La puzza della melina cattolica

In questi giorni nell’ambito di una ansiosa, confusa e tardiva ricerca di nuove e fattive combinazioni politiche a supporto di un governo che, al di là delle strampalate tattiche renziane, sta dimostrando tutti i suoi limiti programmatici, spunta un patto con l’Udc per porre le basi di un partito di Conte che sia un contenitore di moderati di ispirazione cattolica, europeista e liberale, una costola italiana del Ppe. Se la vogliamo dire in modo brutale, “quando il 31 mi batte”, riecco la voglia anacronistica ma impellente di una riedizione purchessia della Democrazia Cristiana.

Mia sorella Lucia era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica: sintetizzava il giudizio con una espressione colorita, esagerata e disinibita come era nel suo carattere. Non andava per il sottile e li definiva “cattolici di merda”.

Innanzitutto non sopportava i grilloparlanteschi atteggiamenti della gerarchia nelle sue varie espressioni, centrali e periferiche, volti ad esprimere forti e generiche critiche ai politici, con cui peraltro non era affatto tenera. Rinviava però al mittente parecchi rilievi: “Sarebbe molto meglio che si guardassero loro, che ne fanno di tutti i colori, anziché scandalizzarsi delle malefatte delle persone impegnate in politica”. Punto e a capo.

In secondo luogo diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando calunnie e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale; quello di chi pensa che i cattolici siano i migliori fichi del bigoncio e quindi li ritiene per ciò stesso i più adatti a ricoprire le cariche pubbliche.

In terzo luogo, così come non sopportava il clericalismo ad oltranza, a rovescio non digeriva i giudizi sommari contro i cattolici investiti di incarichi pubblici; così come non sopportava i bigotti del tempio, non gradiva i bigotti della cellula di partito. Si riteneva una cattolica adulta, capace pur con tutti i suoi limiti e difetti, di discernere in campo politico, senza fare ricorso agli ordini provenienti dal clero, soprattutto quello di alto bordo.

Perché ho rispolverato questa lezione di vita: “Mia sorella mi ha fatto da battistrada e da esempio sulla via della non facile e tutt’altro che scontata combinazione tra dedizione ed autonomia nell’ambito familiare, sul sentiero impervio dell’impegno politico lontano da ogni compromesso col potere, sulla partecipazione convinta ma critica alla vita ecclesiale, sul forte legame con la schietta e generosa gente dell’Oltretorrente”. Così ho scritto sull’ultima pagina di copertina del libro a lei dedicato e quando le situazioni diventano particolarmente problematiche attingo a piene mani ai suoi insegnamenti.

La contingenza politica mi spinge a farlo e quindi tento di leggere la situazione inforcando a contrariis gli occhiali del cosiddetto “cattolicesimo di merda”. Giuseppe Conte mette il certificato di Battesimo nel suo scarso e scarno pedigree e riesce così a trovare consensi e appoggi nel mondo clericale. Matteo Renzi cavalca la tigre del cattolicesimo democratico ai cui esponenti storici tenta di fare il verso: assomiglia a loro solo nel pisciare. Matteo Salvini sfodera rosari e professioni di fede a livello di comizi elettorali, pensando che sedendo alla destra del Padre Gesù abbia fatto una scelta di schieramento politico. Sono i tre filoni aberranti del cattolicesimo mal coniugato con la politica.

E pensare che ci sarebbe tanto bisogno di riprendere i principi evangelici per tentare di tradurli non tanto in senso partitico o correntizio, ma in senso ideale e comportamentale. Ultimamente qualcuno ha fatto un timido e velleitario tentativo “terzaforzista”, vale a dire di ricollocare lo stile moderato ed equilibrato dei cattolici al centro dello schieramento politico. È un discorso che ciclicamente rispunta, ma che regolarmente abortisce. Adesso nasce la tentazione di appiccicare l’etichetta di “responsabili-costruttori” ad un manipolo di nostalgici moderati riciclati in salsa euro-liberale in soccorso bianco a Giuseppe Conte. Si dirà: sempre meglio che andare alle elezioni politiche anticipate nel casino totale. D’accordo, ma non mi basta. Il mio benaltrismo prende corpo, si trasforma in scetticismo e rischia di sfociare in qualunquismo. La politica, così facendo, non è l’arte del possibile, ma l’artigianato dell’impossibile.

Tornando ai cattolici, lo scenario pandemico dovrebbe aiutare a ripulirli da ogni e qualsiasi scoria integralista, bigottista, clerico-fascista e opportunista. Niente da fare, anche il coronavirus induce in tentazione e il più anticlericale dei papi della storia passata, presente e futura ha un bel daffare a predicare bene: i cattolici continuano imperterriti a razzolare male. Quando il santo sindaco di Firenze Giorgio La Pira affrontava delle sfide pazzesche al fine di testimoniare i valori fondanti del cristianesimo a livello degli equilibri politici internazionali, faceva il giro dei conventi delle suore di clausura mobilitandole nella preghiera di sostegno alle battaglie per la pace e la giustizia. Forse bisognerebbe fare altrettanto e più che mai oggi. Aldo Moro durante i giorni della prigionia, stando alle strazianti lettere inviate alla moglie, pregava Giorgio La Pira. In questo periodo preghino insieme per l’Italia e per il mondo intero. È troppo grande l’ispirazione cristiana per appiattirsi sulle beghe politiche, ma è anche troppo importante per essere sprecata in irrilevanti meline politiche.

 

 

L’esercito degli incapaci

Non so se Matteo Renzi avesse l’intenzione penelopiana di disfare la tela che lui stesso aveva, seppure confusamente, imbastito: mi riferisco alla combinazione giallo-rossa di cui fu equivoco ispiratore. Forse il vero obiettivo di Renzi è quello di creare zizzania in casa governativa per togliere scena e consenso soprattutto ai grillini, ritenuti terreno da dissodare alla conquista di una riedizione dell’antipolitica riveduta e corretta in salsa centrista. Magari finisce col rinverdire l’orgoglio pentastellato convertendolo alla politica politicante.

L’exploit pentastellato alle elezioni politiche del marzo 2018 aveva comportato l’elezione di 222 deputati e 112 senatori per un totale di 334 parlamentari. Da allora si è avuta una emorragia assai più che fisiologica, dovuta a dimissioni ed espulsioni, di 42 parlamentari a cui si potrebbero aggiungere qualcun altro dei tredici che hanno votato no alla riforma del Mes. Siamo al 13% di fuorusciti dal movimento: mi risulta che siano confluiti in altri gruppi parlamentari. Se non erro nessuno ha rinunciato alla carica, nonostante che il vincolo di mandato sia un cavallo di battaglia del M5S.

A parziale giustificazione di queste defezioni più o meno volontarie c’è indubbiamente la giovane età del movimento e soprattutto il meccanismo selettivo piuttosto approssimativo e improvvisato. Il calo però sta a dimostrare una certa qual incertezza di linea politica, che non solo si è tradotta in alleanze di governo altalenanti, ma anche in confusioni programmatiche su temi rilevanti come l’immigrazione e i rapporti con l’Europa. Le fuoruscite infatti non sono che la punta dell’iceberg rispetto alle divisioni interne ed ai personalismi a cui non è riuscito a porre rimedio il carismatico ma sempre più recalcitrante capo Beppe Grillo.

L’elettorato italiano ha dato la maggioranza relativa al movimento dell’antipolitica finendo col riconoscergli tutti i difetti e i pochissimi pregi della politica stessa. Stando ai sondaggi di opinione il consenso ai cinque stelle si sarebbe pressoché dimezzato e anche le elezioni regionali e locali hanno segnato la perdita di milioni di consensi. Questo pseudo-partito è un equivoco fin dalla sua nascita. Ha raccolto e incanalato politicamente ed istituzionalmente gran parte della protesta, ma non l’ha saputa gestire e tradurre in programmi concreti di rinnovamento, fermandosi ad una coltivazione populistica del consistente orto conquistato. L’equivoco continua e non bastano la pigra pazienza dell’alleato piddino, il fastidioso e pretestuoso pressing renziano, la bassa mediazione del premier Conte, costola quasi impazzita del movimento, la mancanza di alternative credibili ed agibili a livello di maggioranza parlamentare e di governo, la frastornata opinione pubblica pre e post Covid, a rendere accettabile il presuntuoso e inconcludente praticantato politico dei grillini.

Sul piano oggettivo ci sarebbero i presupposti per elezioni politiche anticipate: il partito pilastro della legislatura rischia di portare tutti al crollo. Siccome però la politica non si esaurisce con le elezioni, la situazione le sconsiglia di brutto e costringe a tenere in piedi un castello di sabbia, sempre meglio di un salto nel buio pesto.

Purtroppo su tutto prevale la penosa qualità degli esponenti politici pentastellati, autentici dilettanti allo sbaraglio, insopportabili mestieranti che si ergono a moralizzatori con la loro sostanziale immoralità fatta di incapacità. Non so infatti se faccia più danno chi ruba nelle casse erariali o chi non sa fare il proprio mestiere di parlamentare, di ministro, di amministratore pubblico in genere.

Marco Travaglio ha stigmatizzato in modo pesantissimo il comportamento di Matteo Renzi (l’innominabile) e della sua Italia viva in merito al Mes ed al Recovery fund: “Da che mondo è mondo, quando l’Anonima Sequestri prende qualcuno in ostaggio, chiama i famigliari per chiedere il riscatto. Invece l’Innominabile e gli altri italomorenti sequestrano Conte, ma non dicono cosa vogliono in cambio del suo rilascio”. Travaglio la definisce “una nuova fattispecie di banditismo politico: il sequestro di governo a scopo di estorsione imprecisata”.

Se Italia viva è politicamente assimilabile all’Anonima Sequestri, il M5S lo possiamo tranquillamente paragonare all’esercito degli incapaci (arruola anche personaggi provenienti da altre formazioni politiche, ma i grillini ne hanno la maggioranza qualificata), che Berlusconi voleva ingaggiare per la pulizia dei cessi di Mediaset senza contare che proprio lui aveva trasformato l’Italia in un cesso globale bisognoso di un esercito di pulitori.

Ci vuole solo l’abilità diabolica di Grillo a tenere in piedi una simile armata Brancaleone: l’ha voluta e adesso non riesce a disfarsene, anche se dà crescenti segni di intolleranza e insoddisfazione. In conclusione siamo nelle mani di Beppe Grillo e dobbiamo sperare nel suo carisma (?). Preferisco sperare nell’equilibrio del presidente della Repubblica, che non invidio e che con garbo e signorilità cerca di tenere in riga questi bamboccini e bamboccioni caduti dalle stelle.

 

Vaghi protettori per autorevoli personaggi

L’espressione potenze dell’Asse, o semplicemente Asse, è usata per indicare l’insieme delle nazioni che parteciparono alla seconda guerra mondiale in opposizione agli Alleati. A dare popolarità al termine fu Benito Mussolini che, durante un discorso tenuto a Milano il 1º novembre 1936, definì «asse» l’intesa stipulata il precedente 24 ottobre tra la Germania e il Regno d’Italia, chiamata per questo motivo «Asse Roma-Berlino». Il successivo Patto d’Acciaio, stipulato dalle due potenze il 22 maggio 1939, rappresentò il primo nucleo dell’alleanza militare, poi estesa anche al Giappone con il Patto tripartito del 27 settembre 1940 (detto anche «Asse Roma-Berlino-Tokio»).

La storia per certi versi si ripete, in grande o in piccolo, e per altri versi sorprende. In questi giorni in Italia si stanno configurando due anacronistici, stranissimi, imprevisti e imprevedibili assi a rendere ancora più complicata e aggrovigliata la matassa politico-governativa.

Papa Francesco in una intervista televisiva ha dichiarato, autorevolmente e credibilmente: “La parola chiave per pensare le vie di uscita dalla crisi è la parola vicinanza”. Se non c’è unità, vicinanza, ammonisce il Papa, “si possono creare delle tensioni sociali anche all’interno degli Stati”. Parla così della “classe dirigenziale” nella Chiesa come nella vita politica. In questo momento di crisi, è la sua esortazione, “tutta la classe dirigenziale non ha diritto di dire ‘io’ … deve dire ‘noi’ e cercare una unità di fronte alla crisi”. In questo momento, riafferma con forza, “un politico, un pastore, un cristiano, un cattolico anche un vescovo, un sacerdote, che non ha la capacità di dire ‘noi’ invece di ‘io’ non è all’altezza della situazione”. E soggiunge che i “conflitti nella vita sono necessari, perché ce ne sono, ma in questo momento devono fare vacanza”, fare spazio all’unità “del Paese, della Chiesa, della società”.

A questo appello, volenti o nolenti, direttamente o indirettamente, ha risposto Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle, che, su Facebook, ha lanciato un “patto tra tutti i partiti per il bene dell’Italia“: “Tutti i rappresentanti del popolo devono contribuire uniti a sostenere, in uno dei momenti più bui della sua storia, il Paese. Nessuno cerchi scuse o pretesti per sottrarsi a questa grande responsabilità o ancor peggio faccia in questo momento biechi calcoli elettorali sul proprio futuro”.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio di fine anno ha richiamato tutti al senso di responsabilità: “Questo è tempo di costruttori. I prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo per uscire dall’emergenza e per porre le basi di una stagione nuova. Non sono ammesse distrazioni. Non si deve perdere tempo. Non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte. È questo quel che i cittadini si attendono. La sfida che è dinanzi a quanti rivestono ruoli dirigenziali nei vari ambiti, e davanti a tutti noi, richiama l’unità morale e civile degli italiani. Non si tratta di annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma di realizzare quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti storici di grande, talvolta drammatica, difficoltà”.

Al capo dello Stato ha risposto, in tempo reale e con una tempestività e convinzione disarmanti, Silvio Berlusconi: “Il Presidente Mattarella ha saputo esprimere nel modo più alto il comune sentire degli italiani al termine di un anno difficile. Siamo in perfetta sintonia con ogni parola del Capo dello Stato, che ha saputo cogliere la sofferenza di tanti italiani, le difficoltà delle imprese, le angosce delle categorie meno tutelate, donne, giovani, disabili, lavoratori autonomi, precari. Credo in particolare sia molto importante che il Presidente della Repubblica abbia ribadito, in questa occasione solenne, l’appello ad un’unità sostanziale della nazione e della sua classe dirigente, unità che non cancella le distinzioni di parte ma che le supera in nome della comune responsabilità verso il futuro del Paese e verso le nuove generazioni”.

Un ballo in maschera è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, la cui fonte è il libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833). La vicenda prende avvio da uno strano episodio collocabile, come del resto tutta la vicenda, tra il tragico e il faceto. Un giudice chiede al conte Riccardo, il saggio e illuminato governatore della colonia inglese di Boston, sotto il regno di Carlo II, di firmare l’atto di condanna a morte della maga Ulrica, ma il governatore, cede alle simpatiche insistenze del suo paggio Oscar, il quale si schiera in difesa della innocua maga, e preferisce conoscerla di persona visitando il suo macabro antro. La trama prende poi ben altra piega anche se la maga viene assolta e addirittura generosamente omaggiata dal conte, che, riflettendo ad alta voce, mette insieme la maga e il suo paggio e dice: “Che vaga coppia…Che protettor!”. Il conte Riccardo mi toglie le parole di bocca.

Sant’Ilario pensaci tu

Stupisce che il filosofo Massimo Cacciari abbia un debole per Maria, la madre di Gesù. Questa strana ma stupenda attenzione cacciariana prese in contropiede anche Corrado Augias, il quale ne chiese conto all’interessato durante una trasmissione televisiva in cui veniva appunto presentato il libro di Cacciari “Generare Dio”.

Questo libro prende in considerazione la figura della Vergine col suo bambino, che ha svolto un ruolo straordinario nella civiltà europea. Attraverso questa immagine, che assume forme diversissime, che è chiamata e invocata con nomi anche contrastanti, questa civiltà non ha pensato soltanto il proprio rapporto col divino, la relazione di Dio con la storia umana, ma l’essenza stessa di Dio. Perché Dio è generato da una donna? Pensare quella Donna costituisce una via necessaria per cogliere quell’essenza. E le grandi icone di quella Donna, come la Madonna Poldi Pezzoli del Mantegna, non sono illustrazioni di idee già in sé definite, bensì tracce del nostro procedere verso il problema che la sua presenza incarna.

Ho scopiazzato una breve sintesi del contenuto di questo libro, ma non è di questo che intendo occuparmi in questa sede. Torno infatti al dialogo fra Augias e Cacciari: il primo fingeva di stupirsi, il secondo rincarava la dose affermando di preferire occuparsi di Maria piuttosto che degli squallidi personaggi che si aggirano sulla scena politica attuale. Ben detto, anche se poi Cacciari finisce col farsi spesso e volentieri trascinare nel dibattito: lo fa con stizzito atteggiamento critico, ma comunque cade nel tranello. Augias infatti si permise di consigliarli di lasciare perdere i discorsi di basso profilo seppur velleitariamente affrontati con piglio contestatore per dedicarsi a questioni di ben altra e più alta consistenza culturale ed esistenziale.

Non voglio fare il verso a Cacciari, non sono degno neppure di sciogliere il legaccio dei suoi sandali; non ho la presunzione di cogliere l’invito di Augias, peraltro condivisibile e utile a tutti; tuttavia in questi giorni di bagarre politica messa in scena da penosi nani e squallide ballerine, mi è venuto spontaneo (sarebbe meglio dire “spintaneo”) pensare a sant’Ilario piuttosto che a Conte, Renzi, Zingaretti, Di Maio e compagnia stonando.

Mentre a Roma si litiga o, ancor peggio, si fa finta di litigare sul governo del Paese (del Paese ho l’impressione che non freghi niente a nessuno, tanto che i cittadini vengono (ri)mandati a quel Paese…), a Parma si blatera per mettere in crisi la giunta Pizzarotti, rea di avere tenuto rapporti contrattuali con una onlus chiacchierata operante nel campo dell’accoglienza agli immigrati (tutto da dimostrare, ma tutto serve a fare un po’ di casino…).

E chi era sant’Ilario? Riporto un breve profilo tracciato da Matteo Liut su Avvenire. Solo per rendere l’idea del personaggio: “La fede cristiana non è semplice atteggiamento dell’animo fatto di gentilezza e accoglienza, ma un mistero profondo che scava nell’anima e lì trova il Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. E proprio quella della Trinità è una delle realtà più complesse da comprendere, una dimensione che fin dai primi secoli è stata approfondita e studiata dai Padri della Chiesa, come sant’Ilario di Poitiers, vescovo e dottore della Chiesa. Il suo “De Trinitate” è un’opera affascinante e complessa, espressione di una profonda conoscenza delle Scritture, pensata per contrastare il diffondersi delle eresie come l’arianesimo, che negava la divinità di Cristo. Uno scritto che testimonia la profonda preparazione dell’autore, nato forse nel 315 da famiglia pagana, e formatosi alla luce della filosofia neoplatonica. Affascinato dalla Bibbia, Ilario chiese il Battesimo e subito dopo, attorno al 353, venne scelto come vescovo di Poitiers. A causa dell’odio dei teologi eretici subì sei anni di esilio, ma dagli studi coltivati in questo periodo nacque proprio il “De Trinitate”. Morì nel 367”.

Ebbene ammetto di essere molto più interessato agli studi di sant’Ilario che non alle menate della politica parmense e persino alle dissertazioni programmatiche del sindaco, ai voli pindarici dell’assessore alla cultura e finanche alle proposte pastorali del vescovo.  Tutto sommato mi risulta meno misteriosa la Santissima Trinità rispetto ai giochi di una città perennemente alla spasmodica ricerca di se stessa. E più ci si affanna in questa autoreferenziale ricerca più si resta emarginati dal resto del mondo. Ora almeno sappiamo con chi prendercela: il coronavirus ci ha tarpato le ali proprio quando stavamo per spiccare il volo culturale e, come succede alle rondini, se si cade in terra non ci si rialza più. A meno che non ci aiuti sant’Ilario, solo a questo livello possiamo uscire dal pantano in cui stiamo sprofondando.

 

 

 

In contradditoria difesa del governo del non governo

Mentre il fantasma di Mario Draghi continua a volteggiare sulle teste cocciute dei politici alle prese con la più insulsa e inconcludente crisi di governo possibile, ricordabile ed immaginabile, le lucide ed allarmanti analisi dell’ex presidente della Bce continuano a tenere banco seppure discretamente e seppure mediate dal gruppo dei trenta, vale a dire  quale co-presidente del “gruppo dei trenta” (un’associazione di consiglieri di governi, istituzioni internazionali e imprese), che ha presentato l’ultimo rapporto lanciando l’allarme su una possibile ed imminente crisi finanziaria non solo italiana ma di gran parte dei Paesi Ocse.

Due sarebbero i fattori determinanti e scatenanti: l’indebitamento “privato” (di famiglie, banche ed imprese) ed il crescente divario tra andamenti delle Borse ed economia reale. Come riporta Giuseppe Pennisi in un articolo su Avvenire di cui riportiamo di seguito ampi stralci, Mario Draghi ha detto, nel presentare l’ultimo rapporto del “gruppo”, che «siamo sull’orlo del precipizio» a ragione dell’alto livello dell’indebitamento (circa il 300% del Pil). Il rapporto ha dieci proposte specifiche; a) dare priorità alla crisi delle imprese; b) ottimizzare l’impiego delle risorse pubbliche per aiutare le economie ad uscire dalla crisi; c) adattarsi alla nuova realtà invece di tentare di preservare lo status quo; d) utilizzare l’intervento pubblico solo in caso di alti costi sociali ed evidenti “fallimenti di mercato”; e) impiegare il più possibile l’esperienza del settore privato per ottimizzare l’allocazione delle risorse; f) trovare un equilibrio tra obiettivi nazionali ed esigenze di settore; g) minimizzare il rischio per i contribuenti; h) attenzione ai pericoli di “azzardo morale”; i) ottimizzare la tempistica degli interventi; l) anticipare effetti non desiderati e tamponarli.

Il rischio di una crisi innescata dall’indebitamento del settore privato viene aggravato da quella che il Financial Times chiama “The Great Disconnect”, ossia la grande sfasatura tra mercati finanziari ed economia reale. Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale (Fmi), il Pil mondiale ha subito una contrazione del 4,5% circa (quello dell’Italia quasi del 13%), ma i mercati finanziari, altalenanti per buona parte degli ultimi 12 mesi, chiudono con aumenti significativi della valorizzazione delle loro quotazioni: negli Stati Uniti, il cui Pil si è contratto del 5% circa, l’indice Standard & Poor 500 riporta un aumento complessivo di oltre il 14% e il Nasdaq di oltre il 40%. Dal 1990 il valore delle azioni nel mercato degli Stati Uniti è aumentato di ben sei volte, mentre il Pil Usa è raddoppiato. Avvertimenti di pericoli su questo fronte vengono anche dal Premio Nobel Robert Shiller.

Interessanti, le proposte dell’economista austriaco, Kurt Bayer, il quale dopo una carriera accademica in Austria è stato consigliere d’amministrazione sia della Banca mondiale (Bm) sia della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers). Le autorità di regolazione, quali la nostra Consob possono impedire operazioni arrischiate che, in una fase come l’attuale, alcuni operatori sono indotti a fare: «Imporre un adeguamento dei libri contabili per le imprese quotate in modo che il valore delle attività rispecchi quello “di sostituzione”, ossia il prezzo di mercato». È una proposta che molte imprese avranno difficoltà ad accettare.

Cosa possono fare i governi, già alle prese con la pandemia e con il conseguente aumento del loro indebitamento? Studiare, e se del caso attuare (auspicabilmente su base Ocse e Ue) suggerimenti innovativi, la cui attuazione non sarà comunque immediata, e soprattutto trasmettere fiducia, tenendo la barra dritta, in una fase così incerta per tutti.

Dopo aver letto le sintetiche ma chiare osservazioni contenute nell’analisi di Draghi e nelle ulteriori considerazioni annesse e connesse, sulle quali non mi sento degno di fare discussioni ed approfondimenti, ma solo umilmente capace di riflettere, viene spontanea una domanda: “Perché la classe politica italiana ed europea tende a snobbare con eccessiva disinvoltura questi contributi scientifici, insistendo a brancolare nel buio dei ristori a pioggia, degli aiuti fuori bilancio, di programmi varati alla “sperindio”, della stucchevole dicotomia tra difesa della salute pubblica e salvaguardia degli interessi economici?”.

È pur vero, come sostiene il caro amico professor Giorgio Pagliari, in merito all’equivoco venutosi a creare tra azione di governo e contributo della scienza in materia sanitaria, che la forzatura di attestarsi a meri esecutori degli indirizzi fissati dal comitato tecnico-scientifico è in netto contrasto anche con la scienza giuridica, che si è posta il problema delle scelte pubbliche, le quali devono fondarsi su dati tecnici, ma non essere la pura eco di tali elementi. “In questa prospettiva, sul presupposto che la decisione è del titolare  del potere scelto dalla legge (e non di altri), la scienza giuridica ha coniato le categorie della discrezionalità mista e di quella tecnica, che inquadrano  due fattispecie caratterizzate dall’elevata tecnicità delle questioni da decidere, che impone che la scelta sia congiunta tenendo conto anche dei profili tecnici, sul presupposto, implicito epperò non meno chiaro, che il titolare della decisione non può mai negarsi la complessità, non può rinunciare alla sintesi, non può appiattirsi sul tecnico, ma deve governare sempre tenendo conto della complessità. Chi governa, in altri termini, non può mai diventare il passacarte di un ramo della scienza; non può ignorare i risultati e i consigli scientifici, ma non può nemmeno appiattirsi acriticamente su questi, non assumendo la responsabilità della risposta politica”.

Ritorno alla domanda di cui sopra. Da una parte, sul fronte sanitario, c’è la innegabile e sbagliata tendenza della politica a farsi mero esecutore degli ordini impartiti dalla folta e peraltro piuttosto contradditoria schiera di scienziati, messa in campo in modo confuso e raffazzonato, a costo di prescindere dal contesto socio-economico in cui si vive e si colloca la pandemia. Dall’altra parte c’è una testarda riottosità rispetto alla scienza economica, vista come una vuota, accademica e burocratica interferenza, nel segno del “lasciateci governare”.

Da una parte c’è la subdola e strisciante concretizzazione del governo dei tecnici sanitari, dall’altra c’è il rifiuto del governo dei tecnici e degli esperti dell’economia e dell’amministrazione: alla salute pensaci tu che al portafoglio ci penso io. Conclusione: una gran confusione di ruoli in cui scienza e pubblici poteri si scavalcano e finiscono col non collaborare.

Nicola Zingaretti, segretario del Partito democratico, dice un netto no ad un governo tecnico, che aprirebbe le porte alla destra, o a elezioni. Non ci sarebbe nulla di buono per l’Italia. E non è un governo tecnico quello attuale che finge di governare, ma in realtà si fa dettare le decisioni dal Comitato tecnico-scientifico e dai consulenti ministeriali? E che fastidio sarebbe per l’Italia avere ministri del calibro di Draghi, Cottarelli, Cartabia etc. etc. Non farebbero certo peggio rispetto agli attuali! Quanto al primato della politica, mi sembra che sia un falso problema, smentito ampiamente nei fatti avvenuti in questi mesi, durante i quali la politica ha salvato solo le apparenze.

Scrive ancora Giorgio Pagliari: “L’alternativa non era – come ha voluto lasciar intendere l’ufficio stampa di Palazzo Chigi – il caos, ma il governo (e non il non governo) della situazione nella sua complessità. Il che avrebbe richiesto meno DPCM, meno conferenze stampa, meno formalismi giuridici, meno banchi a rotelle e più idee, progetti e misure – ad esempio – sui trasporti, sulla regolamentazione dell’accesso agli esercizi commerciali e alle piste di sci”.

Vogliamo continuare con i DPCM, con le conferenze stampa a getto continuo, con le porte girevoli nelle scuole, con i bar e i ristoranti a zi-zag? La politica abbia il coraggio di battere un colpo e, se necessario e solo Dio sa quanto lo sia, abbia il buongusto di farsi aiutare dalle competenze e dalle esperienze scientifiche e professionali senza però il cattivo gusto di nascondersi dietro di esse. Tutto sommato meglio andare a mamma, che continuare a governare a babbo morto.

 

La grandezza delle piccole cose

Ho seguito l’intervista a papa Francesco, andata in onda su canale 5. Fa notizia? Direi di no ed è un bene che sia così, per diversi motivi. Questo papa ci ha giustamente abituati alla continua discesa dal soglio pontificio al punto che le sue solenni incursioni liturgiche rischiano di essere stonate rispetto al suo stile fatto di estrema semplicità ed immediatezza: durante le celebrazioni proposte dal Vaticano si nota una netta frattura fra il cerimoniale, che non rinuncia mai, nemmeno in parte, alle sue regole più formali che simbologiche, e lo sforzo di proporre l’esperienza di fede come qualcosa di accessibile a tutti (il dono raggiunge tutti coloro che, a loro modo, rispondono all’invito di Dio, il quale bussa alla porta delle coscienze).

In secondo luogo papa Francesco parla a cuore e vangelo aperti: è questa la sua cifra caratteristica e questa è la sua capacità di mettersi in sintonia con le persone. Un dialogo aperto e costante pieno di sommessi ma provocatori inviti alla riflessione, frutto del suo carisma della semplicità. Si suole affermare che non esistano risposte facili a domande difficili: ebbene il papa dimostra il contrario e snocciola risposte di una semplicità disarmante di fronte a problemi enormi. Ciò non significa banalità o superficialità, ma al contrario profondità e radicalità di pensiero e soprattutto di azione.

Nel corso della suddetta intervista gli sono stati sottoposti quesiti di enorme portata a cui ha cercato di rispondere con estrema concretezza e grande realismo, quasi si sentisse pregiudizialmente addosso le spontanee obiezioni contro il buonismo e il pietismo di maniera. Ricordo ad esempio che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi statistici sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Il papa non ci chiede l’impossibile o comunque ciò che è al di fuori della nostra portata, ci invita, paradossalmente per il periodo che stiamo vivendo, alla “vicinanza”, a ragionare con la mentalità del “noi”, superando quella dell’io, sconfiggendo la tentazione dell’indifferenza, che è ancor più bestiale della violenza.

Non possiamo restare indifferenti e sentirci a posto con la coscienza di fronte al dramma dell’infanzia senza cibo e senza istruzione, davanti alla guerra che domina nel mondo. Non possiamo lasciar morire affogati in mare le persone che tentano disperatamente di fuggire da situazioni umanamente invivibili e insopportabili: bisogna salvarle, poi verrà il discorso di organizzare il loro futuro, capovolgendo lo schema culturale che siamo soliti adottare, vale a dire il principio secondo il quale accogliere solo se ed in quanto ci sia la possibilità di farsene carico in base ai meccanismi economici del nostro benessere.

Sul discorso della vaccinazione papa Francesco non entra in valutazioni di carattere scientifico, ma si limita a definirla una imprescindibile opzione etica, come del resto fa per tutto quanto concerne la difesa della vita e il rifiuto della cultura dello scarto: non si tratta di principi religiosi, ma di dettami provenienti dalla coscienza dell’uomo in quanto tale. Quindi mi permetto di aggiungere (forse opero una forzatura…) che al di là delle norme giuridiche, dei dogmi e delle regole, deve valere il rispetto per la persona umana in tutto e per tutto.   Mi fermo perché non è il caso di avventurarmi in disquisizioni etiche: preferisco rimanere coscienziosamente al sodo.

Tutta la classe dirigente, in qualsiasi campo e settore, ha diritto di avere idee e punti di vista diversi, talora contrapposti, ma più che mai in questo tempo di crisi pandemica deve prevalere l’intento unitario: messaggio chiarissimo per quanti giocano con la democrazia per stabilire da chi e come deve essere spento l’incendio mentre la casa brucia.

A buon intenditor poche parole. Ce n’è per tutti. Il papa parte infatti dall’impegno ad uscire dalle situazioni gravissime in cui siamo imprigionati non illudendosi di ricominciare la solita vita o addirittura cambiandola in peggio, ma sforzandosi di migliorare concretamente e realisticamente. I valori restano sempre tali, occorre saperli tradurre nella storia, è necessario tentare seriamente di “inculturarli”: non ci salviamo da soli e non ci salviamo rimanendo incalliti nei nostri difetti.

L’intervistatore ha ringraziato il papa per la sua disponibilità. Lui con rara spontaneità e sincerità ha contraccambiato: grazie a te che ti sei disturbato per venire fin qui ad ascoltarmi. Può sembrare un fatto di ovvia cortesia. No, c’è di più, c’è la voglia papale di dialogare con tutti e nell’interesse di tutti. Con semplicità, il genio evangelico della semplicità.

 

 

 

 

Il gattone Donald e la cuginetta Ursula

Un mio simpatico cuginetto, era stato dolcemente bloccato sull’uscio del soggiorno da mio padre, il quale più a gesti che a parole gli aveva fatto credere che oltre la porta ci fosse un “gattone cattivo e feroce”. Quando dopo qualche tempo ritornò, si fermò di fronte a quella porta ancora chiusa e si mise a grattarla con le unghie accompagnando quel gesto con un “…tone…tone…”, che stava per gattone (si ricordava perfettamente del pericolo che gli era stato prospettato).

“Quello che è successo ieri a Washington è tanto spaventoso quanto oltraggioso. Tuttavia, il fatto che nella stessa notte Joe Biden sia stato confermato come prossimo presidente americano mostra quanto sia resiliente la democrazia americana. Joe Biden ha ora un compito arduo davanti a sé. Deve portare pace e unità; deve superare profonde divisioni e deve affrontare le grandi questioni del futuro: superare la pandemia, come affrontare la crisi economica globale a seguito di questa pandemia, come proteggere il nostro pianeta dai cambiamenti climatici, come far progredire la digitalizzazione e soprattutto tutto, come rafforzare la democrazia. L’Europa è pronta a lavorare a stretto contatto con il nuovo presidente americano su tutte queste questioni. Dopo questi quattro anni molto aridi che abbiamo vissuto, aspettiamo ora quattro anni fruttuosi di dialogo, cooperazione e buona collaborazione”. Così la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.

Sono capaci tutti di scandalizzarsi a cose fatte, di brindare al nuovo quando il vecchio sta fortunatamente togliendo il disturbo, di cavalcare la situazione a babbo morto. “Abbiamo vissuto quattro anni molto aridi” afferma con un respiro di sollievo Ursula von der Leyen. Certo, ma lei e tutta la classe dirigente europea dov’erano mentre Trump ne faceva di tutti i colori? Hanno taciuto per il quieto vivere o hanno parlato talmente sotto traccia da non essere sentiti? Si è trattato di realpolitik, di diplomazia o di colpevole omertà? Siamo proprio sicuri che non si potesse fare qualcosa di più per evitare di lasciare il mondo in mano ad un pazzo scatenato? È davvero così debole l’Europa da sopportare i continui sgarbi di un presidente Usa prestato alla Russia? Non abbiamo piuttosto certificato la pigrizia e la inconsistenza di una leadership europea di basso profilo ideale e politico?

Si potrebbe continuare, ma mi interrompo per carità di patria italiana ed europea. C’è voluta la pandemia per risvegliare le coscienze americane e le opinioni nostrane. Basterà lo scampato pericolo per smuovere il pantano internazionale? Non resta che guardare avanti con un filo di speranza in più. Non illudiamoci però che voltare pagina sia così facile: le macerie accumulate in quest’ultimo periodo devono essere sgombrate, i guasti devono essere riparati.

Mentre gli Usa trovano una nuova leadership, che lascia sperare pur con tutte le cautele del caso, mentre gli americani sembrano destarsi bruscamente da un brutto sogno, mentre gli sfigati fanno fatica a rassegnarsi per tornare a ragionare di politica, l’Europa resta sostanzialmente senza guida (Angela Merkel se ne sta andando e la rimpiangeremo…), gli sfigati europei non demordono e, da un certo punto di vista, sono ancora più pericolosi di quelli statunitensi, perché sono politicamente strutturati e fortemente (mal) rappresentati.

Il mondo sembra essere privo di riferimenti positivi e costruttivi: la paura del covid 19 non sarà sufficiente a promuovere virtuose novità. Bisognerà puntare sull’unto di gomito della politica quotidiana. Ci sarebbe necessità di guida, ma le guide non ci sono, accontentiamoci di quel che passa il convento! Il priore pazzo se ne sta andando, sotto a chi tocca! Visto che il gatto sembra schiacciato in mezzo all’uscio, i topi possono cominciare a ballare (non troppo però). Ce ne potrebbero essere altri nelle stanze accanto. Non scherziamo coi “gattoni”, prendiamo lezione da quel mio ingenuo ma acuto (sic!) cuginetto. Buon lavoro Ursula!

 

 

 

 

Dalli all’untore sociale

Ho seguito sulle pagine del quotidiano locale l’evoluzione della vicenda giudiziaria relativa alle presunte irregolarità nella gestione dell’accoglienza agli immigrati da parte della Onlus “Svoltare”. Innanzitutto devo rilevare come dal punto di vista giornalistico la delicata questione sia stata presentata con ignoranza giuridica, con insistente e pregiudiziale volontà di scoop scandalistico e con scarsissima chiarezza nei contenuti.

Chi legge la Gazzetta di Parma o non ci ha capito dentro niente (mi iscrivo a questo partito) oppure ha sbrigativamente concluso che trattasi di uno scandalo, l’ennesimo che si verifica con l’aggravante di vedere coinvolti personaggi ed enti impegnati nel sociale (forse era il risultato che si voleva raggiungere). Il cosiddetto privato sociale, all’interno del quale mi onoro di avere operato a livello professionale e di volontariato, è un settore difficile da comprendere e da giudicare: organi di controllo, magistratura, larghe fasce di opinione pubblica prendono lucciole per lanterne, vale a dire ritengono che una cooperativa sociale sia un ente di beneficienza tout court, mentre invece è la “paradossale” scommessa non tanto di prescindere dall’economia aziendale, ma di riuscire a coniugare economia ed equità (tutte le cooperative di tutti i settori hanno questo scopo) e, per quanto concerne le cooperative sociali, di combinare, seppure problematicamente, efficienza, lavoro e solidarietà sociale.

Faccio qualche esempio riportato dai gazzettieri nostrani, che perdono il pelo ma non il vizio (di essere forti coi deboli e deboli coi forti). Mi ero illuso che da qualche tempo il quadro editoriale parmense fosse leggermente cambiato: tutto invece è sempre uguale, ma lascio al direttore Claudio Rinaldi giudicare come i suoi collaboratori abbiano riempito tanto spazio per fare un gran casino in cui il lettore si trova provocatoriamente spiazzato e fuorviato.

Che una cooperativa sociale conceda ad un suo collaboratore/lavoratore un premio di produzione non è vietato e non deve affatto sorprendere: se ha lavorato bene, con impegno e serietà professionali, dovrebbe fare notizia il contrario.

Che una cooperativa sociale sostenga qualche spesa di rappresentanza non dovrebbe scandalizzare: nei rapporti socio-economici ci può stare anche qualche onere teso ad accreditare l’immagine della cooperativa stessa.

Che nella vita di un ente stretto in mezzo a notevoli difficoltà possano sussistere scambi finanziari tra soci e cooperativa, prestiti e loro restituzione, rimborsi spese, etc., non dovrebbe suscitare sorpresa e ancor meno prova di opacità e irregolarità.

Che una associazione di volontariato o comunque un ente non lucrativo nasca come tale per poi nel corso del tempo darsi una struttura giuridicamente più adeguata all’attività di impresa sociale, come l’abito cooperativistico può senz’altro consentire, è un percorso, oserei dire, quasi obbligato. Quindi capisco che l’associazione Svoltare possa non avere avuto inizialmente l’iscrizione all’albo regionale e che in un secondo momento il problema sia stato superato dal momento che la cooperativa sociale, iscritta come tale nell’albo delle cooperative, è considerata Onlus di diritto. L’iscrizione fasulla è sicuramente un brutto biglietto da visita, ma non mi sembra il caso di costruire un castello di pesantissime accuse su una violazione che mi sembra più dettata da ingenuità che da disegno criminoso.

Su tutto pesa il macigno delle cooperative sociali costrette ad ingigantirsi per rimanere sul mercato e nello stesso tempo a viaggiare pericolosamente sul filo del rasoio nel rispetto dei principi e dei valori identitari. D’altra parte la scommessa sul privato-sociale è fondamento essenziale di quel principio di sussidiarietà di cui tutti si riempiono la bocca. Il pubblico non è in grado di rispondere a certe necessità: di grazia che i privati si cimentino in una gara durissima anche se per certi versi invitante se non addirittura esaltante.

Fin dove la managerialità non debba scantonare nella spregiudicatezza è questione da psicologi e sociologi e non da procuratori della Repubblica. Fin dove la redditività di un’impresa sociale sia ammissibile o addirittura indispensabile non è problema della Guardia di Finanza ma del legislatore. Fin dove l’assegnazione dei pubblici appalti diventi materia di sciacallaggio politico è questione di stile democratico e di corretta dialettica nel campo della pubblica amministrazione.  Fin dove l’ente aggiudicante di un pubblico appalto debba intromettersi nell’etica gestionale dell’aggiudicatario e non limitarsi a controllare la qualità e qualità del servizio appaltato è un fatto di corretti e leali rapporti fra pubblico e privato.

Auspico che la vicenda venga riportata nei limiti concretamente giudiziari che le competono, ben lontana da forzature ideologiche, da rigorismi del cavolo, da polemiche politiche, da forzature mediatiche e da tentazioni scandalistiche. Osservando il movimento cooperativo, dal di dentro prima e dal di fuori ora, ero e sono preoccupato della salvaguardia della sua legittimazione, che trova il suo riferimento nell’articolo 45 della Costituzione e nelle leggi conseguenti. Preoccuparsi non vuol dire buttare fango, “affaristicizzare”, squalificare, cercare capri espiatori, criminalizzare, fare d’ogni erba un fascio. Sono invece molto preoccupato del contraccolpo socio-economico sui poveri cristi, che rischiano di prendere legnate da tutti senza avere alcuna colpa se non quella di trovarsi in gravissime difficoltà.

Se qualcuno si è comportato in modo irregolare lo si vedrà: non mi basta un’inchiesta della Guardia di Finanza e nemmeno un ordine di custodia cautelare emesso dalla Procura, né tanto meno i pruriti anti-immigrati scatenati dalla destra, né infine le ricostruzioni giornalistiche di comodo. Vorrei capire di più e meglio cosa sia successo, per amore di verità, per amore di cooperazione e per sensibilità sociale.

In cauda venenum. È sicuro il direttore della Gazzetta di Parma che, a parità di presunti reati, lo stesso trattamento cronachistico a cui è stata sottoposta “Svoltare” sarebbe riservato anche ad un’impresa aderente a Confindustria?  Se mi rispondesse di sì, starei pronto col fucile spianato per verificarlo alla prima inopinata occasione. Se mi rispondesse di no, lo pregherei di cambiare mestiere, anche se non saprei quale consigliargli.

 

 

 

 

 

 

 

Gli sguatteri di lusso o i cuochi provetti

Affermare che la politica è l’arte del governare è dire tutto e niente. In questo periodo il premier Giuseppe Conte si sta infatti dimostrando un artista del “possibile”: la gente lo capisce e, tutto sommato, gli concede un notevole consenso. I suoi nervi d’acciaio, la sua freddezza calcolatrice, il suo riguardoso distacco, la sua calma olimpica lo hanno collocato in una posizione ovattata, in un bozzolo da cui però rischia di non uscire mai la farfalla.

Matteo Renzi intende rompere questo guscio di impenetrabilità anche se lo sta facendo in modo sgarbato nei toni, fin troppo perentorio nei contenuti, assai confuso negli sbocchi politico-istituzionali. E Conte mostra la corda: quando la politica ha la necessità di essere anche l’arte del compromesso e della mediazione, casca il suo asino. Allora tutto rischia di diventare opaco, innescando nella gente un senso di smarrimento più che di protesta.

In questi giorni nei dialoghi fra amici, negli occasionali colloqui con persone di varia estrazione e sensibilità, nelle riflessioni a voce alta, fa capolino la consapevolezza di essere governati da personaggi inadeguati ad affrontare una situazione peraltro difficilissima, al limite dell’impossibile. L’arte del possibile si scontra quindi con la realtà che esige qualcosa di molto pressante e ficcante. Quale può essere la chiave per aprire questa porta blindata?

Sarà forse l’uovo di Colombo, la scoperta dell’acqua calda, l’innegabile evidenza, ma l’unico modo serio ed efficace per uscire dallo stallo, al di là dei rimpastini e rimpastoni, al di là delle crisi di governo più o meno pilotate, al di là di qualche aggiustamento in corsa, è interpretare la politica come competenza, come capacità di amministrare, senza privarla del pizzico di fantasia e soprattutto del retroterra valoriale ed ideale, ma fondandola sulle basi solide dell’esperienza, della professionalità, della preparazione tecnica.

Purtroppo i partiti non sono in grado di fornire esponenti che rispondano ai suddetti requisiti: la cucina è zeppa di sguatteri, ma assai vuota di cuochi e ancor più di chef. E allora i piatti non stuzzicano il tremendo appetito sociale ed economico serpeggiante nella società. Si rischia di andare avanti a furia di minestre scaldate tali da scatenare anoressia pur di evitare ricette avventuristiche tali da comportare bulimia.

“Governo dei capaci” sembra una locuzione scontata e invece purtroppo non lo è: abbiamo un governo che non brilla affatto per capacità di governare. Non resta altro che fare come le società calcistiche quando sono alle prese con una squadra che naviga nei bassifondi della classifica. Provare a rinnovare fiducia, nonostante tutto, allo staff tecnico, apportando magari qualche piccolo aggiustamento, oppure cambiare l’allenatore e andare sul mercato per rafforzare l’organico inserendo alcune nuove pedine decisive in difesa, all’attacco e soprattutto a centro-campo?

Propenderei per la seconda soluzione anche se la vedo politicamente difficile: varare un governo nuovo fatto di personaggi tecnicamente, professionalmente ed esperienzialmente affidabili provocherebbe immediatamente una sorta di rigetto da parte dei partiti, che si vedrebbero scavalcati o comunque dribblati. Bisogna che qualcuno li faccia ragionare mettendoli davanti alle loro necessità che diventino virtù.

Il M5S non può fare lo schizzinoso: è la forza politica più carente sul piano della capacità amministrativa, è in confusione al vertice ed alla base, è in drammatico calo di consensi, è in contraddizione continua tra la tentazione dell’antipolitica e il ricorso alle manfrine della peggior politica. Se si dovesse presentare alle urne, rischierebbe di sparire letteralmente dalla circolazione.

Il PD non ha un gruppo dirigente in grado di prendere in mano la situazione ed orientarla autorevolmente: è il meglio del peggio, ma non basta nel modo più assoluto. La sinistra estrema continua a fare la parte di una scheggia non tanto impazzita, ma insignificante. Italia viva, dopo il can can scatenato da Renzi, non può rifugiarsi in corner e quindi dovrebbe bere il brodo nuovo, dopo avere squalificato quello vecchio. L’opposizione si troverebbe spiazzata e divisa tra la disponibilità ante litteram di Silvio Berlusconi ad ogni e qualsiasi novità governativa varata dal presidente Mattarella e la facinorosa, testarda e tragica commedia del leghismo salviniano e del nazionalismo meloniano.

Ho introdotto surrettiziamente il ruolo del presidente della Repubblica. Sì, perché solo lui avrebbe la sensibilità, la capacità, l’autorevolezza, il carisma per varare una soluzione che ridia slancio e competenza al governo del Paese. Rientra nei suoi compiti? Credo di sì e credo che gli italiani gliene sarebbero oltre modo grati. Intravedo in lui qualche segno di insofferenza verso il tirare a campare contiano, mentre la situazione diventa sempre più grave e complessa a tutti i livelli. Matteo Renzi ha messo in moto una macchina che nemmeno lui sa dove può portare. Potrebbe però avere innescato una fase nuova, anche se, come spesso accade, gli scalmanati suscitatori del nuovo, non sono poi in grado di gestirlo.

 

Il bivacco dei manipoli trumpiani

«Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti.
Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria.
Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto»
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Sono le storiche e tragiche parole pronunciate da Benito Mussolini agli esordi del fascismo, che mi sono tornate alla mente in occasione del caos capitato a Washington, dove gruppi di manifestanti pro Donald Trump hanno fatto irruzione, alcuni armati, all’interno del complesso di Capitol Hill, dove il Congresso era riunito per certificare l’elezione di Joe Biden. Quattro persone hanno perso la vita nelle proteste a Capitol Hill dei sostenitori di Donald Trump contro la certificazione della vittoria di Joe Biden. Lo ha reso noto la polizia di Washington Dc. Tra questi, c’è anche una sostenitrice di Trump, la donna è stata colpita una pallottola al petto.

Senatori e deputati, così come il vice presidente Mike Pence, sono stati fatti uscire dall’aula, dopo avere ricevuto dagli addetti alla sicurezza l’ordine di indossare maschere antigas. I manifestanti hanno tentato di fare irruzione nell’aula della Camera dei Rappresentanti. All’ingresso della Camera, come ha riferito Fox News, sono avvenuti scontri con armi da fuoco tra membri della sicurezza e manifestanti pro Trump. All’esterno del complesso, come ha riportato la Cnn, una donna è rimasta ferita gravemente al torace da proiettili. Anche diversi agenti di polizia sono rimasti feriti e almeno uno dei poliziotti è stato ricoverato in ospedale. La Capitol Police, la forza di polizia di Washington addetta alla sicurezza di Capitol Hill, ha chiesto rinforzi, dopo essere stata sopraffatta dai manifestanti. Fonti della Cnn hanno riferito inoltre che numerosi dispositivi sospetti sono stati trovati all’interno del complesso e due edifici sono stati evacuati a seguito del ritrovamento di un pacco sospetto.

“Capisco il vostro dolore, so che state male, abbiamo avuto un’elezione che ci è stata rubata. Tutti lo sanno, soprattutto l’altra parte, ma ora dovete andare a casa. Serve pace. Serve legge e ordine. Per favore sostenete la nostra polizia e le forze dell’ordine. Sono dalla parte del nostro paese. Mantenete un atteggiamento pacifico!”. Sono gli appelli del presidente Donald Trump ai sostenitori che hanno fatto irruzione al Congresso per impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden. Sono parole degne del peggior Mussolini e del suo discorso del “Bivacco” sopra richiamato. Il Duce le pronunciò agli inizi della carriera, Trump alla fine: il prodotto non cambia.

Pur non avendo una smisurata fiducia nella democrazia americana, pur nutrendo da sempre notevoli perplessità sulla politica della superpotenza statunitense, pur avendo capito che l’elezione di Donald Trump poteva essere una mina vagante per gli equilibri mondiali, non avrei mai più pensato che le cose volgessero al peggio e portassero ad un clima da dittatura bella e buona. Sì, perché il comportamento di Trump è tipico di un dittatore che non si rassegna, all’inizio, durante e alla fine della sua avventura, alla sconfitta e tenta disperatamente di resistere. La storia è piena di questi esempi.

Quando in qualsiasi parlamento del mondo succedono fatti violenti mi prende una grande sofferenza, perché capisco che lì la democrazia è in pericolo. Mi infastidiscono le scaramucce, i tafferugli, gli scontri tra gli eletti del popolo, immaginiamoci le azioni volte a mettere in scacco il parlamento tenendolo in balia di una folla di energumeni, scatenati da un pazzo che vuole portare il mondo sull’orlo del disastro pur di difendere la sua indifendibile posizione. È sempre più solo, ma le sta tentando proprio tutte per tenere in scacco gli Usa e condizionare il mondo intero. Un’autentica follia!

A questo punto può succedere di tutto. All’indomani della sconfitta elettorale di Donald Trump, prendendo spunto e citando a senso una lucida analisi di Massimo D’Alema, scrissi: il covid ha riportato la politica ai valori di fondo, vale a dire la difesa della vita, la sanità garantita dallo Stato, il senso comunitario e solidale, la necessità che l’economia venga guidata e non abbandonata a se stessa. Sotto i colpi della pandemia sono crollati i presupposti del trumpismo. Dopo aver negato l’esistenza del virus, a Trump non resta che provare paradossalmente a negare l’evidente sconfitta elettorale. È quanto sta succedendo. Speriamo che la riscossa valoriale tenga botta e che la pericolosissima pagliacciata imbastita dal tycoon possa essere l’americanata finale di un’esperienza disgraziata per tutti. La strumentalizzazione del suo rimasuglio (?) di sfigati è evidente e clamorosa. Speriamo bene!