Sul filo del rasoio elettorale

Cifre da capogiro: al Senato sono stati presentati 4.550 emendamenti alla manovra economica varata dal governo Conte II e di questi ben 1.700 sono proposti dai parlamentari della maggioranza. L’approvazione della legge di bilancio, con tutti gli annessi e connessi, è sempre stata un tormentone politico-parlamentare, ricettacolo di tutte le questioni, di tutte le rivendicazioni, di tutte le marchette possibili e immaginabili. In un certo senso, niente di nuovo sotto il sole.

La questione assume però i contorni di una beffa se si pensa a come è nato e sta vivendo il governo Conte II: la compagine ministeriale avrebbe bisogno di cercare e trovare una sostanziale legittimazione con un minimo di compattezza a livello parlamentare fra le diverse forze della maggioranza e invece su ogni problema si scatena una litigiosità, che costringe il governo a stare in bilico come fa un equilibrista sul filo.

È vero che il Parlamento non è un organismo di mera ratifica dell’operato governativo, ha una sua funzione specifica a livello istituzionale, è titolare del potere legislativo, ma deve pur sempre esprimere una maggioranza altrimenti diventa un “pirlamento” qualsiasi, degno soltanto di essere sciolto e mandato a casa.

È inutile nasconderlo: prevalgono clamorosamente gli interessi di partito, tutti stanno a calcolare le convenienze in tal senso e l’unico collante rischia effettivamente di essere quello di evitare le elezioni anticipate, guadagnare tempo in vista della scadenza elettorale per la presidenza della Repubblica, rinviare a tempi migliori il redde rationem con il centrodestra a guida leghista. Non mi scandalizzo affatto: la politica è fatta anche di scelte contingenti riguardo al male minore. Se è così, bisogna però avere la freddezza ed il buon senso di condizionare la propria specificità politica all’obiettivo. Se non ci si può dividere per precisi calcoli di convenienza politica, ci si deve rassegnare a vivere in casa, seppure da separati, ed è perfettamente inutile continuare velleitariamente a rivendicare la propria libertà di manovra.

I cinquestelle sanno perfettamente che buttare all’aria il governo e andare alle elezioni sarebbe per loro un suicidio assistito; gli italiani vivi (amici di Renzi) si rendono conto di non essere assolutamente pronti a sostenere una prova elettorale che li  ridurrebbe ai minimi termini; i piddini sono consapevoli di vivere un momento di grande incertezza strategica e di notevole impaccio tattico e otterrebbero con ogni probabilità la vittoria di Pirro di monopolizzare per lungo tempo l’opposizione alla destra governante.

E allora si litiga nel poco per andare d’accordo nel molto, ma il poco è molto e può saltare il banco da un momento all’altro. Non c’è questione su cui la maggioranza di governo dimostri uno straccio di compattezza. Figuriamoci sulla madre di tutte le questioni, la manovra economica. Tirare la corda è lo sport preferito all’interno della maggioranza giallo-rossa nella convinzione che la fune non si spezzerà, perché irrobustita dalle convenienze di cui sopra.

Anche il precedente governo, fondato sulla coesistenza rissosa tra pentastellati e leghisti, giocava a litigare, ma c’era uno dei litiganti che era sicuro di poterselo permettere, la lega di Salvini, fino al punto da buttare tutto all’aria per andare alla conta elettorale. Volevano le elezioni e non le hanno ottenute. Paradossalmente il governo giallo-rosso non può permettersi di litigare più di tanto perché non vuole le elezioni e…rischia di averle. Credo che la causa fondamentale di eventuali prossime elezioni politiche anticipate non sarà tanto il risultato elettorale emiliano-romagnolo del prossimo gennaio, ma la insulsa e inconcludente litigiosità della maggioranza di governo.

I partner sono sostanzialmente quattro: il movimento cinque stelle con una leadership apparente in stato confusionale, una leadership occulta volutamente e cinicamente nascosta, una strategia completamente assente e camuffata dietro le solite e banali sparate populiste da quattro soldi; il partito renziano o Italia viva come dir si voglia, a cui non manca la leadership, ma con una strategia a misura strettamente ed asfitticamente renziana; Leu (Liberi e uguali, ex Pd) alla disperata ricerca dell’asettico purismo di sinistra, vedovi della lotta e delle masse, con molte chiacchiere e pochi fatti; il Partito democratico, l’unico vero partito superstite del nostro sistema democratico, dotato di una classe politica presentabile, sempre in mezzo al guado fin dai tempi del PCI, diviso al proprio interno e amleticamente incerto fra una scelta progressista moderata e una opzione ideologicamente radicale.  Quattro giocatori intorno al tavolo: dovrebbero essere costretti ad andare d’accordo per i motivi suddetti, ma la tentazione di rompere infantilmente il giocattolo è molto forte. E si vede.

Sardine, omega 3 contro l’alta pressione leghista

“L’Emilia-Romagna non abbocca”, “Bologna non si lega”: questi gli slogan che hanno portato ad adottare “le sardine” come simbolo della protesta anti-Salvini e della mobilitazione spontanea partita da Bologna, ma già arrivata a Modena e Torino. Le sardine sono infatti piccoli e indifesi pesci, che, di fronte allo squalo dell’ex ministro dell’Interno, si muovono compatti, si stringono e si spostano in gruppo e fanno massa. La mobilitazione, lanciata via Facebook, rilanciata con volantinaggi e campagne social, sta promuovendo vere e proprie masse di protesta: nessun legame di partito, niente bandiere, niente insulti. Si tratta di una sollevazione popolare spontanea contro l’onda salviniana che avanza, contro le idee divulgate dalla Lega, contro le derive populiste e sovraniste avviate dalla destra.

Ho già scritto, e ripeto con piacere, che sto respirando finalmente una boccata d’ossigeno, sto scoprendo una reattività impensata da parte soprattutto dei giovani, sto registrando una inaspettata voglia di ragionare con la propria testa.  A casa mia si chiama democrazia! Quindi non è vero che i ragazzi delle sardine con la politica non c’entrano e non vogliono c’entrare nulla: si tratta di iniziative squisitamente politiche anche se al di fuori dei partiti. Al momento non ho la più pallida idea di dove si vada a parare; non lo sanno nemmeno i promotori e ancor meno le migliaia di partecipanti a queste manifestazioni spontanee. L’avvio è promettente nella misura in cui testimonia un rigurgito di vitalità democratica in una società ripiegata su se stessa.

Mi sono posto diverse domande. La prima riguarda il timore che possa trattarsi di un vaffa-day riveduto è corretto, di una minestra pseudo-grillina scaldata, della solita sparata dell’antipolitica, della protesta contro tutto e tutti. Questi rischi esistono, ma forse il gioco vale la candela: meglio rischiare di sbagliare che stare fermi ad aspettare gli errori altrui. Lasciamo tempo al tempo, anche se di tempo sembra essercene pochino, se si vuole fermare l’ondata di piena salviniana, prevista per le prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna.

Palmiro Togliatti, se non erro, sosteneva che i partiti dovrebbero rappresentare la democrazia che si organizza e si struttura. D’altra parte la stessa Carta Costituzionale all’articolo 49 recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale “. Fino ad ora, volenti o nolenti, i partiti, pur con tutti i limiti e i difetti, hanno costituito l’ossatura della vita democratica italiana e non solo italiana. Sinceramente non credo che possano essere sostituiti da una sorta di assemblearismo piazzaiolo: quindi le sardine possono costituire solo una massa critica del sistema partitico, in particolare dei partiti di sinistra, dando voce positiva alla sfiducia distruttiva e trasformandola in sfiducia costruttiva. Il partito democratico, principale e potenziale interlocutore di questo movimentismo volutamente senza capo né coda, deve evitare la tentazione di strumentalizzarlo e/o di sottovalutarlo.

Sarebbe un gravissimo errore farsi prendere dalla smania di incassarne il consenso: ognuno faccia il suo mestiere, chi all’interno degli schemi istituzionali e partitici, chi al di fuori di tali schemi, vale a dire nelle piazze, sui social e in tutte le mobilitazioni spontanee. Il tutto in un benefico interscambio di influenze: il Pd scosso da questa ventata di aria fresca, il movimento delle sardine incalzato dalle esigenze politiche prospettate dal Pd. L’importante era che si muovessero le acque: qualche sasso nello stagno lo stanno buttando.

Qualcuno sta ironizzando: se la sinistra ha bisogno delle sardine vuol proprio dire che è a dieta. Rispondo con lo stesso tono ironico: il pesce fa bene, si digerisce bene, è nutriente e ricco di sostanze capaci di intervenire positivamente sui trigliceridi e sulla pressione sanguigna, preziose alleate del sistema cardiovascolare. Si tratta degli Omega 3, acidi grassi essenziali in grado di avere un effetto positivo anche sul sistema nervoso, il sistema immunitario, l’attività cerebrale, l’umore, le articolazioni. Contrastano poi le infiammazioni e l’invecchiamento cellulare, rallentando l’azione dei radicali liberi. Viste queste proprietà davvero straordinarie e dal momento che le sardine ne sono portatrici non dovremmo mai farle mancare alla tavola politica.

La politica tra botteghe e salotti

Durante le animate ed approfondite discussioni con alcuni carissimi amici, uomini di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta, in clima di pieno crollo delle ideologie, si constatava come alla politica rischiasse di sfuggire l’anima buttando via il bambino delle idee e dei principi assieme all’acqua sporca delle incrostazioni ideologiche , come se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo, in un certo senso, facili profeti.  È giusto infatti che la politica parta dai problemi e non dalla teorizzazione astratta delle soluzioni sistemiche, ma l’approccio ai problemi può essere di vario tipo.

Si può addirittura far finta che non esistano e che tutto vada bene: in questo è stato maestro Silvio Berlusconi con l’evidenziazione dei ristoranti affollati, delle spiagge stracolme, dei week end praticati da milioni di persone che intasano le autostrade. Da un certo punto di vista non aveva tutti i torti, a volte cado anch’io in questa semplicistica e fuorviante analisi, ma la realtà è molto più complessa e diversificata. Si tratta della politica del facciamo finta che le cose vadano bene, che la disoccupazione sia un problema per i fannulloni, la difesa ambientale sia una mania salottiera dei cretini ecologici, la povertà esista solo nelle encicliche papali e nelle smanie filantropiche delle anime belle, l’immigrazione sia una preoccupazione eccessiva e un fenomeno facilmente arginabile.

All’estremità opposta vi è l’atteggiamento di chi prende atto in modo enfatico, spaventoso e strumentale della realtà problematica, gonfiandone i contorni, alimentando le ansie e le paure, drammatizzando le situazioni, per poi cavalcare il tutto con soluzioni illusorie e populistiche. Si tratta della politica mordi e fuggi, della soluzione consistente nel gettare la palla in tribuna, dei programmi sparati alla viva il parroco, della ormai scientifica e organica raccolta del consenso in base alle balle confezionate dai social. L’attuale destra, italiana e non solo italiana, adotta questi schemi ottenendo, almeno nel breve periodo, un certo successo. Non si tratta più di esorcizzare il comunismo mangia-bambini, di difendere la libertà dall’invadenza della sinistra pigliatutto, si tratta invece di cavalcare l’insicurezza pompata ad arte, la paura dell’immigrato discriminato e criminalizzato, l’angoscia dell’impoverimento fatto risalire all’invadenza fiscale e burocratica dei pubblici poteri. Alla drammatizzazione delle situazioni fa riscontro normalmente la proposta di soluzioni facilone e sbrigative quanto inutili se non dannose, ma prima che la gente se ne accorga passa del tempo e la fola può anche essere riciclata vergognosamente.

Esiste però anche la politica perbenista della ritrosia fatta stile: i problemi vengono schematicamente sottovalutati, il popolo viene lasciato ai populisti, l’immigrazione viene trattata coi guanti bianchi della solidarietà di prima accoglienza e lasciata vivacchiare ai margini della società senza impegno di integrazione, la disoccupazione viene combattuta con i pannicelli caldi senza il coraggio di trovare le risorse (con tagli drastici agli sprechi e con una effettiva lotta all’evasione e con tassazioni di scopo) per effettuare investimenti pubblici (soprattutto nella difesa del territorio, nella salvaguardia ambientale, nella valorizzazione della cultura e del turismo), che invertano la tendenza recessiva dell’economia. È la politica del balbettamento di sinistra, del tira e molla dei progressisti, del parolaio approccio degli sviluppisti.

In mezzo a queste (non) proposte è fatale che possa prendere piede la protesta, la sfiducia, il ripiegamento su chi più grida e si agita, la tentazione al disimpegno, la voglia di mandare tutti al diavolo. Purtroppo anche questo senso di smarrimento viene accolto dalla destra leghista, quella più estrema, che ne riesce a fare tesoro, mentre la protesta sbracata stenta a ritrovare la sponda grillina, che si sta sgretolando a vista d’occhio.

La sinistra fa molta fatica a riappropriarsi delle giuste battaglie ed a coniugarle con la modernità. Da lei il popolo si attende questo, perché in demagogia c’è chi è maestro e quindi ha ben più appeal con i suoi arruffapopolo patentati e imbellettati. Non è mai esistito il destino cinico e baro di saragattiana memoria e quindi bisogna elaborare idee e proposte e raccogliere il consenso con la pazienza dovuta e i tempi necessari: le scorciatoie non servono a niente. Partire dai valori per non fermarsi lì.

 

Se protesta fa rima con destra…

Siamo un po’ tutti affezionati, si fa per dire, allo schema politico che vede la destra al potere e la sinistra all’opposizione in Parlamento e a condurre la protesta nelle piazze, a volte anche durissima, ai limiti della violenza. Un altro conseguente e semplicistico schema prevede la destra al governo nei periodi di vacche grasse, quando ce n’è un po’ per tutti, e la sinistra al governo nei momenti difficili, quando cioè occorrono sacrifici per il bene comune.

Se mai questi schemi avevano una loro ragion d’essere dettata dal solo buon senso, oggi sono saltati, se non sono stati addirittura ribaltati. Forse è anche per questo che mi trovo sistematicamente spiazzato nelle mie analisi. L’ho presa su larga per trovare una spiegazione plausibile al fatto che in Italia, ma un po’ in tutto il mondo, la protesta viene catturata, interpretata e cavalcata populisticamente dalla destra politica più estrema, talora caratterizzata da venature nazionaliste e razziste.

Non è una novità storica in assoluto: i precedenti sono tragicamente preoccupanti, perché simili fenomeni hanno trovato la loro soluzione in regimi autoritari o dittatoriali conditi in salsa populistica. Inutile fare degli esempi. Per arginare queste derive occorre però non partire dall’esorcizzare le estreme conseguenze, ma, se possibile, affrontarne le cause.

Questa volta faccio un esempio. La manifestazione piuttosto spontanea, svoltasi a Bologna in concomitanza e in contrasto con la tournée salviniana volta a raccattare consensi in Emilia-Romagna in vista delle prossime elezioni regionali, ha visto una notevole partecipazione di popolo ed una sorta di scatto d’orgoglio della gente stanca di subire l’aggressione di una destra meramente distruttiva. Ho preso una boccata d’ossigeno e mi sono detto: finalmente il popolo di sinistra batte un colpo, si riappropria delle sue piazze, rispolvera la sua storia, rivendica la sua tradizione, richiama i suoi valori, riprende il filo della matassa nella regione emblematica ed esemplare. Il messaggio era molto chiaro: ci siamo e nessuno si illuda di farci fuori.

Poi, a parte il famoso discorso delle piazze piene e urne vuote che sembra aver funzionato sempre e solo a sinistra, mi sono chiesto: basterà il sacrosanto agitarsi contro Salvini, basterà togliere dall’armadio le bandiere, basterà gridare al lupo contro chi vuole buttare all’aria la democrazia, basterà fare appello alla mente dei cittadini per toglierli dalla pancia di cui si stanno accontentando? Non credo, a volte purtroppo si ottiene il contrario e quindi è meglio non farsi trascinare in una rissa pseudo-ideologica. Mi si risponderà: bisognerà pure farsi sentire e per farsi sentire serve anche scendere in piazza! Sono d’accordo e infatti sento tanta nostalgia dei tempi in cui, di fronte ad eventi interni ed internazionali, si trovava la voglia e il coraggio di mobilitarsi anche al di là degli stretti schieramenti partitici. Come era bello trovarsi in piazza a gridare il proprio dissenso!

La sinistra non deve però illudersi di riconquistare così, o solo così, il consenso della gente. Deve avere il coraggio di cogliere le cause del malcontento e di elaborare risposte credibili e concrete ai problemi, senza negarne l’esistenza o la portata, si chiamino sicurezza, immigrazione, delinquenza, etc. Finora i cittadini hanno la sensazione che le uniche ricette per certe malattie sociali le abbia miracolisticamente in mano la destra, che, prima enfatizza e drammatizza le situazioni di disagio e difficoltà, per poi proporre soluzioni sbrigative ed egoistiche, che tanto simpatia incontrano nell’ingenuità della gente.

Non è vero che il partito democratico non abbia identità, ce l’ha eccome, è l’unico partito che possa vantare una storia, una tradizione, una cultura. Il problema è che tutto questo patrimonio genetico è stato relegato in soffitta, perché serviva a fare opposizione e quindi… Sbagliatissimo! Sarebbe come se una persona mettesse in soffitta i testi su cui ha studiato, illudendosi che non servano più. Quante volte mi è capitato di andarli a riaprire e rileggere durante la mia vita professionale, trovando in essi risposte sempre attuali e adeguate.

Si provi ad individuare i valori fondamentali della sinistra e si cerchi di incarnarli spietatamente nella situazione attuale. Se si vuole fare in fretta, senza paura di sbagliare, si prenda la Costituzione e, a fianco di ogni articolo, si prevedano i contorni della sua attuale e pratica applicazione. L’identità è quella, ma la carta d’identità ogni tanto va rinnovata anche se si rimane la stessa persona. Non è facile, mi rendo perfettamente conto, ma bisogna assolutamente provarci. Buon lavoro!

L’armadio della fobia meteorologica

Non ho alcuna intenzione di iscrivermi al partito negazionista dei cambiamenti climatici, del riscaldamento terrestre e dell’inquinamento atmosferico e non vorrei quindi essere equivocato se non ne posso più delle continue notizie ansiogene sulle previsioni del tempo. Un tempo si temeva che fossero truccate per non disturbare i flussi turistici, oggi mi viene il dubbio che siano cavalcate da un’informazione esagerata, che sfrutta le notizie sugli andamenti atmosferici a livello di vero e proprio business.

Un conto è predicare e adottare precauzione, cautela, attenzione, oculatezza, altro conto è puntare direttamente o indirettamente sull’allarmismo fine a se stesso. Mi sembra si stia esagerando! Siamo bombardati da un susseguirsi di allarmi, gialli, arancioni, rossi: la fine del mondo sembra essere imminente.   È pur vero che un segno evangelico di imminenza della fine dei tempi, da intendersi non tanto in senso cronologico, ma etico e morale, è rappresentato da calamità naturali come terremoti, carestie, pestilenze e fenomeni atmosferici terrificanti come tifoni e super tifoni, che sono anche il risultato del nostro modo irresponsabile di trattare uomini e natura. Tuttavia non bisogna cadere nella trappola del catastrofismo.

È altrettanto vero che è meglio soffrire per eccesso di zelo precauzionale che per incuria e rassegnazione, ma tutto ha un limite. Anche perché persino la neve sta creando il panico: quando ero bambino la neve abbondantissima accompagnava tutto l’inverno, condizionava anche allora la circolazione, la viabilità, la vita quotidiana, ma a nessuno veniva in mente, peraltro in periodi in cui si era tecnologicamente assai meno organizzati ed attrezzati, di trasformarla nello spauracchio esistenziale dell’inverno e finanche della primavera.

Il discorso delle alluvioni è decisamente e drammaticamente più preoccupante. Certo sarebbe meglio che invece di piangere sul latte versato, si facesse qualcosa di più in via preventiva. Sicuramente creare un clima di panico spargendo a piene mani allarmismo, non serve a niente e a nessuno. Forse abbiamo acquisito una mentalità illuministica tale per cui tutto dipende dall’uomo e quindi, quando si verifica qualche evento clamorosamente dannoso e disastroso, occorre cercare a tutti i costi un colpevole su cui scaricare le colpe. Non sono certo un fatalista, ma nemmeno un giustizialista climatico. Occorre equilibrio prima e dopo le sciagure: prima, per prevenirle nei limiti del possibile, dopo per non aggiungere angoscia ad angoscia. Basti pensare agli appelli mediatici a fornire immagini dei disastri: un tempo andavano a ruba le registrazioni pirata degli eventi musicali, oggi vanno a ruba le immagini pirata delle alluvioni. Tutto fa spettacolo!

In passato si sono colpevolizzati molti soggetti per non aver divulgato per tempo gli allarmi provenienti dalla protezione civile ed è quindi normale che gli amministratori e tutti coloro che hanno responsabilità a livello pubblico stiano dalla parte del manico e divulghino allarmi a piene mani. So di dirla grossa, ma se andiamo avanti così, forse si dovrà imparare a proteggersi dalla protezione civile.

Innanzitutto bisognerebbe distinguere ciò che, pur creando disagio e difficoltà, rientra nella norma e quindi non deve essere vissuto con le mani nei capelli, ma semmai  con le maniche arrotolate. In secondo luogo sarebbe oltre modo necessario mobilitarsi, impegnarsi, lavorare prima e non fare un gran casino dopo. In terzo luogo occorre chiarire che le scelte a favore della salvaguardia ambientale, climatica e territoriale presuppongono sacrifici e rinunce: cose che nessuno vuol fare. In questo bailamme ansiogeno alla fine chi ci rimette sono coloro che vengono effettivamente colpiti, davanti ai quali rimango veramente angosciato e paralizzato.

Mia madre, quando vedeva gente che rimaneva senza casa per effetto di eventi atmosferici, si commuoveva al punto da augurare a se stessa di morire piuttosto che vivere simili drammi. Attenti però a non fasciarsi la testa prima di cadere, lasciando nella cacca chi è caduto e spargendo ansia da probabili attacchi di caduta. Una mia anziana conoscente, quando aveva sentore dell’arrivo di un temporale si rifugiava dentro l’armadio. Non vorrei che ci stessimo chiudendo involontariamente e collettivamente in una sorta di armadio della paura, aggiungendo a quella dell’insicurezza economica e sociale, a quella verso gli immigrati, anche quella della precarietà atmosferica e climatica. Sono consapevole di avere toccato tasti delicati, spero di essermi spiegato e di non avere dato l’impressione di insensibilità e scetticismo e soprattutto di non aver aggiunto confusione a quella che già purtroppo esiste.

 

Pizzarotti: cause note ed effetto a venire

Nel marzo 2012 Federico Pizzarotti si candida per il Movimento 5 Stelle alla carica di sindaco di Parma per le elezioni amministrative del 6 e 7 maggio 2012, successive alle dimissioni del sindaco di centrodestra Vignali e al commissariamento della città. Al primo turno ottiene il 19,47% e accede al ballottaggio contro il candidato del centrosinistra Vincenzo Bernazzoli, presidente della provincia di Parma, forte del 39,20% dei consensi.

Faccio un fermo immagine. Cosa era successo a Parma? Mentre all’orizzonte si profilava il grillismo, il partito democratico, che aveva la strada spianata dalla disastrosa esperienza del centrodestra camuffato da “civiltà parmigiana”, falliva a porta vuota un rigore, facendolo battere dal candidato totalmente sbagliato, per precedenti e discutibili sue esperienze amministrative, per inadeguatezza politica, per il vezzo insopportabile di lasciare una carica per un’altra più importante, ma soprattutto perché a bordo campo c’era pronto il goleador Giorgio Pagliari, candidato naturale a sindaco, unanimemente considerato come l’uomo ideale, per preparazione, esperienza e coerenza, capace di dare una svolta all’amministrazione comunale parmense. Gli fu inspiegabilmente preferito Bernazzoli.

Ricordo il confronto elettorale in vista del ballottaggio: un esercizio di presunzione post-comunista nei confronti di un neofita della politica. Se al primo turno elettorale mi ero astenuto, al ballottaggio non resistetti alla tentazione di dare una lezione esemplare alla sinistra incapace di leggere la realtà e sempre pronta a sovrapporsi alla realtà. Votai Pizzarotti, che uscì clamorosamente vincitore con il 60,22 dei consensi e si trattò del primo sindaco di un capoluogo di provincia appartenente al Movimento 5 Stelle: non era un’elezione con il riconoscimento politico del candidato e del suo partito, era semplicemente un atto di protesta contro il Pd, impegnato a guardarsi l’ombelico, e contro il forno inceneritore dei rifiuti ormai in fase di avanzata costruzione, avversione cavalcata dai grillini con la promessa  di una impossibile retromarcia .

Ebbi modo di pentirmi amaramente di aver votato Pizzarotti (non certo di non aver votato Bernazzoli), perché ne capii alla svelta i limiti e i difetti. Pizzarotti ha capito, fin troppo bene e da subito, che, come lui stesso afferma, “il Movimento doveva prendere la strada della maturità e diventare un partito serio e di governo, invece ha sbragato con uno al comando e senza che il gruppo crescesse”. Inizia quasi subito a fare il rompiballe fino alla sua fuoriuscita dal movimento, dopo un’assurda parentesi giudiziaria ed una pretestuosa sua sospensione, mai rientrata dopo l’archiviazione delle accuse a suo carico. Questo è il suo merito storico, al di là della sua amministrazione che giudico comunque insufficiente e di basso profilo.

Infatti nel 2017 dovetti astenermi ancora alle elezioni amministrative: il Pd sbagliava per l’ennesima volta il candidato, rincorrendo un fantomatico esponente del civismo alla parmigiana, Pizzarotti si ripresentava con una lista indipendente chiamata “Effetto Parma”, fondata da lui e da un notevole gruppo a lui fedele. Non mi convincevano e restai a casa, pur riconoscendo che, come diceva Montanelli, Pizzarotti non si era arricchito, dimostrandosi un galantuomo, non aveva voluto strafare ed era riuscito a galleggiare sul mare di debiti lasciati in eredità dalle precedenti amministrazioni megalomani e spendaccione. Fu rieletto con il 57,87% dei voti contro il pallido esponente del centrosinistra Paolo Scarpa.

Liberato dalla corsa all’impossibile terzo mandato, Federico Pizzarotti si monta la testa, fondando “Italia in comune”, auto-dichiaratosi il “Partito dei sindaci”, che si presenta con alterne vicende e risultati modesti alle elezioni regionali in Abruzzo, Sardegna e Piemonte. Alle elezioni di maggio per il Parlamento europeo il movimento promosso dagli spretati grillini punta su +Europa e Pizzarotti è candidato nella Circoscrizione Nord Est e si piazza secondo con 22.127 preferenze, ma non viene eletto in quanto la lista non supera la soglia minima di accesso.

Ho fatto una breve cronistoria della vita politica di Pizzarotti. Oggi ce lo troviamo a sostenere convintamente la ricandidatura di Stefano Bonaccini alla guida della regione Emilia-Romagna in vista delle elezioni del prossimo gennaio. Gesto obiettivamente apprezzabile anche se quasi scontato nel bel mezzo di un girovagare fine a se stesso (in nome dell’ambientalismo parmense, vicino a quello dei Verdi tedeschi che puntano su crescita e infrastrutture), espresso senza smania di potere, senza puntare ad una seggiola (anche se è ancora presto per dirlo), senza entrare nel Pd a cui assicura di non mandarle a dire (lo giudica un partito senza programma, fisionomia e identità), esprimendo, con tutta la comprensibile asprezza dell’ex, tutta la sua avversione per l’alleanza nazionale e regionale fra PD e M5S, distribuendo giudizi (positivi su Calenda, negativi su Renzi).

Naturalmente non poteva mancare un libro, “Il meglio deve ancora venire”. In conclusione concordo pienamente col titolo del libro e mi auguro che, per Federico Pizzarotti e quella Parma che lui dal 2012 amministra senza infamia e senza lode, arrivino tempi migliori. In cauda venenum: un tempo un personaggio come Pizzarotti avrebbe sì e no fatto il segretario di sezione di un qualsiasi partito; oggi pontifica politicamente sui massimi sistemi e si pavoneggia sul poco o nulla della sua amministrazione comunale in attesa del bagno culturale rigenerante del 2020. Chi si contenta gode.

Per Venezia: Mose o Mosè

Sono stato solo due volte a Venezia: per vedere un Otello di Verdi al teatro La Fenice in una giornata torrida, nel periodo ante incendio; precedentemente in gita di piacere (?) con il gruppo giovanile parrocchiale che frequentavo. In entrambi i casi andiamo molto indietro nel tempo. La gita però ha tutta una sua drammatica particolarità e attualità, perché capitò proprio nel giorno dell’acqua altissima del 1966: l’alluvione di Venezia del 4 novembre 1966, conosciuta anche come aqua granda o acqua granda, fu un evento meteorologico eccezionale che travolse la città con un’alta marea eccezionale senza precedenti, che raggiunse un’altezza record di 194 cm. Peraltro quello stesso giorno ci fu anche l’alluvione a Firenze (come dice il famoso proverbio, le disgrazie non vengono mai sole e purtroppo, nel caso di Venezia, si sono anche ripetute).

Al mattino non riuscimmo a sbarcare se non a Sant’Elena, il punto più alto e lì ci fermammo alcune ore. Al ritorno  anche a Sant’Elena l’acqua aveva interamente allagato le passarelle e fummo costretti a reimbarcarci sul vaporetto nei modi più strani: chi, come il sottoscritto, si fece letteralmente portare sulla groppa da un disponibile addetto al servizio, naturalmente dietro adeguato e improvvisato compenso;  chi si tolse pantaloni, scarpe e calze e si immerse nell’acqua gelida per poter raggiungere il pontile; ricordo che un amico si rimboccò i pantaloni e poi entrò nell’acqua con scarpe e calze (tanta era la tensione di quei momenti).

Lungo il tragitto col vaporetto fino ad arrivare a piazzale Roma ho visto scene apocalittiche: l’acqua sfondava le vetrine dei negozi e all’interno si notava la distruzione di tutta la merce, gente che alla vista dei propri esercizi commerciali devastati sveniva cadendo in acqua, i vigili del fuoco che accorrevano coi loro mezzi acquatici, ma finivano col fare onde e creare ancora più danno alle cose. Riuscimmo a salire sul pullman ed a tornare a casa: ci fermammo a cena in un ristorante lungo la strada e ci accorgemmo dalla televisione che era successo il finimondo anche a Firenze. Avevamo scelto il peggiore dei periodi per fare una gita a Venezia, ma ci consolammo nella convinzione di aver assistito ad un drammatico evento storico.

L’acqua alta di questi giorni non ha infatti superato il record del 1966. A distanza di oltre cinquant’anni Venezia è ancora esposta agli stessi rischi e pericoli. Non avrei mai più pensato che i fatti del 1966 potessero ripetersi, invece… Del fenomeno dell’acqua alta a Venezia se ne è parlato parecchio. Ci si è accapigliati e divisi sui progetti per contrastare il fenomeno. Mi sembra che tutto sia rimasto come prima e… la città è stata pazzescamente allagata. Ora comincia lo scaricabarile delle responsabilità. Sul Mose, il progetto che prevede le dighe, che dovrebbero alzarsi per difendere la citta di Venezia, è scoppiata la polemica: chi si chiede perché non funzionino ancora; chi dice che non funzioneranno mai; chi ritiene che i commissari, incaricati del funzionamento del progetto, avrebbero dovuto avere il coraggio di alzare le dighe, mentre loro si difendono affermando che non spettava a loro la decisione se alzare o meno il Mose, perché servirebbe al riguardo una cabina di regia istituzionale, ed attestando che nel 2019 erano previsti solo dei test di sollevamento in via di svolgimento e che il ministero delle Infrastrutture era al corrente della situazione. Mancherebbero inoltre anche i presupposti organizzativi per far funzionare il Mose: non ci sarebbero infatti le sufficienti risorse umane, adeguatamente preparate dal punto di vista tecnico.

Limitarsi a far funzionare solo alcune bocche di porto, a detta del Commissario Ossola, non sarebbe servito a nulla o addirittura avrebbe potuto creare maggiori danni alla città. La data di consegna del progetto definitivo funzionante, dopo ulteriori sperimentazioni e collaudi, dovrebbe essere il 31 dicembre 2021. C’è naturalmente chi accusa i responsabili di notevole lentezza nei lavori, chi mette il dito nella piaga dei finanziamenti.  Mi sono limitato a registrare quanto scritto, in modo obiettivo ed articolato da Alberto Zorzi sul Corriere del Veneto.

Aggiungo che personalmente sono tentato di pensare ancor più male e immaginare (?) la solita megastruttura, su cui si scaricano inefficienze, ritardi, rinvii, polemiche: insomma una Cattedrale sull’acqua. Certo, in questi casi vale più che mai quanto sostenne mio padre con una battuta velenosa in occasione di un’alluvione in Italia. Allora c’era da rispondere al solito ritornello dei comunisti trinariciuti, quelli col paraocchi, che recitava più o meno “Cozi dal gènnor in Russia in sucédon miga”.   Mio padre rispose: “Sät parchè? In Russia i gh’àn j èrzon äd cärta suganta”. È indubbiamente una delle più belle battute di mio padre per stile, eloquenza, brillantezza, spontaneità e parmigianità. Non sopportava infatti, sempre e comunque, la faziosità, detestava la mancanza di obiettività e nelle sue frequentazioni terra-terra, nonché nel parlare a livello di base, lanciava questi missili fatti di buon senso più che di analisi politica. Non so cosa direbbe oggi. Sono passati molti anni dalla mia gita a Venezia e dalla battuta sferzante di mio padre. Leggendo ed ascoltando le polemiche scoppiate, da una parte ho fatto silenziosamente la parte del privato e globale accusatore, dall’altra mi sono trattenuto dal buttare la croce addosso a Tizio e Caio ricordando i rinvii paterni al mittente delle accuse faziose, facilone, opportunistiche e distruttive. Non rivedrò certamente un’acqua così alta a Venezia: mi auguro che ciò sia dovuto non solo alla mia ormai tarda età, ma ad un rigurgito di vitalità di tutti coloro che possono intervenire.

Il proficuo accattonaggio salviniano

Quando, nel pieno della scorsa estate, Matteo Salvini ha fatto saltare il banco governativo giallo-verde, gli opinionisti e i commentatori politici si sono esercitati nel dipingere l’impennata del leader leghista come qualcosa di assurdo e intempestivo, una cavolata pazzesca e azzardata, fatta per andare in tutta fretta a raccogliere, con elezioni anticipate, i consensi maturati, prima che marcissero, accreditandosi tutti i meriti (?) governativi e addebitando al M5S i demeriti dell’anno e mezzo di travagliata convivenza governativa.

Sappiamo come è andata provvisoriamente a finire: le elezioni non si sono fatte, Salvini è stato tagliato fuori, l’Europa è tornata a dare le carte, si è prospettata un’alleanza tattica tra Pd e M5S in vista della futura elezione del Capo dello Stato e in vista delle prove elettorali regionali. Questo equilibrio, piuttosto precario per non dire impossibile, sta vivendo giorni sempre più difficili in corrispondenza dell’emersioni dei veri problemi del Paese.

Una manovra economica con l’imperativo di quadrare il cerchio dei conti pubblici, una situazione economica sempre più problematica a livello di rapporti internazionali, crisi aziendali e occupazionali, una esplosione della bomba, peraltro prevedibile, del caso Ilva: tutti i giorni scoppia un problema davanti al quale il governo, quando non di divide, balbetta.

Salvini sta recuperando quei consensi che sembravano averlo abbandonato all’indomani della bufera governativa estiva: sembrava che la gente, almeno in minima parte, avesse capito l’assurdità del capataz leghista. Nemmeno per sogno, Salvini è tornato protagonista nell’immaginario collettivo, gira l’Italia da salvatore della patria, ha sbancato le urne della regione Umbria, si sta impossessando della coalizione di centro-destra, spara contro l’attuale governo come se lui non avesse nemmeno conosciuto i cinquestelle ed arriva con impudenza a concedere comprensione al Pd, chiamato a convivere con un alleato impossibile e quindi riesce a ribaltare sui grillini tutto il male che non gli vien per nuocere.

Non so se lo avesse calcolato, ma senz’altro si era accorto di aver tirato troppo la corda e che questa si stava strappando: forse non aveva altra scelta che rompere, tentando di capitalizzare quel poco che era riuscito a far apparire davanti agli occhi degli italiani e allontanandosi dai problemi che sarebbero ben presto arrivati con la loro evidenza devastante. Dove sarebbe infatti finita la promessa della flag tax? Come se la sarebbe cavata di fronte all’inghippo Ilva? Come avrebbe potuto continuare a sopportare il reddito di cittadinanza e a difendere a spada tratta quota cento. Le ultime due cose citate gliele ha fatte il nuovo governo. Meglio quindi defilarsi nelle piazze, ostentare striscioni nelle aule parlamentari, andare alla conquista dell’Emilia-Romagna etichetta rossa.

Mio zio Mario, che viveva in quel di Genova, raccontava di un accattone, postato in un luogo strategico del centro-città, che rifiutava categoricamente le monete di una certa entità e si accontentava rigorosamente di quelle di più modesto valore. Tutti lo ritenevano un cretino, mentre mio zio lo riteneva un furbo: aveva infatti costruito un suo mercato, perché tutti provavano il suo “assurdo” atteggiamento e finivano, pur scrollando il capo, per fargli l’elemosina. Anche Salvini si sta apparentemente accontentando di stare al di fuori dei giochi, ma in realtà sta giocando alla grande e a tutto campo. Gli autogoal si stanno trasformando in tiri in porta da tutte le posizioni e prima o poi i goal magari arriveranno, anzi stanno già arrivando. A meno che…

 

Volare alto con i piedi per terra

Il peggior modo per affrontare questioni complesse e delicate come quella dell’Ilva è trincerarsi dietro questioni di principio. Con la stucchevole tentazione dei voli pindarici, più o meno in buona fede, ci si sta incartando nella radicalizzazione dei singoli elementi di una vertenza molto articolata e complessa: scudo penale e nazionalizzazione stanno diventando le dita dietro cui si nasconde la politica inconcludente, faziosa e demagogica.

Se ci si ingarbuglia nell’astratto problema di concedere o meno un trattamento legale diversificato ai potenziali nuovi gestori dell’acciaieria di Taranto, non si conclude nulla, si regalano pretesti a chi non vuol affrontare seriamente la situazione e si forniscono alibi a chi vuole defilarsi dalla scottante trattativa.

Se ci si vuole distinguere a tutti i costi facendo i primi della classe, si manda l’intera classe a catafascio presentandosi in ordine sparso ad una trattativa difficilissima in cui occorrerebbe una certa unità d’intenti per raggiungere obiettivi ragionevoli.

Se si punta a sventolare qualche bandiera in chiave populistica ed elettoralistica, si dovrebbe capire che non si può mettere la raccolta di facili consensi prima della difesa della continuità aziendale e di migliaia di posti di lavoro: siamo alla distinzione tra il politico che pensa ai voti e lo statista che pensa alle generazioni future. Bisogna sforzarsi di passare dalla parte degli statisti, altrimenti…

Se si pretende che i potenziali acquirenti dell’azienda Ilva si facciano carico di tutto, prescindendo dai loro piani aziendali di breve e lungo periodo, che nell’elaborare i piani non si possano sbagliare ed avere ripensamenti (salvo pagarne le conseguenze a livello legale e contrattuale), che, nell’economia capitalistica e globalizzata in cui ci ritroviamo, le multinazionali non operino scelte di convenienza a livello di localizzazione degli investimenti e di massimizzazione del profitto (salvo lavorare per regolamentare i mercati, armonizzare le politiche fiscali, fissare standard rispettosi dei diritti dei lavoratori, omogeneizzare le regole ambientali, etc.),  che l’economia smetta di fare i conti per salvare la politica o che si possa essere liberisti a corrente alternata, vale a dire fino a mezzogiorno per poi diventare dirigisti, si torna indietro e si prefigurano scenari anacronistici e impossibili: l’imprenditore deve fare “correttamente” il suo mestiere (non sono sicuro che questo stia avvenendo in casa AcelorMittal), sta al potere politico verificare innanzitutto la correttezza e poi mettere l’interlocutore davanti alle proprie responsabilità non con risse demagogiche e ideologiche, ma con razionali provocazioni sostanziali, mettendo in campo tutto ciò che la politica può fare per agevolare le operazioni.

Un conto infatti è porsi il problema della compatibilità della produzione dell’acciaio in una politica industriale strategicamente innovativa ed eticamente impegnata nel rispetto dell’ambiente, della salute pubblica e del diritto al lavoro, un conto è “incapponirsi” in astratte questioni di principio, in disquisizioni legali, in assurde scelte ideologiche.

I partiti di governo dovrebbero fare un passo indietro per lasciar lavorare il governo. I partiti di opposizione dovrebbero interrompere la polemica su un problema, che peraltro non può prescindere da responsabilità temporalmente e politicamente ben più allargate rispetto agli schieramenti. Il Parlamento lasci al governo il compito di governare e non si metta a varare leggi solo per il gusto sadico o masochistico di mettere il bastone fra le ruote del governo: ci sarà tempo e modo di controllare l’operato governativo, di discuterne l’azione e di valutarne i risultati. La confusione è cattiva consigliera. In questo momento mi sembra di vedere un comportamento molto serio e costruttivo da parte dei sindacati e dei lavoratori stessi: è un buon segno da non lasciar cadere nel vuoto delle polemiche partitiche. Bene ha fatto il premier Giuseppe Conte ad aprire un coraggioso fronte di dialogo diretto anche con i lavoratori.

Occorre molta e laboriosa pazienza che fa a pugni col superficiale e fastidioso protagonismo dei partiti, dei partitini e delle correnti di partito o di movimento, nonché con la ricerca della ribalta mediatica da parte di tanti personaggi in cerca d’autore. Può e deve essere l’occasione per il paradossale ritorno della politica a volare alto con i piedi ben piantati per terra per affrontare i veri e gravi problemi.

 

La tragica scuola dell’antiterrorismo

L’ennesimo attentato terroristico dell’Isis ha colpito, occasionalmente o volontariamente, una pattuglia italiana, che stava operando al fianco dei peshmerga curdi impegnati in una vasta azione antiterrorismo. Questi cinque uomini italiani, rimasti gravemente feriti, incursori dell’esercito e della marina, stavano facendo in Iraq il loro lavoro di istruttori, che prevede un addestramento in poligono e un addestramento in azione. Di loro si sa che sono veterani di missioni all’estero e preparavano al combattimento i colleghi curdi.

Come sostiene il corrispondente della “Stampa”, a cui ho fatto riferimento per capire l’accaduto, erano impegnati in un lavoro intrinsecamente pericoloso, in quanto per forza dovevano andare sul campo per vedere se i loro allievi erano in grado di combattere contro l’Isis e verificare quindi se il loro addestramento aveva funzionato: hanno partecipato, come istruttori, ad una sorta di esercitazione pratica sul campo. L’azione contro i terroristi dell’Isis era andata bene con la scoperta di armamenti e rifugi, però, quando l’azione era da considerarsi finita, è scattata la trappola e un ordigno è improvvisamente esploso al loro passaggio con effetti micidiali.

Sono rimasto, come del resto credo tutti gli italiani, colpito dall’accaduto: giovani vite colpite e compromesse in una assurda scaramuccia vendicativa operata dall’Isis. Erano stati inviati in Iraq dallo stato italiano per svolgere compiti di sostegno a chi combatte i terroristi: un modo strano e per certi versi equivoco di partecipare a questa guerra, mettere a disposizione il know-how dell’esercito italiano a favore dei combattenti contro l’Isis.

Poi mi sono posto alcune domande, come forse avranno fatto molti italiani: fino a che punto ha senso lasciarsi coinvolgere, seppure molto parzialmente, in una guerra? Mi sono chiesto: è una guerra difensiva contro la follia terroristica islamica? siamo sicuri che il terrorismo non si possa combattere in altri modi? non vediamo che queste guerre sono infinite e, quando sembra ad un passo la vittoria, tutto torna in gioco (la dinamica dell’attentato di Kirkuk lo dimostra: l’operazione aveva avuto successo, ma…)? non ci rendiamo conto che i terroristi in fin dei conti fanno anche comodo e v’è chi li foraggia, li arma, li strumentalizza?

Domande che vanno ben oltre le mie conoscenze, ma che mettono in crisi la mia coscienza: capisco che il terrorismo islamico vada combattuto e che non si possa farlo agitando ramoscelli d’ulivo, ma… Me la cavo riprendendo di seguito un passaggio contenuto in una mia articolata e documentata ricerca in materia di terrorismo islamico (peraltro pubblicata integralmente su questo sito).

“La coalizione anti Isis, plasmata all’insegna della realpolitik, è assai simile ad un’armata brancaleone, da cui non si sa cosa aspettarsi. Le contraddizioni di questi Paesi arabi sono riconducibili al dilemma amletico tra dittatura o non dittatura: la dittatura importata dall’Occidente o la non dittatura illudente della religione musulmana. Le dittature anti occidentali, ma sostanzialmente laiche, di Saddam Hussein in Iraq e Gheddafi in Libia sono miseramente crollate sotto i colpi di una falsa crociata contro questi sanguinari personaggi, ma in realtà con l’illusione di riprendere il controllo di questi Paesi o quanto meno di farli rientrare in un gioco controllabile: alla fine l’Iraq e la Libia sono state regalate al Califfato, mentre la Siria, invece pure. È pur vero che la storia è fatta di realpolitik e non di rispetto dei principi, ma la differenza, come sempre, la fanno gli uomini e la loro intelligenza politica. Ed è proprio questo che mi rende pessimista”. Intanto però facciamo la guerra o facciamo finta di non farla, sacrificando comunque la vita di tante persone.

Mio padre, ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra, reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: «Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?». E, con questo interrogativo etico molto più profondo di quanto possa sembrare, (non) termino il discorso.