Il primo bigotto che canta ha fatto l’uovo omofobo

Innanzitutto vorrei chiamare il disegno di legge Zan, attualmente in discussione al Parlamento, con il suo vero nome, vale a dire “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”. Non è una pignoleria, ma il tentativo di togliere fin dall’inizio il discorso dalla strumentalizzazione e contrapposizione politica per portarlo alla sostanza dello scopo che la legge vuole raggiungere.

Siccome è difficile, oserei dire insostenibile, opporsi al suddetto scopo, gli oppositori sostengono alcune tesi che mi appaiono pretestuose, dopo avere letto attentamente il testo in questione. Esso violerebbe la libertà di opinione, sarebbe inutile in quanto il codice penale sarebbe in materia più che sufficiente, andrebbe addirittura contro la giusta considerazione per l’istituto familiare.

La prima contestazione è superata dall’articolo 4 del provvedimento, dedicato al pluralismo delle idee e alla libertà delle scelte, che recita testualmente: “Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla li­bertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

La seconda critica è smentita dall’impostazione stessa della legge che prevede una serie di modifiche e di integrazioni al codice penale al fine di rendere punibili o comunque più punibili certe condotte riconducibili alla discriminazione e alla violenza. Se mai fosse vero che le norme penali sarebbero già sufficientemente chiare e severe in materia, ripetere la condanna e ribadire la punibilità di certi reati particolarmente odiosi e gravi non sarebbe comunque inutile: repetita juvant.

Quanto alla terza critica, strumentalmente collegata all’azione di sostegno alla famiglia, la tesi piuttosto ardita e cervellotica consiste nel timore che le opinioni favorevoli alla famiglia tradizionale possano diventare omofobe alla luce delle nuove norme, in quanto escluderebbero altre forme di famiglia. Siamo alla pura follia reazionaria, alla difesa d’ufficio di una tradizione fuori dal mondo e dal tempo.

Ricordo un piccolo ma eloquente episodio. Un caro amico, molto scrupoloso nell’osservanza delle regole previste dal catechismo cattolico in materia matrimoniale, fu invitato alla cerimonia di nozze che veniva celebrata in comune e non in chiesa. Il confessore tolse ogni e qualsiasi imbarazzo: vai tranquillo, in un periodo in cui non si vuole sposare nessuno, ben venga chi lo fa indipendentemente dal come e dove.

Mi sembra, tutto sommato, il solito motivetto bigotto dei vari family day riveduti e corretti, stigmatizzato dal mio caro indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia, che alcuni anni or sono si espresse con accenti molto incisivi e, come al solito, fuori dal coro: «Dio non si interessa delle tendenze sessuali, stima tutte le coppie, sia etero che omosessuali, perché Lui è Padre e Madre di tutte/i. È questo che non hanno capito i bigotti sostenitori del Family day. Non c’è solo la famiglia tradizionale, ma anche altre unioni dove regnano l’amore e altre forme di fecondità. Di questo amore hanno bisogno tutti i bambini: di uomini e di donne con la vocazione genitoriali presente nelle persone etero e in quelle omo. Di amore hanno bisogno: perché Dio è amore universale, per estensione e per qualità. Ama tutti, sempre, e di tutti rispetta l’identità. Non fa l’esame del sangue, ma inietta in tutti un amore viscerale, di Padre e di Madre, ci salva con il sangue del Figlio sulla croce. Anche la famiglia di Gesù non era regolare, “canonica”: la madre, si legge nei vangeli, è biologica, ma in modo misterioso; il padre (Giuseppe) non è padre, ne fa le veci, è putativo: si pensava fosse padre, ma non lo era. Dio ama tutte le famiglie e tutte le unioni, perché, dice il Libro Sacro, ha “viscere” di misericordia. Tradotto in italiano: l’utero di Dio è un infinito contenitore di misericordia. Grazie, Dio!!!».

Chiedo scusa se in conclusione giro il discorso, forse un po’ troppo, sul piano religioso: d’altra parte, sotto sotto, chi contesta la legge di cui sopra strizza l’occhio alla mentalità cattolica più chiusa e retriva, per motivi meramente elettoralistici. Il cardinale Carlo Maria Martini diceva: «Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili».

 

 

 

Non posso tenere famiglia

Il Papa ha aperto i lavori, insieme al premier italiano Mario Draghi, degli Stati Generali della Natalità promossi dal Forum delle Associazioni familiari e dedicato al destino demografico dell’Italia e del mondo: da una parte, lo “smarrimento per l’incertezza del lavoro”, dall’altra, i “timori dati dai costi sempre meno sostenibili per la crescita dei figli” e la “tristezza” per le donne “che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia”. Sono tutte “sabbie mobili che possono far sprofondare una società” e che contribuiscono a rendere ancora più “freddo e buio” quell’inverno demografico ormai costante in Italia.

La denatalità ha indubbiamente cause strutturali, plasticamente, mirabilmente e provocatoriamente individuate dal Papa, riconducibili peraltro alla crisi dell’istituto famigliare. Mi sono chiesto spesso però se la “stitichezza procreativa” sia una variabile dipendente dagli andamenti socio-economici o indipendente da essi e strettamente connessa alla mentalità egoista ed edonista che caratterizza il nostro tempo.

Qualche tempo fa un caro amico mi comunicò una semplice ma profonda riflessione: se i nostri nonni avessero indugiato nel fare valutazioni economiche e sociali, non si sarebbero mai sposati e non avrebbero certo fatto figli: c’era una miseria nera, imperversava la disoccupazione, la casa era un optional…Non vorrei quindi che le motivazioni attualmente addotte, peraltro oggettivamente ed indiscutibilmente realistiche, fossero un alibi, una sorta di copertura rispetto alla mancanza di coraggio e di spirito di sacrificio che, comunque, occorrono per decidere di sposarsi o convivere e di mettere al mondo dei figli.

Un tempo per giustificare certi comportamenti di chiusura egoistica si ricorreva alla  strategia cognitiva del “tengo famiglia”: la giustificazione morale di comportamenti normalmente considerati esecrabili fa appello alla necessità di rendere compatibili le proprie scelte con l’esigenza di salvaguardare l’integrità o la sussistenza, fisica o economica, della cellula familiare di chi le mette in atto, anche solo per garantirne la persistenza di uno status sociale o del livello raggiunto nel tenore di vita (perfino in presenza di alti livelli di benessere materiale, come accade, in molti casi, nei fenomeni della corruzione politica e dell’evasione e della frode fiscale)). La funzione consolatoria agisce anche in condizioni più affievolite, quando le azioni poco commendevoli siano ispirate dalla volontà di tener immune la propria famiglia da generiche ricadute negative. Questo atteggiamento rientra in una retorica dell’attaccamento alla famiglia (di cui il «tengo famiglia!» è l’espressione caricaturale) con cui è possibile giustificare, di fatto, ogni “rifiuto ad assumere impegni con estranei” e permette sempre di sottrarsi a responsabilità rischiose o gravose con pretesti legate alla sfera delle responsabilità familiari.

Oggi il discorso viene prevalentemente capovolto e di fronte alle difficoltà di vario genere ci si rifugia in un “non posso tenere famiglia”, che blocca le dinamiche etiche, demografiche e sociali. Con questo non intendo togliere la responsabilità a chi governa la società e l’economia, ma l’illusione che basti una diversa politica per sbloccare la situazione di una società ripiegata su se stessa e disperatamente vocata alla propria fine ingloriosa.

L’equilibrio passato era sostanzialmente garantito dal ruolo della donna, che fungeva da spugna rispetto ai problemi famigliari e sociali: svolgeva diligentemente la funzione riproduttiva, educava i figli, gestiva la famiglia, quadrava i conti, lasciava al marito il compito professionale, qualche volta si dedicava persino a qualche lavoro artigianale svolto all’interno delle mura domestiche, tra una cucchiaiata di pappa somministrata ai bambini e una scrupolosa pulizia dell’ambiente casalingo.

Il ruolo della donna e i rapporti interpersonali all’interno della coppia sono cambiati e si è tuttora alla ricerca di nuovi equilibri con l’aiuto degli appoggi esterni, più privati (i nonni) che pubblici (asili, scuole, etc. etc.), con il peso di una vera e propria inflazione educativa (scuola di danza, di musica, di nuoto, di ginnastica, di lingue, di tutto e di più), con l’assillo del divertimento a tutti i costi (week end, vacanze invernali, vacanze estive, etc. etc.).

Ricordo di avere captato i discorsi fra mamme: si lamentavano degli eccessivi impegni appioppati da loro stesse sulle deboli spalle dei figlioletti e facevano l’elenco simile a quello di cui sopra, in fondo aggiungevano il corso di catechismo. È detto tutto sul corto circuito educativo che regna in capo ai bambini. Forse c’è effettivamente un po’ di confusione in un palleggiamento di responsabilità fra persone e istituzioni, risultato finale: niente figli o figli educati alla meno peggio. Aggiungiamoci pure la mancanza della chioccia parrocchiale che un tempo funzionava fin troppo bene.

Il discorso del destino demografico va quindi posto, ma rimettendo ordine nei valori personali, nelle priorità educative, nel ruolo dei vari soggetti operanti e nelle politiche dei governanti. Non illudiamoci di partire dal fondo.

Le rughe attiniche dell’ordinamento regionale

Nella relazione annuale, pronunciata alla presenza delle alte cariche dello Stato, il presidente della Corte Costituzionale Giancarlo Coraggio non è stato tenero ed ha criticato duramente la gestione istituzionale dell’emergenza sanitaria. Ho ripreso di seguito quanto pubblicato al riguardo da Stampa e Repubblica.

Nel 2020, dice Coraggio, la pandemia si è sommata al «numero ancora elevato del contenzioso Stato-Regioni» che «affonda le sue radici ventennali nella revisione del titolo V della Costituzione, i cui problemi applicativi ancora non si possono dire risolti». 

L’effetto è stata una gestione a coriandoli: “il fatto è che la peculiarità implicita in un servizio nazionale, ma a gestione regionale, può essere risolta solo con un esercizio forte da parte dello Stato del potere di coordinamento e di correzione delle inefficienze sanitarie», sono «inevitabili i rischi di disomogeneità», il che comporta la lesione «dei livelli essenziali delle prestazioni. Il suo esercizio inadeguato non solo comporta rischi di disomogeneità, ma può ledere gli stessi livelli essenziali delle prestazioni”.

Il governo Conte, fin da febbraio dell’anno scorso, aveva rinunciato a esercitare la competenza esclusiva, pur garantita dalla Costituzione, in materia di profilassi sanitaria. Ciò ha impedito «l’unitarietà di azione che la dimensione nazionale dell’emergenza imponeva e impone». 

Ne consegue l’invito netto a ridurre la conflittualità tra Stato e Regioni.  Che Coraggio riassume in questa frase: “Oltre all’ormai costante richiamo alla leale collaborazione dello Stato e delle Regioni nelle materie di interesse comune o in ambiti posti al crocevia di una pluralità di competenze, appare anche opportuno invitare tutti gli attori istituzionali a riflettere sulla necessità di apprestare più efficaci meccanismi di prevenzione e risoluzione dei conflitti”. 

Emerge una nitida e impietosa fotografia dell’ingorgo istituzionale fra Stato e Regioni, che purtroppo ha caratterizzato e condizionato negativamente la gestione della pandemia da parte dei pubblici poteri. Ci siamo fatti trovare impreparati su molti piani, ma anche su quello delle competenze e delle responsabilità istituzionali. Il discorso va rivisto, perché la macchina non funziona. Non so fino a che punto il corto circuito sia dovuto ad assurdi protagonismi, a paradossali personalismi, a condizionamenti politici, a “primadonnismi” centrali e/o periferici, ad appetiti di potere. Di tutto un po’! Alla base di tutto però sta un assetto legislativo che favorisce sovrapposizioni di competenze, confusione di ruoli e rimpallo di responsabilità. Mai come nel caso della emergenza pandemica queste carenze istituzionali hanno impattato sulla pelle dei cittadini al punto da rimettere in discussione i cardini dello stesso ordinamento regionale.

Se è vero che le Regioni sono partite nel 1970 con una ventina d’anni di ritardo rispetto al dettato costituzionale è altrettanto innegabile che, a distanza di oltre cinquant’anni, l’ordinamento dimostra tutti i suoi limiti e difetti, tali da imporre una revisione profonda della legislazione in materia. La Corte Costituzionale, con le parole misurate ma precise del suo presidente, non ha fatto altro che certificare autorevolmente una situazione di gravissima inefficienza.

Non vorrei che il discorso tornasse alla storica ed anacronistica diatriba fra centralismo e regionalismo: il rischio sussiste, perché effettivamente la tentazione del colpo di spugna può essere molto forte.  Non vorrei altresì che, mentre nel ventennio preparatorio il dibattito fu condizionato dallo spettro del comunismo regionale strisciante, oggi rimettere mano all’ordinamento regionale significasse scatenare una rissa pseudo-ideologica tra il centro-destra più o meno leghista, che trova nelle regioni il compromesso di potere fra secessionismo e nazionalismo, e il centro-sinistra, che cerca l’ago della perduta identità popolare nel pagliaio della sbandierata (più che reale) efficienza regionale.  Della serie le regioni non si toccano perché fanno gioco a destra e sinistra.

 

Era ora, ma è molto tardi

“Per almeno 15 giorni ho da lavorare, da studiare, da fare altro. Se non emergono fatti straordinari nuovi preferisco fare a meno non solo di andare in televisione ma anche di rilasciare interviste”. Lo ha annunciato l’infettivologo Massimo Galli a L’Aria che Tira, su La 7.

È dall’inizio della pandemia che i cosiddetti scienziati, sollecitati da una vergognosa caccia allo scoop giornalistico sulla pelle e sulla psiche degli italiani, si contendono i palcoscenici mediatici alimentando, oltre tutto, incertezze e confusione dovuti ai loro pareri sparati alla viva il covid.

Spero che Massimo Galli, che giudico peraltro un sincero e competente, anche se un po’ stizzoso, professionista, possa fare scuola e indurre tutti i colleghi ad un proficuo silenzio stampa. Se ne sentiva veramente il bisogno.

Se un buon bicchiere di informazione verace fa indubbiamente bene, una sbornia di informazione fasulla altera la mente e confonde le idee. Massimo Galli forse passerà alla storia per avere dato più una lezione di democrazia e di corretto uso della libertà di stampa che di infettivologia.

Sulle ali di una deriva mediatica “tuttologa” siamo diventati tutti esperti di tutto, vale a dire che non sappiamo più “un cazzo di niente” e, cosa ancor più grave, non sappiamo più a chi rivolgerci per avere notizie e consigli veramente utili.

La sobrietà è la più grande delle virtù: tutto deve essere detto e fatto nelle giuste dosi, pena l’ottenimento di gravi e deleteri effetti contrari. Vale per gli scienziati, vale per i politici, vale per i giornalisti, vale per tutti.

Volete un esempio concernente l’area politica? Abbiamo davanti il semestre bianco, vale a dire il periodo durante il quale il presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere per evitare di forzare la vita politica a suo uso e consumo. I costituzionalisti la sapevano molto lunga. Per la verità Sergio Mattarella ha tenuto un comportamento da semestre bianco per tutta la durata della sua carica, ricoperta con esemplare equilibrio e senso di responsabilità. Ebbene si è già scatenata la gara del toto-quirinale: nel tritacarne sono già finiti Mario Draghi, Marta Cartabia e Pier Ferdinando Casini, ma siamo solo agli inizi. Tutte chiacchiere inutili e prospettazioni fantasiose, in cui anche il sottoscritto a volte rischia di cadere.

La società italiana si è da tempo trasformata in un mega-salotto in cui si esibiscono soprattutto nani e ballerine, alla ricerca di un autoreferenziale e comodo palcoscenico (ad esso peraltro fa riscontro il bar-sport globale della politica leghistizzante). Le televisioni offrono al riguardo occasioni mattutine, pomeridiane e serali: forse presto avremo anche i talk show in notturna per coloro che soffrono di insonnia. Su tutto questo ambaradan informativo incombe la pubblicità che non è più l’anima del commercio, ma la follia del finto benessere.

Stiamo sprecando libertà e democrazia in una corsa verso il velleitario arbitrio e la “nullocrazia”. Scrive Carlo G. Gabardini in un libro intitolato “Churchill il vizio della democrazia”: «Perché se è vero che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora, è bene che diventi un vizio, nella speranza che sia difficilissimo poi smettere». Per noi purtroppo la democrazia non è né un pregio né un vizio, è diventata un divertimento innocuo (?) per cittadini da far diventare scemi.

I Raggi grillini e i diametri piddini

Che il movimento cinque stelle sia nel pallone si è capito da tempo. È rimasto senza un leader degno di questo nome. Beppe Grillo è finito nell’auto-spazzatura di una vicenda sulla quale è meglio stendere un velo di pietoso silenzio: si è squalificato a vita entrando nel peggiore dei modi in una incresciosa e gravissima situazione che ha per protagonista il figlio, gettando manciate di merda sulla presunta vittima a preventiva discolpa dei presunti colpevoli: il più brutto garantismo messo in opera da un giustizialista spinto.

Sono da sempre stato convinto che il M5S consistesse in Grillo e niente più: finito lui è finito anche il movimento da lui letteralmente inventato e malamente gestito. Considero un colpo di coda l’invenzione di un nuovo leader individuato frettolosamente e disperatamente in Giuseppe Conte: non ha il carisma e non ha la visione politica di un leader. Mi sembra solo un dignitoso commissario liquidatore di un’azienda politica in fallimento. Anche con tutte le migliori intenzioni non può ricuperare una situazione irrimediabilmente compromessa: non ci sono idee, non c’è una politica, non c’è un minimo di compattezza, non c’è classe dirigente, soprattutto non ci sono più i voti.

Stupisce l’insistenza con cui Giuseppe Conte si accanisce terapeuticamente sul movimento somministrandogli dosi da cavallo di “raggismo” scaduto, inefficace e controindicato. Non capisco l’intestardirsi nella riproposizione di una candidatura rivelatasi sbagliata fin dall’inizio o forse addirittura prima dell’inizio. Posso comprendere la volontà di attaccarsi alla ciambella piddina: quando uno sta per affogare si attacca dove può. Ma volere imporre le regole per un salvataggio (quasi) impossibile mi sembra assurdo.

Non intendo colpevolizzare Virginia Raggi per tutti i mali che opprimono da molto tempo la vita della capitale italiana, ma nemmeno beatificarla sull’altare della salvezza pentastellata. Credo che il partito democratico sia perfettamente consapevole delle gravissime difficoltà in cui versa il M5S e che abbia non pochi dubbi e perplessità sulla stipula di alleanze con tale partito ormai senza capo e senza coda. Giuseppe Conte non può permettersi il lusso di imporre niente, figuriamoci se può lanciare degli ultimatum sul nome di Virginia Raggi. Se intende buttare all’aria tutto, ce la sta facendo.

Se la Lega poteva mai essere una costola impazzita della sinistra (lo teorizzava, non senza qualche seria motivazione, un politico di razza come Massimo D’Alema), il M5S non può essere considerato il figliol prodigo della sinistra. Per di più un figlio pieno di pretese che osa porre condizioni inaccettabili per l’eventuale ritorno a casa. Forse Conte vuole difendere una dignità irrimediabilmente perduta e anziché varcare la soglia si perde a gironzolare intorno a casa accampando assurde pretese. Come si suole dire, la deve bere da botte! Non può permettersi il lusso di fare lo schizzinoso.

Non deve essere facile trattare uno straccio di alleanza con Enrico Letta: forse Conte temerà che possa rivalersi su di lui con un “Giuseppi stai sereno” di renziana memoria. Deve però avere l’umiltà (imponendola anche ai galletti spennacchiati del movimento) di pagare alti prezzi, perché il PD, pur con tutti i limiti che evidenzia, mantiene un minimo di capacità nel trovare personaggi politicamente accettabili per ricoprire il ruolo di sindaco nelle grandi città. Nel baseball esistono le battute di sacrificio e credo che il M5S, se vuole arrivare a casa-base, ne dovrà fare parecchie. Tanto per cominciare, mettendo educatamente da parte Virginia Raggi, che è un po’ il simbolo della presuntuosa incapacità di gestire il potere da parte dei grillini, anche se forse d’ora in poi si chiameranno contini o contani come dir si voglia.

Seminatori, coltivatori e raccoglitori di zizzania

“La motivazione è e deve essere la vittoria, che deve entrare nel cervello dei calciatori, deve diventare un’ossessione per superare i limiti”: è la filosofia di Antonio Conte, allenatore dell’Inter, il cui sorriso ha persino ammaliato la piccante e frizzante Paola Ferrari, conduttrice della rubrica televisiva “novantesimo minuto” (cosa si vuole di più da un uomo?).    

“Nelle finali è difficile giocare bene, l’importante è vincere: se vai in campo con questa determinazione può girarti bene”: è la consolatoria teoria di Andrea Pirlo, allenatore della Juventus, avvinghiato alla sua “supercoppetta” conquistata qualche mese fa (cosa si pretende di più da un pirla qualsiasi?).

Dalla teoria passiamo alla pratica.

Durante i festeggiamenti per la promozione della Salernitana in Seria A, avvenuta dopo 22 anni, non sono mancati assembramenti e, in preda alla euforia, anche l’uso della mascherina non è stato sempre rispettato. In tilt per ore la circolazione stradale con le forze dell’ordine che hanno provato a disporre percorsi alternativi per tentare di decongestionare il traffico. E proprio a causa di questo traffico impazzito c’è scappato il morto: una tragedia ha funestato i festeggiamenti. Un giovane di 22 anni ha perso la vita durante il carosello che si è protratto, dal pomeriggio fino a tarda sera, per le strade della città. Stando a quanto si apprende il ragazzo era alla guida del suo scooter quando, per cause ancora in corso di accertamento, ha perso il controllo del mezzo a due ruote e si è schiantato contro un’automobile in sosta.

La partita tra Salernitana e Pescara, che ha sancito la promozione della prima e la peraltro già assodata retrocessione della seconda, ha avuto un vomitevole antipasto in un gravissimo atto di violenza e intimidazione a Salerno, dove la figlia 18enne di Gianluca Grassadonia, allenatore del Pescara, è stata aggredita sotto casa da parte di alcuni esagitati. È stato un preoccupante ed inquietante prologo per la sfida calcistica. In un certo senso tutto come da copione, prima, durante e dopo la partita.

Ho messo in corrispondenza biunivoca la teorizzazione nobile e altolocata con la concretizzazione popolana, anche se non direttamente connesse, ma ugualmente riconducibili al tremendo sciocchezzaio calcistico.

Le parole smisurate degli allenatori vengono lette in positivo anche se sono autentiche e pericolose cazzate: contribuiscono a creare un clima di forte tensione emotiva nel quale ci stanno poi anche le esagitate euforie e addirittura le smargiassate violente. È coccodrillesco piangere se in mezzo alla follia collettiva succede un episodio tragico, è ipocrita circoscrivere a pochi idioti un comportamento che trova le sue radici nelle prediche dei grandi e nelle stupidità dei molti.

Se vincere diventa un’ossessione, tutto è lecito pur di vincere e, se si vince, ci si sente superuomini a cui tutto è consentito. Non c’è niente di bello e comprensibile nelle feste trasgressive di Inter e Salernitana: gli sfoghi eccessivi a livello di squadra si traducono in bagarre piazzaiola dove tutto è possibile. Finiamola una buona volta con gli atteggiamenti indulgenti, diventiamo finalmente intransigenti.

Che un signore, superpagato per fare correttamente il proprio mestiere di allenatore, arringhi direttamente o indirettamente (forse, lo voglio sperare, inconsapevolmente e/o involontariamente) la folla (con tanto di placet dei porte-coton televisivi) è una vergogna. Che il calcio, con le mani sporche di affarismo, diventi lo sfogatoio del tifo dei frustrati è una miserevole contraddizione sociale. Che i media, omertosamente ed opportunisticamente inseriti nel fenomeno calcistico, continuino a pontificare, disquisendo sul tifo cattivo dei pochi che scaccerebbe quello buono dei molti, è un’inaccettabile sociologia spicciola.

Sullo sfondo si intravede la probabile sfida all’O.K Corral, innescata “ideologicamente” da Conte e Mourinho, allenatori rispettivamente di un’Inter ringalluzzita e di una Roma impaziente, che potrebbe ulteriormente trasformare il calcio in un vero e proprio far west. Forse però si tratterà solo di una edizione riveduta e scorretta della leggenda degli Orazi e Curiazi, con buona pace di chi desidera decantare “tartufescamente” le guerre del tifo buono nei duelli del tifo cattivo.

Zbrajäda continua

Durante la conferenza stampa per i lavori del Consiglio europeo, il premier Draghi è stato più volte ‘interrotto’ dal canto di un pavone che si trova nei giardini del Palacio de Cristal di Porto. Il presidente del Consiglio, sorridente sin dal primo verso dell’uccello, ha anche scherzato con i giornalisti presenti nella tensostruttura allestita per le conferenze dicendo: “questo ci accompagna da stamane”.

Il pavone è un bellissimo animale originario dell’India e in Oriente, proprio per la ruota che fa con la coda, è considerato un simbolo del Cosmo o del Sole, mentre in Occidente è il distruttore di serpenti. Secondo la leggenda, i colori cangianti delle penne della coda si spiegavano con la capacità di tramutare il veleno in sostanza solare, mentre gli occhi erano considerati simbolo dell’onniscienza di Dio. Se nella religione cristiana simboleggiava l’immortalità, a partire dal Medioevo il pavone ha iniziato a simboleggia la vanità e il lusso.

C’è un pavone politico, si chiama Salvini Matteo, che accompagna Draghi in continuazione, facendone il controcanto: ogni volta che il presidente parla in pubblico lui trova il modo di esibirsi in contrapposizione; sui diversi argomenti non manca mai di distinguersi in modo più o meno clamoroso ed eclatante; si parla addosso, o meglio, parla addosso al suo potenziale elettorato, discretamente spiazzato e, si dice, in fuga verso altri lidi.

Se Draghi intende essere cauto, lui ostenta spregiudicatezza; se Draghi spinge sull’acceleratore, lui tira il freno a mano; se Draghi pensa di tenere chiuso, lui vuole aprire a tutti i costi; se Draghi dichiara di volere spendere, lui dice di volere spandere; se Draghi strizza l’occhio agli Usa, lui punta a dialogare con la Russia; se Draghi esprime la volontà di attuare alcune riforme, lui chiede di mantenere le cose come stanno; se Draghi tiene ferma la situazione, lui minaccia di buttare tutto all’aria. Siamo arrivati al punto che il draghipensiero serve immediatamente a svelare e misurare il salvinipensiero. Siamo di fronte al leghismo di rimessa, alla Lega in costante ripartenza.

Mi chiedo fino a quando potrà durare questa assurda manfrina, fino a quando la ruota del pavone potrà incantare la gente senza trasformarsi in quella assai più modesta e penosa del tacchino.  È noto che sia i pavoni che i tacchini hanno in dotazione nella loro morfologia fisica, la bellissima “ruota di piume”, elemento di fondamentale utilizzo nel corteggiamento di coppia. Ma qual è la differenza tra i due? Mentre il pavone, orgoglioso della sua bellezza, mostra tutto il suo splendore in un primo impatto, ammaliando la femmina della sua specie con “il lato più bello” che viene esibito in modo tronfio e a testa alta, in una danza aggraziata e seducente… il povero tacchino, consapevole del suo aspetto poco attraente, deve faticare molto di più per far vedere il suo lato “bello”, facendo una serie di movimenti di gran lunga meno agili e aggraziati, impiegando tutta la sua tenacia e la sua pazienza per far emergere ciò che di bello c’è in lui.

Prima o poi succederà come nella barzelletta: una persona entra in un negozio molto ben approvvigionato e chiede una grossa quantità äd spirit äd contradisión. Il gestore tranquillizza il cliente e lo affida immediatamente alle cure della moglie specializzata in materia, chiamata immediatamente al bancone. Nell’attuale governo del Paese, come in quel negozio, non manca questo artificioso prodotto e sicuramente Draghi ha la presenza di spirito e lo humor necessario a sgonfiare il pallone o il pavone come dir si voglia.

Un tempo si parlava di stare con un piede nel governo e con l’altro all’opposizione, di occupare il potere e nello stesso tempo organizzare le proteste in piazza. Questa volta direi ancor peggio: si tratta di fare un vero e proprio doppio gioco, ma in modo clamorosamente scoperto, senza che la gente se ne accorga più di tanto. Prima o poi il gioco verrà allo scoperto, il pavone diventerà tacchino se non addirittura gabbiano, vale a dire uno strano uccello che si diverte a rovistare nella spazzatura, nel “rudo” e quindi non dimostra di essere un mostro di furbizia.

Visto che sono in vena barzellettiera chiudo con quella di quel tale che entra in farmacia per acquistare una scatola di preservativi. Volendo coprire il proprio imbarazzo, l’insolito cliente declama reiteratamente ad alta voce l’ordinazione, e prima di uscire dal negozio, in ossequio al proprio orgoglio machista e a dimostrazione delle proprie capacità amatorie, chiarisce a tutti: “Se quälcdón al n’avis miga ancòrra capì, mi sta sira a vag a …”. Il farmacista, seccato da questa penosa manfrina, ha la presenza di spirito di capovolgere il gioco, sbottando in una battuta che sotterra il cliente: “Guardi…le sue spacconate non hanno bisogno di preservativo. Non serve la museruola per un cane che abbaia e non morde”.

 

 

 

 

A scuola di ignoranza

Al dicastero dell’Istruzione si sta lavorando per creare “una scuola ‘affettuosa’, che sappia stare al fianco dei nostri bambini e ragazzi, che, partendo dai più fragili, sia punto di riferimento per tutta la comunità e le famiglie”, ha spiegato il ministro. Il numero uno del ministero dell’Istruzione è sicuro: “Avremo un’estate diversa: 510 milioni per dare continuità e per fare un ponte tra quest’anno e il prossimo. Le scuole inizieranno a valutare i ragazzi, facendo il punto di cosa sanno, su cosa devono sapere organizzando prima a giugno una valutazione che è un diritto degli alunni, ma anche un dovere. E poi a luglio e agosto, un recupero della socialità volontario”. “Stiamo dando delle opportunità come mai prima. Siamo fiduciosi, stiamo facendo una verifica, il clima è buono, si capisce che qualcosa è cambiato”, ha concluso il ministro Bianchi.

«Stiamo pensando a dei riconoscimenti per i professori che vogliono, che intendono lavorare dall’estate in avanti, per dare continuità e opportunità. Mettiamo a disposizione le risorse per la scuola e poi la scuola saprà come investirle meglio». A pensare ad un meccanismo premiale per il personale scolastico che garantirà il servizio nei mesi estivi è il Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi. Anche se un sondaggio de «La tecnica della scuola» rivela che il Piano Estate non piace a ben l’80% degli interessati, tra docenti (67.1%), genitori (22.9 %), studenti (7.8%) e personale Ata (1.5%), e che quasi 9 insegnanti su 10 ha detto di non volere partecipare alle attività, contro appena il 7.5% dei Sì, il ministero prosegue sulla sua strada: scuole aperte dopo giugno e per i mesi successivi, per recuperare le lezioni perse con la pandemia.

Il ministro parla anche di Dad (didattica a distanza): nella scuola del futuro la didattica a distanza sarà presente, ma non sarà «quella che abbiamo visto l’anno scorso». Una delle priorità sarà «la capacità da parte di tutti di usare tutti gli strumenti, altrimenti – ha avvertito – sarà un altro modo di discriminazione». Per questo, è necessario trasmettere «il senso critico nell’uso degli strumenti, anche degli strumenti che usiamo oggi. E gli strumenti vanno usati, perché ci permettono di allargare la nostra visione».

Da tempo, ascoltando i pressanti inviti a riaprire le scuole in presenza, superando i dubbi sui rischi comunque esistenti in tal senso, mi dicevo: se fossi il ministro prorogherei l’anno scolastico in modo da recuperare, almeno in parte, il tempo e il terreno perduto. Mi chiedevo però come avrebbero reagito insegnanti e famiglie. Ebbene eccomi servito: il ministro ha elaborato proposte molto interessanti con tanto di stanziamento di fondi. Lui è stato molto democratico, facendo un discorso a livello volontario. Io sarei andato giù duro istituendo l’obbligatorietà per questi recuperi di insegnamento e apprendimento.

Purtroppo sono stato servito anche dalla reazione negativa di quanti vivono nella scuola. Tutti la vogliono e nessuno è disposto a sacrificarsi: la botte scolastica piena e la moglie didattica ubriaca. Presumo che i docenti abbiano l’incontenibile desiderio di andare in vacanza, come se non ne avessero fatto abbastanza…Le famiglie, che nei mesi scorsi erano disperate perché non sapevano dove collocare i figli, ora preferiscono averli a casa per poter programmare e vivere le ferie estive. Gli studenti, tutto sommato, sembrano i più seri e i più disponibili.

Immagino che ci sarà anche la levata di scudi degli operatori turistico-alberghieri, che si vedranno sottratta una consistente fetta di potenziali vacanzieri.  Io capisco tutti, ma non si può ragionare così! Credo che la scuola si stia rivelando sempre più irriformabile alla faccia di un ministro che fa sul serio, di fondi stanziati e di opportunità offerte. Se il dopo-pandemia è questo, stiamo freschi. Poi non lamentiamoci se oltre il virus dilagherà l’ignoranza. Preferiamo l’ignoranza ad un po’ di impegno aggiuntivo. Che vergogna!

 

 

 

Lo zucchero concorrenziale e il “pillolone” oligopolistico

Mio padre amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini di scienza o di cultura. Diceva: “Se a Pärma a véna Sofia Loren i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè”. Senza nulla togliere ai meriti artistici della Loren, il discorso etico di mio padre mi sembra molto chiaro e quindi non aggiungo commento. Ne faccio però l’incipit morale per affrontare a modo mio la questione dei brevetti sui vaccini, che sta tenendo banco a livello di politica internazionale, ma anche nel solito stucchevole e insopportabile dibattito mediatico.

Parto da lontano. Come ricorda Antonio Lamorte su “Il riformista”, il 3 marzo del 1993 moriva a 86 anni all’ospedale della Georgetown University di Washington Bruce Albert Sabin. È diventato famoso anche come “l’uomo della zolletta di zucchero”: era stato infatti lui a ideare il più diffuso vaccino contro la poliomielite, che veniva somministrato con una zolletta imbevuta. Il suo nome viene spesso citato in questi giorni per via della pandemia da coronavirus, dell’andamento lento della campagna vaccinale, dei brevetti: chi propone di condividerli e chi dice che è impossibile.

“È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”, disse invece Sabin che visse una vita piuttosto rocambolesca, spesso drammatica. Non ha mai vinto il Premio Nobel per la Medicina ma è finito nel ritornello della canzone del film Mary Poppins con quel “poco di zucchero e la pillola va giù”. Un inno, allegro e inconsapevole, alla sconfitta di un’epidemia tragica.

Se Sabin così spesso viene tirato in causa in questi giorni è per la sua decisione di non brevettare la sua invenzione, rinunciando allo sfruttamento commerciale dell’industria farmaceutica. “Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”, disse e non guadagnò un dollaro dalla sua scoperta. Donò i ceppi virali all’Urss, superando le gare sull’orlo della Cortina di Ferro, tra Usa e Urss, in piena Guerra Fredda, e continuò a vivere del suo stipendio da professore. Molti lo tirano quindi in ballo per la campagna vaccinale, e la penuria di farmaci, contro il coronavirus che avanza a fatica in queste settimane, questi mesi.

La testimonianza esistenziale e scientifica di Sabin ci introduce, a contrariis, nella bagarre economico-sociale in cui ci dibattiamo. Come ho già avuto modo di annotare, la speculazione oligopolistica delle case farmaceutiche si è impadronita della salute degli uomini, impostandoci sopra colossali affari: sono partito citando “Il riformista” e quindi non voglio proseguire facendo il comunista fuori tempo massimo, ma che la mia salute dipenda dagli interessi delle multinazionali del farmaco non mi piace affatto. Nei miei insufficienti ma impegnati studi economici ho imparato alcune cose, che ben si attagliano al discorso brevetti sì-brevetti no in materia di vaccini anti-covid.

Semplifico a costo di fare una pessima figura e di rischiare la revoca di “quel pezzo di carta” che mi è costato “lacrime e sudore”. La libera concorrenza teorizzata da Adam Smith non esiste in concreto, perché automaticamente scade nell’oligopolio se non addirittura nel monopolio di mercato o di Stato. La proposta choc di Joe Biden tenderebbe, tramite la liberalizzazione produttiva conseguente alla eliminazione dei brevetti, a rivalutare la concorrenza, sperando che comporti benefici effetti a livello di quantità e qualità dei vaccini prodotti per sconfiggere il covid 19 così come altri vari ed eventuali virus.

Ai pubblici poteri non rimane altro da fare che tentare di arginare lo strapotere economico nella produzione e sul mercato tramite pochi e mirati interventi a salvaguardia degli irrinunciabili interessi collettivi fra cui certamente quello alla salute. Lo strumento dei brevetti non è certamente un toccasana: è l’ombrellino pubblico aperto in mezzo al diluvio privato. Se ho ben capito il presidente statunitense propone di chiudere l’ombrellino per buttarsi nella bufera, sperando che la tempesta perda d’intensità spezzettandosi in tanti temporali più facili da affrontare e da gestire. Lui sta facendo la parte del liberista tutto d’un pezzo (stavo scrivendo pazzo, ma mi sono subito corretto); molti altri governanti (?) invece fanno i programmatori dei miei stivali e si illudono di usare la stalla non tanto per bloccare i buoi, che sono scappati da tempo, ma per avere qualche vantaggio dalla macellazione e vendita dei buoi lucrando sulle joint venture e sugli introiti erariali.

Mi sembra, tutto sommato, uno scontro di retroguardia culturale e politico: una sorta di uovo-gallina, mentre il pollaio viene sbranato dalle faine. Una cosa è certa: il sistema economico non riusciamo a controllarlo neanche minimamente e neanche di fronte a catastrofi mondiali come quella della pandemia da coronavirus. Se il comunismo si illudeva di prendere in mano la produzione guidandola e gestendola dall’alto, il capitalismo vuol farci credere che basta un poco di zucchero concorrenziale per mandar giù il pillolone sistemico dell’ingiustizia. Rifiuto lo zucchero e naturalmente il pillolone!

Non basta infatti togliere i brevetti per mettere in grado le potenziali aziende farmaceutiche di produrre un vaccino di alta qualità. E gli investimenti chi li fa? E la qualità del prodotto chi la garantisce? E chi può evitare che le aziende trovino la scorciatoia di accordi per guidare produzione e mercato?

Dall’altra parte mantenere i brevetti ci porta al casino che stiamo vivendo in questo periodo: i pubblici poteri non sono stati nemmeno in grado di contrattare dignitosamente con la grande industria farmaceutica, si sono presentati con il cappello in mano e hanno accettato tutto quello che forniva la casa, vale a dire vaccini sperimentati alla “cazzo di cane” e distribuiti alla “pene di gatto”. Mi rifugio all’ombra di Sabin, che nel frattempo si scaravolterà nella tomba, ma ci guarderà dal seno di Abramo mentre noi stiamo sprofondando nei tormenti dell’inferno di una società a misura di demonio (Luca 16,19-31).

Mi scuso per la faciloneria, il pressapochismo, la demagogia e la scurrilità del mio argomentare, ma assistere all’impotenza assoluta di chi dovrebbe difendere i poveri, mi rende particolarmente nervoso verso i politici e astioso verso i ricchi. Qualsiasi regola mi andrebbe bene purché togliesse potere ai ricchi per “sollevare l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialzare il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo” (salmo 112).

La politica frettolosa fa gli italiani ciechi

Si ricomincia a parlare e scrivere dell’elezione del nuovo presidente della repubblica intrecciando “retroscenicamente” discorsi di carattere istituzionale e di tipo politico. La storia insegna che le nomine del capo dello Stato sono sempre avvenute in barba alle previsioni e sulla base di accordi politici piuttosto estemporanei e al di fuori dei rigidi schieramenti partitici. Ciò non toglie che la scelta quirinalizia abbia uno forte valenza politica e possa influenzare l’evoluzione della politica stessa. La nostra non è una repubblica presidenziale, ma comunque i poteri e le aree di influenza del capo dello Stato sono molti e possono incidere in modo determinante sulla vita del Paese.

Il presidente uscente, Sergio Mattarella, ha fatto sapere da tempo che all’inizio del 2022 non intende candidarsi ad una riconferma, ritenendo addirittura opportuna al riguardo una modifica costituzionale che eviti comunque tale eventualità. Mi permetto di non essere d’accordo con Mattarella, né per questo momento storico né in linea generale. Non vedo perché si debba escludere a norma di Costituzione il rinnovo dell’incarico: capisco la preoccupazione di garantire un certo rinnovamento e di evitare la personalizzazione dei rapporti a livello istituzionale, ma anche la continuità può essere un dato positivo così come il consolidamento di certe impostazioni.  Non mettiamo quindi limiti alla parlamentare provvidenza.

L’altra pedina fondamentale sulla scacchiera è quella di Mario Draghi: di lui si parla come del successore di Mattarella, come del personaggio più attrezzato per ricoprire la massima carica dello Stato. Senza nulla togliere al valore di Draghi, sono del parere che a ricoprire l’incarico di presidente della repubblica ci voglia una persona di alta capacità e sensibilità politica, doti che non vedo spiccare dal curriculum draghiano.

Sarebbe molto meglio che Draghi rimanesse al posto che ricopre attualmente e che continuasse a presiedere l’attuale governo o un altro governo che potesse rimettere in piedi il Paese. È inutile nascondere che in molti lo considerino un inquilino scomodo di palazzo Chigi e che quindi ci sia per lui l’ipotesi del “promoveatur ut amoveatur” al fine di agevolare un ritorno della politica nell’alveo politicante. Se andasse al Quirinale, come presidente del Consiglio avrebbe i mesi contati.  I partiti si sentono vedovi dei loro riti e delle loro prerogative e quindi scalpitano per tornare alla piatta normalità a nulla valendo la considerazione del basso livello dell’attuale classe politica e della straordinarietà del periodo storico che stiamo faticosamente vivendo. In poche parole temono che la dieta draghiana possa preludere all’imposizione di un’anoressia al potere: meno si mangia e meno si mangerebbe (l’allusione al verbo mangiare è puramente casuale).

I discorsi e i progetti governativi avviati da Draghi esigono una certa continuità, sono troppo impegnativi per essere consegnati ad una nuova compagine governativa di cui al momento non si intravede la fisionomia adeguata. Draghi deve rimanere al suo posto almeno fino al 2023, vale a dire fino alla scadenza normale per le elezioni politiche. Poi si vedrà: non mi stupirei se ci fosse la necessità di un supplemento governativo pur sciacquato nell’Arno democratico elettorale. Se è vero che la gatta frettolosa fa i gattini ciechi, è molto probabile che una destra populista e sovranista faccia l’Italia miope e una sinistra inconsistente e inconcludente faccia l’Italia presbite. Lasciamo che Draghi metta gli italiani in grado di vedere distintamente vicino e lontano, operandoli di cataratta con l’inserimento di un cristallino artificiale di carattere socio-economico. La metafora può sembrare scontata e banale, ma non lo è.

Qualcuno sta ipotizzando di salvare capra e cavoli, vale a dire di piazzare Draghi al Quirinale fra un anno, sostituendolo a palazzo Chigi con Marta Cartabia, degna erede e persona capace di proseguire al meglio l’impegno della tecnica a stretto servizio della politica. Dico subito che, a prescindere dal valore dell’interessata, non vedo in lei come in nessun altro la capacità di proseguire e portare a termine il compito iniziato da Mario Draghi. In questo momento mi sento di affermare: après Draghi (e Mattarella) le déluge …

Ebbene forse abbiamo trovato la combinazione vincente, l’abbinata Mattarella-Draghi. Lasciamoli per un po’ di tempo al loro posto, non affidiamoci ai Dulcamara di destra ed ai Nemorino di sinistra, non facciamo battere il cuore a destra come se fosse un Meloni e non cerchiamo il freddo per il Letta.