Stretti nella morsa fra esodi e pestilenze di massa

Centotrenta morti per un’altra strage annunciata. Tutte le autorità europee sapevano da due giorni che nel Canale di Sicilia c’erano 3 barconi messi in mare dai trafficanti libici. Eppure nessuno ha inviato navi per soccorrere i migranti in balia del mare grosso.

Sono durissime le parole, il giorno dopo la tragedia, della portavoce dell’Oim, l’organizzazione dell’Onu per i migranti, Safa Mshli: “Gli Stati si sono opposti e si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone. Hanno supplicato e inviato richieste di soccorso per due giorni prima di annegare nel cimitero del Mediterraneo. È questa l’eredità dell’Europa?”.

Ho letto con sdegno e pena sul quotidiano Avvenire la ricostruzione ora per ora, di come sono andate le cose tra silenzi, omissioni e scaricabarile. Una vicenda che aggiunge l’ennesima ciliegina sulla torta bestiale cucinata con indifferenza, irresponsabilità e incapacità in materia di immigrazione.

L’Europa non è riuscita in tanti anni a varare un piano di salvataggio e accoglienza per gli immigrati, giocando al rimpallo di responsabilità tra i Paesi membri, preferendo foraggiare i “dittatori” al fine di fermare l’emorragia dei disperati ributtati nelle discariche-lager, non riuscendo a programmare nulla di serio sulla base di un atteggiamento umanamente accettabile, socialmente agibile ed economicamente compatibile.

L’Italia, geograficamente assai esposta al fenomeno, per parecchio tempo ha oscillato orrendamente e sadicamente tra le lamentazioni verso l’Unione Europea e le velleitarie disumane volontà di chiudere porti e confini ai disperati del mare. Ad un certo punto è stato fatto un tentativo teoricamente serio di regolare il flusso, coinvolgendo i Paesi di origine e di primo transito, ma tutto si è rivelato inutile ed inadeguato da ogni punto di vista.

Nel frattempo tutti si sono pretestuosamente “distratti”, alle prese con la pandemia ed ai poveracci, che ballano sui barconi della morte, nessuno presta alcuna attenzione. È fin troppo vergognoso doverlo ammettere, ma è così. Abbiamo fatto finta che il problema non esistesse, poi abbiamo cominciato a sgravarci la coscienza affermando lapalissianamente che l’alluvione va fermata a monte salvo essersene altamente fregati per decenni, lasciando questi Paesi nell’isolamento economico-sociale e nel rifiuto politico. Quando l’acqua è arrivata alle porte di casa ci siamo illusi di poter alzare qualche sbrigativa diga protettiva o di ributtarla addosso a qualcun altro. Morale della favola, l’unica arma di gestione del fenomeno è lasciare bollire la pentola, cuocendo a fuoco lento i disperati, e scolmandola con qualche naufragio più o meno inevitabile (?).

Adesso siamo stretti nella morsa biblica tra gli esodi e le pestilenze di massa: il modo peggiore per riequilibrare popolazione e risorse. Se aggiungiamo il fatto di essere impegnati nella masochistica distruzione progressiva delle risorse, la mega-frittata è fatta. Mi chiedo cosa si possa fare individualmente al di là della doverosa denuncia di queste inequità sistemiche e sistematiche. Politicamente parlando faccio fatica ad individuare il meno peggio esistente sul mercato. A livello internazionale non vedo sbocchi di risveglio umanitario. A livello culturale sento e vedo prevalere l’indirizzo egoistico: parlando di immigrati in questo momento si rischia di essere guardati come persone fuori dalla realtà, inutili sognatori in cerca di grane.

Sarà forse per questo che una mia acuta conoscente mi definisce, in senso buono ma con una punta di ironia, come un poeta che declama poesie in un mondo prosaico. Io cerco di contenermi, però sono fatto così, salvo poi parlare bene e razzolare male. Ma quando penso ai naufraghi lasciati sprofondare nel mare non mi sento affatto tranquillo in coscienza.

 

 

La sinistra snob fa le ideologiche pulci a Draghi

Il diritto/dovere di critica è indubbiamente il sale della democrazia, guai se non fosse così e nessuno deve essere esentato costituzionalmente, istituzionalmente e personalmente dalle critiche al suo operato. Il discorso vale anche per Mario Draghi su cui si sta però esercitando una critica salottiera di sinistra e populista di destra, che lasciano il tempo che trovano.

Trascuriamo per non essere ripetitivi lo sciocchezzaio di una destra, che sta con un piede dentro e uno fuori dal governo. Fratelli d’Italia ogni giorno deve riscaldare la minestra per giustificare la scelta di restare in minoranza e all’opposizione del governo Draghi. La Lega invece deve oscillare fra l’aplomb ministeriale di Giorgetti e la sguaiatezza politica di Salvini per salvare capra e cavoli di fronte ad un elettorato in via di smarrimento.

Lasciamo stare anche l’aprioristico, anche se furbo e documentato, atteggiamento di Marco Travaglio, che ha lo scopo di dimostrare come Draghi stia facendo le stesse cose di Conte potendo però contare su un clima osannante ed incensante nei suoi confronti. Cosa si vorrebbe? Che Draghi mettesse al rogo Conte e bruciasse assieme a lui tutti i suoi atti e provvedimenti? Si pretende una sorta di spoil system globale che non sta né in cielo né in terra?

Voglio invece appuntare l’attenzione sul salotto sinistrorso, tentato di rifugiarsi in un inconcludente purismo pseudo-ideologico, alzando il sussiegoso sopracciglio davanti al comportamento tecnocratico di Mario Draghi. Che Draghi fosse un tecnocrate di altissimo livello prestato ad una politica di bassissimo livello è cosa arcinota: chi lo ha chiamato in causa sapeva perfettamente quel che faceva e lo ha scelto proprio perché la politica non era in grado di esprimere una guida attendibile e credibile per il Paese in un momento di tragica difficoltà.

Che senso ha allora il ragionamento di Massimo Cacciari che rivendica il primato della politica rimpiangendo i Berlinguer e i Moro e svaccando sul nascere il recovery plan in quanto progetto privo di respiro e di aggancio politico. Sappiamo benissimo che l’Unione Europea è in mano ai tecnocrati e allora in questo momento si è giustamente ritenuto opportuno esprimere un tecnocrate con i coglioni assai duri al fine di fare breccia nel muro burocratico europeo, elaborando con competenza e capacità gestionali un enorme ed epocale programma di investimenti atto ad avviare riforme strutturali per riavviare lo sviluppo su basi innovative.

So benissimo che sarebbe compito della politica pura fissare una simile ed impegnativa strategia, ma in questo momento la debolezza della politica impone un massiccio ricorso al contributo dei tecnici. Non vedo chi altri all’infuori di Draghi possa elaborare proposte credibili da presentare alla Ue e chi meglio di lui possa garantire una gestione seria e rigorosa dei fondi europei. Lasciamolo lavorare e rinunciamo a questi pruriti: abbiamo un Paese che rischia di andare in fallimento e ci mettiamo a discutere sul sesso degli angeli della politica?

Sempre Massimo Cacciari enfatizza la necessità della riforma della scuola e dell’università all’interno del suddetto piano. Sono settantacinque anni che si parla di riforma scolastica, ci hanno provato fior di ministri di destra, sinistra e centro. Non ci sono riusciti. In pochi giorni con l’elaborazione del recovery plan ci dovrebbe riuscire Draghi? Ma che modo è mai questo di esercitare la critica? Speriamo che parte dei fondi provenienti dall’Unione Europea siano incanalati a favore della scuola per avviare un’agognata riforma, ma non pretendiamo la bacchettata magica che trasformi i casini scolastici ed universitari in perfetti collegi per educandi.

E che dire della riproposizione della questione se nasca prima l’uovo della necessità di riformare la politica e la legislazione o la gallina della necessità di rifondare una burocrazia snella e leale al servizio del Paese? Il problema viene sollevato in quanto sarà la burocrazia ad intervenire direttamente o indirettamente nella gestione del recovery plan. E allora aspettiamo la revisione del quadro legislativo o la riforma burocratica prima di avviare un progetto che di conseguenza non partirebbe mai?

Ultima chicca cacciariana: la pretesa che Draghi dovesse procedere ad una pesante stigmatizzazione del comportamento di Beppe Grillo sulla vicenda giudiziaria del figlio. È pur vero che Grillo è il capo di un partito che sostiene l’attuale governo, ma cosa doveva fare Draghi? Pretendere le scuse, squalificarlo a vita, chiedere le dimissioni dei ministri provenienti dal M5S? Finalmente abbiamo un presidente del Consiglio che cerca di fare il proprio mestiere e adesso desideriamo che si impicci in altre questioni pur gravi ma non di sua competenza?

Altra questione sollevata dai fini dicitori di sinistra è quella della scelta del generale Figliuolo quale commissario alla vaccinazione. Sono allergico agli uomini in divisa, ma Draghi si è rivolto ad un personaggio decisamente impegnato senza fronzoli e senza compromessi in una impresa che richiede polso fermo e idee precise. Secondo me ha fatto benissimo. Anche i militari, come i tecnici, non dovrebbero ricoprire responsabilità politiche. Ma se la politica non è all’altezza del suo compito, aspettiamo che nasca un nuovo De Gasperi prima di aggredire i problemi che ci stanno divorando?

 

O partigiano portami via

Qual è il sentimento prevalente che suscita in me la festa del 25 aprile, la celebrazione della Resistenza al nazi-fascismo e della liberazione del Paese da questo lungo incubo? Non esito a rispondere: la vergogna! Sono passati tanti anni e abbiamo dissipato un’eredità democratica, dopo aver vissuto di rendita su di essa e senza essere stati capaci di investirla e rinnovarla.

La classe dirigente del Paese trovò nel lascito resistenziale le risorse umane e sociali per iniziare e proseguire il difficile ma entusiasmante cammino democratico. Strada facendo la spinta si è persa, le generazioni formatesi alla luce resistenziale si sono spremute senza trovare la continuità del discorso inaugurato con la Costituzione. Abbiamo sprecato la storia e ce ne dobbiamo vergognare: abbiamo una situazione politica penosamente avvitata su se stessa, senza luci e con troppe ombre; viviamo in un contesto sociale  lacerato, dilaniato da egoismi e cattiverie, che hanno preso il posto del confronto democratico aspro ma agganciato ai valori fondamentali; i partiti politici hanno perso la loro funzione di mediazione, non sono più in grado di “concorrere  con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e vanno per la loro strada con l’ansia di garantirsi un impossibile e costruttivo consenso popolare; le forze sociali hanno perso credibilità e rappresentatività; le istituzioni si sono talmente indebolite da creare nei cittadini un senso di qualunquistico abbandono.

Forse sto esagerando, ma esagerava anche chi è morto per conquistarci la libertà e la democrazia. A volte mi chiedo: cosa direbbero se tornassero in vita e vedessero lo scempio che abbiamo fatto dei loro ideali e dei loro sacrifici? Forse avrebbero il coraggio di rimboccarsi le maniche e di ricominciare daccapo. Quello che noi stentiamo a fare preferendo crogiolarci nella delusione e nello scoraggiamento.

Per fare memoria viva del passato mi faccio, come spesso accade, aiutare da mio padre:  era figlio dell’Oltretorrente parmense, ne conosceva tutti gli abitanti, contava moltissimi amici nel quartiere, ne aveva frequentato le osterie (dove si osava parlar male del fascismo e di Mussolini), le barberie (luogo allora di ritrovo e del gossip più antico e leale), aveva cantato e discusso di musica nei covi popolari e verdiani, aveva respirato a pieni polmoni un’aria sana e democratica e quindi non poteva farsi intossicare dal fascismo. A proposito di osterie mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto) il quale era solito entrare nei locali pubblici ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “É morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!”. Lo stesso popolano dell’Oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed intervistate: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira.  Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva mio padre, non potevi fidarti di nessuno, perché anche i muri avevano le orecchie.

Cosa direbbe e farebbe oggi quell’eroico popolano: veniva regolarmente arrestato e pestato a sangue, dopo di che riprendeva i suoi comizi di protesta e di denuncia. Forse avrebbe il coraggio di gridare: “È morta la democrazia! Basta con le farse democratiche! Fermiamoci e torniamo indietro!”. D’altra parte il mio carissimo amico Valter Torelli, ex partigiano, di fronte al declino democratico reagiva di brutto con un secco e inesorabile invito ai politici: “Chi vàgon a ca tùtti!”. Lo diceva anche e soprattutto rivolto agli esponenti di quei partiti che dovevano essere i testimoni e gli interpreti dell’antifascismo.

Urge un esame di coscienza molto profondo alla luce della storia della Resistenza: fare un lungo passo indietro per prendere la rincorsa. Qualcuno osa osservare che in fin dei conti non è tutto oro quel che luccica e che quindi si può relegare nel dimenticatoio un periodo fatto anche di odi e vendette. Resistenza (nel cuore e nel cervello) e Costituzione (alla mano), impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna, rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.

Se dovesse prevalere un omertoso e delinquenziale revisionismo del passato a copertura del nulla del presente, non mi resterebbe che cantare a squarciagola:

“O partigiano portami via,
Bel partigiano portami via
Che mi sento di morir”

Per le plebi un po’ di pazienza e torna il Caf

Mario Draghi è ancora di gran lunga il leader politico più amato dagli italiani, anche se (faccio riferimento a dati leggermente arretrati, ma il discorso a cui voglio arrivare non ne dovrebbe risentire) il suo consenso cala di 1,7 punti percentuali e si attesta al 56,1 per cento. A seguire Giorgia Meloni, sostanzialmente stabile con il 40,1 per cento di gradimento. Al terzo posto si piazza Giuseppe Conte, che compie un balzo in avanti di 0,6 punti percentuali al 35,8 per cento, mentre Matteo Salvini perde lo 0,2% e scende al 33%. Chiude la cinquina Enrico Letta che guadagna lo 0,4 per cento e raggiunge il 28,4. A stilare la classifica è Tecné, in collaborazione con l’agenzia Dire, nel suo tradizionale “borsino” dei leader. Dopo i primi cinque, seguono Silvio Berlusconi al 27,4, Roberto Speranza al 23,1%, Emma Bonino al 21%, Carlo Calenda al 17,5%, Matteo Renzi al 10,8%.

Anche Pilato fece un rapido e sbrigativo sondaggio e risultò che Barabba, forse non un semplice brigante ma un politico rivoluzionario e violento, aveva un consenso altissimo, quasi unanime rispetto a Gesù, relegato alla simpatia di quattro donnette e pochissimi altri, che urlavano la sua innocenza.  Si dirà che si trattava di un esperimento mediatico imbastito ridicolmente dal potere civile, Pilato appunto, che ci rimase molto male e se ne lavò le mani, e vomitevolmente strumentalizzato ed enfatizzato dal potere religioso, il Sinedrio, che riuscì in breve volgere di tempo a rovesciare la situazione fino a qualche giorno prima trionfalmente favorevole al potenziale “Re dei Giudei”.

Nell’opera lirica verdiana Simon Boccanegra, di fronte ai rapidi voltagabbana della gente genovese, il doge popolare si lascia andare ad un aristocratico sarcasmo: “Ecco le plebi”. Il tutto a dimostrazione di come le classifiche, che ci vengono continuamente propinate, lascino il tempo che trovano e forniscano indicazioni assai poco plausibili se non addirittura fuorvianti. Non capisco infatti come dallo stesso campione statistico possa uscire una simpatia così accentuata verso Mario Draghi assieme ad una pur notevole considerazione verso Giorgia Meloni: schizofrenia popolare, anche perché subito dopo viene il dato dell’alta considerazione verso Giuseppe Conte. Agli italiani, in buona sostanza, piace tutto e il suo contrario, fatto salvo che questi dati sono sostanzialmente e mediaticamente truccati e servono solo a giochicchiare con la democrazia.

E allora? Preferisco ragionare e sbagliare con la mia testa. Dietro il governo Draghi ed i suoi tentativi di mettere in buca la politica politicante e inconcludente, intravedo il tentativo doroteo di ritrovare il bandolo della matassa partitica piuttosto ingarbugliata. Nel secolo scorso la politica italiana si avvitò intorno alla formula del centro-sinistra: si passò gradualmente da una lungimirante e coraggiosa intuizione di collaborazione tra il centro moderato e la sinistra riformista fino ad arrivare, strada facendo, all’accordo di puro potere fra democristiani e socialisti consacrato nel Caf (acronimo di una formula politica bloccata su un patto sciagurato fra Craxi, Andreotti e Forlani).

Oggi abbiamo la prospettiva di un accordo fra Pd e M5S, doroteizzato da due improvvisati ma ragionati leader, Giuseppe Conte ed Enrico Letta. Pur con qualche fatica riesco a trovare qualche somiglianza e mescolanza con Andreotti e Forlani, mentre non riesco a individuare il Craxi della situazione (azzardo: Giancarlo Giorgetti? E perché no!). Una cosa è certa: il Caf portò la politica italiana al disastro culminato in tangentopoli. Non ho idea dove potrebbe portare l’accordo fra Letta e Conte.

Non chiedetemi il perché, ma temo il peggio, vale a dire una doroteizzazione di ritorno della politica, preoccupata solo di tornare in sella. Forse sono un po’ cattivo, penso male, ma ricordiamoci che proprio Andreotti ci insegnava come a pensar male si faccia peccato, ma ci si azzecchi. Gli italiani ci impiegheranno due minuti a capovolgere le loro simpatie, a liquidare Draghi, a sostituire il Covid con i virus della peggiore politica. Se andasse così, tutto sommato, mi accontenterei, perché gli anticorpi contro la politica politicante me li sono fatti da tempo e, nella mia mente, funzionano. Quanto alle plebi, al Paese, non mi resterebbe altro che mandarlo a quel paese…

 

 

 

Il copriLega

Quando si vuole litigare, un pretesto si trova sempre e spesso questi litigi lasciano un segno indelebile, proprio perché pretestuosi e totalmente ingiustificati ed evidenziano un malumore di base difficilmente superabile.

Matteo Salvini – non ho capito fino a qual punto il suo atteggiamento sia condiviso all’interno della Lega dai cosiddetti governisti regionali e nazionali, i vari Giorgetti e Zaia tanto per intendersi – gioca a fare il piazzista della politica, ha una fifa maledetta di essere scavalcato dai piazzisti d’Italia (leggi Giorgia Meloni e c.), non si trova nei panni del collaborazionista e quindi smania e scalpita alla ricerca del consenso malpancista, squalificando e strumentalizzando le proteste aperturiste, peraltro, ad onor del vero, non destituite di qualche fondamento.

Mario Draghi nei giorni scorsi ha avuto la freddezza di aprire la porta facendo cadere gran parte di chi la spintonava fanaticamente dal punto di vista del ritorno ad una certa normalità di vita economica e sociale. E allora Salvini si è rialzato in piedi, si è sentito ancor più imbrigliato e ha colto il residuo, marginale, ma eclatante, problema dell’orario del “tutti a casa” per scatenare un’assurda polemica e trovare il modo di distinguersi a tutti i costi, appuntandosi la medaglia del difensore degli oppressi dal coprifuoco.

Cosa cambia chiudere la circolazione alle ore 23,00 rispetto alle ore 22,00? Sostanzialmente niente, è una di quelle questioni civetta, che servono a sbandierare il nulla. Che Draghi sia piuttosto seccato lo capisco benissimo, anche perché aveva avuto il preventivo via libera dalla cosiddetta cabina di regia (un tempo si chiavano vertici) prima di annunciare e varare il piano delle riaperture. Non so fino a quando potrà durare questo gioco allo smarcamento facile e non so nemmeno se e quanto a Salvini renderà in termini di consenso. Troppo scoperte queste manovrette da strapazzo, roba vecchia come il cucco.

Per la verità Salvini è in buona compagnia delle Regioni: non si capisce cosa vogliano e cosa stiano facendo, se non un casino pazzesco. Stesse in me le eliminerei, perché stanno evidenziando la totale incapacità a svolgere il loro eccessivo ruolo istituzionale. Il discorso regionale va ripensato del tutto. Un’assurda e patetica gara a fare i primi della classe senza esserli. Come ho detto e scritto più volte preferisco mille volte la vera ed autentica burocrazia ministeriale alla improvvisata ed incompetente burocrazia regionale. Provare per credere. Io ho provato e vi garantisco che è molto meglio avere a che fare con un centralista competente che con un decentralista che non sa un cazzo.

Così come rimpiango amaramente Umberto Bossi e la sua Lega autenticamente sociale rispetto ai velleitarismi nazionalistici di Matteo Salvini. A proposito avete notato come le mascherine ultimo grido di Salvini abbiano impresso il tricolore? E pensare che Bossi col tricolore si voleva pulire il culo… Come cambia il mondo…

 

La vaccinazione alla “sperindio”

“Studi sul vettore virale: «Possibili trombosi, ictus e ischemie anche per gli anziani». Ema verso lo stop. Mentre i vaccini a Rna messaggero, come quello di Pfizer, decollano con l’arrivo di sette milioni di dosi in più da qui a giugno, rischiano di rimanere a terra quelli a vettore virale come AstraZeneca e Johnson&Johnson. Per ora riservati solo agli over 60, ma a rischio di ritiro da qui a qualche settimana se gli studi in corso dovessero dimostrare un’incidenza dei rari casi di trombosi cerebrale superiore alla norma anche nella popolazione anziana”.

Così l’incipit di un articolo del quotidiano La Stampa, forse un po’ datato, perché la situazione vaccinale varia minuto per minuto. A costo di essere pedantemente ripetitivo mi chiedo: e tutti i soggetti finora vaccinati con AstraZeneca? E quelli che vengono tuttora vaccinati con questo farmaco?

Ricordo tanto tempo fa un curioso episodio della nascita di un bambino di pelle nera da due genitori di pelle bianca. Al potenziale padre venne immediatamente il sospetto che la moglie lo avesse tradito con un uomo di colore ed i medici tentarono di spiegargli che si poteva essere verificato uno scherzo genetico, spiacevole, rarissimo, ma possibile. Penso che allora non fosse ancora possibile appellarsi alla prova del Dna e quindi quello sfortunato padre-marito fu costretto a berla da botte, oltre tutto beffeggiato da battutine stupide e cattive facilmente immaginabili. Chi, dopo essere stato vaccinato, si vedesse colpito da trombosi, ictus o ischemia, ammesso e non concesso che facesse in tempo a rendersene conto, non si sentirebbe appagato dalla legge dei grandi numeri e dai rassicuranti calcoli di costi-benefici in capo all’intera popolazione.

Non è ammissibile il vergognoso balletto vaccinale, in cui sono impegnate troppe ballerine (gli scienziati) e troppi nani (le autorità di vario tipo e livello), che ha l’effetto di creare panico tra i vaccinati ed i vaccinandi e di compromettere sul nascere la credibilità di una campagna peraltro fondamentale nella guerra al coronavirus. Si sta portando avanti una sorta di sperimentazione di massa alla “sperindio”.  Non so se sia scientificamente inevitabile, so che è umanamente inaccettabile. Fin dove tutto dipenda da fatti imponderabile e imprevedibili o dalla fretta e dalla disorganizzazione, cattive consigliere, non saprei. La verità starà probabilmente nel brutto mezzo di una vicenda certamente tragica e paradossalmente incerta.

Siamo partiti dall’idea di riservare il vaccino AstraZeneca, considerandone la sua relativa efficacia, ai soggetti under 60 in quanto meno esposti al rischio mortale. Poi improvvisamente vengono a galla i casi di morti sospette: inizialmente si dice che non sono provati i collegamenti con la vaccinazione. Poi si nota che il collegamento c’è a livello di compromissione nella circolazione sanguigna ed allora si retrocede in difesa, mettendo in campo il discorso della minima incidenza dei casi rispetto alla grandissima quantità delle somministrazioni effettuate. Ad un certo punto però alcuni Stati partono in quarta e interrompono l’uso di questo vaccino: l’Italia, seppure in ritardo, si accoda. Arriva il responso di Ema che toglie le castagne dal fuoco: AstraZeneca è valido e si può proseguire con qualche cautela in più. Contrordine compagni: AstraZeneca verrà somministrato agli over 60 in quanto meno esposti al rischio di coagulazione del sangue (chi sa il perché è più bravo di me). E la seconda dose per chi ha già avuto la prima di AstraZeneca? Chi decide di utilizzare un altro vaccino (vedi Francia), chi intende proseguire andando fino in fondo con questo chiacchieratissimo farmaco. Qualcun altro decide di sbarazzare il campo togliendolo dalla circolazione, altri (come l’Italia) andranno avanti in attesa di una ulteriore pronunciamento dell’Ema in attesa di esaurire le scorte ma soprattutto in attesa che arrivi una grossa quantità di vaccino più sicuro (Pfizer), visto che trombosi, ictus e ischemie si verificano anche a danno di persone anziane. Nel frattempo anche il vaccino Johnson&Johnson, che utilizza lo stesso meccanismo antivirale, entra nell’occhio del ciclone negli Usa, ne viene bloccato l’utilizzo e ne viene fermata l’esportazione in Europa proprio nel momento in cui sembrava una valida alternativa (provvedimento successivamente rientrato).  Fra qualche settimana non è improbabile che AstraZeneca e Johnson&Johnson, sulla base di ulteriore pronunciamento di Ema (l’autorità sanitaria europea), seguito a ruota da quello di Aifa (l’autorità sanitari italiana), vadano in cavalleria sostituiti dai vaccini più sicuri(?), vale a dire Pfizer e Moderna, che si basano su un altro procedimento virologico (si dirà cosi?).  Staremo a vedere e speriamo bene…non ci si capisce più niente.

Nel frattempo la campagna vaccinale va avanti con la diligenza del buon Figliuolo di Stato, che dovrà essere a prova di pronunciamenti ondivaghi e di flussi incerti: speriamo in lui, è un generale dell’esercito con il compito di comandare l’armata brancaleone. Qualcuno, in vena di anacronistici purismi istituzionali, osserva che i militari dovrebbe fare un altro mestiere. Bene, non manca altro che impegnarci a delegittimare questo signore, che ce la sta mettendo tutta.  Non gli sarà facile mettere ordine nel disordine generale. Certo non potrà pensare di mettere in fila e sull’attenti i cittadini con un ordine secco calato dall’alto e tanto meno l’Europa, le aziende farmaceutiche, le autorità sanitarie. Mi accontenterei che mettese in fila i governatori regionali. E gli scienziati? A loro, che sono sempre sull’attenti mediatico, dia il “riposo” sanitario che meritiamo noi poveri vaccinandi in cerca di vaccino.

 

 

 

Gli squallidi grilli per la testa di Grillo

È sinceramente penosa e imbarazzante la vicenda che vede Beppe Grillo nel ruolo di padre accanitamente e sconsideratamente impegnato nella difesa del figlio accusato di un gran brutto reato. E se facessimo tutti un po’ di pur indignato silenzio intorno a questo fatto? Se ne stanno dicendo e scrivendo di tutti i colori, senza rispetto per le presunte vittime e gli eventuali colpevoli, senza alcun ritegno in attesa dei risultati giudiziari, senza comprensione per il dramma di un padre e senza pudore da parte di quel padre che, peraltro, non si comprende se sia più intento a difendere, nel peggiore e più squallido dei modi, il proprio buon nome o l’innocenza del figlio.

Beppe Grillo è un attaccante e quindi non riesce a tacere: utilizza sempre e comunque la cattiveria, tenendo fede ad un cliché costruito e vincente fino ad un certo momento, ma ormai in fase piuttosto discendente. Ha ragione quando vuole smascherare l’evidente tentativo di far ricadere sul padre le eventuali colpe del figlio. Ha ragione quando rivendica il diritto del figlio ad essere considerato innocente fino a condanna definitiva. Ha ragione quando esterna il suo dramma di padre incredulo e combattuto fra la verità e l’amore per il figlio. Ha torto quando scarica le eventuali colpe sull’eventuale vittima, quando vomita offese a destra e manca, quando sparla sul piano giuridico, quando vaneggia dal punto di vista psicologico e sociale, quando sputa veleno dopo averne sparso parecchio per parecchio tempo, quando spara autentiche cazzate inopportunamente amplificate dai media.

Agli errori di Grillo si accompagnano, anche per storica e traviante spinta grillina, gli errori di una società ciarliera, che vive di chiacchiere maligne e di polemiche assurde, di una politica che non rispetta i limiti di velocità a livello di strumentalizzazione lanciando manciate di fango contro gli avversari e portando il confronto dalle idee ai dispetti, di una impostazione mediatica che si butta a capofitto sulle più delicate situazioni personali e famigliari, di una giustizia lenta che lascia macerare gli atroci dubbi verso i protagonisti delle più squallide vicende, di una cultura che mette nel tritacarne manicheo tutto e tutti facendone un polpettone dal sapore equivoco e vomitevole, illudendosi di far progredire la società con le gogne mediatiche e con le ribalte pseudo-dialogiche.

Chi esce male da questa situazione? La ragazza che chiede giustizia e viene messa sul banco degli imputati: la confusione infatti non serve a fare giustizia ma a beffeggiarla con un tremendo gioco delle parti.  Il ragazzo che chiede di poter difendersi e si trova spiazzato da un padre scomodo e impiccione: vittima del peggiore dei paternalismi.  La magistratura che dorme sonni tranquilli a latere di quelli inquieti delle persone in attesa di giudizio: serve solo a sollecitare gli assetati di sangue e a mortificare gli affamati di verità. Le vittime della violenza sessuale che vengono messe alla berlina: si tratta del solito maschilista scaricabarile.

A Beppe Grillo concedo tutte le attenuanti del caso (più che di essere capito ha diritto ad essere compatito), ma voglio ricordare che con la cattiveria e l’arroganza non si va da nessuna parte, anche perché, prima o poi, si ritorcono, a torto o a ragione, su chi le pratica. È riuscito a portare la politica sul suo palcoscenico dello sberleffo, ma, per l’amor di Dio, non tenti di portarci anche i suoi problemi personali e famigliari. Non scherziamo col fuoco! Si taccia innanzitutto per il bene suo e di suo figlio. Trovi un rigurgito di riservatezza e di misura.

E tutti facciano un lungo minuto di rispettoso silenzio. “Un bel tacer non fu mai scritto” è un noto proverbio italiano il cui significato è: “la bellezza del saper tacere al momento opportuno non è mai stata lodata a sufficienza”. Questo proverbiale modo di dire è da molti attribuito a Dante Alighieri. Ammesso e non concesso che sia così, visto che ne stiamo celebrando l’anniversario dei 700 anni dalla morte, proviamo a celebrarlo un po’ meno e a imitarlo un po’ di più. Ne vale la pena.

 

La superlega scombina il supergiochino

“Dodici club europei di calcio annunciano congiuntamente un accordo per costituire una nuova competizione calcistica infrasettimanale, la Super League, governata dai Club Fondatori”. “AC Milan, Arsenal FC, Atlético de Madrid, Chelsea FC, FC Barcelona, FC Internazionale Milano, Juventus FC, Liverpool FC, Manchester City, Manchester United, Real Madrid CF e Tottenham Hotspur hanno tutti aderito in qualità di Club Fondatori, si legge in un comunicato.  È previsto che altri tre club aderiranno come Club Fondatori prima della stagione inaugurale, che dovrebbe iniziare non appena possibile. In futuro i Club Fondatori auspicano l’avvio di consultazioni con UEFA e FIFA al fine di lavorare insieme cooperando per il raggiungimento dei migliori risultati possibili per la nuova Lega e per il calcio nel suo complesso.

Da tempo il mondo del calcio era in profonda crisi economica in uno strabiliante squilibrio tra i costi pazzeschi, figli di un divismo esasperato ed ingiustificato, e i ricavi non aumentabili per effetto di un mercato inflazionato ed esausto. La pandemia globale non ha fatto altro che accelerare l’instabilità dell’attuale modello economico del calcio europeo.

Dal momento che non appare agibile l’ipotesi di un sano contenimento degli ingaggi e di un disboscamento del losco parterre di mediatori e procuratori avidi di ricchezze, si deve per forza ripiegare sull’obiettivo di migliorare la qualità e l’intensità delle attuali competizioni europee nel corso di ogni stagione, in modo da rendere appetibile ad un mercato sempre più saturo uno spettacolo sportivo di alto livello.

Da una parte c’è l’intenzione di far diventare gli stadi complessi ed articolati luoghi di socializzazione e divertimento, dall’altra quella di dare in pasto alla platea televisiva (in attesa di recuperare almeno parzialmente quella in presenza) una invitante occasione aggiuntiva-sostitutiva di spettacolo e divertimento.

Mi stupisce la piccata e farisaica reazione delle federazioni calcistiche nazionali: “Resteremo uniti nei nostri sforzi per fermare questo cinico progetto, si legge in una nota congiunta, e prenderemo in considerazione tutte le misure a nostra disposizione, a tutti i livelli, sia giudiziario che sportivo, al fine di evitare che ciò accada”, minacciando i club e i giocatori di vietare loro di partecipare alle competizioni internazionali. Questo persistente interesse personale di pochi va avanti da troppo tempo. Quando è troppo è troppo”.

Anche il mondo del calcio ha i suoi sovranismo e populismo. Mentre, politicamente parlando, questi due “ismi” vanno di pari passo, ragionando calcisticamente non è così: allo strumentale populismo mercatale dei grandi club fa riscontro la difesa oltranzistica di un modello nazionalistico da parte degli establishment vigenti.

Ricordo come tanti anni fa un caro e simpatico amico appassionatissimo di calcio provocasse un certo sconcerto negli ambienti della tifoseria, confessando di tifare per il Real Madrid. A chi lo criticava pesantemente rispondeva con una allusione politica inconfutabile: “Non siamo forse in Europa? E allora cosa c’è di male se io preferisco una blasonata squadra spagnola rispetto a quelle italiane?”. Discorso ineccepibile e, in un certo senso profetico, perché anche il tifo calcistico verrà rimescolato in una pentola ben più grande e ribollente di stelle calcianti.

Certamente si andrebbe verso una stratificazione nuova delle società calcistiche con l’aggiunta di una sorta di “classe di lusso” come sugli aerei. Le altre squadre verrebbero relegate in secondo piano con ovvie ripercussioni a tutti i livelli. D’altra parte il sistema capitalistico ha le sue regole che valgono per le multinazionali, per le banche, per le assicurazioni, etc. etc. Si verrebbe a creare una sorta di trust del pallone, con la conseguente rimodulazione al ribasso del mercato di tutto il contesto calcistico. Se i supermercati comportano la chiusura dei negozi tradizionali, la superlega comporterà la sparizione delle piccole e locali botteghe pallonare tanto care agli ultras di turno. Anche il tifo si dovrà adeguare e fioccheranno gemellaggi intereuropei.

Tutto cambia. Un mio cinico zio antisportivo (sopportava solo il pugilato), ipotizzava un suo interessamento al calcio solo nel caso in cui undici palloni fossero andati in cerca di un uomo, capovolgendo lo schema tradizionale. Gli undici giocatori sono effettivamente diventati sedici con la possibilità delle cinque sostituzioni. Gli arbitri sono diventati sei, quattro in campo e due in cabina cinematografica. I giornalisti sportivi non si contano più. Vuoi vedere che diminuiranno le squadre per far crescere gli spettatori? E gli spettatori cosa diranno. Allo stadio andranno sempre meno persone, si rifugeranno in salotto con tanto di video panoramico o in soffitta con tanto di smartphone a disposizione. Non ci si capirà dentro più niente e il più bel gioco del mondo andrà in malora per salvare lo stipendio a tanti professionisti dei miei stivali e creando disoccupati anche nel calcio (come se non ce ne fossero già abbastanza).

 

Preti, uomini a tutto tondo

Non ho mai capito e continuo a non capire l’insistenza pseudo-dottrinale della Chiesa Cattolica sul tema del celibato sacerdotale. La recente storia del parroco e della catechista ad Orvieto hanno riproposto la questione, fortunatamente in termini più sereni e costruttivi rispetto a quanto avveniva un tempo non lontano.

Detto in estrema sintesi sentimentale: un parroco lascia perché innamorato di una catechista, il vescovo spiega: «Rispetto per la libertà di ciascuno, ma l’impegno non può essere sottoposto al dominio del sentimento» (faccio riferimento cronachistico al quotidiano Avvenire anche di seguito).

Bisogna ammettere come sia stato compiuto un bel passo avanti. Infatti per annunciare che don Riccardo Ceccobelli, innamorato di Laura, una catechista della parrocchia, avrebbe chiesto la dispensa al Papa per lasciare lo stato clericale, il vescovo di Orvieto-Todi, Gualtiero Sigismondi, ha voluto essere presente nella chiesa di Massa Martana (provincia di Perugia). E, accanto al suo sacerdote in crisi, ha dato l’annuncio ai parrocchiani. Nessun commento, soprattutto preghiere per accompagnare quella svolta certamente costata mesi di riflessioni e di sofferenze al prete e alla ragazza. Almeno sul piano del metodo si è scelta la franchezza e la sincerità senza scandalismi e senza falsi pudori.

Nel merito però siamo alle solite. Il vescovo ha preferito affidare a un comunicato meglio dettagliato il senso della vicenda. «La Chiesa – si legge nella nota della Curia – chiede ai preti di vivere il celibato con maturità, letizia e dedizione, quale testimonianza del primato del Regno di Dio e, soprattutto, come segno e condizione di una vita pienamente donata: senza misura. Si diventa preti dopo almeno sette anni di discernimento e, attualmente, sempre più in età adulta, quando si ha maggiore coscienza e capacità di fare scelte definitive. Una delle affermazioni che, in questa circostanza, va per la maggiore – prosegue la Curia – è la seguente: “Al cuore non si comanda”. Tale opinione è indice di quanto, in un tempo segnato dal relativismo, la ragione sia sottoposta al dominio del sentimento. Si è parlato di eroismo davanti ad un prete che decide di mollare tutto perché si è innamorato di una ragazza; certamente occorre rispetto per la libertà di chi, pur avendo promesso solennemente di consacrare tutto se stesso a Cristo Gesù per il servizio alla Chiesa, non ce la fa, ma parlare di eroismo risulta davvero fuori luogo. Gli eroi sono quelli che rimangono in trincea anche quando infuria la battaglia, come, ad esempio, i mariti e le mogli o i padri e le madri che non mollano nei momenti di difficoltà, perché si sono presi un impegno e l’amore li inchioda anche nel tempo in cui i sentimenti sembrano vacillare; come i sacerdoti che, senza limiti di disponibilità e con cuore libero e ardente, vivono la fedeltà di una dedizione totale».

Non nego l’importanza della scelta celibataria nella sua valenza di servizio totale e a tempo pieno verso la comunità e non come fuga dalla vita sessuale, vista come una palla al piede o come un ostacolo per la vita cristiana. Non troppo tempo fa, durante una celebrazione eucaristica nella chiesa di Santa Cristina in cui l’allora parroco don Luciano Scaccaglia non aveva timore ad affrontare i temi sessuali apertamente e cristianamente, un simpatico membro dell’assemblea mi si avvicinò e mi sussurrò all’orecchio: “È curioso il mondo: ormai le uniche categorie di persone che desiderano sposarsi sono i preti e gli omosessuali…”. E la Chiesa glielo vuole vietare a tutti i costi. Non capisco perché un prete non possa vivere il suo sacerdozio nel contesto esistenziale in cui sia presente il rapporto matrimoniale: si tratterà di tarare l’impegno fra queste due opzioni, che comunque non vedo assolutamente in contrasto fra di loro.

Cosa c’è di strano e di anti-evangelico se un cristiano decide ex nunc o ex tunc di fare il prete pur contraendo un vincolo matrimoniale? L’impegno non può essere sottoposto al dominio del sentimento? Ma cosa vuol dire? Sono un accanito romantico e quindi ritengo che sia necessario basare la propria vita sui sentimenti: solo in essi e partendo da essi, infatti, tutto trova un senso.

Quanto al sesso voglio ricordare quanto arditamente, ma con tanta simpatica e ironica delicatezza, affermava don Andrea Gallo: «Il sesso è anche un piacere. Fisico, intendo. E non me ne vergogno. Come prete non posso praticare la scelta del sesso, ma immaginarlo almeno un po’ praticato da altri, mi rende l’animo più gaudente e allegro». E perché aprioristicamente un prete non può praticare il sesso? Forse lo potrebbe aiutare ad essere più uomo. Forse gli eviterebbe qualche vomitevole tentazione. Forse potrebbe aiutare gli altri a superare i tabù di cui è lastricato il percorso comportamentale tracciato dalla Chiesa per i suoi fedeli. Forse sarebbe un po’ meno maschilista. Forse sarebbe un po’ meno clericale. Forse troverebbe più equilibrio nella sua vita. Lasciamo che decida lui e non imponiamogli un assurdo giogo preventivo e continuativo.

Sono perfettamente d’accordo a non scomodare il discorso dell’eroismo. Non è un eroe un sacerdote che promette di vivere in castità e non è tale il prete che sceglie di vivere l’esperienza matrimoniale. Tutti i giorni leggo i profili esistenziali dei santi celebrati canonicamente: è la Chiesa che ha accreditato nei secoli l’idea della santità maschile e femminile associata (quasi) necessariamente alla verginità.

E perché poi le scelte dovrebbero sempre e comunque riguardare tutta la vita: si può benissimo partire con le più serie intenzioni per poi accorgersi che la scelta iniziale può essere seriamente (non per capriccio) rimessa in discussione, certo senza creare impatti disastrosi sugli altri. Non ci devono essere riserve mentali, ma nemmeno assolutistiche scelte una tantum, imposte dall’alto o dall’esterno. No si tratta di relativismo, ma di onesto e leale aggiustamento di tiro in corso d’opera (vale per tutte le vocazioni).

Quanto al sentimento ed al suo impatto sull’esistenza, voglio fare riferimento a quanto scrive Ermanno Olmi nella sua stupenda “Lettera alla Chiesa” (Il testamento spirituale di un maestro visionario). Dopo avere provocatoriamente ma meravigliosamente ipotizzato un amore totale, in spirito e carne, fra Gesù e Maria Maddalena, così conclude: “Questa è una storia possibile della donna che ha amato Gesù. Il Figlio di Dio che si è fatto uomo? No: egli è il Figlio dell’uomo come tutti noi, nella sua interezza e fragilità, e non uomo ma anche un po’ dio. Cara Chiesa delle liturgie, tieni Dio sugli altari e lascia libero Gesù. Liberalo dal vincolo della paternità divina e lasciagli la paternità di uomo come lo siamo noi. Un uomo incarnato nella condizione umana, coi suoi vincoli che impone la natura terrena, dalla nascita alla morte. Perché è con questo sentimento che io sento Gesù vicino a me, come un fratello, nati dalla medesima carne, vissuti del medesimo pane. E mi riconosco in Lui. Prima ancora che nelle Sue virtù, nei Suoi cedimenti come lo siamo noi, comuni e smarriti esseri umani. Solo così, cara Chiesa, potrò per sempre misurare la grandezza di Gesù e del suo insegnamento, del suo esempio, del suo sacrificio. Come potrei mai dimenticarmi di Lui?”.

 

 

 

 

L’uovo di Draghi

La strategia (forse è meglio essere prudenti e definirla tattica) del governo è dettata dal buon senso a trecentosessanta gradi. Si basa su alcuni dati, discutibili ma concreti: all’aperto il virus gira a vuoto e l’andamento stagionale con le alte temperature favorisce indubbiamente la vita all’aperto; la vaccinazione, pur in mezzo a spinte e controspinte, sta marciando con passo “militaresco” e dovrebbe aumentare le difese contro il virus; il graduale disgelo della vita dovrebbe favorire  la ripresa economica supportata da nuovi e cospicui investimenti e dalla realizzazione delle opere pubbliche da cantierare; il sempre più grande macigno del debito pubblico non dovrebbe rappresentare un incubo, ma un ostacolo superabile in tempi ragionevoli, in un nuovo contesto di sviluppismo europeo, con tassi di interesse quasi inesistenti, con investimenti ben mirati e gestiti e con il rimbalzo del pil capace di rimpinguare le tasche private e pubbliche.

Rendendomi perfettamente conto della “traballante certezza” di simili calcoli e ragionamenti, colloco la linea governativa varata da Mario Draghi in una strana combinazione tra la sconsolante storiella della “ricottina”, l’arte estrema dell’O di Giotto, l’edizione riveduta e corretta “dell’uovo di Colombo”. Draghi è riuscito a coniugare il pessimismo, basato sul persistente cimitero pandemico, con la “sperànsa di mäl vestì, ch a faga un bón invèron”, con la scommessa “sull’arte di arrangiarsi” degli italiani, sul “mal comune mezzo gaudio” a livello europeo, sul “chi la dura la vince” della campagna vaccinale, su “l’importante non è vincere ma partecipare” alla ripresa dell’economia, sulla convinzione che “i debiti sono la schiavitù degli uomini liberi”.

Ricordo un piccolo episodio della mia vita professionale. Si stava affrontando un problema difficile, complesso e delicato; al termine dell’approfondito esame, un collega sciorinò la sua proposta di soluzione. Il solito guastafeste osservo che di soluzioni alternative ce ne potevano essere almeno altre cento. Al che il primo, ironicamente stizzito, rispose: “Di queste cento vedi di trovarne una tu e proponila…”. Tutto finì lì e andò avanti la prima plausibile anche se imperfetta soluzione.

Tutti si scateneranno nelle critiche al criticabilissimo piano di Draghi, ma forse nessuno saprà trovarne uno concretamente migliore. Cosa gli era stato chiesto? Di cavarci fuori da una situazione drammatica senza vie d’uscita. Ci sta provando seriamente, tenendo insieme col suo carisma un paradossale non-governo, mettendo alla prova con la sua autorevolezza i ministri cavando dalle botti il vino che possono dare, sopportando pazientemente e compassionevolmente i politici molesti, parlando poco e facendo tutto il possibile, mettendo in campo tutta la sua esperienza per districare le più aggrovigliate matasse economico-finanziarie, tentando di suscitare fiducia negli sfiduciati cittadini.

Non so se nell’agire di Draghi ci sia discontinuità rispetto a chi lo ha recentemente preceduto: mi sembra una discussione stucchevole. Ce la farà? Ci sta mettendo la faccia ed ha perfettamente ragione chi sostiene che a Draghi non interessino per niente le smanie pseudo-politiche di Salvini: pensa a figurare bene lui di fronte agli italiani e al mondo intero che lo sta guardando con apprensione. In fin dei conti poteva restarsene in villa a godere tutto il prestigio accumulato, invece si è messo coraggiosamente in gioco, rischiando grosso. Meglio così, per lui e soprattutto per noi. Grazie comunque!