Il latte di Letta

Enrico Letta ha accettato la proposta di candidatura alle elezioni suppletive della Camera nel collegio uninominale Toscana 12. Lo ha reso noto il Pd di Siena. “Sono felice del vostro affetto e onorato per la vostra richiesta – ha detto il segretario Dem in collegamento con la direzione senese – La voglio fare sul serio questa campagna elettorale”. Il seggio è stato lasciato vacante da Pier Carlo Padoan dopo le dimissioni del 4 novembre 2020, in seguito alla sua nomina nel cda di UniCredit.

“C’è una missione nazionale – ha detto Letta – dobbiamo vincere per dare un messaggio forte alla Toscana e al Paese e per avere un segretario in Parlamento dove i nostri gruppi parlamentari sono usciti falcidiati dal disastro delle elezioni del 2018 e dalle fughe successive”. “In pratica – ha sottolineato – come Pd noi siamo forti nel Paese e nella proposta politica, ma siamo purtroppo esigui in Parlamento”. Per il segretario Dem, che domani completerà il suo percorso ascoltando la direzione di Arezzo, quello di Siena “è un territorio con molte sfaccettature, eccellenze e fragilità, problemi e enormi potenzialità. Per ciascuna di queste questioni dobbiamo costruire una proposta politica seria e all’insegna della prossimità”.

“A livello politico nazionale riteniamo che per rendere incisiva l’azione politica del Partito democratico, il segretario debba essere presente attivamente in Parlamento”, avevano scritto gli 80 delegati senesi nel documento approvato all’unanimità a metà giugno. Un testo con cui chiedevano ufficialmente a Letta di candidarsi, “apprezzando il coinvolgimento della base, le parole chiare su tematiche identitarie e le modalità di guida del partito”. “Vedremo, valuterò e deciderò in questi giorni”, aveva risposto il segretario Dem.

A quanto pare Enrico Letta ha deciso e anche abbastanza in fretta. In questa “vicendina senese” mi permetto di constatare due incoerenze o contraddizioni come dir si voglia, peraltro molto evidenti. La prima riguarda il fatto che il segretario democratico ha dimenticato in fretta la priorità femminile. In realtà non l’ha scordata, ma, come spesso succede, l’ha fatta pagare agli altri, in particolare all’incolpevole Graziano Del Rio, costretto sbrigativamente a lasciare l’importante incarico di capo-gruppo alla Camera dei deputati per far posto ad una improvvisata collega di cui si sono perse le tracce: forse Del Rio, a giudizio di Letta, portava la macchia di essere stato un renziano, pur essendosene affrancato nel tempo, e quindi poteva, forse doveva,  essere sacrificato sull’altare di un’assurda vendetta trasversale. Uno diventa segretario di un partito politico e la prima cosa che fa è tagliare fuori il migliore esponente di quel partito (tale era ed è giudicato un po’ da tutti), sacrificandolo sull’altare della finta valorizzazione delle donne impegnate in politica. Mi chiedo: se Letta tiene tanto a questa retorica parità di genere, perché non ha candidato una donna nel collegio uninominale senese? Probabilmente le donne vanno bene a corrente alternata, cioè fin quando non intralciano l’uomo al comando.

La seconda contraddizione la trovo nell’atteggiamento del PD di Siena che ha chiesto a Letta, uomo al vertice, di candidarsi in nome del coinvolgimento della base. Valli a capire i senesi…Una carenza, probabilmente la più eclatante e grave, del partito democratico è lo scarso legame col territorio, la insufficiente classe dirigente locale, spesso ingaggiata più per scelte opportuniste che per effettive preparazione, competenza e rappresentatività (lo ritengo l’errore principale della stagione piddina renziana). E allora, per ovviare a questo difetto, si preferisce addirittura calare dall’alto del Nazareno l’asso (?) di briscola per ricuperare campo e voti. “Forti nel Paese, ma esigui in Parlamento”: così viene giustificata la scelta, non certo storica, di piazzare il segretario nazionale in Parlamento. Vorrei capire dove sta la forza nel Paese e come verrà superata l’esiguità parlamentare. Se lo slogan non è stato buttato lì a caso, rivela una presunzione preoccupante e (quasi) patetica.

Se è vero, come è vero, che per coerenza si intende “costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni”, si può senza esitazione affermare che il Pd di Enrico Letta mette l’incoerenza nella carta d’identità. Niente di scandaloso: si è visto di peggio. Si può anche cambiare opinione, ma in tale caso occorrerebbe rimediare agli sbagli commessi. Sarebbe troppo difficile, meglio abbandonarsi al giochino dei bussolotti, salvo poi magari piangere sul latte di Letta (infatti quando lo sento mi viene, come si suole dire, il latte alle ginocchia). Se qualcuno non l’avesse ancora capito, questo falso e coccodrillesco cincinnato non mi piace: non sa dove tenere il culo (chiedo scusa per la scurrile immagine) e infatti ha pensato bene di riappoggiarlo su uno scranno di Montecitorio.

 

Il pelo nel vizio

12 luglio 2021. Bologna, Bella Ciao vicino al raduno della Meloni: la polizia fa spegnere la musica. Motivi di sicurezza. Per questo al chiosco di “Bazza” in piazzale Jacchia, ai Giardini Margherita è stato chiesto, da due agenti di polizia in borghese, di spegnere la musica che risuonava Bella Ciao dei Modena City Ramblers, al termine della presentazione del libro di Giorgia Meloni, lì accanto. “Mi hanno staccato la musica, dicono che non possiamo mettere la musica che vogliamo per motivi di sicurezza e perché delle signore si sono lamentate, evidentemente non erano canzoni di loro gradimento. Abbiamo messo i Modena City Ramblers perché ci piacciono, è la musica che mettiamo ogni sera e loro si sono avvicinati intimandoci di staccare, staccare immediatamente”, spiega la responsabile del locale Silvia Mattioli. “Mettete l’inno di Mameli”, suggerisce una delle presenti. Il siparietto dura una ventina di minuti, a nervi tesi, poi la musica si spegne.

È un fatto del giorno? Per me sì!

Lo “schiaffo” a Toscanini. La sera del 14 maggio 1931 è in programma al teatro comunale un concerto, diretto da Arturo Toscanini, in memoria di Giuseppe Martucci, direttore emerito dell’orchestra bolognese alla fine dell’800.Il maestro si rifiuta di dirigere l’inno fascista Giovinezza e l’Inno reale al cospetto del ministro Ciano e di Arpinati. Viene aggredito e schiaffeggiato da alcune camicie nere presso un ingresso laterale del teatro. Rinunciando al concerto, Toscanini si rifugia all’hotel Brun. Il Federale Mario Ghinelli, con un seguito di facinorosi, lo raggiunge all’albergo e gli intima di lasciare subito la città, se vuole garantita l’incolumità. Ottorino Respighi media con i gerarchi e ottiene di accompagnare il direttore al treno la sera stessa. Il 19 maggio l’assemblea regionale dei professionisti e artisti deplorerà “il contegno assurdo e antipatriottico” del maestro parmigiano. Sull’ “Assalto” Longanesi scriverà: “Ogni protesta, da quella del primo violino a quella del suonatore di piatti, ci lascia indifferenti”. Toscanini dal canto suo scriverà una feroce lettera di protesta a Mussolini, già suo compagno di lista a Milano nel 1919. Dal “fattaccio” di Bologna maturerà la sua decisione di lasciare l’Italia, dove tornerà a dirigere solo nel dopoguerra.

Era un fatto del giorno? No, stando all’opinione pubblica prevalente di quel tempo! Si dirà: episodi opposti, epoche diverse, protagonisti diversi, musiche diverse, contesti politici diversi, climi sociali diversi. Tutto quello che volete, ma azzardo una proporzione politico-matematica: Toscanini sta a Giovinezza come Meloni sta a Bella ciao. Con la differenza (lasciando stare la caratura culturale dei due personaggi) che la storia ha dimostrato che Toscanini, costretto all’autoesilio, aveva ragione, mentre Meloni va bellamente contro la storia e ciononostante miete consensi in crescita. È la democrazia, stupido! È il fascismo, che perde il pelo ma non il vizio.

 

 

Gli idoli vaccinali

Nutro seri dubbi sulla validità delle cifre che ci vengono giornalmente propinate in materie di andamento dei contagi Covid. Ogni tanto spunta un conguaglio sul numero dei decessi: la cosa mi lascia alquanto perplesso. E poi questi dati andrebbero disaggregati e approfonditi, cosa che non viene fatta o almeno non viene comunicata alla gente (forse per carità di patria).

La voce ufficiale della scienza attribuisce l’inopinata (?) impennata di contagi ai devastanti effetti della variante delta ormai dilagante anche nel nostro Paese. Il buon senso mi induce a pensarla diversamente. Credo che la tendenza al rialzo sia prevalentemente dovuta alle distrazioni collettive di carattere giovanile, vacanziero e calcistico e alla relativa inefficacia dei vaccini preparati ed iniettati alla viva il parroco.

È inutile nascondersi che siamo tornati ad una virtuale normalità a prescindere dall’effettiva e permanente situazione di rischio. Se la Gran Bretagna è uscita dall’Europa, bisogna forse ammettere che in materia di covid l’Europa si è riconciliata con i governanti inglesi. Una vera e propria eurexit pandemica.

Per quanto concerne la Gran Bretagna faccio riferimento a quanto scrive Antonello Guerrera, corrispondente de La Repubblica: Sebbene i contagi siano in aumento, dal 19 luglio cadranno le restrizioni e si tornerà alla “normalità”. Per il primo ministro “i casi potrebbero salire a 50mila tra due settimane. Ma oramai dovremo convivere con il virus come se fosse un’influenza”. Critici gli scienziati.

Infatti su Lancet medici ed esperti sanitari pubblicano una lettera al governo Tory – finora ha raccolto le firme di oltre 4mila tra infermieri e medici – per chiedere che il ritorno alla normalità venga posticipato. Una richiesta supportata dal progressivo aumento dei contagi causa variante, che si innesta sulla fase finale degli Europei di calcio: domenica anche migliaia di tifosi italiani sono attesi a Wembley. Intanto gli ospedali in Gran Bretagna sono di nuovo sotto pressione causa Covid.

Ma il premier britannico non demorde e mette in mostra un vomitevole cinismo. Vado sempre a prestito da Antonello Guerrera: “Purtroppo dobbiamo abituarci a un aumento di morti per covid” ha detto a Downing Street in conferenza stampa Boris Jonson affiancato da due massimi esperti del governo. La frase ricorda terribilmente quel “molti nostri cari moriranno” pronunciata sempre a Downing Street da Johnson all’inizio della pandemia nel marzo 2020.

E poi c’è il discorso calcistico che la fa da padrone e mette in secondo piano ogni e qualsiasi prudenza. Una cosa è certa: a Boris Johnson il calcio non è mai piaciuto particolarmente. Ora però ci va pazzo. E non solo per l’Inghilterra che arriva in una spettacolare finale contro l’Italia a Wembley o per una qualche recente fulminazione sulla via della Damasco sportiva. Il calcio è potere, collante sociale, brand, peso internazionale, orgoglio brexiter. Per questo, il primo ministro britannico, che per la prima volta nel torneo si è presentato a Wembley con la moglie Carrie Symonds e la maglietta dell’Inghilterra “Boris 10” sulle spalle (dal numero civico di Downing Street), è sempre più affamato di calcio.

Gran Bretagna docet? Temo di sì. Boris Johnson mi ispira sfiducia a prima vista, mi dà l’immediata idea di essere una testa di cavolo prestata ad un Paese che vuole testardamente mangiare i cavoli a merenda. Però, bisogna ammetterlo, Lui ha il coraggio di dire apertamente quello che gli altri pensano abbondantemente. La Gran Bretagna accampa due primati: uno in materia di democrazia e uno in materia calcistica. E li combina a modo suo, declinando la democrazia con il più stupido dei liberalismi.

In Italia invece mettiamo in campo la triste combinazione di tre idoli che battono (?) il covid, tre virus altrettanto contagiosi che ci dovrebbero immunizzare: della serie virus scaccia virus. La più blasfema delle conversioni. Le tre follie che non conoscono limiti: calcio, vacanze, giovani. Il miglior modo di combattere la variante è attaccarsi all’immutabilità delle nostre follie e delle nostre idee fisse. Una partita di calcio, una vacanza, un raduno giovanile valgono ben più di una messa anti-virale. Evviva la brexit!

Bisogna saper vincere e perdere

Forse sono un po’ prevenuto verso gli inglesi, ma nel loro comportamento durante la partita finale del campionato europeo di calcio trovo molto da ridire. Lasciamo perdere i fischi all’inno di Mameli, perché nella bolgia iniziale (non) ci possono stare. Sorvoliamo sui fischi che hanno costantemente accompagnato il possesso palla dei calciatori azzurri (ormai sui campi di calcio ci siamo abituati a questo ed altro), come se giocare per la propria squadra costituisse un reato di lesa maestà. Perdoniamo il gesto ostentato dai calciatori inglesi di togliersi dal collo la medaglia d’argento: un atto stupido, dettato solo da presunzione e mancanza di stile (erano evidentemente sicuri di vincere e si sono sbagliati).

Quel che mi ha infastidito di più è stata la freddissima accoglienza riservata al nostro Presidente della Repubblica, isolato in tribuna d’onore, senza un cenno di cordialità e di saluto da parte delle autorità inglesi: forse era tutta questione di distanziamento in un Paese dove sono saltate tutte le limitazioni in tal senso.

Non la voglio buttare in politica, ma questo comportamento rientra perfettamente nella strategia brexit: gli inglesi sono fuori dall’Europa a tutti gli effetti. E pensare che Sergio Mattarella ha tenuto il suo solito atteggiamento sobrio, ha gioito appena, anche se molto spontaneamente e simpaticamente. Pensare che nessuno del clan azzurro aveva minimamente ipotizzato un qualche favoritismo arbitrale: ci avevano già pensato i danesi a subire robe di questo genere, facendo da antidoto. Pensare che il minoritario pubblico italiano ha tenuto un comportamento molto serio e dignitoso. Pensare che la gioia azzurra non ha minimamente infierito sulla delusione inglese.

In Inghilterra non c’è aria europea, nemmeno calcisticamente parlando. Pazienza! Non sono un fanatico del pallone, ma mi sono comunque divertito. Non sono un patriota, ma la vittoria italiana mi ha rincuorato. Mi sono virtualmente seduto accanto a Sergio Mattarella e ho gioito con lui, senza eccessi (a quelli sono purtroppo, ma inevitabilmente, scesi gli italiani, nelle strade e nelle piazze), senza retorica (a quella ha provveduto la Rai), senza sopravvalutare un evento sportivo che tuttavia ha coinvolto il Paese (il ricevimento al Quirinale dei vincitori ne è il segno, oserei dire, istituzionale).

Sforziamoci di mantenere questa avventura nei limiti che merita, senza eccedere in festeggiamenti fuori luogo, ma sfogando una legittima e motivata gioia. Mentre gli spagnoli avevano assorbito con eleganza e stile la sconfitta nella partita di semifinale, gli inglesi hanno sofferto troppo la bruciante sconfitta nella finale che pensavano di avere già in tasca. Nello sport, come nella vita, bisogna saper perdere ed è proprio quando si perde che si dimostra la serietà e la maturità. Mi pare che gli inglesi abbiano soprattutto perso una buona occasione per sentirsi uguali agli altri: è pur vero che il calcio lo hanno inventato loro, ma questo non dà il diritto di sentirsi superiori agli altri.

Semmai in sede Uefa sarebbe da promuovere un corso di recupero in materia di educazione sportiva, rivolto soprattutto agli inglesi: proporrei come docente Luis Enrique il commissario tecnico della nazionale spagnola. All’atto dell’iscrizione al corso i partecipanti verranno omaggiati con una confezione di crema emolliente. Poi ci sarà l’occasione per gli esami di riparazione…

 

I Rai del poeta Draghi

Sembra che il governo faccia sul serio. Il ministro dell’Economia e delle finanze, Daniele Franco, d’intesa con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, proporrà alla prossima riunione del Consiglio dei ministri Marinella Soldi e Carlo Fuortes quali componenti del Consiglio di amministrazione della Rai. Lo riferisce palazzo Chigi. Carlo Fuortes verrà proposto, in sede di Assemblea della società, per il ruolo di Amministratore delegato della Rai.

Al riguardo Ilario Lombardo ha scritto su La stampa: “Il metodo di Mario Draghi nelle ultime 48 ore è stato il seguente: decide lui e basta. I partiti? Si adeguano. È avvenuto così sulla Rai, come ampiamente previsto e con un’alzata di sopracciglia limitata alla Lega quando Palazzo Chigi ha reso noto il nome del nuovo amministratore delegato di Viale Mazzini. Ed è stato lo stesso – in questo caso con immediati traumi politici – quando il premier ha piegato i 5 Stelle sulla giustizia, costringendoli a votare un testo subito sconfessato dall’ex ministro Alfonso Bonafede e dall’ex premier Giuseppe Conte, leader ancora in forse del Movimento.

Le nomine dei vertici Rai fotografano perfettamente i modi politicamente spicci con i quali l’ex banchiere liquida i partiti della sua stessa maggioranza. Un po’ accontenta e un po’ scontenta tutti. La Lega, che magari fino all’altro ieri esultava per scelte in linea con i programmi e lo spirito del centrodestra, ora accusa il premier (senza avere il coraggio di nominarlo) di parzialità e di favoritismi a sinistra.

Un rumore di fondo, per Draghi, che approfitta della sua larghissima maggioranza per imporre decisioni, senza condividerle con i partiti. Nel mucchio selvaggio della sua coalizione nessuno si è ancora alzato e ha minacciato di rompere l’alleanza. Dunque, finché glielo lasceranno fare, deboli e divisi come sono, lui continuerà a farlo”.

Se non avessi pensato e scritto cose analoghe in evidente anticipo si potrebbe dire che sono un “copione” e che vado a prestito qua e là per i miei commenti ai fatti del giorno. Fortunatamente mio padre mi ha insegnato a ragionare e giudicare con la mia testa. Lo faceva prendendo spunto dagli eventi musicali. Molto spesso mi invitava a non farmi impressionare dai giudizi gridati, ad ascoltare e giudicare con le mie orecchie, a non cadere nella trappola del conformismo o dell’anticonformismo, ad avere un giusto senso di umiltà nel giudicare chi fa musica e chi canta, partendo dal convincimento che non si tratta degli ultimi arrivati. Dalla musica alla politica il passo è breve.

Torno a Draghi e alla Rai. Da tempo auspico che il premier metta mano a questo incredibile e intoccabile carrozzone: forse solo la sua indipendenza dai partiti e dagli equilibrismi corporativi può consentire di cambiare marcia. Toccare nel vivo della carne Rai non è certo facile, ma necessario. Non so se il nuovo amministratore delegato avrà il coraggio di affondare i colpi: il suo curriculum lascia ben sperare, anche se i curriculum son un po’ come le lapidi dei cimiteri. Non mi preoccupano affatto le reazioni preoccupate dei partiti abituati a trattare la Rai come una riserva di caccia. Ancor meno mi stupiscono quelle di chi lavora o finge di lavorare in Rai. Non sono per nulla impaurito dalla eventuale perdita di audience conseguente a nuove scelte di indirizzo e di gestione all’insegna del rigore economico e della qualità culturale.

Se Draghi intende pestare i piedi alla Rai, ben venga. Tanti anni fa cominciò la sacrosanta polemica contro la TV spazzatura propinata anche dalla Tv pubblica.  Fu in occasione di una visita a Gallo Grinzane, in provincia di Cuneo, il 19 novembre del 2001, che scoppiò una delle più violente polemiche sulla televisione spazzatura di cui ancora oggi si avverte l’eco. In quell’occasione la signora Franca Ciampi, moglie dell’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, rispose così, mentre visitava il locale castello dove ha sede il premio letterario, al presidente della manifestazione Giuliano Soria, che la esortava a promuovere la lettura fra i giovani: ”Con me sfonda una porta aperta: noi abbiamo tre nipoti e a loro dico sempre non guardate quella deficiente , non me ne voglia Zaccaria, di televisione, ma leggete, leggete, leggete”, fu la risposta, riferita all’allora presidente della Rai.

Franca Ciampi non aveva titolo istituzionale per imbastire una simile polemica, ma fece comunque bene ad esternare il suo pensiero, che peraltro lasciava intendere come anche il marito fosse d’accordo su questo giudizio tranchant. Mario Draghi starà attento a non usare questi toni, ha una moglie molto più riservata, ma sono sicuro che condividerà. L’input che darà al nuovo amministratore delegato non sarà certo quello di lasciare le cose come stanno. Nella mia pur scarsa esperienza professionale ho potuto vedere all’opera gli amministratori delegati che intervengono in situazioni aziendali difficili: non vanno per il sottile, adottano metodi piuttosto sbrigativi, a costo di lasciarci le penne. Spero succeda anche per la Rai. Non mi illudo, ma spero e ringrazio fin d’ora Draghi se vorrà provarci veramente. È il suo momento: ora o mai più.

 

 

 

 

I diritti nel tritacarne della pantomima politica

Il discorso dell’omosessualità e della sua normalizzazione è importante e delicato: se ne sta facendo al contrario un problema politico oggetto di vergognosi compromessi al massimo ribasso. La legge, in discussione al Parlamento, contiene una proposta per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo.

Giorgia Meloni sostiene che “la sinistra usa i gay come scudi umani”. Siamo arrivati a questo ignobile modo di dialogare sulla carne viva delle persone. Purtroppo però la prima sorella d’Italia un po’ di ragione ce l’ha: tutti. La Meloni in primis, stanno scherzando col fuoco dei diritti umani delle persone, facendone una sperimentale esercitazione per il raggiungimento di strani equilibri politici.

La destra cerca la quadratura del cerchio fra le strumentali posizioni avanguardiste del più sfrenato liberalismo da salotto e le più reazionarie teorie populiste da bar di periferia. La sinistra è incerta fra una decisa battaglia identitaria e l’apertura di un fronte di dialogo con la destra più disponibile, sollecitata da un Matteo Renzi in veste di pontiere.

Non ci sarebbe da scandalizzarsi se al di sotto di queste prove di finto dialogo non emergesse piuttosto chiaramente l’intenzione di segnare il proprio territorio a prescindere dal contrasto alle discriminazioni, delle quali forse non frega niente a nessuno.

Il dialogo per essere serio e costruttivo deve partire dalla condivisione dei valori e dei principi altrimenti diventa inevitabilmente un pateracchio da evitare scrupolosamente. Nel caso in questione non c’è condivisione di fondo e quindi tutto finisce in un confronto strumentale tra visioni contrapposte e inconciliabili.

Mi chiedo: possibile che alla luce del dettato costituzionale e dei principi basilari di democrazia e uguaglianza non si possa imbastire una discussione seria intorno all’idea di inasprire pene e sanzioni per i casi di violenza e discriminazione per motivi di genere, sesso, disabilità e orientamento sessuale? L’inasprimento delle pene e un nuovo quadro normativo dovrebbero servire a tutelare maggiormente queste persone. Non vedo difficoltà a lavorare seriamente su una legge che parta da questi obiettivi. Evidentemente esistono dei pregiudizi e dei condizionamenti pseudo-culturali che lo impediscono.

Se Renzi strizza l’occhio a Salvini per fare l’ennesimo dispetto a Letta, se Salvini strizza l’occhio a Renzi per ridimensionare gli ardori egemonici di Giorgia Meloni, se Letta rifiuta sdegnosamente il confronto per timore di essere politicamente spiazzato, se Berlusconi teme che questa legge possa essere di ostacolo alla rinascita del centro-destra unito sotto la sua campana, se i grillini scaricano spudoratamente le loro magagne sul Parlamento, se la gerarchia cattolica tenta di influenzare la politica intromettendosi, in modo peraltro assai maldestro, nell’agone istituzionale italiano, non si può andare da nessuna parte.

Quando il gioco si fa duro e sporco, le tifoserie si scatenano a furia di gay pride e di assalti all’omosessualità: nel primo caso però non c’è violenza (ci potrà essere qualche inutile e controproducente esasperazione dei toni), mentre nel secondo la violenza corre sui social, sulle aggressioni fisiche, sui bullismi che arrivano all’induzione al suicidio, sulla più becera delle culture discriminanti e razzistiche.

Chi sta politicamente giochicchiando, considerando la lotta alle discriminazioni come un campetto su cui provare inediti e cervellotici schemi di confronto dialogico, si assume gravissime responsabilità. Sì, le persone omosessuali, transessuali e disabili rischiano di diventare scudi umani, non come sostiene Giorgia Meloni con la sua solita faziosa e romanesca cocciutaggine, ma in una guerra assurda, anacronistica e disumana in cui la politica combatte contro se stessa.

 

 

Draghi: passi felpati ma incontenibili

Non ho avuto il tempo (bisognerà trovarlo), ma soprattutto non ho la competenza per giudicare la riforma della giustizia varata dal governo ed elaborata dal ministro Marta Cartabia. Vado pertanto a impressioni di metodo, consapevole che spesso tradiscono la realtà del merito. Credo comunque di non sbagliarmi di molto.

Innanzitutto intravedo un certo qual decisionismo spinto da parte del premier Draghi, il quale non si perde nei meandri ministeriali e parlamentari e, dopo aver ascoltato a destra e manca, chiarisce la indiscutibile direzione di marcia. Guai a lui se non facesse così. È stato capace di guidare con mano ferma la Bce e di condizionare fortemente l’Unione Europea nei suoi indirizzi economici, figuriamoci se non sarà capace di superare gli scogli italiani: lascia lavorare i ministri, lascia parlare i partiti, poi decide. Penso sia successo così anche per la riforma della giustizia. Tecnicamente si fida della competenza del guardasigilli, sa di avere l’appoggio incondizionato del Quirinale, ha promesso alla UE di rendere credibile il PNRR accompagnandolo con le indispensabili riforme strutturali, ha peso e ruolo a livello internazionale, non ha certo paura di cadere sotto i colpi della politica politicante. Leggo sul suo volto una sorta di labiale: se vogliono mandarmi a casa, si accomodino pure, io vado avanti per la mia strada e chi vivrà vedrà.

Draghi ha la forza dei nervi distesi, come diceva un vecchio spot pubblicitario. Non si fa certo impressionare dalle sparate di tizio o caio: sa dove vuole arrivare e non si fa distrarre da nessuno: “Mi avete cercato, mi avete incaricato, mi avete dato fiducia, adesso vado avanti. Se non avrò il vostro gradimento me ne andrò a casa. Voglio proprio vedere chi avrà il coraggio di liquidarmi”. C’è indubbiamente in questo presumibile atteggiamento una punta (?) di presunzione tecnocratica, un certo freddo (?) compiacimento della propria forte personalità irrobustita dal consenso popolare in patria e dalla stima conquistata sul campo a livello europeo ed internazionale, una certa ragionata consapevolezza della debolezza della politica dei cani che abbaiano ma non mordono. Fatto sta che Mario Draghi sta governando sul serio e non si lascia logorare, ma logora gli altri.  Probabilmente, bene o male, riuscirà a superare i limiti che tutti gli ponevano, vale a dire il Piano Nazionale di ripresa e resilienza e la gestione dell’emergenza Covid. Si spingerà sul terreno delle riforme di sistema: è una scommessa in un certo senso pericolosa, ma inevitabile e rispettabile, oserei dire auspicabile.

La seconda impressione riguarda i balbettii delle forze politiche: davanti a Mario Draghi non sanno cosa dire e cosa eventualmente controproporre. Non so fino a qual punto sia merito del premier o demerito dei partiti. Certo la debolezza della politica è preoccupante, ma meno male che c’è Draghi. Sul capitolo giustizia si sta scatenando la tempesta nel bicchiere pentastellato.

Giuseppe Conte vuole riconquistare dignità e capacità governativa, i più scalmanati vogliono recuperare un feeling con l’elettorato smarrito per strada, Grillo vuol cambiare il suo ruolo da leader a bullo magari vantandosi un po’ del draghismo della prima (?) ora.

Dopo il varo della riforma della giustizia in consiglio dei ministri sono scesi in campo Alessandro Di Battista (il vaffanculista per antonomasia), l’ex guardasigilli Alfonso Bonafede (l’incapace che vuole riscattarsi a tutti i costi) e l’ex premier Giuseppe Conte (il potenziale leader in cerca di leadership): “Non canterei vittoria, non sono sorridente sulla prescrizione, siamo tornati all’anomalia italiana. Chi canta vittoria su questa soluzione non trova il mio consenso”.

Di Battista è violentissimo, definisce i ministri 5S “incapaci, pavidi e inadeguati” e critica il Movimento stesso colpevole “di essersi calato le braghe sulla prescrizione”. Bonafede dal canto suo dà un pesante giudizio negativo: “La norma votata ieri, a mio modesto parere, rischia di trasformarsi in una falcidia processuale che produce isole di impunità e che, comunque, allungherà i tempi dei processi. È vero. Parliamo di una norma che non andrà a regime prima del 2024 e che ‘concede’ un po’ di tempo in più per i reati di corruzione. Ma è veramente troppo poco perché è troppo lontano da quello che abbiamo promesso e realizzato”.

Se questi sono gli oppositori, Mario Draghi può stare ulteriormente tranquillo. Rischia di rimanere a palazzo Chigi per tutta la vita o comunque fino al giorno in cui si stancherà di avere a che fare con il nulla politico. Sì, perché alla lunga la politica dovrà pure ricominciare a farsi spazio. Draghi permettendo, ma soprattutto intelligenza consentendo.

 

 

Il calcio è bello perché è var

Appena il tempo di registrare una bella variante al solito andazzo pseudo-sportivo, mi riferisco al clima signorile della semifinale del calcio europeo (Italia- Spagna all’insegna del fair play), ed ecco profilarsi l’ennesima “sporcaccionata” che rovina tutto.

Andiamo con ordine. Il campionato mondiale di calcio 1966 o Coppa del Mondo Jules Rimet 1966 (in inglese: 1966 World Cup Jules Rimet), noto anche come Inghilterra ’66, fu l’ottava edizione del campionato mondiale di calcio per squadre nazionali maggiori maschili, organizzato dalla FIFA ogni quattro anni. Si svolse in Inghilterra dall’11 al 30 luglio 1966, con l’affermazione dei padroni di casa, vittoriosi in finale sulla Germania Ovest al termine dei tempi supplementari, grazie ad un gol fantasma assegnato all’Inghilterra.  La palla non era entrata in porta, ma…ad arbitro e segnalinee non parve vero poter concedere la rete agli inglesi, padroni di casa, che così si aggiudicarono il torneo.

È stato forse uno degli errori (?) arbitrali più clamorosi, che, a distanza di tanti anni, ha indotto il sistema calcio a introdurre il VAR, vale a dire il Video Assistant Referee, un assistente che collabora con l’arbitro in campo per chiarire situazioni dubbie (quelle specificatamente previste dal regolamento), avvalendosi dell’ausilio di filmati e di tecnologie, che consentono di rivedere più volte l’azione, a velocità variabile, da diverse angolature etc. etc.

Vengo al dunque. Durante la partita Inghilterra-Danimarca, giocata a Wembley (un indubbio vantaggio per la nazionale inglese), valida quale semifinale del torneo europeo è stato assegnato ai padroni di casa un rigore decisivo sul risultato finale, che io giudico inesistente, anche se dopo l’introduzione del VAR si parla di penalty concessi con generosità (un modo di dire per scusare gli arbitri che se ne fregano altamente della moviola perché vogliono favorire una squadra), nel caso specifico per motivi geo-calcistici (aggiungo io). C’è persino mancato poco che il Kane si mordesse la coda o, come si diceva in fanciullezza, che san Giovanni facesse vedere gli inganni: l’attaccante inglese si è visto infatti parare il tiro dal dischetto, ma è riuscito a ribadire in rete sulla respinta del portiere (un tap-in sul velluto), salvo poi gioire in modo spropositato e ingiustificato per una prodezza regalata due volte (prima l’arbitro e poi la buona sorte).

Cambiata la legge rispetto al 1966, trovato il solito inganno a favore del più forte di turno, l’Inghilterra appunto. In questi casi, per verificare se trattasi di errori arbitrali commessi in buona o mala fede, sono solito ipotizzare la situazione a parti invertite. Un rigore così generoso sarebbe stato concesso ai danesi? La domanda resta in sospeso o meglio la risposta tutti la sanno e nessuno la può dare apertamente.

Questo ennesimo episodio mi consiglia di ripiegare, come spesso mi succede, sugli insegnamenti paterni.  Ebbene, mio padre dell’arbitro non parlava mai, lo ignorava, lo riteneva un protagonista necessario ma ininfluente, un elemento esterno da prendere per quello che è (come la pioggia per i contadini, a volte come la grandine). Capiva perfettamente quando l’arbitro sbagliava, ma riteneva inutile, oltre che sconveniente, urlare contro di lui: è come abbaiare alla luna. C’era in questo atteggiamento un qualcosa di aristocratico: non mi abbasso a questionare con un soggetto in divisa. Può fare quel che vuole e meno male che è così, altrimenti sarebbe una bolgia. Era solito dire: “S’al spéta ch’a sbraja mi, al spéta un pés, l’arbitro. Al pól fisciär anca dez rigór…”. Ed aggiungeva, dicendo una cosa vera fino ad un certo punto, ma che può essere una sana regola calcistica: “Butta dentor dil bali int la rej e po’ l’arbitro al gh’ à poch da móvor”.

Torno ai danesi indirettamente tartassati dall’arbitro: potevano ben immaginare quel che è successo e allora dovevano fare qualcosa di più in campo. In tribunale per vincere una causa bisogna avere ragione, ma anche trovare un giudice che te la riconosce. Se tanto mi dà tanto, nel calcio, come diceva mio padre, per vincere bisogna buttare il pallone in rete, ma trovare un arbitro che possibilmente non ti ostacoli o non giochi contro di te. La nazionale italiana, che incontrerà quella inglese nella bolgia di Wembley per la finale del campionato europeo, è avvisata e, se vuole stare nel sicuro, dovrà fare molti gol, sperando che non glieli annullino e che non vengano concessi troppi calci di rigore agli inglesi. Oltre tutto, quando due squadre si equivalgono, basta poco per far pendere la bilancia da una parte. Staremo a vedere…

 

 

Quando entra in campo il fair play

Finalmente un evento calcistico che mi riconcilia umanamente con lo sport. Chi mi legge penserà alla vittoria della nazionale italiana contro la Spagna che ha guadagnato all’Italia l’accesso alla finale del campionato europeo. Non è la pur sofferta vittoria in sé che mi rende un po’ di serenità, ma il clima umanissimo in campo e sugli spalti che l’ha preceduta, accompagnata e seguita. Protagonista principale il commissario tecnico della nazionale spagnola Luis Enrique che ha offerto a tutti una lezione di stile e sportività, prima, durante e dopo la partita.

Non è facile sentire parole così misurate, educate, sportive ed amichevoli: nelle conferenze stampa concesse alla vigilia dell’incontro e subito dopo la sua conclusione ha avuto espressioni di grande stima verso la nostra squadra e verso il nostro Paese in cui peraltro ha vissuto nel periodo in cui ha allenato la Roma: una partita bella, giocata fra due belle squadre che attuano un bel gioco. Avrebbe potuto tranquillamente sostenere che la Spagna avrebbe meritato di vincere: è la pura e sacrosanta verità. Invece ha fatto i complimenti alla nazionale italiana ed ha garantito che per la partita di finale tiferà per l’Italia.

All’inizio del match si è avvicinato a lui Roberto Mancini, il nostro c.t. per il solito scambio di cortesie. Enrique era già seduto in panchina, si è alzato di scatto ed ha scambiato con il collega alcune parole cordiali ben al di là del protocollo. Durante la partita ha fraternizzato ripetutamente a bordo campo con i giocatori italiani stemperando così ogni pur timido accenno ad un eccessivo agonismo: un signore che oltre essere un tecnico di valore è anche e soprattutto un uomo di stile e correttezza. Non è facile trovare queste qualità in un mondo dove vige l’ansia di essere forti e vincenti a tutti i costi. Un esempio da cogliere e ricordare.

D’altra parte tutto l’incontro è stato caratterizzato da un clima piuttosto amichevole fra i calciatori, anche nei momenti di maggior tensione agonistica: finalmente hanno trionfato il rispetto per l’avversario e la competizione corretta e leale. Anche le tifoserie hanno osservato un comportamento colorito ed espansivo più che accettabile, merito forse dei buoni rapporti esistenti fra i due Paesi: della serie “se un’altra squadra deve vincere che sia l’Italia o la Spagna a seconda dei casi”.

Sono andato con la mente alla finale del campionato del mondo del 1982, Italia- Germania, giocata a Madrid con la presenza in tribuna dell’allora presidente Sandro Pertini a fianco del re di Spagna Juan Carlos: Pertini gioiva per il nostro successo trionfale tra la contenuta ma evidente soddisfazione del re e dei tifosi spagnoli. Esempi di come lo sport possa, oserei dire debba essere occasione per fraternizzare nella competizione, discorso che può andare addirittura virtuosamente oltre l’evento sportivo in se stesso.

Come non ricordare una partita del campionato italiano di serie A allo stadio Tardini di Parma: non saprei identificarla con precisione anche perché il ricordo, che voglio qui riportare, prescinde dal nome dei giocatori impegnati e tanto più dal risultato finale della gara. Si trattava comunque di una gara piuttosto in salita per il Parma, tutt’altro che una partita tranquilla, con scontri abbastanza forti, con un agonismo acceso che ovviamente coinvolgeva anche il pubblico. É chiaro che il pubblico non può essere distaccato e inamidato, è partecipe, qui sta il bello. Ma ci devono essere dei limiti e qui sta il difficile. Ebbene il pubblico seppe comportarsi in controtendenza rispetto all’eccesso di agonismo in campo. Durante quel Parma-Sampdoria di tanti anni fa, la tensione in campo stava assumendo dimensioni pericolose, l’arbitro stentava a controllare la gara, i giocatori tra falli e reazioni stavano veramente esagerando. C’era di che preoccuparsi, ma entrarono in campo (si fa per dire) le due tifoserie che dalle curve contrapposte si scambiarono cori di incitamento e di simpatia reciproci (i sampdoriani gridavano: Parma! Parma e i parmensi rispondevano: Sampdoria! Sampdoria!). Tutto il pubblico capì ed applaudì intensamente. I giocatori furono contagiati da tanto fair play e la partita si incanalò sui binari dell’assoluta correttezza. Confesso di essere rimasto colpito ed emozionato dall’episodio.

Italia-Spagna, recentissima semifinale del campionato europeo, ha visto tutti i protagonisti impegnati in un piacevole confronto all’insegna della cordialità e dello scambio di cortesie. Resterà impressa nei miei ricordi per l’emozionante clima umano che l’ha contraddistinta. La palma del fair play, come detto, va all’allenatore della nazionale spagnola Luis Enrique: persona che è passato attraverso gravi sofferenze a livello famigliare. Non voglio scadere nel moralismo o nella retorica, ma, c’è poco da fare, la sofferenza insegna a vivere e il comportamento di questo uomo di sport ne è forse la dimostrazione. Grazie comunque della lezione, che dovremmo cercare di imparare ed applicare con una certa continuità. Speriamo si tratti di una rondine che fa primavera.

La politica a volo d’uccello padulo

Capelli biondi cortissimi, occhiali da sole e abbronzatura dorata. Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi, arriva al gay pride di Napoli e saluta amici e responsabili Arcigay. “È il pride che aspettavo da tanto – dice – tra l’altro nella mia città, non vedevo l’ora”. Poi aggiunge: “C’è in Italia una parte politica che non riesce a vedere, non è all’altezza del Paese, che è cieca e le leggi non sono al passo con il tempo. La politica non sa ascoltare”.

Matteo Salvini in casco giallo e imbracatura “in volo” sulle Dolomiti Lucane. Il leader della Lega posta sulla sua pagina Instagram le immagini del suo “volo dell’angelo”: un cavo d’acciaio sospeso tra le vette di due paesi, Castelmezzano e Pietrapertosa, in provincia di Potenza, che permette di godere del panorama dall’alto.

Evidentemente Salvini ha preso alla lettera le parole della Pascale che lo accusavano, pur senza fare nomi e cognomi, di non riuscire a vedere e di non essere all’altezza del Paese: ci ha provato e, a suo dire, è stato uno spettacolo bellissimo. Cosa avrà visto dall’alto non lo so, probabilmente nell’alto del cielo non avrà incontrato la politica del suo partito (e non solo) che vola molto basso, terra a terra per raccogliere consensi senza farsi troppi problemi e cavalcando tutto quanto fa audience.

Le missioni spaziali non hanno incontrato alcun segno della presenza di Dio: forse qualcuno ci sperava intendendo distogliere lo sguardo di credenti e non credenti dalle porcherie di faccendieri e funzionari del Vaticano impegnati a corrompere, estorcere e riciclare i soldi dell’Obolo di San Pietro e del Papa.

Volare alto è bello e significa non preoccuparsi delle piccolezze della vita quotidiana, spesso non capirle neanche, quasi non le si vedesse nemmeno, come se ci si dovesse occupare di cose molto più importanti e per questo si volasse molto in alto, tanto da non riuscire a scorgere quello che succede a livello del suolo.

Attenzione però a non distrarsi perché è sempre pronto chi approfitta per fare a terra i propri affari e i propri comodi. Salvini è diventato un draghiano di ferro: lo incensa un giorno sì e l’altro pure, qualcuno sospetta che lo voglia lasciare al suo posto di governo fino al 2024 per poi collocarlo alla presidenza della Commissione europea al posto di Ursula von del Leyen. Non più presidente della Repubblica (è troppo poco…), ma addirittura alla testa dell’Europa. Salvini potrebbe rispondere: “Cosa avete da ridire e/o da ridere? mi sono convertito sulla via di Bruxelles! Draghi quindi ha fatto il miracolo. Adesso la Pascale pretende che io diventi amico dei gay…va bene tutto, ma non esageriamo”.

Mentre i grillini si stanno sfracellando sulla terra, Salvini spicca il volo verso il cielo europeo: l’avventura è appena cominciata. E i consensi, i voti, i tifosi leghisti? Guarderanno in alto e rimarranno con un palmo di naso. Si guarderanno attorno e si diranno: “Forse lo sta facendo per alzare la posta, vedrai che non ci tradirà. Giorgia Meloni non ci frega, resta sul pezzo solo perché ha paura di volare e di schiantarsi al suolo. La Lega è forte e vincerà”.

Non ho mai provato l’ebrezza del volo, soffro di vertigini. Meno male. Resto saldamente ancorato coi piedi a terra. Mi guardo attorno e non vedo più Salvini. Dov’è andato? In alto! Speriamo che non torni più giù. Intanto che c’era, poteva portarsi dietro qualche personaggio. Che so, il cardinale Giovanni Angelo Becciu, Luigi Di Maio, Beppe Grillo, per andare in orbita e girare intorno alla terra: un bello spettacolo per loro, una liberazione per noi!