, che riesce a non farsi mettere alle corde, è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Come mai? Potrebbe essere oggetto di una tesi di laurea o di dottorato in sociologia o scienze politiche. Ci pensi, corde permettendo, il ministro dell’istruzione e della ricerca e ci pensino soprattutto gli studenti alla ricerca della corda giusta.

La chiusura dei porti e dei cuori

I giornali abbondano di profili e commenti alla nomina di Luciana Lamorgese a ministro degli Interni: una notevole carriera a livello burocratico (alta funzionaria ministeriale, prefetto di Milano, consigliera di Stato) e una grande esperienza di carattere tecnico. Si era parlato e discusso della presenza di tecnici d’area all’interno del governo giallo-rosso alla ricerca di una sorta di cuscinetto fra le divergenze politiche dei due partner. Fra le diverse possibilità ci si è limitati a quella del ministero più chiacchierato durante l’era salviniana: Luciana Lamorgese è stata collocata in quel dicastero per rimettere ordine e riaprire i rapporti con l’Europa in materia di immigrazione.

Ha certamente in mano una patata bollente, che non vorrei la politica avesse scelto pilatescamente di scaricare sulla burocrazia. Il problema dell’immigrazione, infatti, non è una questione tecnica, ma uno snodo delicatissimo e intricatissimo della politica nazionale, comunitaria ed internazionale. Ci sono in gioco diritti umani fondamentali, scelte valoriali imprescindibili, rapporti fra stati: tutte le tematiche, culturali, sociali, economiche, sono coinvolte in questo enorme problema. Più politico di così si muore! E allora mi chiedo che senso abbia, al di là dell’indiscutibile valore della persona scelta, affidare un incarico di tale importanza a un tecnico. Ho letto con molta attenzione e ammirazione il curriculum di Luciana Lamorgese, ma alla fine mi sono chiesto: può bastare? Ci vuole ben altro.

Intendiamoci bene non è che il problema possa essere affrontato e risolto da un ministro, men che meno da un ministro tecnico. Occorre sensibilità, visione, coraggio, lungimiranza, autorevolezza: doti che non possono essere chieste ad un tecnico pur bravo che sia. Il fatto è che il punto è troppo difficile e non poteva essere affrontato in un già fin troppo problematico accordo di governo. Si è scelto di soprassedere, accontentandosi di smussare gli angoli politici più acuti con l’austerità dell’alta burocrazia. Se proprio si voleva fare spazio alla tecnica non c’era che l’imbarazzo della scelta fra tanti ministeri, si è andati a parare proprio sul meno adatto per i motivi suddetti.

Mi aspetto almeno che la nuova ministra riporti il discorso nella legalità sottraendolo alla demagogia in cui era finito. Poi c’è tutto il resto. Se Matteo Salvini si illudeva di risolvere il problema chiudendo i porti, mentre i cinquestelle stavano a guardare facendo i pesci in barile, il governo giallo-rosso non si illuda di cambiare rotta chiudendo i cuori e affidandosi all’ex prefetto di Milano (senza nulla togliere al buon cuore del nuovo ministro). Credo sia il punto dolente: devo ammettere di non aver ancora capito quale sia la visione grillina del problema, ma devo aggiungere che non mi è affatto chiara quella del partito democratico. Non è facile, ma proprio per quello bisogna partire da una impostazione di fondo condivisa su cui articolare le scelte legislative e amministrative a livello nazionale e comunitario.

Come ho già scritto, essersi liberati della cappa di piombo salviniana non è poca cosa, ma adesso viene il difficile e il terreno migratorio è quello più insidioso. Sì o no alla chiusura dei porti è un falso problema. Il modo peggiore per approcciarlo partendo dalla fine. Come se nell’alimentazione si partisse dalla pancia o ancora peggio. «Scusi, Lei è favorevole o contrario?» così chiese un intervistatore al mio professore di italiano, in occasione dell’introduzione del divorzio nella legislazione italiana. «Tu sei un cretino!» rispose laicamente stizzito il professore. Ben detto. Vista la deriva della politica ridotta a mera tifoseria, prima o dopo mi aspetto di incontrare qualcuno che in via Cavour mi rompa le scatole chiedendomi: «Scusi lei è favorevole o contrario alla chiusura dei porti?». Tutte le problematiche della nostra società vengono ridotte al ritornello: “Scusi, lei è favorevole o contrario?”. A cosa? Non lo so, ma poco importa. Ormai è vietato ragionare, è fondamentale schierarsi…

 

L’Italia fa bene i conte

Sono partito con molto scetticismo, snobbando le vicende della crisi di governo e della formazione di una nuova compagine ministeriale, poi via via la passione per la politica ha (giustamente) prevalso e mi sono ritrovato incollato al video a seguire le maratone giornalistiche a margine delle trattative. E voglio volare sulle ali di questa passione rischiando di saltare di palo in frasca.

Ero andato con mia madre e mia nonna a trascorrere qualche giorno di vacanza a Fabbro Ficulle (paesino in provincia di Terni), ospite del convento dove viveva mia zia suora Orsolina.   Avevo quattro-cinque anni, non ricordo con precisione. Pranzavamo in una saletta messa molto gentilmente a nostra disposizione ed in quella saletta vi era un apparecchio radio: la nonna gradiva ascoltarla durante il pasto, soprattutto le piaceva ascoltare il giornale radio. Un giorno al termine del notiziario politico me ne uscii candidamente con questa espressione: “Adesso nonna chiudi pure la radio, perché a me interessa il governo”. Lascio immaginare le reazioni di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, incredula e divertita, che rideva di gusto e forse aveva anche fatto qualche pensiero su quello strano nipote.

Evidentemente la politica ce l’avevo nel sangue, sono nato e vissuto in oltretorrente, il rione popolare dove ho respirato la politica fin da bambino, dove i borghi, gli angoli, gli androni delle case parlavano di antifascismo, dove la gente aveva eretto le barricate contro la prepotenza del fascismo, dove la battaglia politica nel dopoguerra si era svolta in modo aspro e sanguigno, dove il popolo, pur tra mille contraddizioni, sapeva esprimere solidarietà assieme a lotta di classe e battaglia politica.

Ma perché questi ricordi? Il mondo è cambiato e le nostalgie lasciano il tempo che trovano. Non è vero, basti pensare che durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta constatavamo come alla politica stesse sfuggendo l’anima, se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti: dopo il craxismo, che aveva intaccato le radici etiche della democrazia, venne il berlusconismo a rivoltare il sistema creando un vero e proprio regime in combutta col primo leghismo alla Bossi, poi è arrivato il grillismo con la carica distruttiva della sua antipolitica, dulcis in fundo è sopraggiunto il leghismo riveduto e scorretto alla Salvini.

Il governo pentaleghista, durato per oltre un anno, ha fatto in tempo in questo breve periodo a retrocedere la politica a mera contrattazione, con la scusa di superare gli schemi destra e sinistra, con la manfrina del superamento del sistema, con la menata della lotta contro i poteri forti, mettendo insieme populismo di destra e di sinistra, spargendo paure e illusioni.  Un velleitario e folle connubio, un matrimonio di interessi trasformatosi in convivenza da separati in casa. Ad un certo punto sono volati i piatti e la rottura e stata inevitabile: cercare il colpevole è tempo perso perché prima o poi doveva succedere, meglio prima che poi.

C’era bisogna di cambiare libro e temo invece si sia soltanto voltata la pagina: meglio di niente. Trasferiamoci e diamo un’occhiata a quanto è successo per la nomina alle più alte cariche istituzionali europee. L’Italia, che sta svolgendo un ruolo di mero contorno, quasi per puro caso, ha ottenuto, per un suo rappresentante, l’importante e prestigioso incarico di presidente del Parlamento di Strasburgo: la scelta è andata, più per equilibrismi politici a livello europeo che per riconoscimento dell’importanza del nostro Paese, su David Sassoli, un serio ed apprezzabile uomo di sinistra, un europeista convinto, un ottimo personaggio per una istituzione da valorizzare e potenziare. Ebbene, i leghisti e i fratelli d’Italia, gli hanno votato contro: legittimo se si fosse trattato di un incarico meramente politico, assurdo dal momento che si trattava di una carica istituzionale. Il nazionalismo di certi partiti si ferma ancor prima della nazione, si blocca nell’orto di casa dove non si vuol nemmeno guardare l’erba del vicino. I grillini in quell’occasione non ho capito cosa abbiano combinato (hanno lasciato libertà di coscienza) tanto sono sperduti in un parlamento che li vede figli e fratelli di nessuno.

Poi è avvenuto il miracolo sulla via di Strasburgo: i parlamentari europei pentastellati hanno votato per Ursula von der Leyen assieme ai colleghi del PD (terzo incomodo i berlusconiani). Qualcuno si è affrettato a intravedere, in questo voto per la presidenza della Commissione europea, una svolta, che avrebbe avuto importanti riflessi sulla costituzione del governo giallo-rosso. In effetti il primo atto ufficiale del governo Conte bis o Conte 2, come dir si voglia, ha visto la nomina a commissario europeo agli affari economici, in rappresentanza dell’Italia, di un altro conte, vale a dire Paolo Gentiloni (esponente politico democratico di livello, non certo in linea con l’impostazione grillina): la musica è un po’ cambiata e a Bruxelles se ne sono accorti promuovendo a pieni voti il nuovo governo, mentre Christine Lagarde, nuovo presidente della Bce, ha speso parole buone per il presidente del consiglio italiano. Dobbiamo abituarci all’idea che gran parte della politica si fa e si svolge in sede europea e quindi, se qualcosa di buono si può sperare, bisogna forse prendere la rincorsa dalla UE. Altro che sovranismo! Una nuova pagina europea? Sembra di sì. Anche in politica la speranza è l’ultima a morire.

 

La torta della discontinuità nella continuità

Alla fine è arrivata, con il voto favorevole e plebiscitario sulla piattaforma Rousseau, l’amara ciliegina pentastellata sulla torta governativa del Conte 2. Provo a mangiarne qualche fettina. Al palato, d’acchito, risulta gradevole. Il governo giallo-rosso manda a casa la minacciosa Lega di Salvini, toglie momentaneamente di mezzo un pericoloso ostacolo per la vita democratica del Paese: sembra quasi un sogno, ma non saremo più (speriamo per parecchio tempo) ostaggio delle sparate razziste e demagogiche di una fuorviante destra estrema populista e sovranista. Finisce un incubo.

La seconda fettina ci evita il rischio di elezioni politiche al buio e ci costringe a prendere di petto la difficile situazione economica, riportandoci nell’alveo del fiume europeo, impostando una seria politica di bilancio e recuperando alla base del governare la ragionevolezza della politica.

La terza fettina riguarda la premiership di Giuseppe Conte: questo signore esce dall’angolo per cercare nelle sponde mattarelliane, europee, americane e vaticane un profilo autonomo, che incontra il gradimento della gente. Ha avuto il coraggio di ribellarsi al greve condizionamento della precedente maggioranza politica e di guardare avanti con equilibrio e senso di responsabilità.

Mentre le prime fettine risultano gradevoli, la quarta è invece di dubbio gusto: il programma e gli uomini che lo porteranno avanti non danno sufficienti garanzie per quella discontinuità chiesta dal PD, ma non concessa dal M5S, schiavo del retaggio pentaleghista e costretto alla continuità rispetto alla sua prima disastrosa esperienza di governo. Nasce il governo della discontinuità nella continuità o viceversa: roba da far impallidire le convergenze parallele del primo centro sinistra.

Continuando a mangiare la torta, il palato si fa sempre più esigente.   Affiora la difficilissima convivenza tra due concetti contrapposti di democrazia e di politica: non vedo una base comune, seppur minima, a livello valoriale e ideale tra due forze politiche che dovranno mediare continuamente e faticosamente. Sarà sufficiente la paziente opera di cucitura di Conte? Ho seri dubbi. Se il precedente governo si basava sull’alleanza tra due soggetti così diversi ma così uguali, il nuovo si fonda su soggetti molto diversi alla disperata ricerca di qualche uguaglianza. Il modesto livello qualitativo della compagine ministeriale, l’alto grado di difficoltà dei problemi da affrontare, i risicati numeri della maggioranza non aiuteranno certamente una convivenza che si preannuncia difficile al limite dell’impossibile.

È tuttavia inutile gufare da sinistra, lasciamo questo compito alla destra, che lo svolgerà nelle piazze, ma, quando l’eco della demagogia si spegnerà, forse risulterà chiaro il velleitarismo dei rigurgiti salviniani. Confido nella prospettiva che il governo Conte 2 rimetta la situazione politica in una sorta di vasca di decantazione delle dilaganti spinte populiste e sovraniste, costringa tutti a tornare alla democrazia stringendosi alle sue istituzioni. Non sarebbe poco. Abbandono al momento la torta, temo il disgusto e l’indigestione, la metto in frigorifero e vedrò di mangiarla a pezzettini, al mattino a digiuno da pregiudizi e pessimismi, sperando che non diventi rancida, costringendomi a buttarla nel sacchetto dei rifiuti organici. Sarebbe un vero peccato.

 

 

Al Ciampedie cón il savàti

Il periodo estivo è l’ideale per dare libero sfogo alle proprie passioni escursionistiche e naturalistiche: cose bellissime, che ritemprano l’animo e riempiono il cuore. Si va alla inebriante scoperta degli angoli più reconditi in mare e in montagna, sui laghi, sui fiumi, in terra, sotto terra e sott’acqua. Benissimo: la natura è fatta per essere goduta nella sua bellezza, ma anche per essere rispettata nella sua conformazione.

Si registrano purtroppo episodi tragici dovuti alla fatalità, ma spesso dovuti alla imprudenza. C’è chi si diverte a mettere a repentaglio la propria vita. Fin qui niente da dire: ognuno è libero di interpretare a suo modo il rischio esistenziale coniugandolo col brivido elettrizzante. Quando però questo comportamento mette in difficoltà anche gli altri, occorrerebbe stendere un velo di prudenza e di responsabilità. C’è persino chi paradossalmente e presuntuosamente rifiuta i soccorsi per poi essere salvato in extremis.

Io sono libero di scalare tutte le montagne che voglio, posso andare per mare quando la situazione meteorologica lo sconsiglierebbe, ma non posso poi pretendere che altri rischino la vita per venirmi a togliere dalle difficoltà in cui mi sono cacciato.  Quasi sempre i salvataggi funzionano, a volte meno, ma mi sembra oltre modo ingeneroso, sconveniente e disgustoso scaricare colpe sui soccorritori. Succede e non mi pare giusto.

E allora? Restiamo tutti a casa per evitare il peggio? Non voglio certo teorizzare una vita monotona e timorosa, ma nemmeno una vita avventurosa fine a se stessa. La natura va rispettata in due sensi: non va sporcata, rovinata o addirittura distrutta, ma va anche temuta nella sua immanente grandezza e superiorità.

Ricordo un caro amico che mi raccontava di avere incontrato improvvisati escursionisti che percorrevano i sentieri che portano al rifugio Ciampedie in Val di Fassa con le ciabatte ai piedi: episodio emblematico. Mio padre, ad esempio, non ammetteva scherzi durante i bagni in acqua ed aveva mille ragioni: è un attimo rimanerne vittime.

È sciocco imprecare ai soccorsi tardivi. Capisco la disperazione di parenti e amici delle vittime, ma molte volte il problema è a monte e riguarda l’imprudenza, la faciloneria, l’insensatezza dei protagonisti. La catena dei soccorsi funziona generalmente molto bene, scattano virtuosi meccanismi solidali, tutti si danno da fare e rischiano: fosse così su tutto il fronte delle situazioni socialmente a rischio, andremmo benissimo. È il rovescio della medaglia delle vacanze: c’è chi non se le può permettere; c’è chi, come il sottoscritto, le diserta dal momento che sono diventate più un obbligo che un piacere; c’è chi è sempre in vacanza e quindi non ne ha bisogno; c’è chi le spreca e torna al lavoro più stressato di prima; c’è chi ne fa un’occasione estrema di divertimento e rischia di rimetterci le penne. Tutti coloro che se le possono permettere dovrebbero forse ripensarle, non per routinizzarle ma per viverle meglio.

I berretti a sonagli

Matteo Salvini vedeva crescere smisuratamente voti e sondaggi, si sentiva l’attore protagonista a livello popolare, mentre era costretto al ruolo di comprimario all’interno di un governo, che più lo ruminava e più non riusciva a digerirlo. Si è stufato e, dal suo punto di vista posso capirlo: un logorante e continuo tira e molla di atteggiamenti politici. Le elezioni europee gli avevano mandato il messaggio: la tattica giusta è la tua, siamo con te, viva Salvini, abbasso il M5S. Come resistere alla tentazione di far saltare il banco. Detto fra i denti e fatto nel peggiore dei modi. La comica finale del governo Conte è diventata però la tragica fine di Salvini, dell’accusatore pubblico che diventa l’imputato.  Non è forse successo così in Senato!?

Matteo Renzi vedeva avanzare minacciosamente le truppe salviniane alla conquista delle elezioni anticipate, che avrebbero sicuramente impoverito la sua rappresentanza parlamentare, quei circa 100, fra deputati e senatori, legati a lui e ultima trincea difensiva per il suo ruolo vieppiù indebolito nel partito e nel Paese. Dal suo punto di vista posso capirlo: dopo essere stato segretario potente e premier rampante, dopo aver conquistato il 40% dei voti alle elezioni europee, dopo aver impostato una riforma istituzionale, dopo aver governato per parecchio tempo, ridotto al ruolo di minoranza nel PD con scarsissime chance di rivincita. Bisognava evitare a tutti i costi le elezioni anticipate, per almeno un annetto, per guadagnare tempo e magari fare un nuovo partito con cui presentarsi alle urne. L’unico modo per ottenere ciò era baciare il rospo, strizzare l’occhio ai grillini, farsi promotore di un ribaltamento tattico camuffato da governo di salute pubblica.

Il movimento cinque stelle viene preso d’anticipo da Salvini e dallo stesso Conte: l’uno attacca e l’altro si difende attaccando. Il governo va in pezzi e si avvicina lo spettro delle elezioni a cui presentarsi con piedi stanchi e nudi e mani poco bianche e poco pure. Meglio attestarsi sulla linea della continuità di Conte, non c’era alternativa, sperando che il PD, messo alle strette dall’offensiva renziana, potesse aprire una trattativa per un nuovo governo. Il PD era tentato dalle elezioni anticipate al punto che sembra avesse dato rassicurazioni in tal senso a Salvini, però, messo alle strette da un incalzante richiesta di assunzione di responsabilità, messo all’angolo dai renziani in vena di promuovere un ribaltone storico, si è piegato alla realpolitik ed ha aperto il confronto coi grillini, dando ad esso un aperto significato politico di resistenza al salvinismo dilagante e di coperta prefigurazione del futuro presidente della Repubblica eletto dall’attuale parlamento e quindi lontano dall’ ipoteca destrorsa. Governo di continuità per i grillini, governo di discontinuità per i piddini: ci sarà da faticare un po’. Ma alla fine il cerchio quadrerà.

Anche Giuseppe Conte non è da meno: di giravolte ne fa parecchie, ma le fa bene, con un certo stile. Per oltre un anno sopporta tutto, ingoia tutto, fa la figura del burattino. Poi ha uno scatto di dignità, passa all’attacco, si sfoga con classe, si candida alla discontinuità nella continuità, incassa endorsement a destra e manca, diventa l’ago della bilancia, accetta un incarico che gli consente di rimanere a palazzo Chigi, da cui sarà probabilmente molto difficile schiodarlo, salvo altre pagliacciate in arrivo.

Sì, perché le pagliacciate si dipanano una dopo l’altra, si intersecano, si autogiustificano. Tutti vogliono il bene del Paese, mentre in realtà tutti, più o meno puntano all’interesse di parte. L’unico personaggio, che mette al primo posto il rispetto della Costituzione e la conseguente difesa della democrazia, è Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica, costretto a destreggiarsi tra i pagliacci in attesa che la commedia finisca, possibilmente non in tragedia. Quando ascolto senza prevenzione i pagliacci, sono costretto a constatare che tutti hanno le loro “buone” ragioni o meglio che non hanno tutti i torti. Non resta che buttarsi nelle allegorie, per (non) saltarci più fuori.

Bisogna ricorrere a Luigi Pirandello: “Così è se vi pare”, dove alla fine le verità sono tante a seconda dei punti di vista. Che la Verità assoluta esista o meno è cosa tantomeno irrilevante: è questo il messaggio finale di lettura dell’opera dove Pirandello mette lo spettatore di fronte ad una sorta di ‘barriera sul palcoscenico’ costringendolo ad interrogarsi sul significato stesso di ciò che ha appena visto e l’assenza stessa di significato.

Meglio ancora ricorrere al “Berretto a sonagli”.  “Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. La seria, la civile, la pazza…dovendo vivere in società, ci serve la civile…ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati.  Non si può. E che faccio allora? Do una giratina così alla corda civile. Ma può venire il momento che le acque si intorbidano… se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!”. Così l’annuncio di Ciampa, il personaggio più complesso della tragicommedia pirandelliana.