I ristori non bastano ai ristoratori

Era quasi inevitabile che le piazze cominciassero a ribollire a causa delle difficoltà inerenti alle chiusure di alcune attività economiche particolarmente tartassate quali la ristorazione. Che ci scappi qualche violenza è purtroppo altrettanto inevitabile, non mi scandalizzo. Capisco le lamentele ma capisco anche le cautele. Probabilmente i ristoratori vedranno incongruenze nelle scelte fra chi deve chiudere e chi può rimanere aperto: effettivamente qualcosa non ha funzionato nei tempi e nei modi. Gli apri-chiudi hanno fatto più danni, psicologicamente ed economicamente, delle chiusure continuative; si è data, in una prima fase, l’illusione che, adottando certe misure cautelari, si potesse proseguire l’attività e così si sono fatte spese che hanno ulteriormente e beffardamente peggiorato la situazione dei conti. I consumi sono diminuiti causa l’andamento generale assai precario, ma hanno preso botte forse irrimediabili dalle chiusure, mentre i cosiddetti ristori stanno facendo cilecca dal punto di vista quantitativo, organizzativo e della tempistica, ingenerando un senso di scoramento e di abbandono in questi operatori economici.

Effettivamente passando davanti ai ristoranti chiusi mi assale un senso di grande tristezza: sono il segnale eclatante di una vita bloccata, niente però in confronto all’angoscia indotta dalla visione televisiva dei reparti di terapia intensiva dove si combatte fra la vita e la morte. Non mi sento di colpevolizzare per le proteste chi è costretto ad abbassare la saracinesca sulla propria azienda, sul proprio lavoro, sul frutto dei propri sacrifici. Forse lo Stato potrebbe fare qualcosa di più? Non so esprimermi al riguardo: da una parte vedo la necessità di sostenere momentaneamente certe attività particolarmente colpite, dall’altra mi rendo conto che la finanza pubblica non è un pozzo senza fine anche perché sconta, volenti o nolenti, le ristrettezze storiche provenienti da un passato spendaccione e inconcludente. Qualcuno sostiene che sia addirittura inutile e controproducente continuare a spargere denaro a pioggia, meglio mirare e indirizzare gli aiuti su investimenti che abbiano un futuro economico e sociale. E lasciamo morire chi agonizza? E assistiamo ad una decimazione di fatto rispondendo con un “si salvi chi può” al grido di chi chiede un aiuto?

Personalmente, senza timore di essere smentito dagli scienziati, che una ne inventano, una ne dicono e una ne sparano a vanvera, avrei portato avanti, come ho già avuto modo di scrivere, una politica severa di concertazione con le categorie economiche, basata su patti molto stringenti, controllati con estrema intransigenza nella loro applicazione.  In effetti i comportamenti molto spesso non sono stati incoraggianti in tal senso, ci si è illusi di affrontare i problemi all’italiana, sostituendo gli apericena con gli aperipranzo, lisciando il pelo ai consumatori più irresponsabili e trasgressivi anziché puntare sulla clientela più seria ed affidabile.

Non avrei fatto ricorso alle chiusure a macchia di leopardo, che sembrano fatte apposta per creare confusione: perché chi ha la sfortuna di operare in zone più sensibili e attaccate dalla pandemia deve essere penalizzato rispetto a chi lavora in territori meno toccati dal virus? Mi si dirà che bisogna essere pragmatici ed è vero, ma un minimo di omogeneità non può mancare.

Speravo che il governo di unità nazionale potesse disinnescare certe bombe ad orologeria. Mi sembra che la protesta stia montando al di là della credibilità teorica dei governanti. Un maggiore senso di responsabilità da parte dei politici tuttavia non guasterebbe, anche se forse la situazione sta comunque scappando di mano. E pensiamo a quando, prima o poi, scadrà la cassa integrazione. Pensiamo a quando verrà il momento di fare dei sacrifici da parte di coloro che si sono salvati in corner. C’è da tremare! Che ciascuno cerchi di fare tutto il possibile senza scatenare violenza e senza accendere fuochi devastanti. E facciamo giorno e notte questa benedetta campagna vaccinale, usando i vaccini più sicuri, senza creare fasce sociali di seria a e b, senza dimenticare che il mondo dovrà comunque cambiare. In peggio per i contemporanei abituati al meglio (?), in meglio per i posteri ai quali non possiamo e dobbiamo rinviare il nostro peggio.

Piangere come una rai tagliata

Stando alle indiscrezioni, il governo Draghi starebbe preparando un ribaltone in casa Rai. Al dossier, secondo quanto riportato dalla Stampa, stanno lavorando Antonio Garofoli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Funiciello, capo di gabinetto del Premier, Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro e uomo di fiducia di Daniele Franco, e Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico.

Era ora che qualcuno si accorgesse degli assurdi andamenti di questo ingombrante carrozzone. Troppi costi, pochi introiti, scarsa audience. Prima di decidere sui nuovi amministratori è più che opportuno che il governo e il parlamento indaghino sulla situazione. Non ci vuole molto a capire che dove basterebbe un giornalista ne vengono impiegati tre, che certi programmi non hanno né capo né coda, che la qualità molto spesso lascia alquanto a desiderare, che gli introiti, spesso portati a giustificazione di spese pazze, sono in calo.

I “programma di intrattenimento”, vale a dire tutte quelle trasmissioni che non rientrano né nei programmi di informazione né in quelli di comunicazione politica, fanno venire il latte alle ginocchia. L’informazione è drogata e poco obiettiva, la politica è invadente e spesso prevaricante. In mezzo a uno sconfortante piattume, ogni tanto si alza qualche acuto, che però non è sufficiente a riscattare il livello decisamente basso della proposta Rai, che ha tutti i difetti delle emittenti private (rincorsa affannosa e penosa dell’audience a tutti i costi) senza averne i pregi (una certa qual indipendenza dai pubblici poteri).

Si nota ad occhio nudo lo sperpero di risorse umane con paradossali sovrapposizioni: si pensi ai quirinalisti (uno per ogni tg), si pensi ai giornalisti che si occupano di Parlamento (capaci soprattutto di disturbare con scolastiche rimasticature le dirette dalle aule del Senato e della Camera), si pensi alla pletora di commentatori politici interni ed esterni (si divertono ad offrire la più becera delle fiere di ovvietà), si pensi ai cronisti della politica  (flotte di ragazzotti e ragazzotte a cui viene messo in mano un microfono per pedalare), si pensi ai cronisti in genere (capaci di rincorrere le stupidaggini, lasciando perdere le cose importanti), si pensi ai conduttori ed alle conduttrici (i primi tesi a sgomitare per difendere il loro pezzetto di palinsesto, le seconde preoccupate di mostrare cosce e sfoggiare piccanti toilette).

E dare un’occhiata a stipendi e cachet potrebbe riservare interessanti riscontri etico-professionali. Mi piacerebbe tanto conoscere questi dati, perché sono più che sicuro che nascondano un vero e proprio attentato all’equità e alla serietà, una provocazione sbattuta in faccia a chi soffre e geme nelle doglie del parto di una società più giusta e democratica.

Con lo stile ed il garbo che lo contraddistinguono spero comunque che Mario Draghi abbia tempo e voglia di intervenire a gamba tesa in questo campo. Farebbe cosa buone e giusta, equa e salutare. Se non ci prova lui, chi mai ci potrà riuscire. Non è solo un problema di indipendenza dai partiti politici e dai loro interessi di bottega, è una questione culturale a tutto tondo. Non si accontenti di cambiare qualche dirigente al vertice, abbia la forza di “andare giù una mano di vanga” senza pietà nell’interesse dell’opinione pubblica e dei cittadini spettatori incolpevoli. Qualcuno parla di un vero e proprio modello Draghi per la Rai: mi piace già immaginarlo, figuriamoci se diventasse realtà.

Se pretendiamo giustamente da Mario Draghi esempi di discontinuità politico-programmatica nell’affrontare l’emergenza, a maggior ragione ci dovremmo aspettare un cambio di passo nella gestione di questo circo mediatico che si chiama Rai. Vuoi vedere che sia la volta buona per mandare a casa qualche mangiapane a tradimento e qualche saltimbanco di professione? Me lo auguro di vero cuore.

 

C’è sempre da imparare…anche da Casaleggio

Mia sorella Lucia, nella sua implacabile schiettezza, come ho già avuto modo di scrivere, non sopportava i grilloparlanteschi atteggiamenti della gerarchia cattolica nelle sue varie espressioni centrali e periferiche, volti ad esprimere forti e generiche critiche ai politici, con cui peraltro non era affatto tenera. Rinviava però al mittente parecchi rilievi: “Sarebbe molto meglio che si guardassero loro, che ne fanno di tutti i colori, anziché scandalizzarsi delle malefatte delle persone impegnate in politica”. Punto e a capo.

A volte esagerava nei toni, ma aveva perfettamente ragione nella sostanza. Ho rispolverato, come spesso mi accade, questo suo atteggiamento critico apprendendo il nuovo, triste capitolo del caso Bose, sul quale torno a scoppio ritardato. Un decreto del delegato pontificio, padre Amedeo Cencini, ha concesso all’ex priore, fratel Enzo Bianchi, una settimana di tempo per lasciare la comunità nel Biellese e trasferirsi a Cellole di San Gimignano, provincia di Siena e diocesi di Volterra, in un’antica canonica trasformata alcuni anni fa nella sede toscana della stessa Bose. Ma, per rispettare il precedente decreto pontificio che imponeva il trasferimento all’esterno della comunità, Cellole perde qualsiasi connotazione monastica, viene ceduta in comodato a Enzo Bianchi che sarà accompagnato da tre o quattro confratelli. Continueranno a essere considerati monaci ma “extra domum”. Senonché Enzo Bianchi avrebbe rifiutato la nuova destinazione e allora…

Forse la telenovela non finirà mai, magari si troverà un finale penoso quanto prevedibile, ma rimane aperto un problema enorme nella vita della Chiesa: non è ammesso il dissenso, non è accettato il pluralismo, il dialogo non può durare che fino a mezzogiorno. Non entro nel merito della controversia, anche perché viene silenziato, ma il metodo non mi piace, anzi mi scandalizza. È possibile che in una comunità monastica si risolvano i contrasti a suon di burocratici decreti pontifici e di drastiche espulsioni? Nemmeno nel peggiore dei partiti politici si arriva a tanto. Il clima, tutto sommato, è quello di una caserma, dove si tace e si obbedisce a prescindere. “Credere, obbedire e combattere” era un motto fascista di cui non si trova traccia nel Vangelo.

“Credo la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica”, così si dichiara durante la messa. Sulla sua natura gerarchica ci sarebbe quindi molto da discutere, ma i metodi sbrigativi sono una degenerazione dell’impostazione gerarchica stessa. Così facendo si impoverisce la comunità, privandola di certi carismi e inquadrandola in un perimetro ristretto dove alberga un pericolosissimo pensiero unico. La Chiesa è specializzata nel perdere il pelo, ma non i vizi e, tra questi, quello del punire ed emarginare chi osa dissentire o esprimere idee non perfettamente in linea con la dottrina e la prassi ufficiali.

Quando con il caro amico don Luciano Scaccaglia si combatteva qualche battaglia “trasgressiva”, mi premuravo di avvertirlo dei rischi che poteva correre a livello disciplinare: “A me, in fin dei conti, non possono dire niente, delle loro reprimende me ne faccio un baffo, ma per te è diverso, rischi provvedimenti gravi con tutto quel che ne segue”. Lui mi guardava, mi ringraziava e mi rispondeva: “Andiamo avanti!”. Il coraggio non gli mancava. Nella Chiesa bisogna fare così, ma non è giusto costringere ed irrigidire i rapporti fino a questo punto.

Sono molto dispiaciuto per don Enzo Bianchi, per la comunità di Bose e per tutta la Chiesa. Un mio amico che non accettava imposizioni, desiderava ardentemente votare in occasione della nomina del vescovo. Aveva perfettamente ragione. Invece arriva in diocesi un personaggio calato dall’alto, non si capisce mai in base a quali criteri sia stato scelto, accolto dal clero con la stessa preoccupazione con cui gli impiegati attendono l’arrivo di un direttore, visto spesso come un unidentified flying person.

Nel movimento cinque stelle è stata introdotta l’espressione on line del voto sulla cosiddetta piattaforma Rousseau da parte degli iscritti, sulle scelte fondamentali da adottare (pare che le cose stiano cambiando…): una forma di partecipazione democratica più formale che sostanziale, una sorta di mini-plebiscito preventivo sull’operato dei dirigenti, una parodia democratica a livello di suffragio assai poco universale. Meglio di niente, si dirà. Sì, infatti, e se provassimo ad adottare una simile procedura all’interno della Chiesa? La gerarchia cattolica è sicuramente critica verso il M5S, le sue sparate ed i suoi metodi. Ebbene, si guardassero in casa loro, come diceva mia sorella, e provassero a fare una piccola flebo di democrazia andando magari a lezione da Beppe Grillo e Davide Casaleggio (accontentiamoci…). Tentare non nuoce, magari con una piattaforma “Spaemann”. Chi era? L’ultimo grande filosofo cattolico. Forse si scaravolterà nella tomba.

 

 

Le cantate (abbastanza) chiare di Cantalamessa

Nel giorno del Venerdì Santo in cui la Chiesa celebra la Passione del Signore e rivolge a Dio la grande Preghiera Universale perché “le conceda unità e pace” e “la protegga su tutta la terra”, il predicatore della Casa Pontificia, il cardinale Raniero Cantalamessa, ha sviluppato una profonda riflessione sulla fraternità, alla quale Cristo, sulla Croce, ha dato un nuovo fondamento. E si è soffermato, poi, sulla fraternità nella Chiesa Cattolica, oggi ferita dalle divisioni a causa dell’opzione politica che “prende il sopravvento su quella religiosa ed ecclesiale e sposa una ideologia, dimenticando completamente il valore e il dovere dell’obbedienza nella Chiesa”. E invece, ha affermato il religioso cappuccino, è l’unità cui si deve puntare.

“Dobbiamo imparare dal Vangelo e dall’esempio di Gesù – ha detto il porporato -. Intorno a lui esisteva una forte polarizzazione politica. Esistevano quattro partiti: i Farisei, i Sadducei, gli Erodiani e gli Zeloti. Gesù non si schierò con nessuno di essi e resistette energicamente al tentativo di trascinarlo da una parte o dall’altra”. Padre Cantalamessa ha aggiunto che “la primitiva comunità cristiana” ha seguito fedelmente Gesù in tale strada e che “questo è un esempio soprattutto per i pastori che devono essere pastori di tutto il gregge, non di una sola parte di esso”. “Sono essi perciò i primi a dover fare un serio esame di coscienza – ha proseguito il predicatore della Casa Pontificia – e chiedersi dove stanno portando il proprio gregge: se dalla propria parte o dalla parte di Gesù”. Quindi il porporato ha ricordato: “Il Concilio Vaticano II affida soprattutto ai laici il compito di tradurre le indicazioni sociali, economiche e politiche del Vangelo – e ci sono nel Vangelo! – in scelte anche diverse, purché sempre rispettose degli altri e pacifiche”.

Ho ripreso integralmente la cronaca dal sito del Vaticano per non essere fuorviato da interpretazioni pelose o faziose di questo accorato appello all’unità all’interno della Chiesa Cattolica. Evidentemente però al predicatore dei predicatori friggeva la lingua di sacro furore e non si è lasciato scappare l’occasione per vuotare il sacco contro le divisioni che emergono dall’insofferenza verso la pastorale impostata e portata avanti da papa Francesco.

Cantalamessa ha rischiato persino lo “strafalcione evangelico” collocando al Venerdì Santo quanto tradizionalmente viene collocato al Giovedì Santo, nel momento in cui Gesù ha invocato il dono straordinario dell’unità durante l’Ultima Cena, prima della sua passione: “Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

Superato questo piccolo disguido – probabilmente voluto per significare la sofferenza di Gesù in croce di fronte alle divisioni profonde e strumentali all’interno della Chiesa, forse più a livello episcopale che del popolo di Dio – bisogna pure passare da un richiamo biblicamente ben piantato, teologicamente indiscutibile anche se da coniugare con altri principi altrettanto irrinunciabili, ma indubbiamente e concretamente generico, alla individuazione di chi e come sta giocando sporco nella gerarchia cattolica.

Azzardo il pronostico che si tratti soprattutto delle sbandate politiche dell’episcopato statunitense e dei pruriti inquisitori della Curia romana e di chi si diverte a fare le pulci ad un papa scomodo nella misura in cui prende a riferimento il Vangelo, fregandosene altamente degli equilibrismi strutturali e dei contraccolpi politici. In buona sostanza, gira e rigira, nella Chiesa, da sempre, vale a dire da Gesù in avanti, dà fastidio l’opzione a favore dei poveri e degli ultimi.

La morale della favola la fissa plasticamente lo stesso papa Francesco, ben consapevole di essere nell’occhio del ciclone: «Parlare sempre dei poveri non è comunismo, è la bandiera del Vangelo».  Il vescovo brasiliano dom Helder Camara rincarava la dose: «Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista».

Il comunismo fa ancora e sempre paura, se è vero come è vero che si tratti, in fin dei conti, di un cristianesimo politicamente impazzito. E chissà perché la pazzia vale solo per il comunismo e non vale, tanto per stare ai tempi nostri, per il trumpismo. La scelta a favore dei poveri è un prezzo irrinunciabile che la Chiesa deve pagare. Ecco cosa intendevo dire quando sopra ho parlato di coniugazione dei principi: essere uniti non può significare sacrificare sull’altare dell’unità la lotta alla povertà e per la giustizia. Non ci si può infatti fermare a predicare e praticare l’elemosina, bisogna andare alla Carità intesa in senso lato e completo. Non confondiamo l’unità della Chiesa con la ragion di Chiesa, come successe col nazismo ed il fascismo.

Di fronte alla folla stanca ed affamata Gesù ha operato innanzitutto la moltiplicazione dei pani coinvolgendo in essa gli apostoli, solo dopo e in altra sede ha impartito la scomoda lezione del pane di vita. Papa Giovanni sosteneva che ad un affamato non puoi parlare seriamente di Dio, se prima non gli dai da mangiare.

Mio padre, da grande saggio qual era, sosteneva che per giudicare e fare i raggi etici a una persona bizoggnava guardarne e toccarne il portafoglio. È lì che casca l’asino, è lì la prova del nove di certa generosità a parole, di certa disponibilità teorica. «Tochia in-t-al portafój…». Vale anche per la fede cattolica.

In conclusione bisogna partire dal Vangelo, che peraltro non ammette compromessi, il resto è una difficile ma imprescindibile conseguenza. Come dimenticare al riguardo l’episodio raccontato con rara e simpatica verve ironica da don Andrea Gallo, il quale era stato chiamato a rapporto in Vaticano da un importante cardinale per discutere dei comportamenti pastorali border line del più pretaccio dei pretacci. Don Gallo scelse una linea difensiva semplice ed inattaccabile: «Io applico il Vangelo…». Momento di panico. Il cardinale ribatté laconicamente: «Beh, se la metti su questo piano!?». «E su quale piano la dovrei mettere?» chiese provocatoriamente don Gallo.

 

 

                            

 

 

La luce femminile sul fattaccio della Croce

C’è un fatto per antonomasia, che merita di essere commentato, anzi un “fattaccio”, che merita di essere rinnovato nella sua strabiliante e sofferta umanità, ma anche nella sua immanente e misteriosa divinità. Mi riferisco alla crocifissione di Gesù di Nazaret.

Non sono un teologo e quindi faccio molta fatica a trovare il filo della matassa aggrovigliata del dolore di cui questo evento è segno sacramentale. Non sono un biblista per scandagliare la storia della salvezza e collocare in essa la “disastrosa” fine di Colui, che si dichiara Figlio di Dio e che muore a dispetto di (quasi) tutti e risorge a consolazione di pochissimi.

Sono soltanto un povero seguace di quest’Uomo-Dio, che tenta di carpire qualche segreto dall’epilogo drammatico della sua vita finita tragicamente nella morte in Croce. E mi chiedo perciò dove erano e cosa facevano tutti coloro che lo avevano incontrato e conosciuto, direttamente o indirettamente.

Capisco bene chi lo aveva osteggiato, intravedendo in Lui un attacco sconvolgente e proditorio al potere religioso e che ha aspettato un po’ di tempo, ma poi finalmente è uscito allo scoperto e ne ha spaventosamente provocato un vero e proprio massacro. Ma gli altri dove erano? Probabilmente tutti presi in contropiede dal processo sbrigativamente intentato e parodisticamente celebrato. Il tradimento di Giuda, che sembra fattualmente un evento superfluo, ha avuto forse la funzione di far precipitare la situazione spiazzando un po’ tutti.

Dove erano i suoi timorosi apostoli? Lo sappiamo: erano scappati, probabilmente delusi, sicuramente spaventati, certamente dubbiosi riguardo allo sbocco di una vicenda esistenziale, di cui, bene o male, erano stati testimoni. Intendiamoci bene: non si trattava solo di uno sparuto gruppetto di “fifoni”, pronti a darsela a gambe di fronte alla brutta piega degli avvenimenti riguardanti il loro maestro di vita. Erano gli spauriti comprimari di un fatto apparentemente e paradossalmente inspiegabile: un messia che finisce in croce. Vai a pensare che tutto ciò significava l’amore incommensurabile di un Dio riveduto e corretto dal suo figlio fatto uomo… Era dura ed è tuttora dura da bere, anche se è così: prendere o lasciare!

Ma dove erano tutte le persone che Gesù aveva incontrato e beneficato in vario modo? I lebbrosi guariti e riportati nella società, i paralitici rimessi in piedi, i cechi e i sordomuti riconsegnati ad una vita di normali relazioni, gli indemoniati guariti dalla loro follia, i ritornati in vita per il suo intervento, tutti coloro che avevano assistito alla prodigiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, tutti quanti si erano entusiasmati con le sue ficcanti prediche, tutti i peccatori incalliti riscattati dal suo precipitoso e delicato perdono, tutti coloro che ne avevano apprezzato le parole e le opere? Dove erano i seguaci di Giovanni Battista, privi della loro storica guida, ma titubanti verso il cugino così diverso dalle loro aspettative? Dove erano tutti costoro, quando Pilato improvvisò un referendum alle grida per decidere se liberare Gesù o Barabba? É vero che allora non c’erano i social media per informare e mobilitare la gente, è vero che il sinedrio giocò d’anticipo, prevenendo ogni e qualsiasi contestazione popolare ad una squallida manovra di puro potere, fatto sta che quella città, a poche ore di distanza da un trionfo bello e buono, riservava al Figlio di Davide, dopo gli osanna, i crucifige implacabili ed insistenti.

E Pilato dove era? Avrà sicuramente, in precedenza, sentito parlare di questo imprevedibile e stranissimo personaggio. La guarigione del servo del centurione non sarà passata sotto silenzio a livello della truppa romana e probabilmente qualcosa sarà arrivata all’orecchio del governatore. Avrà pur saputo che questo Gesù era capace di mobilitare le masse, ma le ammaestrava con insegnamenti pacifici e non dimostrava alcuna ostilità preconcetta nei confronti dell’invasore romano. Una volta che gli venne consegnato, capì immediatamente il retroscena della vicenda, il complotto che i capi degli ebrei stavano confezionando. Presumibilmente si sarà ulteriormente informato dai suoi più stretti collaboratori, che gli avranno riferito di un personaggio scomodo per il Sinedrio, ma innocuo per i Romani, sempre pronto a schierarsi pacificamente dalla parte dei deboli, ma comunque non ostile e lontanissimo da ogni e qualsiasi trama rivoluzionaria in senso materiale.

Possibile che il Sinedrio, peraltro non perfettamente unito nel giudizio su Gesù (a proposito dove erano i maggiorenti in buona fede che lo stimavano seppure sotto traccia?), sia riuscito a fare un vero e proprio golpe religioso con la pavida complicità di Pilato e nell’indifferenza generale? Possibile, anche se sembra che tutto rispondesse ad una logica predeterminata e inesorabile.

E quale può essere questa logica? Si tratta della più illogica delle vicende umane, ma della più grande e paradossale manifestazione divina. Dio fa una continua provocazione amorosa e poi aspetta: l’innamorato respinto non si rassegna e dà la vita e così avviene nei secoli dei secoli. E noi abbiamo la spudoratezza di chiosare il tutto con un “Amen”. Sentirsi in colpa è poco! Ci riescono il centurione romano ai piedi della Croce, che riconosce Il Figlio di Dio e il ladrone in croce, che osa chiedere perdono. Ciò a significare che noi siamo peggio di questi due estremi personaggi: un kapò, che si diverte a torturare i condannati a morte ed un condannato a morte per un atroce delitto, che si accontenta di una sublime promessa. Siamo in mezzo e non ce ne rendiamo conto!

Nel buio fitto di questo fattaccio si intravede, umanamente (e non solo) parlando, la luce al femminile: si potrebbe dire che il sole si è spento e resta la pallida luce della luna. Le donne! Le uniche che trovano il coraggio di piangere, di gridare allo scandalo, di fare carezze al moribondo, di ungere il corpo del cadavere, di continuare a cercare questo uomo, che le aveva parificate all’uomo, che le aveva riscattate dalla loro condizione di minorità, che le aveva perdonate, oserei dire scusate, nei loro peccati, che le aveva amate fino in fondo. Mi piace pensare che sia così anche oggi… Anzi è stato così tre giorni dopo il fattaccio: le donne vedono e vogliono toccare per prime Gesù. Scene di dolcezza infinita e di fede traboccante. Se non ci fossero state quelle donne, con Maria in testa, tutto sarebbe più difficile da credere e da testimoniare. Gli incalliti clericali, i bigotti di turno, gli uomini di potere, i violenti, i vigliacchi, i paurosi, i tiepidi, ci sono anche oggi in abbondanza. E le donne? Sono, tutto sommato, ancora le uniche ad avere occhi per esprimere guardi di pietà, ond’io guardo a loro come ad angeli e dico: Ecco la bellezza della vita!

 

 

 

 

La qualità della vita parte dall’onestà e dalla sobrietà

La moglie dell’ufficiale accusato di spionaggio a favore dei russi si dice certa che il marito non abbia consegnato ai russi niente di compromettente, spiegando con le difficoltà economiche la sua decisione di vendere documenti militari. La moglie del capitano di fregata arrestato dai Ros in flagranza di reato respinge l’accusa di “traditore della patria”.

“Mio marito non voleva fottere il Paese, scusate la parola forte. E non l’ha fatto neanche questa volta, ve l’assicuro, ai russi ha dato il minimo che poteva dare. Niente di così compromettente. Perché non è uno stupido, un irresponsabile. Solo che era disperato. Disperato per il futuro nostro e dei figli. E così ha fatto questa cosa”, ha dichiarato la donna al Corriere della Sera.

“Era veramente in crisi da tempo, aveva paura di non riuscire più a fronteggiare le tante spese che abbiamo, lo stipendio fisso di 3 mila euro al mese non bastava più per mandare avanti una famiglia con 4 figli, 4 cani, la casa di Pomezia ancora tutta da pagare, 268 mila euro di mutuo, 1.200 al mese. E poi la scuola, l’attività fisica, le palestre dei figli a cui lui non voleva assolutamente che dovessero rinunciare”.

“Ma certo – ha sottolineato la donna – lui per 30 anni c’è sempre stato, ha servito il Paese, dalla Marina alla Difesa, a bordo delle navi come davanti a una scrivania. Si è sempre speso per la patria e lo ribadisco: anche se ha fatto quello che ha fatto sono sicura che avrà pensato bene a non pregiudicare l’interesse nazionale. Non è uno stupido, lo ripeto”.

Ora il maggior timore della moglie è “la gogna mediatica”, perché “chi non lo conosce lo ha già condannato, lo ha già crocifisso”, mentre non merita di essere bollato come traditore della patria, perché “lui la patria l’ha servita”.

Non mi associo per niente alla gogna mediatica, il capitano si giustificherà davanti alle autorità competenti, niente giustizia sommaria e niente crocifissioni. Arrivo a capire, umanamente parlando, anche una grave trasgressione, però non posso accettare la difesa imbastita dalla moglie.

Innanzitutto 3 mila euro al mese non rappresentano uno stipendio da fame, poi i 4 cani, se proprio non si riesce a mantenerli, si possono anche rinunciare ad un canile, soprattutto però è il tenore di vita che va tarato sulle proprie possibilità. Ho vissuto sempre in una famiglia piuttosto povera, ho toccato con mano i sacrifici fatti dai miei genitori, ho visto in essi la difficoltà di quadrare i bilanci spalmando le difficoltà su tutti i componenti della famiglia, l’abitazione in proprietà se la sono potuta permettere in età avanzata, mia madre si è rimboccata le maniche facendo il mestiere di magliaia per tutta la vita, anche il percorso scolastico dei figli, di mia sorella soprattutto, ha sofferto le ristrettezze, a certe attività, quali palestra, danza, etc. etc., non si poteva nemmeno pensare. Poi, piano piano sono arrivati tempi migliori, ma tutto è sempre stato contenuto in un regime di assoluta sobrietà e senza passi più lunghi della gamba.

È estremamente pericoloso considerare le esigenze della vita come una variabile toccabile solo in aumento, da cui far dipendere persino la correttezza della propria vita professionale. So benissimo che la mentalità corrente va in altra direzione, ma ciò non significa che sia la direzione giusta. Questa gentile signora, di cui apprezzo l’istinto di difendere il proprio compagno, lo sta difendendo assai male a posteriori; forse era molto meglio se provava almeno a consigliarlo per tempo, condividendo con lui i sacrifici prima delle pur legittime aspirazioni. Non sono un moralista e non intendo fare prediche a nessuno, chiedo scusa se mi permetto, ma…

Spesso mi chiedo se certi uomini non abbiano fidanzate, mogli, compagne che possano farli ragionare e ridurli a più miti consigli. Un mio carissimo amico, alludendo ai rapporti di coppia, sosteneva che i cuscini parlano. Parlassero pure, ma in senso umano e non in senso affaristico o carrieristico. Temo infatti che a volte la donna, strumentalizzando il proprio indubbio ascendente, possa spingere il suo partner a commettere azioni scorrette sul piano economico e sociale, anche se mi piace di più immaginare un influsso benefico della donna sull’uomo. È un discorso generale, che prescinde dal caso particolare, che non conosco, ma dal quale sto solo ricavando qualche spunto di riflessione.

Cosa non si fa per i figli… Permettetemi di riferirvi quanto detto da uno psicologo ad un mio carissimo amico in merito alla credibilità della testimonianza dei genitori nei riguardi dei figli: “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”. I figli del suddetto capitano come rimarranno apprendendo che certi loro svaghi erano ottenuti ad un così caro prezzo?

Non ho avuto la fortuna di avere figli e quindi non posso fare riferimento alle mie esperienze di padre, ma soltanto a quelle di figlio, a certi ricordi, che qualcuno magari giudicherà sentimentalismi da strapazzo. Rammento con tanta nostalgia le feste di Santa Lucia, con la spasmodica attesa dei regali, che la Santa elargisce in proporzione alla bontà dei bambini. Il mattino della festa era veramente qualcosa di fantastico: mia madre mi prelevava dal letto avvolgendomi in un panno caldo (il riscaldamento nelle camere da letto era, a dir poco, sommario) e mi conduceva in cucina dove sul tavolo erano disposti i doni. Ricordo il tremore per il freddo ma soprattutto per l’emozione: i regali erano tanti, ma veramente tanti e belli. Crescendo di età, sentivo soprattutto all’asilo, gli amici più smaliziati che scoprivano l’arcano di Santa Lucia (è la mamma, sono i genitori, è tutto un inganno). Dentro di me, ragionando un poco, arrivavo a ritenere più che plausibile la tesi dei compagni di asilo, ma questa si scontrava con la povertà della mia famiglia: come potevano i miei genitori, così poveri, coprirmi di regali belli e costosi, doveva esserci sotto comunque qualcosa! E quel qualcosa c’era eccome ed era la solidarietà degli zii e delle zie (uno in particolare) che intervenivano in questa come in altre occasioni.

Voglio precisare: non è che mio padre e mia madre fossero dei pauperisti, si fossero spersonalizzati, avessero rinunciato alle loro peculiarità, ai loro gusti, ai loro modi di pensare: mantenevano i loro spazi di autonomia, le loro iniziative, le loro amicizie personali, i loro divertimenti. Mio padre molte sere frequentava il teatro (che a mia madre interessava poco), alla domenica andava alla partita, non mancava i suoi appuntamenti al bar (cose che abbiamo già visto e vedremo), ma il tutto era riconducibile in seno alla famiglia, a servizio della famiglia e nei limiti consentiti dalla famiglia.

Chiudo con un richiamo evangelico: come ha detto papa Francesco, i soldati a guardia del sepolcro di Gesù avevano capito benissimo che era avvenuto qualcosa di straordinario, ma anziché umilmente ammetterlo, hanno preferito intascare una bustarella dai maggiorenti del popolo ebreo e dire che il cadavere era stato trafugato dagli apostoli. Dio e mammona: e mammona è molto furbo e riesce a far passare per buono ciò che buono non è. Anche quei soldati avranno avuto una moglie e dei figli da mantenere con una paga piuttosto modesta, però il loro comportamento non mi piace…

 

 

La cena delle beffe a vaccino nudo

Diversi Land tedeschi hanno sospeso la somministrazione agli under 60 del vaccino AstraZeneca. Dopo Berlino anche Monaco di Baviera, così come gli stati di Brandeburgo e Nord Reno-Westfalia, smettono immediatamente di vaccinare con l’agente i minori di 60 anni.

Nelle scorse ore anche il Canada ha sospeso l’uso del vaccino anti-Covid di AstraZeneca per le persone sotto i 55 anni. Una decisione che segue le indicazioni della Commissione nazionale sulle vaccinazioni che, nonostante sul territorio canadese non si siano verificati casi mortali, ha preso in considerazione i dati forniti dai vari Stati sugli effetti collaterali del vaccino.

La Sanità siciliana si risveglia travolta da uno tsunami. Che investe in pieno il governo della Regione. Un’inchiesta della procura di Trapani ha portato a tre arresti, facendo luce su alcune presunte irregolarità relative ai dati regionali sulla pandemia da Covid. Numeri falsati, morti «spalmati» su più giorni, tamponi «gonfiati», comunicazioni a Roma inesatte: questo ritengono di avere appurato gli inquirenti che tra gli altri indagano anche l’assessore regionale alla Salute; quest’ultimo ha presentato le dimissioni, subito accolte dal governatore della regione. Spero vivamente che non sia vero, anche se confesso come da parecchio tempo, in mezzo alla pioggia di dati giornalieri, a volte piuttosto strani, a volte inspiegabili, mi è venuto spontaneo pensare a qualche aggiustamento in corsa.

Fioccano i casi di totale assenza o di scriteriata gestione della vaccinazione in diverse zone del Paese: siti vaccinali deserti, prenotazioni in tilt, presunti favoritismi, inaccettabili confusioni e paradossali disfunzioni. Non sembrano casi eccezionali e isolati, ma esempi di una situazione di diffusa malasanità. Arrivano immagini di alcuni hub vaccinali deserti e di lunghe e disordinate code davanti ad altri. C’è persino l’assegnazione dei vaccini rimanenti a fine giornata previa coda ad hoc, come si fa ai mercati o come si faceva davanti a certi teatri per i biglietti destinati ai posti in piedi in loggione. Non ci stiamo proprio facendo mancare niente e non è ancora finita.

Lasciamo perdere la folle e provocatoria possibilità di fare le vacanze pasquali all’estero salvo tamponi e brevi quarantene. Disposizioni che sembrano fatte apposta per far incazzare albergatori ed operatori turistici italiani e per consolidare nell’immaginario collettivo la solita classificazione tra poveri e/o rigorosi da una parte e ricchi e/o trasgressivi dall’altra.

Forse, anzi sicuramente, ci saremo meritati un virus che scopre tutti gli altarini del nostro assurdo e disumano modo di vivere e di convivere, ma la cura si sta rivelando peggio della malattia e questo, forse, è troppo. Le autorità governative, scientifiche e culturali ci spingono a vaccinarci, a tenere un comportamento lucidamente orientato dal senso civico e dalla razionalità e fin qui niente da ridire. Tuttavia se contestualizziamo questi appelli, essi assumono (quasi) il sapore della beffa, della presa in giro, della spinta al qualunquismo.

L’altro pomeriggio mi è capitato di assistere ad un grilloparlantesco salotto televisivo (Dio ce ne scampi e liberi!) in cui i benpensanti sfogavano tutta la loro riprovazione verso chi osa nutrire dubbi e incertezze rispetto alla vaccinazione: e giù a vomitare improperi contro gli operatori sanitari recalcitranti, verso i magistrati sgomitanti, verso chiunque osi dissentire dal pensiero forte della vaccinazione a tutti i costi. Mai forse come in questo momento storico la ragione ed il torto si sovrappongono: avevano infatti ragione in teoria, ma torto marcio in pratica. Sarebbe indispensabile aiutare tutti a credere nel vaccino adottando comportamenti virtuosi e non scagliando anatemi a vanvera, che oltre tutto ottengono l’effetto contrario.

Un giorno, come ho più volte ricordato, un mio conoscente, piuttosto intelligente e attento alle cose della politica, mi chiese provocatoriamente: “Secondo te è più qualunquista l’uomo della strada che si scandalizza delle porcherie dei politici o il politico che fa le porcherie?”. Non mi iscrivo al partito dei qualunquisti, che oggi si fa chiamare no vax, ma se tutti gli operatori impegnati (si fa per dire) si dessero una regolatina non sarebbe male. La domanda di cui sopra dovrebbe essere così riveduta e corretta: “Secondo te è più qualunquista l’uomo della strada (e non solo…), che nutre seri dubbi sulla vaccinazione, o chi sta creando, da tutti i punti di vista, un casino pazzesco intorno alla procedura vaccinale?”. Giunti a questo punto ci vuole più coraggio a vaccinarsi che ad aspettare inerti e inermi l’incedere inesorabile del virus.

Come italiani abbiamo molti difetti, ma i panni sporchi tendiamo a lavarceli masochisticamente in casa ed infatti ci vomitiamo addosso una valanga di informazioni più o meno attendibili che finiscono col distrarci e disorientarci. Bisognerebbe, nel caso della pandemia, avere la freddezza di selezionare accuratamente le informazioni, scartando quelle fuorvianti. Siccome non è possibile ed è addirittura rischioso democraticamente parlando, sotto con la tortura aggiuntiva delle porcherie vaccinali. Non sarà facile riuscire ad evitare di buttare via il vaccino assieme all’acqua sporca della vaccinazione.

Don Raffaele Dagnino, un prete che sapeva essere ad un tempo rigoroso e aperto, radicale e dialogante, laico e sacerdote, sfoderando una schietta e profonda religiosità incarnata, diede un incoraggiamento sui generis ad una persona a cui era nato un figlio con una piccola imperfezioni fisica. «L’important l’è cal g’abia dal bon sens, ‘na roba ca ne’s compra miga dal bodgär» sentenziò con sano realismo umano e religioso di fronte alle ansie di una madre inquieta. In merito alla vaccinazione anti-covid ci vorrebbe tanto buon senso civico da parte di tutti, ma purtroppo i bottegai che vanno per la maggiore lo vendono a parole e non coi fatti. Risultato: un disorientamento piuttosto allargato e sofferto. Ne continueremo a vedere delle brutte.

 

La zavorra salviniana e la stabilità draghiana

Draghi valuta i nuovi ristori selettivi, sulle riaperture si tratta con la Lega: così titola La stampa. Sotto il titolo c’è, come quasi sempre, il sommario: “Il governo studia il metodo per risarcire le attività più colpite: sul tavolo uno scostamento di bilancio di 20 o 30 miliardi. Compromesso con Salvini sull’allentamento delle misure restrittive: a metà aprile si farà un bilancio della situazione”. L’incipit dell’articolo dice: “Mario Draghi deve lavorare di compromesso. Con le imprese e i dipendenti che hanno bisogno di ristori se rimangono a casa, e con i partiti della sua variegata maggioranza che chiedono una cosa e il suo opposto. Ecco perché le prossime decisioni sulle misure di contenimento del Covid segneranno un cambiamento rispetto al passato, anche alla luce dei rinforzi vaccinali attesi ad aprile e della ripartenza che ci sarà a ridosso della stagione più calda”.

Accetto che la politica debba essere considerata un compromesso, una mediazione, ai più alti livelli possibili, tra visioni e interessi diversi, legittimamente e democraticamente rappresentati. Non è un caso se la stessa Costituzione italiana venga considerata forse come il più bello e grande degli esempi di compromesso, talmente riuscito da mantenere intatta la sua validità nel tempo.

Innanzitutto però bisogna vedere chi siano coloro che trattano per raggiungere il compromesso, verificare se si tratti di personaggi veramente rappresentativi e credibili per storia e cultura. In secondo luogo non tutto è assoggettabile a compromesso e non si può quindi mediare su tutto allo stesso modo.

Ripeto quanto ho scritto più volte, anche molto recentemente: durante le animate ed approfondite discussioni con i miei amici, uomini di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta si constatava come alla politica stesse sfuggendo l’anima, come se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti, cassandre che dispensavano previsioni molto realistiche. Siamo arrivati a trattare sulle misure restrittive, sulle cosiddette chiusure e/o riaperture, ma, sia chiaro, non sulla base di dati scientifici e rilevabili dagli andamenti epidemiologici, bensì sulla base di meri interessi elettoralistici.

Matteo Salvini si è auto-dichiarato alfiere degli interessi economici toccati dalla pandemia e li rappresenta in modo ultra-corporativo a prescindere da tutto. Chiede la riapertura di tutto per ottenere magari quella di una parte degli esercizi commerciali: si potrà presentare al suo elettorato potenziale, dichiarando di avere fatto e ottenuto tutto il possibile. Non importa se ciò corrisponda agli interessi generali del Paese, che, in questo caso, si chiamano salute pubblica. Se questa è mediazione politica…io la chiamo pura demagogia.

Ho l’impressione che Mari Draghi da una parte stia giustamente snobbando la tattica salviniana riducendola ai capricci del bambino che strilla e pesta i piedi per avere il regalo impegnativo salvo poi accontentarsi di una manciata di caramelle, dall’altra però sta correndo il rischio di ridurre, seppure involontariamente, la politica a bottega degli incompetenti più che a laboratorio dei competenti. Certo, il tutto per tutti non c’è e quindi bisogna trattare sulla basa delle disponibilità finanziarie e soprattutto mirando alla ripresa e non alla mera sussistenza. Certo, il ritorno alla normalità non è scontato e occorre prevederlo e programmarlo sulla base dei dati emergenti dall’osservazione degli andamenti pandemici. Queste sono le mediazioni da perseguire con autorevolezza, chiarezza e trasparenza.

Il resto è fuffa leghista: d’altra parte la dimostrazione sta nel fatto che mentre Salvini sbraita, promette e rivendica in piazza, i suoi ministri stanno al governo e fanno solo il possibile. Non so fino a che punto il gioco potrà andare avanti. A Mario Draghi il gravoso compito di quadrare il cerchio sperando che non sia costretto a dare un colpo al cerchio dei veri problemi ed un colpo alla botte delle smanie salviniane: non vorrei che la politica dalle mani dei competenti finisse, direttamente o indirettamente, nelle mani dei demagoghi. Auguri!

 

 

Il suo nome è Enrico (Letta), cognome presunzione

Matteo Salvini non molla. È convinto che nel Paese cresca l’insofferenza per la clausura e insiste perché sia allentata prima possibile. Contesta la scelta di lasciare chiuso tutto fino alla fine di aprile. Così, sul tema delle riaperture, la Lega di governo si trasforma in Lega di lotta. Su Facebook, Salvini affida la sua posizione a una delle sue tipiche domande retoriche: «Se dopo Pasqua, fra dieci giorni, la situazione sanitaria in tante città italiane sarà tornata tranquilla e sotto controllo, secondo voi sarà giusto riaprire bar, ristoranti, scuole, palestre, teatri, centri sportivi e tutte le attività che possono essere riavviate in sicurezza? Secondo me sì» (La stampa del 28 marzo 2021).

Enrico Letta al riguardo scopre l’acqua calda: “Salvini illude gli italiani”. Sono anni che lo sta facendo e forse Letta si era distratto. Adesso dovrà fare i conti anche con questo gioco leghista che non si ferma nemmeno di fronte alla più immane delle tragedie: il tritacarne salviniano del consenso a tutti i costi è una velenosa caratteristica della politica italiana. È perfettamente inutile gridare al lupo, bisogna sconfiggerlo snidandolo sul suo terreno: forse è quanto sta facendo Mario Draghi, che in conferenza stampa non ha degnato di risposta chi gli faceva notare i contrasti con la Lega. Della serie “lasciamolo dire, prima o poi la gente capirà…”.

Ma il nuovo segretario PD ha fatto un’altra scoperta interessante: nella fretta assurda e strumentale di cambiare i capi-gruppo parlamentari del partito, nascondendosi dietro un deviante femminismo di facciata, ha riscontrato che il suo partito è diviso e rissoso e basta una nomina per scatenarne appetiti e contrasti. I casi sono due: o Letta intende fare esplodere le contraddizioni per poi ricostruire raccogliendo progressivamente i cocci dopo avere pagato le rotture, oppure si è illuso di avere tanto e tale carisma da risolvere sul nascere i vari contenziosi.

Terza magata: ha incontrato Giuseppe Conte lasciando chiaramente intendere che l’alleanza con il M5S sarà la sua scelta politica. Tutto qui? I tuoni e le piogge lettiani non mi scuotono e non mi convincono a tirare fuori dall’armadio l’ombrello del vero Pd, quello che sognavo da troppo tempo. Non è questione di nostalgia. È solo un doveroso omaggio alla memoria storica da cui abbiamo ancora tanto da imparare. Voglio fare quindi un tuffo del tutto personale in questi ricordi, chiamandoli anche per nome e cognome, anche a costo di ripetermi. Manderò di seguito una specie di lettera aperta a Enrico Letta, consigliandogli di smetterla di fare il “fenomeno”, di tenere un atteggiamento irritante di “saputello”, di giocare a briscola con la parità di genere, di giocare a tombola con gli organigrammi, di giocare al gioco dell’oca con il renzismo. Mi sento troppo coinvolto per lasciarlo girare a vuoto impunemente. Per favore, si fermi a riflettere, la smetta di pontificare e voli basso sui problemi o, per meglio dire, voli alto sui valori e dia un’occhiatina alla storia.

Torno, a metà degli anni sessanta, sui banchi di scuola. Con un mio compagno di classe, Mario Tanzi, l’amicizia andava oltre il sano cameratismo scolastico per allargarsi al dialogo umano, culturale e politico. Io cattolico e democristiano, lui non cattolico e comunista: di fronte alla realtà incandescente di quegli anni riuscivamo, pur partendo da culture e sensibilità diverse, a trovare un fervido terreno d’incontro, un punto di convergenza in base ai valori che ci ispiravano (la giustizia sociale, l’attenzione alle classi popolari, la laicità della politica, etc.). Ci scambiavamo esperienze, idee, ansie, preoccupazioni, dubbi e certezze. Eravamo addirittura in anticipo di dieci anni rispetto al compromesso storico. Ci ritrovammo dopo alcuni anni, impegnati entrambi nel movimento cooperativo, lui quello di matrice socialista, io quello di ispirazione cristiana: il dialogo riprendeva con una immediatezza sorprendente e con affascinante fluidità. Poi arrivammo quasi a lavorare insieme a servizio delle cooperative, prescindendo dagli schemi, che, nel nostro piccolo, eravamo stati capaci di superare coraggiosamente e, oserei dire, pionieristicamente. Quando si costituì il partito democratico andai a quelle esperienze di quarant’anni prima e mi dissi: per me e Tanzi la fusione arrivava in ritardo, meglio tardi che mai!

Poi ci sono i ricordi più strettamente politici. Nella mia vita ho cercato di esprimere l’anelito alla vera politica, aderendo all’azione della sinistra cattolica all’interno della D. C., in un impegno nel territorio, nelle sezioni di partito, nel consiglio di quartiere, laddove il dialogo col PCI si faceva sui bisogni della gente, delle persone, laddove si condividevano modeste ma significative responsabilità di governo locale, laddove la discussione, partendo dalle grandi idealità, si calava a contatto con il popolo. Quante serate impiegate a redigere documenti comuni sulle problematiche vive (l’emarginazione, la scuola elementare, l’inquinamento, la viabilità), in un clima costruttivo (ci si credeva veramente), in un rapporto di reciproca fiducia (ci si guardava in faccia prescindendo dalle tessere di partito). Mi sia permessa una caustica riflessione: forse costruivamo dal basso, senza saperlo, il vero partito democratico, molto più di quanto abbiano fatto i leader nel 2007 e soprattutto molto più di quanto stiano facendo alcuni fra quelli attuali, che rischiano di buttare a mare anche la nostra storia, confondendo ancora una volta gli ideali con le ideologie e i valori con le proprie incallite posizioni.

Ho avuto l’onore di essere allora presidente del quartiere Molinetto (io democristiano sostenuto anche dai comunisti) in un’esperienza positiva, indimenticabile, autenticamente democratica. Ricordo con grande commozione il carissimo amico Walter Torelli, scomparso da diversi anni, comunista convinto, col quale collaborai in un rapporto esemplare, sfociato in un’amicizia, che partiva dall’istituzione (quartiere) per proseguire nel dibattito fra i partiti, per arrivare alla condivisione culturale ed ideale di obiettivi al servizio della gente.

Mi sento in dovere di ripensare con gratitudine a quando Torelli, a nome del Pci, mi dichiarò la sua totale disponibilità ad appoggiare la mia candidatura a presidente di quartiere: la cosa mi riempì di orgoglio e soddisfazione. Riuscimmo infatti a collaborare in modo molto costruttivo.

Tutta la mia militanza politica e partitica è stata caratterizzata da questa convinta e costante ricerca del dialogo, a volte tutt’altro che facile, a volte aspro e serrato, ma sempre rivolto al servizio della popolazione in nome dei valori condivisi.

Durante le animate ed approfondite discussioni con questi carissimi amici, uomini di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta si constatava come alla politica stesse sfuggendo l’anima, come se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti.

Non serve aggiungere altro. Penso di avere già chiarito a sufficienza il mio pensiero in ordine alla politica attuale ed al PD. Ho chiamato, mi piace farlo sempre, le persone con nome e cognome. Senza esagerare, credo che un po’ tutti i protagonisti della storia del PD abbiano sottovalutato e stiano sottovalutando, con la loro insulsa presunzione, una piccola grande storia in cui mi sento personalmente coinvolto assieme ai citati amici. Caro Letta, non ho la tessera del PD, ma sappia che qui è in gioco molto di più. Ci metta il cuore o saremo sempre daccapo!

 

La fiera delle intoccabilità

Lungi da me santificare gli operatori sanitari che non intendono vaccinarsi contro il covid, ma, prima di colpevolizzarli, vorrei capire, come mai persone culturalmente attrezzate in materia, esposte notevolmente al rischio di contaminazione, pur sapendo che tanti loro colleghi ci hanno lasciato finora le penne, si intestardiscono a non volersi sottoporre a vaccinazione.

Siamo in prossimità della Pasqua e mi viene spontaneo fare riferimento a quanto disse Nicodemo agli sbrigativi colleghi colpevolisti del Sinedrio: «La nostra legge non ci permette di condannare un uomo senza prima ascoltare da lui cosa ha fatto».

Quindi prima di approvare un decreto contro gli operatori sanitari, che non si vaccinano, con la previsione di penalità consistenti nel trasferimento, nelle ferie forzate o addirittura nel licenziamento, vorrei tanto capire le motivazioni di questo atteggiamento recalcitrante al limite della legalità. Da tempo mi chiedo il perché di questo comportamento apparentemente irrazionale e irresponsabile e non riesco a trovare giustificazioni plausibile se non il generico timore delle controindicazioni del vaccino, che per la verità molti nutrono e superano, mentre parecchi non riescono a superare.

Su questo discorso si scontrano due principi: il senso civico richiesto al cittadino ed il suo diritto alla libertà di cura. Il senso civico vale per tutti, ancor più per soggetti che svolgono particolari funzioni a servizio della collettività, come è per gli operatori sanitari. Il diritto a rifiutare il vaccino è intoccabile, ma bisognerebbe coniugarlo con il diritto alla salute degli altri. Il problema è estremamente delicato e non vorrei essere nei panni della ministra della giustizia Marta Cartabia a cui è stato delegato il compito di stendere al riguardo un provvedimento. La sua competenza deriva dall’incarico ministeriale che ricopre, ma anche dalla preparazione ed esperienza giuridica acquisita anche e soprattutto a livello costituzionale. Sì, perché qui è in ballo la Costituzione nei suoi principi fondamentali.

Il decreto che dovrà sanzionare gli operatori sanitari andrà studiato molto bene ad evitare code interminabili di controversie legali facilmente immaginabili. Piove sul bagnato dei problemi che non mancano: aggiungiamoci pure anche questo. Non ho idea come potrà funzionare una soluzione giuridica che salvi capre e cavoli. Forse però sarebbe meglio affidarsi ad un tentativo serio e stringente di convincimento delle persone interessate, dopo aver capito e valutato le loro rimostranze e prima di aprire un contenzioso molto brutto da ogni punto di vista.

Siamo sul filo del rasoio. D’altra parte tutto il comportamento dei governanti centrali e periferici viaggia sul filo del rasoio. Si continua imperterriti ad adottare strumenti legislativi molto discutibili, anche se l’emergenza, che sta diventando purtroppo la normalità, impone misure drastiche e immediate. Vorrei però chiedere al presidente Mario Draghi: perché tanta prudenza e comprensione nei confronti di certi comportamenti assurdi e contraddittori da parte di certe Regioni e tanta fermezza interventista verso i medici e gli infermieri dubbiosi sugli effetti dei vaccini? Perché si esita a commissariare una Regione che gestisce la sanità “alla cazzo di cane” e si ipotizza il licenziamento per un camice, bianco o verde come dir si voglia, reo di nutrire perplessità sui vaccini anti-covid? Se è vero, come è vero, che un medico non vaccinato può infettare i suoi pazienti e causarne seppure indirettamente ed al limite anche la morte, è altrettanto innegabile che certe scelte regionali, dettate da incapacità, incompetenza, disorganizzazione e velleitarismo autonomista, possono comportare conseguenze ancor più gravi sulla salute dei cittadini.

Due pesi e due misure? Non vorrei che anche in questo caso ci fossero gli intoccabili per motivi politici. E se spuntassero gli intoccabili per motivi sindacali? Se andiamo avanti così, temo che al cittadino non resti altro da fare che toccare ferro (per non dire di peggio) e sperare bene.