L’urlatore dalle riaperture facili

Dal momento che il governo Draghi ha mandato in cantina o in soffitta la politica con la “p” minuscola e dal momento che della politica con la “P” maiuscola si sono perse le tracce, la politica non riesce a fare audience e quindi ha bisogno di attaccarsi dove può e non dove sarebbe giusto e corretto. L’unico argomento che si presta alle urla ed alla peggiore delle strumentalizzazioni è quello delle riaperture.

«Scusi, Lei è favorevole o contrario?» così chiese un intervistatore al mio professore di italiano, in occasione dell’introduzione del divorzio nella legislazione italiana, con l’assurda coda del referendum voluto a tutti i costi dalla gerarchia cattolica al cui volere la Democrazia Cristiana si piegò per ovvi motivi elettoralistici. «Tu sei un cretino!» rispose laicamente stizzito il professore. Credo non ci voglia molto a capire come l’intervistato rifiutasse il modo manicheo con cui veniva affrontato il problema.

Di tempo ne è passato parecchio ed il populismo ha fatto molta strada al punto da ridurre tutta la politica, e non solo, ad un perpetuo referendum pro o contro qualcosa, ma soprattutto pro o contro qualcuno: un continuo strisciante plebiscito strumentalmente azionato, usato per ridurre a zero il dibattito sui problemi e fuorviare i cittadini con la ratifica delle finte ed illusorie soluzioni. Se non si discute, se si viene costantemente posti di fronte ad una facilona scelta di campo, lo sbocco è condizionato dai media e vince chi ha la voce più forte, vale a dire il peggiore.

Tutte le enormi problematiche della nostra società vengono ridotte al ritornello: “Scusi, Lei è favorevole o contrario?”. Noto, da parecchio tempo, come non si riesca più a discutere nel merito dei problemi: tutto viene ridotto a mera diatriba faziosa e velleitaria entro cui si rovinano persino rapporti familiari, parentali, amicali, si distrugge il dialogo rincorrendo fantomatiche certezze. La pandemia avrebbe dovuto indurre a più miti consigli, invece eccoci al dunque: “Lei è favorevole o contrario alle riaperture?”. E chi non vorrebbe far riprendere tutte le attività? Il problema è un falso problema. Serve solo a cavalcare la protesta senza valutarne le pregevoli motivazioni assieme alle difettose semplificazioni.

Vado al sodo: è inutile e infantile che Matteo Salvini strilli e pesti i piedi per far finta di avere a cuore i problemi dei commercianti reclusi, abbiamo capito tutti che sta cercando di alzare la voce per distinguersi a tutti i costi nel coro in cui è stato costretto ad entrare e cantare. Lui, pur di farsi notare, ci sta anche a stonare clamorosamente. Insiste con le riaperture. Gli è stato risposto che verranno attuate nel rispetto della massima sicurezza possibile. No, apriamo subito e senza condizioni!

Mio padre, con una certa commozione, mi raccontava come mi rapportassi a lui. Davanti alla vetrina di un negozio, davanti a un bel giocattolo, ad un dolce invitante, chiedevo: «Papà me lo compri?». Mio padre genialmente non cadeva nella capricciosa trappola del sì-no o del no-sì. Spostava la questione, mettendo in gioco la propria credibilità e mi rispondeva dolcemente: «Ne parliamo domani…». E io rispondevo: «Va bene, domani…». Non era un gioco al rinvio, né tanto meno una scappatoia illusionistica, né una furbizia per tenermi buono. Forse un po’ di tutto, ma il discorso di fondo era quello di collaudare la fiducia tra padre e figlio. Mi fidavo di mio padre e di quanto avrebbe fatto di fronte alle mie richieste!

Trasferiamo questo fanciullesco ricordo nella situazione di tensione venutasi a creare fra commercianti esasperati e governanti titubanti. La risposta alle rivendicazioni non deve essere un sì sbrigativo e deresponsabilizzante e nemmeno un no sussiegoso e pregiudiziale. Si tratta di ragionare con calma e senso di responsabilità. Siccome manca la fiducia si ricorre alle facili promesse, sperando che al momento del voto i ristoratori si ricordino di chi ha raccontato loro le balle che stanno in poco posto. Possibile che non si riesca a fare politica con la testa e non con la pancia? Sembra che Mario Draghi si stia spazientendo. Speriamo che la pazienza dei commercianti e quella di Draghi, messe a dura prova per motivi diversi, trovino comunque un punto d’incontro e lascino con un palmo di naso chi soffia vergognosamente sul fuoco.

 

Al cièl al se s’ciarìssä e l’acqua la s’infissìssä

Dal momento che purtroppo, a livello sia individuale sia sociale, la lingua batte dove il dente duole, provo a frenare la lingua, ragionando co un po’ di buon senso, ed a placare il mal di denti con un pizzico di sano realismo calmante.

Sulla base dei dati che ci vengono giornalmente forniti – ammesso e non concesso che siano effettivamente raccolti in tempo reale e che siano registrati correttamente -, l’andamento dei contagi e dei decessi da covid 19 e relative varianti è piuttosto sconfortante e non lascia ben sperare. Tutte le sere, con grande ansia, attendo le cifre della giornata e ricado regolarmente nella più angosciata delle depressioni.

Superato con grande fatica questo penoso stato d’animo, tento di analizzare con qualche lucidità i motivi della implacabile resistenza del virus a tutte le misure adottate, dal distanziamento alle precauzioni igieniche, dalle chiusure alla vaccinazione, dalla mobilitazione scientifica a quella sanitaria. Sarebbe comodo e precipitoso concludere che il progresso, tutto sommato, non ci ha portato molto lontano: siamo andati nello spazio, abbiamo messo piede sulla Luna, forse Marte è alla nostra portata, ma il coronavirus ci sta inesorabilmente distruggendo (il numero dei morti a livello mondiale è semplicemente catastrofico). Sarebbe altrettanto ingiusto e sbrigativo pensare ad una imminente apocalisse: i segni, che, anche evangelicamente, vengono previsti, effettivamente coincidono con quanto sta accadendo, ma si tratta di segni, di artifici linguistici e non di realtà profetiche in via di realizzazione. Allora stiamo coi piedi per terra e proviamo a ragionare. Evidentemente qualcosa non sta funzionando nella strategia (?) adottata per contrastare e sconfiggere il virus. Passiamo in rassegna le varie misure.

Le chiusure più o meno ermetiche non stanno funzionando o, quanto meno, non bastano a tenere lontano il contagio: di qui il crescente malumore sociale delle categorie più colpite, che al danno delle ristrettezze economiche sofferte aggiungono un senso di inutilità ed inequità dei sacrifici loro imposti. È inevitabile che il ristoratore si chieda: nonostante tutta la mia buona volontà nell’adozione di costose misure a livello logistico, mi impongono di tenere abbassate le saracinesche del mio esercizio commerciale e poi scopro che probabilmente non serve a nulla visto che i miei potenziali clienti continuano imperterriti a contagiarsi ed a morire. Loro muoiono di covid ed io, se continuo così, muoio di fame.

Forse bisognerebbe chiudere ermeticamente tutto e di più, ma rischieremmo di fare la morte del topo. Ci illudiamo di non morire asfissiati sigillando porte e finestre senza pensare che prima o poi mancherà l’aria da respirare e sarà comunque necessario spalancare i serramenti cigolanti. Forse abbiamo sbagliato ad aprire e chiudere in continuazione perdendo i benefici di una chiusura generale e prolungata (un po’ come il primo vero lock down) e quelli di riaperture troppo precarie e condizionate. Si dirà “fammi indovino che ti farò ricco”. La questione è che noi abbiamo giocato a fare gli indovini e ci ritroviamo poveri.

Quanto alle misure igienico-protettive, mi riferisco alle mascherine, ai lavaggi frequenti delle mani, alle igienizzazioni pre e post possibili contatti infettivi, avevamo e abbiamo tutti la consapevolezza di come tutto ciò abbia un valore più rituale e simbolico piuttosto che reale e significativo: cose da fare, ma come quando si esce allo scoperto sotto un diluvio aprendo un ombrellino da passeggio. Si dirà “meglio poco di niente”. Il problema è che stiamo istituzionalizzando il poco ottenendo il niente.

E veniamo al toccasana vaccinale: era ed è l’unica vera arma appuntita che si poteva sperare. Purtroppo la stiamo sprecando dopo averla confezionata al peggio. La vaccinazione va a rilento, i vaccini vanno e vengono in un assurdo andirivieni speculativo, commerciale, organizzativo e scientifico. Al momento non si vede alcun effetto significativo sui contagi. Abbiamo certamente preparato malissimo la campagna, abbiamo sprecato tempo preziosissimo, stiamo tuttora brancolando nel buio organizzativo. Forse anche la tanto enfatizzata scaletta di salvataggio varata dal governo è più demagogica che efficace. Forse non ha tutti i torti Vincenzo De Luca, frizzante governatore della Campania, quando dichiara di voler vaccinare gli operatori economici a contatto col pubblico. Si dirà “del senno di poi son piene le fosse”. Non siamo ancora arrivati al poi, quindi si può ancora correggere il tiro: “chi la dura la vince”. Una cosa è certa: i governanti hanno brillato di poca resistenza e coerenza di fronte alle difficoltà e di molta arrendevolezza verso le loro sconclusionate diatribe.

Al termine dei lavori di costruzione di una moderna chiesa periferica di Parma, così essenziale da essere definita da mio padre “l’amàs dal gràn”, gli architetti si accorsero con sorpresa che il soffitto a capanna sembrava piatto, perché la pendenza dei due lati era insufficiente (la terminologia non è precisa e chiedo scusa agli architetti, a quei due in particolare). Mio padre si scandalizzò ma non disse nulla e tra sé pensò che“l’amàs dal gràn”  stava emergendo inequivocabilmente ed irrimediabilmente. Era tardi e non si poteva ovviare, pena rifare completamente il tetto (rimedio inattuabile). La pensata per uscire dalla clamorosa impasse fu di dipingere il soffitto a due tonalità diverse di colore in modo da prendere lucciole per lanterne. Mio padre eseguì e tacque, ma non digerì la questione che divenne paradigmatica per bollare l’atteggiamento dei progettisti supponenti.  “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”  direbbe mia nonna (erano due ingegneri che si scambiavano complimenti ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia).

Aggiungo un’altra chicca paterna, spostandomi al cimitero (ogni lugubre riferimento alla pandemia è puramente casuale). Mio padre andava poco a visitare le tombe dei defunti ed era solito giustificarsi così: “Al simitéri a gh’ vagh anca trop par lavorär “. Alla villetta stava lavorando per affrescare una cappella ed aveva realizzato l’idea di un architetto, ma, a dire di quest’ultimo, usando tinte un po’ troppo scure. “A pära d’ésor al simitäri” disse il professionista.  Mio padre tacque perché il più bel tacer non fu mai scritto. Io forse parlo e scrivo troppo. La posta in palio però è altissima, quindi…

Tra vaccini e candele

“La notizia che arriva dagli Usa sulla decisione della prestigiosa Fda (l’Agenzia americana del farmaco) di chiudere la sospensione del vaccino Johnson & Johnson proprio mentre le prime 184mila dosi stanno per sbarcare in Italia è una tegola che rischia di mandare in frantumi la nostra campagna vaccinale. Stanno per riunirsi il ministro Speranza e i vertici dell’Aifa, la nostra agenzia regolatoria del farmaco, per decidere il da farsi dopo la frenata degli Usa”.

In effetti “è durata più di due ore la riunione all’Aifa (agenzia del farmaco) con il ministro della Salute Roberto Speranza dopo le indicazioni Usa sul vaccino J&J. Johnson & Johnson aveva «rinviato la distribuzione» del suo vaccino anti Covid in Europa in seguito allo stop per sei casi di trombosi segnalati. Una nuova battuta d’arresto agli sforzi per affrontare la pandemia, con le 184mila dosi del vaccino arrivate in Italia che sono state stoccate nell’hub della Difesa a Pratica di Mare in attesa delle verifiche. Dopo la riunione fiume per capire come procedere dopo lo stop negli Stati Uniti sono arrivate le prime dichiarazioni del ministro Speranza: «Valuteremo nei prossimi giorni, ma Johnson & Johnson dovrà essere usato. Abbiamo fatto una riunione con Aifa e scienziati, siamo in contatto con Ema e valuteremo nei prossimi giorni appena a Ema e Usa daranno informazioni definitive quale sarà la strada migliore»”.

“Draghi cambia piano: dal 2022 solo Pfizer e Moderna; non saranno rinnovati i contratti ai farmaci a vettore virale. Penalizzati AstraZeneca, J&J, Sputnik e l’italiana ReiThera destinati solo agli over 60. È abbastanza certo ormai che il destino del vaccino Johnson&Johnson sarà lo stesso di AstraZeneca. Dopo i pochissimi casi di trombosi rilevati negli Stati Uniti e la sospensione decisa dalle autorità americane, fonti del governo italiano confermano che l’orientamento immediato è di circoscriverne l’uso solo agli over 60, come una settimana fa, a livello europeo, era stato deciso per il siero di Oxford”.

“Il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani, tra i più ascoltati esperti del Cts, è cauto sulla decisione dell’Fda americana di sospendere il vaccino di Johnson&Johnson, la giudica allarmismo ingiustificato in quanto i benefici sono superiori ai rischi, sostiene che l’utilizzo di tale vaccino sarà rivalutato a breve e che questa è solo una pausa: poi ripartiremo”.

Sono brevi stralci di notizie apparse sul sito del quotidiano La Stampa. Ho l’impressione che ci si voglia comunque attaccare alla scialuppa di salvataggio vaccinale anche se ci sono seri dubbi sulla sua sicurezza ed efficacia. Questa volta infatti è toccato all’Agenzia americana del farmaco adottare una inquietante misura cautelare proprio mentre si guardava allo sbarco del vaccino d’oltre oceano quale ancora di salvezza.

Da una parte stanno i “vaccinisti”, coloro che sostengono come (sintetizzo brutalmente il loro pensiero) sia meglio che qualcuno muoia o abbia gravi conseguenze piuttosto che bloccare tutto e tutti ai nastri di partenza di un lock down infinito e disastroso: insomma, si tratta di “realvaccinik”. Dall’altra parte stanno gli “scettici” (mi iscrivo a questo partito), che ritengono assai problematico l’uso di vaccini sperimentati e prodotti “alla cazzo di cane”, distribuiti sull’onda di una colossale speculazione e somministrati in base al gioco della mosca cieca. In mezzo i “possibilisti”, i “centristi vaccinali”, i quali non sanno che pesci pigliare e si destreggiano tra aprioristiche spinte alla vaccinazione di massa e pause di cautelare sospensione, una sorta di stop and go scoordinato e discontinuo.

Se andiamo avanti così mentre gli over sessanta rappresenteranno sempre più la pattumiera vaccinale, agli under sessanta non resterà altro da fare che optare, prima, dopo o in mancanza di vaccinazione, per l’accensione di una candela davanti alla statua di Maria Vergine, aggiungendo alle litanie ad essa dedicate un disperato “regina dei vaccinandi” e sperando che almeno lei sappia districarsi nella confusione che stiamo (colpevolmente) creando.

Con queste riflessioni ad alta voce, dopo l’inopinata patente di qualunquista, dopo la squalifica a vita come terrorista, mi arriverà la promozione a blasfemo disfattista. Vorrà dire che mi giustificherò, asserendo che con la pandemia cambia tutto, anche il mio povero cervello…

 

 

I terrorismi convergenti e paralleli

Le ultime notizie dal bailamme pandemico ci dicono che molte delle mascherine in commercio non proteggono, che l’Italia sbaglia gli indici per misurare la febbre del virus, che ogni governatore regionale vuol programmare la vaccinazione a suo modo, che la vaccinazione continua a suscitare perplessità disorientando i vaccinandi, che le riaperture, richieste a gran voce dai commercianti sempre più esasperati e strumentalizzati, non si sa se, come e quando avverranno, che gli ospedali continuano a scoppiare di malati, che i morti sono talmente tanti da mettere in crisi la cremazione al punto che a Roma si deve ripiegare su altre procedure di sepoltura.

Il libero mercato, uno dei presupposti del nostro sistema socio-economico, fa cilecca: gli affari sono affari e non contemplano il rispetto per le esigenze vitali delle persone; lo stato non è in grado di intervenire, perché abbiamo privatizzato tutto e indietro non si torna; lo stato imperialista delle multinazionali del farmaco non è purtroppo solo un residuato bellico del terrorismo brigatista rosso, ma una trista realtà che mette in ginocchio e paralizza i pubblici poteri.

L’Unione Europea, nata per difendere la vita dei cittadini, non riesce nemmeno a intervenire nelle situazioni estreme e getta vergognosamente la spugna lasciando tutti nelle braghe di tela dei rapporti con i produttori di vaccini. Speriamo che almeno sganci i quattrini promessi a sostegno della ripresa socio-economica, ma non ne sarei così sicuro.

La scienza è penosamente brancolante nel buio: ognuno dice la sua e tutti sbagliano regolarmente previsioni e soluzioni. Mi si dirà che è tutto molto difficile. Certo, ma allora si abbia il buongusto di centellinare le poche e relative certezze e trattenere le tante e assolute incertezze sparate a gola aperta.

I governatori regionali non abbandonano la loro verve, dicono anche cose giuste nel momento sbagliato e viceversa. Possibile che non si possa trovare un’intesa per affrontare una situazione di tale gravità? Niente da fare: dare aria ai denti e ai voti è l’imperativo principale ed imprescindibile.

La gente non ne può più, vuole riprendere a lavorare e vivere. Come darle torto? Bisognerebbe avere la credibilità e l’autorevolezza per fare ragionare i cittadini. Temo sia troppo tardi. Anche Mario Draghi sta vacillando. Sono stati commessi da parte dei governanti tutti gli errori possibili e immaginabili e allora con quale becco di ferro si va dai ristoratori a imporre di tenere le saracinesche abbassate. Magari fra un po’ salterà fuori che nei ristoranti il rischio di contagio era ed è minimo, visto oltre tutto che le mascherine danno una protezione più simbolica che effettiva e quindi si possono abbassare. Tutto paradossale.

Per rafforzare i reparti ospedalieri e di terapia intensiva non si è fatto un cazzo a suo tempo e ora ripiangiamo sul latte versato. C’era più di un anno per organizzare la vaccinazione, non abbiamo fatto un cazzo (uso questo termine brutale e volgare per meglio rendere l’idea) e ora stiamo improvvisando e recitando a soggetto, pretendendo ordine, disciplina e serietà dai cittadini sempre più confusi e stressati, quando non malati o…morti.

Persino i morti hanno problemi: sì, di sepoltura, perché la cremazione non regge i ritmi e quindi occorrerà ripiegare sulle fosse comuni. Sto esagerando? Sto facendo del terrorismo? Non lo so, sto solo esprimendo un disagio pazzesco in attesa di ammalarmi e morire solo come un cane. Faccio più terrorismo io o i governanti che ne combinano di tutti i colori e gli scienziati che ne pensano una e cento ne sparano? Non avrei mai più pensato di arrivare a questo punto di sfiducia. Spero che questo estremo imbarazzo non mi comporti l’abbassamento delle serrande umane a protezione dell’egoismo. Mi sembra che, tutto sommato, questo possa essere il rischio maggiore. Per me e per tutti.

 

Ma la vita no… e il pallone sì

Un milione di posti di lavoro andati in fumo, ben oltre 100mila persone morte, un casino pazzesco negli ospedali, migliaia di ammalati in pericolo di vita, tutti con la vita attaccata ad un chiodo, l’operazione vaccini in continuo tilt, lontane prospettive di una ripresa che ci cambierà comunque la vita…e c’è chi disserta con ansia sulla possibilità o meno di disputare in Italia le partite dell’europeo di calcio con un pezzetto di pubblico presente sugli spalti.

Già il fatto che (giustamente) siano state chiuse le scuole mentre il campionato di calcio va avanti in mezzo a tamponamenti a getto continuo grida vendetta al cospetto della nostra insulsaggine. Adesso, mentre la gente è sballottata fra un vaccino e l’altro, tra l’ansia di soccombere al virus e quella di rimanere impigliata negli effetti indesiderati degli antidoti, tra la fretta di contare sull’immunità di gregge e i colpevoli ritardi nella somministrazione dei vaccini, tra la prudenza delle sofferte chiusure e la tenue speranza delle timide riaperture, ci preoccupiamo se sarà possibile ospitare a Roma alcuni incontri rientranti nel campionato europeo di calcio.

Anche questo, e non solo questo, è segno di una società basata sul nulla e il covid ce lo sta sbattendo in faccia drammaticamente. D’altra parte non era così quando migliaia di poliziotti venivano impiegati per garantire l’ordine pubblico negli stadi, mentre mancavano le forze per garantire l’ordine a livello territoriale? Non era così quando si sopportavano i disordini provocati dai teppisti del pallone e si usava il pugno di ferro contro le manifestazioni a favore della tutela ambientale e la giustizia sociale. Non era così quando il sistema pallone navigava su un mare di (finti) soldi mentre tante imprese navigavano su un mare di (veri) debiti. Tutto un paradosso attorno a cui girano interessi di scarsissimo rilievo sociale.

E io ho ancora il coraggio di tentare di divertirmi guardando le esibizioni dei pedatori, mentre tutti aspettano con ansia le decisioni del ministro Speranza sulla fattibilità delle partite di cui sopra e magari sbuffano se il ministro osa imporre qualche spiacevole disposizione sanitaria.

La risposta alla Uefa è stata positiva, quindi si riaprirà a fette lo stadio olimpico con procedure stabilite dal comitato tecnico-scientifico: mobilitazione a livello di tamponi, quei tamponi che fino a qualche tempo fa si facevano col contagocce anche per chi correva seri rischi? Non so se il coronavirus abbia avuto origine dalla colpevole o dolosa distrazione di qualche laboratorio per poi prosperare come vendetta ambientale e sanitaria contro le nostre inadempienze, incongruenze e incompetenze. Non so se la natura si stia prendendo la rivincita inchiodandoci alle nostre enormi responsabilità di cretini anti-ecologici.

Non so se ne usciremo mai e come eventualmente ne potremo uscire. Certamente avremo in una mano un pallone a cui dare calci per divertirci e nell’altra mano un pallottoliere con cui contare i morti, i disoccupati e i poveri. Però il calcio non si deve e può fermare a costo di dare un calcio al cuore ed al cervello.

Galeotta fu la seggiola

Si potrebbe dire che tutto il mal non vien per nuocere. Il (quasi) incidente diplomatico avvenuto fra il dittatore (sic!) turco Erdogan e i massimi rappresentanti dell’Unione Europea in visita ad Ankara, che potremmo definire “la seggiola negata”, ha una sua valenza diplomatica (incautamente enfatizzata da Mario Draghi), ma ha anche un significato politico per l’Europa.

Avevamo bisogno dello sgarbo protocollare turco per capire che l’Europa è tutto meno che unita, compatta e funzionante? Tutto può servire. Un tempo sarebbe bastato a scatenare una guerra contro la Turchia, oggi sottolinea come l’Europa, che sta uscendo malridotta dall’azione scoordinata e inconcludente contro la pandemia, è assente non per colpa dei nemici che la sottovalutano, ma per colpa degli amici che la boicottano dall’interno.

Charles Michel seduto a fianco di Erdogan, Ursula von der Leyien in piedi ad attendere uno sgabello qualsiasi. Si trattava di scegliere tra la solidarietà con la presidente della Commissione europea e la difesa di lavori di distensione con un Paese di cui l’Europa ha un disperato bisogno. «Probabilmente è stato un errore, ma non mi sono alzato dalla sedia per paura di creare un incidente ancor più grave compromettendo mesi di attività diplomatica per una stabilità nelle nostre relazioni», così ha affermato Michel, presidente del Consiglio Europeo.

La versione di Michel non mi convince. Vado con la mente ad un episodio capitatomi durante la vita professionale. Accompagnai, come consulente di parte, un alto dirigente di una importante cooperativa impegnata in una delicata trattativa. All’inizio del dialogo la controparte, non ricordo bene il punto d’attacco, fece un pesante cenno alla mia incompetenza e inattendibilità. Fui tentato di alzarmi e abbandonare la riunione, ma venni trattenuto dal capo-delegazione, che intervenne drasticamente per ribadire l’assoluta fiducia nei miei confronti e nel chiedere rispetto pena l’interruzione immediata del discorso. La mossa ebbe l’effetto non di rovinare il clima, ma di riportarlo ad una dimensione dialettica non costruttiva, ma almeno accettabile.

Cosa voglio dire? Quando si tratta, non bisogna cadere nella trappola mirante a dividere l’interlocutore, ma presentarsi uniti sapendo superare anche eventuali frizioni in casa propria. Invece Charles Michel, col suo atteggiamento omertoso e dubbioso, ha finito col portare i panni sporchi europei in casa d’altri. Si sarebbe dovuto alzare per cedere il posto alla collega, dando una lezione di stile a chi stile ne ha pochissimo e fornendo soprattutto l’immagine del minimo di sopravvivenza unitaria dell’Europa. È incredibile quante conseguenze possano discendere da un banale episodio. La dimostrazione che, come diceva una importante funzionaria ministeriale di mia conoscenza, anche la forma è sostanza.

L’episodio ricorda l’ancor più grave sgarbo di Donald Trump che rifiutò di stringere la mano ad Angela Merkel ostentando indifferenza se non addirittura ostilità verso l’Unione Europea. Trump ha fortunatamente traslocato dalla Casa Bianca, mentre l’Europa è ancora lì, ma rischia di essere il barile dei pesci, i quali si mostrano indifferenti allo scopo di non compromettersi con decisioni chiare ed impegnative.

La sostanza purtroppo, al di là della dittatoriale dimensione “erdoganiana” e delle sue (eventuali) provocazioni, sta nel fatto che a livello istituzionale esistono due Europe, quella degli Stati e quella della Commissione unitaria. La prima, rappresentata dall’impettito Michel, è quella che conta e registra un sostanziale anti-europeismo fatto dell’esplicito sovranismo di alcuni e del subdolo protagonismo di altri. La seconda, incarnata dalla ridanciana Von der Leyen, è di facciata, non conta e registra i clamorosi fallimenti operativi a cui stiamo assistendo.

O ritroviamo una decente spinta unitaria o l’Europa va a farsi benedire o maledire (a seconda dei casi). Il succo della reazione individuale e sociale alla pandemia sta in poco posto etico: o ci si chiude ancor più in se stessi o si capisce che occorre collaborare e solidarizzare. A volte basta un gesto sbagliato a farci precipitare nel baratro e chi ha certe responsabilità deve esserne consapevole. Ursula von der Leyen si è alla fine seduta, se non ho visto male, su un divano a latere: è successo come nei litigi famigliari (uno dei coniugi va a dormire sul divano), che preludono al divorzio. Dio non lo voglia!

 

Il bigottismo dietro l’angolo

La cosiddetta pillola del giorno dopo sarebbe inammissibile in quanto cronometricamente considerabile a valenza abortiva e quindi in contrasto con i diritti del feto. Se intendiamo dire che l’uso di un tale mezzo anticoncezionale non è sicuramente finalizzato ad un’impostazione responsabile della propria sessualità a fini riproduttivi, posso anche convenire: è indubbiamente funzionale ad un concetto “usa e getta” dei rapporti sessuali. Di qui a sostenere che ci troveremmo di fronte a vere e proprie pratiche abortive passa molta differenza. Ma lasciamo perdere quelle che Indro Montanelli definiva “beghe di frati”.

Purtroppo in ordine di tempo l’ultima bega di frati (con tutto il rispetto possibile e immaginabile per i frati) sta uscendo, a margine del vaccino anti-covid, da un’assurda polemica montata tra fake news, rigurgiti oscurantisti dei rapporti tra fede e scienza e falsi moralismi di maniera.

Il discorso riguarda feti abortiti non spontaneamente utilizzati nella preparazione dei vaccini, questione peraltro marginale se non addirittura destituita di fondamento: si è aperto pretestuosamente e forzosamente un dibattito fra tradizionalisti e progressisti (categorie che uso grossolanamente solo per rendere meglio l’idea), dal quale appare in filigrana la volontà di mettere continuamente e strumentalmente sotto battuta il papato di Francesco nella sua impostazione dottrinale e pastorale.

La Congregazione per la dottrina della fede si sarebbe infatti pronunciata in modo non sufficientemente chiaro e netto, lasciando troppo spazio alle più ardite posizioni possibiliste. Non basta più neanche l’anacronistico Sant’uffizio a placare le ire dei rigoristi bigotti e retrogradi.

Non entro nel merito per due motivi. Non ho la competenza scientifica e teologica per addentrarmi in simili disquisizioni, ma soprattutto giudico fuorviante un moralismo che parte dai precetti e non dall’essenza del messaggio evangelico. È la solita farisaica disputa in cui, a suo tempo, tentarono di irretire lo stesso Gesù, il quale se ne cavò fuori alla grande, partendo sempre e comunque dall’amore, per non giudicare, ma per salvare gli uomini e le donne.

Di fronte al dramma della pandemia andarsi a impelagare in vuote dispute dottrinali è operazione che grida vendetta al cospetto di Dio. Preoccupiamoci di salvare la gente in tutto il mondo e lasciamo perdere le disquisizioni moralistiche. Se posso azzardare un parallelismo, la storia è simile a quella di chi sottilizza sull’uso del preservativo in situazioni di aids dilagante: ma fatemi il piacere…Se Dio stesse a guardare queste bagatelle di stampo “bigottistico”, non esiterei a ritenermi ateo a tutti gli effetti.

Ho comunque una mia idea: dietro queste dispute di facciata si nasconde un attacco alla religione dei poveri di cui papa Francesco è portatore. Un papa che osa dichiararsi anticlericale e antidogmatico. È questo che infastidisce i benpensanti del cavolo, ai quali dei feti, degli aborti e dei vaccini non interessa un bel niente: l’importante è non rompere i coglioni con le aspirazioni dei poveri. Guai a mischiare la Croce di Cristo con quelle delle persone crocifisse sparse in tutta la terra, meglio magari fare come il cardinal Lambertini nella omonima commedia, il quale vedendo una croce sul seno fiorente di una bella dama, faceva salaci osservazioni sulla dolcezza di quel calvario.

Papa Francesco è sotto i riflettori e i suoi avversari palesi ed occulti non perdono occasione per trovarlo in castagna. Facevano così anche i farisei con Gesù. Il papa attuale, che giustamente si richiama al Vangelo tout court, ne sarà più gratificato che infastidito. Resta però una Chiesa (o almeno parte di essa), che continua imperterrita a scagliare pietre, guardando le pagliuzze bioetiche, trascurando le travi delle “inequità” sociali e sorvolando sui propri tremendi peccati.

 

 

Il Draghi dal volto umano

Due piccoli (?) incidenti hanno caratterizzato la conferenza stampa del presidente del Consiglio Mario Draghi all’indomani del “conclamato casino” su AstraZenaca conseguente ai pronunciamenti delle autorità sanitarie europee ed italiane e del governo stesso. Il premier, sentendosi probabilmente in qualche difficoltà, ha aggirato l’ostacolo delle clamorose incertezze sull’utilizzo del vaccino assai chiacchierato ed è partito all’attacco: “Alle Regioni dico: smettetela di vaccinare i giovani, queste platee di operatori sanitari che si allargano, gli psicologi di 35 anni. Con che coscienza un giovane si fa vaccinare e salta la lista sapendo che lascia esposto una persona che ha più di 65 anni o una persona fragile?”. Va detto che l’inserimento degli psicologi tra le categorie che hanno diritto al vaccino è previsto dal decreto legge 44 dell’01 aprile, varato proprio dal governo Draghi, che prevede dosi per tutti “gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario che svolgono la loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, farmacie, parafarmacie e studi professionali sono obbligati a sottoporsi a vaccinazione gratuita”. Categorie che sono obbligate dunque, visto che lo stesso decreto spiega che “la vaccinazione costituisce requisito essenziale per l’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative rese dai soggetti obbligati”.

Non è stata proprio una falsa partenza, ma quasi. In un certo senso ha risposto con un sacrosanto ma contraddittorio “pero” accusatorio ad un ondeggiante e preoccupante “pomo” sul vaccino della discordia. Il problema era ed è la frenante paura degli effetti collaterali di AstraZeneca, che purtroppo non viene controllata e tanto meno dissipata dai comportamenti schizofrenici delle autorità sanitarie e del governo preso in mezzo dalle stesse. Draghi ha fatto la mossa del cavallo e ha riportato la questione vaccini alla responsabilità nei comportamenti individuali sottolineandone il masochismo sociale. Un mio bravissimo e indimenticabile insegnante, quando a una sua precisa domanda si rispondeva in modo evasivo, aggiungeva: sì, la pubblicità è l’anima del commercio, la zia ha la scarlattina, Milano è a nord di Roma, etc. etc.

Devo ammettere di avere riscontrato in Draghi una certa qual tendenza al “piacionismo”, che francamente non mi attendevo: molto stile, molto savoir faire, molto tatto, molta furbizia, ma poco realismo governativo in un momento in cui siamo tutti alla disperata ricerca di qualche certezza. Nessuna ammissione di colpa, nessuna indicazione precisa al di là di qualche generica e toccante rassicurazione sul futuro. Mi aspettavo di più! Ricordo il comportamento insegnatomi dai maestri di comunicazione in campo cooperativistico: quando dalla situazione emergono inconfutabili dati su errori compiuti, bisogna partire col piede giusto ammettendo onestamente ed apertamente gli errori, solo così si può costruire qualcosa di positivo.

Non ho sentito da Draghi parole forti sui gravissimi errori compiuti a livello europeo e sull’intenzione di cambiare passo. Non ho colto la consapevolezza del senso di smarrimento esistente nella gente di fronte ai tira e molla degli scienziati e dei governanti e la conseguente volontà di rimediare con precise e realizzabili idee rassicuranti. Intendiamoci bene, non sto chiedendo a Draghi di fare il demagogo, ma nemmeno il pesce di lusso in un barile melmoso. Se l’idea rassicurante è quella delle cinquecentomila vaccinazioni giornaliere promesse dal generale Figliuolo, siamo completamente fuori strada. “Cala Tèlo” si dice dalle mie parti.

Poi ad un certo punto siamo arrivati all’involontario innesco di uno scontro diplomatico tra l’Italia e la Turchia. L’antefatto sta nello sgarbo protocollare perpetrato da Erdogan ai danni di Ursula von der Leyen, lasciata ripetutamente senza seggiola durante gli incontri diplomatici con i massimi rappresentanti della Unione Europea. Charles Michel seduto a fianco di Erdogan, von der Leyien in piedi ad attendere uno sgabello qualsiasi. Si trattava di scegliere tra la solidarietà con la presidente della Commissione europea e la difesa di lavori di distensione con un Paese di cui l’Europa ha un disperato bisogno. «Probabilmente è stato un errore, ma non mi sono alzato dalla sedia per paura di creare un incidente ancor più grave compromettendo mesi di attività diplomatica per una stabilità nelle nostre relazioni», così ha affermato Michel, presidente del Consiglio Europeo.

Queste le parole di Draghi in conferenza stampa: «Non condivido assolutamente Erdogan, credo che non sia stato un comportamento appropriato. Mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire», ha premesso il presidente del Consiglio, per poi aggiungere: «Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono», ha sottolineato Draghi, «di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese. Bisogna trovare il giusto equilibrio». Queste parole hanno fatto incazzare i turchi.

Due brevi considerazioni. C’è una contraddizione nelle parole di Draghi: non si può coniugare franchezza e realpolitik fino al punto di definire l’interlocutore un dittatore per poi sedersi con lui al tavolo di una trattativa. Non ha senso né umano, né diplomatico. Sul piano etico faccio molta fatica ad ammettere che si debba cooperare con certi personaggi pur di salvaguardare gli interessi italiani ed europei. Sul piano politico non mi sembra il miglior viatico per un dialogo insolentire l’interlocutore con una verità che offende.

In conclusione, un veniale (?) peccato di evasione sulla vaccinazione ed una comprensibile (?) gaffe sui rapporti internazionali, che riportano il personaggio Draghi in una dimensione terrena rispetto alle aspettative paradisiache in cui anche il sottoscritto si era lasciato trasportare. Il premier non esce molto bene dalla suddetta conferenza stampa: simpaticamente più umano, ma politicamente meno credibile.

Urge un vaccino per la democrazia

L’uso del vaccino AstraZeneca è raccomandato sopra i 60 anni, ma non vietato negli under 60. L’Italia raccomanda il siero del vaccino anglo-svedese solo per chi ha più di 60 anni, sebbene non ci siano elementi per scoraggiare la somministrazione della seconda dose per quanti avessero già avuto la prima. A chiarire la posizione dell’Italia è stato Franco Locatelli durante la conferenza stampa al termine del vertice in serata tra governo e Regioni. La decisione è arrivata dopo il responso dell’Ema che ha parlato di un “possibile nesso tra questo vaccino e rare forme di trombosi”.

In serata si è svolta la riunione tra il governo e le Regioni, Comuni e Province, con il commissario all’emergenza Francesco Figliuolo per fare il punto sul piano vaccinale anti-Covid, in particolare sul caso AstraZeneca, specificando che “non ci sono casi di trombosi dopo la seconda dose” e che “da domani potrà essere somministrato anche nella fascia che va dai 60 ai 79 anni”. Alla riunione hanno partecipato anche la ministra agli Affari regionali Maria Stella Gelmini e il ministro della Salute Roberto Speranza. Che ha annunciato: per il cambio di indirizzo su AstraZeneca ci sarà “un provvedimento, con tutte le indicazioni. A breve faremo una circolare molto chiara sulla somministrazione del vaccino per gli over 60”. L’obiettivo del governo restano le 500mila dosi al giorno entro fine aprile. Il piano vaccinale andrà rimodulato, ma lo sarà in modo da non subire rallentamenti, è il messaggio di fiducia.

Questa la scarna cronaca dei fatti (?) tratta dal quotidiano La Repubblica. Tento di andare con ordine nell’esprimere un istintivo e sofferto moto di protesta verso una paradossale situazione, che sta creando un vero e proprio disastro vaccinale.

Innanzitutto Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico, quindi il massimo esponente ufficiale della scienza di fronte alla pandemia, non può e non deve assumere un atteggiamento a metà strada fra l’azzeccagarbugli e il ponzio pilato, snocciolando analisi in punta di forchetta, che sembrano fatte apposta per non lasciar capire niente ai “poveri mortali”, e finendo col mollare la patata bollente, peraltro proveniente dall’Ema, nelle mani del governo. Il tutto è riconducibile al gioco del “va’ avanti ti ch’am scapa da riddor”. Se questo è il contributo decisivo della scienza alla soluzione dei problemi, meglio essere ignoranti e usare un po’ di buon senso. A chi gli ha contestato un cambio di indirizzo fra l’invito iniziale a usare il vaccino AstraZeneca per le persone più giovani e l’attuale proposta di usarlo per i più anziani la risposta è stato un arrampicamento dialettico su per gli specchi con le mani sporche di grasso.

Ema, agenzia europea per i medicinali, in un vergognoso tiramolla dettato unicamente da ragioni di sopravvivenza politica, ha firmato la debacle totale dell’Europa, peraltro già avviata con la scriteriata ed irresponsabile fase dei contratti di fornitura stipulati al buio con le aziende farmaceutiche e ulteriormente segnata dall’agire in ordine sparso in un assurdo clima del “si salvi chi può”. L’Unione europea esce politicamente distrutta dalla vicenda covid, con le ossa rotte e con la credibilità tendente a zero. D’ora in poi parlare di Europa sarà quasi impossibile. Fanno sorridere i tentativi di trovare in extremis un indirizzo comune sull’utilizzo del vaccino AstraZeneca dopo che ogni Paese ha già abbondantemente assunto le sue posizioni in assoluta autonomia, anticipando addirittura i pronunciamenti dell’Ema stessa.

Mi chiedo se d’ora in poi la preannunciata circolare ministeriale sulla somministrazione del vaccino per gli over 60 non suonerà come una grida manzoniana, se l’obiettivo della somministrazione di 500mila dosi giornaliere non andrà a implementare il libro dei sogni, se la collaborazione tanto auspicata con le Regioni non diventerà sempre più una irresponsabile corsa allo scaricabarile peraltro già in essere fin da inizio pandemia.

Ma il punto cruciale è come reagirà la gente di fronte a questo scandaloso balletto. Cosa penseranno le donne under 60 già vaccinate con AstraZeneca e quelle che dovrebbero avere la dose di richiamo con questo vaccino? Le persone over 60 accetteranno un vaccino così chiacchierato, alle prese con i dubbi sulla sua efficacia e sui rischi collaterali? Se e come si potrà sostituire AstraZeneca con altro vaccino più sicuro e più efficace? E poi, succederà che il vaccino cattivo scacci quello buono, screditando tutto in un vortice di sfiducia e incertezza?

Tutti gli errori possibili e immaginabili sono stati commessi, domina la confusione e la disorganizzazione, la scienza fa politica e la politica si affida alla scienza, le multinazionali del farmaco dettano legge, la geopolitica sovrasta gli interessi della gente, l’egoismo nazionale compromette ogni e qualsiasi discorso di imprescindibile solidarietà a livello mondiale. In conclusione sta andando a puttane la democrazia, che etimologicamente parlando significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, ma che, ragionando dal punto di vista sostanziale, comporta l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni elette e di tutte le componenti operanti nella società. Purtroppo nessuno si sta assumendo seriamente le proprie responsabilità, ragion per cui la democrazia rischia grosso e si potrebbe persino rischiare di pensare a qualcuno che le riassuma tutte in se stesso ed eserciti il potere in modo autoritario o dittatoriale.

Purtroppo gli effetti devastanti della pandemia non si fermano alla salute dei cittadini, ma si allargano all’Europa, alla politica, alla democrazia, al vivere civile. Siamo veramente messi molto male. Se andiamo avanti così le proteste di piazza diventeranno il pane quotidiano. Chi si sente infatti, in mezzo a questo casino, di rimproverare ristoratori e commercianti che ritengono di essere beffati dalle autorità? Cosa potrà mai fare Mario Draghi per recuperare e incollare i cocci di un sistema che fa acqua da tutte le parti? Il presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale, ha fatto benissimo a sottoporsi in modo disciplinato alla vaccinazione. Ora ci faccia un piacere molto grande: intervenga per salvare il salvabile, metta in campo tutta la sua credibilità, ci dia una mano. Chiedo molto, forse troppo, ma non so a quale altro santo votarmi.

 

 

 

La vera scienza ammette i propri limiti

Sono perfettamente consapevole di ripetermi, ma lo faccio a ragion veduta e perché sono stanco di ascoltare sentenze sputate alla viva il parroco, non da parrocchiani qualsiasi, ma da sacerdoti e sacerdotesse quotate nel borsino scientifico.

Parto da lontano. Se posso dire la mia opinione fuori dai denti, nutro poca stima nei confronti di tre categorie di esperti (preferisco usare questo termine anziché quello di scienziati): psicologi, sociologi ed economisti. Spero di non offendere o irritare nessuno, perché si tratta di paradossi, ho avuto ed ho stimatissimi parenti, amici e conoscenti tra gli appartenenti alle suddette categorie  e oltre tutto, nella terza penso di rientrare dal momento che sono in possesso di uno straccio di laurea in economia, quindi in un certo senso sputo coraggiosamente (?) nel piatto in cui mangio.

Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla. A una mia amica, che mi chiedeva spiegazioni al riguardo, ho scodellato un esempio su due piedi, piuttosto brutale ma significativo. Di fronte ad un episodio di inaudita violenza di un giovane contro i propri famigliari lo psicologo potrebbe così trovare l’origine di questo comportamento: quand l’era un ragas, ‘na volta l’ha ciapè ’na psäda in-t-al cul  da so pädor…

I sociologi, come detto più autorevolmente da altri, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione. Volete un esempio? Fiumi di parole sulla crisi della famiglia. Questo fenomeno lo conosciamo tutti e ne sappiamo bene anche le cause.

Gli economisti elaborano teorie che si rivelano sempre e sistematicamente sbagliate: in parole povere non ci pigliano mai. Ci hanno tormentato con il contenimento della spesa pubblica per non creare inflazione e così ci hanno portato alla crisi economica con tutte le conseguenze del caso.

Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo ed aggiungerebbe: “Sì. I pàron coi che all’ostaria con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…”

Forse sono stato poco “complimentoso”, ma un po’ di verità in quel che ho detto c’è, eccome, e mi sento di allargare il discorso ad una categoria professionale che va per la maggiore, vale a dire i virologi, coloro che operano nel ramo delle scienze biologiche e mediche che si occupa dello studio dei virus e della loro patogenicità.

La moglie di Matteo Renzi, dopo essere stata vaccinata come insegnante, si è beccata il covid. Lasciamo stare il fatto che se un simile caso fosse successo alla moglie di un tizio qualsiasi non ne avrebbe parlato nessuno, ma questo è un altro discorso rispetto a quello che voglio fare. Una illustre virologa, interrogata al riguardo, ha messo in scala gli scontati motivi: aveva avuto solo la prima dose, forse era passato poco tempo dalla vaccinazione, occorre anche la seconda dose per avere una protezione consistente, poi, comunque, si dovrebbe avere la protezione contro la morte e, dulcis in fundo, l’infezione è una cosa, la malattia un’altra.

Quindi, mettiamoci il cuore in pace, dopo essere stati vaccinati ci possiamo ancora infettare, dobbiamo solo sperare di non ammalarci e incrociare le dita al fine di non morire. Parola di virologa! Non era meglio se questa illustre studiosa avesse candidamente ammesso: di questo virus e dei vaccini che lo dovrebbero combattere non abbiamo capito quasi niente, non facciamoci illusioni e speriamo bene.

Ricordo con stima e simpatia il medico che aveva curato mio padre in un reparto ospedaliero dove era stato ricoverato per un presunto ictus cerebrale. Quando fu dimesso, fortunatamente senza conseguenze fisiche e mentali, mi confidò più amichevolmente che professionalmente: “Nella lettera di dimissioni abbiamo scritto qualcosa, ma devo ammettere che, dopo tutti gli esami e gli accertamenti eseguiti, non abbiamo capito niente…”. Questa, a mio parere, si chiama onestà intellettuale, che parte umilmente dai limiti che soprattutto certe scienze hanno e relativizza i discorsi scientifici, evitando di dare pericolose illusioni e fuorvianti prospettive. Spero di essermi spiegato.