L’Orlando poco furioso e molto debole

La partita occupazionale è obiettivamente l’altra faccia della medaglia covid: da una parte le vittime morte e sepolte, dall’altra i disoccupati in mezzo alla strada. È un accostamento di gusto piuttosto macabro, ma, volendo proseguire su questa strada, mentre i morti dovrebbero calare, i disoccupati rischiano di crescere a dismisura. Finora il problema è stato messo in frigorifero utilizzando la cassa integrazione, strumento che ha dimostrato tutta la sua utilità, ma che non basta a risolvere il problema delle numerose e non passeggere crisi aziendali.

Il discorso è estremamente delicato e ne sta facendo le spese politiche il ministro del lavoro Andrea Orlando. Da quanto sono riuscito a leggere non ho sinceramente capito se, costretto sulla difensiva, si stia facendo degli autogol, se, obbligato ad intervenire, stia rischiando di mettere il dito tra la moglie confindustriale ed il marito sindacale, se, incapace di mediare seriamente, stia dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, se, poco autorevole e preparato in materia, stia prendendo botte da tutte le parti come nel teatro dei burattini.

Non sono un grande ammiratore di Orlando pur ritenendo che il suo valore politico non debba essere tarato sull’aria un po’ dimessa con cui si presenta in un mondo di insopportabili esibizionisti. Credo che Mario Draghi dovrà supportarlo a dovere e forse non basterà perché la materia è veramente incandescente.

Ci vorrebbe una concertazione alla Carlo Azeglio Ciampi anche se i tempi sono cambiati e le situazioni tendono a sfuggire di mano. L’importante però sarebbe che Confindustria non pretendesse una vera e propria liberistica licenza d’uccidere e che il sindacato non intendesse dichiarare una guerra comunisteggiante contro tutto e tutti. I toni non lasciano sperare niente di buono

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, punta il dito contro il ministro del Lavoro Andrea Orlando in un’intervista al Messaggero sulla questione della proroga del blocco dei licenziamenti a fine agosto: “Avevamo incontrato il ministro ed era stato trovato un accordo per prorogare il blocco al 30 giugno. Poi ci siamo trovati di fronte a un cambio di metodo inaspettato e inaccettabile”.

Protesta sull’altro fronte della barricata anche Maurizio Landini: “Per noi la partita sul blocco dei licenziamenti non è chiusa” ha detto il segretario generale della Cgil. Secondo Landini, vi è il rischio che dal primo luglio vi saranno migliaia di persone senza lavoro e questo perché il Governo ha “ascoltato un po’ troppo Confindustria”. Il confronto tra Governo e parti sociali, spiega Landini, è avvenuto 20-30 giorni fa e si erano registrate posizioni diverse, con Confindustria contraria, Confapi che aveva proposto di prorogare il blocco fino ad agosto e i sindacati che volevano proseguisse fino ad ottobre. “Non si era arrivati a condividere una posizione – fa notare il leader sindacale – poi sui giornali si legge che Confindustria aveva un accordo con qualcuno, ma non si capisce con chi”.

In un clima simile, fatto di sfiducia, incomprensione e faziosità, non so dove si vada a finire. Insisto col dire che non si può pretendere di salvare le aziende con un bagno di sangue a livello dei lavoratori, ma non si può nemmeno pensare di continuare a tener i lavoratori in bilico ed a busta paga della collettività. Quando si dice che la pandemia ha messo in crisi il sistema economico ed il modello di sviluppo si è nel giusto. Ora però viene il bello. Penso che le parti sociali debbano rendersi disponibili a grossi sacrifici nell’ambito di una concertazione che preveda riconversioni industriali e mercantili, flessibilità occupazionale e investimenti pubblici e privati.

Non cominciamo a parlare di scioperi e non facciamo assurde polemiche contro il governo. La partita è colossale e partire col piede sbagliato potrebbe essere disastroso. Non nascondo che il Partito democratico si gioca molto della sua credibilità e capacità con il ministro Orlando: guai a lasciarlo solo e a farne una vittima sacrificale mentre magari Enrico Letta si esercita a fare il fine dicitore a latere del governo.

Da parecchio tempo il nodo essenziale della sinistra politica è proprio quello di coniugare la difesa dei diritti a livello sociale (il lavoro è quello più clamorosamente importante e decisivo) con la scarsità dei mezzi finanziari a disposizione, ristrettezza che impedisce di salvare le aziende come si poteva fare un tempo (magari sbagliando…) e di far portare certi pesi alla collettività (non c’è più trippa per i gatti). Se questa sfida era problematica prima della pandemia, immaginiamoci ora…

A livello macroeconomico vedo una politica fiscale che favorisca al massimo chi investe in settori “puliti” ed innovatici creando posti di lavoro e penalizzi i patrimoni improduttivi. Verrò immediatamente tacciato di demagogia…Ci vorrà molto tempo ed è difficile prevedere cosa potrà succedere nel frattempo. Una cosa è certa: le polemiche non servono a niente!

Il romanzo del maestro Mattarella

Il 23 maggio, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto visita all’Istituto Comprensivo Fiume Giallo – Scuola Primaria Geronimo Stilton di Roma, per la presentazione dell’ottava edizione de Il Mio Diario, l’agenda scolastica della Polizia di Stato.
Mattarella ha risposto ad alcune domande poste dai piccoli studenti e tra queste ha molto colpito quella di un bambino: «Buongiorno Presidente, mi chiamo Alessio e vorrei chiederle qual è la cosa migliore che noi possiamo fare per l’Italia».

Mattarella è andato al microfono, giustamente collocato sopra una cattedra, e ha risposto: «Abitualmente si dice che la cosa importante a scuola sia “studiare”. Studiare è naturalmente importante, ma io vi dico un’altra cosa, forse la più importante: “aiutarsi reciprocamente”. Aiutarsi nelle difficoltà – non nel copiare, perché le regole vanno rispettate -, aiutarsi nelle cose in cui ognuno ha bisogno di essere sostenuto. Se qualcuno ha un problema con una materia o con qualche compito, aiutarsi vicendevolmente è molto importante. Aiutarsi, per esempio, se uno ha difficoltà a camminare per qualche problema, per un incidente: aiutarlo è importante. Questo vale all’interno di una scuola, in qualunque paese o in una grande città, vale anche in un grande Paese come l’Italia.  Se ci si aiuta vicendevolmente, si vive meglio e ciascuno sta meglio.  Vivere insieme significa che ognuno ha bisogno degli altri e quindi aiutarsi rende migliore la vita di tutti quanti. Questa è probabilmente la cosa più importante da fare. Noi stiamo passando attraverso la grave esperienza della pandemia. In questo anno, ancora una volta, abbiamo imparato che dipendiamo gli uni dagli altri, che abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri: abbiamo avuto bisogno dei medici, degli infermieri, delle persone che lavorano per fornirci di beni, come il cibo, che conducono gli autobus per poterci muovere e così via. Abbiamo bisogno gli uni degli altri e quindi, in definitiva, aiutare gli altri significa aiutare se stessi. Quando ci si aiuta, si vive meglio. Non soltanto ne riceve un vantaggio e un beneficio la persona che viene aiutata, ma anche colui che aiuta, perché l’aiuto è sempre in direzione vicendevole. Quindi, questo è quello che vi suggerisco da bambini e…da grandi.  Ogni tanto da grandi questo si dimentica e non ci si aiuta abbastanza a vicenda e si vive peggio. Si vive insieme e quindi si deve vivere aiutandosi. Che cosa desiderate voi in casa o a scuola? L’armonia, la serenità, andar d’accordo. Aiutarsi a vicenda è quello che va fatto, è il modo in cui si vive meglio, a scuola, in città, in Italia, da bambini e da grandi. Ricordatelo sempre, vi prego: aiutarsi vicendevolmente è la cosa più importante che tiene insieme e fa vivere meglio. Auguri bambini e buono studio!».

Non è un caso che ultimamente il Presidente Mattarella abbia scelto i bambini quali interlocutori delle sue esternazioni: lo ha fatto per confidare, fuori dai pettegolezzi istituzionali, la sua intenzione di concedersi il riposo alla scadenza del suo mandato e lo ha fatto per parlare ai bambini affinché anche e soprattutto i grandi intendano. Un messaggio bellissimo e commovente nella sua essenziale ma coinvolgente semplicità, oserei dire deamicisiana. Parola d’ordine: aiutarsi!

Mi permetto di rivolgere al Presidente, assieme ad un caloroso ringraziamento, un timido invito: l’Italia, gli italiani, i bambini e i grandi hanno ancora bisogno del suo aiuto. Rimanga ancora un po’ a sostenerci perché abbiamo tanti problemi in tutte le materie, siamo in difficoltà in tutti i compiti, facciamo fatica a camminare. Ci aiuti a vivere nel segno della solidarietà, a capire che, per usare e ripetere le sue parole, “aiutarsi vicendevolmente è la cosa più importante che tiene insieme e fa vivere meglio”.

La giungla burocratica ed il leone mafioso

Il governo preannuncia misure atte a dare un taglio alla burocrazia ed a consentire cantieri più rapidi (salterebbe la soglia dei subappalti e scatterebbe l’assegnazione all’offerta più bassa), in modo da rendere più immediata e forte la spinta impressa all’economia dal Recovery Plan. Di fronte a questa prospettiva è suonato immediatamente l’allarme dei sindacati, preoccupati per l’eliminazione dei controlli e per i rischi potenzialmente provenienti dalla foresta mafiosa.

Non è la prima volta che si pone il problema di coniugare la riforma burocratica con la difesa della legalità e della correttezza nelle procedure per l’assegnazione e lo svolgimento dei lavori pubblici. C’è un equivoco di fondo da cui sgombrare il campo: non è con una giungla burocratica che si bloccano i leoni in cerca di appalti facili; non è con un labirinto di adempimenti formali che si combatte l’evasione fiscale.

La quadratura del cerchio dovrebbe consistere in un sistema virtuoso di controlli: nella confusione burocratica trova facile rifugio chi vuole lavorare nell’ombra; smascherarlo non è compito che si assolve dietro le scrivanie, ma sul campo. Altrimenti finisce che vengono colpiti gli ingenui e non gli sporcaccioni.

Sarà la volta buona per avviare una riforma burocratica di cui si parla da decenni? Non sottovaluto i rischi a cui fa riferimento il sindacato: lo snellimento non deve andare a ledere i diritti dei lavoratori e le garanzie degli utenti, ma non si può mantenere lo status quo per difendere gli occupati a scapito dei disoccupati, così come non si deve difendere la continuità di chi è comodamente seduto a scapito di chi sta precariamente in piedi.

Due caratteristiche negative della nostra società sono costituite dal peso enorme della burocrazia, che paradossalmente va d’amore e d’accordo con la presenza delle mafie. Bisogna rompere questo tacito equilibrio: è un discorso enorme che deve essere affrontato e sul quale finora la politica ha chiacchierato molto e concluso poco. L’Unione europea ha perfettamente ragione a pretendere una decisa azione italiana in tal senso quale condizione per usufruire dei fondi comunitari. Non credo che gli altri stati-membro, almeno i più evoluti, abbiano simili palle al piede, anche se mi si dice che certi Stati siano maestri nel fare apparire come luccicante ciò che oro non è. Forse il pulpito europeo non è il massimo per una giusta predica anti-burocratica: una ridondante, costosissima ed autoreferenziale tecno-struttura domina sulle istituzioni europee. Comunque l’Italia deve uscire dall’imbuto burocratico pena la neutralizzazione di ogni e qualsiasi sforzo innovativo a livello legislativo ed amministrativo e la tarpatura delle ali di ogni e qualsiasi sforzo a livello del privato e del privato-sociale.

Sia chiaro che la nostra struttura burocratica non è costituita da un esercito di incapaci allo sbaraglio, è fatta, almeno in moltissimi casi, di gente capace e preparata che respira però col solo polmone della difesa del proprio potere, mentre non funziona quello civico del servizio al cittadino ed al Paese. Finora la politica ha parlato di burocrazia senza conoscerla, finendo solo con lo scaricare su di essa il barile delle proprie responsabilità. Per combattere un male bisogna conoscerlo, altrimenti se ne resta paralizzati. Dal governo tecnico-politico di Mario Draghi mi aspetto un’inversione di tendenza ed al riguardo mi lascia ben sperare la dimestichezza burocratica di parecchi ministri collocati nei posti chiave. Qualche bastian contrario obietterà: ci illudiamo di combattere la burocrazia piazzando dei burocrati nei ministeri chiave? Nessuna illusione, solo la speranza che possa esserci qualcuno che osa prendere il toro per le corna a costo di prendere qualche (s)cornata.

 

Lo “scoprifuoco” del giro d’Italia

«Ma tu hai il coraggio di seguire il giro d’Italia di ciclismo?»: il mio alter ego è in vena di prendermi in giro e mi coglie in fallo. D’altra parte non posso passare tutto il tempo a scervellarmi sul nulla sistemico ed a piangere sul nulla esistenziale. Bisogna pur vivere…

Ragion per cui ho provato, seppure distrattamente a guardare la rai che porta in giro per l’Italia il carrozzone del giro d’Italia. Innanzitutto, vedendo il putiferio scatenato sulle strade, mi sono chiesto cosa avranno pensato i ristoratori e tutti coloro ai quali la riapertura viene giustamente somministrata col contagocce. Che senso ha chiudere la stalla alle ventidue e poi alle ventitré, se poi durante il giorno sobilliamo i buoi a scappare in strada, muggire di entusiasmo ed aggregarsi alla carovana in giro per l’Italia. È una presa in giro!

Ma non è l’unica contraddizione in termini. Durante la farneticante non stop giornaliera si assiste alle piroette del ballerino Davide Cassani: è un dirigente sportivo, ex ciclista su strada e commentatore televisivo italiano. Professionista dal 1982 al 1996, vinse due tappe al Giro d’Italia. Dal gennaio del 2014 è commissario tecnico della nazionale italiana maschile di ciclismo su strada. Altro che Fregoli! Sì, perché lui ci aggiunge anche la ciliegina e ogni tanto spunta come interprete in voce negli spot pubblicitari di Suzuki Hybrid, proponendosi come testimonial perfetto per raccontare in modo autentico e incisivo i pregi e i vantaggi della tecnologia di questa vettura. Un tempo si diceva che non si può portare la croce e cantar messa, Cassani fa tutti i mestieri possibili e immaginabili nel mondo del ciclismo alla faccia dei conflitti di interesse e del buongusto.

Poi tutti alla spasmodica ricerca della nobilitazione del carrozzone. Elia Viviani è un ciclista professionista che corre per la Cofidis ed è attualmente impegnato nel giro d’Italia dove ha raccolto 2 terzi posti: per il 32enne di Vallese di Oppeano (Verona) l’onore di essere il primo ciclista scelto come alfiere porta-bandiera ai prossimi giochi olimpici di Tokyo. Campione olimpico a Rio nell’omnium, la specialità della pista che riunisce scratch, corsa a eliminazione, cronometro e corsa a punti. Sprinter di professione, 79 vittorie in carriera, tra cui un campionato europeo, un campionato italiano, tappe al Giro, al Tour e alla Vuelta. È il vero iniziatore, con le sue imprese, dell’attuale, straordinaria epoca della pista azzurra. Complimenti a lui, ma ne hanno immediatamente fatto l’agnello sacrificale che purifica un mondo fatto di meri interessi commerciali.

Poi lasciassero in pace Gino Bartali, che è stato naturalmente tirato in ballo, rispettassero la sua fulgida memoria: lui sì che sapeva coniugare lo sport con l’etica e l’impegno civile. Gli hanno dedicato una tappa, così, tanto per mettere un po’ di affarismo sotto il tappeto e per buttare un po’ di fumo negli occhi agli allocchi (me compreso).

Poi viene il bello: la retorica del Bel Paese e delle sue bellezze naturali ed artistiche celebrate con le telecamere a volo d’uccello in parallelo alla corsa. Ricordo che mia sorella, allora presidente del Consorzio dei Boschi di Carrega, si oppose strenuamente al passaggio della carovana “girina” ritenendo che fosse un attentato alla salvaguardia del patrimonio naturale custodito in quel parco. Ma oggi più che mai tutto fa brodo, l’importante è chiacchierare e produrre fumo.

Alla fine sento una vocina che mi dice: «Te l’avevo detto di lasciare perdere, ma tu hai voluto fare di testa tua e allora…beccati il giro d’Italia e poi non lamentarti perché ti prendono in giro…».

 

 

 

 

Formigoni e cicaloni

Il Consiglio di garanzia del Senato ha confermato con tre voti favorevoli e due contrari la decisione assunta in precedenza dalla Commissione contenziosa di restituire il vitalizio ai condannati in via definitiva. La decisione riguarda anche la posizione di Roberto Formigoni condannato per corruzione. Sulla questione si è scatenato un vero e proprio scontro politico. Ha fatto molto discutere il caustico commento dell’ex ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina: “Come scatarrare sui cittadini onesti”, a cui naturalmente hanno risposto gli avversari addebitandogli figurativamente i danni dei banchi con le rotelle.

Roberto Formigoni è stato presidente della Regione Lombardia dal 22 aprile 1995 al 18 marzo 2013. Condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi di reclusione per corruzione, è stato detenuto nel carcere di Bollate dal 22 febbraio al 22 luglio 2019, quando gli è stata concessa la detenzione domiciliare, in quanto ultrasettantenne, come richiesto dalla difesa.

Al movimento cinque stelle, a corto di argomenti politici, non è parso vero di sfogare la propria strumentale indignazione. “Il condannato per corruzione Formigoni riprende il vitalizio, e con lui gli altri ex senatori riconosciuti colpevoli di gravi reati. Dal Senato arriva un nuovo schiaffo ai cittadini italiani: la Lega e Forza Italia se ne assumono la responsabilità di fronte al Paese. Il Consiglio di Garanzia, in cui non siede il M5S dopo il tradimento di un nostro ex senatore, ha deciso di respingere il ricorso avanzato dall’amministrazione di Palazzo Madama contro la sentenza di primo grado con la quale la commissione Contenziosa aveva annullato la delibera Grasso del 2015” affermano in una nota gli esponenti del MoVimento 5 Stelle Paola Taverna, vice presidente del Senato, Laura Bottici, questore di Palazzo Madama e Gianluca Perilli.

“Finché c’era da assegnare i privilegi ai pochi della casta si faceva valere l’autonomia del Senato, ora che invece c’è da applicare regole di civiltà e rigore, l’autonomia non serve più e ci si appella in modo strumentale addirittura alla legge su Reddito di Cittadinanza e Quota 100 nonché a sentenze interpretate in modo forzato. Dopo decenni si sono accorti che i parlamentari potrebbero avere le stesse regole dei cittadini, ma lo fanno nell’unica volta in cui questo serve a difendere un privilegio. Evidentemente non conoscono vergogna. Noi non ci arrendiamo e domani rilanceremo la nostra battaglia con nuove proposte” dichiarano i pentastellati.

Roberto Formigoni ha diritto, per legge, alla pensione. O almeno, è quel che ha deciso già un mese fa la commissione Contenziosa del Senato, presieduta da Giacomo Caliendo (Forza Italia), accogliendo il ricorso dell’ex governatore lombardo. L’organismo guidato dall’ex sottosegretario alla Giustizia, aveva annullato la cosiddetta delibera Grasso.

La decisione della commissione contenziosa del Senato è di carattere generale, non riguarda – va specificato – solo Formigoni, che si era visto revocare la pensione e il vitalizio nel 2019, in seguito alla conferma della condanna per corruzione nell’ambito del processo Maugeri-San Raffaele (nel 2019 Formigoni e altri sono stati condannati a 47,5 milioni di risarcimento erariale). Il consiglio di presidenza di palazzo Madama aveva dato atto a una delibera approvata nel 2015 che prevede la sospensione della erogazione di pensioni e vitalizi per i parlamentari condannati in via definitiva.

La decisione di riassegnargli il vitalizio, secondo Formigoni, riconosce evidentemente la fondatezza del ricorso presentato dai suoi legali dopo il provvedimento, che aveva congelato pensione e vitalizio, portandolo a vivere, in “gravi ristrettezze economiche”. La delibera Grasso-Boldrini, approvata sei anni fa dai due rami del Parlamento, non prevede alcuna deroga per malattia o difficoltà economiche: i vitalizi devono essere sospesi a tutti quegli ex parlamentari condannati in via definitiva per “reati di particolare gravità”. La corruzione rientra tra questi.

Il discorso non mi interessa più di tanto, ma mi sembra che, giuridicamente parlando, le deliberazioni del 2015 siano state considerate contro la legge in quanto il vitalizio del parlamentare in Italia è una erogazione mensile godibile, al termine del mandato parlamentare, in base al conseguimento di alcuni requisiti di anzianità di permanenza nelle funzioni elettive. L’erogazione di un trattamento economico vitalizio, alla cessazione della carica e comunque al superamento di una soglia di età anagrafica, è un istituto che nell’ordinamento italiano è riservato ai deputati, ai senatori e ai consiglieri regionali.

Non mi unisco alle grida pentastellate: le ritengo un‘inutile modo di infierire contro un condannato. Tuttavia mi sembra ridicola l’argomentazione delle ristrettezze economiche e, se anche fosse, non me ne preoccuperei più di tanto, non per antipatia verso l’uomo, ma per serietà verso chi veramente soffre di gravi problemi economici.

Se Roberto Formigoni avesse voluto fare un auspicabile canto del cigno, avrebbe dovuto rinunciare sua sponte a questo vitalizio. Ne avremmo ricavato un beneficio tutti: lui che avrebbe ricuperato dignità al di là della pena che sta scontando; le istituzioni parlamentari impastoiate in un falso, cavilloso e vergognoso problema; i partiti politici incapaci di obiettività e di imparzialità; l’opinione pubblica costretta a scandalizzarsi come se già non ci fosse sufficiente fieno nella squalificata cascina della politica.

E poi, lasciatemelo dire, non accetto quella punta di cattiveria che si usa verso Formigoni, un uomo che sta soffrendo e quindi merita rispetto, un politico, si badi bene, che non mi piaceva, ma che avrei voluto vedere sconfitto non con delle condanne penali, ma con la dimostrazione di una politica sanitaria sbagliata. La giustizia ha fatto il suo corso, al resto ci ha pensato il coronavirus. Adesso finiamola.

 

 

Stilnovismo draghiano

Il premier Mario Draghi ha tenuto una conferenza stampa per la presentazione del decreto varato dal governo su “Imprese, lavoro, giovani e salute”. In coda al botta e risposta, a cui hanno partecipato anche i ministri Franco e Orlando per quanto di loro competenza, il giornalista Carlo Di Foggia del “Fatto quotidiano” ha posto una domanda sibillina a Draghi: «Un leader della sua maggioranza, Matteo Salvini, la candida, quasi ogni giorno a succedere a Sergio Mattarella, che di recente ha chiarito di non essere interessato ad un secondo mandato. Lei cosa si sente di rispondere a questi solleciti? Li trova inopportuni? Si sente di escludere una tale eventualità? Intende ribadire che la scadenza naturale del suo governo è la fine della legislatura nel 2023?».

Mario Draghi, sfoderando tutto il suo simpatico aplomb, ha risposto col sorriso sulle labbra: «Caro Di Foggia, trovo estremamente improprio, per essere gentile, che si discuta del capo dello Stato quando è in carica; l’unico autorizzato a parlare del capo dello Stato è il presidente della Repubblica». Una lezione di misura e di stile di cui si sente un gran bisogno.

Un amico, peraltro molto intelligente, serio e profondo nelle sue analisi socio-politiche, mi ha fulminato con una battuta provocatoria di cui lo ringrazio: “Affidarsi ad un banchiere e ad un generale dell’esercito significa certificare la fine della politica…”. In teoria ha perfettamente ragione, ma bisogna ragionare. La gravissima situazione di emergenza continua, che stiamo vivendo e vivremo per un bel pezzo di strada, ha evidenziato clamorosamente i gravissimi limiti della classe politica italiana (e non solo italiana): qualcuno a destra ci ricama sopra un de profundis anti-democratico, qualcuno a sinistra teme addirittura la caduta della democrazia. Non c’è nulla di che gioire e nulla di che disperarsi: se è vero che la politica è l’arte del possibile, niente di male se gli artisti si trovano al di fuori dei tradizionali canali della politica. Non è il momento di sottilizzare e di pontificare a vanvera, meglio accettare i supplenti di lusso piuttosto che insistere con i titolari incapaci e inaffidabili.

Mario Draghi è un banchiere fino a mezzogiorno, sta dimostrando, se ce n’era bisogno, di avere una visione politica a livello italiano, europeo e mondiale e soprattutto di avere uno stile molto affascinante e rassicurante. Mi sembra di ricordare che Walter Veltroni abbia recentemente sostenuto come sia il tempo della politica basata sulla competenza e caratterizzata dalla professionalità. Non bisogna esagerare togliendo ad essa il respiro popolare che deve avere, ma non bisogna nemmeno fare gli schizzinosi e insistere sul nulla.

La risposta che Draghi ha fornito all’incolpevole Di Foggia la dice molto più lunga di quanto possa apparire a prima vista. Innanzitutto mi pare che Draghi sottolinei il fatto di essere stato chiamato, oserei dire a furor di istituzioni e finanche di popolo, a gestire una fase in cui la politica stava annaspando.

Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. Questa volta lo faccio, ma a contrariis. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion?» (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica. Non è possibile imbastire questa menata con Draghi: lo abbiamo chiamato noi e peraltro sa quel che fa. Il resto è fuffa demagogica di destra o di sinistra.

In secondo luogo riesce a mantenere un benefico distacco dai giochetti politici: evidentemente li conosce, perché riesce ad evitarli molto bene. È vero che Salvini è uno sbracato politicante che si sta avvicinando al tramonto, ma non c’è solo lui a disturbare il manovratore, che peraltro è capace di rinviare i disturbatori al divieto costituzionale.

In terzo luogo conosce molto bene le istituzioni per averle direttamente o indirettamente praticate e non cade certo nei tranelli che gli vengono tesi. Prima di mollare la presa ci penserà sopra due volte così come avrà certamente fatto prima di accettare l’incarico. Così come non si lascerà coinvolgere nelle asfittiche diatribe partitiche. Al riguardo mi pare che anche ad Enrico Letta abbia dato una lezione di pragmatismo fiscale assai appropriata: non si possono improvvisare battute di sacrificio a basi vuote. Resta purtroppo intatto il vizio di certa sinistra più orientata a far star male tutti anziché cercare di migliorare le condizioni di chi sta veramente male.

Concludendo, come diceva Mike Bongiorno, grappa Draghi, sigillo Mattarella. Se qualcuno, non certo il mio amico di cui sopra, sente nostalgia per i politicanti da quattro soldi, può sempre rifugiarsi in certi bar pieni di triviali polemiche o nei salotti pieni di sofisticate e impossibili alternative di sistema.

Politica, politichetta, politicaccia e politicuccia

Tra i tanti insegnamenti ricevuti dai miei genitori c’è quello di “misurare le parole” quando si parla. Proprio in omaggio a questo suggerimento voglio oggi partire col misurare la parola “politica”, tanto abusata, invocata e svilita.

Secondo un’antica definizione la Politica è l’arte di governare e conseguentemente il termine politica dovrebbe essere utilizzato in riferimento all’attività ed alle modalità di governo. Venendo ai giorni nostri il principale depositario della politica dovrebbe essere Mario Draghi alle prese con l’improba opera di governare il Paese. Invece con la menata del “governo tecnico” si tende ad articolare il discorso su due piani: quello del governo presieduto da Draghi e quello delle chiacchiere sparate a casaccio dai rappresentanti dei vari partiti. Tra questi due livelli si sta creando una frattura sostanziale e temporale: mentre il governo è costretto a varare una strategia fatta di piani a breve, medio e lungo termine, i partiti elaborano “tattichette” contingenti, di brevissimo respiro e di mera combinazione elettoralistica.

Mentre Draghi pensa a governare, chi lo appoggia pensa al dopo-Draghi, mentre si presenta in Europa un piano nazionale di ripresa e resilienza (un enorme e impegnativo programma teso a rivoltare il Paese come un calzino), chi dovrebbe condividerlo e assecondarlo lo guarda di sottecchi, lo accetta con un certo scetticismo, preferendo parlare d’altro, cercando magari di approfittare in modo clientelare dei vantaggi economico-finanziari, ma interessandosi preferenzialmente del come presentarsi alle urne il prima possibile.

Si sta creando un doppio binario, quello della politica e quello della “politichetta”. Gli esempi della politichetta si sprecano. La Lega (sarebbe meglio dire Salvini) è preoccupata di non cedere la leadership della coalizione a Fratelli d’Italia (sarebbe meglio dire Giorgia Meloni): scontro fra titani della politica da osteria, fra “amici per le palle” e non per la pelle. Discorso analogo si può osservare nei rapporti tra PD e M5S: il loro problema è preservare l’identità (non si capisce quale) e quindi da una parte non appiattirsi sul governo Draghi e dall’altra non disturbarlo troppo. Il M5S è ormai un partito in cerca d’autore (Giuseppe Conte, il politico nuovo di zecca, si sta candidando al riguardo), il PD è da tempo un partito in cerca di linea retta (Enrico Letta, esperto in geometria, sta tentando di chiudere il cerchio).

Salvini spinge scriteriatamente sulla riapertura per accreditarsene i meriti (?), sottraendoli alla Meloni; Letta attacca Salvini e si erge a difensore di una linea rigorista-perbenista, aspettando grilloparlantescamente sulla sponda del fiume la terza o quarta ondata della pandemia; ci sono all’orizzonte alcune consultazioni elettorali amministrative e si è scatenata una bagarre di infimo profilo per trovare il modo di incasinare la politica facendola diventare “politicaccia” al voto.

E Massimo Cacciari, il politologo di razza, invoca la politica con la “P” maiuscola dei Moro e dei Berlinguer, facendo finta di rimanere nel libro dei sogni, rischiando di tirare la volata alla politica con la “p” minuscola, dimenticando che la politica è anche l’arte del possibile e che il miglior possibile immaginabile oggi si chiama Mario Draghi a cui bisogna augurare lunga vita.

Dal punto di vista mediatico, siccome il discorso sostanziale si è fatto difficile, meglio ridurre il PNRR a una bega antiburocratica e rifugiarsi nelle polemiche tra partiti e loro esponenti in cerca di ribalta. In molti elogiano la capacità di mediazione di Mario Draghi. A mio avviso Draghi sta dimostrando una grande capacità di indifferenza alla “politicuccia”, riesce cioè a restare in quota e non si fa distrarre dai ciarlatani di turno. Buon lavoro!

 

 

La raccolta indifferenziata della spazzatura televisiva

“Noi siamo per un cambiamento radicale, forte, per una discontinuità profonda, lo dico a Draghi che nelle prossime settimane farà proposte sulla guida dell’azienda, la Rai non può più continuare così, quello che è successo a Rai 2, con una propaganda così becera e bieca contro l’Europa è intollerabile”. Lo ha detto il segretario Pd, Enrico Letta, nella replica alla direzione Pd. Finalmente ha mirato giusto: spero soltanto che non proponga di risolvere il problema rai con le quote rosa, anche perché in rai le quote rosa abbondano di insulse “sgallonatrici” e di pedanti esibizioniste, che trattano il pubblico come un esercito di guardoni.

Mi danno un certo fastidio le passerelle, vale a dire mi disturba l’esibizione clamorosa del proprio io sbattuto in faccia agli altri per conquistarne semplicisticamente il consenso o addirittura l’elogio: sopportavo soltanto la passerella finale delle spogliarelliste nelle riviste a luci rosse anche se mi sentivo comunque un guardone, ruolo da cui ho sempre tentato di rifuggire. Volendo restare un attimo in materia di erotismo da strapazzo, ricordo quando il giovanissimo garzone del mio barbiere, in occasione delle feste natalizie, mi propose di scegliere un piccolo regalo tra un almanacco profumato grondante culi e tette e una insignificante agendina telefonica: scelsi provocatoriamente l’agendina telefonica, lasciando di stucco l’apprendista parrucchiere. Volli comunque spiegare, a scanso di equivoci, il senso della scelta: «Anziché “sgolosare” sulle piccole foto di donne nude, preferisco rischiare l’approccio con donne in carne ed ossa, annotandone il relativo numero telefonico…».

Dopo questa strana e pruriginosa divagazione, che con la televisione, rai compresa, c’entra eccome, torno a bomba. Il riferimento di Letta è ad un servizio di circa due minuti trasmesso nel talk show di Rai2 Anni 20, che rischia di diventare un nuovo caso dalle parti di Viale Mazzini. La trasmissione condotta Francesca Parisella è finita nel mirino per un filmato fortemente antieuropeista, il tutto partito dal via libera al provvedimento che consente l’uso di vermi della farina gialla essiccati come nuovo alimento: “Cosa ci offre l’Europa per fine cena? Un gustoso biscotto alla farina di vermi. Un film dell’orrore? No, ce lo chiede l’Europa di mangiare da schifo”.

Solo un pretesto per poi occuparsi di altro: “L’Europa ci ha chiesto di fidarci sul piano vaccini. Il risultato? Siamo ancora chiusi con il coprifuoco (…) Il pacchetto europeo con il Recovery fund riscrive debiti e nuove tasse, ma ci chiede anche di munirci di bavaglio raccomandando una sorta di ddl Zan in scala continentale”. Così quello dell’Europa viene definito un “delirio regolatore”. D’altra parte è anche vero che il programma è stato visto da soli 453.000 telespettatori con l’1,9% di share, un flop di ascolti che ha condannato da tempo lo spazio, definito da molti in quota Fratelli d’Italia, alla sospensione prevista stando ai rumors per giovedì 20 maggio (da “fqmagazine”).

Non ho visto questo programma – cerco da tempo di non appiattirmi nel fare il guardone televisivo (vedi sopra) – ma mi sto chiedendo se in rai ci sia più spazzatura nelle trasmissioni leggere o in quelle (che dovrebbero essere) serie. Una cosa è certa: la spazzatura abbonda. Spero possa trattarsi della goccia che fa traboccare un vaso peraltro da parecchio tempo strapieno fino all’orlo della sopportazione buongustaia.

Da qualsiasi parte la si prenda, la rai mostra limiti e difetti clamorosi e pericolosi. Il livello dell’informazione è scadente alla faccia dell’inflazione giornalistica. I talk show imperversano in modo vergognosamente autoreferenziale. Il servizio pubblico non riesce minimamente a fare breccia in un panorama squallido e talora vomitevole. Si intravedono sprechi enormi di risorse. Il clientelismo, nonostante gli sforzi di occultamento, emerge con le punte di un vecchio e spregevole iceberg. Un carrozzone inguardabile ed inascoltabile in cui rischiano di venire occultati anche i pochi lodevoli sforzi di rai cultura e rai storia. Rai sport è il carrozzone nel carrozzone: frotte di inutili commentatori e di asfittici conduttori, bieco, pedissequo e sistematico ossequio al sistema. Potrei continuare.

Alcuni giorni or sono, in corrispondenza di un talk show particolarmente futile, mi sono chiesto: e io dovrei, con il mio canone, pagare lo stipendio a questi giocherelloni che seminano zizzania culturale? Purtroppo è così. Fino a qualche tempo fa, forse più a livello teorico che pratico, la rai funzionava come un piccolo e relativo bene rifugio di fronte all’invasione barbarica delle televisioni commerciali. Non vorrei esagerare ma forse si sta capovolgendo il discorso e talora mi capita di fuggire dalla rai per ripiegare sulle tv private: lì almeno so a cosa vado incontro e mi posso premunire meglio.

Torna d’attualità un discorso, tante volte da me citato. Ricordo che, molti anni fa, monsignor Riboldi, vescovo di Acerra, durante una conferenza all’aula magna dell’Università di Parma, raccontò di avere scandalizzato le suore della sua diocesi esprimendo loro una preferenza verso la stampa pornografica rispetto a certe proposte televisive perbeniste nella forma e subdolamente “sporche” nella sostanza. In fin dei conti la pornografia pura si sa cos’è e la si prende per quello che è, mentre è molto più pericoloso, dal punto di vista educativo, il messaggio nascosto che colpisce quando non te l’aspetti.

Se Mario Draghi avesse il coraggio di mettere la mano dentro questo autentico covo di serpenti velenosi, avrebbe tutta la mia solidarietà: non abbia paura di sforbiciare, di mandare a casa parecchia gente, di ridurre la rai ad una televisione “pallosa”. Meglio rischiare di annoiarsi alle prese con qualche proposta culturale seria che distrarsi con lo sciocchezzaio di Stato.

 

L’Androclo palestinese e il leone israeliano

L’ennesima ripresa bellicistica nei rapporti fra israeliani e palestinesi mi crea un grave imbarazzo culturale prima che politico. Non ho infatti elementi seri per valutare oggettivamente le motivazioni di questa infinita guerra. Non ho mai avuto occasione di visitare quelle terre, ho letto poche analisi storiche riguardanti questa paradossale presenza di un lembo di terra ebrea in un largo contesto arabo.

Osservo con incredula sofferenza le immagini di una guerra pressoché continua tra due popoli, orgogliosamente e (forse) presuntuosamente incalliti nella propria millenaria storia, imprigionati nella propria tradizione (più che fede) religiosa, socialmente abbarbicati  alle loro integralistiche diversità, economicamente chiusi nei loro orti incomunicabili fatti di ricchezza e miseria, psicologicamente ancorati a sensi di superiorità e inferiorità che si intrecciano come fili di una matassa  inestricabile e sempre più aggrovigliata.

Temo che sotto sotto in questi popoli ci sia un masochistico intento bellicista in cui si sfogano tutte le grandissime sofferenze e frustrazioni del passato: non riescono a voltare pagina, sembra che gli uni si divertano a tirare sassi nella piccionaia da cui non partono stormi di piccioni ma grappoli di bombe, mentre gli altri non aspettano altro che le insulse provocazioni per reagire di brutto scaricando su un nemico fastidioso e impertinente l’orribile vendetta che vendica più le offese orribili del passato che i disturbi del presente.

Esiste e persiste una cultura di guerra che li avvita in una spirale di morte: da una parte i deboli, i bambini che tirano sassi contro il nemico strapotente e strafottente, gli adulti che mandano bombe a casaccio per disturbare l’avversario; dall’altra i forti che tendono a farla pagare cara a chi osa rompere certi equilibri di comodo, calcando la mano e schiacciando sul nascere ogni e qualsiasi intento violentemente “ribellista” dei deboli.

C’era una volta uno schiavo di nome Androclo che lavorava presso un ex Console romano il quale governava i territori a Nord dell’Africa. Un giorno, non potendone più della tirannia del proprio padrone, decise di scappare. Androclo vagò per giorni nel deserto, poi, stremato dalla stanchezza si rifugiò in una caverna. Nella grotta trovò un leone disteso per terra che si lamentava a causa di una grossa spina conficcata in una zampa che gli procurava un dolore atroce e non gli permetteva di camminare. Mosso dalla compassione e noncurante del pericolo a cui andava incontro, Androclo si avvicinò alla fiera e con un gesto veloce gli estrasse la spina dal piede. Il leone emise un potente ruggito che riecheggiò in tutto il deserto. Tra una smorfia di dolore e la sensazione di sollievo, il leone si rialzò e volle ringraziare lo schiavo. Gli disse che non avrebbe mai scordato ciò che aveva fatto per lui e se ne andò. Dopo un po’ lo schiavo fu catturato dai soldati romani e riportato indietro dal suo padrone che lo condannò a morte. Androclo fu portato nell’arena assieme ad altri condannati per essere sbranati dai leoni. Quando fu il suo turno, egli fu gettato in una fossa dove si aprì un cancello da cui entrò un leone che era stato tenuto a digiuno per molti giorni. Non curante del pubblico, tra cui c’era anche il Console che già pregustava di vedere il leone avventarsi sul poveretto, il feroce animale cominciò a scodinzolare. Avvicinatosi all’uomo con fare gioviale, cominciò a leccargli il viso quasi fosse un cucciolo di cane. Il leone era stato anch’egli catturato nel deserto qualche tempo prima ed aveva riconosciuto lo schiavo che lo aveva liberato dalla spina nella zampa. Memore della promessa fatta a suo tempo, il feroce animale lo aveva risparmiato. Quella scena di amicizia tra Androclo e il leone colpì favorevolmente il suo padrone. Con un gesto di magnanimità il Governatore concesse la grazia al suo schiavo e lo rese uomo libero assieme al leone”.

La favola di Fedro viene letteralmente capovolta dalla realtà israelo-palestinese: i palestinesi non hanno la magnanimità per togliere le spine dalla memoria israeliana, anzi se appena possono ne conficcano di nuove; gli israeliani continuano a comportarsi da implacabili leoni, ostinatamente pronti a sbranare e mai disposti non dico a perdonare ma nemmeno a sorvolare. Non se ne esce. La vendetta rimane il leitmotiv di una infinita sinfonia di morte. Papa Francesco alla recita del Regina Coeli, in un appello sugli scontri in Terra Santa fra israeliani e arabi, ha detto: “Mi chiedo: l’odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l’altro? In nome di Dio, faccio appello alla calma, e a chi ne ha la responsabilità di far cessare il frastuono delle armi, di percorrere l’avvio della pace, anche con l’aiuto della comunità internazionale”.

 

Dmanda a Vaia se ‘l vacén l’é bón

Ho avuto, mio malgrado, l’occasione di seguire, seppure parzialmente, l’intervista televisiva fatta da Mara Venier al professor Francesco Vaia, direttore dell’ospedale Spallanzani di Roma: un autentico torrente in piena di certezze, di rassicurazioni e di ottimismi. Ad un certo punto del discorso, inanellato a Domenica in, si è talmente infervorato da affermare trionfalisticamente che stiamo “massacrando il coronavirus”. A quel punto mi sono allontanato dal video per dedicarmi a qualcosa di più utile e serio.

Ma come si permette questo signore, con l’ausilio delle telecamere rai, di prendere per i fondelli tutti gli italiani, sottoponendoli ad un bagno di semplicismo e facendo loro credere che ormai ce l’abbiamo fatta!? Spargere ingiustificato ottimismo è peggio che lasciarsi bloccare dal pessimismo. In questo caso siamo ben lontani dalla teorizzazione gramsciana del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà.

Mi sembrava di essere a teatro, improvvisamente riaperto, per assistere alla performance riveduta e scorretta del dottor Dulcamara, il famoso personaggio dell’opera lirica “L’elisir d’amore”, il capolavoro di Gaetano Donizzetti: “Udite, udite, o rustici attenti non fiatate. Io già suppongo e immagino che al par di me sappiate ch’io sono quel gran medico, dottore enciclopedico chiamato Dulcamara, la cui virtù preclara e i portenti infiniti son noti in tutto il mondo… e in altri siti”.

Il suddetto professore decantava a tal punto il vaccino anti-covid, in tutte le sue marche e sottomarche, da indurmi a rammentare il bugiardino dell’elisir d’amore elaborato da Dulcamara: “È questo l’odontalgico mirabile liquore, dei topi e delle cimici possente distruttore, i cui certificati autentici, bollati toccar vedere e leggere a ciaschedun farò. Per questo mio specifico, simpatico mirifico, un uom, settuagenario e valetudinario, nonno di dieci bamboli ancora diventò. Per questo Tocca e sana in breve settimana più d’un afflitto giovine di piangere cessò. O voi, matrone rigide, ringiovanir bramate? Le vostre rughe incomode con esso cancellate. Volete voi, donzelle, ben liscia aver la pelle? Voi, giovani galanti, per sempre avere amanti? Comprate il mio specifico, per poco io ve lo do. Ei move i paralitici, spedisce gli apoplettici, gli asmatici, gli asfittici, gl’isterici, i diabetici, guarisce timpanitidi, e scrofole e rachitidi, e fino il mal di fegato, che in moda diventò”.

Proviamo a confrontare paradossalmente queste parole con quelle del bugiardino di Vaia, che ha così parlato della questione vaccini: “Non esiste una classifica di vaccini di serie A e B. Sono tutti validi ed efficaci. La classifica è stata creata da una cattiva comunicazione, dai balbettii e da improvvidi interventi anche in sede europea dove qualcuno ha detto ‘non compreremo più questo vaccino’. Ma non ha spiegato perché non lo compra”. Se si dicono queste cose, aumenta il disorientamento. Ormai è provato che i vaccini coprono le varianti e ce lo dicono gli studi avanzati e la campagna vaccinale di alcuni Paesi come Israele e Inghilterra. Chi dovesse essere di nuovo contagiato, è asintomatico, non andrà in ospedale, non rischia nulla. Ecco perché è fondamentale vaccinarsi. I cittadini devono andare in vacanza e per questo, bisogna organizzare la sanità pubblica di prossimità per vaccinarsi, arrivare anche magari a fare il vaccino in aeroporto. I vaccini ora arriveranno nelle farmacie, probabilmente quello scelto sarà il Johnson & Johnson. Figliuolo e Draghi stanno lavorando molto bene, nella direzione giusta. Quando si dice che occorre aiutare il turismo, bisogna farlo. Prima il tampone, oggi, invece diamo la possibilità di fare il vaccino in aeroporto. Lo faremo, per esempio a Fiumicino con il quale abbiamo uno stretto accordo. Abbiamo trovato molte varianti benigne perché infatti, non è detto che il virus muta sempre in peggio. Qualsiasi virus muta perché cerca di adeguarsi all’ambiente. Qualche volta lo fa in modo più pericoloso, con maggiore contagiosità o pericolosità. A volte invece fa venire la malattia in forma meno grave. Anche la variante indiana che tanto spaventa. Nell’esperienza concreta, nell’empirismo suffragato da dati certi, dico che abbiamo trovato tante varianti che sono benigne e non hanno dato aumento della contagiosità o della malattia in modo grave. Il vaccino ci salva dalle varianti? I vaccini che abbiamo in campo – ha sottolineato – ora sono tutti sufficienti per non sviluppare la malattia in forma grave o arrivare alla mortalità o ospedalizzazione. Tutti. Di converso dall’altra parte non è che esistono vaccini che ti proteggono al cento per cento, può essere che ci sia una percentuale di un 6 o 7 % che non protegga e poi ci sono i ’non responder’ quelli che non rispondono proprio al vaccino. Al momento è allo studio, allo Spallanzani, la possibilità di utilizzare i monoclonali come immunità passiva, cioè do direttamente gli anticorpi a chi non li ha prodotti con il vaccino. Il matrimonio perfetto, due strumenti che si possono integrare”.

Cosa volete che dica, sarò un disfattista, uno scettico incallito, ma trovo parecchie assonanze di stile e di toni nel paragone impossibile che mi sono permesso di proporre in senso provocatorio. C’è poco da fare, la scienza continua imperterrita a bombardarci di messaggi, oscillanti tra il catastrofismo di alcuni e il trionfalismo di altri. Molto probabilmente la verità starà nel mezzo, che però non è facile a trovarsi.

Capitan Trinchetto era il protagonista di un celebre Carosello, creato per pubblicizzare l’acqua minerale delle Terme di Recoaro. Si trattava di un simpatico marinaio che raccontava le sue fantastiche e fantasiose avventure per i sette mari… i suoi racconti erano conditi con molte esagerazioni, a dirla tutta “le sparava grosse”. E così in ogni episodio interveniva la voce fuori campo che invitava il marinaio a ridimensionare le sue storie, con la celebre frase “Cala Trinchetto”, e lui anche se a malincuore era disposto a ridimensionare le sue sparate.

Sarà perché ho vissuto e vivo con tanta preoccupazione al limite della depressione tutta la vicenda covid, che ho la triste presunzione di gridare, pur con tutto il rispetto che si deve al direttore di un importante e prestigioso ospedale: “Cala Vaia”. Anche se sono certo che lui non avrà l’umiltà di abbandonare le spacconate pseudo-scientifiche per limitarsi alle argomentazioni costruttivamente realistiche. Mi risponderà: “Ma tu chi sei per contraddirmi? Studia! Poi semmai se ne potrà parlare…”. “Ha ragione professore, mi scusi, perdoni la mia ignoranza, ma mio padre mi ha insegnato a dubitare “’d còj che all’ostaria (Domenica in) con un pcon ‘d gèss (intervista a Mara Venier) in sima la tavla (video televisivo) i metton a post tutt (stiamo massacrando il covid 19).