Gallera e il populistico anno di galera

Quando un politico va in difficoltà e tutti lo attaccano prendendolo magari di mira sul piano personale, rinfacciandogli tutte le gaffe accumulate nel tempo, è il momento che mi diventa simpatico e tendo a difenderlo solidarizzando con lui. È il caso dell’assessore lombardo al welfare Giulio Gallera.

Sembra che di lui vogliano la testa i leghisti, lui è di Forza Italia: mi è sembrato, fin dall’inizio della pandemia, il classico bauscia lombardo prestato alla politica. La Lombardia, nel bene e nel male, è fatta così, quindi niente di nuovo e niente di scandaloso. Effettivamente Gallera ha inanellato una serie di cazzate a viva voce, che fanno più sorridere che arrabbiare. Elementi concreti dal punto di vista amministrativo, atti a giudicarlo seriamente, non sono in grado di averne. Occhio e croce non mi sembra peggio del chiacchierato presidente Fontana e di parecchi suoi colleghi lombardi ed extra-lombardi.

La sua eventuale giubilazione mi sembra quindi un fatto squisitamente politico: la Lega ha “l’autofiato” sul collo da parte di Luca Zaia, il governatore veneto sugli altari, e quindi non può permettersi il lusso di segnare il passo in Lombardia e soprattutto non può soffrire più di tanto il consenso calante di Matteo Salvini. La miglior difesa è sempre l’attacco, magari contro l’alleato debole, vale a dire Forza Italia, la quale soffre e tace e non riesce a spiaccicare parola in difesa di Gallera, suo storico esponente di primo piano.

Se andiamo a gaffe, Salvini non è secondo a nessuno, di cazzate ne spara, come minimo, una al giorno, per levare la politica di torno. Ma evidentemente lui le sa dire, c’è modo e modo di dire cazzate.  Ci sono quelle che fanno audience, che conquistano voti, che ispirano simpatia e ci sono quelle che danno un certo fastidio: evidentemente Gallera rientra nella categoria dei gaffeur negativi.

Forse anche in Lombardia faranno un rimpasto di governo, ipotesi che sta prendendo corpo anche a livello centrale. Di rimpasto in rimpasto la politica eredita dal passato i vizi senza recuperare alcuna virtù. La storia insegna che nei rimpasti vengono generalmente coinvolti non i soggetti peggiori, ma i più clamorosamente deboli. È sempre la solita storia!

Il pensiero va molto indietro nel tempo, a metà degli anni ’70, al terremoto che a Parma lo scandalo edilizio aveva procurato nella giunta comunale di allora (PCI – PSI) alla ricerca di una frettolosa rilegittimazione. Bisognava voltare pagina, cambiare uomini, ripulire la bottega: partì una sorta di caccia alle streghe in cui ci rimise le penne (se non ricordo male: l’occasione potrebbe essere stata un’altra ma la questione non cambia)  anche l’assessore alla pubblica istruzione, il prof. Aleramo Capelli, uomo di indiscussa moralità, di notevole livello culturale, di grande impegno amministrativo, col quale avevo avuto modo di collaborare e di confrontarmi pur partendo dalle mie modeste funzioni di consigliere e di presidente di quartiere. L’onda populista partì anche allora ed ebbe un effetto paradossale ed ingiusto su un uomo che seppe difendersi con dignità, ma anche con decisione culminata in un intervento infuocato e di grande spessore, durante una seduta consigliare.

Perché faccio questa puntata storica? Perché occorre porre attenzione al populismo, che, se da una parte comporta il rischio minimale di buttare lo sporco sotto il tappeto, a volte può indurre a ricercare comodi capri espiatori, talora a manovrare il sistema, svuotando la democrazia ed usandola come cortina fumogena per la copertura degli interessi di parte.

Esiste un populismo reattivo del dopo ma anche un populismo scientifico pilotato in anticipo. In una intervista Gustavo Zagrebelsky disse della lezione politica di Norberto Bobbio: “Sapeva bene che, senza sostanza, la democrazia si trasforma in un guscio vuoto che può contenere, cercando magari di nasconderla o imbellettarla, qualsiasi sozzura e che ciò, alla fine, si rivolge contro le sue regole formali, rendendole odiose ai più.  Se le procedure democratiche si riducono ad una scorciatoia per gli interessi dei potenti di turno, è facile che la frustrazione dei molti possa essere indirizzata contro la democrazia, invece che contro chi ne abusa. L’origine del populismo è questa”.     

Per un certo periodo la frustrazione dei molti trovava un argine prima ed una risposta poi nella capacità dei partiti di rigenerarsi: oggi tende purtroppo a prendere la scorciatoia del populismo centrale e periferico (interpretato da autentici fuoriclasse che stanno facendo scuola al centro ed in periferia). Forse sto dando alla vicenda di Giulio Gallera un’importanza eccessivamente emblematica, forse gli sto conferendo l’esagerata dignità di capro espiatorio, forse però non sono lontano dalla verità. L’altare di Salvini val bene una messa (in mora) di Gallera…

 

Il governo (s)balla sul filo…del rasoio

Non si potrebbe e dovrebbe prescindere dall’alto richiamo al senso di responsabilità rivolto dal presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno, ma facciamo pure finta che Mattarella non abbia detto nulla e non abbia lasciato intendere che aprire crisi di governo in un periodo come quello attuale sarebbe demenziale più che delinquenziale. Il capo dello Stato è stato chiarissimo (anche se qualcuno lo vorrebbe ancor più incisivo, non so cosa dovrebbe dire di più…): “Non sono ammesse distrazioni. Non si deve perdere tempo. Non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte. È questo quel che i cittadini si attendono. La sfida che è dinanzi a quanti rivestono ruoli dirigenziali nei vari ambiti, e davanti a tutti noi, richiama l’unità morale e civile degli italiani. Non si tratta di annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma di realizzare quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti storici di grande, talvolta drammatica, difficoltà”.

Proviamo a fare come diceva mio padre, a valutare i pro e i contro della eventuale apertura di una crisi di governo, per la quale ci sarebbero molte ed anche valide ragioni:  la debolezza di una coalizione tenuta insieme più con lo scotch della sopravvivenza che con reali convergenze di carattere politico e programmatico; una compagine ministeriale assai debole dal punto di vista della competenza, dell’esperienza e, come sostiene Carlo Calenda, della capacità amministrativa; un premier uscito dal cappello di Beppe Grillo e dei suoi amici, che ci ha preso gusto, che sta mettendo le radici a Palazzo Chigi, che ha i nervi d’acciaio, che è un muro di gomma contro cui vanno a sbattere le critiche, che è un volpone capace di galleggiare in mezzo a mille difficoltà; un equilibrio politico clamorosamente inadeguato al momento storico; una incapacità a prendere il toro per le corna dal punto di vista dei rapporti con l’Unione Europea e dell’impostazione di un piano di rinascita concreto ed efficace; e via discorrendo.

Se esistono cinquantanove motivi per buttare all’aria il governo Conte, ne esistono sessantuno per lasciarlo sopravvivere, aiutandolo semmai a vivere: la mancanza di alternative serie a livello politico-parlamentare; le oggettive difficoltà da affrontare azzerando quel poco o tanto che l’attuale governo ha saputo imbastire; la dimostrazione della debolezza  istituzionale verso tutti gli interlocutori che si troverebbero spiazzati dal dover iniziare interlocuzioni nuove e pericolose; l’apertura di una crisi al buio senza prospettive  a livello personale e politico; l’aggiunta di incertezza alla pur già incerta e precaria situazione globale; la fornitura dell’immagine di una classe politica rissosa ed inconcludente in una fase in cui   bisognerebbe rimboccarsi le maniche e lavorare sodo; la creazione di discontinuità in un momento che richiede un minimo di continuità nell’azione di governo; etc. etc.

Non ho ancora capito se siano in atto solo schermaglie per il riposizionamento generale e particolare, se si tratti di un tiro alla fune, se alcuni stiano bluffando mentre altri stanno a guardare, se Giuseppe Conte punti al logoramento degli avversari interni alla sua coalizione o a prepararsi una via di fuga in vista di eventuali elezioni politiche anticipate, se il M5S creda davvero a questo governo o faccia solo buon viso a cattiva sorte, se il Pd voglia dare prova di senso di responsabilità o se gli manchi la spinta per ripassare il motore di una macchina che perde colpi, se, e qui forse c’è l’interrogativo principale, Matteo Renzi intenda portare la sua azione alle estreme conseguenze o si stia creando una facile e comoda via d’uscita per quando ce ne sarà l’opportunità.

Qualcuno autorevolmente sostiene che il governo traballi non tanto per colpa di Renzi, ma per sua endemica debolezza. Anche questo discorso non è destituito di fondamento: se Conte avesse veramente le carte in regola non soffrirebbe alcun bluff da qualsiasi parte proveniente. Invece forse tutti bluffano, nessuno vuole andare a scoprire le carte. Alcuni pensano che se crisi ha da essere, la si faccia, perché può essere peggio proseguire in questo tira e molla in cui ballano i miliardi del Recovery fund, ma soprattutto l’avvenire del nostro Paese.

Io personalmente, a denti stretti, preferisco un capo inadeguato piuttosto che non avere alcun capo; meglio un uovo oggi che una gallina domani; meglio tirare a campare che tirare le cuoia; putost che nient è mej putost. Certo non sarebbe il momento per calcoli minimalisti e tanto meno per sarcastiche analisi nel più puro politichese: purtroppo a fronte della situazione di una gravità pazzesca, dobbiamo fare i conti con soluzioni purchessia. Tutti lo dicono, tutti lo pensano, tutti si lamentano, ma il meglio non è assolutamente dietro l’angolo. Pu che far il nòsi coi figh sècch as trata ad färos miga incolär atach al mur cme ‘na péla ‘d figh.

 

La minestra della ministra

La ministra dell’istruzione Lucia Azzolina in questo anno di attività non ha brillato per competenza e capacità amministrativa. La caratteristica che più mi infastidisce è però un’altra, che purtroppo risulta essere un classico di molti politici investiti di responsabilità settoriali a livello governativo: il loro orto è sempre e comunque il più verde, anche se le evidenze dimostrano il contrario o almeno mettono in discussione il loro convincimento.

Come si fa a ripetere continuamente che la scuola è sicura e quindi deve essere aperta o riaperta? Da dove provengono queste certezze? Tutto sembra dimostrare il contrario: dai trasporti alla logistica, dalla scarsità numerica degli insegnanti ai difetti organizzativi. Mi sovviene un quasi aneddoto capitato nel mio condominio: ho avuto la sfortuna di incappare in rumorosi ed invasivi lavori di ristrutturazione eseguiti nell’appartamento situato sopra il mio. La proprietaria mi tranquillizzava con un “lei signor…. non si preoccupi”.  Sulla mia testa c’era un casino pazzesco e io non mi dovevo preoccupare. Quando vuoi tranquillizzare a tutti i costi una persona, finisci col preoccuparla ancor di più e col trasmettere ad essa un’ansia incontenibile.  Se vuoi agitare una persona, dille di stare calma.

Si intuisce chiaramente che la ministra Azzolina non ha assolutamente in mano la situazione della scuola, peraltro assai complessa e problematica, purtuttavia vuole tranquillizzare operatori, insegnanti, studenti e famiglie con un certificato di sicurezza a cui non può obiettivamente credere nessuno. Cerchi di fare il possibile e l’impossibile per riaprire le scuole, ma la smetta di raccontare balle che stanno in poco posto.

La riapertura autunnale fu un flop tremendo e con ogni probabilità lo stiamo ripetendo. La ministra in questione avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni da diversi mesi e invece è ancora al suo posto, “più bella e più superba che pria”. Non solo, ma ostenta sicurezza un giorno sì e l’altro pure. I faciloni mi hanno sempre dato irritazione: nella vita non c’è niente di facile. Immaginiamo se il carrozzone scolastico possa essere ritenuto sicuro in piena pandemia… Un po’ di buon senso non guasterebbe.

Non mi metto a cantare il solito ritornello: apertura o chiusura. Non sposo a priori nessuna delle due posizioni, vorrei capire e verificare. Un ministro dovrebbe aiutarci in questo senso, senza demagogia (la scuola è più importante della salute), senza comode prudenze (non rischiamo assolutamente niente), senza propaganda verso le famiglie in difficoltà nell’accudire i figli impossibilitati a recarsi a scuola, senza lisciare il pelo agli studenti che si sentono orfani di una istituzione essenziale.

Bisogna avere il coraggio di rimboccarsi le maniche al fine di riaprire i battenti, ma, se ci si accorge che i rischi non sono sopportabili, occorre avere la freddezza di tenere chiuse le porte senza peraltro illudersi che l’istruzione a distanza possa rappresentare una soluzione organica e completa.

La ministra Azzolina deve capire che non è in gioco il suo posto nel governo (se è per quello la sua seggiola balla da quel dì), ma una partita di importanza colossale da affrontare con estrema serietà. I colleghi di governo la aiutino, ma lei si metta in condizione di farsi aiutare da tutto il mondo della scuola e la finisca con questi insulsi e assurdi assiomi con cui da mesi sta inondando il Paese. Faccia la ministra e non l’imbonitrice.

 

L’arlecchinata regionalista

Non ero fra i sostenitori ante litteram dell’istituzione delle Regioni – anche se prevista dalla Costituzione – non per motivi politici (il timore che i comunisti si impossessassero del potere con una rivoluzione a macchia di leopardo), ma per dubbi e timori che si potesse scatenare un subdolo discorso di indipendentismo nonché una prevedibile dilatazione burocratica.

Siccome la pandemia ha messo a nudo tutti i difetti e le carenze della nostra società, anche l’assetto regionale è nel mirino Covid: un’autentica arlecchinata di tattiche diverse, un’assurda gara a fare i primi della classe, una esagerata attenzione alle spinte corporative, un casino pazzesco con lo Stato centrale a fare da arbitro in una partita senza esclusione di colpi.

Anche se non sono un giurista, ho notato diverse forzature legislative nei percorsi istituzionali adottati nella lotta al coronavirus. Forzatura per forzatura – mi permetto il lusso di fantasticare – avrei revocato diversi poteri inerenti la gestione della pandemia riservati alle Regioni: probabilmente sarebbe stata necessaria una modifica costituzionale con tempi lunghi e si sarebbe scatenato un putiferio istituzionale, ma forse avremmo un po’ di chiarezza e di efficacia in più nella lotta al Covid 19.

Non è possibile che ogni Regione vada per proprio conto. Mancava solo l’arcobaleno zonale varato dal governo e tiramollato dalle regioni stesse, sballottate dal rosso fuoco (?) di chiusure (quasi) rigide all’arancione pallido (?) delle porte girevoli, al giallo rosa (?) del si salvi chi può. Non è una cosa seria, che sta dando risultati molto leggeri e insufficienti (ci voleva poco a capirlo…). Questa originale trovata non si capisce se sia dovuta alla debolezza del premier Conte, assai sensibile ai ricatti corporativi, oppure al “primadonnismo” regionale di cui sopra oppure alla mente fervida e scatenata degli scienziati. Di tutto un po’!

Adesso è la volta della riapertura delle scuole: ogni regione ha la tendenza a fare di testa propria in un bailamme educativo assai peggiore rispetto ad una chiusura generalizzata e prolungata come purtroppo avvenne in tempo di guerra. Adesso infatti oltre la guerra al coronavirus, abbiamo la guerra fra le Regioni.

Si sta profilando una certa bagarre anche in campo vaccinale: è partita la classifica per misurare la tempestività dei programmi di intervento. C’è chi accelererà le procedure a costo di compromettere la sicurezza dei vaccinandi, c’è chi le burocratizzerà per non disturbare troppo le categorie professionali interessate, già tartassate a sufficienza, c’è chi scaricherà sul governo centrale ritardi e incongruenze.

Alcuni anni or sono, per fare un piacere alla Lega e toglierle un argomento di propaganda, si accentuarono malauguratamente e confusamente i poteri delle Regioni; oggi si vorrebbe ancor più allargare l’autonomia con una sorta di battaglia fra nord-regionalista e sud-centralista. I risultati ottenuti ed ottenibili sono sotto gli occhi di tutti.  Non sarà il caso di “dare un taglio” a queste menate pseudo-autonomiste per puntare a che ognuno faccia bene il suo mestiere, punto e stop?

Aggiungiamoci anche il protagonismo dei governatori (?) – già solo il titolo mi fa innervosire – i quali non si capisce se siano rigoristi quando il governo centrale è possibilista e/o possibilisti quando i ministri sono rigoristi. Lo spirito di contraddizione, che, a quanto pare, si vende nelle farmacie regionali. In un momento storico come l’attuale avremmo bisogno di molta precisione e chiarezza di ruoli, competenze e procedure, altrimenti, come sta succedendo, si rimane vittima di un ginepraio in cui il Covid la fa ancor più da padrone.

 

Le mutande berlusconiane e i salviniani pantaloni alla zuava

 

“Il Presidente Mattarella ha saputo esprimere nel modo più alto il comune sentire degli italiani al termine di un anno difficile. Siamo in perfetta sintonia con ogni parola del Capo dello Stato, che ha saputo cogliere la sofferenza di tanti italiani, le difficoltà delle imprese, le angosce delle categorie meno tutelate, donne, giovani, disabili, lavoratori autonomi, precari. Credo in particolare sia molto importante che il Presidente della Repubblica abbia ribadito, in questa occasione solenne, l’appello ad un’unità sostanziale della nazione e della sua classe dirigente, unità che non cancella le distinzioni di parte ma che le supera in nome della comune responsabilità verso il futuro del Paese e verso le nuove generazioni”. Lo ha affermato Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, commentando il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Ho passato in rapida rassegna le stucchevoli reazioni politiche al discorso di fine anno di Mattarella e ho riscontrato come la nota più positiva e plaudente sia quella del cavaliere errante, figura della letteratura cavalleresca medievale. L’aggettivo “errante” (cioè viaggiatore, girovago) indica come il cavaliere vagabondasse per vasti territori in cerca di avventure, o allo scopo di dimostrare il proprio valore. Ebbene trovo che il discorso calzi a pennello su Silvio Berlusconi, il quale però sta vagando fuori tempo massimo, sta diventando il nonno della famiglia del centro-destra che gira per casa in mutande. Fa più tenerezza che rabbia. Peccato non conti più un cazzo, almeno per la politica (salvo una rentrée da non escludere, vista la fantasia dell’uomo), conta per gli interessi suoi e delle sue imprese.

Chi gli è rimasto intorno e gli vuole bene lo sta consigliando di smarcarsi dagli opprimenti giochi della destra italiana. Quale migliore scappatoia dell’attestarsi all’ombra dell’inquilino del Colle? Berlusconi è sempre e comunque d’accordo con Mattarella. Se il capo dello Stato lo mandasse a dar via i piedi, cosa che l’eleganza e la bonomia del presidente lo impediranno comunque, lui sarebbe d’accordo e direbbe: “Mattarella ha proprio ragione, non mi resta altro da fare”.  L’opportunismo non ha limiti, quello di Berlusconi peraltro è perfettamente in linea con tutta la sua esistenza: è come una malattia ha la fase aggressiva, poi si cronicizza, poi diventa innocua anche se non sparisce mai del tutto.

D’altra parte è tutto in coerenza con l’aspetto fisico: sembra sempre su un carro mascherato a Viareggio, recita la sua parte fino in fondo, sembra quasi chiedere scusa del disturbo arrecato (non poco per la verità), sta cercando il modo di chiudere in bellezza anche se lui non chiuderà mai a costo di diventare ridicolo. E pensare che Sergio Mattarella è stato un suo acerrimo nemico politico: il 27 luglio 1990 si dimise dall’incarico di ministro insieme ad altri esponenti della sinistra democristiana (Mino Martinazzoli, Riccardo Misasi, Carlo Fracanzani e Calogero Mannino) per protestare contro la fiducia posta dal governo sul disegno di legge Mammì di riassetto del sistema radiotelevisivo, che venne soprannominato sarcasticamente legge Polaroid in quanto, a detta dei detrattori, esso si limitava a fotografare l’esistente condizione di duopolio, legittimando la posizione dominante del gruppo televisivo Fininvest di Silvio Berlusconi. Acqua passata, tanto il cavaliere trovò un potente alleato nel popolo italiano.

Personalmente sono stato non tanto un antiberlusconiano, ma un “aberlusconiano”: per me questo personaggio non esisteva, era fuori dalla mia mentalità, ne capivo l’estrema pericolosità, non l’avrei votato nemmeno sotto tortura, ci vedevo molti tratti di fascismo riveduto e corretto, intravedevo una deriva che avrebbe portato l’Italia in malora. Molti sottovalutarono il pericolo e si allearono con lui, altri lo combatterono in modo schematico e poco incisivo.

Ebbene non vorrei mai che mi toccasse rimpiangerlo ed in effetti, quando vedo e sento Matteo Salvini e Giorgia Meloni, lo rimpiango con una certa nostalgia: è proprio vero che al peggio non c’è mai un limite. Quando si insediò il primo governo Berlusconi, dai banchi berlusconiani del parlamento gridarono a Massimo D’Alema, che stava osteggiando, in modo forte ed altezzoso, la nascita di quel governo: “Rimpiangiamo il partito comunista…”. Lui, con la sua solita vis polemica, rispose: “E io rimpiango la democrazia cristiana…”. Sì, qui è tutto un rimpianto, non si finisce mai di rimpiangere il passato. Rimpiangere Berlusconi è il non plus ultra e in parte, seppure tra il serio e il faceto, mi sta succedendo.

 

 

 

 

La vocina montiana della coscienza contiana

Si fa un gran parlare del futuro politico di Giuseppe Conte. Mentre in parecchi stanno escogitando il modo migliore per giubilarlo, lui sornionamente, forse, sta sfogliando la margherita per decidere come configurare le proprie prospettive. Fare il Cincinnato non sarebbe infatti il suo mestiere.

E allora a chi chiedere consigli più o meno leali e disinteressati? Il Corriere della Sera ci ha pensato con Mario Monti, che, nel corso di un’intervista, ha sciorinato questo percorso a livello più lapalissiano che coscienziale: «Mi interrogherei sullo strumento migliore. In che modo io Giuseppe Conte — che sono diventato premier un po’ per caso ma che in due anni e mezzo, me lo riconoscono tutti, ho accumulato grande esperienza nazionale e internazionale e ho dato prova di notevoli capacità — potrei contribuire al meglio a questo cambiamento dell’Italia? Costituendo un mio partito? Prendendo il controllo del partito che mi ha espresso come premier? Guidando una coalizione alle elezioni? O eventualmente, se ne ricorressero le circostanze, come presidente della Repubblica?».

Il pulpito non è troppo credibile: Monti scelse di improvvisare un partito, ottenne immediatamente un discreto riscontro elettorale, ma poi il suo progetto andò in fumo e lui, politicamente parlando, fece la fine della famosa contadinella. La povera Rosalina viveva nella più assoluta miseria in un paesino di campagna. Un giorno gli diedero in dono una bella ricottina: Rosalina la mise in un cestello e se ne andò al mercato. Lungo il cammino cominciò a fantasticare, facendo i suoi progetti: andrò al mercato, venderò la ricotta, con quei soldini comprerò delle uova che metterò sotto le chiocce e nasceranno i pulcini che diventeranno polli; venderò i polli e comprerò delle caprette che mi daranno i caprettini: io li venderò e comprerò una vitellina che diventerà mucca e mi darà il latte per fare tante ricottine. Diventerò ricca e la gente passando davanti alla mia bella casetta mi dirà: “Riverita signore Rosalina, riverita!”. Nel dir così la svampitella fece un profondo inchino e la ricotta andò a finire in mezzo alla strada.

In un tempo in cui gli eventi si susseguono come in una maionese impazzita, resta legato allo schema storico che prevede la nascita di un partito sulla base di una idea forte, di una storia radicata, di un’esperienza allargata, soprattutto di una cultura collaudata. I partiti personali fanno sempre una brutta fine e segnano fasi inconcludenti, confuse e pericolose nella vita politica. Molto diverso quindi sarebbe il mio consiglio a Conte rispetto a quanto gli suggerisce il suo illustre predecessore Mario Monti.

Parliamoci chiaro: di giravolte spericolate Giuseppe Conte ne ha già fatta una. Lasciamo stare il fatto che si stia dimostrando salutare per il Paese: cosa sarebbe successo infatti se Matteo Salvini fosse rimasto in sella? Non so se l’ipotesi comporti più crasse risate o salutari brividi. Adesso però basta e avanza. Non vorrei che le intemperanze del primo Matteo (Salvini) lo avessero spinto ad un rigurgito orgoglioso e dignitoso e quelle del secondo Matteo (Renzi) lo inducessero ad un triplo salto mortale per uscire da una trappola che gli stanno tendendo. Triplo perché si tratta di dribblare gli attacchi insidiosi di Italia viva, le incoerenti incertezze del M5S, le solite indecisioni del Partito democratico.

Forse siamo sempre lì a girare intorno al nulla del cosiddetto “centro” politico, inteso come area da occupare più che come stile da adottare. Il vero centro è finito (purtroppo) con la Democrazia cristiana, un centro a cui fu impedito (il modo ancor m’offende) di guardare veramente a sinistra. Dopo la Dc fu il diluvio Berlusconiano (Dio ce ne liberi per sempre) e poi ecco spuntare il montismo nato dalle ceneri tecniche dello scampato pericolo della disfatta totale (merito di Napolitano, Merkel e Obama). Il centro è la primula rossa dello schieramento politico italiano: “Lo cercan qui, lo cercan là,/ dove si trovi nessuno lo sa./ Che catturare mai non si possa,/ quel dannato Centro della fossa?”.

E poi, siamo seri: è proprio sicuro che, con tutti i problemi che abbiamo serva porsene uno sul futuro di Giuseppe Conte? È proprio opportuno in mezzo alle disgrazie, che ci stanno sommergendo da ogni parte, andare a cercare del freddo nel letto futuro di Giuseppe Conte. Non è sufficientemente insicuro il letto presente dell’avvocato del popolo per sognare quello del salvatore della patria?

 

 

La trasgressione è il mio mestiere

Ho sempre avuto un’innata simpatia per le persone trasgressive, dovuta al fatto che nella mia vita la trasgressione è stata l’arma di difesa contro le insopportabili costrizioni e il modo per affrancarmi dal perbenismo (non) ragionando con la mia testa. Fortunatamente, quasi sempre, i messaggi educativi, soprattutto quelli ricevuti da mio padre, avevano un’abbondante dose di trasgressione e provocazione, ironica, per non dire graffiante, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, etc: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata, ma sottilmente e gradevolmente percettibile e assimilabile.

Ecco perché non mi sono scandalizzato degli strani episodi che riporto di seguito: in un certo senso mi hanno sollevato il morale, schiacciato dalla solita melassa natalizia, che niente ha da spartire con la fede cristiana e la solidarietà umana. In fin dei conti cosa c’è di più trasgressivo del Natale. Pensiamo alla coppia di fatto per eccellenza da cui tutto nasce; i primi ammiratori che partecipano all’evento sono degli sporcaccioni patentati e dei brillanti fattucchieri; ed è solo l’inizio della vita del più trasgressivo di tutti gli uomini, così trasgressivo al punto da essere Figlio di Dio. Esprimo quindi tutta la mia comprensione e la mia simpatia per i protagonisti dei tre episodi che provocatoriamente riporto, sui quali non c’è da ridere, ma da riflettere.

  1. Un’ordinanza urgente per chiudere e sanificare la cattedrale di San Nicola di Mira, nel comune del Cosentino famoso per essere la capitale religiosa degli italo-albanesi continentali, sede dell’Eparchia bizantina. L’ha firmata il sindaco di Lungro, Giuseppe Santoianni, dopo aver appreso della positività al Coronavirus di uno dei fedeli presenti in chiesa nei giorni scorsi. A preoccupare è stata l’assoluta mancanza di osservanza dei protocolli antiCovid, in nome del rispetto della liturgia, che secondo il rituale bizantino prevede che tutti bevano dallo stesso calice durante l’eucaristia. A rivelarlo, un video pubblicato e poi rimosso sul profilo social del sacerdote, in cui i fedeli – con la mascherina abbassata – poggiano le labbra sullo stesso calice.

 

  1. Hanno attraversato nudi alcune strade del centro di Bitonto prima di essere bloccati dalle forze dell’ordine su segnalazione di alcuni cittadini. È accaduto venerdì mattina, il giorno di Natale. Protagonista una giovane coppia, lui di 23 anni e lei di 21, in evidente stato di alterazione forse a causa dell’assunzione di sostanze stupefacenti. L’episodio è stato immortalato da un video che in poche ore è diventato virale facendo il giro dei social e delle chat. Nelle immagini si vedono i due che camminano al centro della strada, lui completamente nudo e lei indossando solo indumenti intimi. Ad un certo punto del loro tragitto alcuni cittadini hanno fermato la coppia soccorrendo la donna che, stando ad alcune testimonianze, chiedeva aiuto, mentre il 23enne ha proseguito fino a quando, qualche centinaio di metri più avanti, è stato fermato dai carabinieri che stanno ancora indagando per ricostruire quanto accaduto, valutando con le autorità sanitarie e la Procura un eventuale ricovero. Della vicenda sono stati interessati anche il Comune e il Tribunale per i Minorenni perché la coppia ha un figlio di 3 mesi che è stato preso in carico dai servizi sociali territoriali. “Credo sia preferibile non ironizzare su quanto accaduto, prima di conoscere la storia sociale e umana sottesa a certi comportamenti” ha commentato su facebook il sindaco di Bitonto, Michele Abbaticchio, assicurando che “i servizi sociali si stanno rapportando con le forze dell’ordine su nostra preoccupata sollecitazione. Credetemi sulla parola perché non posso aggiungere altro: non c’è nulla da ridere”.

 

  1. “Vi invito oggi a mangiare bene e a bere con abbondanza, ma non la Coca-Cola! Vino buono, perché il vino è segno della vita eterna! In paradiso fratelli miei gli astemi non potranno entrare, perché si beve il vino!”. Sono parole di don Pietro Cesena, parroco della popolosa frazione di Borgotrebbia alla prima periferia di Piacenza. Il video dell’omelia di Natale – interrotta da scroscianti applausi dei fedeli presenti – è già diventato virale sui social. Don Cesena è un sacerdote molto popolare a Piacenza ed è già balzato alla ribalta delle cronache quando nell’aprile scorso pagò una multa di 400 euro per aver detto messa con i fedeli presenti in un periodo in cui era vietato. Il giorno di Santo Stefano il parroco è stato ricoverato nel reparto di pneumologia dell’ospedale di Piacenza in osservazione: gli è stata diagnosticata una polmonite bilaterale ed è risultato positivo al coronavirus.

 

Ho pagato il mio giusto tributo alla trasgressione. Morale degli episodi: trasgredire fa bene, ma il richiamo alla realtà incombe e da essa non si può scappare. Le regole possono dare fastidio, ma servono, il non osservarle non deve essere un divertimento, ma una scelta motivata e tale da metterle in discussione in modo profondo ed esistenziale. Mi si chiederà: allora che trasgressione è? Rispondo in chiave cristiana, in base alla mia fede trasgressiva. La vita di Gesù è stata tutta un’oscillazione tra l’accettazione delle regole e la loro messa in discussione: gioco possibile solo a un Dio in vena di cambiare il mondo senza cambiarlo. Sappiamo tutti come andò a finire: nella più grande trasgressione possibile, quella di morire in croce per ridare vita vera a tutti.

 

 

 

Lo Stato fannullone e il privato tuttofare

  1. In questi giorni, si capirà dopo il perché, mi sovviene un’esperienza fatta durante la mia vita professionale, all’inizio degli anni novanta del secolo scorso. Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui era seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma…

 

  1. Un mio carissimo amico, impegnato in modo eroico nell’assistenza agli immigrati, nel dicembre 2015 scrisse pubblicamente una lettera alle autorità locali.

 

“Nella mattina del 16 dicembre scorso i Vigili urbani di Parma hanno sottratto le coperte con le quali i migranti che si rifugiano sotto i portici della Pilotta si coprono per ovviare – seppur in minima parte – al rigore delle notti invernali. Quei migranti sono lì a trascorrere la notte non per spirito di esibizionismo, ma perché non trovano posto nei dormitori comunali o non rientrano nei canoni stabiliti per la protezione -temporalmente limitata- dei nuovi richiedenti rifugio.

Le coperte portate a loro sono, in gran parte, raccolte nella chiesa di S. Cristina. da persone di buona volontà. Altre organizzazioni pensano al cibo. Numerosi sono i migranti che non trovano ospitalità nei dormitori e sono costretti a dormire all’addiaccio in varie parti della città. La Pilotta costituisce il posto migliore, più sicuro, in quanto al coperto, monitorato da una telecamera della Questura che fa sì che non vi siano episodi di spaccio o di criminalità abituale. Non costituiscono motivo di disturbo in quanto arrivano verso le 22 o 23, e sgombrano lo spazio al mattino, spesso anche prima dell’arrivo di turisti o fruitori della Biblioteca.

Alcuni ritengono la faccenda indecente per il decoro della Città, ma forse è indecente perché evidenzia l’incapacità delle Istituzioni a provvedere ad un minimo rispetto per i diritti di persone che chiedono aiuto.

Sarebbe importante sapere se i Vigili urbani che hanno operato in quel modo (forse legale, ma sicuramente immorale, disumano) hanno agito di loro spontanea iniziativa, spinti da zelo crudele, o sono stati spinti all’azione da ordini superiori.

Già altre volte i Vigili urbani sono stati attori, qui a Parma, di operazioni del genere (multe, pestaggi) e forse sarebbe necessario che si stabilisse, pubblicamente, una volta per tutte, quali sono i limiti del loro agire in situazioni di emergenza (emergenza che, oramai, è cronica). In ogni caso, quali sono i provvedimenti che le Istituzioni di Parma intendono prendere, assumendosi le proprie responsabilità pubblicamente?”.

La lettera è inutile precisarlo rimase senza risposta.

 

  1. In questi giorni è scoppiato a Parma lo scandalo a carico di un’associazione di volontariato, che, stando ai risultati di un’inchiesta poliziesca e ai primi provvedimenti dell’autorità giudiziaria, avrebbe gestito in modo scorretto l’accoglienza agli immigrati in base a pubbliche assegnazioni ottenute in modo altrettanto scorretto. Non entro nel merito anche se non mi unisco al coro dei petulanti perbenisti che, come diceva mia sorella, si scandalizzano di tutto e di tutti, finanche del proprio culo. Staremo a vedere se si tratterà del solito castello di sabbia dietro cui difendere la colpevole inerzia dei pubblici poteri.

Sì, perché, a tutti i livelli, chi governa la cosa pubblica risulta inadempiente e inconsistente. Da una parte abbiamo i “negazionisti” del fenomeno migratorio, che vorrebbero cancellarlo con un deciso tratto di penna all’insegna dello sbrigativo e sollecito rimpatrio: cosa impossibile oltre che umanitariamente riprovevole. Dall’altra parte gli “interventisti”, che però non sanno o non vogliono intervenire: non sono capaci di programmare i flussi, di organizzare l’accoglienza, di gestire strutture adeguate al bisogno, di controllare le situazioni sul campo.

I primi esorcizzano il privato sociale ritenendolo un’interferenza affaristica nel problema migratorio; i secondi appaltano a destra e manca e poi se ne fregano, salvo criminalizzare il primo ente che capita sotto le grinfie di controlli spesso tardivi, approssimativi e incompetenti.

Allora prima di tutto lo Stato, in tutte le sue articolazioni istituzionali, deve fare il suo “mea culpa” e non presentarsi trionfalmente davanti alle telecamere con le spoglie del malcapitato imprenditore sociale in odore di speculazione.

In secondo luogo, prima di criminalizzare qualcuno e di mostrarlo alla pubblica opinione come capro espiatorio di un fenomeno generalizzato, bisognerebbe attendere che la giustizia faccia il suo corso per poi magari scoprire fra dieci anni che l’impianto accusatorio si basava su un castello di carte piuttosto inconsistenti e poco probanti.

Non voglio negare che speculazione, affarismo, illegalità si nascondano anche nel mondo del cosiddetto privato-sociale: d’altra parte la definizione stessa è portatrice di un benefico paradosso dietro cui possono celarsi interessi molto privati e assai poco sociali. Però non ci sto a sputtanare tutto e tutti per fare un piacere a Salvini e a chi straparla e “strapensa” come lui, ma nemmeno a chi parla bene contro Salvini e razzola male sul difficile ma imprescindibile terreno dell’immigrazione.

Se i pubblici poteri non riescono a gestire in proprio il discorso migratorio, siano almeno solleciti nell’effettuare controlli preventivi e in corso d’opera, senza sparare a casaccio, nel mucchio, una tantum, per dimostrare la propria (in)esistenza e (in)consistenza.

Devo essere sincero: intravedo accanimento mediatico, investigativo e giudiziario nella vicenda dell’associazione “Svoltare” e del suo rappresentante legale, sul quale peraltro qualcuno sta facendo della gratuita e macabra ironia. Sarà perché ho imparato, anche a mie spese, a non dare spallate di comodo a chi si trova in difficoltà. Ho letto una sfilza di capi d’accusa che nemmeno la più brutta associazione a delinquere potrebbe comportare. Non sono né rigorista né garantista, tento disperatamente di essere una persona obiettiva, che non si fa bella enfatizzando tutto ciò che di brutto le succede intorno. Se, nel settore dell’accoglienza agli immigrati, “Svoltare” ha peccato, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

 

Errare è umano, ma anche diabolico

È successo a mia madre ed è successo anche a me. Mia madre andò a ritirare il referto delle analisi del sangue eseguite in un laboratorio ospedaliero e da queste risultò un quadro assai preoccupante, da far tremare le vene ai polsi. Il medico curante restò molto perplesso e, rivolto a mia madre, azzardò un clamoroso pronostico: “Queste non sono le tue analisi, da quanto ti conosco io, c’è qualcosa che tocca…Rifacciamole in un altro laboratorio che conosco e di cui mi fido”. Rifatte le analisi, svelato il mistero: della patologica e grave segnalazione precedente non c’era più nulla, tutto rientrava nella normalità. Tutto è bene quel che finisce bene. Ricordo però che mio padre azzardò un’ipotesi piuttosto plausibile: uno scambio di persona con il ben più grave conseguente disastro a carico dell’altra persona. L’episodio finì lì con un grosso respiro di sollievo e una certa soddisfazione del medico che non aveva creduto all’evidenza dei dati emergenti dalle analisi al punto che non ritenne nemmeno il caso di rifare ulteriormente le analisi. Disse infatti: “Queste sono finalmente le tue”.

È successo a me. Le analisi eseguite in due laboratori a distanza di un giorno diedero risultati diametralmente opposti relativamente ad un dato che lasciava intendere una preoccupante anomalia sanguigna. Il mio medico, scrupoloso come non mai, fece presente la cosa e il laboratorio che aveva fornito il dato sballato, rifece prelievo e analisi e tutto si chiarì o meglio tutto rimase nel dubbio su cosa fosse successo.

È pur vero che i risultati delle analisi di laboratorio vanno letti nel loro contesto e applicati al soggetto interessato sotto lo sguardo vigile del medico capace di interpretarli. È altrettanto vero che, come ebbe a dirmi un autorevole medico, la medicina non è una scienza esatta, da lui acutamente assimilabile più alla letteratura che alla matematica. Tuttavia si resta sbigottiti e preoccupati di fronte a certi casi che mettono più di una pulce nell’orecchio.

Tutto quanto sopra per arrivare ad una notizia piuttosto allarmante. Un problema tecnico ad uno strumento del laboratorio analisi dell’ospedale Parini di Aosta ha dato, domenica scorsa, esito positivo a numerosi tamponi che invece non lo erano. I falsi contagiati, almeno una ventina, già ricoverati, sono stati trasferiti nei reparti Covid la sera stessa. Il fatto – secondo quanto appreso dall’Ansa – è avvenuto domenica scorsa. Solo la mattina del 28 dicembre si è scoperta la loro negatività e ora i soggetti coinvolti si trovano isolati in altri reparti. Il malfunzionamento dello strumento di analisi ha anche generato un boom di contagiati, 61 nuovi casi su 68 persone testate mettendo in allerta gli operatori Usl.

Gli errori sono sempre possibile (chi non ne fa?), sia a livello umano che a livello delle macchine, però non è piacevole che accada. Anche perché in questi casi sorge il dubbio che di errori se ne possano essere verificati parecchi con il conseguente danno psicologico e fisico a carico dei soggetti interessati, ma pure con il conseguente dubbio in merito alla veridicità e attendibilità dei dati su cui stiamo costruendo la strategia di contenimento e combattimento della pandemia da Covid 19 e varianti.

Se devo essere sincero, fino ad ora i miei dubbi erano relativi alle modalità di raccolta ed elaborazione dei dati globali giornalieri su cui vengono imbastiti gli andamenti epidemiologici. Figuriamoci se i dubbi si spostano addirittura a monte, vale a dire sull’attendibilità dei dati stessi. Si dirà che gli errori vengono assorbiti a livello dei grandi numeri. D’accordo, ma andatelo a dire a quelle persone che per errore hanno vissuto l’incubo dell’isolamento. D’altra parte in uno stato di perenne emergenza come quello vissuto dalla sanità da diversi mesi, c’è da aspettarsi questo ed altro. Un motivo in più per sputare meno sentenze, per chiacchierare meno, per ostentare meno certezze e per scaricare meno colpe sugli altri.

In cauda venenum: speriamo che gli errori non siano stati fatti nella costruzione del vaccino e che non vengano fatti nella somministrazione dello stesso. Forse è meglio non pensarci e fare qualche atto di fede e, come detto, sperare bene e contare sulla carità (impegno serio e disinteressato) degli uomini, ma soprattutto su quella di Dio (la più sicura!).

 

 

I pirla non finiscono mai

Che le sentenze di primo e secondo grado emanate dalla Federcalcio in ordine alla partita Juventus-Napoli fossero assurdamente ingiuste ci voleva poco a capirlo. Il Collegio di Garanzia del Coni ha stabilito che Juventus-Napoli andrà giocata, accogliendo il ricorso del Napoli contro il 3-0 a tavolino e il punto di penalizzazione, inflitti al club di De Laurentiis per non essersi presentato allo Stadium di Torino, il 4 ottobre scorso, per sfidare la Juve, a causa della positività al Covid di alcuni giocatori e al provvedimento della Ausl competente che intimava ai componenti della squadra napoletana di non muoversi.

È pur vero che per vincere una causa bisogna avere ragione, ma soprattutto trovare un giudice che te la riconosca. Il Napoli l’ha trovato nel Collegio di Garanzia del Coni, ma adesso forse vuole stravincere per bocca (lavata) del suo loquace presidente.

“Pirlo dovrebbe fare l’allenatore e basta, non fa di mestiere l’avvocato. Non voglio prendermela con Pirlo dandogli del pirla, sarebbe troppo facile. Ha detto quello che avrebbe detto qualsiasi allenatore per difendere la società per cui lavora”. Al “Tgzero” di Radio Capital, intervistato da Edoardo Buffoni (un cognome che è tutto un programma…), il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha attaccato l’allenatore dei campioni d’Italia. Pirlo aveva commentato così: “Dispiace per le altre squadre che hanno viaggiato e perso punti senza dir niente, giocando senza i calciatori con il Covid”.

Ma la polemica non è finita con questa schermaglia a distanza, perché De Laurentiis ha rivelato anche di aver ricevuto diverse telefonate di solidarietà. “Mi ha chiamato Mario Draghi, di cui sono estimatore e, da uomo di Stato, mi ha espresso compiacimento”. Ebbene, di riffa o di raffa, finisce in politica. Draghi non sarà certo molto soddisfatto di questo encomio poco solenne indirizzatogli dal presidente del Napoli calcio. Adesso una sua eventuale candidatura a premier dovrà fare i conti, oltre che con le opposizioni parlamentari, le gelosie di Giuseppe Conte e lo scetticismo pentastellato, anche con l’ostilità del popolo juventino, maggioranza relativa se non assoluta della tifoseria. De Laurentiis, involontariamente, ha messo una pietra tombale sulla possibilità che Mario Draghi possa andare a palazzo Chigi. Vorrà dire che ci manderemo De Laurentiis stesso, in preda ad un delirio di onnipotenza, che però avrà contro il trasognato Andrea Pirlo con tutto l’esercito juventino schierato e pronto a sparargli contro. Gigi Buffon si limiterà a bestemmiare fra i denti.

L’equivoco Pirlo-Pirla è fin troppo scontato, ma mi ha ricordato un serrato e simpatico dialogo avuto tempo fa con una signora anziana, acutamente critica, al limite del qualunquismo, contro la politica italiana, meglio dire contro i politici del nostro Paese. Ad un certo punto del discorso si lasciò scappare un epiteto alquanto sferzante contro gli occupanti delle aule di Montecitorio e palazzo Madama: il “Pirlamento”. Sulle prime pensai ad un lapsus, poi mi dovetti rassegnare all’evidente e caustico (pre)giudizio istituzionale.

Anche De Laurentiis non ha saputo resistere alla tentazione di “pirlarizzare” il nemico, che non c’entra niente con la politica, non credo infatti che l’attuale allenatore juventino voglia trasferirsi in politica (mai dire mai!), però la politica ha fatto immediatamente capolino con la inopportuna evocazione di Mario Draghi, il quel non meritava di essere tirato in ballo. Ecco quindi servita su un piatto d’argento la pirla-connessione fra calcio e politica. Alle bestemmie di Buffon, alle pirlate di Pirlo, alle presunte (?) tresche in favore di Suarez, si aggiungono le cazzate di De Laurentiis e non è finita qui.

Posso permettermi anch’io una digressione calcistico-politica? L’ex presidente della Bce mi era simpatico per il suo aplomb tecnico-istituzionale, per la sua enorme ma non ostentata preparazione professionale, per la sua sincera riottosità verso la carriera politica. Ora lo godo ancor di più perché in modo indiretto ed elegante ha ammesso di non essere juventino. Non l’avrei mai saputo se non avesse logorroicamente pensato di comunicarmelo Aurelio De Laurentiis. Grazie e forza Napoli!