La Fontana tossisce e non finisce

Tutti i membri del Consiglio di Amministrazione di Aria hanno rassegnato le loro dimissioni, richieste dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Lorenzo Gubian (ex direttore generale dell’agenzia regionale) ricoprirà il ruolo di amministratore unico. È arrivato dunque il passo indietro, auspicato da Fontana, da parte degli ormai ex amministratori di Aria, dopo le dure critiche per i disservizi informatici registrati nel corso della campagna vaccinale in tutto il territorio della regione. Parole capaci di alimentare ancor più il forte vento delle polemiche riguardanti l’efficacia della campagna vaccinale in Lombardia.

Nel gennaio 2021 si era dimesso l’assessore lombardo alla sanità Giulio Gallera dopo lunghe polemiche sul suo operato e sulle sue dichiarazioni ripetutamente sparate alla viva il parroco. La Lega aveva sacrificato l’alleato in giunta più per autodifendersi che per cambiare veramente passo. Allo scoppio dell’epidemia Fontana e Gallera apparivano frequentemente insieme in televisione e, con tono rassicurante ed efficientistico, sembravano voler dire: tranquilli, siamo qui noi, in Lombardia andrà tutto bene.

Purtroppo per i lombardi e per tutti gli italiani (siamo sulla stessa barca) non è andata così. Nell’affrontare il disastro della pandemia vale più che mai la regola evangelica del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, tuttavia i peccati ci sono stati e chi li ha commessi dovrebbe fare anche un po’ di penitenza. Restando in Lombardia, siamo proprio sicuri che l’istituto delle dimissioni non si applichi a chi le chiede agli altri? Mi riferisco al presidente Fontana, che mi sembra attaccato alla seggiola non tanto per orgoglio e interesse personale al mantenimento del potere (che peraltro lo ha logorato parecchio), ma per difendere il buon nome e la reputazione della Lega governante. Salvini non può permettersi il lusso di ammettere che il suo partito non è quel mostro di bravura e di attaccamento alla gente, continuamente sbattuto in faccia all’elettorato. Stando ai sondaggi si tratta del primo partito a livello di consensi e le vicende lombarde potrebbero innescare una caduta (quasi) libera.

“Caro signor Fontana…”, canta, con ironica ma ingenua supponenza, sir John Falstaff, rivolto a mastro Ford nel capolavoro di Verdi. Si era presentato a lui sotto mentite spoglie per tirarlo in un tranello in cui peraltro si era già ficcato per suo conto. Forse Salvini, inguaiato assai in casa propria mentre spara ad alzo zero contro l’inguaiata Europa, starà cantando qualcosa di simile ad Attilio Fontana, governatore leghista, ma i lombardi saranno disposti a fare con lui “più ampia conoscenza” o l’avranno già conosciuto abbastanza. Attenzione perché mastro Ford (alias signor Fontana) nell’opera verdiana resta gabbato: infatti l’opera si conclude con la famosa fuga finale culminante nel “tutti gabbati”. Per tornare alla realtà, gabbato Fontana, gabbato Salvini, gabbati i lombardi, gabbati gli italiani, soprattutto quelli che votano Salvini perché (s)parla bene.

Uno degli istituti giuridici da me preferiti è quello delle dimissioni: quando una persona si accorge di non avere svolto con la dovuta competenza la funzione assegnatale, dovrebbe avere il buongusto di farsi da parte. Non c’è niente di male nell’ammettere le proprie responsabilità ed i propri errori. Non sarebbe il caso, ad esempio, che anche Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, dopo il disastroso flop maturato nell’acquisizione e distribuzione dei vaccini anti-covid, facesse un passo indietro anziché continuare a chiedere scusa e a dispensare abbondanti sorrisi? Non sarà certo tutta colpa sua se la UE sta rischiando di perdere irrimediabilmente la faccia su una vicenda di gravità eccezionale, ma quando si ricoprono certi incarichi bisogna sapersene assumere le responsabilità.

Mi si dirà che usando questo criterio forse, in campo politico e non solo, si dovrebbe dimettere mezzo mondo. Può darsi, ma qualcuno dovrà pur dare il buon esempio e dare il via alla riscoperta di questa prassi virtuosa. Nei due casi suddetti ne guadagnerebbe la credibilità della regione Lombardia, rimessa seriamente nel suo ruolo di utile anche se non unica punta di diamante, e dell’Unione Europea, ricollocata nella sua dimensione prospettica di autentica federazione di Stati a servizio dei cittadini.

 

 

 

 

 

 

L’ammalato europeo e un brodino americano

Il primo intervento di un presidente Usa a un vertice europeo dai tempi di Obama ha fatto registrare la mano tesa di Biden alla Ue: “Appena l’America potrà condividerà con voi le dosi”. Nella prima conferenza stampa del suo mandato il presidente americano ha promesso: “Duecento milioni di vaccinati in cento giorni”. Ma per l’Europa è interessante che Biden si sia presentato all’atteso appuntamento dicendo: “La mia priorità numero uno è mettere la pandemia sotto controllo e gli Usa condivideranno i vaccini appena potranno”. Di più: “Sto lavorando per rimuovere i colli di bottiglia per aumentare la capacità produttiva di farmaci anti-Covid”.

La campagna vaccinale si sta rivelando un disastro per l’Europa e un trionfo per gli Usa: male per noi e bene per gli americani. Non sono invidioso anzi, conto che il successo statunitense possa lasciar cadere qualche “briciola” anche per noi. Il nuovo corso inaugurato da Biden nei rapporti Usa-Ue fa ben sperare. Era ora che si riaprisse un dialogo collaborativo e costruttivo.

Non sono un filo-americano, so benissimo quante e quali responsabilità negative abbiano gli Usa a livello di assetti mondiali, ma nonostante tutto resto fedelmente legato alle opzioni di fondo che l’Italia ha portato avanti da De Gasperi in poi. Qualcuno continua  a fare lo spiritoso, affermando che in Italia moriremo democristiani: capisco l’ironia con cui viene fatta questa affermazione, ma vorrei ricordare a questi signori, i quali in passato hanno strizzato l’occhio al PCI, che la Democrazia Cristiana, pur con tutti i limiti e i difetti evidenziati nei tanti anni di esercizio del potere, ha comunque imbroccato le scelte fondamentali dell’atlantismo e dell’europeismo, quando in molti gridavano contro la Nato ed esprimevano a dir poco scetticismo verso la nascita dell’Unione Europea.

Poi ci sono i qualunquisti: per loro Trump e Biden non fanno alcuna differenza, l’uno vale l’altro e magari aggiungono una cucchiaiata di insana ironia sul nuovo presidente americano ed il suo look non proprio trascinante ed entusiasmante. Giocano sul nome: Biden come versione tedesca di “bide”, che in dialetto parmigiano equivalgono agli escrementi dei bovini. Ebbene, volendo rimanere in ambito dialettale ed in stile riduttivamente satirico, a costoro rispondo per le rime, senza timore di affermare che sono sempre meglio le cacche dei bovini, utili a diversi scopi, che i “merdón”, vale a dire le persone puzzolenti, vanesie, vanitose e pericolose come Donald Trump.

Ben venga quindi una mano in nostro aiuto da parte degli Usa, senza illusioni, ma nella speranza che si ricominci un’epoca di rapporti sereni e positivi. Certo noi dobbiamo darci una bella mossa, a livello italiano ed europeo. Al tavolo Ue, come Italia, abbiamo calato la carta migliore che potevamo giocare, cerchiamo di non barare e di non fare i furbi. Cala lo spread ed è un buon segno per la credibilità italiana sui mercati finanziari. Facciamo crescere vistosamente il numero delle persone vaccinate, utilizziamo al meglio i fondi che riusciremo ad ottenere dalla Unione Europea, mettiamoci nella prospettiva di cambiare marcia nel sostegno alla nostra economia, considerando che non potremo sfondare i bilanci all’infinito. Ci sono enormi e drammatici problemi, non pensiamo di risolverli in solitudine, perché abbiamo bisogno di tutti, dell’Europa e degli Usa in particolare.

Amo sempre ricordare quanto sosteneva l’indimenticato ed indimenticabile Presidente Sandro Pertini: gli italiani non sono primi ma nemmeno secondi a nessuno. Non confondiamo però un giusto orgoglio con assurde prevenzioni e presunzioni. Ce ne potremmo pentire amaramente.

 

 

Evviva Letta segretario delle donne

Devo essere sincero: sto seguendo con una certa indifferenza le vicende in casa PD col ritorno al futuro di Enrico Letta, anche se, per (dis)onestà intellettuale, aggiungo che, tanto per (non) essere obiettivo e imparziale, Letta non mi piace. Il “fenomeno” di ritorno, al fine di impattare (in)credibilmente sull’immaginario collettivo, ha pensato bene di mettere in (s)vendita le donne PD sulla bancarella del mercato femminista mediatico.

Non ho capito se la mossa di piazzare due donne nel ruolo di capi-gruppo parlamentari del partito democratico sia dettata da una fuorviante ansia di valorizzazione femminile purchessia o, più semplicemente, dal desiderio di avere sotto controllo le pattuglie parlamentari democratiche, rafforzando una posizione di finto unanimismo e prevenendo ogni e qualsiasi tentazione di rimessa in discussione di una leadership improvvisata. “Datemi due donne e vi solleverò il PD!”.

Chiarisco il mio pensiero in ordine alla parità uomo-donna: a mio giudizio questo nodo storico-culturale non si risolve con le quote rosa calate dall’alto, spartendo cioè equamente il bottino fra maschi e femmine, ma applicando il manuale della competenza e del merito a prescindere dal sesso. Se dovessi ricoprire cinque incarichi politici, non partirei dividendo la torta in due (nel caso sarebbe oltre tutto assai difficile), ma vedendo di mettere la persona giusta al posto giusto, il che potrebbe voler dire scegliere, al limite, cinque donne o cinque uomini. Scelta quindi non di quantità, ma di qualità.

Vengo al dunque: che senso ha sacrificare sull’altare femminista l’attuale capogruppo alla Camera, quel Graziano Del Rio, che non temo di giudicare come l’uomo migliore del partito, pur di mettere al suo posto una collega donna? L’interessato, da galantuomo qual è, ha immediatamente dato la sua disponibilità a farsi da parte, dimostrando una persino eccessiva umiltà ed un esagerato spirito di servizio. È questa la valorizzazione in politica della donna o non è piuttosto il confuso rimescolamento di carte truccate?

Ma Enrico Letta gode di buona stampa, fa parte della categoria dei bravi a prescindere, un po’ come succede per Roberto Mancini commissario tecnico della nazionale di calcio. Letta è competente, preparato, moderato, equilibrato, serio, educato. Quando si piace a tutti, gatta ci cova. Ad un noto e bravo commentatore politico è stato chiesto un giudizio sulla ridiscesa in campo di Letta: secondo lui punterebbe a fare un utile partito liberale di sinistra o di sinistra liberale (come dir si voglia). Penso che abbia perfettamente ragione, probabilmente mi ha tolto la parola di bocca, infatti facevo una certa fatica a trovare il vero motivo della mia grande perplessità verso questo personaggio rientrato in pista con la superbia dell’umiltà. Troppo liberale per i miei gusti sociali, poco di sinistra per la mia irrinunciabile idealità politica. Non è né carne né pesce, anzi, come ho già scritto, è un pesce lesso che sa di poco.

Un americano a Parigi, che ritorna improvvisamente a Roma, esibendo con falsa modestia, un trolley pieno di buone intenzioni, ma sostanzialmente vuoto di prospettive politiche interessanti e innovatrici. E allora prepariamoci ad una serie di mosse fumose, manieristiche ed insignificanti, come quella sulle donne a tutti i costi. Passerà alla storia come il segretario delle donne. Personalmente – sono un incallito e incorreggibile demagogo di sinistra – preferirei un segretario dei poveri (siano donne o uomini), che però non può andar bene ai ricchi. E i voti dove li prenderebbe? Dai poveri, purtroppo in crescita esponenziale, mentre i ricchi purtroppo sono in crescita speculativa. Su Enrico Letta sono pronto a ricredermi, non a colpi sparati a salve con i cannoni mediatici, ma a colpi selettivi di strategia socio-politica.

La sanità campata in ARIA

Le gravi e clamorose deficienze lombarde emergenti dall’operazione vaccini inducono tristemente a riflessioni politiche ed istituzionali. Una serie di casini partita col difficile reperimento di mascherine e dispositivi di protezione individuale, proseguita con la vicenda dei camici parentali, col fallimento dell’app di tracciamento “made in Lombardia”, coi vaccini antiinfluenzali scarsi e costosi per culminare nel flop delle prenotazioni per i vaccini anti covid, malamente gestita da Aria, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti.

Non intendo, nel modo più assoluto, fare speculazione sulle difficoltà della regione Lombardia: lascio a chi di dovere l’obbligo di rientrare nella serietà dell’affrontare i problemi, abbandonando le assurde ed ingiustificate smanie protagonistiche. A buon intenditor poche parole! Non voglio nemmeno colpevolizzare la Lombardia per assolvere il resto dell’Italia, anche se di seguito farò riferimento prevalente ad essa per giungere a discorsi di più ampia e profonda portata: ogni regione ha dimostrato infatti i suoi limiti e i suoi difetti.

So già che la Lombardia rifiuterà lo strumentale tentativo di buttare via il bambino di una sanità qualificata assieme all’acqua sporca delle inefficienze e incongruenze burocratiche ed organizzative. So benissimo che la Lombardia tenderà a difendersi accampando il peso storico che si è scaricato sulle proprie strutture sanitarie, causa la debolezza strutturale di parecchie altre zone del Paese. Tutte verità sacrosante, che però non esimono dal fare un esame critico della situazione.

È innegabile che le scelte politiche della regione Lombardia siano andate da tempo nel verso sbagliato di una sanità centralizzata e privatizzata a scapito di una sanità decentrata e pubblica, lasciando scoperto un territorio che sta mostrando tutte le proprie lacune ed impreparazioni.

È altrettanto innegabile che la regione Lombardia sia stata una testa di ponte per la rivendicazione di scriteriate ed esagerate opzioni autonomistiche a scapito di un equilibrato e coordinato andamento istituzionale a livello nazionale. Mario Draghi ha recentemente ed ironicamente parlato di bandierine regionali da ammainare di fronte all’emergenza, che richiede unità di sforzi e di intenti.  Non ha senso interpretare e vivere l’autonomia regionale come una sorta di liberi tutti in casa propria: la casa è di tutti e la libertà deve trovare dei limiti in quella degli altri.

Tutta l’impostazione della legislazione regionalistica va rivista e riequilibrata con grande senso di responsabilità e senza paura di rimodulare la velocità di sviluppo sull’intero territorio nazionale. Non è vero che regionale sia sinonimo di bello ed efficiente, mentre nazionale comporti inefficienza e burocrazia: sono semplificazioni che stanno saltando in aria come birilli. Chi all’esordio della istituzione delle Regioni nutriva perplessità a livello di difesa dell’unità nazionale aveva torto, ma aveva ragione. Per dirla con l’allora segretario del Psi Francesco De Martino, non si verificò alcun colpo di stato regionale supportato dall’esercito dei vigili urbani, ma si è, col tempo, teorizzata e praticata un’Italia a più velocità che, alla fine, sta rallentando tutto e tutti. Urge rivedere i meccanismi istituzionali.

Il decentramento regionale non ha poi significato semplificazione e snellimento burocratico, finendo spesso con l’aggiungere burocrazia a burocrazia e creando una deleteria e incompetente burocrazia a macchia di leopardo. Il governatorato regionale, autentica macchietta di un sano e proficuo decentramento di potere, ha scatenato una rissa istituzionale nella quale il cittadino ha perso riferimenti, interlocuzioni e partecipazioni. Dulcis in fundo, anche i fenomeni di corruzione non sono stati messi in crisi, ma, al contrario, hanno trovato ulteriori punti di attacco al sistema.

L’emergenza pandemica ha fatto esplodere tutte le contraddizioni e quindi anche quelle dell’ordinamento regionale. Le carenze istituzionali italiane nell’affrontare la situazione sono state tre: la mancanza di collaborazione tra Governo e Parlamento, la conflittualità politica tra maggioranza ed opposizione, la divaricazione tra azione centrale e regionale. Non è un caso che Mario Draghi, arrivato in ritardo non per colpa sua, stia tentando disperatamente di quadrare questi tre cerchi impazziti.

Purtroppo e probabilmente ogni regione ha la sua Aria da cambiare, ma bisogna avere il coraggio di aprire le finestre e forse anche le porte. Qualcuno dovrà ritarare anche la propria strategia politica basata su falsi primati: il coronavirus non risparmia nessuno, figuriamoci chi ha fatto del perbenismo regionale uno schema d’attacco politico al sistema nazionale. Le balle regionali stanno in poco posto.

La prima della classe senza classe

«Non dobbiamo fare la gara a chi ha ragione o torto. Dobbiamo remare tutti nella stessa direzione: serve un grande patto di salvezza nazionale e le Regioni sono dentro questo schema». Per Mariastella Gelmini, ministra per gli Affari regionali, non è il momento delle polemiche ma di uno sforzo collettivo per portare il Paese fuori dall’emergenza.

Ho letto con grande piacere e con malizioso stupore queste dichiarazioni costruttive e mi sono chiesto: vuoi vedere che la Gelmini punta a fare il presidente della Repubblica alla scadenza del mandato di Mattarella? Sì, perché l’atteggiamento è talmente alto e responsabile da insospettire, soprattutto se si ricorda quanto diceva l’opposizione a proposito di emergenza covid durante il periodo del governo Conte.

Miracolo provocato dal concerto di tre personaggi: Mattarella, Draghi e…Berlusconi. Facciamoli santi subito (i primi due santi, il terzo, non esageriamo, solo beato fra i suoi affari) e non se ne parli più. Così diversi e così uguali nel provare a tirarci fuori dai guai. Lasciamo perdere che Berlusconi punti a difendere gli interessi, più o meno leciti, delle sue aziende: fatto sta che ha dato l’ordine ai suoi seguaci di cambiare registro e loro stanno ubbidendo. Però non dovrebbero esagerare perché rischiano di ridicolizzare il governo con le loro improvvisate conversioni quaresimali.

Non è mai troppo tardi, anche se certi comportamenti responsabili avrebbero dovuto essere assunti parecchio tempo fa. Chiedo umilmente scusa, ma faccio una doppia digressione, una di carattere calcistico a cui ne sovrappongo un’altra di stampo famigliare. Divaghiamo un po’, ma non tanto…

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta: “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose.

L’unica eccezione era la lettura dell’opinione di Curti, pubblicata sul quotidiano locale del lunedì, un commento essenziale ed equilibrato che finiva, quasi sempre, con la solita sconsolata espressione “un’altra partita da dimenticare”. E mio padre chiosava: “Pri tifóz dal Pärma a gh vól la memoria curta”. Anche per chi si interessa di politica occorre la memoria corta, diversamente si riuscirebbe a salvare pochissimi esponenti dei partiti (la Gelmini sarebbe in bilico).

C’è stato un periodo della vita politica nazionale in cui il fatto centrale delle cronache era costituito dallo strappo finiano nei confronti della destra berlusconian-leghista. Era mai possibile che si facesse dipendere l’evoluzione della politica italiana da un post-fascista (per non dire ex-fascista), che “non sapeva un cazzo ma lo diceva bene” (definizione affibbiatagli da un uomo di cultura missino di cui non ricordo il nome)? Eravamo ridotti al lumicino, ci accontentavamo di poco o eravamo talmente disperati da attaccarci alla prima scialuppa di salvataggio intravista?

Ebbene oggi siamo ancor più malridotti per i noti ed ovvi motivi ed abbiamo fortunatamente scovato due scialuppe a cui attaccarci, mi riferisco a Mattarella e Draghi. Per favore li lascino lavorare e non interferiscano lanciando altre equivoche barchette: stiamo affogando e non è il caso di creare ulteriore confusione. Mariastella Gelmini non faccia la prima della classe, non ne ha la classe. Forse non sa un cazzo, ma lo dice bene.  Mi sentirei, proprio per il bene di tutti, di consigliarle: «Tóla su dólsa!».

 

Il timore della sfiga vaccinale

In ordine all’andamento della campagna vaccinale arriva un segnale negativo dal Friuli-Venezia Giulia, dove su 3.000 prenotazioni le disdette sono state mille: una su tre. Preoccupato il presidente della Regione Massimo Fedriga: «Abbiamo l’arma. Se qualcuno non la vuole usare avremo di fronte un muro insormontabile». Alta anche la percentuale delle rinunce in Sardegna, intorno al 20 per cento. E proprio ora che la regione è tornata in arancione per il rialzo dei contagi.

C’è poco da fare, la paura fa novanta e purtroppo a quella del virus si sta aggiungendo quella del vaccino, amplificata dall’emergere di casi, pochi ma piuttosto inquietanti, in fatto di reazioni negative alla somministrazione del vaccino AstraZeneca, che sta facendo, in un certo senso, da spauracchio. Piove sul bagnato e questa ulteriore pioggia ha parecchie motivazioni.

Un mio carissimo amico, per dimostrare l’imprevedibilità e la stranezza della vita, raccontava spesso uno sgradevole e curioso episodio capitatogli in giovane età. Era entrato di pomeriggio in una sala cinematografica pressoché deserta e aveva scelto, al buio ma in tutta tranquillità, la poltroncina su cui accomodarsi, pregustando una visione tranquilla e rilassante del film in programmazione. Dopo qualche istante, si mosse appena per meglio sistemarsi e si accorse di essersi seduto su una gomma americana, malignamente e goliardicamente posizionata da uno spettatore in vena di brutti scherzi: spettacolo rovinato, pantaloni da buttare, incazzatura inevitabile e persistente. Incontrai a distanza di parecchio tempo quel caro amico, che mi confidò di avere scoperto una rara e grave anomalia genetica a carico di suo figlio ancora in tenerissima età, un fatto da condizionare per sempre la vita di tutta la sua famiglia. Mi disse: «Ti ricordi quanto mi è capitato al cinema sedendomi su un chewingum?  Il pazzesco e paradossale calcolo delle probabilità si è ripresentato in modo clamoroso quanto drammatico…».

Ho ricordato questa vicenda per giustificare la reazione emotiva di parecchie persone di fronte all’eventualità remota di subire una reazione nefasta rispetto alla somministrazione del vaccino: “Va bene, le probabilità sono pochissime, ma se fossi proprio io il malcapitato…”. C’è chi riesce a superare il panico ragionando, c’è chi resta paralizzato e non riesce a vincere la paura. La cosa non mi stupisce, anche perché siamo già talmente stressati e impauriti da temere che l’arma di difesa possa esplodere nelle nostre mani. Il primo motivo rientra quindi nella sfera psicologica dell’individuo e più cerchiamo di convincere i dubbiosi, più li confermiamo nei loro dubbi. Forse sarebbe il caso di tacere e lasciare decantare un po’ la situazione senza forzature e senza squalifiche.

Anche perché chi è senza peccato scagli la prima pietra. Gli scienziati non vengano a farci la ramanzina dopo avere combinato un casino pazzesco sputando sentenze in continuo e radicale cambiamento: un autentico e devastante torrente in piena contro cui non riescono a tenere gli argini della gente comune. I governanti non facciano mostra di coraggioso ed esemplare civismo dopo avere combinato disastri organizzativi e avere mancato troppi obiettivi alla loro portata: non sono stati capaci di approvvigionarsi delle dosi di vaccino necessarie, sono arrivati molto lunghi nel mettere in atto una struttura organizzativa adeguata, continuano a balbettare dalla paura di sbagliare, non hanno saputo sconfiggere speculazioni e ingiustizie. I media la smettano di fare audience sulla pelle dei cittadini: una indegna passerella di personaggi in cerca di visibilità e notorietà, roba da vomito.

Chi si è sottoposto a vaccinazione o intende farlo non faccia il bullo, non è il caso, e chi ha paura e dubita non pretenda l’impossibile. Cerchiamo insieme, con poche chiacchiere e soprattutto con l’aiuto dei medici di base, che dovrebbero conoscere le nostre debolezze fisiche e psicologiche, di combattere una battaglia molto dura e forse infinita.

 

Al spirit äd contradisión

«Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza». Secondo il papa, quindi, «diventiamo incapaci di provare compassione. La cultura del benessere ci ha come anestetizzato, costringendoci a divinizzare il dio denaro, ovvero l’obiettivo di Mammona».    

Come dargli torto? Mi permetto però di introdurre un’altra caratteristica peculiare del nostro tempo: “la contraddizione”, intesa come quell’insieme di fenomeni deteriori che accompagnano lo sviluppo e che sembrano limitarne la portata fin quasi a contraddirlo. Forse potrebbero essere anche le due facce della stessa medaglia.

Prendiamo, tanto per (non) cambiare, il discorso dei vaccini contro il covid. Ci accapigliamo  dentro di noi e fra di noi  per decidere se sottoporci o meno alla vaccinazione; pretendiamo assolute certezze mentre ci vengono offerte solo probabili incertezze; ci arrabbiamo se i lotti vaccinali arrivano in ritardo mentre ce ne freghiamo altamente di milioni di africani, che il vaccino forse non lo vedranno mai e magari ci riporteranno a casa il virus che noi pensavamo di avere allontanato per sempre;  alcuni non ne vogliono sapere di vaccino (i no vax in preoccupante crescita), altri si mettono pazientemente in fila quali mendicanti per una vaccinazione di risulta a fine giornata.

Molti scalpitano e creano vergognosi assembramenti consumistici nonostante i divieti vigenti, altri creano lunghe code di fronte ai centri di distribuzione di aiuti alimentari da parte delle associazioni di volontariato: agli assembramenti irrazionali e svampiti dei ricchi fanno da contraltare quelli necessitati e disperati dei poveri; pretendiamo ristori, sostegni, sgravi fiscali, in una sorta di rincorsa alla botte piena e alla moglie ubriaca e non ci rassegniamo prima di tutto a  ripartire equamente gli imprescindibili sacrifici per poi elargire gli aiuti a chi ne ha veramente necessità: aiutare tutti e subito è purtroppo impossibile. Ciò non significa rinunciare a chiedere aiuto, ma, come mi ha insegnato mio padre, essere consapevoli che spesso chi grida più forte non è colui che ha maggiore bisogno di aiuto.

Andiamo alla disperata ricerca del Dio/Scienza e rifiutiamo sdegnosamente il Dio /Croce; ascoltiamo in religioso silenzio i virologi che ci dicono continuamente tutto e il suo esatto contrario mentre contestiamo le pur confuse e contraddittorie regole, che ci vengono imposte: a contraddizione rispondiamo con la contraddizione. Ho letto in questi ultimi giorni autorevoli scienziati affermare che la prossima estate saremo a buon punto nella lotta al coronavirus, mentre altri rimandano la palla a fine anno con tanto di quarta ondata ancor più aggressiva e letale. Chi (non) vivrà, vedrà.

Chiediamo a Mario Draghi poche parole e molti fatti, poi ci lamentiamo se non parla, perché desideriamo farci ingannare ed illudere (sentiamo lontano un Draghi in versione sobriamente democratica e istituzionale o lo apprezziamo maggiormente in chiave populistica quando ammette di sottoporsi a vaccinazione come noi poveri mortali?); abbiamo nostalgia di un redivivo Mussolini che prometteva di fare arrivare i treni in orario e ci delude un Draghi che non riesce a far arrivare a tempo debito gli stock vaccinali contrattati in altra sede; ci piace l’idea di un Mussolini che a torso nudo va a mietere il grano e non ci affascina l’immagine di un Mattarella che aspetta riservatamente il proprio turno per sottoporsi a vaccinazione.

Auspicavamo un governo unitario di salvezza nazionale e adesso che, bene o male ce l’abbiamo, ci scandalizziamo e soffiamo sul fuoco delle polemiche fra i partner della larghissima coalizione presieduta da Draghi; volevamo che la politica di stampo prettamente partitico si facesse da parte per lasciare campo libero alle competenze tecnico-scientifiche e poi ci perdiamo a guardare il dito della polemica politica perdendo di vista la luna dell’emergenza sanitaria ed economica.

Eravamo diventati improvvisamente tutti (o quasi) europeisti per portare a casa un consistente gruzzolo di aiuti salvo poi ritornare sovranisti di fronte alle indubbie manchevolezze dell’Unione Europea nella gestione dell’approvvigionamento e del controllo scientifico dei vaccini; sapevamo benissimo che Mario Draghi non aveva la bacchetta magica, ma preferivamo illuderci che l’avesse nascosta in qualche cassetto della Bce, mentre strada facendo ci accorgiamo che i miracoli non fanno per noi poveri mortali; volevamo discontinuità a trecentosessanta gradi e non ci accontentiamo di un cambio di passo a livello metodologico e di un graduale mutamento di indirizzi programmatici e di prassi amministrativa: o tutto o niente.

Siamo vittime della contraddizione eretta a sistema, ammetto onestamente di non esserne estraneo: in una situazione difficile come quella attuale chi non ha dubbi e ostenta certezze o è un pazzo o è un ingannatore. Un conto però sono i dubbi che dovrebbero indurre a pensare, riflettere e tacere, un conto sono le contraddizioni che portano a sbraitare, a sputare sentenze, a snocciolare incongruenze come se fossero ciliegie.

C’è una simpatica barzelletta: una persona entra in un negozio molto ben approvvigionato e chiede una grossa quantità äd spirit äd contradisión. Il gestore tranquillizza il cliente e lo affida immediatamente alle cure della moglie specializzata in materia, chiamata immediatamente al bancone. Nella nostra società, come in quel negozio, non manca questo artificioso prodotto.

 

 

Letta ad una piazza

Il segretario del Pd Enrico Letta va all’attacco di Matteo Salvini dopo lo scontro nella maggioranza sul tema della rottamazione delle cartelle esattoriali. Scontro che ha visto unito l’asse Lega-M5S, favorevoli a un condono totale, contro Pd e Leu propensi a un intervento più misurato.

“Molto bene – scrive Letta su Twitter – Il Decreto Sostegni interviene su salute, scuola, turismo, cultura e aiuta lavoratori e imprese. Bene Draghi. Bene i Ministri. Male, molto male che un segretario di partito tenga in ostaggio per un pomeriggio il cdm (senza peraltro risultati). Pessimo inizio Salvini”. Dopo qualche ora arriva la replica del leader leghista: “C’è chi pensa allo ius soli e c’è chi pensa ad aiutare gli italiani in difficoltà con un decreto da 32 miliardi. Basta con le polemiche, Enrico stai sereno”.

Se Enrico Letta è tornato in campo per innescare simili scaramucce, poteva tranquillamente starsene a Parigi a fare il finto notabile. Volenti o nolenti, col governo Draghi, Salvini è stato costretto a scendere a più miti consigli rispetto alle sue solite sbruffonate. Non andiamo a stuzzicarlo in un nostalgico gioco di cui l’Italia può fare a meno. Non mi sembra proprio il caso di vivere con la strumentale paura politica che Draghi finisca col darla su a Salvini per il quieto vivere, spostando l’asse governativo a destra.

Capisco l’esigenza identitaria del Pd, ma non partiamo col piede sbagliato, cercandola nello scontro a tutti i costi con un traballante Salvini, offrendogli demenziali assist che lo rafforzano agli occhi del suo elettorato assai spiazzato e perplesso sul nuovo corso leghista. Non confondiamo la strategia con la tattica e la tattica con la polemichetta spicciola.

Provo ad andare al merito della compatibilità di un condono fiscale, consistente in un colpo di spugna sulle cartelle esattoriali passate, con l’esigenza di non premiare l’evasione. In linea teorica appare come un premio ai furbi e l’ennesima botta ai coglioni. Non è però il momento di sottilizzare e un segnale, seppure equivoco, di disponibilità ad alleggerire le tasse non mi sembra del tutto sbagliato. Siamo in un momento talmente drammatico da rendere giuste le cose ingiuste, pur di galleggiare sul mare di cacca che ci inonda. Non credo che Draghi abbia solo voluto dare un contentino a Salvini, ma offrire una ragionevole via d’uscita a contribuenti probabilmente scorretti ma attualmente in gravi difficoltà.

E poi non resta altro che continuare a fidarsi di Draghi: lo abbiamo giustamente invocato ed ora teniamocelo stretto e diamogli una mano senza creargli grane politiche. In altri tweet il segretario dem ha lodato l’azione dei suoi ministri, Dario Franceschini e Andrea Orlando, per gli interventi a favore rispettivamente della Cultura e della protezione dei lavoratori. E ha concluso: “Il Pd unito rende efficace e forte il governo”. Politica di bassa macelleria. Appaiono fuori luogo questi giochetti a mettere il cappello sul governo Draghi quando fa comodo e scaricare le colpe sulla Lega quando il governo adotta provvedimenti non del tutto condivisibili.

In casa PD sento uno strano odore di improvvisazione con un vogliamoci bene vuoto e inconcludente. Scaricare le incertezze e contraddizioni interne facendo guerra al nemico esterno è un vecchio trucco, che lascia il tempo che trova. Non sto capendo niente di quel che succede nel partito democratico: non pensi Enrico Letta di emozionare gli elettori, sventolando qualche sacrosanta seppur logora bandierina identitaria (mi riferisco allo ius soli). Se voleva fare incazzare Salvini, non c’è riuscito perché il leader leghista non aspettava altro. Se intendeva ricompattare l’area di sinistra, sappia che non sarà così semplice in vista del dopo Draghi e delle prossime elezioni. Se voleva tracciare una strada, temo che il vento disperda in fretta un simile segnale direzionale. Aspetto e spero qualcosa di più.

 

Il rigorismo irride al rigore

A leggere le regole dettate per i comportamenti dei cittadini in zona rossa, c’è di che rimanere sbalorditi, non tanto per i sacrifici imposti dalle restrizioni, ma per le incongruenze e le assurdità che si intravedono. Ne prendo una a caso, a mio giudizio una delle più clamorose ed assurde.

Non si possono visitare parenti e amici residenti in altri ambiti territoriali: se ho mia madre che abita sola ed ha bisogno di conforto e di aiuto, cosa faccio? Rientra nei casi di necessità? A stretto rigore direi di no! Usando il buon senso direi di sì. Mentre il rigore della legge (?) è scritto, il buonsenso è lasciato alla discrezionalità di chi controlla. Non voglio offendere nessuno, tanto meno chi si fa il mazzo per contenere le cazzate dei “furbetti della zona rossa”. Però mio padre, che la sapeva lunga, con una simpatica ed “anarchica” battuta fucilava l’autoritarismo dall’alto al basso e dal basso all’alto: “A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, a t’ ghe mètt in testa un bonètt, al dventa un stuppid”.

La responsabilità tuttavia non è di chi ha il berretto in testa, ma di chi gli carica la testa. In occasione di un torneo di calcio giovanile giocato in notturna allo stadio Tardini, gli organizzatori posero all’ingresso una persona molto rigorosa con la mission di non fare entrare nessun estraneo e per nessun motivo. Detto e fatto.  Quando cominciò a scendere la sera, si presentò l’addetto all’impianto di illuminazione: non ci fu verso di convincere il controllore a lasciarlo entrare. L’operaio piuttosto irritato disse: “Ebbene, io me ne vado al bar qui di fronte e aspetto; se avete bisogno mi venite a chiamare…”. Cominciò a farsi scuro e dagli spalti piovvero non poche grida del tipo: “Pioción…il  luzi… o vriv ‘na candela…”. È facilmente immaginabile l’imbarazzo degli organizzatori del torneo, messi alla berlina e beffeggiati. Si scatenarono i rimproveri sulla testa del povero controllore dell’accesso allo stadio: si prese lui la colpa, ma in realtà la responsabilità dell’accaduto era ascrivibile a ben altri soggetti più altolocati, comodamente seduti in tribuna vip.

Il governo dei tecnici mi sta, tutto sommato, simpatico, ma, in un certo senso, comincia a “rampärom su par ‘na bräga”. Marta Cartabia è una costituzionalista, giurista e accademica: dal 13 febbraio 2021 è ministro della giustizia nel governo Draghi. Dal 2019 al 2020 è stata presidente della Corte costituzionale, diventando la prima donna a ricoprire tale carica. Prima di occuparsi del sesso degli angeli (forse sarebbe meglio dire degli angoli) della riforma della giustizia, non poteva almeno sciacquare in Arno le regole del finto lock down, cercando di renderle agibili prima di darle in pasto ai cittadini sempre più indispettiti ed ai controllori sempre più spazientiti? Bastava poco… mai come nella situazione in cui stiamo vivendo è opportuno abbandonare i massimi sistemi per affrontare le questioni elementari, quelle che ci lasciano vivere.

Già comunque le autodichiarazioni mi irritano, figuriamoci se dovessi scrivervi sopra che vado a casa di mia madre che sta male e ha bisogno di assistenza. Chi controlla mi crederà? Mi farà perdere un sacco di tempo prezioso? Mi scorterà fino all’abitazione di mia madre? La interrogherà? Magari lei, per non disturbare, negherà di avere bisogno. E allora? O merda o brétta rossa!!! Cosa significa? Non mi resterà che inoltrare una richiesta di risoluzione ministeriale al riguardo. Chissà che la ministra Cartabia non scenda dall’olimpo e cominci ad interessarsi di noi poveri mortali in zona rossa.

Mio padre si divertiva a raccontare uno strano e paradossale episodio che lo aveva visto quale malcapitato protagonista alla stazione di Parma. Vorrei ricordarlo, perché merita una certa attenzione. Da zio affettuoso e premuroso aveva accompagnato in stazione una nipote di Genova che ci era venuta a far visita per qualche giorno con i suoi figli ancora molto piccoli. Valigie e bambini avevano consigliato mio padre a salire sul treno in partenza per poter meglio collocare il bagaglio e salutare i nipoti. Tutto fatto, scende dal treno.  Ed ecco un addetto della polizia ferroviaria si avvicina e chiede il biglietto. Risposta ovvia: “Non ho biglietto perché non ho viaggiato, sono salito solo per aiutare mia nipote.” Replica: “Per me lei è un viaggiatore che scende dal treno senza biglietto, favorisca i documenti.” Spazientito, ma corretto, si reca con il poliziotto nel piazzale antistante la stazione, dove aveva parcheggiato la motocicletta, per esibire la patente. Verbale redatto nonostante le resistenze. Dopo qualche giorno arriva a casa una sonora contravvenzione e mio padre, inizialmente orientato a pagare e tacere si lascia convincere a ricorrere al pretore. Processo bello e buono. Il giudice capisce la situazione quasi da farsa e chiede al poliziotto: “Ma a lei non è venuto in mente che, avendo la motocicletta nel piazzale, l’imputato potesse avere raccontato una verità piuttosto plausibile?” Risposta: “Per me era un viaggiatore che scendeva dal treno ed era senza biglietto!  “Assoluzione con formula piena”, nemmeno la sanzione per non aver pagato il biglietto entrando in stazione (allora per il solo fatto di varcare la soglia della stazione si doveva corrispondere un piccolo obolo), perché ormai tutti non osservavano tale obbligo (cominciando dai nonni che conducevano i nipotini a vedere il treno). Mio padre si pavoneggiava, assai divertito, per aver provato l’emozione di sedersi sul banco degli imputati, ma la morale dell’episodio la lascio tirare ai lettori.

Papà, sia chiaro, non infieriva sul poliziotto, non era nel suo stile, traduceva l’episodio in stile di vita: far del bene, a volte, costa doppiamente caro, mentre chi vuol fare i cazzi suoi può continuare a farli senza timore di essere disturbato. Quanto al berretto in testa (autorità), ho già detto anche troppo. D’altra parte i controlli non sono forse uno dei punti deboli della strategia anti-pandemica?

 

 

L’unica risposta alle bestemmie della disperazione

Il 18 marzo 2020 a Bergamo i camion dell’esercito portarono via centinaia di bare con morti destinati alla cremazione fuori città. Negli occhi di tutti quell’immagine straziante fu percepita e rimarrà come simbolo della tragedia provocata dal covid, una tragedia in cui purtroppo siamo ancora immersi e solo Dio sa se e come potremo mai uscirne.

Giusta e opportuna l’idea di eleggerla come giornata del ricordo delle vittime. Speriamo non diventi mai l’occasione per celebrazioni di mera circostanza. Ho il massimo rispetto per le parole pronunciate dalle autorità civili, condivido pienamente il senso di commozione e di solidarietà espresso nelle diverse sedi istituzionali e sociali.

Proprio in data 18 marzo 2020 scrivevo in un mio commento ai fatti del giorno: è angosciante pensare ai malati confinati, nella migliore delle ipotesi, nel proprio appartamento o addirittura in una stanza della propria abitazione, ben peggio in una camera ospedaliera, o peggio ancora in un letto di un reparto di terapia intensiva o peggio ancora in una solitaria agonia. La solitudine è rotta dalla presenza dell’eroico personale ospedaliero, costretto ad un lavoro massacrante, a rischiare la pelle per aiutare i malati, a vederli morire, a fare scelte terapeutiche probabilmente drammatiche e paradossali. L’isolamento riguarda e paralizza i rapporti umani con i propri famigliari, con i propri amici ed anche con la comunità cristiana di appartenenza. Quanti fratelli e quante sorelle sono morti e stanno morendo senza nemmeno “un cane che gli lecchi le ferite”, ancor più soli del povero Lazzaro, senza il conforto delle persone amate, senza il viatico sacramentale, senza un sacerdote che li assolva dai peccati, senza qualcuno che li accompagni nell’ultimo viaggio, persino senza un rito esequiale dopo la morte. Ho pensato a questo e ne sono rimasto letteralmente sconvolto. È il più brutto aspetto di questa tremenda epidemia.

In una successiva occasione mi sono permesso di aggiungere una (quasi) bestemmia (?), proveniente dall’angoscia e dalla paradossale contraddizione della sofferenza, che porta sempre alla solitudine, ma non totale. Gesù sulla croce si sente solo e abbandonato, ma c’è sua madre Maria, sua zia Maria di Cleofa, c’è la Maddalena che lo ama svisceratamente, c’è il discepolo amato, c’è la sua umana famiglia da cui Lui fa scaturire la Chiesa. Anche allora vi era il divieto di avvicinare i condannati a morte, di toccare i cadaveri, in un mix umano-etico-religioso di regole per evitare un diverso, ma ben più paradossale, contagio. Il dolore dei moribondi covid rischia pertanto di andare oltre quello di Cristo.  È tutto dire.

Ecco perché personalmente resto alla ricerca di un senso profondo da dare a tale interminabile evento di dolore, sofferenza, lutto e pianto.  In questi giorni ho ascoltato su internet parole che mi hanno umanamente, culturalmente e cristianamente, rasserenato: la lectio del cardinale Gianfranco Ravasi, tenuta il 25 giugno 2017 al Policlinico Gemelli in occasione della XXV Giornata Mondiale del Malato, sul tema: “Il dolore innocente: sfida per la fede”.

In essa è contenuto qualcosa di fondamentale, che peraltro torna di grande attualità nel clima di sofferenza che stiamo vivendo: senza presunzioni teologiche e senza scappatoie clericali, viene avanzata l’unica vera ragione del credere, in base a Cristo, il Dio che paradossalmente decide di soffrire con e come noi.

Ravasi è un gigante – peraltro riesce ad esprimere concetti di una profondità pazzesca con una proprietà di linguaggio unica, con una semplicità di esposizione disarmante e con un approccio laico molto invitante ed esauriente – davanti al quale mi sento meno di un nano, ma ha la capacità di sollevarmi dalle mie miserie e povertà umane, morali, culturali e religiose.

Il porporato ha articolato la sua riflessione partendo dall’oscurità e dalla mancanza di senso, il cardinale Ravasi osserva: «Il dolore spesso genera disperazione; non bisogna giudicare questo stato d’animo». Da qui l’affermazione di Martin Lutero: «Dio, probabilmente gradisce molto di più le bestemmie dell’uomo disperato, che non le lodi compassate del borghese benestante la domenica mattina durante il culto». E dall’oscurità che ogni tanto attanaglia il credente e il non credente, non è esente l’uomo di Chiesa.

Di fronte alla questione della presunta impotenza/ostilità di Dio, riassunta nell’interrogativo che spesso suscita ribellione “Dio non toglie il male perché non può o non vuole?”, il porporato ha poi spiegato che male e sofferenza sono strutturali alla creatura che di sua natura comprende questo limite: «Ma la risposta – aggiunge Ravasi – risiede nella “cristologia della sofferenza”. Dio decide di entrare attraverso il Figlio in questa qualità che non è sua, nella nostra carta d’identità, la realtà umana. E nel racconto della passione, gli evangelisti si sforzano di far patire a Cristo tutti i mali possibili, paura della morte, solitudine, tradimento degli amici, tortura, crocifissione e morte per asfissia, ed è una gran brutta morte, ma l’apice è il silenzio del Padre».

Secondo la tesi di Ravasi, il dolore umano viene attraversato dal divino: «Per questo – aggiunge – non è più come prima. Proprio perché Cristo non cessa di essere Figlio di Dio, Egli assumendo il dolore e la morte lascia in essi un germe di divino e di luce. Grazie a questa condivisione per amore, Dio non ci guarisce dal dolore, ma ci sostiene in ogni sofferenza».

Per approfondire ancora meglio il concetto, il cardinale ha citato Dietrich Bonhoeffer, l’oppositore di Hitler ucciso in un lager: “Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta… Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza ma in virtù della sua sofferenza”. Nella sua lectio sul dolore innocente, il porporato ha poi affermato: «Dio soffre in Cristo, che nella sua vita terrena è diventato fratello dei sofferenti».

A conclusione Ravasi ha ricordato la commovente testimonianza di un ateo, agnostico e anticlericale come Ennio Flaiano, padre di una bambina colpita a otto anni da encefalopatia. Dopo la morte dello scrittore, venne trovato tra le sue carte l’abbozzo di una sceneggiatura per un film dedicato al ritorno di Cristo sulla terra, circondato e infastidito da tv e giornalisti, attento solo ai malati e agli ultimi: “Non voglio che tu la guarisca – chiede nel film a Gesù un uomo portando con sé la sua bambina malata che cammina a fatica –, ma voglio solo che tu l’ami”. Gesù, scrive Flaiano, baciò quella ragazza e disse: “In verità, quest’uomo ha chiesto ciò che io posso dare”.

Non trovo altro senso alla sofferenza in genere ed all’immane tragedia che ci ha colpito, tale da togliermi dalla disperazione. A chi osa contestare questa mia convinzione, considerandola magari una pia illusione, rispondo con rispetto ma con altrettanta convinzione alla maniera di mio padre. Quando qualcuno definiva assurda e meramente consolatoria la risposta cristiana ai misteri della vita, della morte e del dolore, mio padre era capace di fare da laico un passo indietro e rispondere: “Alóra, catni vùnna ti !!!”.

Per me quindi la risposta all’immagine della tragica sfilata dei camion con le bare dei morti da covid non può che essere la scena eloquente e coinvolgente di papa Francesco, che tocca il Crocifisso in una piazza san Pietro svuotata di tutto e piena solo di paura. La paura tende a crescere, ma solo il Crocifisso è sempre lì a rassicurarci. A gridare per noi e con noi: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.