Un sasso contro la “ragion di Chiesa”

Il sincero, nobile e generoso atto delle dimissioni da parte del cardinale Reinhold Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, interpella e mette in crisi il papa e tutta la Chiesa. Il cardinale è spietatamente chiaro e dice: “Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e ‘sistematico. Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la co-colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale”.

Il discorso evidenzia come non basti rimuovere la sporcizia e nemmeno fissare delle regole per colpire chi la provoca, ma occorra cambiare il sistema che la tollera o che comunque non riesce a prevenirla. Credo che abbia messo il dito nella piaga e buttato un bel sasso in piccionaia. Era ora!

Anche papa Francesco, a cui va dato atto di avere affrontato con un certo coraggio la situazione, deve convincersi che il sistema è malato e va profondamente cambiato. Forse non bastano la sua ispirazione e impostazione evangeliche o meglio bisogna tradurle a livello strutturale e metodologico.

Il cardinale Marx si limita a richiamare l’adozione dello stile sinodale quale approccio al cambiamento. Sinodo vuol dire partecipazione, discussione, dialogo, decisioni condivise, pluralismo delle idee e delle esperienze al fine di sconfiggere clericalismo, centralismo, burocrazia, doroteismo e dogmatismo.

Esistono però a mio giudizio alcuni nodi sistemici strettamente collegati al discorso della sessualità distorta praticata dal clero. Mi riferisco all’anacronistico obbligo del celibato sacerdotale, ai tradizionali seminari di preparazione al sacerdozio, al marginale ruolo della donna nella Chiesa e nelle strutture clericali, alla insufficiente presenza dei laici, alla concezione della sessualità stessa. Ricordiamoci che presto o tardi scoppierà anche la bomba della “schiavizzazione sessuale delle suore” e probabilmente non sarà meno dirompente di quella della pedofilia.

Recentemente ho raccolto la sacrosanta lamentela di un bravissimo sacerdote, stanco di essere messo indirettamente sul banco degli imputati in una generalizzata colpevolizzazione dei preti: basta, non siamo tutti pedofili, come tutte le persone non sono criminali. Giustissimo, ma per uscire dalla genericità delle accuse e dalla faciloneria della colpevolizzazione totale, bisogna avere il coraggio di ammettere le responsabilità in lungo, in largo e in profondità e soprattutto di cambiare il sistema all’interno del quale si creano queste tremende distorsioni.

Indubbiamente papa Francesco, come dice Furio Colombo, ha sostituito l’ossessione sessuale con quella dell’uguaglianza e della protezione dei deboli: non è poco. Purtroppo però la tendenza ad esorcizzare il sesso lineare per ripiegare su quello contorto è presente e va combattuta apertamente.  Non tutti i preti sono come don Gallo che diceva: «Il sesso è anche un piacere. Fisico, intendo. E non me ne vergogno. Come prete non posso praticare la scelta del sesso, ma immaginarlo almeno un po’ praticato da altri, mi rende l’animo più gaudente e allegro».

Se non vogliamo limitarci ai “pretacci”, che peraltro mi piacciono tanto, andiamo sui cardinali e…che cardinale.  Carlo Maria Martini così ammetteva nel 1984 a Vallombrosa: “La prassi cristiana fa fatica nel trovare il giusto atteggiamento nei confronti del corpo, del sesso, della famiglia”.

Chiudo ripetendo testualmente il passaggio della lettera di dimissioni del cardinale Marx da cui sono partito: “Sostanzialmente per me si tratta di assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico”. Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la co-colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale”. Mi sento di ringraziarlo per la sua iniziativa che mira a scardinare la “ragion di Chiesa” e di augurare che il suo sasso diventi un macigno e che Davide possa sconfiggere Golia.

 

Quando la povertà sembra un’opinione

Un mio carissimo e simpatico amico sosteneva che quando si vive nelle ristrettezze economiche non c’è scelta: bisogna andare a letto presto e finirla lì, perché il solo mettere il naso fuori di casa comporta una spesa insostenibile.

Nove milioni di italiani hanno approfittato del ponte del 02 giugno per una prima vacanza, dormendo almeno una notte fuori casa. É quanto emerge dai dati di Federalberghi, che però precisa al ribasso come la quasi totalità degli italiani, pari al 99,3% rimanga nel proprio paese. Di questi, il 69,6% si muove all’interno della regione di residenza mentre il 22,5% si sposta in qualche regione vicina e il 5,5% invece fa un viaggio un po’ più lungo. «In questo momento e dopo un anno come il 2020 vissuto in totale oscurità, sembra di poter gridare al miracolo» dice il presidente Bernabò Bocca, presidente della Federalberghi. Mi fa piacere, ma questi dati mi incuriosiscono e mi insospettiscono.

In Italia cresce ancora il numero dei “nuovi poveri” che hanno fame: lo evidenzia il monitoraggio della Caritas, impegnata con le sue sedi diocesane su tutto il territorio nazionale, ma anche l’indagine sulle famiglie italiane condotta dalla Banca d’Italia. Oltre il 6% della popolazione adulta non può garantirsi un pasto.  Supera abbondantemente il 50% del totale il numero degli italiani che nel periodo compreso tra settembre 2020 e marzo 2021 si sono rivolti alla Caritas, in cerca di un aiuto – alimentare, ma non solo – per sopravvivere e sostentare la propria famiglia. Un dato significativo, non certo per fare distinzioni tra assistiti di serie A o B, ma perché evidenzia come quasi una persona su quattro, tra chi si è rivolto alla Caritas a cavallo tra il 2020 e il 2021, possa essere identificata come “nuovo povero”. Nel periodo in questione, infatti, delle 544.775 persone che hanno richiesto assistenza alla Caritas sul territorio nazionale – “in media 2.582 al giorno”, spiega il cardinal Bassetti – il 24,4% non si era mai rivolto prima alla rete assistenziale. E ampliando l’orizzonte all’intero periodo interessato dalla pandemia, nel corso di poco più di un anno, l’organizzazione ha accolto almeno 453.731 nuovi poveri. Il quadro emerge drammatico dall’ultimo monitoraggio condotto da Caritas Italiana, che registra la sofferenza delle sedi diocesane dislocate sul territorio: l’80% delle sedi diocesane della Caritas dislocate sul territorio ha registrato un aumento di situazioni legate ai bisogni fondamentali della persona (il lavoro, la casa, il cibo), ma anche di povertà educativa e di disagio psico-sociale, che colpisce soprattutto donne e giovani.

Una tendenza che trova riscontro nell’Indagine straordinaria sulle famiglie italiane ai tempi del Covid-19 condotta da Banca d’Italia e ripresa da Coldiretti per quel che riguarda i dati sulla povertà alimentare: quasi quattro italiani su dieci (38,6%) hanno smesso o ridotto gli acquisti nei negozi alimentari e di altri beni essenziali a causa dell’emergenza Covid. E dunque si torna a parlare di “nuovi poveri”, tutti coloro che hanno perso il lavoro, piccole realtà costrette ad alzare bandiera bianca, lavoratori sommersi impossibilitati a percepire i sussidi. Sono moltissime le persone che hanno conosciuto nell’ultimo anno la realtà delle mense dei poveri, ancor di più quelle che hanno fatto richiesta per ricevere pacchi alimentari. Tradotto ancora una volta in numeri, sempre secondo Coldiretti, il 6,3% della popolazione nazionale adulta ha difficoltà a garantirsi un pasto. Ma la percentuale varia dal 3,2% del centro Italia al 5,6% del nord, e sale fino al 9% nel Mezzogiorno. E secondo l’Istat, le persone affamate, in Italia, hanno superato quota 3 milioni.

I dati sulla povertà mi creano ansia e dispiacere, ma mi mettono in qualche confusione mentale. Fanno stupore infatti le reazioni degli italiani alla riapertura dei bar e dei ristoranti con possibilità di consumazione al banco e di mangiare al chiuso e all’aperto. Gli intervistati osano parlare di ritorno della felicità e di enorme sollievo. Il caffè è la bevanda nazionale degli italiani, un rito quotidiano irrinunciabile. Mi ha sempre stupito l’enorme quantità di persone che frequentano i bar: prime colazioni, coffe break, aperipranzo e apericena. Si facevano le gomitate ed ora si ricomincerà a farle.

Morale della favola: dove sta la povertà? Non credo che siano solo i ricchi ad andare al bar, al ristorante, in vacanza. E allora? C’è qualcosa che tocca? Forse si sta sempre più accentuando la netta separazione fra i veri poveri e chi povero non è. Mi auguro che chi non ha la disponibilità di un pasto non sprechi quei pochi soldi che ha accodandosi all’illusorio e costoso rito del bar. Io li chiamo i misteri della povertà.

Quando mio padre osservava il mare di automobili in viaggio per le vacanze, forse un po’ provocatoriamente ma tutto sommato sinceramente, diceva: “L’ é tutta colpa ‘dla miseria”, riconoscendo che in Italia di passi avanti se ne erano fatti. Nell’ultimo periodo abbiamo fatto molti passi indietro, almeno così si dice, salvo poi continuare a vedere un mare di automobili in coda sulle autostrade, un sacco di gente che si precipita al bar ed al ristorante, le pizzerie stracolme non solo a livello di asporto. Faranno tutti finta di essere ricchi? Ci sarà qualcuno che finge di essere povero? Due ipotesi, ugualmente agghiaccianti, da esorcizzare.

Silvio Berlusconi a chi gli poneva il problema della povertà rispondeva al limite del cinismo: vedo la gente in fila per andare al ristorante, dov’è la povertà? A suo tempo mi indignavo e credo sia ancora inaccettabile operare simili semplificazioni socio-economiche. Probabilmente c’è fila e fila: quelle davanti a bar e ristoranti e quelle davanti alle mense della Caritas. Speriamo che non ci sia confusione e interferenza tra di esse. Sarebbe il massimo!

 

 

 

Le riaperture girevoli

Fa sorridere (forse sarebbe meglio dire che fa “sbudellare dal ridere”) la questione che sta tenendo banco a latere delle cosiddette riaperture. Per i ristoranti, quattro posti a tavola: questo è il problema. Mentre scrivo si sta profilando un onorevole compromesso: nessun limite all’aperto, non più di quattro per tavolo al chiuso. Posso sfogarmi? Ridicolo! Approfondiamo, sembra, ma non è uno scherzo. Riporto di seguito quanto scritto sul sito de La stampa.

«Nelle attività dei servizi di ristorazione, il consumo al tavolo è consentito per un massimo di 4 persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi». Nelle linee guida per la ripresa del 28 maggio è rimasto in vigore il limite massimo di quattro commensali per la consumazione al ristorante, che sia in zona gialla o in zona bianca. Anche se, quasi certamente, sarà superata l’interpretazione almeno in zona bianca come ha ammesso anche il sottosegretario alla Salute Andrea Costa: «Almeno per i ristoranti all’aperto in zona bianca si arrivi a togliere il vincolo del limite massimo di quattro persone al tavolo: sarebbe un primo segnale di distensione. Per i locali al chiuso credo si possa anche prevedere una restrizione iniziale, ci può stare purché sia graduale». Si è però scatenato il polverone: il Governo sembra indirizzato verso la conferma del limite che danneggerebbe il settore della ristorazione. Ma intorno a quest’idea si è registrata una serie di reazioni contrarie che potrebbe portare anche ad una revisione totale. 

Molto dipenderà dall’esito del tavolo tecnico che si terrà per affrontare la questione, come appreso da fonti di governo. Ieri le Regioni e il centrodestra avevano ritenuto la misura troppo penalizzante ed è probabile che si arrivi a un compromesso mantenendo il limite solo per i ristori al chiuso. Nella stessa giornata è poi stata convocata la conferenza delle regioni dal presidente Massimiliano Fedriga. I governatori hanno chiesto la revisione. Al tavolo tecnico dovrà essere affrontata la questione relativa al limite di quattro persone al tavolo nei ristoranti.  Le Regioni sono state sorprese da un’ipotesi che non sarebbe stata condivisa con loro: «L’ipotesi del limite di 4 persone al chiuso non è stata proposta ufficialmente alle Regioni e non trova riscontro. Nelle interlocuzioni avvenute si è fatto peraltro presente che, considerato come le decisioni assunte sino ad ora (linee guida in primis) siano sempre state condivise in un clima assolutamente collaborativo e di rispetto istituzionale, ha sorpreso che l’interpretazione del governo sul tema sia avvenuta in maniera autonoma».

Sui posti a tavola al ristorante, almeno nelle zone bianche, il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri ha commentato senza incertezze: «Spero venga presto rivisto il limite dei 4 posti a tavola nei ristoranti e pubblici esercizi, credo sia arrivato il tempo e io sono tra quelli che era per più posti a tavola consentiti. Aumenterei a 8-10 posti a sedere, per poi liberalizzare ai primi di luglio». Nell’intervento a Rai Radio1, a “Un giorno da pecora”, Sileri ha aggiunto: «Metà di noi sarà vaccinato. E se vedo un po’ assurdo indossare la mascherina tra il primo e il secondo al ristorante mentre resta l’obbligo alzandosi da tavola negli spazi comuni, mi preoccupano ancora gli assembramenti, soprattutto dei più giovani, fuori dai locali. A casa dovrebbero valere le stesse regole dei ristoranti: si sta insieme a tavola ma distanziati». Idem per quanto riguarda le partite degli europei: «Raccomandiamo fortemente di riunirsi per vedere la partita tra vaccinati, ma basta la prima dose, e restano fondamentali mascherina e distanziamento. Ma riprendiamoci la vita, non credo che per baciarsi questa estate occorrerà tirar fuori il green pass». 

Stiamo veramente spaccando il cappello in quattro per salvare la capra della riapertura e i cavoli del possibile contagio. Se è veramente rischioso pranzare al ristorante, si abbia il coraggio di mantenere il divieto, lasciando perdere questi assurdi limiti quantitativi. Se ormai si ritiene superato il rischio, che senso ha continuare l’irritante gioco dell’oca sulla pelle dei ristoratori.

Un tempo si scherzava sul divieto per i parroci di avere una perpetua di età inferiore ai quarant’anni Erano tempi i cui si invecchiava molto in fretta): l’ostacolo, si dice, veniva superato ingaggiando due perpetue ampiamente under 40. Se tanto mi dà tanto, al ristorante se si presenta una compagnia di otto persone, basta suddividerla su due tavoli separati, ma confinanti nel rigoroso rispetto delle distanze. Tutto a posto! Anche se bisognerà parlare a voce piuttosto alta e i brindisi andranno parcellizzati. Ma fatemi il piacere…

La tragedia pian piano sta mutando in commedia, anzi in farsa. Aggiungiamo un tocco di assurdo buonumore alla tristezza imperante. Sento tanto la mancanza di mio padre che potrebbe sbizzarrirsi col suo battutismo alla parmigiana. Ce ne sarebbe bisogno.

La Brusca ragion di Stato

Gli italiani hanno tanti pregi, che vengono universalmente riconosciuti, ma vantano purtroppo anche tanti difetti, che vengono altrettanto universalmente bollati. Forse i secondi sono l’esatto rovescio della medaglia dei primi. Vogliamo fare un esempio? La fantasia ci aiuta anche e soprattutto nei momenti difficili: ci saltiamo (quasi) sempre fuori. Il rovescio della medaglia sta nell’irrazionalità: fantastichiamo col cuore, ma ragioniamo di pancia (anziché di mente). Detta in modo culturalmente corretto, ragioniamo sì, ma col cuore, ovverossia continuiamo sempre a lavorare di fantasia fuggendo dalla triste realtà.

Questa astrusa premessa per commentare la stucchevole polemica insorta intorno alla scarcerazione per decorrenza dei termini di Giovanni Brusca, soprannominato in lingua siciliana u verru, oppure lo scannacristiani per la sua ferocia, un mafioso e collaboratore di giustizia italiano, in passato membro di rilievo di Cosa Nostra.

Brusca ha potuto usufruire dei vantaggi accordati dalla legge ai cosiddetti pentiti, coloro cioè che forniscono alla giustizia importanti elementi per combattere la criminalità: un vomitevole scambio di favori, che tuttavia sembra sia risultato utile ed abbia consentito passi in avanti nelle indagini e nella guerra contro la delinquenza. Ho usato volutamente il termine guerra, perché di essa si tratta e in guerra, in un certo senso, tutti i mezzi sono validi pur di sconfiggere il nemico.

Si tratta di un pentitismo di comodo? Certamente sì. Non si hanno, per lo meno in molti casi, riscontri seri di un ravvedimento operoso da parte di questi delinquenti. Sono vere e proprie spie a cui si concedono protezione e sconti di pena a fronte delle utili informazioni da esse fornite. È perfettamente inutile andare alla ricerca di un pentimento di natura umana ed etica, c’è solo un calcolo di convenienza da ambo le parti. Se proprio si vuole sottilizzare, sul piano morale queste persone alla delinquenza aggiungono anche il tradimento tipico delle spie (le peggiori persone che esistano). Non facciamo pertanto discorsi di giustizia, di rieducazione del condannato (punto peraltro irrinunciabile previsto dalla Costituzione italiana per tutti i condannati) e di sfregio alle vittime.

Siamo in presenza di un mero e schifoso contratto per il quale lo Stato compra informazioni, pagando il relativo altissimo prezzo. È chiaro che, quando viene il momento del pagamento, si fa forte la tentazione di contravvenire al patto, ma sarebbe la peggiore delle soluzioni. Tali contratti sono di qualche effettiva utilità? Questo è un altro discorso! A volte me lo dichiedo: i pentiti diranno la verità o faranno finta di dirla? É un giudizio che deve essere lasciato agli organi dello Stato al fine di non regalare la libertà a chi finge di sapere, creando solo ulteriore confusione, trasformando lo scambio in una solenne presa in giro. Credo che questo sia, tutto sommato, un rischio da correre per ottenere risultati molto importanti anche se difficili da riscontrare obiettivamente e da valutare realisticamente.

Smettiamola quindi di improvvisarci giustizieri del giorno dopo, non piangiamo sul latte che abbiamo dovuto versare, non sentiamoci improvvisamente e fanaticamente implacabili vendicatori dei torti subiti. Riteniamo insostenibile questo impianto pseudo-giudiziario? Benissimo! Togliamolo di mezzo e di pentiti non se ne parli più, a costo di segnare il passo in certe inchieste riguardanti la criminalità organizzata.

Qualcuno sosterrà che i risultati sono così risibili da rendere inaccettabile il prezzo per i famigliari delle vittime e per il senso della giustizia in generale. Può darsi…però dopo non ricominciamo a recriminare irrazionalmente sul latte re-imbottigliato. So benissimo che per i parenti e gli amici dei morti ferocemente ammazzati tutto può sembrare paradossale. In un certo senso lo è: il paradosso della ragion di Stato da far quadrare con lo Stato di diritto. Una sfida improba su cui ragionare con la testa e non con la pancia.

 

 

 

Al tenór ‘d la Repubblica

Nella mia famiglia si discuteva spesso anche di politica e si arrivava persino a rivangare spassionatamente il referendum Monarchia-Repubblica tenutosi nell’immediato dopoguerra. Chiedevo conto ai miei genitori del loro comportamento. Entrambi non nascondevano il loro voto: mia madre aveva votato monarchia, mio padre repubblica. Nel 1946 vivevano insieme da dodici anni, ma ognuno, giustamente, manteneva le proprie idee politiche e le esprimeva liberamente. Mia madre così giustificava la sua difesa dell’istituto monarchico: «Insòmma, mi al re agh vräva bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma mio padre non aveva nulla da eccepire. Taceva. Io non mi accontentavo e, da provocatore nato, chiedevo: «E tu papa? Cos’hai votato?». Rispondeva senza girarci attorno: «J’ ò votè Repubblica!». Allora mia madre controbatteva che comunque l’opzione repubblicana vinse con l’aiuto di brogli elettorali. A quel punto mio padre si chiudeva in un eloquente silenzio e aggiungeva solo: «Sì, a gh’é ànca al cäz, ma…». Mia sorella invece girava il coltello nella piaga e rivolta polemicamente a mia madre diceva: «Il re, bella roba! Ci ha regalato il duce per vent’anni, poi, sul più bello, se l’è data a gambe. E tu hai votato per il mantenimento di questa dinastia?». Papà allora capiva che la moglie stava andando in difficoltà, gli lanciava la ciambella di salvataggio e chiudeva i discorsi con un: «J éron témp difìcil, an e s’ säva niént, adésa l’é tutt facil…». E magari aggiungeva un aneddoto ad hoc. Nella sua compagnia esisteva un amico dotato di una testa grossa. Per deriderlo bonariamente gli chiedevano: «Se ti a t’ fiss al re, pr’i frànboll con la tò tésta agh’ vriss un fój da giornäl…».

La festa della Repubblica quest’anno ha registrato molte differenze protocollari con le abitudini del passato, ma un seppur timido ritorno alla presenza di pubblico, selezionato e distanziato, dopo mesi di chiusure e contingentamenti. Il 1° di giugno il tradizionale concerto per gli ambasciatori accreditati, si è tenuto nel Cortile d’onore e non nel Salone dei Corazzieri, con l’esecuzione di musiche di compositori europei dedicate all’Italia (Britten, Berlioz, Mendelssohn, Strauss, Martinu, Cajkovskij) da parte dell’Orchestra di Santa Cecilia, diretta da Jakub Hrusa, impreziosito da una performance di Roberto Bolle con Virna Toppi (Pas de deux, da “L’altro Casanova” su musica di Vivaldi). Il concerto è stato preceduto da un breve saluto del Presidente della Repubblica agli ambasciatori stranieri. Non si è tenuto invece il tradizionale ricevimento delle personalità della politica, dell’economia e della cultura nei Giardini del Quirinale (poco male!). Il Capo dello Stato ha pronunciato l’ultimo discorso del suo settennato sulla Festa della Repubblica, della durata di venti minuti, alla presenza del premier Mario Draghi e di tutto il governo. Niente parata militare ai Fori imperiali (meglio così!), chiusi i giardini del Quirinale (un vero peccato).

Gli occhi però erano puntati su Sergio Mattarella alla ricerca di un seppur piccolo segno inerente la fine della sua presidenza. Uno degli argomenti semplici ma decisivi che distingue la repubblica dalla monarchia è proprio il fatto che, mentre il re te lo devi tenere a vita, il presidente scade e se ne torna a casa. In questo momento di grave emergenza nazionale è forte la tentazione di porre la corona sulla testa di Mattarella, investendolo di un ulteriore mandato presidenziale: confesso che ne sarei più che soddisfatto, perché lo considero l’ultimo dei giusti della politica e con lui temo di vedere tramontare un pezzo di repubblica. Sono sicuro che mia madre, convertita alla sua maniera all’istituto repubblicano direbbe: «Insòmma, mi a Matarêla agh voj bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma questa volta non avrei niente da ridire, anzi. Mia sorella girerebbe il coltello, questa volta nella piaga repubblicana, e aggiungerebbe: “Dopo di lui il diluvio, teniamocelo stretto!”.

Mio padre non avrebbe nulla da eccepire: “L’ha figurè bén bombén e stäma in-t-i primm dan, andäma miga a môvor dal frèdd pr’al let”. Ma non rinuncerebbe ad avanzare un ricordo del passato relativo agli anni della seconda guerra mondiale: in quel triste periodo ritornò a cantare al teatro Regio il grande tenore Francesco Merli, che aveva mietuto allori negli anni precedenti a Parma e nel resto del mondo. Al riguardo è memorabile una sua esibizione in concerto assieme a Renata Tebaldi, accompagnati al pianoforte, al ridotto del Regio: alla fine l’entusiasmo raggiunse l’isteria e voglio credere a mio padre che rammentava come una parte del pubblico fosse in piedi sopra le poltroncine ad applaudire freneticamente dopo l’esecuzione del duetto finale di Andrea Chenier. Quando ritornò alla ribalta del Regio, però, Francesco Merli, piuttosto anziano, non era più in grande forma vocale e non venne trattato con i guanti. In modo pesante ed inaccettabile, dettato più da cattiveria che da inesorabile atteggiamento critico, il loggione nei confronti del grande tenore Francesco Merli, reo di essersi presentato sul palcoscenico del Regio, nei panni di Manrico nel Trovatore di Verdi, con voce ormai piuttosto traballante, usò la pesantissima espressione: “va’ al canäl”. Era il luogo dove i parmigiani erano costretti a lavorare inutilmente dall’invasore tedesco. Mio padre raccontava questo disgustoso episodio per bollare l’esagerata ed esibizionistica verve loggionista, ma anche per significare come qualsiasi persona, quando si accorge di non essere più in grado di svolgere al meglio il proprio compito, sarebbe opportuno che si ritirasse, prima che qualcuno glielo faccia capire in malo modo.

Personalmente concluderei questa immaginaria conversazione con queste parole: “Stai tranquillo papà, Mattarella non corre questo rischio, siamo piuttosto noi che corriamo quello di rimanere senza tenore, costretti ad ascoltare quelli che la zia definiva i sot-ténor…”.

 

 

 

 

 

Sì, ma qualora…

Non faccio per vantarmi, ma sono stato facile profeta. Nel commento al tragico e sconvolgente episodio della funivia del Mottarone e alle successive prime risultanze delle indagini, ho scritto, in data non sospetta, vale a dire il 28 maggio scorso, le parole, che riporto testualmente: “Ammesso e non concesso che la prima verità emergente dalle indagini della magistratura sia attendibile e non la frettolosa smania di sbattere i mostri in prima pagina (un po’ più di prudente discrezione da parte della procura interessata non avrebbe guastato) …”.

È arrivata a stretto giro e puntuale, come un triste orologio svizzero, la notizia che il Giudice per le indagini preliminari ha smentito clamorosamente la procura, non ha convalidato il fermo, ha disposto gli arresti domiciliari per il caposervizio della struttura, ha addirittura scarcerato il gestore dell’impianto e il direttore di esercizio. La pm, anziché prendere, incassare e portare a casa, ha replicato: «Non è una sconfitta sul piano investigativo, valuteremo se altri dipendenti erano consapevoli della manomissione».

Non ne faccio una questione di merito (staremo a vedere gli ulteriori sviluppi dell’indagine senza alcuna smania giustizialista e con fame di verità), ma un problema di equilibrio e prudenza nel metodo. Detta brutalmente: se i giudici facessero il loro mestiere con maggiore riservatezza stando lontano dalle ribalte mediatiche, sarebbe una buona cosa. Si ha la sensazione che la magistratura oscilli clamorosamente fra le sbrigative accelerazioni indagatorie e le penose lungaggini processuali: della serie “ti sbatto in galera, poi col tempo si vedrà se eri colpevole o meno”.

Mi limito al discorso delle esternazioni a livello mediatico. È vero che ormai bisognerà rassegnarsi a cambiare l’articolo uno della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sulle chiacchiere”, perché non c’è categoria di persone esente dal vizio di parlare troppo e a vanvera. Gli scienziati danno continuamente aria ai denti, i politici non fanno altro che parlare senza concludere un cavolo, i magistrati, che dovrebbero parlare con provvedimenti ufficiali e sentenze, cadono nella tentazione di amministrare la giustizia davanti alle telecamere più che nelle sedi giudiziarie, facendosi condizionare dalle istintive reazioni dell’opinione pubblica. Sarebbe ora di fare un salutare bagno di autonomia e sobrietà.

Non mi si dica che il tutto rientra nel rispetto del diritto all’informazione. Mi sembra che questo andazzo non faccia tanto informazione quanto confusione. Se ad una persona vuoi togliere l’appetito ingozzala di cibo…I regimi dittatoriali o autoritari risolvono il problema applicando la censura ed orchestrando la disinformazione. I sistemi democratici dovrebbero basarsi sul senso di responsabilità, soprattutto da parte di chi svolge funzioni pubbliche. Il marcio nella nostra società esiste e sarebbe da criminali nasconderlo sotto il tappeto, ma non si pulisce nemmeno spargendolo o illudendosi di concentrarlo sulle prime esperienze che vengono a tiro.

“È palese, al momento della richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare, la totale mancanza di indizi a carico di Nerini e Perocchio che non siano mere, anche suggestive supposizioni”, si legge nell’ordinanza, che parla di un quadro indiziario già “scarno” e ancor più “indebolito” dagli interrogatori di garanzia.

Ho letto alcuni passaggi dell’ordinanza del gip, che peraltro mi è sembrata molto ben argomentata: come minimo, dei tre mostri sbattuti in prima pagina due non sarebbero dei mostri e le loro eventuali responsabilità sarebbero tutte da dimostrare e per uno sarebbe pacifica l’assenza del pericolo di fuga. Il provvedimento demolisce letteralmente la frettolosa indagine della procura arrivando a ritenere palesemente irrilevante il riferimento fatto dalla procura stessa al clamore mediatico sollevato dalla vicenda, che “non si può certo far ricadere sulla persona dell’indagato”. Forse sono in vena di autoincensazione (d’altra parte mio padre affermava sarcasticamente: «L’importansa s’a t’ spét ch’ a t’ la daga chiätor…bizoggna ch’a te tla dàgh da ti»), ma mi pare la canonica formulazione dei miei immediati e incompetenti dubbi sulla conduzione dell’indagine, condizionata dall’ansiosa ricerca di un capro espiatorio.

La procuratrice Bossi non ha recepito la lezione ed è tornata pedissequamente alla carica: “Non la vivo come una sconfitta sul piano investigativo, perché l’aspetto più importante è che il giudice abbia condiviso comunque la qualificazione giuridica dei fatti. Il fatto che in questo momento non ci siano sufficienti indizi per applicare la misura cautelare, non significa che non ce ne saranno in futuro, questo è il punto. Noi continueremo ad indagare in quel senso, perché anche da un punto di vista logico di dinamiche imprenditoriali mi pare veramente poco credibile che tutti fossero a conoscenza di queste prassi tranne il proprietario. Cercheremo altri riscontri. A breve potrebbero essere iscritti nel registro degli indagati nuovi dipendenti della società che gestisce la funivia. Valuteremo in che termini sapevano dell’uso dei forchettoni e se hanno consapevolmente partecipato o se si sono limitati ad eseguire indicazioni provenienti dall’alto”.

Mi è tornato alla mente un gustoso episodio della mia vita scolastica. L’insegnante di tecnica commerciale, durante un’interrogazione, aveva proposto la soluzione di un problema fornendo una serie di dati su cui costruirla. Il mio brillante compagno di classe si applicò con impegno e diede una sua articolata e plausibile risposta. Senonché la professoressa non tardò a svelare l’equivoco: la soluzione presupponeva la conoscenza di un dato che non era disponibile. L’interrogato ci rimase male e, con una reazione a metà fra l’ingenuità e la faccia tosta, si mise sulla difensiva dicendo: “Sì, d’accordo, ma qualora avessi conosciuto quel dato…”. L’insegnante fu magnanima e non interpretò la cosa come una presa in giro e si limitò a riprendere l’allievo, evocandone ripetutamente il cognome con un tono di voce fra lo spazientito e l’ironico. Da quel giorno nella mia classe, quando si voleva sgattaiolare fuori del seminato e rispondere pero per pomo, si diceva: “Sì, ma qualora…”. Mi sembra che la procuratrice Bossi abbia risposto al gip che le faceva osservare la debolezza delle indagini con un “Sì, ma qualora ci fossero le prove…”.

 

 

 

 

Un musicista tra politica e misticismo

Franco Battiato era un affascinante e originale intellettuale che amava, con una punta di inevitabile snobismo, aprire i rubinetti della sua mentalità a costo di essere frainteso e “scomunicato”.

Il 6 novembre 2012, in una conferenza stampa, annuncia la sua disponibilità a far parte della Giunta regionale della Sicilia di centro sinistra, guidata da qualche giorno da Rosario Crocetta. Viene nominato lo stesso giorno Assessore regionale al Turismo, allo Sport e allo Spettacolo, precisando che avrebbe rinunciato al relativo compenso.  Un’esperienza che dura pochi mesi. Il 26 marzo 2013 al Parlamento europeo rilascia le seguenti parole: «Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile, sarebbe meglio che aprissero un casino». L’intervento desta molte polemiche e scatena l’indignazione del Presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini. L’indomani il Presidente della Regione Siciliana Crocetta gli revoca l’incarico in giunta, insieme a quello del prof. Antonino Zichichi, assessore ai Beni culturali, ufficialmente per le troppe assenze dei due nominando al suo posto la segretaria Michela Stancheris. Battiato, durante una puntata di Servizio pubblico ha ribadito di essere stato male interpretato, in quanto le frasi pronunciate non avevano affatto una matrice misogina: «È un’espressione simbolica, fatta per esprimere una corruzione dilagante. Potere pubblico e privato si mischiano a vantaggio del secondo: “Ci sono parlamentari che hanno accettato denaro per votare decreti e leggi dannose per il paese: questi devono essere espulsi». In merito, intervistato sempre dalla giornalista Gruber nel 2015 afferma: «In Sicilia avevamo un’enorme possibilità. Ho deciso di andarmene per una motivazione molto semplice: le riunioni che si tenevano con i 5 Stelle erano state tre; ognuno di loro mi diceva che i soldi appartenenti ai 5 Stelle sarebbero andati nelle mie mani. Insomma, avevano capito che non ero affatto un buffone. Questa fu l’ultima data della mia presenza in politica; avevo determinato un progetto davvero interessante che comprendeva musica quantistica, quantismo di genere politico, e tutti ne furono soddisfatti. A un certo punto, pressoché alla fine del progetto, ho detto qualcosa che, essendo accaduto quel che è successo, non avrei dovuto dire. Ciò che ho detto di per sé non concerneva soltanto le donne, o perlomeno non era per niente un’estrinsecazione misogina».

“Papa Francesco manca di spiritualità. Anzi, non ha neanche idea di cosa sia Dio”. Parole e musica di Franco Battiato, il grande cantautore siciliano recentemente scomparso e le cui esternazioni, come questa nel programma di La7 Otto e mezzo ospite di Lilli Gruber, sono tornate di colpo virali. La conduttrice gli chiede conto del giudizio estremamente severo nei confronti di Bergoglio: “Perché?”. Bisogna analizzare tutto il ragionamento, replica il compositore che nella sua lunga carriera ha spesso approfondito i temi della spiritualità e del misticismo. “Lui mi piace molto come ho sempre detto” perché è “un individuo che ha ribaltato il Vaticano e dice delle cose eccezionali. Però “manca l’aspetto spirituale di quello che dovrebbe avere un Papa”. Si occupa troppo delle cose terrene, suggerisce la Gruber. “Esattamente” conclude Battiato.

Troppo intelligente per essere capito, troppo onesto per essere tollerato, troppo schietto per essere accettato. Sottoscrivo pienamente la dichiarazione politica di cui sopra che gli costò il posto da assessore. Valeva provocatoriamente per tutti i politici e anche per le donne impegnate in politica: ognuno doveva prendersi la sua parte di ammonimento, invece, alla casta, toccata nel vivo, non parve vero buttarla sulla presunta misoginia. Fu incautamente sincero e coraggiosamente profetico, anche se probabilmente la politica non era il suo mestiere (non dovrebbe essere un mestiere per nessuno).

Quanto a papa Francesco il discorso si fa molto più difficile e complesso. Il giudizio su di lui oscilla tra chi lo considera troppo terreno e poco spirituale e chi lo vorrebbe ancor più terreno e strutturale. Papa Francesco, come afferma il ben informato padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà cattolica, l’autorevole rivista dei Gesuiti, non è un ingenuo e non è un pontefice naif: ha avviato infatti un processo di purificazione profonda. Consapevole dell’assoluta necessità di promuovere e concretizzare una grande riforma strutturale all’interno della Chiesa, preferisce però partire da una riforma spirituale mettendo il Vangelo al centro di tutto e confidando nella forza del messaggio cristiano. Il nodo della riforma incombe e incalza sempre più, considerato il fatto che le strutture vaticane sono assai impermeabili rispetto ai reiterati richiami pontifici: lascia che dica, prima o dopo si stancherà… Penso che la schematizzazione dicotomica fra riforma spirituale e riforma strutturale lasci il tempo che trova.  Effettivamente il papa sembra più orientato ad alimentare la pentola spirituale che non a scoperchiare quella strutturale. Basterà a sconfiggere l’andazzo clerico-conservatore-affaristico che imprigiona la Chiesa istituzione e “sputtana” la Chiesa comunità? La predicazione del pontefice non si ferma peraltro alle parole, ma fa risuonare la musica dei gesti eloquenti ed emblematici come non mai: quelli che affascinano il popolo di Dio.

Franco Battiato, se ho ben capito il suo pensiero, pur apprezzando il coraggio anticlericale e la verve innovativa di papa Francesco, desiderava più spiritualità. È l’appunto che viene mosso ai preti che si tuffano, vangelo alla mano, nella bagarre delle ingiustizie mondane per denunciarle e combatterle. Come se Dio fosse un’idea da coltivare e non una persona (Gesù Cristo) da imitare.

Altro discorso ancora è pretendere che la “politica dei gesti” di papa Francesco diventi sempre più incalzante, coinvolgente e penetrante. Un mio caro amico fa una forte provocazione alla Chiesa di papa Francesco: “Perché non vende un dipinto di Raffaello di proprietà del Vaticano e con il ricavato non trasforma l’ospedale Bambin Gesù in una struttura sanitaria di base a servizio di tutti, dei più deboli in particolare, oppure (aggiungo io) in una mega-struttura di prima accoglienza per i migranti?”. Sarebbero segni evangelici? Cosa ne direbbe Franco Battiato? Sinceramente però, pur con tutto il deferente rispetto per il grande ed eclettico artista, da credente, sarei più interessato al parere dello Spirito Santo.

 

 

 

 

Draghi e l’inutile fuoco di fila pirandelliano

Sono un grande appassionato della commediografia di Luigi Pirandello: mi appassiona, in modo particolare, il suo “Così è (se vi pare)”. L’opera è incentrata su un tema molto caro a Pirandello: l’inconoscibilità del reale, di cui ognuno può dare una propria interpretazione che può non coincidere con quella degli altri. Si genera così un relativismo delle forme, delle convenzioni e dell’esteriorità, un’impossibilità a conoscere la verità assoluta.

Che la Verità assoluta esista o meno è cosa tantomeno irrilevante: è questo il messaggio finale di lettura dell’opera dove Pirandello mette lo spettatore di fronte ad una sorta di ‘barriera sul palcoscenico’ costringendolo ad interrogarsi sul significato stesso di ciò che ha appena visto e l’assenza stessa di significato. Protagonista assoluto di scena, il dramma esistenziale della vita umana nella sua infinita complessità, ed in virtù del teorema, il fatto che la Verità assoluta, quella imprescindibile non esiste. A seguito dell’acceso dibattito tra i personaggi di un piccolo ambiente provincial-borghese infatti, la Verità è per ciascuno ‘come pare’.

Questa la breve premessa, scopiazzata da Wikipedia, per arrivare ad applicare il teorema pirandelliano al premierato draghiano (più che al governo presieduto da Mario Draghi). Il dibattito fra i migliori analisti ed osservatori politici finisce appunto per mettere la questione draghiana su un palcoscenico, imprigionandola nella finta diatriba fra continuismo e nuovismo, fra democrazia e tecnocrazia.

Da una parte si ritiene che Mario Draghi stia succhiando la ruota di Giuseppe Conte e non faccia altro che proseguire quanto già era in avanzato stato di costruzione nel cantiere giallo-rosso: così per la pandemia, così per il Recovery plan. Dall’altra si intravede un autorevole e notevole cambio di passo, che sta dando risultati apprezzabili sia nella lotta al coronavirus sia nella preparazione dell’enorme piano di investimenti sostenuto finanziariamente dall’Unione Europea.

Da una parte si considera che Draghi sia il prodotto di una discesa in campo dei cosiddetti “poteri forti” e di un maxi-accordo pasticciato tra soggetti troppo diversi per trovare la quadra di una seria azione riformatrice. Dall’altra parte si prende atto realisticamente del fallimento della politica a cui hanno portato gli attuali partiti e si considera Draghi come il miglior commissario straordinario possibile e immaginabile per garantire la sopravvivenza dell’azienda Italia.

Da una parte si grida allo scandalo della democrazia violata e sottratta al potere del popolo in nome della supremazia della tecnica, dall’altra si evidenzia come la gente abbia salutato con favore la salita al potere di personaggi capaci di fare il loro mestiere e quindi in grado di supplire ai limiti della politica politicante.

Da una parte si osserva con preoccupazione la discesa del Paese agli inferi dell’economia e dei suoi potentati palesi ed occulti, dall’altra si saluta con soddisfazione e fiducia la forte presenza sulla scena europea ed internazionale di un personaggio autorevole, che, come al solito, profetizza più all’estero che in patria.

Da una parte si indica pessimisticamente il bicchiere mezzo vuoto delle riforme tutte da fare, dall’altra si guarda ottimisticamente al bicchiere mezzo pieno di un governo in grado di governare il presente con sano realismo e di puntare al futuro ostentando una seria capacità di favorire ed avviare una certa ripresa economica.

Da una parte si piange sul debito pubblico in grande aumento e ci si chiede come potrà mai fare il governo Draghi ad avere il consenso necessario per una politica di sacrifici, dall’altra parte si pensa che l’ostacolo del debito pubblico possa essere aggirato e diluito con la prospettiva di una imminente e duratura crescita economica e con il mantenimento di una imprescindibile fiducia della UE e dei mercati.

Da una parte si concedono al governo Draghi i minuti contati, giusto il tempo per ricominciare i litigi fra i partiti allorquando si dovranno operare scelte impegnative e impopolari; dall’altra parte si auspica che l’attuale governo, pur con tutti i limiti e i difetti, possa durare il più a lungo possibile, almeno fino alla scadenza della legislatura prevista per il 2023.

Si potrebbe continuare, ma mi sembra di avere dato l’idea dell’approccio così frastagliato e superficiale emergente dal dibattito colto (?): tutto sommato credo che siano più obiettivi e seri i dibattiti da osteria (?), quelli della gente che va al sodo e non si perde in disquisizioni di carattere pseudo-politico. L’unico modo infatti per uscire dal labirinto pirandelliano della ricerca astratta della verità è quello di accettare la concretezza della realtà per quella che è, misurandola sulla pelle della gente che soffre e non può permettersi il lusso di sottilizzare e pontificare.

Qualcuno, Marco Travaglio tanto per non fare nomi, assimila la “cotta” verso Draghi all’infatuazione per il “ghe pensi mì” di berlusconiana memoria, al “lasciamoli lavorare” di fascistoide provenienza. Fortunatamente qualcun’altro, Massimo Giannini sempre per non fare nomi, chiarisce che Draghi non è il frutto proibito di un putsch istituzionale, ma la risultante di una difficile quadratura del cerchio operata da Sergio Mattarella nell’interesse del popolo italiano.

 

Le tute di forza per gli allenatori

Nella mia famiglia non si è mai respirata aria di comunismo. Mio padre non era anticomunista, ma era autonomo rispetto a questa ideologia ed estremamente critico verso gli aspetti più superficiali, faziosi, demagogici, anticlericali, filo sovietici del comunismo italiano. Mia madre, pur essendo devota sorella di un santo sacerdote, non era affatto una clericale, ma certamente non aveva simpatie comuniste. Mia sorella ed il sottoscritto, educati in un clima oscillante fra il paterno socialismo dal volto umano e la materna carità cristiana, non potevamo che collocarci nel solco del cattolicesimo democratico con forte propensione verso la DC di sinistra. Ciononostante, quando emergevano fatti clamorosamente portatori di ingiustizie, mi lasciavo andare e provocavo mia madre, che stava al gioco: “Un po’ ‘d comunisom al ne faris miga mäl dal tùtt: a serta génta bizognaris mettrog ‘na tuta e mandärla a lavorär…”.

Ebbene, se fosse vero quanto afferma ironicamente Ignazio La Russa, esponente di primo piano di Fratelli d’Italia” ma soprattutto interista sfegatato da sempre, vale a dire che “l’addio di Conte all’Inter è tutta colpa del comunismo cinese” in quanto “il presidente Zhang ha dovuto obbedire al diktat del suo governo…», rivaluterei i venti di austerità calcistica provenienti dalla Cina.

L’allenatore dell’Inter non ha esitato a fare le valige quando ha sentito una sacrosanta aria di austerity e se ne è andato alla ricerca spasmodica di un ingaggio favoloso e di una squadra secondo i suoi desiderata. Ciò naturalmente all’ex ministro della Difesa non è andato giù, come a tutti coloro che hanno il cuore nerazzurro fresco del diciannovesimo scudetto della squadra.

«Sì, è tutta colpa del comunismo cinese – scherza ma non troppo La Russa – perché la politica del governo di Pechino ha imposto al presidente Steven Zhang, che rispetto e ammiro, di tagliare gli investimenti nel calcio. Lui non ha colpe. Ha dovuto chiudere la squadra che aveva in Cina e che stava vincendo il campionato sempre per un diktat del suo governo. E lì in Cina non si può dire di no. Basta vedere come è finita a Jack Ma, il fondatore di Alibaba. Ora, per far quadrare i conti e risparmiare 100 milioni, è costretto a vendere gioielli come Hakimi e chissà chi altro. Continueranno a vendere, magari il prossimo anno cederanno Lukaku e Eriksen. È chiaro che Conte ha detto no. Altro che ciclo interista…».

Dunque, i “comunisti” cinesi avrebbero imposto a Zhang tagli netti al monte ingaggi e un mercato che dovrà chiudere con un forte attivo: zero nuovi investimenti e cessione di big. Condizioni che Marotta e Ausilio hanno poi messo sul tavolo a Conte, che non ha accettato di ridimensionare la squadra. Finalmente qualcuno ha cominciato a ragionare e fare due conti e ciò non è piaciuto a Conte, illustre rappresentante degli avvoltoi che volano intorno al cadavere del calcio.

L’Inter non è stata a guardare e non ha pianto sul Conte versato, ha ripiegato su Simone Inzaghi altro esimio rappresentante di una categoria che sembra mettersi l’etica sotto i piedi puntando solo e spudoratamente ai soldi.  Quando sembrava che fra Inzaghi e Lotito, presidente della Lazio, fosse scoppiata la pace a lume di candela e con una stretta di mano, si è fatta viva l’Inter con un ingaggio raddoppiato e al tecnico laziale non è parso vero di mollare tutto e tutti e di trasferirsi a Milano. Evviva la correttezza e la coerenza!!!

“I comunisti” dell’Inter hanno smesso subito i panni moralistici per vestire quelli della più spietata e assurda delle concorrenze: era necessario, dopo aver dato un colpo alla botte dei futuri bilanci, darne uno al cerchio della tifoseria infuriata per la partenza di Antonio Conte, improvvisamente diventato l’idolo della piazza interista.

Questo è il calcio, che dà un calcio ad ogni e qualsiasi regola sportiva, etica, professionale, contabile e opta per un mercato impazzito dove gli allenatori e i giocatori (vedi il portiere del milan Donnarumma) più importanti fanno i furbi, non capendo che si sta raschiando il barile. Sembra che pensino: portiamo a casa il più possibile, il resto si vedrà. Non so però fino a che punto i loro contratti pluriennali potranno essere onorati dalle società calcistiche indebitate fino al collo.  Forse i magazzinieri avranno pronte per loro anche le tute che sarcasticamente ipotizzava mia madre?

 

 

 

 

Una globale questione di forchette

Il gravissimo incidente sulla funivia del Mottarone, che ha causato 14 morti a causa del precipitare della cabina, mi lascia sbigottito per diversi motivi.  Profondamente addolorato per un’autentica strage: non bisogna mai fare l’abitudine a simili anche se ricorrenti episodi. Prevale lo stupore sul dolore e forse non è giusto, perché è il cuore che soffre mentre la mente si interroga.

Ammesso e non concesso che la prima verità emergente dalle indagini della magistratura sia attendibile e non la frettolosa smania di sbattere i mostri in prima pagina (un po’ più di prudente discrezione da parte della procura interessata non avrebbe guastato), pur considerato il fatto che l’opinione pubblica è alla ricerca acritica del capro espiatorio in modo da tacitare superficialmente le coscienze, pur  sgonfiando  il solito accanimento mediatico che naviga sullo sgomento della gente, se, come sembra a prima vista, la causa del disastro fosse riconducibile a una valutazione ottimistica eseguita dal gestore,  basata più sul calcolo delle convenienze economiche piuttosto che sulla considerazione dei rischi umani, saremmo veramente in presenza di una follia  del guadagno a tutti i costi.

I fermati hanno ammesso le responsabilità loro contestate, ha detto il comandante provinciale dei Carabinieri di Verbania, tenente colonnello Alberto Cicognani. “Il freno non è stato attivato volontariamente? Sì, sì, lo hanno ammesso”. “C’erano malfunzionamenti nella funivia – ha spiegato l’ufficiale – è stata chiamata la manutenzione, che non ha risolto il problema, o lo ha risolto solo in parte. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la “forchetta”, che impedisce al freno d’emergenza di entrare in funzione”. Freno disattivato per soldi, per timore del blocco della funivia.

Stento a crederci, le persone chiamate in causa daranno la loro versione. Però il dato emergente sembra proprio essere quello che assieme alla cabina sia precipitato anche un pezzo di umanità dei nostri comportamenti. Non voglio esagerare, ma non posso nemmeno circoscrivere l’accaduto a quel triste incidente. Probabilmente stiamo tutti sbagliando di grosso la scala delle priorità: prima viene l’interesse economico e poi…in subordine la vita delle persone. Rimettiamoci tutti eticamente in discussione: l’aria che tira è questa, prendiamone atto con sgomento e diamoci una scrollata.

Non mi sento di criminalizzare i gestori della funivia (è un compito della magistratura che agirà, almeno me lo auguro, con obiettività ed equilibrio), mi sento invece di colpevolizzare l’andazzo socio-economico in cui stiamo sprofondando. Non intendo fare del sociologismo datato e dell’utopismo fragile, mi basta fare del realismo umano. È già cominciata la cavalcata dei grilloparlanti: tutti sciorinano ricette politiche pronte all’uso.

È scritto nei manuali di sociologia che, quando un’azienda è sull’orlo del fallimento, si tende ad intervenire, limitando drasticamente l’uso di gomme e matite. Non vorrei che, con l’approssimarsi di un fallimento etico del nostro sistema di vita, ci illudessimo di risolvere il problema sbattendo in galera qualcuno che effettivamente l’ha fatta grossa, ma che rispecchia un male ben più largo e profondo della nostra società.

Purtroppo siamo in presenza della punta di un iceberg. Cosa ci sia sotto lo sappiamo benissimo e non facciamo finta che… I famigliari delle vittime, come al solito, opportunamente chiedono verità e giustizia: non so se saremo in grado di corrispondere positivamente a questo grido. Spero comunque che non torni d’attualità la domanda provocatoria che si faceva don Lorenzo Milani: «A cosa sarà servito avere le mani pulite se le abbiamo tenute in tasca?».  In noi scatta l’ansia di pulizia, ma, se poi non rivedessimo in profondità i meccanismi dello sporco, saremmo sempre daccapo.