Le mele, il cesto e il fruttivendolo

Forse per una mia innata contrarietà allo scandalismo, forse perché ho un così alto concetto della giustizia e di chi la amministra da non riuscire a concepirne eventuali malefatte, forse perché il giornalismo di denuncia si sta trasformando in macchina del fango, forse perché mi aggrappo alla magistratura come un bimbo si attacca alla gonna della mamma, fatto sta che di fronte allo scandalo della cosiddetta “loggia Ungheria” non riesco a  trovare un filo di comprensione e un modo per dipanare una matassa che si preannuncia aggrovigliata ed inquietante.

La prima reazione è quella di aspettare prima di “sputtanare” i personaggi di cui si fa temerariamente il nome e ancor più prima di squalificare tutta la magistratura generalizzandone l’immagine negativa. Ciò diventa più che mai opportuno osservando chi ha sempre chiesto a gran voce il garantismo ai giudici e non intende concederlo minimamente a loro: se avete favorito la gogna degli imputati ben prima di una sentenza definitiva, adesso bevetevi la vostra gogna in attesa di giudizio. Questo è “occhio per occhio, dente per dente” a prescindere dall’autenticità dell’occhio e del dente: è giustizia sommaria.

La seconda reazione riguarda il timore che comunque da queste vicende, reali o gonfiate che siano, esca un’immagine inaffidabile della Magistratura con tutte le conseguenze del caso: un gioco al massacro pericolosissimo per la tenuta democratica del Paese.

La terza reazione è di scoprire la Magistratura invischiata nella realtà della “massoneria” intesa come consorteria di persone legate da inconfessabili comuni interessi, protette da un geloso riserbo e tese alla conquista ed al mantenimento di un potere trasversalmente altolocato rispetto alle istituzioni democratiche.

Al momento non mi sento di fare altro che esprimere dei forti timori dettati dal terrore che si possano in qualche modo trovare riscontri nella realtà. Non sarebbe purtroppo la prima volta che certi magistrati finiscono in squallide vicende: sarà una questione di mele marce o sarà marcio o bucato il cesto delle mele? Sarebbe un oltraggio ai tanti giudici che hanno fatto e fanno il loro dovere, a volte anche a rischio della vita; sarebbe un grande favore ai delinquenti di ogni tipo; sarebbe una disillusione pazzesca per quanti attendono un po’ di giustizia.

C’è la triste probabilità che in queste vicende non si riesca a fare chiarezza lasciando tutto e tutti nel dubbio. Il Presidente della Repubblica è costituzionalmente presidente anche del Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno di questo potere indipendente. È prassi che il Capo dello Stato non eserciti questa funzione se non in senso meramente simbolico e formale. Mi permetto di avanzare una domanda: non sarebbe il caso che cominciasse a guardarci dentro sul serio promuovendo una pulizia obiettivamente profonda, che provasse cioè a fare il fruttivendolo che sa riconoscere le mele marce? Può darsi che io, dal basso della mia ignoranza, stia facendo dell’allarmismo: meglio un allarme eccessivo piuttosto che una scrollata di spalle o una lamentazione qualunquistica.

E se per caso fossimo tutti colpevoli!?

Ha suscitato impressione e sgomento la morte di Luana D’Orazio, l’operaia 22enne risucchiata da un macchinario di un’azienda tessile in provincia di Prato. Se l’episodio colpisce per la straziante modalità dell’infortunio, per la giovane età della vittima e per la sua situazione personale e famigliare, dovrebbe angosciarci ancor di più il numero delle vittime sul lavoro: si parla di due/tre morti in media al giorno. Un’autentica carneficina davanti alla quale rimaniamo stupiti, ma, alla fine, anche indifferenti. Sono morti silenziose il cui effetto dura l’espace d’un matin, vale a dire il poco tempo che registra l’apertura di indagini da parte della magistratura, la protesta dei sindacati, la brevissima e scandalistica eco dei media, l’indignazione di facciata di molti, l’omertoso fatalismo di troppi.

Siamo tutti portati, di fronte a certi eventi apparentemente al di fuori della nostra portata, a invocare l’alibi del “caso”. Il teologo Alberto Maggi, affrontando il discorso dal punto di vista esistenziale, afferma: «Eh, sì, il caso…Ma che cos’è il caso? Tutti conoscono il celebre aforismo coniato da Anatole France, lo scrittore francese premio Nobel della letteratura: “Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare”. Credo che il caso sia il contrario di un termine affine, caos, e potrei filosofeggiare dicendo che è il caso a mettere ordine nel caos…».

Probabilmente sto forzando il pensiero del suddetto teologo allargandolo a livello sociale, tuttavia dobbiamo uscire da questo irresponsabile atteggiamento del subire come inevitabili queste disgrazie più o meno annunciate. Possibile che la tecnologia ci consenta l’adozione dei più sofisticati marchingegni e non ci aiuti a proteggerci da simili incidenti? Se da una parte dobbiamo riconoscere i limiti del nostro agire, dall’altra non dobbiamo fuggire dalle nostre responsabilità individuali e collettive. I comportamenti ex post lasciano il tempo che trovano ed hanno tutto il sapore della chiusura della stalla dopo che i buoi sono scappati. L’azione della magistratura tende a cercare l’ago dei colpevoli nel pagliaio di un sistema farraginoso e burocratico di norme e adempimenti che finiscono più col complicare che difendere la vita.

“Sul posto si è subito recato anche il magistrato di turno, i carabinieri della tenenza di Montemurlo e il personale Asl per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il macchinario presso il quale è avvenuto l’incidente è stato posto sotto sequestro per consentire di effettuare tutti i necessari accertamenti. Le indagini sono condotte dagli ispettori della sicurezza sul lavoro della Asl che devono chiarire, sulla base dei quesiti indicati dal magistrato, alcuni elementi sulle circostanze della tragedia. C’è da capire ad esempio se esistevano dei meccanismi di sicurezza che avrebbero dovuto bloccare il macchinario, quali sono i piani di sicurezza previsti dall’azienda e le circostanze sulle presenze dei colleghi al momento dell’incidente”. Non voglio essere brutalmente pessimista, ma intravedo la solita solfa che non porta da nessuna parte.

“Ancor oggi — è l’amara considerazione dei sindacalisti pratesi — si muore per le stesse ragioni e allo stesso modo di cinquant’anni fa: per lo schiacciamento in un macchinario, per la caduta da un tetto. Non sembra cambiato niente, nonostante lo sviluppo tecnologico dei macchinari e dei sistemi di sicurezza”. “Una morte inaccettabile che addolora e indigna profondamente”, hanno dichiarato in una nota congiunta Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl, e Giuseppe Dominici, segretario regionale Ugl Toscana che concludono: “Chiediamo alle forze dell’ordine di fare piena luce sulle cause di tale tragedia. In occasione del Primo maggio abbiamo chiesto di implementare le tutele e le garanzie per i lavoratori rafforzando i controlli, la formazione e la cultura della sicurezza soprattutto nei settori dove il rischio infortunio è maggiore. Per onorare la memoria di Luana e di tutte le vittime sul lavoro, l’Ugl continuerà a battersi sensibilizzando le istituzioni e l’opinione pubblica sul triste fenomeno delle morti bianche e ribadendo ancora una volta: basta stragi”. Non voglio essere scetticamente qualunquista, ma sento odore delle solite rituali e sterili proteste.

Che fare allora? Bisogna ripartire da una fortissima presa di coscienza della centralità del lavoro nel nostro sistema economico-sociale. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: così inizia la nostra Costituzione. Dobbiamo ripartire di lì e rifare l’intero percorso che ci ha portati a costruire una società basata sul profitto a tutti i costi.  Ognuno faccia la sua parte prima che succedano questi eventi tragici e non limitiamoci a piangere coccodrillescamente dopo avere inghiottito le vittime di un sistema sbagliato. Il legislatore sostiene spesso che le norme in materia esistono e sono fin troppo severe. Gli imprenditori annotano che le norme sono spesso inutili e inapplicabili: una montagna di carte sotto la quale seppellire i morti. Gli organi di controllo intervengono spesso solo a babbo morto. I giudici sembrano più cercare qualche capro espiatorio che fare veramente verità e giustizia.

Proviamo a rileggere ancora la cronaca già sopra riportata (repetita iuvant?): “Il macchinario presso il quale è avvenuto l’incidente è stato posto sotto sequestro per consentire di effettuare tutti i necessari accertamenti. Le indagini sono condotte dagli ispettori della sicurezza sul lavoro della Asl che devono chiarire, sulla base dei quesiti indicati dal magistrato, alcuni elementi sulle circostanze della tragedia. C’è da capire ad esempio se esistevano dei meccanismi di sicurezza che avrebbero dovuto bloccare il macchinario, quali sono i piani di sicurezza previsti dall’azienda e le circostanze sulle presenze dei colleghi al momento dell’incidente. La salma della giovane invece è stata trasferita all’obitorio di Pistoia per l’autopsia disposta dal sostituto procuratore di Prato Carolina Dini”. Non voglio esagerare, ma tiro la sarcastica morale della tragedia: il morto giace e il vivo fa finta di non darsi pace.

 

La superlega dei padroni e la superfesseria dei servi

Come ho già ricordato non molto tempo fa, un mio carissimo collega, all’indomani della strage dell’Heysel, una tragedia avvenuta il 29 maggio 1985, poco prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio tra Juventus e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles, in cui morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600, promise di non interessarsi più al calcio e di non parlarne mai più. Tenne la promessa. Oggi forse si sentirà beffato dopo la vergognosa kermesse festaiola della tifoseria interista in occasione della conquista del diciannovesimo scudetto.

Vale la pena ricordare cosa successe in Belgio, a Bruxelles, allo stadio Heysel.  Ai molti tifosi italiani, buona parte dei quali proveniva da club organizzati, fu assegnata la tribuna delle curve M-N-O, che si trovava nella curva opposta a quella riservata ai tifosi inglesi; molti altri tifosi organizzatisi autonomamente, anche nell’acquisto dei biglietti, si trovavano invece nella tribuna Z, nel pieno della curva dei tifosi del Liverpool, separati da due basse reti metalliche, ai quali si unirono anche tifosi del Chelsea,  i cosiddetti Headhunters (“cacciatori di teste”) noti per la loro violenza.

Circa un’ora prima della partita (ore 19:20; l’inizio della partita era previsto alle 20:15) i tifosi inglesi più accesi — i cosiddetti hooligan — cominciarono a spingersi verso il settore Z a ondate, cercando il take an end (“prendi la curva”) e sfondando le reti divisorie: memori degli incidenti della finale di Roma di un anno prima, si aspettavano forse una reazione altrettanto violenta da parte dei tifosi juventini, reazione che non avrebbe mai potuto  esserci, dato che la tifoseria organizzata bianconera era situata nella curva opposta (settori M – N – O). Gli inglesi sostennero di aver caricato più volte a scopo intimidatorio, ma i semplici spettatori, juventini e non, impauriti, anche per il mancato intervento e per l’assoluta impreparazione delle forze dell’ordine belghe, che ingenuamente ostacolavano la fuga degli italiani verso il campo manganellandoli, furono costretti ad arretrare, ammassandosi contro il muro opposto al settore della curva occupato dai sostenitori del Liverpool.

Nella grande ressa che venne a crearsi, alcuni si lanciarono nel vuoto per evitare di rimanere schiacciati, altri cercarono di scavalcare gli ostacoli ed entrare nel settore adiacente, altri ancora si ferirono contro le recinzioni. Il muro ad un certo punto crollò per il troppo peso, moltissime persone rimasero schiacciate, calpestate dalla folla e uccise nella corsa verso una via d’uscita, per molti rappresentata da un varco aperto verso il campo da gioco. Dall’altra parte dello stadio i tifosi juventini del settore N e tutti gli altri sportivi accorsi allo stadio sentirono le voci dello speaker e dei capitani delle due squadre che invitavano alla calma, senza tuttavia capire quello che stava realmente accadendo. Un battaglione mobile della polizia belga, a un chilometro di distanza dallo stadio, giunse finalmente dopo più di mezz’ora per ristabilire l’ordine, trovando il campo e gli spalti nel caos più totale, invasi da frange inferocite di tifoseria bianconera.

Dei morti e feriti ho già detto. Quel mio collega, peraltro simpatizzante juventino (davanti a queste tragedie è meglio smetterla di parlare di tifosi), addolorato e schifato dall’accaduto, chiuse definitivamente con il calcio ritenendolo ormai solo un’occasione tragica per inaccettabili sfoghi di violenza gratuita. Io, simpatizzante storico dell’Inter, peraltro già abbondantemente schifato e separato dal fenomeno calcistico, dovrei fare altrettanto dopo aver assistito all’indegno, irresponsabile e vomitevole pandemonio milanese che ha buttato una triste e tragica ombra su una sedicente festa di sport. Il calcio non è da tempo più uno sport e quella di Milano non è stata una festa, ma un vero e proprio attentato all’ordine ed alla salute pubblici. Vedendo quelle immagini agli interisti seri si dovrebbe essere strozzato in gola il grido di giubilo, invece ho captato molta (troppa) tolleranza, da parte un po’ di tutti, verso un episodio i cui danni saranno certi anche se non troveranno mai un riscontro obiettivi e preciso.

Perché i dirigenti della squadra si sono lasciati andare ad espressioni di giubilo che sobillavano la folla a scatenarsi per le strade e le piazze di Milano anziché invitare tutti, a parole e coi fatti, a contenere al massimo una gioia peraltro piuttosto artificiosa? Perché i responsabili dell’ordine pubblico non hanno preventivamente lanciato severi, rigorosi e minacciosi appelli alla tifoseria in odore di scatenamento festaiolo? Perché gli appassionati non riescono ad uscire dall’imbuto dell’alienazione calcistica, ma al contrario vezzeggiano e scopiazzano gli ultras assumendone le sembianze e lo stile di comportamento? Perché i media non hanno il coraggio di condannare apertamente, senza pericolosi distinguo e senza perbenismi di facciata, il tifo calcistico, lasciando perdere la stucchevole separazione fra le manifestazioni goliardiche a livello di costume e la delinquenziale ed irresponsabile gara alla trasgressione sociale?

A proposito di media, i giornalisti Rai (ho visto solo quelli e penso che anche gli altri non siano da meno) hanno inseguito la piazza che andava ignorata ed esorcizzata, hanno addirittura elogiato l’uso delle mascherine in mezzo ad una calca incredibile ed assurda, hanno simpatizzato con chi metteva a repentaglio la vita altrui in nome di una fantomatica gioia calcistica, hanno scriteriatamente enfatizzato l’evento a loro uso e consumo (tutto fa brodo per difendere indegnamente il ruolo professionale e il posto di lavoro ).

Si dice che il tifo calcistico sia assimilabile alla tossicodipendenza: forse è addirittura peggio, perché è “motivozionalmente” assai più debole, socialmente più accettato e diffuso, “delinquenzialmente” più grave in quanto si ripercuote immediatamente sulla vita degli altri. Se devo fare una paradossale graduatoria di pericolosità metto in pol position tutti gli scriteriati comportamenti che favoriscono la pandemia e quindi anche chi scende in piazza sventolando insulse bandiere calcistiche: in fin dei conti chi si droga non mi costringe a drogarmi, ma chi si scatena negli assembramenti mi costringe ad ammalarmi.

Siamo ai titoli di coda di un fenomeno che sta assumendo sempre più le caratteristiche di un’alienazione di massa che alimenta una speculazione d’élite: tutti in piazza ad ammalarci, tutti allo stadio a sbraitare e menare, tutti davanti al video ad ammirare le acrobazie dei tanti facoltosi “mangiapane a tradimento”. Più che di “superlega” bisogna parlare di “superfesseria” totale. E pensare che il calcio è il gioco più bello del mondo. Lo abbiamo rovinato. Quanta nostalgia per il “fotbal” che mi ha insegnato mio padre (lui amava definirlo e sdrammatizzarlo così in una sorta di inglese parmigianizzato).

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E se provassimo ad essere seri?

Dico, come al solito, la (mia) verità: non ho mai capito perché si festeggi il primo maggio con un concertone rock trasmesso in diretta televisiva. La festa del lavoro meriterebbe qualcosa di più profondo e meno consolatorio, qualcosa che dia un senso storico e sociale alla importante ricorrenza. In tempo di pandemia le pubbliche manifestazioni diventano impossibili e quindi si deve ripiegare su eventi televisivi. Quest’anno la festa del primo maggio è diventata addirittura l’occasione per un corto circuito fra libera espressione artistica e controllo politico sui programmi Rai, discorso vecchio come il cucco, che riaffiora a seconda dei casi e dei momenti.

Fedez, pseudonimo di Federico Leonardo Lucia, è un rapper italiano, vale a dire un artista impegnato in una forma di oratoria musicale che presenta «rima, discorso ritmico e linguaggio di strada», che è eseguita o cantata in diversi modi, spesso sopra un beat o un accompagnamento musicale. Non vado oltre perché non sono appassionato di queste forme artistiche: sono vecchio (anziano per chi mi vuole bene) e non mi cimento nel tentativo di voler fare il giovane a tutti i costi.

Fatto sta che questo rapper interrompe la sua esibizione alla festa del primo maggio per leggere un lungo intervento in difesa del Ddl Zan e contro le recenti dichiarazioni di esponenti della Lega su omosessualità e libertà sessuali. La Rai smentisce il tentativo di censura, ma Fedez pubblica la telefonata che la dimostra.

Il disegno di legge proposto da Alessandro Zan ha l’obiettivo di combattere ogni tipo di discriminazione. Omotransfobia, dunque, ma non solo. “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” si legge sul frontespizio del disegno di legge trasmesso dal presidente della Camera dei deputati alla presidenza il 5 novembre 2020. Non si parla solo di omosessualità e omofobia, quindi, come certa propaganda contraria al ddl vorrebbe far credere. Si affrontano anche temi come la violenza di genere, la discriminazione nei confronti dei disabili. Si quantificano le condanne, pesanti peraltro, per chi commette violenza o discriminazione e si propone l’istituzione di iniziative di sensibilizzazione reale.

L’argomento è politicamente caldo e Fedez lo cavalca entrando in polemica con chi esprime in modo sbracato critiche e contrarietà contro questa legislazione in itinere.

Se è vero che gli omosessuali hanno la tendenza a mettere al centro del mondo i loro sacrosanti diritti, rischiando a volte di mantenere una diversità conflittuale più che di ottenere una pacifica parità, è altrettanto vero che in materia abbondano gli atteggiamenti reazionari e conservatori che puzzano di vecchio, di stantio e di violento. Non voglio però entrare nel merito anche se sono favorevole, senza se e senza ma, ad ogni e qualsiasi legge che promuova l’uguaglianza e combatta la discriminazione.

Mi sembra però che la questione si sia spostata dal merito al metodo. Era quella la sede per innescare una polemica contro le parti politiche refrattarie ad una visione aperta e moderna della sessualità? Tutte le occasioni sono valide per portare avanti discorsi seri, anche in modo non politicamente corretto, ma nemmeno meramente provocatorio. La Rai ha il diritto di censurare o giudicare preventivamente uno spettacolo da essa ospitato? Censurare direi proprio di no, chiedere misura ed obiettività forse sì. L’argomento in questione, per la delicatezza e la serietà che lo contraddistinguono, non si dovrebbe prestare a populistiche e volgari speculazioni in cui è specializzata la Lega, ma nemmeno a propagandistici, festaioli e goliardici sostegni.

Da una parte sento odore di insopportabile e inaccettabile restaurazione a livello di costume prima ancora che in senso politico; dall’altra vedo un chiasso assordante su problemi che meritano grande e lucida attenzione coniugata con una forte apertura mentale e culturale. Non facciamo un buon servizio a chi viene discriminato sbraitando: i diritti, ce lo insegna la festa del primo maggio, si conquistano con battaglie coinvolgenti ed avvolgenti e non con sbrigative ed epidermiche spettacolarizzazioni. I rapper fanno il loro mestiere ma dovrebbero evitare un pericoloso mix vociante tra arte, cultura e politica (si fa cultura progressista anche senza fare comizi tra una canzone e l’altra); i sindacati dovrebbero allargare, approfondire e quotidianizzare le loro battaglie sui diritti di chi viene dovunque e comunque maltrattato; la politica dovrebbe smetterla di fare propaganda sulla pelle di chi soffre e tentare risposte legislative ed amministrative volte a togliere di mezzo le ingiustificate ed ingiustificabili sofferenze delle persone; la Rai dovrebbe fare meno spazzatura, perché, a furia di spazzatura nei salotti e nei talk show, non riesce forse più a distinguere le cose serie nelle piazze e nelle istituzioni.

I Galli e…i Bonaccini…nel pollaio

Il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famosissimo e simpatico critico Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…».

Ho introdotto per l’ennesima volta questo gustoso episodio in quanto lo trovo abbastanza propedeutico al recente scontro televisivo tra il governatore emiliano Stefano Bonaccini e l’infettivologo Massimo Galli, professore ordinario all’Università Statale di Milano e primario dell’ospedale Sacco. All’imbarazzata presenza di una Bianca Berlinguer, molto dalemiana e poco berlingueriana, i due se le sono date di santa ragione o meglio, mentre Galli tirava giù con colpi ai limiti della cintura, Bonaccini sembrava quel pugile che all’angolo, reagiva all’incoraggiamento dei suoi secondi, chiedendo da dove provenissero i pugni che arrivavano.

Il professor Galli, uno dei troppi scienziati habitué del video – ai quali vorrei tanto chiedere dove trovino il tempo per essere così spesso e lungamente in televisione -, ha spazzolato ben bene il malcapitato autoreferenziale ed auto-osannante Bonaccini, sparando acuti alla viva il parroco per coprire di vergogna le stonature e i “falsettoni” della politica politicante. Al che il sedicente primo della classe si è visto spiazzato e contestato e non ha potuto fare altro che imitare il baritono che venne accolto da urla e fischi e, rivolgendosi al pubblico lo pregò ironicamente di pazientare ed attendere l’esibizione del tenore. Fischiate me? Sentirete il tenore! Nel nostro caso si potrebbe dire: «Fischiate me? Guardate gli altri governatori regionali!».

Il sussiegoso ed irascibile scienziato non aveva tutti i torti: volevano convincerlo che le riaperture siano un bene, mentre lui era impegnato a dimostrare scientificamente che sono assai discutibili in considerazione dell’andamento ancora troppo limitato delle vaccinazioni e dei risultati molto relativi ottenuti dalle chiusure a macchia di leopardo. La politica voleva cioè imporgli le proprie regole, vale a dire l’impossibilità di reggere l’urto sociale della dilagante ondata protestataria di piazza e di affrontare una situazione economica sull’orlo del collasso. Bonaccini usava addirittura i toni e le parole dello scontro politico con uno scienziato, che si vedeva quindi trattato e ridicolizzato a pesci in faccia.

Il pavoneggiante Bonaccini, al quale do atto di presiedere una regione molto organizzata e strutturata ma non certo esente da difetti e lacune gravissimi, interpretava il ruolo del politico che vuol far credere a un ateo che “Cristo è morto dal freddo ai piedi”. Più dialogo fra sordi di così si muore.

Morale della favola. Gli scienziati farebbero un gran bene a tutti se rimanessero a lavorare nei loro laboratori, nelle loro cattedre e nei loro reparti invece di continuare a chiacchierare in televisione, litigando oltre tutto assai spesso fra di loro in una penosa e controproducente gara ad emergere come il primo della pista. I politici dovrebbero fare il loro mestiere con tanta umiltà, riconoscendo i propri limiti e senza pretendere di ottenere il consenso della scienza sui loro inevitabili compromessi. La scienza deve dare consigli e fermarsi lì, la politica non deve costringere la scienza a ripiegare sulle decisioni di governo.

Bianca Berlinguer, modesta routinière del giornalismo televisivo, ha perso una buona occasione per esprimere qualcosa di interessante a livello di metodo, ha lasciato fare e dire: si intuiva che era un arbitro silenziosamente partigiano, tifava per Bonaccini (io, sotto sotto, invece, tifavo, seppure a fatica, per lo scienziato di turno), mentre lui le chiedeva, quasi confidenzialmente, conto della correttezza dei pugni che arrivavano da Galli. L’ennesimo squallido dibattito che crea confusione di idee e di ruoli. Se la vogliamo chiudere in senso sportivo, non ha vinto nessuno. Il pubblico infatti ha assistito ad una discussione che ricordava la gustosa chiacchierata tra i due sordi. Uno dice all’altro: “Vät a lét?”;  l’altro risponde: ” No vagh a lét”. E l’altro ribatte: “Ah,  a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”.

 

 

La rozäda ‘d Santa Casellati

Le pagliuzze negli occhi dei rappresentanti delle istituzioni diventano travi per la pubblica opinione. Mi stupisce che non lo si capisca. È quanto sta succedendo alla presidente del Senato Alberti Casellati. L’aereo blu a sua disposizione si sarebbe alzato in volo 124 volte negli ultimi 11 mesi. Da maggio 2020 ad aprile 2021 è stato utilizzato il 75% delle volte per coprire la tratta da Roma a Venezia (a Padova risiede la famiglia), ma anche per volare in Sardegna ad agosto: questo racconta La Repubblica, citando il registro di volo del Falcon 900 dell’Aeronautica a disposizione della seconda carica dello Stato. Fonti di Palazzo Madama hanno spiegato al quotidiano che Casellati ha iniziato a utilizzare l’aereo blu per evitare il rischio Covid, visto che per ragioni di salute non può fare lunghi viaggi in auto.

Non condivido la bigotta e bacchettona critica alla politica, ma mi sembra giusto considerare le reazioni provenienti proprio dal mondo della politica. Non posso dare torto al senatore M5S Gianluca Perilli che in una nota commenta: “Un volo ogni tre giorni: è un numero abnorme che richiede evidentemente delle spiegazioni. Si tratta di un ingente utilizzo di denaro pubblico per spostamenti che, per lo meno in buona parte di essi, è possibile fare con i mezzi a disposizione di tutti”. Parla di eventuale “sfregio verso gli italiani” il senatore Andrea Cioffi, vice presidente vicario del gruppo M5S a Palazzo Madama. “La Presidente non può collocarsi al di sopra di tutti i cittadini – aggiunge Cioffi – e nessuno può permettersi un uso così spregiudicato dei voli di Stato, alcuni addirittura per andare in vacanza. Aspettiamo che la Presidente ci dica qualcosa sull’argomento”.

La Repubblica riferisce di 97 voli di Stato sulla rotta Roma-Venezia, la tratta casa-lavoro di Casellati. Ma i treni ad alta velocità hanno ripreso da tempo a viaggiare, con misure ad hoc per evitare il contagio: il Frecciarossa da Roma Termini impiega 3 ore e mezza per arrivare a Padova. Poi ci sono sei voli verso la Sardegna, tutti ad agosto. Altri con destinazione Milano, uno verso la Calabria. La presidente del Senato, in virtù della sua carica, in base a un decreto legge di luglio 2011 non deve giustificare i suoi viaggi né renderli pubblici. Lo stesso trattamento riservato al presidente della Repubblica, al presidente della Camera al presidente del consiglio dei ministri e al presidente della Corte costituzionale. Non lo sapevo, ma a maggior ragione credo che l’uso debba essere contenuto e seriamente motivato.

Da Palazzo Madama riferiscono che durante il primo lockdown dello scorso anno Casellati è rimasta sempre a Roma. Poi ha iniziato a utilizzare i voli di Stato per evitare il rischio di contagiarsi sui treni o sui voli di linea. “Trovo sconcertante quanto accaduto. In tempi così difficili e duri per il Paese, le Istituzioni e la politica e i loro rappresentanti devono per primi dare l’esempio”, afferma in una nota il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. “Spiace – conclude – che questo non sia accaduto”.

Protesta anche il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli: “I 124 voli – dichiara in una nota – sono costati oltre 1 milione di euro”. “Senza nulla togliere al fatto che la senatrice rappresenta un’istituzione importante, la seconda carica dello Stato avrebbe dovuto tenere un comportamento più sobrio e prudente in un momento socialmente ed economicamente di profonda crisi evitando anche di utilizzare l’aereo di stato per recarsi in Sardegna in periodo di vacanza”, commenta Bonelli. “Il silenzio della presidente del Senato dopo la denuncia del quotidiano La Repubblica non è un bel segnale per l’Italia e per chi vorrebbe leggere notizie diverse da quella di oggi”, conclude il coordinatore dei Verdi.

Le dichiarazioni sopra riportate tradiscono un minimo (?) di strumentalità e lasciano trasparire in filigrana una certa polemica politica. A maggior ragione bisognerebbe essere molto attenti a non prestare il fianco allo scandalismo a tutti i costi. La senatrice Casellati non è una sprovveduta e sa benissimo di essere, oltre che sotto la pressione della propria coscienza democratica, sotto l’occhio della pubblica opinione, dei media e degli avversari politici. Non è possibile cadere su simili bucce di banana! Non intendo infierire, ma esigo anch’io un comportamento sobrio e prudente da parte di chi ricopre alte funzioni pubbliche. Non pretendo atteggiamenti alla Quintino Sella, ma il rigore è indispensabile. Se è vero che la rozäda non riempie i fòs, è altrettanto vero che i fòs non vanno saltati a pè päri e che un presidente del Senato non può, non voglio dire essere, ma nemmeno sembrare un saltafòs qualsiasi.

La tragedia in tazza

Il panorama è apocalittico: milioni di morti sparsi in tutto il mondo, scene sconvolgenti provenienti soprattutto dall’India, domande inquietanti sul futuro dell’umanità. Mi pongo sempre più il problema inquietante se stiamo vivendo l’inizio della fine (Gesù: “Vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori… e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze”) oppure se ci stiano arrivando segnali inequivocabili dell’assoluta necessità di cambiare tutto (Gino Bartali: “L’è tutto sbagliato…l’è tutto da rifare!”) oppure se sia iniziata una sorta di bagno purificatore per tutta la creazione (messaggi di Medjugorje).

Un caro e simpatico amico, di fronte alle drammatiche e tragiche stranezze dei comportamenti umani, si chiedeva: “Non so cosa aspetti il Padre Eterno ad intervenire per buttare tutto all’aria e semmai rifare tutto da capo”. In verità Dio, secondo la fede cristiana, in cui mi riconosco convintamente, è già intervenuto, incarnandosi e andando in croce per poi risorgere (“la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce”). Lungi da me imbastire una frettolosa ed apocalittica analisi del fenomeno pandemico in cui siamo sprofondati, intendo solo partire dalla enormità della tragedia per compararla ai nostri vacui comportamenti.

La gente tira un sospiro di sollievo, si consola con le riaperture e si distrae con una tazzina di caffè (spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè…) finalmente bevuta al bar dell’angolo o al bar del centro, con una striminzita cena al ristorante (al freddo e al gelo…), con un precipitoso rifugio in una sala cinematografica, con la prospettiva degli apericovid, insomma con l’illusione del tutto come prima e più di prima, dimostrando di avere  poco cervello, niente cuore e un bel po’ di pelo sullo stomaco.

La politica anziché concentrarsi sui 248 miliardi in ballo, da cui dipende il futuro del nostro Paese, preferisce baloccarsi nella insulsa diatriba sul coprifuoco in tarda serata e mettersi vergognosamente alla caccia di consensi e di capri espiatori sulla pelle degli italiani. Il centro-destra è alle prese più con la propria identità che con quella del coronavirus, tutti, più o meno, si comportano come gatti che marcano il loro territorio (lasciamo perdere il come…) intendendo segnalare la propria presenza agli elettori disperati, promettendo ad essi le cose più assurde ed impossibili.

Per tutti gli attori di questa commedia/tragedia all’italiana vale la famosa barzelletta delle promesse elettorali: vi daremo questo, vi concederemo quest’altro, vi offriremo ciò che vorrete… E l’afta epizootica? chiese timidamente un agricoltore della zona interessata. Vi daremo anche quella! rispose gagliardamente il comiziante di turno. Sulla invitante torta del Recovery plan si scateneranno gli appetiti elettoralistici oltre che le voracità burocratiche. Giustamente Mario Draghi sembra fregarsene altamente andando avanti per la sua impervia strada.

Gli scienziati fanno peggio dei teologi bizantini i quali erano soliti dibattere tra di loro sul sesso degli angeli, anche quando i Turchi di Maometto stavano per espugnare Costantinopoli, nel 1453, ponendo fine all’Impero romano d’Oriente. Essi occupano mediaticamente gli spazi di discussione per dibattere a vanvera, mentre il virus sta buttando all’aria il mondo intero: sempre più mi chiedo dove e come trovino il tempo per le loro narcisistiche passerelle televisive, occupati, come dovrebbero essere, nei reparti ospedalieri o negli istituti di ricerca. Il malato è contento e sereno quando vede intorno al proprio letto diversi medici impegnati seriamente a combattere la sua malattia; è confuso, irritato e disperato quando li vede litigare e ascolta i loro inconcludenti ragionamenti.

I media in modo vergognosamente autoreferenziale cavalcano le notizie in modo indegno: è in atto un autentico sciacallaggio, la ripugnante attività volta allo sfruttamento scandalistico di informazioni allo scopo di conquistare l’audience e salvaguardare i propri spazi economici e di influenza sulla pubblica opinione. Non resisto più a questa indegna gazzarra: basta!

Cosa altro dovrà succedere per farci rinsavire? Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi statistici sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva per sdrammatizzare e forse anche per mettere fine ai pietismi di maniera che non servono a nulla e vanno molto di moda. A margine del disastro covid infatti non c’è bisogno né di pietismo né di indifferenza Né di sbornia mediatica, ma di una presa di responsabilità collettiva. Tremo di fronte alla prova del fuoco inaugurata dalle riaperture: succederà la già vista e patita folle corsa allo smarcamento? Semmai, quando ci viene voglia di evadere scriteriatamente, proviamo a guardare le immagini provenienti dal mondo e teniamo presente che ad oggi sono 147.377.159 i casi di contagio confermati dall’inizio della pandemia e sono 3.112.041 i morti. Cifre da capogiro che stiamo affogando in una tazzina di caffè.

Le pentole terroristiche

L’arresto in Francia dei terroristi latitanti mi induce a parecchie dolorose riflessioni che (s)coprono immediatamente la superficiale soddisfazione (?) per la consegna alle patrie galere di persone colpevoli di gravi delitti seppure a sfondo politico. A costo di essere frainteso le riporto di seguito in modo sconclusionato, ma emozionato e sofferto. Chiedo scusa se involontariamente finirò con l’urtare qualche sensibilità, ma sono convinto che i medici pietosi facciano puzzolenti anche le ferite più antiche. Chiarisco in premessa, se mai ce ne fosse bisogno, che ho sempre respinto e respingo categoricamente ogni e qualsiasi tipo di violenza e che il mio impegno politico si è sempre svolto in senso democratico e pacifico. Nessuna indulgenza verso chi si è macchiato di reati compiuti sulla base di ideologie politiche, ma all’invettiva fine a se stessa preferisco lo sforzo della riflessione.

Parto dalla dottrina, che prende il nome del presidente socialista francese Francois Mitterand ed era diretta a non concedere l’estradizione a persone imputate o condannate, in particolare italiani, ricercati per «atti di natura violenta ma d’ispirazione politica», contro qualunque Stato, purché non diretti contro lo Stato francese, qualora i loro autori avessero rinunciato a ogni forma di violenza politica, concedendo di fatto un diritto d’asilo a ricercati stranieri che in quel periodo si rifugiarono in Francia.

Sostanzialmente, il consiglio dei ministri francese il 10 novembre 1982, aveva già adottato un’analoga linea di prassi, prima dell’enunciazione della dottrina Mitterrand del 1985: «Non sarà tenuto conto della natura politica dell’infrazione, l’estradizione sarà concessa in linea di principio nei casi in cui siano stati commessi […] «atti criminali (rapimento di ostaggi, omicidi, violenze che abbiano provocato ferite gravi o la morte, ecc.) di natura tale che il fine politico addotto sia insufficiente a giustificare il ricorso a mezzi inaccettabili».

Questa prassi era basata su dichiarazioni orali di Mitterrand, e – secondo vari giuristi – si poneva in contrasto con le obbligazioni internazionali della Francia derivanti dalla vigenza di svariati trattati. Nel caso di rifugiati italiani, tale prassi veniva giustificata con una presunta “non conformità” della legislazione italiana agli standard europei, soprattutto per quanto concerneva le leggi speciali, l’uso della carcerazione preventiva e il rapporto con i collaboratori di giustizia.

La cosiddetta dottrina Mitterand non era basata su principi peregrini anche se era molto ardita e si è prestata più a umiliare le vittime che a redimere i colpevoli. Era, in un certo senso, la riedizione riveduta, ampliata e scorretta dell’amnistia togliattiana, che fu un provvedimento di condono delle pene proposto alla fine della seconda guerra mondiale in Italia dal Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, approvato dal governo italiano. L’amnistia comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi ivi compreso il concorso in omicidio, pene allora punibili fino ad un massimo di cinque anni, i reati commessi al Sud dopo l’8 settembre 1943 ed i reati commessi al Centro e al Nord dopo l’inizio dell’occupazione militare Alleata ed aveva efficacia per i reati commessi a tutto il giorno 18 giugno 1946. Lo scopo era la pacificazione nazionale dopo gli anni della guerra civile, ma vi furono polemiche sulla sua estensione, tanto che il 2 luglio 1946 Togliatti, con l’emanazione della circolare n. 9796/110, raccomandò interpretazioni restrittive nella concessione del beneficio.

Il limite fondamentale di quell’indirizzo politico francese era soprattutto l’intromissione surrettizia nell’amministrazione della giustizia italiana: l’Italia veniva cioè trattata come uno Stato anti-democratico i cui oppositori violenti meritavano almeno una certa comprensione. Non è un caso infatti che questo strano assetto sia stato clamorosamente rimesso in discussione in un momento in cui i rapporti con i cugini francesi hanno preso una piega più solidaristica e meno conflittuale rispetto al passato più o meno recente.

Mitterand non era un cretino (di politici simili ce ne vorrebbero e il suo aperturismo sociale, pur con tutta la cautela del caso, lo preferisco all’ondivago incedere del pragmatismo macroniano), ma varò una “dottrina” che finì col fare da sponsor ad un pentitismo di facciata (troppo comodo ed equivoco per essere vero), che si contrapponeva al ravvedimento operoso del pentitismo all’italiana (utilitaristico, opportunistico e sostanzialmente ingiusto). Due pentitismi a confronto, che hanno creato più danni che benefici a tutti i livelli.

Ho tentato di contestualizzare storicamente il discorso togliendolo dalle secche dell’abbasso Mitterand e dell’evviva Macron e della mera epidermica soddisfazione (illusione) di poter ammanettare la storia e di sotterrare un passato inquietante i cui fantasmi ideologici rischiano ancor oggi di ritornare a galla. Lasciamo che ognuno paghi i conti con la propria coscienza e con la giustizia, il resto è fuffa revanscista.

La seconda riflessione infatti riguarda le farneticanti analisi del terrorismo brigatista. Siamo proprio sicuri che quando i brigatisti parlavano e scrivevano di Stato imperialista delle multinazionali (SIM) non avessero qualche ragione? L’affaire vaccini anticovid è tutto lì a dimostrare come le multinazionali del farmaco, dietro il paravento della corsa scientifica e salvifica, abbiano imbastito una colossale speculazione alle spalle di un imbelle potere politico mondiale, europeo e nazionale con tutte le disastrose conseguenze del caso. Qualcuno sostiene che il comunismo sia un cristianesimo impazzito, io aggiungo che il brigatismo rosso, per quanto di suo e non di aggiunto, era una giustizia sociale impazzita: la medicina e la chirurgia sbagliate aggravano la malattia e/o ammazzano il malato. Tuttavia non pensiamo che la sconfitta del terrorismo rosso (per quello nero occorrerebbero altri discorsi, perché non tendeva a cambiare la società ma a istituzionalizzarne i mali) ci abbia consegnato una società migliore. Forse ha solo buttato via l’acqua sporca, mentre il bambino resta sporco. La nostra società è e rimane profondamente ingiusta e ce ne stiamo accorgendo: il covid è un brigatismo globale e totale, che ci sta mettendo letteralmente in ginocchio.

Terza riflessione. Sono convinto che i brigatisti rossi con tutto l’antipasto esplosivo della cosiddetta sinistra movimentista ed extraparlamentare (ricordo l’analisi di don Raffaele Dagnino davanti alla manifestazione nazionale di Lotta continua tenuta a Parma a metà degli anni settanta: c’è qualcosa di vero nel grido di protesta di questi giovani…) avessero un fondamento di sovversiva “buona fede”, sfociato in una follia autoreferenziale e violenta, come tale da condannare senza esitazione (qualcuno purtroppo esitò…), strumentalizzata ideologicamente (gli opposti estremismi…) e manovrata internazionalmente (la guerra fredda ci guazzò dentro…). Forse lo stesso Moro, durante la sua prigionia, dopo essere stato l’unico politico a capire la portata della contestazione giovanile, capì cosa effettivamente bollisse nella pentola terroristica, capì di essere vittima di un gioco molto più articolato e complesso e tentò, non tanto di salvare la propria pelle, ma di allargare e approfondire il discorso dell’antiterrorismo. Non ci riuscì forse solo per la testardaggine di Mario Moretti e la presunzione della politica ufficiale: un leader assurdo per un movimento paradossale e tanti fieri difensori per una società che non voleva ammettere i propri difetti.

Quarta riflessione. Non accetto i trionfalismi di una destra anti-democratica che vuole sciacquare nella Senna i propri panni sporchi di brigatismo nero e di relativo stragismo. I peccati storici di questa destra le dovrebbero impedire di scagliare ogni e qualsiasi pietra. Anche la sinistra ha i suoi peccati (i compagni che sbagliano…), tutti ne abbiamo (siamo solo capaci di difendere lo status quo…) e quindi non sentiamoci a posto in coscienza dopo avere incarcerato gli epigoni viventi di una violenza politica, che ci dovrebbe interpellare più che scandalizzare. Ho apprezzato la reazione composta dei famigliari delle vittime (nessun cedimento al senso di vendetta) molto più dello stucchevole e stereotipato omaggio delle autorità italiane (sapeva di tardivo e inopinato perbenismo).

 

La mia “cassandrata” vaccinale

Riporto di seguito un articolo di Maria Teresa Martini pubblicato sul sito de La Stampa il 25 aprile 2021, intitolato “Operatori sanitari in piazza a Torino contro l’obbligo al vaccino: Un ricatto che va contro il diritto internazionale. I presenti al flash mob in piazza accusano: «Non è un vaccino, ma una sperimentazione»”.

Alcune centinaia di operatori della sanità e del comparto socio-assistenziale hanno manifestato nel pomeriggio con un flashmob in piazza Castello, contro l’obbligo di vaccinazione. L’iniziativa è stata organizzata da gruppi associativi e da CUB Sanità per sollecitare alla Regione: «La sospensione dell’applicazione dell’art. 4 del DL 44 /2021, in attesa della eventuale trasformazione in legge dal Parlamento, e la garanzia che, in nessun caso, nessun operatore sociale e sanitario sarà privato del proprio reddito, anche, se necessario, con interventi appositi».

Per la CUB la scelta del 25 aprile non è casuale. «Dalla fine della seconda guerra mondiale tutte le carte internazionali dei diritti, inclusa la carta dei principi dell’Unione Europea, sanciscono il diritto inviolabile alla integrità fisica e al consenso informato per qualsiasi trattamento sanitario. Obbligo e consenso sono chiaramente una contraddizione. Nessun consenso può essere basato sul ricatto di perdere la possibilità di lavorare e mantenere se stessi e la propria famiglia. Una simile norma contravviene a nostro avviso l’art.36 della Costituzione». Alessandro Zanetti, coordinatore della CUB Sanità: «In molte aziende, pubbliche e private, si verificano illegalità e scorrettezze come la violazione della privacy, pressioni indebite, la pubblicazione delle liste dei vaccinati e non vaccinati».

Ma tra le motivazioni prioritarie che hanno portato in piazza – con mascherine e distanziamento rispettato – infermieri, oss, educatori di comunità, c’è anche la convinzione che «la vaccinazione antiCovid non dia la certezza di essere sicura per chi la fa né quella di non contagiare gli altri. Questo in base al rapporto 4/2021 dell’Istituto Superiore di Sanità». Un’operatrice socio sanitaria che lavora in ospedale ha spiegato che nel suo reparto su una sessantina di lavoratori un quarto circa, con varie appartenenze sindacali, si riconosce nelle posizioni espresse oggi dai manifestanti, arrivati anche da Ivrea, Biella e altre località della Regione.

La CUB ha annunciato che darà assistenza sindacale e legale a chi subisse pressioni illegali: «Impugneremo le sospensioni dal lavoro – ha detto Zanetti – portando i casi davanti alla Corte Costituzionale».

Cvd, come volevasi dimostrare. Non resisto alla tentazione di autocitarmi e quindi aggiungo di seguito quanto contenuto nel mio commento postato lo scorso 29 marzo 2021 (una piccola narcisistica digressione).

“Lungi da me santificare gli operatori sanitari che non intendono vaccinarsi contro il covid, ma, prima di colpevolizzarli, vorrei capire, come mai persone culturalmente attrezzate in materia, esposte notevolmente al rischio di contaminazione, pur sapendo che tanti loro colleghi ci hanno lasciato finora le penne, si intestardiscono a non volersi sottoporre a vaccinazione.

Siamo in prossimità della Pasqua e mi viene spontaneo fare riferimento a quanto disse Nicodemo agli sbrigativi colleghi colpevolisti del Sinedrio: «La nostra legge non ci permette di condannare un uomo senza prima ascoltare da lui cosa ha fatto».

Quindi prima di approvare un decreto contro gli operatori sanitari, che non si vaccinano, con la previsione di penalità consistenti nel trasferimento, nelle ferie forzate o addirittura nel licenziamento, vorrei tanto capire le motivazioni di questo atteggiamento recalcitrante al limite della legalità. Da tempo mi chiedo il perché di questo comportamento apparentemente irrazionale e irresponsabile e non riesco a trovare giustificazioni plausibile se non il generico timore delle controindicazioni del vaccino, che per la verità molti nutrono e superano, mentre parecchi non riescono a superare.

Su questo discorso si scontrano due principi: il senso civico richiesto al cittadino ed il suo diritto alla libertà di cura. Il senso civico vale per tutti, ancor più per soggetti che svolgono particolari funzioni a servizio della collettività, come è per gli operatori sanitari. Il diritto a rifiutare il vaccino è intoccabile, ma bisognerebbe coniugarlo con il diritto alla salute degli altri. Il problema è estremamente delicato e non vorrei essere nei panni della ministra della giustizia Marta Cartabia a cui è stato delegato il compito di stendere al riguardo un provvedimento. La sua competenza deriva dall’incarico ministeriale che ricopre, ma anche dalla preparazione ed esperienza giuridica acquisita anche e soprattutto a livello costituzionale. Sì, perché qui è in ballo la Costituzione nei suoi principi fondamentali.

Il decreto che dovrà sanzionare gli operatori sanitari andrà studiato molto bene ad evitare code interminabili di controversie legali facilmente immaginabili. Piove sul bagnato dei problemi che non mancano: aggiungiamoci pure anche questo. Non ho idea come potrà funzionare una soluzione giuridica che salvi capre e cavoli. Forse però sarebbe meglio affidarsi ad un tentativo serio e stringente di convincimento delle persone interessate, dopo aver capito e valutato le loro rimostranze e prima di aprire un contenzioso molto brutto da ogni punto di vista”.

Non aggiungo altro. La protesta degli operatori sanitari, stando alla cronaca di cui sopra, va ben oltre quello che si poteva facilmente immaginare, arrivando sostanzialmente a definire la vaccinazione anticovid come una sperimentazione di massa. Qualcuno si sta divertendo nel giochino di almanaccare le gaffe di Mario Draghi (in piccolissima parte ci sono cascato anch’io, pur dando a Draghi quel che è di Draghi e ammettendo che solo chi non fa non falla). Se però vogliamo proprio insistere nel divertimento innocuo, aggiungiamoci questa “pestata orrenda” di Marta Cartabia (roba da dilettante allo sbaraglio), che probabilmente, quando è stato approvato in consiglio dei ministri l’articolo 4 del DL 44/2021, si è distratta un attimo.  Staremo a vedere… Ma chi sono io per giudicare Marta Cartabia?

Una cornetta da alzare e da sbattere

Ecco di seguito il retroscena dei rapporti fra Italia e Unione Europea durante la dirittura finale del recovery plan così come autorevolmente riportato dal Corriere della sera.

“Ad un certo punto del pomeriggio Mario Draghi alza il telefono per la seconda volta in due giorni, richiama la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non alza la voce, ma manda un messaggio che chiude una trattativa estenuante, ruvida, segnata dalla diffidenza degli uffici tecnici di Bruxelles: «Non credo che dobbiamo fornire ulteriori spiegazioni, basta così. Ci vuole rispetto per l’Italia». A Palazzo Chigi, alle nove di sera, dicono che l’accordo politico con la Commissione è chiuso, ma che il confronto con Bruxelles è stato segnato da una serie di richieste sulle riforme che accompagneranno il Piano «piene di cavilli» e «di sfiducia nelle capacità del Paese» di implementarle.

Ci sono stati anche momenti di scontro vero con Bruxelles: hanno chiesto più dettagli sul contrasto al lavoro nero, sui tempi e i contenuti della riforma della giustizia, sulle semplificazioni delle procedure, su concorrenza e liberalizzazioni. Su quest’ultimo punto è dovuto intervenire ancora una volta il presidente del Consiglio, con un messaggio diplomatico e al contempo molto fermo: «Non si può chiedere tutto e subito ad un Paese con un’economia in ginocchio». La riforma della concorrenza si farà, insieme alle altre, nel Pnrr sono indicati tempi e contenuti di almeno 15 fra decreti leggi e leggi delega di riforma del Paese nei prossimi mesi ed anni, con tanto di cronoprogramma.

Dopo 48 ore filate di videoconferenze e telefonate fra il governo italiano e gli uffici della Commissione, la trattativa si conclude con l’accettazione delle garanzie che Draghi offre in prima persona. Nel Piano predisposto dal precedente governo c’era una sola pagina dedicata alle riforme di attuazione del Recovery, «oggi ce ne sono 40», mettono nero su bianco a Palazzo Chigi. Come dire: la Commissione apprezzi lo sforzo di riscrittura del Piano fatto dal governo Draghi, che «è stato molto profondo» rispetto a quello che si è ritrovato in mano quando si è insediato. È stata anche una corsa contro il tempo: domani il Recovery sarà presentato al Parlamento, poi spedito a Bruxelles nella sua ultima versione”.

Credo che questa breve cronaca spieghi più di ogni analisi politica il significato e la portata del premierato di Draghi proprio nella fase in cui si cominciano a sentire i rumors dell’insoddisfazione e della relativizzazione del suo operato. A chi continua nello stucchevole tentativo di relegare Draghi nella continuità con il governo precedente ecco servite le più eloquenti domande/risposte: chi mai avrebbe avuto il coraggio e la credibilità di dire “basta” alle pur comprensibili perplessità accampate dagli organismi competenti della UE? Chi avrebbe l’autorevolezza per garantire in prima persona un percorso lungo e accidentato di riforme indispensabili al nostro Paese? Chi potrebbe affermare convintamente, come sosteneva il presidente Sandro Pertini, che l’Italia non è né prima né seconda agli altri Stati europei e non solo? Chi avrebbe la concreta lungimiranza per avviare e portare avanti quelle riforme, dalla giustizia alla burocrazia alla scuola alla lotta alla corruzione e al lavoro nero, di cui ci siamo riempiti la bocca nei decenni scorsi?

Draghi, pur tra mille difficoltà e intoppi, sta tenendo fede alle aspettative: volevamo un interlocutore sicuro ed esperto per ottenere i fondi della UE e spenderli nel migliore dei modi. Le attese non stanno andando deluse e dobbiamo prenderne atto con una certa soddisfazione anziché spaccare il capello in quattro alla ricerca del difetto. Chi più di Draghi ha conoscenza dei gangli burocratici della macchina amministrativa per poterli aggirare non con la bacchetta magica della demagogia, ma con la competenza che riesce a snidare le lentezze e gli ostruzionismi? Chi più di Draghi ha in questa fase storica la capacità di coniugare le esigenze economiche con quelle sociali imponendo i tempi e i modi non di una mera ripresa come se niente fosse successo, ma di una ripartenza difficile ma possibile? Chi più di Draghi ha la possibilità di contemperare le esigenze finanziarie dei mercati e delle casse erariali nazionali e comunitarie nel rispetto di una certa etica che vada al di là di una mera caccia ai profitti e alle speculazioni?

Sono volutamente domande provocatoriamente retoriche. Comunque sia non si può sbrigativamente liquidare l’operato di Mario Draghi con una scettica alzata di spalle o con un sorrisetto ironico. Abbiamo trovato una guida e cerchiamo di seguirla con una certa pazienza, senza attese messianiche e senza i soliti sciocchi benaltrismi. Qualcosa si sta sbloccando, è presto, ma finalmente si può guardare avanti con dignità e fiducia. Il resto si vedrà… Draghi non ha bisogno né di grancasse fracassone né di trombette stonate. Gli è bastato alzare la cornetta…