I pirla non finiscono mai

Che le sentenze di primo e secondo grado emanate dalla Federcalcio in ordine alla partita Juventus-Napoli fossero assurdamente ingiuste ci voleva poco a capirlo. Il Collegio di Garanzia del Coni ha stabilito che Juventus-Napoli andrà giocata, accogliendo il ricorso del Napoli contro il 3-0 a tavolino e il punto di penalizzazione, inflitti al club di De Laurentiis per non essersi presentato allo Stadium di Torino, il 4 ottobre scorso, per sfidare la Juve, a causa della positività al Covid di alcuni giocatori e al provvedimento della Ausl competente che intimava ai componenti della squadra napoletana di non muoversi.

È pur vero che per vincere una causa bisogna avere ragione, ma soprattutto trovare un giudice che te la riconosca. Il Napoli l’ha trovato nel Collegio di Garanzia del Coni, ma adesso forse vuole stravincere per bocca (lavata) del suo loquace presidente.

“Pirlo dovrebbe fare l’allenatore e basta, non fa di mestiere l’avvocato. Non voglio prendermela con Pirlo dandogli del pirla, sarebbe troppo facile. Ha detto quello che avrebbe detto qualsiasi allenatore per difendere la società per cui lavora”. Al “Tgzero” di Radio Capital, intervistato da Edoardo Buffoni (un cognome che è tutto un programma…), il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha attaccato l’allenatore dei campioni d’Italia. Pirlo aveva commentato così: “Dispiace per le altre squadre che hanno viaggiato e perso punti senza dir niente, giocando senza i calciatori con il Covid”.

Ma la polemica non è finita con questa schermaglia a distanza, perché De Laurentiis ha rivelato anche di aver ricevuto diverse telefonate di solidarietà. “Mi ha chiamato Mario Draghi, di cui sono estimatore e, da uomo di Stato, mi ha espresso compiacimento”. Ebbene, di riffa o di raffa, finisce in politica. Draghi non sarà certo molto soddisfatto di questo encomio poco solenne indirizzatogli dal presidente del Napoli calcio. Adesso una sua eventuale candidatura a premier dovrà fare i conti, oltre che con le opposizioni parlamentari, le gelosie di Giuseppe Conte e lo scetticismo pentastellato, anche con l’ostilità del popolo juventino, maggioranza relativa se non assoluta della tifoseria. De Laurentiis, involontariamente, ha messo una pietra tombale sulla possibilità che Mario Draghi possa andare a palazzo Chigi. Vorrà dire che ci manderemo De Laurentiis stesso, in preda ad un delirio di onnipotenza, che però avrà contro il trasognato Andrea Pirlo con tutto l’esercito juventino schierato e pronto a sparargli contro. Gigi Buffon si limiterà a bestemmiare fra i denti.

L’equivoco Pirlo-Pirla è fin troppo scontato, ma mi ha ricordato un serrato e simpatico dialogo avuto tempo fa con una signora anziana, acutamente critica, al limite del qualunquismo, contro la politica italiana, meglio dire contro i politici del nostro Paese. Ad un certo punto del discorso si lasciò scappare un epiteto alquanto sferzante contro gli occupanti delle aule di Montecitorio e palazzo Madama: il “Pirlamento”. Sulle prime pensai ad un lapsus, poi mi dovetti rassegnare all’evidente e caustico (pre)giudizio istituzionale.

Anche De Laurentiis non ha saputo resistere alla tentazione di “pirlarizzare” il nemico, che non c’entra niente con la politica, non credo infatti che l’attuale allenatore juventino voglia trasferirsi in politica (mai dire mai!), però la politica ha fatto immediatamente capolino con la inopportuna evocazione di Mario Draghi, il quel non meritava di essere tirato in ballo. Ecco quindi servita su un piatto d’argento la pirla-connessione fra calcio e politica. Alle bestemmie di Buffon, alle pirlate di Pirlo, alle presunte (?) tresche in favore di Suarez, si aggiungono le cazzate di De Laurentiis e non è finita qui.

Posso permettermi anch’io una digressione calcistico-politica? L’ex presidente della Bce mi era simpatico per il suo aplomb tecnico-istituzionale, per la sua enorme ma non ostentata preparazione professionale, per la sua sincera riottosità verso la carriera politica. Ora lo godo ancor di più perché in modo indiretto ed elegante ha ammesso di non essere juventino. Non l’avrei mai saputo se non avesse logorroicamente pensato di comunicarmelo Aurelio De Laurentiis. Grazie e forza Napoli!

 

Il compito in classe con poca classe

Trenta pagine per “inchiodare il premier ai contenuti”: evidenziando tutte le imprecisioni, le incongruenze, gli errori talvolta grossolani presenti nel Piano nazionale di ripresa partorito da Palazzo Chigi. Le ultime cinque per avanzare proposte, suggerimenti e correzioni “all’insegna del merito, senza polemiche pretestuose né ideologiche”. È quasi pronto il documento di Italia viva, che entro domani verrà inviato a Conte e probabilmente illustrato, nel tardo pomeriggio, da Matteo Renzi in Senato.

Così Giovanna Vitale su La repubblica introduce il compito in classe svolto da Renzi a beneficio della serenità di Conte in materia di progettualità in funzione anche e non solo del Recovery fund. L’ho chiamato “compito in classe”, perché la metodologia adottata mi ha riportato sui banchi di scuola: quando un compagno di classe era in difficoltà, gli si passava il compito, vale a dire si dava a lui l’imbeccata per stendere correttamente il suo elaborato da presentare all’insegnante di turno.  Lo si faceva però discretamente, senza dare nell’occhio, senza squalificare tutti ed essere tutti regolarmente definiti insufficienti. Lo imponevano un minimo di solidarietà e l’aiuto reciproco col quale si cresceva tutti: oggi a me, domani a te.

Matteo Renzi con la sua Italia viva sta invece sbandierando questo documento prima di consegnarlo al premier: noi sì che siamo bravi, lui ha sbagliato tutto. Speriamo non si tratti della prova di chi non sa un cazzo, ma lo scrive bene. A prescindere dai contenuti del piano, non condivido il metodo. Quando si fa parte di un organismo, bisogna starci a ridere e piangere. Non va bene fare i primi della classe, magari senza esserlo. Bisogna collaborare.

Le manchevolezze del governo sono sotto gli occhi di tutti, non occorre la lente di ingrandimento renziana per vederle. Molti dei provvedimenti varati per contrastare la diffusione del coronavirus sono stati scritti sotto dettatura del comitato tecnico scientifico, ultima la cervellotica trovata delle zone gialle, arancione e rosse: non hanno funzionato e lo dimostrano le cifre catastrofiche della regione Veneto, zona gialla per molto tempo; lo dimostrano gli andamenti generali, soprattutto i decessi, che continuano a mantenersi altissimi.

Ho l’impressione che le cose vadano come in quella famosa barzelletta del confronto fra l’avvocato e il suo cliente: passando in rassegna i vari punti, per alcuni l’avvocato prevedeva di vincere per sua bravura, per altri, i più difficili, prevedeva la sconfitta del suo assistito. Gli scienziati sono molto bravi a chiacchierare, a pontificare, a parlarsi addosso: brancolano nel buio fin dall’inizio e più il tempo passa e più brancolano nel buio (anche il vaccino fa parte di questo procedere a tentoni). Molto bravi a scaricare le colpe sui governanti. Sarebbe interessante che il premier e il ministro della salute aprissero gli armadi e cominciassero a dire chi ha fornito certi suggerimenti rivelatisi sbagliati e che si ritorcono contro il governo.

Il discorso vale anche per il rapporto fra le istituzioni centrali e regionali, fra i ministri e fra le forze politiche di maggioranza e opposizione. Sono decisamente stanco di questa stupida corsa fra sedicenti primedonne. Devo ammettere che, a dispetto del suo cognome, il ministro della salute Roberto Speranza si sta rivelando il più prudente e realistico. Non a caso era ed è fautore di una linea rigorosa e impopolare, ma l’unica che potrebbe avere qualche serio risultato.  Fa parte di Leu, la forza politica molto critica verso tutti, ma si è saputo assumere le proprie responsabilità, accantonando atteggiamenti faziosi e settari.

Mi interesso di politica da oltre cinquant’anni, mi sono impegnato per diverso tempo in essa, seppure a livelli assai modesti, credo di sapere distinguere la giusta dialettica democratica dalla strumentale conflittualità partitica. Non c’è serietà di intenti, di metodi e di contenuti. Adesso è la volta della vaccinazione: temo si tratti di molto rumore per nulla. Non sono contrario alle vaccinazioni, sono contrario a usarle come arma di distrazione di massa. Sul piano per il Recovery fund ho molti seri dubbi che improvvisamente si possa varare una sorta di vademecum miracolistico buono per tutti: diffido di chi ostenta la bacchetta magica, anche perché vedo una squallida gara tra maghi assai poco guidati dalle stelle. Auguriamoci che Matteo Renzi abbia nel suo firmamento la sesta. Sarà quella buona?

 

 

L’obbligazionismo vaccinale

Non è ancora iniziata la complicata e delicata fase della somministrazione del vaccino anti-covid e siamo già schiavi dello schema manicheo: obbligatorietà sì – obbligatorietà no. Siamo più propensi ad impostare la secca e radicale rivincita sul negazionismo che ad impostare e gestire una seria vaccinazione di massa: vogliamo sbrigativamente diventare gregge per conquistare l’immunità tramite un decreto ai limiti della costituzionalità; vogliamo vincere la guerra a tavolino prima di combatterla sul campo. A chi voleva testardamente che la guerra del covid non esistesse rispondono coloro che intendono chiuderla con una presunta bomba atomica anziché battagliarla gradualmente e razionalmente.

Il dizionario italiano Olivetti definisce “l’obbligazionismo” come la tendenza a trasformare i rapporti sociali in un sistema di obblighi giuridici imposti dall’alto. La tentazione di agire alla “cinese” è in agguato. Durante i primi giorni della lotta al coronavirus, con la zona di Codogno isolata e messa in quarantena, provvedimento che poi purtroppo dovette essere allargato all’intero territorio nazionale, un cittadino fece un’uscita clamorosamente trasgressiva, andò a sciare e si procurò una frattura che venne regolarmente curata in ospedale.  A Marcello Lippi, allenatore di calcio, impegnato per alcuni anni come commissario tecnico della nazionale cinese, è stato chiesto cosa pensasse della Cina e del coronavirus. Azzardò una similitudine paradossale, ma non più di tanto: al cittadino italiano in fuga dal lock down è stata sistemata la frattura alla gamba, in Cina lo avrebbero messo al muro.

Rispunta sempre l’illusione di risolvere i problemi con le maniere forti. Mio padre credeva così fermamente alle regole ed alla necessità di rispettarle che ingenuamente si illudeva di risolvere il problema dell’evasione carceraria apponendo un cartello: “chi scappa sarà ucciso”. Non aveva una mentalità autoritaria, ancor meno violenta, ma aveva uno spiccato senso del dovere, innanzitutto per se stesso e poi lo pretendeva anche dagli altri. Atteggiamento per un verso virtuoso e ammirevole, pericoloso se portato all’eccesso.

Ero piccolo, ma serbo un ricordo molto preciso della mia vaccinazione antivaiolosa. Ero con mia madre nella sala d’aspetto dell’ambulatorio comunale dove si svolgevano le vaccinazioni: i bambini piangevano per l’impressione del subire una strana puntura d’ago e per l’austera insofferenza di un’anziana dottoressa. Ero anch’io piuttosto preoccupato, mentre tra le mamme era in corso la discussione sull’obbligatorietà del vaccino. Alcune erano contrarie e dichiaravano apertamente, alla faccia di Jenner e Pasteur, di considerare come un sopruso quella vaccinazione: raccontavano strane vicende di gravi effetti collaterali. Altre erano scettiche sulla validità del vaccino e se ne stavano immusonite ad aspettare con un certo fastidio il loro turno. Altre, come mia madre, senza enfasi e con discrezione, confessando l’ignoranza in materia si affidavano alla scienza e al dovere civico di proteggere i figli da questo rischio. La saggezza delle donne di una certa età è sempre l’arma migliore.

Al presidente del consiglio si chiede continuamente se abbia o meno l’intenzione di rendere obbligatoria la vaccinazione contro il covid: non c’era ancora il vaccino e già si litigava sulla sua eventuale obbligatorietà. La tentazione di prendere la scorciatoia è sempre grande anche se comporta il forte rischio di allontanarsi dalla meta. Mi stupisco che nessuno abbia ancora parlato di convocare un referendum sull’argomento. Al governo si imputa una certa qual faciloneria legislativa nel percorso adottato a suon di DPCM in bilico sul filo della legittimità costituzionale e del rispetto istituzionale. Figuriamoci se venisse varata una norma di obbligatorietà vaccinale: si scatenerebbe un finimondo di polemiche e si otterrebbe l’effetto contrario, perché dietro l’obbligo si intravvederebbe una tendenza autoritaria o un paravento dietro cui nascondere ritardi e inadempienze precedenti.

È vero che la situazione è drammatica e il tempo stringe, ma evitiamo di semplificare all’eccesso i problemi riducendoli all’obbligo di sottoporsi a vaccinazione, creando oltre tutto l’errata convinzione che con una “punturina” tutto vada a posto per tutti o ancor peggio solo per chi riuscirà a farsela fare il più alla svelta possibile. Al momento preoccupiamoci di garantire una somministrazione che rispetti le priorità di chi è più esposto al rischio di infezione, che eviti speculazioni, raccomandazioni, confusioni di ruoli e di competenze, che avvenga con assoluta professionalità e soprattutto evitando l’eventualità che le reazioni allergiche possano costituire una pioggia aggiuntiva di paura sul bagnato dell’angoscia. Tutti ricordiamo, alcuni anni or sono, la spiacevole e devastante polemica sugli effetti del vaccino anti-influenzale: sembrava che mietesse più vittime il vaccino della malattia. Stiamo attenti e non mettiamo il carro davanti ai buoi.

 

 

Le buffon…ate dei vip

Nel periodo della mia fanciullezza frequentavo lo stadio assieme a mio padre. A volte la domenica, subito dopo la partita, raggiungevamo mia madre, che si recava a far visita alla zia Emma (la Orsolina, madre Albina Bonati) nel convento in pieno centro, proprio tra le sedi dell’Università e del Tribunale. Arrivavamo il più delle volte piuttosto sconsolati, la delusione ci si leggeva in volto nonostante la fretta di voltare pagina. Mia madre ci accoglieva con qualche dolce e bonario sfottò, la zia, con tanta carità cristiana, andava subito alle fette di torta ed alle bibite che venivano a fagiolo. Il pomeriggio proseguiva nella serenità di un convento, assai lontano dagli urli dello stadio. Una domenica, una suora amica della zia volle manifestarci la sua solidarietà per le scarse soddisfazioni che il Parma ci dava e, con il linguaggio felpato ed ingenuo delle monache, ci consigliò di mettere la squadra sotto la protezione della Madonna buttando un’immaginetta sacra in campo (una madonnina disse: proprio così). Mio padre rispose dolcemente con una delle sue proverbiali battute: “Ch’la guärda sóra che s’a fìss pr’il madònni chi tir’n in camp al Pärma al sarìss sempor primm in clasifica.” La suora rise di cuore e capì che il calcio forse non era il suo forte.

Restando in tema di suore e di bestemmie, è interessante ricordare una simpatica barzelletta. Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte, ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».

D’altra parte quando Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, cacciò una bestemmia, un importante personaggio del clero d’alto bordo disse che bisognava tenere conto del contesto in cui era stata detta (se non ricordo male una barzelletta: molto peggio di una bestemmia detta in un momento d’ira). Mi infastidirono ancor più i fraticelli che risero per una storiella berlusconiana sulla Madonna. Ai potenti tutto è lecito…

Figuriamoci se la contestualizzazione assieme alla caratura del personaggio non scatteranno nei confronti del portierone della Juventus. La Procura della Federcalcio ha aperto un procedimento sulla presunta bestemmia che il portiere Gigi Buffon avrebbe detto durante il recente match con il Parma al Tardini. Lo apprende l’Adnkronos. L’espressione blasfema, spiegano dalla Figc, nel corso della diretta della partita era stata coperta da un commento che non avrebbe consentito di segnalare il caso al Giudice Sportivo. Dopo quanto emerso, comunque, l’indagine servirà a chiarire i fatti anche attraverso la possibilità di ascoltare il diretto interessato. Il portiere si era rivolto al giovane Manolo Portanova in questo modo: “Porta, mi interessa che ti vedo correre e stare lì (bestemmia) a soffrire eh, il resto non me ne frega un c***o”.

Cosa volete che sia una bestemmia in un mondo dove è di casa la stupidità associata all’affarismo più bieco e al divismo più pacchiano. Un’inezia! Chissà quanti calciatori e allenatori ne spareranno fra i denti, senza farsi cogliere in fallo. Di Gianluigi Buffon ne ricordo una molto più “bella” e scandalosa agli inizi della sua sfolgorante carriera. Gli fu rivolta una critica, peccato che non ricordi quale. Anche se non era grave, ebbe tuttavia il potere di irritare l’interessato al punto tale che, pieno (meglio sarebbe dire vuoto) di sé, dichiarò pubblicamente: “Ce l’hanno con me perché sono bello e ricco…”. Lui se la sarà dimenticata, ai suoi osannanti ammiratori sarà certamente sfuggita, io la porto scolpita nel cervello quale sciocchezza emblematica a cui può arrivare un vip. Molto peggio di una bestemmia.

 

La quiete (dei valori) dopo la tempesta (del covid)

Quando si avvicinavano le feste di Natale mio padre registrava quasi con fastidio, con un notevole senso di sorpresa, una ricorrente domanda che gli veniva formulata “Indò vät par Nadäl “. Questo succedeva nel periodo delle vacche grasse, perché, quando regnava sovrana la miseria, tali richieste sarebbero risuonate assurde per non dire offensive. E la risposta, pronta e spontanea anche se un po’ risentita e giustamente provocatoria, fulminava l’interlocutore: “Tutti, s’ j én lontàn, i fan di vèrs da gat  par gnir a ca’, e mi ch’a són a ca’ vót ch’a vaga via?” . Si trattava, a ben pensarci, di un libero rifacimento del classico “Natale con i tuoi”, ma un po’ più ragionato e motivato da una logica stringente e indiscutibile che inchiodava, col buon senso, chi proponeva l’evasione in una pur legittima uscita dagli schemi. Per mio padre non se ne poteva neanche parlare: Natale=famiglia e basta così. Questa battuta, che spesso in vista del Natale mi capita di rammentare e riecheggiare, mi serve oggi più che mai per affrontare il discorso natalizio.

Quando si parlava di persone costrette da motivi di lavoro, personali od economici ad abbandonare la propria città per andare a vivere in un’altra, magari molto lontana, o addirittura in un paese straniero, mio padre, con assoluta calma e serenità, annotava: “Con la me famija a gh’andriss sensa problema”. La famiglia quindi era il riferimento più forte che ci fosse, con essa si poteva anche andare in capo al mondo: non era vissuta come un vincolo, come un condizionamento, come una palla al piede, ma come una inesauribile opportunità, come un bene da custodire e coltivare.

Cari amici, che avete la bontà e la pazienza di leggermi, non dobbiamo avere paura di vivere il Natale guardando indietro, ai valori, ai sentimenti, ai legami forti. In questi giorni nel parlare con amici e parenti, nel porgere indirizzi augurali, nel commentare i fatti, nel riflettere sulla situazione, ho adottato con insistenza, a costo di ripetermi, uno schema di pensiero suggerito autorevolmente dallo scrittore Antonio Scurati: “Le migliaia di morti causa Covid impongono, urlano un obbligo morale a cui non possiamo sottrarci. Il Natale deve essere quindi religioso/laico, cioè capace di tenere insieme la comunità per ricordare i morti e custodire i vivi.”

La mini-serie di libri che ho dedicato alla vita della mia famiglia è sottotitolata in un modo che qualcuno può giudicare un po’ rétro: “si vive anche di ricordi”. Invece mi sembra che si stia rivelando una vera e propria chiave di volta per vivere seriamente il presente e prendere una sacrosanta rincorsa per il futuro.

Quando si vuole esorcizzare la tristezza che il Natale inevitabilmente e umanamente innesca sull’onda dei ricordi, dei rimpianti, dei rimorsi, dei lutti, si è soliti difendersi affermando che, in fin dei conti, Natale è un giorno come un altro. È vero, ma non è vero! Lasciamoci pertanto invadere da questa onda benefica, anche se può sembrare masochistica. In realtà è l’unica ciambella di salvataggio che ci rimane, quella appunto dei sentimenti, dei valori, degli affetti, dei legami famigliari, delle vere amicizie. Non si tratta di nostalgie, ma di attaccamento alla vita che sentiamo e vediamo vacillare sotto i nostri piedi.

Se poi vogliamo fare un breve passo per mettere in connessione il senso laico con quello religioso, dobbiamo ammettere che il Natale ha in sé qualcosa di straordinario e non possiamo far finta di niente: ci siamo abituati all’idea di un Dio che si fa Bambino. La religione cristiana è l’unica che crede in un Dio che si butta nella mischia dell’umanità, non per fare un viaggio di piacere, ma per condividere sempre e comunque tutto ciò che riguarda l’uomo facendosi uomo. Se ci pensiamo è semplicemente pazzesco. Concentriamoci quindi su questo dato e cerchiamo di vederne tutte le implicazioni esistenziali. Il resto è fuffa! O meglio, tutto trova un senso in quel Bambino. Solo così possiamo accogliere la luce gioiosa che promana da una stalla, senza avere paura di “puzzare di stalla”.

 

 

 

Guerra o pace

E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». È la scena natalizia per eccellenza, una sorta di rasserenante alleanza fra cielo e terra, l’annuncio di un permanente stile di vita nuova, il canto di una gioiosa e perpetua dichiarazione di pace.

Ho colto, non c’è che l’imbarazzo della scelta, alcuni titoli a livello mediatico in netta e clamorosa controtendenza. “Virus e brexit, Natale da incubo a Londra, Johnson rassicura: «Ce la faremo da soli»; “Ora i mercati temono l’apocalisse”; “Il virus si diffonde in fretta e muta di continuo. Ecco i segreti dell’ultima variante”; Caccia al virus modificato: tamponi per i 31 mila arrivati dal Regno Unito”; “Londra ha taciuto troppo a lungo. Ora lockdown integrale, arduo riaprire il 7 gennaio le scuole”; “I medici che non vogliono vaccinarsi cambino pure mestiere”; “L’allarme da Londra partito in ritardo. Gran Bretagna isolata, code ai supermercati”.

I casi sono due: o gli angeli hanno intonato un canto illusorio oppure noi non meritiamo l’amore di Dio e preferiamo crogiolarci nella guerra. Non ne va bene una: l’Unione Europea è geograficamente e politicamente divisa, chi è uscito dalla UE è nei guai, si illude di poter fare da solo e spande nel mondo virus a piene mani, i mercati riprendono a traballare, i medici cominciano a dubitare, i consumatori tendono ad accaparrare, gli studenti restano in bilico, gli scienziati pontificano, i politici litigano, i virus incombono. E stiamo vedendo solo una parte dei problemi, quello derivanti dalla pandemia del coronavirus, ne esistono di altri forse ancor più drammatici: guerre, fame, miseria, torture, discriminazioni, etc. etc. Anche concentrarsi solo sul covid 19 non è il modo migliore per fare chiarezza e giustizia nel mondo.

Il discorso di fondo è che, come dice lo scrittore Antonio Scurati, siamo incapaci di tenere insieme la comunità per ricordare i morti e custodire i vivi; ci disperdiamo nella diaspora tra cultura della difesa della vita e cultura della difesa del benessere economico, come se non fossero le due facce della stessa medaglia; ci accontentiamo di soppesare le responsabilità dei governanti a confronto di quelle dei governati, come se non fossero tutti sulla stessa barca; mettiamo in conflitto in modo manicheo la maggioranza e l’opposizione a livello parlamentare, come se non fossero le due espressioni della democrazia politica; solleviamo anacronisticamente il dualismo istituzionale fra Stato e Regioni, come se non fossero i cardini costituzionale su cui si basa la nostra pur fragile Repubblica nata dalla Resistenza; ci affidiamo all’asfittico, contorto, polemico e strumentale dibattito mediatico come se la stampa non fosse il quarto, ma il primo potere capace di fuorviare l’opinione pubblica; nutriamo una disperata fiducia nella scienza come se il mondo fosse riducibile ad un’aula universitaria.

Ritornando al pensiero di Antoni Scurati, dobbiamo ricordarci che ad ascoltare il messaggio natalizio erano i pastori, personaggi al di fuori del perbenismo, capaci di stupirsi e di stupire, di inginocchiarsi di fronte ad un bambino, di capire che c’è qualcosa che viene prima e va oltre la miseria umana. La tentazione di prescindere totalmente dalle difficoltà a costo di ricadere in una sorta di pericolosa alienazione, la reale possibilità di rimanere depressi e imbalsamati nella paura dell’incertezza sul presente e sul futuro, l’illusione di potersi rifugiare nello splendido isolamento anziché aprirsi ai drammi altrui: tutte reazioni istintive e comprensibili, ma sbagliate. Chiacchieriamo troppo, mentre il Natale è un evento silenziosamente sovversivo e noi dobbiamo essere dei rivoluzionari, dobbiamo resistere, per rimanere noi stessi e per, religiosamente o laicamente parlando, dare gloria a Dio e costruire con Lui la pace in terra.

 

Sbornie collettive senza confini

Mentre il Regno Unito fa i conti con quella che viene definita “variante inglese” del Covid, a Londra va in scena una notte senza freni. Sabato sera, poche ore prima dell’entrata in vigore delle restrizioni decise dal governo, a Oxford Street si è scatenato un party con musica e balli, al quale si sono aggregate decine di persone molte delle quali senza mascherina. Nel pomeriggio la capitale aveva visto sfilare cortei di manifestanti che contestavano il lockdown.

Come ho più volte ricordato e scritto, il presidente Sandro Pertini sosteneva, in un ammirevole mix di realismo, patriottismo e riformismo, che il popolo italiano non è né primo né secondo agli altri popoli. In questi giorni ci stiamo giustamente esercitando nell’impietosa critica verso gli scriteriati comportamenti italiani in piena ondata pandemica: si sta facendo il bagno in un mare agitato nonostante le numerose bandiere rosse che mettono in guardia dai rischi. Poi guardiamo oltre i confini nazionali e troviamo (s)consolanti esempi da non imitare. Tutto il mondo è paese! Mal comune mezzo disastro!

Che nessuno quindi ci venga a fare la ramanzina di turno, anche se meriteremmo punizioni esemplari e dolorose. Sembra proprio che tutto il mondo reagisca al disastro, sempre più articolato e complesso, rifugiandosi nell’evasione totale, negando l’evidenza, festeggiando la provvisoria immunità. Trèr èl prêt intla mèrda, (letteralmente “buttare il prete nella merda”) ha il significato di rompere gli indugi, prendere una decisione drastica, come dire “o la va o la spacca”. Questo modo di dire sembra prenda origine da uno scisma della chiesa africana appena dopo il 400 d.c.  È l’atteggiamento che molti in Italia e altrove stanno assumendo.

Quando all’inizio della pandemia si discuteva delle conseguenze sociali che essa avrebbe avuto, qualcuno, in pieno delirio di umana onnipotenza, ipotizzava che “sarebbe andato a finire tutto bene”; altri, in vena di moralismo spicciolo, sostenevano che “niente sarebbe stato come prima”. Come sta andando? Siamo completamente fuori dalle suddette profezie, stiamo facendo finta di niente, stiamo rimuovendo l’ostacolo: la globalizzazione dell’insensatezza. Non solo siamo indifferenti alle disgrazie altrui, ma siamo indifferenti anche alle nostre disgrazie.  Una sorta di sadomasochismo da Covid 19 e sue varianti.

Non ci mancavano più che le feste natalizie per spingere la gente all’assurda reazione della sbornia collettiva. A proposito di ubriacatura ricordo una simpatica barzelletta di uno storico personaggio di Parma, Stopàj. Questi, piuttosto alticcio, sale in autobus e, tonificato dall’alcool, trova il coraggio di dire impietosamente la verità in faccia ad un’altezzosa signora: «Mo salä che lè l’è brutta bombén!». La donna, colta in flagrante, sposta acidamente il discorso e risponde di getto: «E lu l’è imbariägh!». Uno a uno, si direbbe. Ma Stopaj va oltre e non si impressiona ribattendo: «Sì, mo a mi dmán la me pasäda!». Gli italiani guardano la situazione e la trovano molto, troppo brutta, allora le si rivolgono contro assumendo toni disinibiti da ubriaco per farsi coraggio, con una differenza sostanziale: l’ubriacatura generale non dura solo un giorno, si protrae nel tempo e tutti sappiamo i danni irreversibili che può provocare.

Mio padre non era un patito del vino genuino e nostrano e non comprendeva parenti e amici che si cimentavano nella “pigiatura” casalinga (“al vén fat coj pè”, nel senso di fatto male), in quanto sosteneva che ognuno deve fare il proprio mestiere senza oltretutto correre il rischio “ ‘d bèvor par tutt l’an un vén ch’a  sa ‘d bòtta” e intendendo quindi dare assoluta priorità al palato rispetto alla tracciabilità del prodotto. Tuttavia una volta si piegò alle insistenze di mia madre e portò a casa una damigiana di vino da imbottigliare. Lo aiutai maldestramente nelle operazioni. Ogni tanto capitava di avere a che fare con una bottiglia che non ne voleva sapere di essere tappata o meglio a un tappo che non voleva entrare nel collo di bottiglia e opponeva resistenza, costringendoci ad un supplemento di sforzo per riuscire nell’intento. Fui sorpreso dalla battuta con cui mio padre accompagnava lo sforzo stesso: «Maledètt ti e chi a t’ cavrà», diceva tra i denti rivolto al tappo in questione.  Mi stupii, perché non era solito imprecare a vanvera e gli chiesi il perché di questo sfogo. Mi spiegò che aveva imparato da suo padre a premunirsi dalla maledizione di chi avrebbe stappato la bottiglia e che presumibilmente avrebbe esclamato: «Maledètt ti e chi a t’ gh’à miss».

Stiamo né più né meno tentando di esorcizzare coi fumi consumistici un futuro tragicamente problematico.  Malediciamo il virus, ma beviamo a gola aperta il vino sofisticato dell’oblio. In vino veritas: è proprio vero. Quello della sbornia collettiva, che stiamo prendendo, ci dice tutta la verità sulla nostra inconsistenza umana. Tentiamo di affogare i nostri dispiaceri presenti e futuri: non ci riusciremo, ma l’importante è provarci e illudersi di farcela. Qualcuno arriva a pensare che la sbornia vera e propria sia quella della paura del virus. Paradossale partita. Sbornia contro sbornia: uno a uno.

Zitti, silenzio, passa la Juventus!

I Vangeli ci danno conto del senso civico di Maria e Giuseppe i quali si sottopongono al faticoso e odioso adempimento dell’iscrizione all’anagrafe del tempo. Questo evento portò Maria e Giuseppe nella piccola Betlemme: “Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare”. A passo d’asino ci vogliono quattro giorni per attraversare la verde pianura di Esdrelon, l’inospitale Samaria e poi le alture della Giudea. Eppure Maria e Giuseppe si sottopongono a questo obbligo senza fiatare pur avendo tanti motivi per sottrarvisi, dalla gravidanza della donna al privilegio di essere padre e madre del futuro Messia (a loro non mancavano gli angeli in Paradiso, però…).

Facciamo un salto di oltre duemila anni e spostiamoci all’università per stranieri di Perugia dove il calciatore Luis Suarez ha sostenuto l’esame propedeutici all’ottenimento della cittadinanza italiana, per il quale ha confermato di avere saputo prima della prova quelle che sarebbero state le domande a cui avrebbe dovuto rispondere (forse gliele aveva rivelate un angelo in sogno). È quanto sarebbe emerso dalla sua deposizione. Assistito da un interprete e parlando in spagnolo, Luis Suarez è stato infatti sentito come testimone dai magistrati di Perugia che indagano sul suo esame “farsa” per la conoscenza dell’italiano sostenuto all’Università per Stranieri. Una deposizione nel corso della quale il calciatore uruguaiano avrebbe ammesso di avere saputo dei contenuti della prova prima di sostenerla. Anche se nessuna conferma ufficiale giunge al riguardo.

L’indagine ha toccato i vertici dell’Università per Stranieri di Perugia. Sono stati infatti indagati per violazione del segreto d’ufficio finalizzato all’indebito profitto patrimoniale e falsità ideologica in atti pubblici la ex rettrice, che si è recentemente dimessa, il direttore generale e il professore esaminatore di Suarez, che ha lasciato l’Ateneo a fine ottobre. L’ipotesi degli inquirenti è che a Suarez siano stati rivelati in anticipo i contenuti della prova sostenuta.

Il tutto era finalizzato ad ottenere una compiacente e sbrigativa certificazione atta a rendere possibile l’ingaggio di Luis Suarez nelle file della Juventus che lo stava acquistando (non si è capito a quale punto fossero arrivate le trattative). Non se ne è poi fatto niente nonostante il calciatore fosse formalmente in regola con l’adempimento previsto per il lavoro degli stranieri in Italia.

La Juventus sostiene di essere estranea a questa vicenda: sinceramente non riesco a capire allora chi fosse interessato a questa indegna manfrina. Il discorso giuridico sembra quindi riguardare il fatto se chi ha imbastito l’esame burletta lo abbia fatto di sua iniziativa per avere eventuali successivi favori o se invece sia stato concertato con la società calcistica interessata ad avere Suarez fra i suoi tesserati. Questioni di lana caprina (almeno così sembra) a cui spesso si attacca la soluzione dei casi giudiziari.

Ammetto di essere atavicamente ostile alla Juventus, probabilmente per due motivi: il suo storico e comprovato strapotere nel mondo calcistico e il suo altrettanto storico e poderoso consenso a livello della tifoseria. Possibile quindi che io abbia il dente avvelenato e che sotto-sotto abbia una certa infantile e faziosa soddisfazione nel vedere sputtanata la grande signora del calcio italiano.

Tento di uscire da questo meccanismo anti-iuventino per effettuare due sottolineature. Innanzitutto l’ingiustizia e la discriminazione che regnano sovrane a tutti i livelli: i deboli per ottenere la cittadinanza italiana devono sputare sangue, i forti la ottengono per grazia ricevuta. Poi la constatazione, in un discorso ampio e profondo, di come il mondo del calcio (e forse dello sport in genere) sia contaminato in tutto e per tutto, non tanto dal coronavirus, ma dai mali conseguenti ai fiumi di danaro che scorrono in esso.  Troppi soldi, troppi interessi economici, troppi affari più o meno loschi, troppe cose che con lo sport c’entrano come i cavoli a merenda. Il calcio è un’industria vera e propria e per un’azienda industriale ci sta anche un po’ di corruzione per falsificare qualche prodotto e qualche appalto.

Il fatto Suarez non è tanto grave in sé e per sé, ma in quanto emblematico (la punta dell’iceberg) di un andazzo socio-economico di cui il calcio è protagonista. Forse la Juventus con i suoi potenti mezzi riuscirà a cavarsela con una multa ridicola o con un’assoluzione del “così fan tutte”. Resta l’omertoso ed imbarazzato silenzio dei media e dei tifosi: gli uni sempre pronti a difendere il loro “panem” leccando i potenti e salvaguardando così il proprio insulso mestiere; gli altri preoccupati di difendere le loro “circenses”, correndo alla disperata e penosa ricerca dell’evasione dai problemi reali. Forza Juve e grazie di esistere!

 

Recovery earnestness

Siccome, nonostante tutto, continuo testardamente a credere nella politica, mi corre l’obbligo almeno di provare a prendere sul serio i motivi che stanno sconquassando il governo Conte, sollevati soprattutto da Matteo Renzi. Dissento totalmente dalla tattica masochistica di mettere in crisi un governo in piena pandemia e senza alcun respiro strategico: chi fa parte del governo Conte e ne ha addirittura favorita la nascita, ha l’obbligo di lavorare su un eventuale sfiducia costruttiva, vale a dire di picconare il governo solo in presenza di una credibile e valida alternativa politico-parlamentare.

Voglio tuttavia provare a riflettere nel merito delle critiche renziane disapprovando comunque il metodo ricattatorio con cui vengono poste. Mi sembra – vado cauto perché è difficilissimo capire cosa realmente bolla nella pentola di Renzi, forse non lo sa nemmeno lui, se si esclude la sua egocentrica visione della politica da cui è fuorviato – che il discorso fondamentale giri intorno al Recovery fund, vale a dire alla elaborazione del progetto per ottenere una barca di miliardi a fondo perduto dalla Ue ed alla sua attuazione concreta.

Non si capisce se il progetto esista o se sia ancora in fase di preliminare elaborazione e questo da una parte sollecita le critiche su eventuali gravi ritardi che però dovrebbero essere colmati entro i termini fissati dalla Ue, mentre dall’altra parte si intenderebbe fare un progetto molto partecipato, dettagliato e concreto non facendosi prendere dalla smania di presentare in fretta il compito in classe col rischio di sbagliarlo in tutto o in parte.

Se non ricordo male, studiando organizzazione aziendale, ho imparato che la strategia è fatta di tre componenti: gli obiettivi da raggiungere, i mezzi da impiegare e i modi e tempi con cui agire (vale a dire la tattica). Per ora saremmo alla discussione sugli obiettivi, per poi passare alla quantificazione dei fondi necessari, per arrivare alla gestione di tutte le operazioni previste.

Come spesso accade siamo partiti dalla fine è cioè la discussione si è appuntata ed è arenata sulla cosiddetta cabina di regia che dovrebbe sovrintendere alla realizzazione del piano.Il presidente del Consiglio ritiene necessario una equipe di politici e tecnici a latere della pubblica amministrazione: una gestione straordinaria per un progetto straordinario. La proposta, per la verità ancora piuttosto grezza, si è incagliata in una critica basata su una questione di principio: non si può dribblare la pubblica amministrazione, bisogna comunque fare i conti con essa, non si deve fare confusione sulle competenze, laddove cioè ne esiste già più che a sufficienza. I meno maliziosi si limitano a criticare la pigrizia di un governo che non vuole mettere le mani nei gangli della burocrazia per paure di uscirne stritolato, i più malevoli pensano che la cabina di regia sia un escamotage di Giuseppe Conte per tenere in mano tutta la vicenda.

Se concedo la buona fede a Matteo Renzi, la devo concedere anche al presidente del Consiglio per pensare che abbia solo l’intenzione di sveltire al massimo la manovra realizzatrice e di assoggettarla a capacità amministrative non perfettamente presenti nella compagine ministeriale e nella burocrazia centrale e periferica. Ecco perché spunta anche l’ipotesi di un rimpasto nel governo alla ricerca di competenze ed esperienze tali da garantire la sua adeguatezza. Qualcuno arriva ad ipotizzare un vero e proprio governo di tecnici capaci di interloquire con la Ue e di gestire una massa considerevole di soldi: è in gioco l’avvenire del Paese.

In effetti, scorrendo la lista dei ministri, mi pare che non ci sia, pur con qualche notevole eccezione, la capacità di governare ed amministrare una tale imponente fase di pubblici interventi. Anche la burocrazia, pur essendo più pigra che incompetente, mi pare non sia all’altezza di un simile improbo compito. Conte non ha quindi, a mio modesto giudizio, tutti i torti, anche se, seguendo la sua linea, si rischia effettivamente di depotenziare le istituzioni, affidandosi ad un potere nuovo e per certi versi inquietante.

Il problema o addirittura i problemi esistono. Bisogna trovare la quadra evitando la rissa ideologica, lo scontro di potere e il tatticismo politico. Anche perché tutto ciò si aggiunge alle difficoltà del momento a livello della pandemia, disturbando i già difficili rapporti in merito ad essa. Non voglio esagerare, ma occorrerebbe la capacità di cercare e trovare un compromesso di altissimo livello su cui appoggiare l’elaborazione e la gestione del progetto Recovery. Mettersi a litigare di fronte ad una torta interessantissima per la paura che chi fa le parti possa barare o addirittura che non abbia gli strumenti per affettarla e portarla in tavola, mi sembra infantile e scriteriato. Il dopo corona virus lancia alla politica la sfida della concretezza e della serietà: non la possiamo evitare, pena una disastrosa perdita di un treno che non passerà mai più. Il Recovery fund richiede cioè pregiudizialmente un recupero di serietà (se non erro in inglese si dice earnestness) .

 

A me Salvini (non) mi piace

“Mi autodenuncio: se la scelta del governo sarà che non si può uscire di casa il 24, il 25 e il 26 neanche per portare un piatto caldo a chi dorme in strada, bene io lo farò lo stesso come da anni sono abituato a fare, per portare dei doni ai bimbi più sfortunati. Non potete chiudere in casa il cuore degli italiani. Lo preannuncio, se ci sarà il tutti chiusi in casa io esco, io aiuto, io porto un pasto caldo, una coperta. Non potete congelare il cuore degli italiani. Dividere le famiglie non ha senso, non c’è decreto che esista che possa impedire agli italiani di aiutare gli altri italiani”, dichiara il leader leghista Matteo Salvini.

Mia madre mi raccontava che ai tempi della sua infanzia, quando ci si confessava in vista delle grandi feste religiose, si andava a letto subito dopo per evitare di cadere in peccato e mettere a repentaglio la propria riconquistata purezza con cui vivere il Natale o la Pasqua. Per non parlare male di Salvini bisognerebbe stare sempre a letto soli soletti a dormire il sonno dei giusti. Lui invece, che sbandiera la sua fede, perde continuamente l’occasione per tacere e induce tutti in tentazione, senza avere la benché minima intenzione di liberarci una volta per tutte dalla sua ingombrante e insopportabile presenza.

Questo illustre (?) signore però può (s)parlare perché qualcuno ha avuto il cattivo gusto di mandarlo in Parlamento con una valanga di voti al punto da fargli fare per un anno e più il ministro degli Interni. Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion » (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

Pensate se avesse gestito lui a livello governativo la pandemia, se avesse lui la responsabilità dei rapporti con l’Unione Europea, se fosse ancora in sella a dettare l’agenda politica del nostro Paese. C’è da farsi venire i brividi e da accendere una candela a (san)Giuseppe Conte che nella sua voltata di gabbana ha trovato il coraggio di mandare clamorosamente Salvini a fare un altro mestiere. Ma torno alla dichiarazione resa in concomitanza con il varo del mini-lock down natalizio.

È difficile condensare in così poche righe un campionario così vasto ed esauriente di cazzate. Vi ricordate quando Salvini mangiava le ciliegie durante la conferenza stampa del governatore veneto Luca Zaia? Le ciliegie sono come le cazzate: una tira l’altra. Il problema però non sono tanto le cazzate del leader leghista (qualcuno sostiene che sia in declino a favore di Gianluca Giorgetti: se la vedranno in via Bellerio e sarà una bella gara), ma il numero degli sprovveduti che lo godono e lo votano. La Lega, stando ai sondaggi, sarebbe il partito di maggioranza relativa, ben oltre il già cospicuo bottino fatto alle elezioni politiche del 2018. Conosco gente che lo ha votato per prova, altri forse per scherzo, altri perché (s)parla bene, altri ancora (forse i più) perché vuol mandare a casa gli immigrati. Ognuno è libero di votare come crede, mancherebbe altro. Sarebbe lungo e difficile capire perché tanta svogliatezza e tanta approssimazione.

Tutto però a un limite: inviterei coloro che sono ancora del parere di votarlo a leggere adagio le dichiarazioni di cui sopra, centellinando le parole. Anche il più sprovveduto dei cittadini dovrebbe capire che Salvini ci sta prendendo tutti in giro. Berlusconi lo votavano perché sapeva fare i propri interessi e quindi speravano che sapesse fare anche quelli del Paese: prova miseramente fallita. All’estero lo avevano capito e quindi il “bunga-bunga” era diventato il nostro marchio di fabbrica. Adesso, in buona parte gli stessi soggetti, votano Salvini perché sa interpretare al meglio la parte dell’italiano che confonde il parlamento con il bar all’angolo. C’è poco da fare: piace! Il verbo salviniano, nonostante tutto, funziona.