L’erba dei condannati può essere verde

Come ebbe a dirmi un sacerdote impegnato nell’ambiente carcerario, anche nel più incallito dei delinquenti c’è un filo d’erba, un seme buono da cogliere e sviluppare. Queste parole così piene di misericordia e speranza mi sono tornate alla mente mentre leggevo le cronache di un attacco terroristico a London Bridge, nel pieno centro di Londra, che ha rigettato la capitale britannica, e un po’ tutto l’occidente, nella paura del terrorismo. Un uomo ha assalito alcune persone con un coltello. Poi è stato circondato da alcuni passanti uno dei quali lo ha affrontato scaricandogli addosso il contenuto di un estintore di anidride carbonica.
Alla fine è arrivata la polizia che lo ha ucciso a colpi di pistola tra la folla che filmava con i cellulari l’esecuzione.

Il fatto curioso è che uno di quegli eroi che ha difeso una donna dal coltello dell’aggressore è un assassino condannato per aver ucciso a coltellate una donna.  L’aggressore infatti, prima dell’arrivo della polizia, è stato affrontato e bloccato da alcuni civili. Uno di questi eroi, che si è buttato addosso al terrorista cercando di salvare la vita di una donna, è James Ford, un assassino che da poco ha ottenuto – come il terrorista – la libertà vigilata. lo rivela il Mail online. Uno strano gioco del destino ha voluto che proprio lui, condannato per aver ucciso una donna a coltellate, diventasse eroe per un giorno per aver difeso una donna dal coltello di Usman Khan. Ora 42enne, Ford è stato incarcerato a vita – con una pena minima di 15 anni – nell’aprile 2004 per l’omicidio di Amanda Champion, strangolata e sgozzata: il suo corpo fu trovato abbandonato su un mucchio di rifiuti vicino alla sua casa di Ashford, nel Kent, nel luglio precedente. Aveva 21 anni, ma un’età mentale di 15.

Ai tempi del delitto la polizia non aveva indizi, la svolta nelle indagini arrivò quando un dipendente dei Samaritani – infrangendo la rigorosa politica di riservatezza dell’organizzazione – confidò alla polizia che Ford (allora operaio in fabbrica e lottatore amatoriale) aveva telefonato decine di volte confessando di avere ucciso una ragazza e minacciando di suicidarsi. Una volta arrestato, non ha mai dato spiegazioni al suo gesto.

I parenti della donna uccisa hanno saputo solo ieri, vedendo i video in televisione, che era stato liberato. Commentando l’accaduto, hanno dichiarato di non considerarlo affatto un eroe, ma un assassino e di essere contrari alla sua liberazione. Non si può certamente pretendere da loro un atteggiamento diverso e immediatamente comprensivo. Gli eventuali percorsi perdonisti hanno bisogno di tempo per maturare, diversamente non sarebbero umanamente e nemmeno religiosamente credibili.

Certamente e inevitabilmente, di fronte a questo atto terroristico commesso da un soggetto in libertà vigilata, viene spontaneo mettere in discussione questo istituto e magari l’uso un po’ troppo disinvolto che ne viene fatto. Però c’è il rovescio della medaglia: non solo la concessione di questo beneficio è stata probabilmente positiva per l’altro soggetto coinvolto nell’episodio, ma ha avuto un effetto drammaticamente benefico sulla società, salvando la vita a una terza persona che poteva venire accoltellata, aggravando ulteriormente il bilancio tragico dell’episodio (due morti e tre feriti fra gli aggrediti, oltre l’aggressore).

Morale della (non) favola: alla fine di tutto e tutto considerato, ciò che può contribuire alla rieducazione di un condannato, anche il più incallito delinquente, non è mai sbagliato, anche se esiste il rischio di ottenere a volte l’effetto contrario. La questione è molto delicata, ma deve essere affrontata con umana comprensione e sociale lungimiranza. Non si tratta di buonismo ad oltranza, ma di scelta costituzionale: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Chi ha inserito questa norma nella nostra carta costituzionale non era un buonista, ma un politico serio ed avveduto.

 

 

 

 

La mortadella qualunquista

Non so esprimere fino in fondo la sensazione che provo di fronte alle risse parlamentari: ultima in ordine di tempo quella scoppiata in conseguenza delle dichiarazioni del ministro dell’economia Roberto Gualtieri con riguardo al tanto discusso e criticato accordo sul fondo salva-stati dell’Unione europea.

Prescindo dal merito dell’argomento: mi sembra una tempesta nel bicchiere scatenata da chi è solo alla ricerca di motivi per screditare l’attuale maggioranza di governo persino su temi oggetto di analoghe posizioni da parte del governo precedente. I politici hanno la memoria corta e purtroppo anche i cittadini non sono da meno.

Prendo in considerazione invece la degenerazione metodologica: le baruffe nelle aule parlamentari. La cosa non mi sorprende, perché è un classico delle democrazie discutere animatamente fino al punto da venire a male parole e finanche alle mani. Succede e il fatto non mi scandalizza: meglio così della pace dei sepolcri parlamentari nei regimi autoritari e dittatoriali.

Pur non trattandosi di eventi esemplari per la vita democratica, rientrano quasi nella normalità: la storia è zeppa di simili episodi scoppiati in concomitanza con la discussione su temi di varia natura. La differenza è che nell’ormai lontano passato segnavano le differenze su argomenti molto importanti a livello interno e internazionale, mentre oggi segnano una infima, strumentale e vuota polemica. Ancor più, rappresentano un tentativo irresponsabile e pazzesco di portare la politica all’osteria, con tutto il rispetto per le osterie, che non pretendono di scimmiottare il parlamento.

Quindi non mi scandalizzo, non mi sorprendo, non mi arrabbio, non riesco a fare dell’ironia o del sarcasmo, vengo preso da un senso di grande tristezza, da una sorta di ribellione interiore, da un nodo alla gola. Penso a quanto è costata la riconquista della libertà e della democrazia in termini di vite umane e di sacrifici personali e di gruppo. Penso a cosa proverebbero, di fronte a simili e vergognose liti, i condannati a morte della Resistenza, quanti hanno versato il sangue per guadagnarci le istituzioni democratiche ed antifasciste.

In questi scontri vedo, da qualsiasi parte vengano scatenati, un’intolleranza che sa di rigurgito fascista, che non ha nulla da spartire con la contrapposizione politica, ma che sminuisce il ruolo parlamentare per praticare scorciatoie populistiche, lisciando il pelo al qualunquismo, nemico principale della democrazia.

Chissà perché mi è venuto spontaneo fare un tremendo parallelo tra le risse parlamentari di questi giorni, precedute e seguite da un dibattito politico penoso, fatto di attacchi insulsi e demagogici, e l’emergente realtà di formazioni partitiche neo-naziste, sintomo di un malessere gravissimo esistente nella nostra società. Qualcuno mi consiglierà di non drammatizzare, di buttarla nel ridicolo, di liquidarla con un’alzata di spalle. Non ce la faccio! Credo nella politica e non accetto che la si deturpi.

Il cappio esibito, la mortadella ostentata, i brindisi provocatori, i cartelloni esposti non mi sembrano il modo migliore per vivere la democrazia nelle istituzioni. Un colpo oggi, un colpo domani, non sorprendiamoci poi se questo gioco consente a qualcuno di fare il nazista o il fascista. Un tal gioco, credetemi, è meglio non giocarlo.

Le uova marce della politica e le frittate della magistratura

Devo ammettere che, durante il periodo del berlusconismo imperante, mi schierai pregiudizialmente dalla parte dei giudici censori della politica: la colpa di questa scelta di campo, drastica e a senso unico, era senz’altro soprattutto di Berlusconi, il quale aveva impostato il tutto come una guerra con la magistratura e più insultava, provocava e tirava a cimento i magistrati, più questi intendevano fargliela pagare in una lotta che non è ancora finita e che ha rovinato forse in modo irreparabile i rapporti tra magistratura e politica.

Il tempo ha sollevato la polvere e, pur confermando molte responsabilità gravissime del cavaliere nel tremendo mix politica- affari-sesso, pur rimanendo inalterata la responsabilità di fondo di voler piegare la politica istituendone i rapporti col malaffare, pur ammettendo l’assurdità di criminalizzare i giudici rei di disturbare il manovratore, hanno cominciato ad emergere alcuni gravi difetti della magistratura riconducibili alla smania di protagonismo, all’accanimento giudiziario, all’intromissione nell’andamento delle vicende politiche, alla mancanza di equilibrio e di indipendenza. Fino ad un certo punto sono stato portato a giustificare questi atteggiamenti debordanti come comprensibili reazioni difensive alla messa in discussione dell’autonomia giudiziaria e agli attacchi volgari e sistematici rivolti alla magistratura.

Poi la questione ha preso una brutta piega e tutt’ora la situazione non è delle migliori: le ingerenze esistono, le inchieste ad orologeria pure, i dubbi aumentano. Quando un politico raggiunge un certo livello di protagonismo, parte qualche avviso di reato che rischia di distruggerlo: magari il tempo dimostra che le ipotesi di reato erano infondate, ma ormai la frittata è fatta. Il discorso riguarda soprattutto il finanziamento illecito dei partiti e la corruzione dei politici.

Il quadro legislativo risente degli scandali clamorosamente scoppiati a carico dei partiti e dei loro esponenti della cosiddetta prima repubblica. Effettivamente la corruzione aveva raggiunto livelli di guardia e la pentola debordò invadendo le aule giudiziarie, ma anche i cervelli dei cittadini irrimediabilmente disgustati. Niente più soldi pubblici alla politica: un modo per consegnarla definitivamente alle lobby e ai mestieranti più o meno prezzolati. Fatta la legge fatto l’inganno: ecco i rimborsi elettorali che altro non sono se non soldi pubblici malamente elargiti a piè di lista. Poi spuntano le fondazioni che rischiano di essere equivoche lavanderie dei soldi privati in odore di sfruttamento dei favori della politica. Tutto mentre il bambino ha comunque continuato a vivere nell’acqua sporca, perché la corruzione vera e propria non è diminuita ed è addirittura peggiorata nel senso della sua personalizzazione a scapito dei partiti.

Questa è la situazione in cui si dibatte il finanziamento della politica, che non può fare a meno dei soldi e di cercarli dove sono. Ogni tanto parte la retata e qualcuno resta impigliato, non è detto che sia il peggiore o il più scorretto, spesso è il più in vista del momento. A prescindere dalle reali responsabilità legali ed etiche che senza dubbio possono esistere, la politica viene genericamente ed ulteriormente squalificata e si fa strada l’antipolitica, su cui gravano gli stessi dubbi inerenti i giri finanziari: è un gatto a più code, che se le morde a rotazione.  Ora è il turno di Matteo Renzi, domani a chi toccherà? Sotto la cenere stanno covando dei fuochi e mi sembra tanto che le prime galline che cantano abbiano fatto o stiano facendo le loro uova. Le frittate si susseguono e la politica scende sempre più in basso con la magistratura che fa ben più del suo fondamentale e indispensabile mestiere.

Si intuisce spesso che dietro certe indagini verso pubblici amministratori ai vari livelli c’è poca sostanza: se vogliamo, assieme alla malafede di pochi esiste il pressapochismo di molti deputati, senatori, sindaci, assessori, consiglieri, etc., ma anche molto accanimento da parte dei giudici. Finirà come avvenne in certi periodi nella storia biblica del popolo ebreo? Il potere ai giudici e nessuno li potrà controllare e giudicare. Oppure i giudici espressione del potere politico? Già visto e vissuto in tanti periodi e in tante parti del mondo.  Oppure la politica direttamente connessa al giudizio del popolo? Va molto di moda. Il rapporto tra politica e magistratura è assai delicato e lo stiamo affrontando, il discorso vale per tutti, con il garbo dell’elefante nel negozio di cristalleria.

Sia ben chiaro che non intendo negare l’esistenza insistita ed arrogante della corruzione, tanto meno sto auspicando di mettere la sporcizia sotto il tappeto, ancor meno di chiudere gli occhi e assolvere tutti perché tutti sbagliano (era la difesa di Bettino Craxi ai tempi dello scandalo milanese). Vorrei soltanto che chi deve fare pulizia non sparga “il rudo” a vanvera e non lo butti addosso al primo che capita a tiro. Buona politica e buona pulizia!

I populisti nostrani confabulano con Cina e Russia

Qualcuno arriva a sostenere che il Movimento 5 Stelle sia una scatola cinese. Mi riferisco alla versione di Annalisa Chirico sull’agenzia editoriale “Formiche”, alla cui maliziosa, ma obiettiva, analisi mi riferirò di seguito. Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Nel caso dei rapporti fra pentastellati e Cina di indizi effettivamente ne esistono parecchi.

In novembre il leader del movimento Beppe Grillo ha svolto presso l’ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia una doppia visita: una cena con l’ambasciatore cinese Li Junhua, seguita da un incontro di oltre due ore nella sede diplomatica cinese a Roma. Cosa ci faceva in quella sede e a che titolo era lì: non penso lo avessero invitato per tenere alto il morale del personale dell’ambasciata.

Recentemente il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è stato ospite d’onore a Shangai dove ha brindato con il presidente Xi Jinping: ha parlato di Hong Kong come di un affare interno cinese. Si rende conto il nostro ministro di non essere un semplice turista alla ricerca di foto originali da mostrare agli amici? Il governo è d’accordo nell’alzare i calici con simili personaggi? Non ci si rende conto della inaccettabile strategia cinese?

Durante il periodo del primo governo Conte, Di Maio ha firmato il memorandum d’intesa per la Via della Seta: l’Italia è l’unico Paese fondatore dell’Unione europea ad aver sottoscritto un accordo che la stampa cinese ha celebrato come un successo geopolitico nazionale e che per l’Italia ha già comportato qualche vantaggio a livello commerciale. A che gioco giochiamo? Qui le responsabilità si allargavano al governo, titubante e chiaramente in difficoltà davanti ai partner europei.

Di Maio, promosso alla guida della Farnesina nel Conte II, ha nominato come capo di gabinetto Ettore Sequi, già ambasciatore italiano a Pechino. Non c’è di per sé niente di male, ma puzza tanto di eccessiva attenzione verso la Cina. Ettore Sequi sarà sicuramente un diplomatico di grande livello, ma proprio su di lui, condizionato da un certo curriculum, doveva cadere la scelta. Di tutti mi sembra l’indizio meno consistente, ma inserito nel contesto fa pendere la bilancia verso una pelosa attenzione filo-cinese.

Il 14 novembre scorso il ceo di Huawei Italia (Huawei è una società cinese impegnata nello sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti, di sistemi e di soluzioni di rete e telecomunicazioni. È stata fondata nel 1987 e ha il quartier generale a ShenzhenGuangdong, in Cina), Thomas Miao, ha pronunciato il discorso di apertura dell’evento “Smart company” organizzato a Milano dalla Casaleggio associati, la società di Davide Casaleggio che, in quanto presidente, tesoriere e amministratore unico dell’Associazione Rousseau, gestisce la piattaforma informatica e incassa ogni mese trecento euro da ogni parlamentare grillino (per un totale di circa 700mila euro nel 2018). Il manager Miao è lo stesso che ad ottobre, in occasione della inaugurazione dei nuovi uffici romani del colosso cinese delle telecomunicazioni è comparso in una photo opportunity con il sindaco della capitale Virginia Raggi, accorsa in loco per celebrare l’evento. Si dirà che gli affari sono affari e che non è vietato dialogare con i manager di importanti società: quando però i fili di questi contatti legano gli affari a soggetti vicini o dentro alla politica, gatta ci può anche covare.

Il 15 novembre il blog di Grillo, silente sulle proteste di Hong Kong, ha ospitato un intervento negazionista sulla repressione cinese contro la minoranza uigura, turcofona e di fede musulmana, nella regione dello Xinjiang. Eppure un dettagliato report dell’Unione Europea del gennaio 2019 evidenzia “le profonde preoccupazioni dell’Ue sui diritti umani nello Xinjiang, anche in relazione alla detenzione di massa, alla rieducazione politica, alla libertà religiosa e alle politiche di sinicizzazione”. Per non parlare delle numerose segnalazioni da parte delle Nazioni Unite e di organismi come Amnesty International che mostrano come il governo cinese abbia trasformato la regione in “un enorme campo di internamento avvolto nel segreto”. Grillo e i grillini non sono i soli a starsene zitti di fronte alle latenti violazioni di diritti umani da parte della Cina, ciò non toglie che onestamente un bel vaffa dovrebbe andare anche in quella direzione.

Mentre i grillini sembrano fare la corte alla Cina, Salvini non riesce a sgravarsi di dosso i seri dubbi su un flirt sovranista con la Russia di Putin, sorti soprattutto dopo l’inquietante vicenda riguardante una trattativa per finanziare la Lega con tangenti ricavate da affari petroliferi fra azienda italiane e russe con l’intromissione di un faccendiere, tal Gianluca Savoini, assai accreditato come consulente salviniano e personaggio facente parte dell’entourage leghista. Il discorso è aperto sul piano giudiziario, ma costituisce un bruttissimo e probabile, anche se non provato, marchio di inaffidabilità politica.

“Matteo Salvini non può più tacere sui rapporti della Lega con la Russia. Ieri ‘Report’ ha raccontato i legami tra il suo partito e Mosca, ricordando ulteriormente come l’affare del Metropol non sia una questione di secondo piano, ma potrebbe rientrare in un progetto politico più ampio. A favore dei russi e contro l’Europa da abbattere a colpi di sovranismo. Del resto il ruolo di Gianluca Savoini nella Lega era già noto come ‘ambasciatore russo’. È trascorso oltre un anno dalla visita dell’allora ministro dell’Interno a Mosca: un chiarimento è necessario e non più rinviabile”. Lo dichiara la segretaria di Possibile, Beatrice Brignone, dopo la puntata di ‘Report’ sui rapporti tra Salvini e Savoini. “Finora da Salvini – aggiunge Brignone – sono arrivate solo battutine sui rubli che non si trovano. Un comportamento che alimenta più di qualche dubbio. Gli elogi a Putin non sono mai mancati: di per sé è già un fatto preoccupante. Noi ogni giorno rinnoviamo l’appello affinché dalla Lega giungano risposte serie alle domande poste in questi mesi”.

Non sono appassionato di dietrologia e quindi non mi sento di gettare manciate di fango, nemmeno su chi non si fa scrupolo di esercitare sistematicamente questo mestiere e su chi vuol far credere di essere un moralizzatore ed un innovatore della politica italiana. Mi limito a prendere atto di elementi piuttosto inquietanti e ad esprimere il mio disappunto sulla politica estera ondivaga e spregiudicata portata avanti da due forze politiche così tanto votate dagli italiani. Sembrano andare a gara nel tessere pericolosi rapporti con Stati al di fuori delle nostre tradizionali alleanze: lo facevano quando erano entrambe al governo, lo fanno ora dal governo e dall’opposizione.  Vogliono questi signori, mi riferisco a Grillo, Di Maio e Salvini, chiarire cosa stanno combinando: se stanno giocando a fare gli statisti, la smettano e tornino a giocare nei loro cortili; se le stanno combinando grosse, vadano vergognosamente a casa dopo averci rotto abbondantemente i coglioni. Se il premier Conte ha conquistato autonomia e credibilità, veda di chiarire ulteriormente i rapporti italiani con Russia e Cina, non tanto per fare un piacere a Trump, che ne sta combinando una più di Bertoldo, ma per stare correttamente in Europa e nelle alleanze storiche tessute dal nostro Paese. Questo era il più serio input del suo nuovo governo e allora…

 

 

Diversità senza conflittualità

Non mi sottraggo a mettere per iscritto le mie riflessioni anche su argomenti estremamente delicati su cui opportunismo vorrebbe silenzio. Mi riferisco allo scontro televisivo fra Vladimir Luxuria e Vittorio Sgarbi: una ignobile rissa che, pur rientrando perfettamente nei canoni del circo mediatico, dove tutto fa spettacolo, induce a qualche argomentazione seria.

Innanzitutto sarebbe ora di finirla con la volgarità spacciata da provocazione culturale: non c’è idea che consenta di scendere nei bassifondi della volgarità alla ricerca peraltro solo di audience e di primadonnismo. Vale per Sgarbi, vale per parecchia gente che usa i media per sfogare le proprie reazioni pseudoculturali.  Sono passati molti anni da quando la signora Franca Ciampi, moglie del presidente della Repubblica, esorcizzò la Tv spazzatura, attirandosi anche qualche immeritata critica a livello di invadenza e oscurantismo: aveva ragione e il tempo le sta dando sempre più ragione.

In secondo luogo non ha senso e non trova alcuna giustificazione attaccare volgarmente persone che hanno vissuto e vivono esperienze molto difficili come l’omosessualità e la transessualità: bisogna avere rispetto e riguardo, rifuggendo da ogni e qualsiasi atteggiamento derisorio, discriminatorio e vignettistico. La persona merita considerazione in quanto tale e indipendentemente dai suoi orientamenti e comportamenti sessuali, tutto il resto non è accettabile da chiunque provenga.

Ci riempiamo la bocca di rispetto per la diversità e poi quando è il momento non sappiamo resistere alla tentazione di ridicolizzare, colpevolizzare, attaccare violentemente chi ci propone la sua diversità, non come la vorremmo noi, ma come la vive lui o lei. In questo forse la cultura prevalente è indietro rispetto alla politica e alle leggi, peraltro non certo molto avanzate.

Non mi sento però di sorvolare paternalisticamente sulla insistente “provocatorietà” del diverso, che continua testardamente a sentirsi tale, che ostinatamente non rispecchia integralmente la propria personalità, ma un cliché, un ruolo protagonistico a tutti i costi, pretendendo una inutile e dannosa ribalta non tanto per le sue battaglie di civiltà, ma per le sue esibizionistiche rivalse. Certe persone, che pure hanno conquistato, magari con grosse difficoltà, una loro dimensione personale e sociale, rimangono vittima di una scoppiettante conflittualità, che finisce col rimetterli in un ghetto ancora peggiore.

Quando si è reduci da una guerra, e tutto sommato omosessuali e transessuali hanno dovuto guerreggiare contro pregiudizi e discriminazioni di ogni tipo, prima o poi bisogna provare a vivere in pace con se stessi e con gli altri. A mio giudizio è giunta questa ora, anche se rigurgiti di inciviltà covano sotto la cenere e non perdono occasione per riemergere; occorre superare elegantemente ed equilibratamente lo scontro, altrimenti la questione diventa infinita e crea ulteriore sofferenza seppure camuffata da inutile aggressività. Non è facile, lo capisco benissimo e alle persone toccate nel vivo da certe provocazioni reazionarie, perbeniste o pseudo-culturali va tutta la mia solidarietà. Mi permetto però di consigliare un rientro a trecentosessanta gradi nella quotidianità, senza indietreggiare di un millimetro, ma senza pretendere, come diceva Luca Goldoni, di imporre la diversità a coloro che vivono la sessualità secondo tradizione (si badi bene non ho detto secondo natura e secondo normalità).

 

 

 

 

Quando si allunga il brodo femminile

Un tempo si sosteneva che, se non si vuol risolvere un problema, si fa una commissione: oggi si direbbe “aprire un tavolo”. Quando il problema diventa enorme e generale allora si promuove una giornata mondiale. Ce ne sono in quantità maggiore dei giorni stessi, al punto che bisognerà fare come con i santi, vale a dire definire più temi al giorno, altrimenti non c’è capienza.

Al di là della mia punta di scetticismo, mi sembra tuttavia doveroso risalire alle origini della celebrazione in data 25 novembre della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ricorrenza istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La data è stata scelta come giorno in cui celebrare attività a sostegno delle donne, sempre più vittime di violenze, molestie, fenomeni di stalking e aggressioni tra le mura domestiche. Il 25 novembre non è una data casuale: quel giorno infatti, correva l’anno 1960, furono uccise le sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana. Il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal fu fortemente sentito dall’opinione pubblica. Le tre donne sono considerate ancora oggi delle rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos. Il 25 novembre del 1960 le tre donne si recarono a far visita ai loro mariti in carcere quando furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare che le portarono in un luogo nascosto. Qui furono torturate, stuprate, massacrate a colpi di bastone e strangolate a bordo della loro auto. L’unica sopravvissuta fu la quarta delle sorelle Mirabal, Belgica Adele, che dedicò la sua vita a onorare il ricordo delle tre donne. Pubblicò successivamente un libro di memorie: Vivas in su jardin. Le sorelle Mirabal sono conosciute anche con il nome “Mariposas”, poiché simili a delle farfalle in cerca di libertà.

Vengo alla pregnante attualità del tema, per dire come non mi sia mai capitato di trovare una persona che giustifichi in qualche modo la violenza sulle donne. Evidentemente molti mentono spudoratamente e non hanno il coraggio di venire allo scoperto. Probabilmente sono contro la violenza riguardante le donne, solo quelle maltrattate dagli altri (magari gli stranieri). Forse dipenderà dal fatto che non pratico i social media: lì si annidano e vengono a galla le opinioni più assurde e si creano i presupposti per alimentare la violenza a trecentosessanta gradi. Le cifre incredibili del fenomeno sono difficilmente spiegabili. Esistono ragioni molto più diffuse e profonde, che affondano nella cultura, nella storia, nella psicologia, nella politica. Il dato più impressionante riguarda la violenza contro le donne fra le mura domestiche, nell’apparente normalità della vita, nei rapporti con il partner e con i maschi a portata di mano.

Un tempo il fenomeno esisteva, ma rimaneva piuttosto nascosto, ora emerge, non ancora fino in fondo, ma comunque in tutta la sua brutalità e mette in discussione il nostro vivere civile. Sono piuttosto contrario alla celebrazione tematica delle giornate, perché mi sembra un modo per creare un alibi sociale e mettere a tacere le coscienze a livello personale. Nella nostra società si tende ad affrontare i problemi a livello di drammatizzazione mediatica, che non ha nulla da spartire con la presa di coscienza individuale e collettiva.  Così facendo si sposta il problema dalla vita quotidiana a quella virtuale e tutti pensiamo che, quindi, non ci riguardi da vicino e ci limitiamo a protestare senza capire che ne siamo tutti coinvolti e, per certi versi, responsabili.

Sarebbe importante che ognuno facesse un attento esame di coscienza per individuare idee e comportamenti direttamente o indirettamente collegabili alla violenza sulle donne. Certa facile ironia non è forse l’anticamera del disprezzo e della discriminazione? Certa supponenza maschilista non è forse il modo subdolo per considerare la donna un essere inferiore? L’adesione a certi modelli culturali non finisce per legittimare una società consumisticamente orientata alla parità di difetti ben lontana dalla parità dei diritti? Il cammino dell’emancipazione femminile non è forse costellato di trappole che relegano la donna in un pornografico e degradante paradiso o in una sorta di apprendistato pseudo-maschilista? Il modo superficiale e sbrigativo con cui si accostano al sesso le nuove generazioni non finisce col banalizzare i rapporti e assoggettarli al rischio della prevaricazione da parte del soggetto più forte e più irresponsabile? Le religioni, più o meno, non sono forse attestate sulla difesa di schemi tradizionalmente e culturalmente chiusi e discriminatori nei confronti della donna? La politica non si limita forse a pontificare imponendo per legge l’assurdità delle quote rosa, come se bastasse pareggiare artificiosamente i conti per farli sostanzialmente tornare? Nei rapporti internazionali chi si preoccupa di scovare i comportamenti aberranti verso le donne, caratteristici di certe società e di certi regimi?

Ben vengano le giornate, i simboli, le iniziative, le denunce, le mobilitazioni. Se però non sono accompagnate dallo scandaglio individuale e sociale, finiscono alla stregua dei minuti di raccoglimento per le vittime di tanti fenomeni. Mio padre, quando allo stadio si ricordava qualche personaggio col minuto di silenzio, al termine del breve black out, in concomitanza con la ripresa sistematica delle urla dei tifosi, diceva sottovoce: «Zá scordè al mòrt…». Adesso non si fa più nemmeno un po’ di silenzio, perché si applaude: a cosa non ho mai ben capito… A proposito di calcio, sono sinceramente felice che il football femminile si stia ponendo all’attenzione del mondo calcistico. Se però le calciatrici scimmiottano i loro colleghi maschi, se puntano dritto agli ingaggi facili, se entrano sic et simpliciter nel circo mediatico, diventeranno gli specchietti per le allodole di chi pensa che le donne si emancipino in questo modo, proponendo schemi fuorvianti di alienante successo. La solita parità di difetti. Sì, tutto fa brodo, ma dipende qual è il brodo…

I nuovi tabù della nuova (non) sinistra

Ho avuto l’occasione di seguire su TV 2000, l’emittente edita dalla Conferenza episcopale italiana, una breve intervista a Fausto Bertinotti puntata su un giudizio politico dell’attuale sinistra. Ne ho seguito solo uno spezzone, in cui il sindacalista e politico Bertinotti si trasforma in intellettuale e critica pesantemente la politica di sinistra usando tre parametri, tre argomenti ormai desueti nel linguaggio e nell’azione della sinistra.

Chi se la sente di parlare di imposta patrimoniale come strumento di una politica fiscale finalizzata alla ricerca dell’eguaglianza? Chi si permette di mettere in discussione la diminuzione o comunque la revisione dell’orario di lavoro a fronte dei problemi occupazionali conseguenti alla crisi economica e dello sviluppo tecnologico che comprime il fattore lavoro? Chi davanti a pesantissime crisi aziendali e settoriali pensa a ritornare in qualche modo ad ipotizzare il ricorso alla programmazione economica?

Sono indubbiamente delle pertinenti provocazioni, che, se devo dire la verità, mi sono rimaste impresse e mi hanno costretto a riflettere. Credo che il discorso di fondo sia quello dell’accettazione del sistema economico tout court, con la conseguente forte limitazione dell’intervento pubblico diretto o indiretto nell’economia. La sinistra sta accettando supinamente, come variabile indipendente, gli andamenti economici di stampo squisitamente liberista? C’è uno spazio di manovra all’interno di questi meccanismi per una politica di sinistra volta all’equità e all’uguaglianza?

Per un laureato in economia, con tanto di tesi sul “ruolo della grande impresa nell’ambito della programmazione economica”, dovrebbe essere un invito a nozze. Invece mi è andato via l’appetito e la voglia di festeggiare: sono andato un po’ in crisi, lo ammetto. I problemi peraltro tornano sul tavolo dei governi alla faccia del liberismo: pensiamo al salvataggio dell’Ilva che richiede comunque un qualche intervento dello Stato. Pensiamo ai tavoli di crisi aperti a livello ministeriale per verificare come lo Stato possa aiutare le aziende ad uscire dal tunnel per salvaguardare l’occupazione e il patrimonio economico accumulato. Pensiamo alla disoccupazione giovanile per la quale non si può invertire significativamente la tendenza se non con forti investimenti pubblici in certi settori quali la cultura, la difesa ambientale, la valorizzazione artistica, etc. Pensiamo alla lotta all’evasione impossibile se non si adotta una legislazione che riequilibri in qualche modo le ricchezze, che diventano sempre più proprietà di pochissimi contro il progressivo depauperamento di moltissimi.

E allora? Fausto Bertinotti non ha tutti i torti! La sinistra si è rifugiata sul sacrosanto discorso dei diritti civili: in questi giorni il partito democratico ha ripreso il tema dello jus soli per gli immigrati. Mi sta benissimo, ma non basta e non si può partire dal fondo. Occorre il coraggio di ripensare una strategia progressista, senza demagogia, ma anche senza rinunciare a cambiare i meccanismi socio-economici di una società sempre più chiusa, povera e disperata.

Nel lontano 1972 a livello di tesi di laurea scrivevo: “Non è facile riconoscere finalità sociali all’incremento dell’offerta di numerosi beni. Più sigarette favoriscono il cancro. Più alcolici favoriscono la cirrosi. Più automobili provocano più incidenti, più invalidi e più morti; richiedono l’utilizzazione di maggior spazio per autostrade e parcheggi; aggravano l’inquinamento dell’aria e della campagna. Il cosiddetto alto livello di vita consiste, in gran parte, in misure dirette a risparmiare energia muscolare, ad accrescere il piacere dei sensi e a far assimilare calorie oltre ogni necessità di nutrimento. Ciononostante la convinzione che l’incremento della produzione sia un utile fine sociale è pressoché unanime”.

Mi fermo perché è chiarissimo dove voglio arrivare: la comunità deve essere in grado di respingere la pretesa dell’economia di monopolizzare i fini sociali. La politica deve garantire ciò e la sinistra se non ha questo scopo non è più tale. Si sono capovolti i tabù della sinistra: un tempo consistevano nella tentazione di esorcizzare l’economia e l’impresa, oggi consistono nell’esorcizzare la funzione della mano pubblica appiattendola sulla mera presa d’atto dei meccanismi della produzione e del mercato.

Al secónd cavagn al vól bón

Domanda curiosa, oserei dire retorica, quella posta dal M5S ai suoi aderenti: dobbiamo presentarci alle prossime elezioni regionali? La risposta è talmente scontata che, probabilmente, chi l’ha posta aveva la malcelata intenzione di farsi dire di no per guadagnare tempo, scommettendo sull’umore da bastian contrario dei pentastellati. Invece gli iscritti hanno risposto di preferire la partecipazione alla contesa elettorale: un partito, o movimento che sia, impegnato, da ormai diverso tempo, nelle istituzioni del Paese, ha l’obbligo di fare proposte per il governo e di rimettersi al giudizio degli elettori a qualsiasi livello e non può fuggire dalle proprie responsabilità.

La situazione sembra essere la seguente: un capo (?) politico che dimostra un imbarazzo crescente nel guidare il proprio movimento, un capo carismatico che evidenzia una certa (in)spiegabile latitanza di fronte alla confusione regnante nelle fila dei suoi seguaci (se intervenisse non potrebbe fare altro che mandarli tutti a … , come da spunto iniziale movimentista), una flotta di parlamentari che parlano lingue diverse (meglio sarebbe dire che non conoscono la politica e quindi non la sanno fare pur avendone l’obbligo), che brancolano nel buio, che oscillano paurosamente fra il richiamo della foresta dei vaffa e l’imperativo istituzionale di operare scelte di campo e di governo, un elettorato presumibilmente sempre più stordito, deluso e smagrito.

Non si tratta di un piccolo e marginale partitino, siamo di fronte alla formazione politica di maggioranza relativa a livello parlamentare, investita di importanti responsabilità a livello governativo, presente a livello periferico con significativi ed emblematici incarichi amministrativi. Stanno imparando a (non) fare politica in una sorta di perpetuo stage sulla pelle degli italiani, che li hanno o non hanno votati.

La caricatura di democrazia diretta che inscenano nei momenti topici serve solo a enfatizzare le loro lacune: gli iscritti si sono espressi per la partecipazione alle elezioni, ma rimane il problema se presentarsi in solitudine, se allearsi con altre formazioni ed eventualmente con quale di esse. Altri referendum sulla piattaforma Rousseau? Ma fatemi il piacere… Questi inqualificabili signori sono passati nel giro di pochi giorni dall’alleanza contrattuale con l’estrema destra a quella più politica con la sinistra, nascondendosi dietro il dito del non considerarsi né di destra né di sinistra (una menata che va di moda, ma che non significa un bel niente); hanno provato a stringere un rapporto preferenziale a livello regionale (vedi le recenti elezioni in Umbria) per poi ripiegare  su una pausa di riflessione laddove il gioco si fa pesante (leggi le prossime elezioni in Emilia-Romagna); esprimono il presidente del Consiglio (Giuseppe Conte nelle due versioni), salvo metterlo continuamente in difficoltà e prenderne le distanze; sui temi e problemi non riescono ad avere uno straccio di linea e creano una confusione pazzesca nella quale chi ci capisce qualcosa è molto bravo.

Se la politica è in gravi difficoltà, l’antipolitica, così come incarnata dai pentastellati, sta facendo un fallimento spaventoso e deleterio. “Al primm cavagn al vól bruzè”, si dice con una saggia espressione dialettale. Avanti il prossimo. Si profila all’orizzonte un tentativo interessante, ricco di elementi nuovi e diversi rispetto al vaffa grillino. Innanzitutto una precisa scelta di campo culturale e storica contro il salvinismo e quanto rappresenta. Poi il richiamo a certi fondamentali valori umani. Poi la politica intesa come alto servizio ai cittadini e non come protesta verso tutto e tutti. Poi la proposta positiva che viene prima della protesta distruttiva. Poi, staremo a vedere. Mi riferisco al movimento spontaneo delle sardine. Mi auguro non sia l’edizione riveduta e corretta del M5S: un tentativo al buio andato male si può anche sopportare (errare humanum est), un secondo tentativo sprecato sarebbe un vero disastro, perché chiuderebbe ogni e qualsiasi rapporto innovativo fra la politica ingessata e la società in movimento (perseverare autem diabolicum).

 

 

Allerta rossa a Hong Kong

Ammetto di avere glissato sulle proteste di Hong Kong e sulle realtà che esse denunciano: sono stato fuorviato dai fatti di casa nostra e ho ripiegato sulle polemiche di basso profilo, dimenticando che alla base della convivenza ci sta il rispetto dei diritti umani in qualsiasi parte della terra.

Da alcuni mesi Hong Kong è al centro di forti tensioni a causa di proteste di massa e manifestazioni contro il governo. Tutto è cominciato dall’opposizione a una legge controversa sulle estradizioni in Cina, che con il passare delle settimane si è trasformata in qualcosa di molto più grande. I milioni di cittadini che marciano puntualmente nell’ex colonia britannica chiedono fondamentalmente più democrazia. La maggior parte dei manifestanti sono pacifici, ma non mancano episodi di violenza. Il quartier generale del governo è stato preso d’assalto e l’aeroporto internazionale della città è stato bloccato varie volte. Intanto i disordini sono cresciuti nel corso delle settimane e a Pechino la temperatura si alza, facendo temere per un intervento militare della Cina.

Hong Kong appartiene alla Cina, ma di fatto è una regione amministrativa speciale. Ha una sua moneta, un sistema politico e una sua identità culturale. Questo rapporto che mette insieme appartenenza e indipendenza è previsto dalla formula “Una Cina, due sistemi”, espressione con cui si indica la soluzione negoziata per il ritorno nel 1997 di Hong Kong sotto la giurisdizione cinese, dopo che per 150 anni dalla fine della Guerra dell’Oppio era stata una colonia britannica. Oggi il sistema giuridico di Hong Kong rispecchia ancora il modello britannico e i principi sono garantiti dalla costituzione, la Basic Law, che si basa sulla Common Law e che tutela diritti diversi da quelli dei cinesi continentali. Tra questi ci sono il diritto di protestare, stampa libera e libertà di parola. In generale la legge stabilisce anche che la città abbia “un alto grado di autonomia” in tutti i campi eccetto la politica estera e la difesa. La Basic Law assicura “la salvaguardia dei diritti e le libertà dei cittadini” per 50 anni dopo la riconsegna alla Cina (fino al 2047).

Molti residenti sostengono che Pechino stia già iniziando a violare questi diritti. Già nel 2014 Hong Kong era stata scossa da proteste durate quasi tre mesi, note come la “rivolta degli ombrelli”. Le manifestazioni erano scaturite dalla decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo di Pechino di riformare il sistema elettorale di Hong Kong. La proposta, poi non adottata, è stata percepita come una misura estremamente restrittiva dell’autonomia della regione, perché comportava l’equivalente di una “preselezione” dei candidati alla leadership di Hong Kong da parte del Partito Comunista Cinese (Pcc). L’attrito tra gli abitanti di Hong Kong e la Cina continentale non è dunque una novità degli ultimi mesi. Questa percepita minaccia allo stato di diritto di Hong Kong ha fatto riaccendere il timore nell’ex colonia britannica innescando le proteste che finora, hanno visto centinaia di manifestanti finire in manette.

I manifestanti hanno avanzato richieste sostanzialmente riconducibili all’ottenimento di maggiori libertà democratiche. Con il passare delle settimane i funzionari di Hong Kong e di Pechino sono diventati sempre più duri nei confronti delle proteste. Su Hong Kong grava l’ombra dell’intervento militare di Pechino. Da metà agosto Pechino ha schierato contingenti di truppe armate a Shenzhen, sul confine continentale di Hong Kong. Si sta lentamente avvicinando il momento per l’ex colonia britannica di cominciare a negoziare con Pechino per mantenere anche solo una minima parte del grado di autonomia di cui ora gode. Per la Cina, stabilità e sicurezza sono legate a doppio filo con i propri obiettivi di sviluppo economico, e proprio per questo Pechino le ritiene fondamentali: alla luce delle proteste di questi giorni, c’è il rischio concreto che in nome della stabilità la leadership comunista cinese accentui il livello di risolutezza nei confronti della società civile di Hong Kong, incrementando nel corso dei prossimi anni le ingerenze in un territorio considerato come “instabile”. Il timore è quindi che la Cina possa ordinare un intervento di forza.

Le note di cui sopra le ho tratte da un articolo pubblicato su Sky Tg24. Ho anche visto qualche servizio televisivo, che mi ha scosso e interrogato. “Le immagini che arrivano da Hong Kong sono tremende, così forti e drammatiche da sembrare scene di un film d’azione esagerato. Invece è la drammatica realtà, di fronte a cui restiamo inerti spettatori. Il silenzio dell’Italia e dell’Europa è vergognoso “. Lo dichiara la segretaria di Possibile (partito politico italiano, fondato a Roma nel 2015 da Giuseppe Civati, uscito dal partito democratico), Beatrice Brignone, sulla repressione delle proteste a Hong Kong. “I manifestanti – aggiunge Brignone – chiedono solo più democrazia e diritti, ricevendo in cambio la violenza delle forze dell’ordine. Il governo italiano deve denunciare con forza questi fatti gravissimi, portando la questione all’ordine del giorno nell’Unione europea e chiedendo un confronto civile. Bisogna farlo subito, anche perché la situazione sta precipitando”.Un bel tacer non fu mai scritto” (più raramente, il bel tacer non fu mai scritto oppure un buon tacer non fu mai scritto) è un noto proverbio italiano il cui significato è: “la bellezza del saper tacere al momento opportuno non è mai stata lodata a sufficienza”. Lo stanno (lo stiamo) applicando alla lettera confondendo però il saper tacere con la paura di parlare.

In effetti tutti tacciono e nessuno ha il coraggio di inimicarsi la Cina, che sta spadroneggiando in tutto il mondo, comprandosi aziende, terre, strutture di vario tipo. Ogni Stato ha “buoni” motivi per tenere rapporti decenti con la Cina, ci sono in ballo interessi economici enormi e nessuno vuole rischiare di aprire spiacevoli contenziosi. Gli Usa di Trump fanno finta di litigare con la Cina inscenando la pantomima della guerra dei dazi. Il colosso cinese è riuscito nel processo inverso a quello innescato da Michail Gorbaciov in Unione Sovietica: Gorbaciov è partito dalle riforme in senso liberale delle istituzioni politiche, fallendo purtroppo nel suo intento e consegnando l’economia nelle mani del peggior capitalismo, quello di stampo squisitamente mafioso; i cinesi sono partiti dalle riforme economiche omologando il loro sistema al più sfrenato dei capitalismi, salvando la brutta faccia del loro sistema politico comunista.

Il mondo occidentale deve fare i conti con lo strapotere economico cinese e non può permettersi “il lusso” di contestarne il regime comunista, che mantiene intatte le smanie dirigiste ed espansioniste. Come leggo sul Corriere della Sera, in Vaticano stanno analizzando da mesi la causa e le implicazioni delle proteste a Hong Kong, ma non hanno ancora assunto una posizione ufficiale. Sanno che si tratta di un tema al quale la Cina è ipersensibile: ancora di più dopo gli ultimi scontri sanguinosi. Qualunque presa di posizione può incrinare l’accordo temporaneo e segreto di due anni con il regime di Pechino sulla nomina dei vescovi: un’intesa da confermare e rinnovare nel settembre del 2020, e tuttora circondata da un alone di mistero e diffidenze. Si tratta di un attendismo che rischia di apparire, oltre che frutto di realpolitik, di subalternità a Pechino. «Forse», è la novità delle ultime ore, «il Papa parlerà delle proteste a Hong Kong sul volo per il Giappone. Ma solo se sarà sollecitato da una domanda», spiegano gli uomini di Francesco. Si tratterebbe dunque di un commento sollecitato, non di una dichiarazione ufficiale e scritta: a conferma della delicatezza del tema.

Ancora una volta la ragion di Stato prevale, come diceva Marco Pannella, sullo stato di diritto. Nell’indifferenza generale: spero che mentre gli Stati fanno i pesci in barile, almeno il nascente e interessante movimento delle “sardine” abbia la sensibilità di alzare lo sguardo verso i luoghi dove si calpestano i diritti dell’uomo e si incarcera o ammazza chi osa protestare.

 

 

 

Il mes…tiere di guastagoverno

Il governo Conte II era partito col piede giusto nei rapporti con l’Unione Europea, lasciando intravedere una nuova linea di apertura e collaborazione, ma anche su questo fronte emergono incertezze e polemiche: non basta l’autorevolezza di cui gode a Bruxelles il ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, non è sufficiente l’equilibrio del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non aiuta più di tanto al momento il benvisto commissario in pectore agli affari economici, Paolo Gentiloni. Anche a livello europeo è emersa una delicata questione, che rischia di diventare una grana esplosiva per la maggioranza di governo, la quale non perde occasione per evidenziare notevoli divergenze al proprio interno. Si tratta della riforma del Fondo Salva-Stati (Mes).

L’Esm, l’European stability mechanism, ribattezzato in italiano Mes, è il meccanismo permanente di stabilizzazione finanziaria d’Europa creato nel 2011 per far fronte agli choc innescati dalla crisi del debito sovrano nell’Eurozona ed è stato utilizzato nel salvataggio della Grecia. Sottoscritto dai Paesi Ue l’11 luglio 2011, ha sostituito il Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf). Il Mes per ‘stabilizzare’ la zona euro mette a disposizione risorse finanziarie ai Paesi in difficoltà, ma solo a condizione che sia rispettato un piano di risanamento economico elaborato sulla base di un’analisi di sostenibilità del debito pubblico compiuta, nella versione attuale, dalla Commissione europea insieme al Fondo monetario internazionale e alla Bce.

Secondo quotidiano.net, a cui ho attinto a livello informativo, la polemica nasce dal fatto che la Ue sta pensando di riformare il Mes e questo potrebbe essere un rischio per i Paesi con un debito pubblico alto come l’Italia. Ma è giallo su uno dei nodi della riforma, il punto focale su cui si insiste da giorni: ovvero l’intervento del fondo solo se vincolato a una ristrutturazione ex-ante del debito. Sia il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, sia Bankitalia, precisano che la riforma del meccanismo non prevede uno ‘scambio’ tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito. Via Nazionale spiega che la verifica della sostenibilità del debito prima della concessione degli aiuti è già prevista dal Trattato vigente. Tanto che il governatore Visco non avrebbe espresso nessun giudizio sfavorevole sulla riforma, al contrario di quanto trapelato ieri. E Gualtieri rincara: “Le condizioni per l’accesso di un paese ai prestiti del MES non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite”. Per il ministro dell’Economia sulla vicenda c’è “molta confusione”.  Ammette Gualtieri: “Effettivamente, all’inizio del negoziato alcuni Paesi avevano chiesto che la ristrutturazione del debito divenisse una condizione per l’accesso all’assistenza finanziaria”. Però, rivela, “anche grazie alla ferma posizione assunta dall’Italia, queste posizioni sono state respinte e le regole sono rimaste identiche a quelle già in vigore”.

Come ormai succede ad ogni piè sospinto il leader leghista Salvini sparge veleni e soffia sui fuochi, non ha importanza se tali questioni fossero già ben presenti e siano state affrontate nel precedente governo, l’importante è creare zizzania populista: trappola in cui cade quasi sistematicamente il M5S col suo sempre più incerto e indisponente capetto. Su ogni torta problematica i grillini (forse sarebbe il caso di non chiamarli più così, vista la latitanza di Grillo) mettono la ciliegina, tanto per complicare le cose, avendo la preoccupazione più di distinguersi che di contribuire a risolvere i problemi sul tappeto.

Per il salvataggio dell’ex Ilva si è trattato di togliere velleitariamente lo scudo legale, facendo credere che sia una sorta di impunità per gli acquirenti dell’azienda, mentre, da quanto ho capito, si tratterebbe solo di garantire ai nuovi gestori di non dover rispondere di eventuali reati riconducibili alle situazioni irregolari precedenti, che dovrebbero comunque col tempo essere sanate. Per il fondo Salva-Stati si starebbe imponendo un alt su una riforma europea che non creerebbe ulteriori problemi all’Italia, mentre si vuol far credere che per attingere a tale fondo in futuro occorrerà la ristrutturazione preventiva del debito pubblico. Il premier Conte non ha un feeling particolare col M5S e ne soffre l’influenza, trovandosi a fare i conti un giorno sì e l’altro pure con le sfuriate pentastellate, che servono solo a sollevare polveroni elettoralistici e a nascondere i contrasti interni sempre più clamorosamente evidenti e paralizzanti.

Non so come finirà la trattativa con la Ue sul Mes e come riuscirà a destreggiarsi Conte tra le pesanti ipoteche del suo primo governo e le vaghe prospettive del secondo. Ogni giorno che passa rivaluto le perplessità che nutrivo alla nascita del governo giallo-rosso; mi ero illuso che alcuni punti forti, seppure tattici, dell’alleanza potessero avviare un periodo di “sollievo” (per dirla con Beppe Severgnini), invece sta sopraggiungendo il panico. Non penso si possa andare avanti così. Qualcuno lascia intendere che su molte questioni abbia decisiva e salvifica importanza la generosa e sapiente azione sotto traccia di Sergio Mattarella. Ho notato come, ogni volta che scoppia una grana, Giuseppe Conte si precipiti dal presidente della Repubblica: probabilmente e giustamente il capo dello Stato vorrà essere informato sullo stato dell’arte e non mancherà di fornire i migliori consigli, anche perché a lui guardano parecchi soggetti, dai lavoratori dell’Ilva ai sindacati che li rappresentano (?), dalla gente che mantiene una certa fiducia nelle Istituzioni ai rappresentanti europei. Confesso di nutrire immensa stima verso Sergio Mattarella e lo considero “l’ultimo dei giusti”. Per favore non trascinatelo nella bagarre, perché l’Italia ha molto bisogno di lui.