La (s)quadratura della prescrizione

Tutto è politica, ma non tutto può rientrare nella bagarre partitica. Uno dei motivi su cui le forze, che sostengono o dovrebbero sostenere l’attuale governo, per la verità succedeva anche per quello precedente, stanno litigando è la riforma legislativa dell’istituto della prescrizione. La cosiddetta prescrizione della pena si basa sull’idea che sia incongruo far eseguire una pena nel caso in cui dalla pronuncia del provvedimento di condanna (o dalla sottrazione volontaria del reo all’esecuzione della pena) sia decorso un dato periodo di tempo. Questo periodo di tempo lo si vorrebbe allungare per evitare di premiare, con i tempi biblici della giustizia, i furbi che tergiversando finiscono col farla franca.

Non entro nei meccanismi giuridici e nemmeno nel merito dei principi: troppo difficile per me. Lo stanno già facendo, con poca o tanta cognizione di causa fior di esperti e di commentatori. Voglio solo soffermarmi su una questione pregiudiziale. Non credo che un simile argomento possa formare oggetto di un programma di governo e di una trattativa a tale livello. Sono in gioco questioni troppo elevate e troppo delicate per farne oggetto di diatriba partitica. Occorrerebbe l’umiltà di discutere, prescindendo dalle scelte di schieramento, uscendo dalla fasulla contrapposizione fra garantismo e giustizialismo che da tempo imprigiona la legislazione, la giurisprudenza e la dottrina.

L’esigenza di salvaguardare il diritto dell’imputato alla ragionevole durata del processo deve essere coniugata con la necessità di assicurare alla giustizia chi si rende responsabile di reati penali: il compromesso deve essere trovato mediando fra questi sacrosanti principi, non con patti partitici del do ut des, non cercando medaglie elettorali nella lotta alla corruzione e alla delinquenza.

Esistono questioni che vanno stralciate dalla lotta politica ed affrontate con una visuale di livello superiore. Credo che le regole sulla prescrizione rientrino appunto in questa categoria. Il governo dovrebbe rimettere il problema al Parlamento e il Parlamento dovrebbe affrontarlo al di fuori degli schemi di partito, non abdicando al proprio ruolo, ma ascoltando il parere di esperti per poi decidere a ragion veduta e non sulla spinta contingente e faziosa. Ci si provi almeno, abbassando i toni della discussione ed approfondendo cause ed effetti della materia.

Invece purtroppo stiamo assistendo ad una battaglia squisitamente politica fra i partiti e squisitamente ideologica fra le diverse correnti di pensiero. Forse chiedo troppo alla bassa politica, vale a dire di fare un passo indietro e all’alta politica, vale a dire di usare il fioretto di tipo costituzionale e non la clava di carattere polemico. C’è un clima tale per cui alle argomentazioni prospettate da una parte si collega immediatamente un interesse di partito, se non addirittura personale. Alla fine in qualche modo troveranno la quadra. In qualche modo!

La cagata pazzesca degli italiani

Mia sorella non era una sociologa e tanto meno presidente o segretaria generale del Censis, il prestigioso ed autorevole istituto italiano di ricerca socio-economica, ma ha sempre sostenuto quanto emerge dal recente rapporto del suddetto istituto, vale a dire che gli italiani sono affascinati dall’ «uomo forte». Lei lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo un po’ meno aulico ed elegante: «Gli italiani sono rimasti fascisti».

Se posso fare una premessa, aggiungendo la mia brutale opinione, devo ammettere che nutro poca stima nei confronti di tre categorie di esperti e studiosi: psicologi, sociologi ed economisti. Spero di non offendere o irritare nessuno perché di paradossi si tratta. Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla. I sociologi, come detto più autorevolmente da altri, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione. Gli economisti elaborano teorie che si rivelano sempre e sistematicamente sbagliate: in parole povere non ci pigliano mai.

Chiudo questa breve e provocatoria parentesi per tornare al rapporto sulla situazione sociale del Paese. Il Censis, come sintetizza “La stampa”, racconta chi siamo diventati, fa la radiografia assai amara di un’Italia che soffre di «sindrome da stress postraumatico», quasi stesse emergendo da una guerra, piena di sospetti (il 75% non si fida degli altri) e che, crollata definitivamente la fiducia nei partiti (76%), guarda con speranza messianica all’avvento dell’uomo forte al potere che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni. Ad attenderne l’arrivo è il 48% degli italiani, percentuale che sale al 56% tra chi ha un reddito basso, al 62% tra i meno istruiti e al 67% tra gli operai. In uno scenario «affollato da non decisioni», con «troppe riforme strutturali annunciate ma mai avviate», la politica «ha fallito», lasciando così spazio a pulsioni antidemocratiche. Abbandonati a se stessi, i cittadini guardano con incertezza al futuro: sono convinti che l’«ascensore sociale» che un tempo permetteva di migliorare la propria condizione sia definitivamente rotto (69%), e hanno paura, al punto che anche il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme di scivolare verso il basso. Il futuro è un rebus: il 38,2% è convinto che figli e nipoti staranno peggio di loro.

Non è una situazione edificante, ma ci voleva poco a capirla. Tutti si preoccupano o fanno finta di preoccuparsi dell’inquietante discorso consistente nel diffuso desiderio dell’uomo forte e vanno alla ricerca dei motivi che spingerebbero gli italiani su questa assurda strada. Certo, esistono difficoltà, ansie, incertezze, disillusioni, drammi umani, sfiducia, paure: non mi sembrano tuttavia ragioni plausibili per rifugiarsi in una deriva anti-democratica.

Mi piace molto di più la spietata e recente analisi di Gino Strada, che prendeva spunto dalla paradossale vicenda dei respingimenti degli immigrati: “Quando si è governati da una banda dove la metà sono fascisti e l’altra metà sono coglioni non c’è una grande prospettiva per il Paese”.

Il problema quindi sta nel capire se sono gli italiani a desiderare l’uomo forte al potere senza parlamento ed elezioni o se siano gli eletti in parlamento a dare così brutta prova di sé da spingere gli italiani a prescindere dalla politica ed inseguire il miraggio di una scorciatoia populista ed autoritaria. Sono i cittadini ad avere il governo che meritano o sono i governanti a portare i cittadini su strade sbagliate?

«Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!», così diceva don Andrea Gallo. Aveva mille ragioni! Infatti la scelta democratica è pregiudiziale, è una questione di “fede”, un ideale imprescindibile, per il quale tanta gente in tutto il mondo si è fatta e si fa ammazzare. Non v’è Censis che tenga: l’uomo forte al comando è una cagata pazzesca!

Il presidente americano John Fitzgerald Kennedy in un suo storico discorso consigliò: “Non chiederti che cosa può fare il tuo paese per te, ma chiediti che cosa puoi fare tu per il tuo paese”. L’attuale presidente Trump in un suo celebre aforisma confessa. “L’esperienza mi ha insegnato alcune cose. Una è quella di ascoltare la propria pancia, non importa come suoni bene sulla carta. La seconda è che si sta generalmente meglio attaccati a ciò che si conosce. E la terza è che a volte i migliori investimenti sono quelli che non si fanno”. L’aria è cambiata, mi fa piacere che se ne sia accorto anche il Censis.

 

Disperati alla follia

Dal quotidiano “La stampa” riporto di seguito e integralmente l’asciutta, ma efficace, cronaca di un orrendo fatto di sangue, avvenuto a Orbassano, alle porte di Torino.

“Sul tavolo – come sempre – c’era la colazione del matti­no, già pronta dalla sera prima. Nella camera da letto, inve­ce, si era appena consumata una tragedia della disperazione. Una ma­dre, Maria Capello di 85 anni, aveva da poco ucciso a martell­ate la figlia disabi­le dalla nascita, Si­lvia Ronco, di 45 anni. La vittima era ri­entrata nella casa di via Gramsci 36/3 ad Orbassano per il fine settimana, da pochi mesi era segu­ita da una comunità di Collegno. A scopr­ire tutto è stato il padre Clemente, di 87 anni. Un urlo tre­mendo, alla vista di quello che era succ­esso, ha attirato an­che i vicini di casa. La moglie aveva pr­eso un martello e av­eva colpito alla tes­ta più volte la figl­ia, che come al solito dormiva acca­nto a lei. Forse non ce la faceva più a vedere la sua Silvia in quello stato. La madre omicida ora è ricoverata in prognosi riservata all’ospedale San Luigi: un attimo prima del suo folle gesto aveva ingurgitato una massiccia dose di tranquillanti. La pre­occupazione di quello che poteva capi­tare alla figlia una volta che non ci sarebbero più st­ati né lei, né il ma­rito, ha avuto il sop­ravvento. I carabini­eri stanno accertando gli ultimi dettagli di una tragedia famigliare, che tutti i vici­ni commentano in maniera univoca: «N­on doveva finire cos­ì»”.

Pongo a me stesso e a quanti avranno la bontà e la pazienza di leggere alcune domande, senza azzardare le risposte che sarebbero comunque inadeguate. Può questo fatto essere catalogato come conseguenza della follia che si scatena nella complicatissima mente umana? Si può considerare inevitabile che certi drammi anche a livello famigliare possano avvenire? La nostra società fa il possibile per aiutare ed assistere le famiglie che hanno al loro interno soggetti disabili? Ognuno di noi, indipendentemente o in collaborazione con le istituzioni, può fare qualcosa per alleviare le sofferenze di persone a noi vicine, che spesso vivono magari nel nostro stesso quartiere o addirittura nel nostro stesso condominio? Non rischiamo di delegare alle strutture pubbliche ed al mondo del volontariato un carico di responsabilità, che dovrebbe, in certa misura, riguardare tutti? Hanno perfettamente ragione i vicini a commentare in maniera univoca “che non doveva finire così”, ma perché è finita così? Perché lasciamo che si sovrappongano e si accumulino situazione di disagio così gravi e drammatiche (genitori molto anziani con figli disabili adulti)? Pensiamo al dramma dei genitori che considerano il futuro incerto dei loro figli handicappati una volta che rimarranno soli? La tanto sbandierata politica di sostegno alle famiglie riesce a prendere in considerazione e a provvedere qualcosa di consistente per affrontare situazioni come quella di Orbassano? Che ne sarà in futuro di questa madre disperata e di questo padre testimone di una vicenda così tragica?

Grazie di avere letto questi miei provocatori quesiti e soprattutto auguri per trovare il coraggio di dare qualche fattiva, solidale e concreta, magari anche piccolissima, risposta.  Lo dico innanzitutto per me, che di fronte a simili eventi vado in profonda crisi, ma fatico molto a passare dal turbamento all’impegno.

 

Le pierinate governative

Gli scontri all’interno del governo sono costantemente all’ordine del giorno. In un certo senso nella storia passata e recente è sempre stato così, forse i litigi però rimanevano opportunamente nella sala riunioni di palazzo Chigi, mentre oggi tutto viene spifferato e pubblicato, magari in modo enfatico e fuorviante.

L’ultimo per chi non se ne sbatte (come il sottoscritto) è su come impiegare i circa 400 milioni di euro finiti in extremis sul piatto. Un po’ di trippa per i gatti dovrebbe renderli meno aggressivi, nossignori. Stando alle indiscrezioni giornalistiche, le risorse sarebbero state trovate, ma c’è un braccio di ferro tra le forze politiche su come impiegarle. Italia Viva continua a chiedere la soppressione di plastic tax e sugar tax mentre dal Pd cresce la pressione per destinare le risorse al taglio delle tasse per i lavoratori. Un compromesso sembra che l’abbiamo trovato a forza di rinvii: mediazioni al livello più basso.

Il problema è quindi che le diverse anime del governo – da M5S a Pd, passando da Iv e Leu – vogliono destinare le risorse a finalità differenti. In particolare è scontro duro fra il Pd e Iv.  Iv accusa i Dem di ostacolare la proposta di cancellare le microtasse per non fare un favore a Renzi. I Dem ribattono che solo grazie a loro si sono trovati 23 miliardi per il taglio dell’Iva e oltre 3 miliardi per tagliare le tasse ai lavoratori: «Se Iv non vuole tagliare le tasse sul lavoro solo per fare un favore ai produttori di bibite gassate, lo dica». Il M5S non avrebbe preso parte allo scontro, ma chiede di usare le nuove risorse per i contratti dei vigili del fuoco. Con tutto il rispetto per i vigili del fuoco e le loro sacrosante esigenze che si ripercuotono sulla sicurezza di tutti, mi sembra un escamotage per non mettere il dito fra moglie e marito.

Sembrerebbero questioni di lana caprina, ma in realtà non lo sono. Alla base esistono filosofie politiche diverse. Non è la stessa cosa togliere le tasse alle imprese operanti in certi settori o abbassarle ai lavoratori: i due estremi si toccano solo se consideriamo i settori della plastica e dei prodotti zuccherati e gli interessi dei lavoratori operanti in queste imprese. A costoro suonerebbe come una beffa avere meno tasse in busta paga a costo di mettere a repentaglio il loro posto di lavoro. Non ho approfondito, ma mi sembra comunque un po’ eccessivo gridare con tanta forza al lupo ed ipotizzare che siano a rischio migliaia di posti di lavoro in conseguenza della plastic tax e della sugar tax.

La riflessione che faccio è però un’altra. Possibile litigare sempre su tutto: dal Mes alla prescrizione, dall’Ilva all’Alitalia, dalle tasse alle elezioni regionali, dalla riduzione dei parlamentari al sistema elettorale, etc. etc.? Forse manca chi riesca a mediare ed a sintetizzare. Dovrebbe essere il ruolo del presidente del Consiglio, ma Giuseppe Conte, che a questo riguardo non è l’ultimo arrivato, non sembra farcela, anche se all’ultimo minuto uno straccio di accordo riesce a trovarlo (tutto sommato gliene sono grato!). Effettivamente la bassa statura dei contendenti rende impossibile ragionare seriamente.  Certo, se si continua a discutere con la riserva mentale delle elezioni anticipate, non si va da nessuna parte. Credo che il Capo dello Stato, mettendo in campo tutto il suo carisma, potrebbe richiamarli tutti, nei dovuti modi, all’ordine, minacciandoli, alla prima occasione, di sciogliere il Parlamento. Forse però servirà solo a schiamazzare davanti a Mattarella, come fanno i bambini, che si danno la colpa l’un altro.

Il governo giallo-rosso è nato anche per evitare le elezioni anticipate ed una facile e demagogica vittoria della Lega: qualcuno sostiene che sia un obiettivo minimale, tale da non   giustificare la nascita e la vita di un governo. In teoria può essere vero, ma a volte l’idea di evitare il peggio può innescare miracoli. Fatto sta che i presupposti del governo del sollievo (lo continuo a provare e continuo a sperare…) stanno venendo meno uno dopo l’altro: l’europeismo scricchiola, l’antisalvinismo non funziona, guadagnare tempo nemmeno, fare qualche passo avanti per rilanciare l’economia del Paese e salvare il salvabile sembra impossibile.  Speriamo nelle sardine, anche se da esse ci aspettiamo un po’ troppo. Chissà, chi lo sa!?

 

Il trionfo dei cazzari

La Corte di Cassazione ha disposto la revoca dell’obbligo di dimora per il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che viene pertanto reinsediato nella sua carica. È accusato di abuso di ufficio e falso nella vicenda degli affidi illeciti, ma può riprendere il suo mandato. “Dopo la revoca delle misure, Andrea Carletti da oggi può tornare a fare il sindaco in municipio a Bibbiano, nel pieno delle sue funzioni”, ha infatti detto il Prefetto di Reggio Emilia, Maria Grazia Forte. E lui commenta: “Lo so, è un solo un primo passo, ma riassaporare dopo cinque mesi il gusto della libertà è una sensazione indescrivibile”.

La vicenda giudiziaria non è affatto chiusa, anche se prende una discreta “sgonfiatina” per quanto concerne le responsabilità penali di questo pubblico amministratore e di una classe politica dirigente a livello periferico. La giustizia fa il suo corso, mentre la politica corre immediatamente alle conclusioni. La strumentalizzazione ha costruito immediatamente il museo degli orrori in quel di Bibbiano a prescindere dall’accertamento giudiziario e definitivo dei fatti. Questo gioco al massacro porta solo confusione, accanimento e discredito.

Intendiamoci bene non sono favorevole al silenzio sepolcrale sulle responsabilità della politica, anche se ho l’impressione che in Italia, come diceva Vittorio Zucconi, si vogliano i servizi segreti pubblici e, aggiungo io, i colpevoli prima dei processi. L’inchiesta sugli “affidi truccati” presenta aspetti inquietanti bisognosi di essere chiariti con la puntuale individuazione di eventuali responsabilità personali. La politica dovrà inoltre accertare se ci sono state omissioni nei controlli e mera acquiescenza ad andazzi speculativi spacciati per conquiste socialmente avanzate. Nel merito di questi discorsi sono già onestamente e obiettivamente entrato in precedenti commenti ai fatti del giorno, a cui rinvio i lettori più pazienti  e attenti.

Qualcuno ha eiaculato precocemente alla vista delle difficoltà dell’indirizzo politico emiliano-romagnolo in materia di assistenza. Quegli stessi che criminalizzano la sinistra rea di portare via i bambini alle famiglie per sostenere l’intrusiva impalcatura socio-educativa pubblica, non hanno preso spunto dagli scandali della sanità in Lombardia per criminalizzare il liberismo affaristico dei governanti di destra. Ma tant’è…

La Lega esibiva il cappio in Parlamento ai tempi della prima tangentopoli, salvo poi allearsi e governare con l’angioletto Silvio Berlusconi. Qualche mese fa durante il dibattito sulla fiducia al governo Conte, al Senato si scatenava la bagarre per una maglietta mostrata da Lucia Borgonzoni con scritto “Parliamo di Bibbiano”. In un clima di provocazioni, cori e insulti, dopo che la senatrice leghista Lucia Borgonzoni aveva esibito una maglia bianca con la scritta “Parliamo di Bibbiano” la seduta era stata sospesa dalla presidente Elisabetta Casellati. Lo stop era durato qualche minuto durante i quali i senatori leghisti si erano alzati ed erano andati a congratularsi con la collega Borgonzoni. Alla ripresa della discussione, i banchi del governo erano ancora vuoti e allora la senatrice che doveva concludere ancora il suo intervento ha ripreso la parola affermando che forse il presidente non voleva che si parlasse di questo argomento perché non gliene importava nulla dei bambini e delle famiglie. Applausi ironici e cori “dignita’, dignita’”, “Bibbiano, Bibbiano” avevano poi accolto il premier che rientrava nell’emiciclo. Ora la Lega si candida a governare l’Emilia-Romagna e il Paese assieme a chi non voleva parlare di Bibbiano (mi riferisco a Forza Italia).

In questi giorni il leader leghista ha rivolto pesantissime accuse al premier Conte definendolo, nella migliore delle ipotesi, un bugiardo e, nella peggiore, un traditore. Il presidente del Consiglio ha chiarito con puntualità e precisione il comportamento suo e del governo, di cui peraltro faceva parte non certo secondaria anche la Lega, ma, anche a livello dell’informazione, è rimasta l’ombra diffamatoria su Giuseppe Conte (della serie l’importante è parlarne, anche e soprattutto male, poi…).

Qualcuno si scandalizza che i cinquestelle governino (non so fino a quando) con il Pd e poi nelle regioni vadano per conto loro. La lega ha governato le regioni con Forza Italia, il che non gli ha impedito di andare al governo coi grillini, gli antiberlusconiani più viscerali e sfegatati. I mali non sono le alleanze ballerine, ma la politica senza etica e rispetto reciproco. Antonio La Russa, storico esponente della destra, veniva burlescamente soprannominato “La Rissa”: ebbene, ha fatto scuola.

Gli esempi potrebbero continuare a dimostrazione che la politica sta diventando un match di pugilato senza regole, dove sono ammessi i colpi sotto la cintura. E gli italiani si divertono a stare a bordo ring. Le “Sardine” hanno abbandonato clamorosamente gli spalti, non hanno accettato la sfida, ma sono andati a giocare in un altro campo, quello della Costituzione e della buona politica. Speriamo abbiano il coraggio di insistere e trovino consenso nei cittadini e udienza dai politici più seri. Vinceranno loro o i cazzari di turno? Purtroppo, mentre nella serata del 10 dicembre le Sardine si troveranno in migliaia a Torino in piazza Castello, sempre a Torino si svolgerà una penosa manifestazione a sfondo religioso (?) per impetrare aiuto e protezione dalla Vergine Maria a favore di Matteo Salvini. Lui sì che ha ben chiaro cosa fare per recuperare la nostra identità nazionale dopo che nel corso degli anni c’è stata una costante e continua perdita dei nostri valori di riferimento. Le Sardine? Mancano di pensiero politico e di idee! Resto basito. Qualcuno (moltissimi) mi urla: “È la politica italiana, stupido!”. Contento di essere stupido.

 

Nel sesto mistero doloroso si contempla Salvini

Come scrive Lodovico Poletto su La stampa, Angela Ciconte di 53 anni, impiegata amministrativa dell’Asl, ha lanciato una iniziativa di preghiera. Non ci sarebbe niente di strano: di preghiera abbiamo bisogno, pregare fa bene ai credenti e non fa certo alcun male ai non credenti. Qual è la stranezza? Questa fervente cattolica, che ha fatto volontariato nell’ex Jugoslavia durante la guerra, ha lanciato l’idea di pregare il rosario per il leader della Lega, Matteo Salvini, il 10 dicembre, vale a dire il giorno in cui si aprirà davanti al tribunale di Torino il processo in cui dovrà rispondere dell’accusa di vilipendio dell’ordine giudiziario, conseguente alle sue schermaglie con i giudici durante le note vicende dei blocchi delle navi cariche di migranti.

Alla domanda sul perché si debba pregare per Salvini, Angela Ciconte risponde: «Perché lui è l’unico politico che ha usato la giusta determinazione nel difendere il popolo italiano e i confini d’Italia. Saremo lì a supportarlo, a dargli la forza. Non è un rosario perché venga assolto, ma perché trovi la forza di proseguire nella sua politica che difende valori come libertà, sicurezza e identità nazionale. Se Salvini tira fuori il rosario in pubblico è perché è un credente. Non lo farebbe altrimenti. Non potrebbe farlo. Io, il leader della Lega, l’ho incontrato qualche giorno fa. Sapeva già del nostro flash mob. Mi ha ringraziata e mi ha mostrato il rosario, dicendomi che arrivava direttamente da Medjugorje. Certi gesti non li fai solo per calcolo politico: non porti in tasca il rosario se non sei credente».

È nato un gruppo Facebook, “I cinque sassi”, per raccogliere adesioni per questa adunata orante e sembra stia avendo un certo successo: «Noi non siamo razzisti. Non discriminiamo. Ma in questo nostro povero Paese i veri discriminati sono i nostri figli, costretti ad andare all’estero per lavorare e guadagnarsi il pane. Mentre ai musulmani tutto è concesso. E sa che le dico? Quelli che oggi si dicono integrati, sono pronti a ribellarsi quando avranno la forza di sottometterci. E poi: questo nostro Paese ha sempre accolto tutti. Di tutte le razze: dagli albanesi ai rumeni. Non abbiamo mai discriminato nessuno. Ma adesso è ora di guardare un po’ al bene di casa nostra».

Devo essere grato ad Angela Ciconte: ha spiegato in poche e chiare parole l’attuale deriva socio-politica degli italiani, aggiungendovi una spruzzata di (in)sano bigottismo. Se giriamo la torta dal lato religioso ritroviamo tutto lo storico armamentario clerico-fascista.

Durante una lontanissima campagna elettorale in cui avevo fatto un vero e proprio porta a porta ad uso e consumo della mia candidatura a consigliere comunale nelle file della democrazia cristiana, mi sentii rispondere da una simpatica vecchietta: «Io non voglio sapere niente di partiti e candidati, io voto Gesù!». Intendeva dire che votava la democrazia cristiana, che faceva una croce sulla croce, come si diceva in quei tempi. Non ebbi il coraggio di contrastarla laicamente e non insistetti oltre: non ero Gesù e probabilmente non ottenni quel voto e fu per me, tutto sommato, un bene. Non fui eletto anche se ne uscii con un risultato dignitoso. L’equivoco, anche se non voluto dalla DC, era sempre dietro l’angolo: valle a far capire che ispirarsi al cristianesimo non voleva dire strumentalizzare la fede a fini propagandistici.

Ci voleva solo Salvini per risuscitare il più bieco integralismo cattolico, sposandolo con le moderne ideologie di estrema destra. E la trappola sta funzionando a meraviglia. Mi permetto di aggiungere poche battute, anche se il tutto è così eloquentemente chiaro da far accapponare la pelle. Bisogna essere veramente disperati per pensare di recuperare i valori affidandosi a Salvini. Tutto il ragionamento è falsato dal punto di vista religioso. “Quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa” (Matteo 6,6). “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo … perché ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,34-35).

Le motivazioni politiche fanno acqua da tutte le parti: gli immigrati non rubano nulla a nessuno, semmai si riprendono un pochettino di quello che noi nei secoli abbiamo loro rubato; gli stranieri non sono la causa dell’emigrazione giovanile, che è da ricercarsi semmai nei meccanismi del nostro sistema capitalistico globalizzato; quanto al rischio di essere sottomessi dagli stranieri integrati, ben venga una società  multietnica, multirazziale e multireligiosa, cresceremo insieme mentre ora siamo solo capaci di farci la guerra. Su Salvini si può (solo) scherzare, mentre i santi bisogna lasciarli stare.

Alla vignettistica riscoperta del totem matrimoniale

Un mio simpatico conoscente mi sussurrò, durante la messa in cui l’omelia affrontava il problema del matrimonio, una confidenziale battuta: “Ormai non si vuole sposare più nessuno, rimangono solo gli omosessuali e i preti”. Osservazione piccante di una realtà in rapida e paradossale evoluzione.

Un amico scrupolosamente religioso all’inverosimile, invitato a partecipare ad un matrimonio celebrato civilmente in municipio, fu preso dal dubbio se aderendo all’invito potesse in qualche modo avvalorare la scelta di snobbare un sacramento e arrivò a chiedere consiglio al suo confessore. Questi, assai meno integralista e molto aperturista, lo fulminò con una risposta tra il serio ed il faceto: “Non preoccuparti, non si sposa più nessuno, almeno questi tuoi amici contraggono il matrimonio dal punto di vista civile: è comunque un impegno da salutare con gioia…”.

Un tempo si contavano sulle dita di una mano quanti non si sposavano in chiesa, anche i non credenti finivano, per piaggeria nel confronti del consorte, per non impoverire il cerimoniale, per completare la festa, per opportunismo sociale, col dichiararsi diversamente credenti (in Dio e non nella Chiesa), mettendo il sacerdote in un imbarazzante situazione, generalmente, tranne pochissimi e clamorosi casi a mia conoscenza, avviata su un compromessone religioso del tipo: ministri del sacramento del matrimonio sono gli sposi, quindi, tutto sommato, cavoli loro, se la vedranno col Padre eterno qualora si sentisse preso in giro.

E la proposta di matrimonio? Un tempo avveniva, dopo l’incontro con i rispettivi potenziali suoceri, con tanto di anello, mazzo di fiori e inginocchiamento: almeno così prevedeva il vignettistico ma realistico cerimoniale, che, tutto sommato, aveva un suo fascino ed un suo significato. Gli usi e le consuetudini hanno sempre un fondamento e non vanno mai presuntuosamente snobbati.

Nei rapporti tra politica e religione, il matrimonio è sempre stato un totem: vuoi per la sua indissolubilità, vuoi per la sua celebrazione, vuoi per la sua natura sacramentale, vuoi per tradizione, vuoi per mille altri motivi più o meno seri. La religione sta diventando nel peggiore dei modi un punto d’appoggio per sollevare consensi superficiali. L’uso a dir poco improprio dei simboli, dalle corone del rosario ai crocifissi, è entrato nell’armamentario più squallido da utilizzare per strappare qualche lacrima elettorale. Matteo Salvini si è visto rinfacciare questo comportamento, indirettamente blasfemo, perfino dalla gerarchia cattolica e dal presidente del Consiglio durante il benservito che gli porse elegantemente di fronte al Parlamento.

Evidentemente la Lega persevera “diabolicamente” su questa strada fastidiosamente e strumentalmente bigotta, che mischia religione, tradizione e politica in un vomitevole polpettone, che non ha assolutamente niente a che fare con l’ispirazione cristiana della DC e nemmeno con la vena spregiudicata ed affaristica dei rapporti fra Stato e Chiesa. Come noto, Alcide De Gasperi andava in chiesa per pregare, mentre Giulio Andreotti andava in chiesa per confabulare e brigare coi preti. Fatte le debite distinzioni, entrambi avevano una motivazione “seria”. Oggi tutto è pacchianamente giocato sul filo del ridicolo con l’intento di lisciare il pelo a quel po’ di religione rimasta nelle corde del popolo italiano.

Qualche giorno fa il deputato leghista Flavio Di Muro è intervenuto in apertura di seduta parlamentare sull’ordine dei lavori e a sorpresa ha mostrato l’anello e ha fatto la proposta di matrimonio ad Elisa seduta nelle tribune di Montecitorio. Le cronache dicono di grandi applausi e di un imbarazzato richiamo del presidente Fico (”Deputato Di Muro, capisco tutto, però, usare un intervento per questo…Non mi sembra il caso). Auguri e figli maschi! Quando ho letto questa notizia ho sorriso ed ho rivolto un pensiero benevolo agli interessati, come si fa coi bambini quando escono con qualche simpatica trovata fuori luogo.

Partecipai da bambino al matrimonio di una mia carissima cugina: al momento della foto davanti alla torta, mi misero in piedi sulla tavola. Io ero abituato, in situazioni analoghe a recitare la poesia del momento: non avendone una pronta per l’occasione, recitai spontaneamente quella di Natale, ottenendo un successo enorme da parte degli sposi e dei convitati.  Ero piccolo e poteva starci benissimo.

Flavio Di Muro non è un bambino e non è nemmeno una persona qualsiasi: si è alzato tra i banchi di Montecitorio e ha utilizzato quella insolita tribuna per chiedere a Elisa di sposarlo. Non so cosa abbia risposto Elisa, ma evidentemente dal momento che era presente in tribuna, presumo si trattasse di una scenetta combinata. Ci ho riflettuto: sarà soltanto un caso di infantilismo prematrimoniale, di goliardata parlamentare, di scommessa tra amici, di provocazione tradizionalista? Oppure sarà un’altra trovata del bigottismo etico-religioso sparso dalla Lega, che un tempo attaccava i vescovoni e oggi lecca i cattoliconi?

I partiti frettolosi fanno i ministri ciechi

Qual è il dato politico emergente dal dibattito in Parlamento sul cosiddetto “salva-stati”, vale a dire un accordo europeo per la concessione di aiuti ai Paesi che versano in difficoltà finanziarie? La bile leghista vomitata dal suo leader Salvini e l’imbarazzo del M5S e soprattutto del suo presunto capo Luigi Di Maio di fronte a quanto esposto dal premier Conte: la trattativa con la UE era stata aperta e condotta quasi a termine dal precedente governo, mentre le due forze che lo esprimevano e lo sostenevano affermano di non essere stati informati della cosa e di averne preso le distanze con un documento approvato a babbo morto in Parlamento, che invitava appunto il governo a rivedere la questione.

La querelle viaggia sul filo della comicità. È possibile che ministri e sottosegretari non avessero alcuna informazione e non si fossero resi conto della partita che si stava giocando a livello europeo? Ammettiamo pure che non abbia funzionato il tam-tam ufficiale del governo, ma è credibile che i due vice-presidenti del Consiglio (Di Maio e Salvini), i quali marcavano strettissimo il premier al punto da sembrare autentici commissari, si fossero distratti mentre Conte e Tria discutevano in sede europea i patti su importanti questioni di carattere politico-finanziario? Se ne parlava e se ne scriveva. Al cittadino medio può anche essere sfuggito, a chi siede al governo del Paese e vuole rivoltarlo come un calzino non è ammissibile che sia sfuggito. Con ogni probabilità questi signori mentre stavano al governo, anziché governare pensavano a fare propaganda elettorale sui temi a loro cari e a tirare l’esecutivo per la giacca sugli argomenti a loro preferiti. Non trovo altra plausibile spiegazione.

Allora i casi sono due: o leghisti e pentastellati non erano in grado di assolvere responsabilità di governo per incapacità, incompetenza, impreparazione, inesperienza, oppure intendevano governare non il Paese ma gli elettorati di riferimento, propinando loro ricette virtuali e miracolistiche a prescindere dai veri problemi sul tappeto. Scelgano la versione più adatta, altre sinceramente non ne vedo. Di conseguenza cadono nell’assurdo le accuse a Giuseppe Conte di falsificare le carte e le procedure. La Lega sfoga l’imbarazzo con invettive offensive ed indecenti; Di Maio sembra un cane bastonato accucciato ai piedi dell’attuale governo e pensa di azzannarlo per ricuperare dignità e identità. Lega e FdI si pongono il problema di individuare il mentitore tra Conte, Tria e Gualtieri: in realtà sono loro che stanno raccontando un film partendo dalla fine e non dall’inizio.

Dopo di che nel merito si continua a truccare gli argomenti. La Lega se lo può permettere in quanto ha scelto a priori di duellare sempre e comunque: contro gli alleati di qualche tempo fa, contro il premier, contro l’Europa, contro il PD, etc. etc. Il M5S non se lo può permettere perché è ancora sulla barca governativa, anche se ha una voglia matta di farla affondare, perché è in netto calo di consensi, anche se muore dalla voglia di tornare alle urne, perché si vede scavalcato dalle “sardine”, anche se chissà cosa pagherebbe per metterci sopra il cappello, perché sente di aver bisogno di un bagno demagogicamente rigeneratore, anche se il bagno aprirà ancor più le ferite.

Mentre Salvini ha scelto di cavalcare le paure stando sulla riva e gridando continuamente “aiuto!” (uno strano bagnino), i grillini sono rimasti sulla nave e viaggiano sull’orlo dell’ammutinamento (uno strano nostromo). Mentre la Lega si è spostata sulle piazze e tratta il Parlamento alla stregua di una qualsiasi piazza, i pentastellati si trovano spiazzati e litigano tra di loro sui banchi parlamentari. Tra le due forze non si capisce chi sia più di opposizione. In compenso in questo gioco al massacro li sta aiutando anche Matteo Renzi: in grossa difficoltà, probabilmente maledice il giorno in cui ha deciso di fondare un nuovo partito, che sembra stare sulle palle a tutti.

 

 

Il mes…saggio subliminale

La più importante novità e discontinuità del governo Conte II rispetto al Conte I avrebbe dovuto essere costituita dai rapporti con l’Unione Europea improntati alla fiducia e alla collaborazione: un indirizzo filoeuropeo che sostituiva la linea euroscettica capitanata dalla Lega.

I presupposti sembravano esserci: un ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, convintamente europeista e ben visto a Bruxelles per i suoi trascorsi in Europa; un commissario italiano all’economia, Paolo Gentiloni, introdotto nei meccanismi istituzionali ed in possesso dell’esperienza e della preparazione per ricoprire questo incarico; la presidenza del Parlamento europeo ricoperta da David Sassoli, personaggio di garanzia e di aiuto per un passo avanti nell’integrazione italiana a livello comunitario.

C’era stato anche un fatto propedeutico alla costituzione del governo giallo-rosso: il voto favorevole dei pentastellati nei confronti di Ursula von der Leyen quale nuova presidente della Commissione Europea, al punto da far auspicare a Romano Prodi la formazione di una vera e propria “coalizione Ursula” alla base del governo italiano. Non fu proprio così, ma tutti videro qualcosa di nuovo nell’aria europeista governativa.

A distanza di qualche mese con i nodi che inevitabilmente vengono al pettine, queste fiduciose premesse stanno andando in crisi: è facile infatti essere europeisti a parole, ma, quando si va sul concreto, emergono dubbi, perplessità e incertezze. La trattativa sul fondo salva-stati sta facendo da detonatore, da causa scatenante della crisi nei rapporti fra M5S e PD sulla materia europea. È difficile capire fin dove lo scontro sia un motivo squisitamente politico addotto dai grillini per recuperare visibilità e identità rispetto ai democratici che hanno oggettivamente in mano le leve per governare la presenza italiana nella UE, oppure il ritorno a galla degli storici tentennamenti pentastellati in materia di adesione alla Comunità, sballottati fra la pretenziosa e presuntuosa smania indipendentista e la imprescindibile disponibilità a vivere in Europa.

Fatto sta che nel governo non c’è accordo sul Mes, la tensione è alta e tutto viene rimesso al Parlamento, che dovrà ratificare o meno gli accordi negoziati dal governo e soprattutto dal ministro Gualtieri. Niente rinvii, ma tanto scetticismo pentastellato che potrebbe trovare pericolose sponde nei gruppi parlamentari in costante subbuglio. Non mi convincono le motivazioni di merito sui rischi che la riforma del Mes comporterebbe per la stabilità economica del nostro Paese: certo, se andiamo avanti con la riserva mentale di non ridurre il debito pubblico e di fregarcene altamente delle regole, abbiamo di che temere, ma se invece trattiamo ed agiamo con trasparenza e buona volontà, nessuno avrà interesse a mettere in difficoltà l’Italia. Bisogna scegliere se giocare con le armi della diplomazia oppure bluffare con i messaggi subliminali del sovranismo riveduto e corretto. Dobbiamo essere furbi o fare i furbi? Sembrerebbe la stessa cosa, invece…

Mio padre, nella sua generosa e convinta ingenuità, teorizzava che il tifoso, se si comporta correttamente o almeno evita certi eccessi e certe intemperanze, può recarsi in qualsiasi stadio del mondo senza correre rischio alcuno e senza rinunciare a sostenere la propria squadra. In effetti diverse volte eravamo andati in trasferta, avevamo seguito il Parma in altri stadi, senza soffrire spiacevoli inconvenienti. Era così sicuro della sua teoria che una volta mi consentì di portare la bandiera crociata artigianalmente confezionata con un manico da scopa. Era lo stadio Braglia di Modena, derby di serie B: non riuscii neanche a spiegare la bandiera ed a sventolarla, che il Parma era già sotto di un goal e mio padre, un po’ grilloparlantescamente, mi disse: “A t’ äva ditt äd lasärla a ca’, ch’ l’era méj”. Il discorso vale anche per i ben più importanti derby con i partner europei. A buon intenditor poche parole.

 

 

La tavolozza europea

Ho sempre ritenuto che il partito dei verdi a livello europeo abbia una sua ragion d’essere anche perché riesce a sintetizzare la sensibilità alle tematiche ambientali con una convinta ma critica adesione all’integrazione europea e con una visione socio-economica modernamente di sinistra. Non ricordo con precisione ma per ben due volte alle elezioni europee ho votato per questo partito anche se in Italia presenta solo una pallida e confusa immagine del movimento ecologista.

La storia politica italiana contiene due anomalie rispetto a quella europea: nel secondo dopoguerra nel nostro Paese, a differenza del resto d’Europa, non si è affermata una presenza significativa del socialismo democratico, che ha fatto prima da sgabello al Pci e poi alla Dc, senza trovare una sua ragion d’essere autonoma.

Mio padre, per mentalità e cultura, era un socialista senza socialismo (almeno a livello nazionale) e questo lo si deduceva da come spesso sintetizzava la storia della sinistra in Italia, recriminando nostalgicamente sulla mancanza di un convinto ed autonomo movimento socialista, che avrebbe beneficamente influenzato e semplificato la vita politica del nostro Paese. ma credo fosse stato assai deluso dal vizio storico dei socialisti italiani di legarsi acriticamente al carro comunista prima e di giocare al miglior offerente tra comunisti e democristiani poi.

L’altra più recente anomalia riguarda proprio la scarsa e fragile proposta ecologista relegata nei salotti e lontana dall’anima popolare: una credibilità politica verde ci avrebbe probabilmente risparmiato certo avventurismo protestatario e avrebbe offerto una proposta agibile per il mondo giovanile. Non è un caso infatti che i verdi siano il partito che, europeisticamente parlando, riesce a trovare anche un minimo di continuità positiva con le idealità e le lotte sessantottine.

Niente di strano che a livello di Parlamento europeo i verdi abbiano messo il dito nelle piaghe grilline, rifiutando sdegnosamente e motivatamente un’alleanza con il M5S. Mentre gli italiani sono caduti nella trappola dei vaffa, salvo uscirne alla spicciolata negli ultimi tempi, i verdi hanno perfettamente capito l’antifona delle contraddizioni di un antipartito, che ha tutti i difetti dei partiti tradizionali e nessun pregio. Sono sostanzialmente due i pesanti appunti che vengono fatti ai pentastellati: l’equivoco e condizionante  cordone ombelicale con la Casaleggio Associati fino a rappresentare, come sostiene Jacopo Iacoboni nel suo lucido, disincantato e documentato libro “L’esperimento”, una vera e propria moderna configurazione di partito-azienda; la mancanza di retroterra storico e culturale che li mette in balìa degli “ismi” in voga e che li induce in brutte compagnie a livello, prima interno e poi internazionale.

Stupisce la lucidità con cui da lontano i verdi riescono a interpretare la politica italiana: se in sede nazionale quel che resta del grillismo mantiene un suo seppur clamorosamente calante appeal, fuori dai confini italiani le balle stanno in poco posto e le sue contraddizioni emergono chiaramente. Non è un caso se il M5S non riesce ad accasarsi dignitosamente nel Parlamento europeo: noi pensiamo di essere i più furbi del gruppo, ma invece siamo i più ingenui allo sbaraglio dilettantesco. Le critiche verdi (non provenienti dalla Lega autrice di un vero e proprio scippo cromatico) ci dovrebbero interessare anche se non riusciranno a rigenerare i gialli: il giallo è infatti un colore primario, lo dovrebbero ben sapere i piddini rossi, che rischiano l’arancione.