Il suo nome è Draghi Mario, ma non chiamiamolo drago

Era da tempo che non si registrava un così evidente, anche se giustamente discreto, protagonismo dei governanti italiani a livello europeo e mondiale. Mi riferisco alla recente partecipazione di Mario Draghi al G7 e al vertice Nato nonché al faccia a faccia col presidente americano Biden. Non si tratta di un presenzialismo di stampo berlusconiano, spettacolare al limite del pagliaccesco, ma di una sobria partecipazione in stile degasperiano, ancorata alle scelte storiche fondamentali dell’Italia, vale a dire, europeismo e atlantismo, fermamente ribadite e coniugate col dialogo aperto a tutti gli interlocutori senza rinunce valoriali ed appiattimenti extra-occidentali.

Se, come diceva Pietro Nenni, le idee camminano sulle gambe degli uomini, anche la politica, pur fondandosi sulle idee, ha bisogno di essere incarnata nelle persone investite democraticamente dei ruoli istituzionali. Non sembri superfluo ribadire fedeltà ai principi dell’europeismo in un periodo in cui l’Europa appare indebolita dalla Brexit, in chiara difficoltà nella gestione unitaria delle tremende sfide sul tappeto, intaccata dai tarli del sovranismo e populismo striscianti. Non appaia stucchevole il forte richiamo all’atlantismo quale ancoraggio ai valori democratici occidentali dopo le scriteriate spinte autarchiche del trumpismo e dei suoi ammiratori più o meno allineati e scoperti.

È proprio nei momenti di più grave difficoltà economica e di smarrimento sociale che urge riscoprire l’ancoraggio ai principi basilari, che dovrebbero guidare il progresso nel dialogo e nella collaborazione fra gli Stati ed i popoli. Sono state dette parole chiare, anche se pacifiche, per quanto concerne i rapporti con Cina e Russia, obbligati ma difficili interlocutori dell’Europa e degli Usa. Niente strizzate d’occhio diplomatiche, niente indulgenze valoriali, niente opportunismi affaristici, ma dialogo nel rispetto delle reciproche autonomie.

Ammetto di essermi sentito rassicurato dalle conclusioni emergenti dagli appuntamenti internazionali in cui l’Italia ha giocato pienamente e finalmente il ruolo che le compete. Merito soprattutto di un Mario Draghi in splendida forma, per nulla logorato dai tira e molla pandemici, per nulla indebolito dall’armata Brancaleone che lo sostiene obtorto collo in patria, per nulla distratto dagli elogi strumentali del continuismo di regime e dalle critiche aprioristiche dell’ideologismo datato, per nulla condizionato dagli ondivaghi atteggiamenti provenienti da una destra spiazzata e da una sinistra in pena, per nulla ringalluzzito dai consensi interni ed internazionali.

Mio padre, quando qualcuno si pavoneggiava e si dava un contegno, tenendo, come si suol dire, su le carte, ammetteva sconsolatamente: «L’importansa s’a t’ spét ch’ a t’ la daga chiätor…bizoggna ch’a te tla dàgh da ti». Mario Draghi non brilla di luce riflessa, non ha bisogno di cercare le lodi altrui e tanto meno di auto-incensazioni: non è l’uomo della provvidenza, ma l’uomo giusto nel posto giusto e al momento giusto. Il che non significa che sia un governante perfetto, ma solo un autorevole e credibile Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, che, ai sensi dell’articolo 95 della Costituzione, “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

Le critiche si possono, anzi si devono fare, possibilmente senza picconare un personaggio che merita grande rispetto e collaborazione. Sono il primo ad ammettere che non abbia brillato nella gestione dell’emergenza pandemica e della procedura vaccinale, che faccia molta fatica a trovare una linea equilibrata e solidale nella gestione dell’immigrazione, che sia più capace di raffreddare i catastrofismi che di scaldare i cuori. Potrei continuare sfogando tutta la mia innata verve critica. Poi però mi dovrei fermare perché sentirei il fiato di mio padre sul collo che mi bisbiglierebbe all’orecchio: At pàr von ‘d coi che all’ostaria con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…”.

 

Quando può servire prendere paura

Il calcio non è un fenomeno di coesistenza pacifica, prevede scontri abbastanza forti, con un agonismo acceso che coinvolge anche il pubblico. É chiaro che il pubblico non può essere distaccato e inamidato, è partecipe, qui sta il bello. Ma ci devono essere dei limiti e qui sta il difficile. Solo una volta, mi è capitato di vedere il pubblico in controtendenza rispetto all’eccesso di agonismo in campo. Vale la pena aprire questa piccola parentesi. Durante una partita di serie A tra Parma e Sampdoria, la tensione in campo stava assumendo dimensioni pericolose, l’arbitro stentava a controllare la gara, i giocatori tra falli e reazioni stavano veramente esagerando. C’era di che preoccuparsi, ma entrarono in campo (si fa per dire) le due tifoserie che dalle curve contrapposte si scambiarono cori di incitamento e di simpatia reciproci (i sampdoriani gridavano: Parma! Parma e i parmensi rispondevano: Doria! Doria!). Tutto il pubblico capì ed applaudì intensamente. I giocatori furono contagiati da tanto fair play e la partita si incanalò sui binari dell’assoluta correttezza. Confesso di essere rimasto colpito ed emozionato dall’episodio.

Tifosi danesi e finlandesi insieme, per Eriksen, il giocatore danese crollato in campo per un improvviso quanto drammatico arresto cardiaco. Lo stadio ammutolisce, ma quando alle 19.38 arriva la notizia che il giocatore ricoverato in ospedale, dopo il malore in campo e la grande paura, è sveglio e fuori pericolo lo stadio si rianima. La Uefa comunica che, su richiesta del giocatore, la partita riprenderà (purtroppo la recita deve continuare). E dagli spalti i tifosi intonano, insieme, un coro bellissimo. I finlandesi urlano “Christian”, e i danesi rispondono “Eriksen”. Un momento da brividi.

Ho appena sparato a zero contro l’approccio retorico al campionato itinerante europeo di calcio per nazioni. Non vorrei cadere nell’errore uguale ma opposto. Mi sembra tuttavia il caso di prendere in seria considerazione l’accaduto di cui sopra per farsi qualche domanda.

Il tifoso, quindi, tutto sommato, è ancora capace di ragionare e di far prevalere le ragioni del cuore su quelle del fegato.  Resta inquietante il perché occorrano fatti tragici per riportare il tifoso alla ragione.

Ero un ragazzino e andavo allo stadio in compagnia di mio padre. Durante una fase particolarmente concitata di un match, in occasione di un affondo pericoloso dell’attacco parmense, un giocatore si trovò quasi a scontrarsi col portiere avversario ed in quel preciso momento scattò una frase urlata, di quelle strozzate in gola, cattive quanto assurde, che incitava, si fa per dire, l’attaccante nei confronti del portiere: “Dai, masol!”. Per fortuna il giocatore del Parma, che forse non sentì neanche l’urlo, si comportò da persona seria, desistette dall’intervenire e, come si dice in gergo, saltò il portiere. Bene così. Ma a mio padre non sfuggì quell’urlo violento proveniente da un tifoso alle nostre spalle, riuscì ad individuarlo con assoluta precisione e ad apostrofarlo con una battuta amara, una domanda retorica: “Mo ti, pr’un balón, masòt un òmm? Mo sit stuppid?” L’interessato farfugliò una risposta più assurda dell’urlo in questione, non la ricordo bene e non cerco neanche di ricordarla, perché l’unica risposta sarebbe stato il silenzio. Ed io rimasi in silenzio, ma registrai questa reazione sconfortata di mio padre e la memorizzai per quello che valeva. Con tre parole era riuscito a bollare il fenomeno della violenza in campo e sugli spalti, aveva ammonito quel tifoso con un cartellino paonazzo, più che rosso, una squalifica a vita.

Qui tutti devono fare una cura dimagrante: dei tifosi ho detto. Per i calciatori voglio aggiungere che l’impostazione professionistica della loro attività sportiva non può e non deve essere un imperativo affaristico che scavalca l’etica alla luce di un esibizionismo spinto e di un profitto eccessivo. Il malore capitato ad Eriksen è lì a dimostrare la precarietà e relatività di un mondo caratterizzato dal successo ad ogni costo. Siamo uomini o calciatori?

La cura però non riguarda solo spettatori e attori. Spostiamoci nel tempo, andiamo indietro di 40/50 anni. Non esistevano le TV a pagamento, la RAI, unica emittente, trasmetteva qualche partita, difficilmente in diretta, non c’era il rischio dell’attuale sbornia televisiva con le telecamere a scrutare ed a moviolare ad libitum, non esistevano i salotti televisivi pre e post partita, di cronista c’era Nicolò Carosio e poco più, ben lontani dalle attuali schiere di giornalisti, commentatori tecnici, esperti, moviolisti, combinati in polpettoni stomachevoli che alla fine riescono a falsare l’avvenimento (altro che i quasi goal di Carosio). Scusate se insisto, ma è l’occasione per pulirmi un po’ in bocca, per ridicolizzare quanto succede in TV durante un incontro di calcio: un gruppo di giornalisti ed esperti nello studio centrale, altri nello studiolo sul posto, un duetto per il pre-partita, un duetto per la cronaca, con altri due cronisti a commentare le inutili urla degli allenatori, una equipe per commenti e interviste durante l’intervallo ed alla fine. A parte il costo di tali sovrastrutture, che qualcuno direttamente o indirettamente paga (canone, pubblicità, pay-tv, etc. etc.) non so fino a quando, non sono sicuro che il povero telespettatore al termine ricordi il risultato dell’incontro, stordito dalla sarabanda di commenti, immagini (replay che si sovrappongono alla diretta), critiche, schemi di gioco, interviste, pareri etc. etc. Ebbene, nel periodo oggetto dei miei ricordi la culla del calcio era lo stadio, la sede naturale ed unica era il terreno di gioco circondato dalle gradinate più o meno gremite di pubblico. Calcio e stadio: il binomio entro cui si svolgeva l’avvenimento agonistico, con i due fronti contrapposti di protagonisti, i giocatori da un lato il pubblico dall’altro. Tutte le altre, a mio giudizio, sono interferenze più o meno fastidiose (dagli spot pubblicitari in giù). Ed eccoci alla cura dimagrante a livello mediatico: basta enfasi, basta retorica, basta chiacchiere inutili, basta calcio (s)parlato, basta!

Occorre lo spettro della morte di un protagonista per ridimensionare un fenomeno assurdamente gonfiato? Si è sfiorata la tragedia. Non penso sia direttamente ascrivibile a colpe, comunque servirà o sarà soltanto l’occasione per mettere momentaneamente a posto la coscienza e riprendere in fretta e furia i soliti schemi? Passata la paura, tutto tornerà come prima? Con tutto il rispetto, la comprensione e l’ammirazione per la carriera calcistica di Christian Eriksen (persona peraltro assai seria, controllata e disciplinata), non mi chiedo tanto se e quando lui potrà riprendere l’attività, mi chiedo se e quando il calcio tornerà ad essere il più bel gioco del mondo e non il più brutto caleidoscopio affaristico per molti e il più snervate sfogatoio individuale e sociale per troppi.

 

Il papa di picche

E così papa Francesco, come potevasi immaginare, ha respinto le dimissioni presentate dal cardinale Reinhard Marx, il quale con questo gesto aveva chiesto di lasciare come risposta alla crisi degli abusi, che a suo dire chiederebbe una profonda riforma nella Chiesa. Il papa, al termine di una accorata lettera autografa scritta in spagnolo e subito diffusa, anche in una traduzione in lingua tedesca, dalla Sala Stampa vaticana, gli ha chiesto di rimanere alla guida dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga.

Nella mia povera e inconcludente vita sono stato spesso colpito da una sorta di “dimissionite acuta”: una sofferta e provocatoria spinta verso il doloroso rinnovamento del sistema in cui mi trovavo ad operare. Richiamo due esempi, uno ripreso dal mio impegno politico ed uno dalla mia esperienza professionale.

Quando decisi di uscire dalla Democrazia Cristiana, all’inizio della segreteria Forlani che portò l’Italia allo sfacelo (il famoso CAF), qualcuno cercò di convincermi a rimanere per non indebolire la componente interna di sinistra a cui da sempre aderivo. Risposi: “Con questo ragionamento si potrebbe ipotizzare paradossalmente una mia presenza nel Movimento Sociale Italiano (i fascisti di Almirante) per evitare che sia troppo di destra… Paradosso per paradosso è il ragionamento di chi sostiene che ci vuole più coraggio a continuare a vivere che a suicidarsi… Rispetto chi opera scelte diverse, ma pretendo altrettanto rispetto”.

Quando optai per il pensionamento anticipato (erano dimissioni belle e buone) rispetto al mio impegno professionale, motivato da gravi incompatibilità sistemiche di impostazione e gestione, mi arrivarono scarse solidarietà se non quelle dei colleghi più stretti. Mi colpì la reazione di chi si limitò a dare un giudizio estetico sulla lettera con cui abbandonavo il campo: un modo elegante per dirmi che comprendeva, ma non condivideva il metodo.

È sempre così: chi se ne va rischia di passare dalla parte del torto o comunque di non ottenere l’attenzione dolorosamente richiesta.

La risposta papale alle dimissioni del cardinale Marx, al di là dello scontato burocratico respingimento oserei dire dovuto, è evangelicamente sentimentale e toccante: “È urgente “esaminare” questa realtà degli abusi e di come ha proceduto la Chiesa, e lasciare che lo Spirito ci conduca al deserto della desolazione, alla croce e alla resurrezione. È il cammino dello Spirito quello che dobbiamo seguire, e il punto di partenza è la confessione umile: ci siamo sbagliati, abbiamo peccato. Non ci salveranno le inchieste né il potere delle istituzioni. Non ci salverà il prestigio della nostra Chiesa che tende a dissimulare i suoi peccati; non ci salverà né il potere del denaro né l’opinione dei media (tante volte siamo troppo dipendenti da questi). Ci salverà la porta dell’Unico che può farlo e confessare la nostra nudità: “Ho peccato”, “abbiamo peccato” … e piangere e balbettare come possiamo quell’“allontanati da me che sono un peccatore”, eredità che il primo Papa ha lasciato ai Papi e ai Vescovi della Chiesa. E allora sentiremo quella vergogna guaritrice che apre le porte alla compassione e alla tenerezza del Signore che ci è sempre vicino. Come Chiesa dobbiamo chiedere la grazia della vergogna, e che il Signore ci salvi dall’essere la prostituta spudorata di Ezechiele 16”.

Come al solito però papa Francesco è sistemicamente sgusciante, remissivo e finanche furbo, chiude il Vangelo in se stesso nella sua implacabile forza innovatrice e purificatrice a prescindere dalle strutture della Chiesa che lo dovrebbe testimoniare: “Il Signore non ha mai accettato di fare “la riforma” (mi si permetta l’espressione) né con il progetto fariseo, né con quello saduceo o zelota o esseno. Ma l’ha fatta con la sua vita, con la sua storia, con la sua carne sulla croce. E questo è il cammino, quello che tu, caro fratello, accetti nel presentare la rinuncia”.

Se il male c’è, lo si deve ammettere, ma non è consentito lasciare il terreno: “Mi piace come concludi la lettera: “Continuerò con piacere ad essere prete e vescovo di questa Chiesa e continuerò ad impegnarmi a livello pastorale sempre e comunque lo riterrà sensato ed opportuno. Vorrei dedicare gli anni futuri del mio servizio in maniera più intensa alla cura pastorale e impegnarmi per un rinnovamento spirituale della Chiesa, così come Lei instancabilmente ammonisce”.

E allora? Conclude il papa: “Questa è la mia risposta, caro fratello. Continua quanto ti proponi, ma come Arcivescovo di München und Freising. E se ti viene la tentazione di pensare che, nel confermare la tua missione e nel non accettare la tua rinuncia, questo Vescovo di Roma (fratello tuo che ti vuole bene) non ti capisce, pensa a quello che sentì Pietro davanti al Signore quando, a modo suo, gli presentò la rinuncia: “allontanati da me che sono un peccatore”, e ascolta la risposta: “Pasci le mie pecorelle”.

Pur riconoscendo di assistere ad un altissimo, edificante e benefico scambio dialogico e ad un confronto di esperienze di stupenda levatura, devo ammettere di rimanere perplesso: non trovo alcun riscontro concreto all’accorata richiesta di riforma del sistema ecclesiale, nemmeno un cenno a voler cambiare qualcosa di clamorosamente sporco e inadeguato. Posso permettermi in tal senso una provocatoria esemplificazione per chiedere almeno un piccolo gesto, che pur tuttavia rimane una specialità della ditta bergogliana: perché non fare un bel pranzo in Vaticano con tutti gli spretati e le loro eventuali compagne per discutere con loro di celibato sacerdotale?

Sono sicuro che papa Francesco non mancherà di elaborare qualche risposta concreta, ma tutto resta troppo legato al suo buon cuore: c’è gente che ha sofferto e che soffre e non può aspettare oltre. Non vorrei mai che tutto finisse nel solito facile dare ragione a chi ce l’ha per continuare tutto come se niente fosse. Sì, perché come dice un noto detto parmigiano, “La ragión la s’dà ai cojón”, mentre, però, il cardinale Marx non è affatto un coglione.

 

 

Il talebano del pallone

Nella sua accezione negativa la retorica è l’atteggiamento dello scrivere o del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni.

Questa definizione, mutuata dal vocabolario, si attaglia perfettamente a quanto sta mediaticamente succedendo in merito ai campionati europei di calcio per nazioni: una stomachevole ed infinita strumentalizzazione di un evento calcistico trasformato in una penosa occasione di riscatto sociale post pandemico. Solo perché si sono scriteriatamente riaperti gli stadi, i tifosi hanno ripreso a sbraitare sugli spalti, la gente si distrae, i giornalisti sportivi ritrovano spazio per le loro inutili esibizioni.

“Ai colori giallo, arancione e rosso delle zone a rischio Covid abbiamo finalmente sostituito il colore azzurro della nazionale di calcio” così ha commentato un componente dell’esercito rai della perdizione calcistica: uno squallore emblematicamente collegato al peggior modo possibile e immaginabile di (non) voltare pagina. Decisamente insopportabile il clima che si è creato attorno a questo evento sportivo ed estremamente negativa la demagogica riscossa sistemica attorno alla nazionale, degna del peggior fascismo degli anni trenta.

Si sovrappongono e si incrociano lo spudorato rilancio del calcio, le cui sempre più profonde rughe affaristiche vengono accuratamente ricoperte dal fondo tinta nazionalistico, la penosa ripresa del consumismo pallonaro, i cui allocchi ritrovano finalmente “panem et circenses”, il respiro di sollievo di tutto il sottobosco calcistico, che ricicla il suo modo di essere inutile.

Il tutto condito dalla solita e sbracata scenografia celebrativa (almeno potevano risparmiarsi l’inflazionato “nessun dorma” di scomoda pucciniana origine), culminante nell’esecuzione dell’inno di Mameli sbraitato “alla viva il duce”. Quando è stato inquadrato dalle telecamere il canto ispirato del portierone Gigi Donnarumma, mi sono assentato per soddisfare un bisogno fisiologico: mi tocca di vedere questo insulso e ingordo giovanottone, che si atteggia a soldato della patria calcistica. Ma fatemi il piacere…

L’Italia doveva vincere e ha vinto la partita d’esordio con tanto di prematura esaltazione di Roberto Mancini, da tempo scelto come indiscutibile mascotte di un mondo in cerca di santi che scherzino coi fanti. I comunisti di vecchia data, quando l’Italia giocava contro l’Urss, tifavano per i nostri avversari: il povero Pascutti, che ebbe il torto di reagire ad un fallo sovietico facendosi espellere, fu letteralmente considerato un rospo da mettere alle sassate. Ebbene, lo ammetto, l’altra sera ho tifato per la Turchia (nonostante Erdogan), o meglio ho gufato contro l’Italia, sperando che potesse interrompersi sul nascere questa deriva retorica che ci sta inondando.

Vale la pena riprendere le ingenue esclamazioni di mia madre di fronte alla sarabanda degli uomini che ruotano attorno al calcio: “Co’ farisla tutta ch’la génta lì s’a ne gh’ fìss miga al balón?”. Non avrebbero più pane per i loro denti, il castello crollerebbe rovinosamente ed in effetti qualche grosso cedimento ha cominciato a verificarsi. Ed ecco allora il puntello del campionato europeo.

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Per evitarle accuratamente pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose. Avrebbe un bel daffare oggi, perché la partita non è giocata dai calciatori ma dai media prezzolati, che ne stanno facendo una infinita e smaccata operazione di regime, e perché il calcio è diventato un dopo-partita interminabile fine a se stesso, o meglio finalizzato a ben altro.

 

 

 

La realvaccinik

È morta Camilla Canepa, la diciottenne di Sestri Levante ricoverata sabato al San Martino di Genova dopo una trombosi al seno cavernoso e operata per la rimozione del trombo e per ridurre la pressione intracranica. Era stata vaccinata con il vaccino di AstraZeneca il 25 maggio nell’open day per gli over 18.

Ed ecco la solita diminutio scientifica (?): non è niente, un caso su 200mila non fa testo, non c’è di che allarmarsi! Scusate la scurrile franchezza, ma questo è un ragionamento del cazzo. C’è o non c’è il problema degli effetti deleteri sulla coagulazione del sangue dei vaccinati con astrazeneca, soprattutto le donne e i giovani? Se non lo si sa, si abbia il coraggio di ammettere che stiamo facendo solo ed esclusivamente una sperimentazione di massa. Se lo si sa e non lo si vuol dire per realvaccinik (non è la prima volta che tiro in ballo questo agghiacciante concetto), c’è da mettersi le mani nei capelli. Se ha prevalso la ragion di vaccino sul vaccino della salute, c’è da vomitare su scienza e politica che vanno d’amore e d’accordo sul sentiero della irresponsabilità.

Gli organismi deputati alla valutazione dei medicinali se la sono cavata affermando che l’utilizzo di questo vaccino per certe fasce di età era sconsigliato, ma non proibito, in un macabro balletto di cavie fra giovani e anziani. Se la Costituzione Italiana è l’esempio di compromesso ai livelli più alti, questo è l’emblema della mediazione affaristica sulla pelle della gente.

L’impressione è infatti che siano state utilizzate le scorte a prescindere da motivazioni di ordine sanitario fino ad arrivare alla squallida promozione degli open day, vale a dire una sorta di mercatino del vaccino poco sicuro con il miraggio per i giovani di poter andare in fretta e furia in vacanza e in discoteca. Una vaccinazione a prova di consumismo promossa dalle Regioni: in tutta la vicenda pandemica sono le protagoniste in negativo da tutti i punti di vista.

Ora si ipotizza di non utilizzare più per nessuno il più chiacchierato dei vaccini e un dietrofront per quanti hanno avuto la prima dose di astrazeneca (almeno per gli under 60): il conseguente cocktail vaccinale sarà efficace e sicuro? Chissà chi lo sa. Ne sapremo qualcosa alla registrazione della prossima vittima su cui la procura aprirà penosamente una inchiesta per omicidio colposo. Della serie “morto un vaccinato se ne aspetta un altro”.

Al mio medico che mi consigliava di vaccinarmi, rassicurandomi con giusta e professionale delicatezza sul contenimento dei rischi dovuti alle mie abbondanti allergie, ho risposto con un’affermazione gravissima e spietata di cui mi assumo tutta la responsabilità: “Non mi fido del sistema!”. Vivo nell’incertezza se vaccinarmi oppure no: non mi fido degli scienziati chiacchieroni e inconcludenti, di Ema capace solo di fare il pesce in barile, del Cts incapace di fornire ai governanti un indirizzo univoco e preciso, delle Regioni sballottate tra demagogia e inefficienza, del governo centrale che non sa letteralmente che pesci pigliare, della sanità le cui magagne ed i cui altarini sono stati clamorosamente scoperti dal vento pandemico.

Non è un problema solo italiano, è una questione globale: tutti brancolano nel buio e non hanno l’umiltà di ammetterlo e soprattutto di usare conseguentemente le precauzioni e le cautele necessarie. Se non si è capito, sono molto sfiduciato e scoraggiato. Alla fine non resta che cantare: “Tutti ar mare Tutti ar mare A mostrà le chiappe chiare Co li pesci In mezzo all’onne Noi s’annamo a divertì”. Ebbene io non posso nemmeno cantare questa canzonetta d’evasione. Perché? Perché ho deciso di non andare in vacanza. Lo faccio da ben quarant’anni. Figuriamoci se voglio ricominciare adesso a mostrar le chiappe, divenute nel frattempo sempre più flaccide e cadaveriche.

 

Cosa scacciano i chiodi di Biden ?

Resta sul tavolo l’inquietante ipotesi che l’origine del coronavirus possa risalire ad un errore commesso in un laboratorio cinese e dolosamente negato a costo di infettare il mondo intero. Il presidente americano Joe Biden ha chiesto lumi ai servizi segreti, che evidentemente avranno nel frattempo scoperto qualcosa di nuovo e di utile per risalire all’inizio della pandemia.

Rispolvero la battuta velenosa sciorinata da mio padre in occasione di una alluvione in Italia (non ricordo dove e quando, ma non ha molta importanza). Di fronte al solito ritornello dei comunisti trinariciuti, quelli col paraocchi, che recitava più o meno “Cozi dal gènnor in Russia in sucédon miga”, mio padre rispose: “Sät parchè? In Russia i gh’àn j èrzon äd cärta suganta”. Per tornare al discorso covid, non vorrei che l’insistenza statunitense sulle eventuali responsabilità cinesi fosse un tentativo di demonizzare il potente avversario commerciale per lucrare la relativa rendita di posizione anti-covid.  Della serie “Lor i gh’an i laboratori ‘d pasta fròla”.

Tuttavia mi insospettisce il fatto che Biden batta il chiodo. Un’altra ipotesi potrebbe essere quella della riesumazione di una guerra fredda allargata: Biden non le sta mandando a dire al russo Putin, che personalmente continuo a considerare il peggior interlocutore dell’occidente, assai peggio dei cinesi.

Dopo le feste natalizie si era soliti riciclare culinariamente gli avanzi della tavola ricavandone succulenti polpette da mangiare nei giorni successivi: Vladimir Putin è la polpetta ottenuta dai peggiori avanzi del regime comunista sovietico, cucinata in salsa populista e mafiosa. Dobbiamo fare i conti con questo vomitevole e avvelenato scarto.   Putin ha saputo tradurre in chiave anti-democratica il post-comunismo, mantenendone sostanzialmente l’autoritarismo e proiettandolo nelle istituzioni impostate a livello mafioso. Aveva ragione da vendere Gorbaciov: il comunismo sovietico non andava bypassato frettolosamente, ma revisionato gradualmente e pazientemente. A chi esce debilitato da una lunga malattia e da una prolungata dieta, non si può offrire un lauto pranzo, bisogna partire con i semolini, i passati di verdura, etc. etc., come si fa per lo svezzamento dei bambini. Invece si è preferita la scorciatoia di un regime improvvisato con un colpo di stato da Boris Eltsin e perfezionato in una sostanziale ed infinita “monarchia populista” da Vladimir Putin.

In Cina si è svolto un diverso processo di superamento parziale del comunismo, reso economicamente coniugabile con una perfetta e deteriore pratica capitalista: della serie “fatevi dei soldi, ma continua a comandare il partito”. I cinesi stanno tentando di assemblare il peggio di tutti i sistemi politici: il peggio del capitalismo abbinato al peggio del comunismo. Una lucida e paradossale follia che rischia di dominare il mondo.

L’Occidente a trazione statunitense non brilla e si trova a fare i conti con questi scomodissimi interlocutori: purtroppo questa rimane una partita a tre, in logorante attesa del quarto giocatore che dovrebbe essere l’Unione Europea. La guerra fredda è dietro l’angolo ed il covid potrebbe essere l’occasione per accelerarne lo scoppio. Ecco perché bisogna andare adagio nel colpevolizzare la Cina. Non mi fido degli Usa e non vorrei che succedesse come con la fantomatica “provetta di Colin Powell”, mostrata all’Onu quale falsa prova con cui l’amministrazione Bush accusò Saddam Hussein di avere armi di distruzione di massa per giustificare l’invasione dell’Iraq.

La verità sull’origine del covid non verrà mai a galla: sarebbe oltre modo importante stabilirla, anche se a mescolare una simile pentola non si può prevedere cosa ne possa sortire. Magari una terza guerra mondiale vera e propria, anticipata dalla strage covidiana e seguita da quella nucleare o giù di lì.

 

 

La donna oltre la fatwa

La vicenda di Saman Abbas, la ragazza musulmana scomparsa nelle campagne del Reggiano e presumibilmente – allo stato attuale delle indagini non ancora concluse e quindi senza volere criminalizzare sbrigativamente alcuno – giustiziata in modo atroce dai suoi stessi famigliari per avere rifiutato un matrimonio combinato, mostra in filigrana un inquietante dubbio di legame, seppure improprio e indiretto, con la religione musulmana o almeno con certe usanze che in essa trovano un certo brodo di tolleranza.

Il noto giornalista e scrittore Corrado Augias qualche tempo fa si pose proprio questi interrogativi e avanzò laicamente una ipotesi che mi permetto di riportare e condividere pienamente: probabilmente, mentre le altre religioni hanno esaurito la loro carica di violenza e discriminazione, l’Islam fa molta più fatica, perché la cultura che sta sotto le altre religioni è evoluta, ma quella che sottende l’Islam è ferma al medio evo. Egli esprime un certo ragionato e fondato scetticismo sulla mobilitazione dei musulmani per liberare l’Islam da ogni e qualsiasi retaggio tribale: «Non credo che questo avverrà e non per tacita condivisione del gesto omicida ma perché quella cultura non è ancora arrivata alla fase in cui si manifesta pubblicamente un’istanza di rifiuto di gesti oltraggiosi». Forse qualcosa si sta muovendo anche se rimane tuttora un sottofondo di inquietante equivoco.

“È necessario un Islam italianizzato altrimenti in futuro ci saranno altre Saman Abbas…”. Lo ripete da tempo ai tavoli del ministero dell’Interno Ejaz Ahmad, giornalista pachistano e mediatore culturale, membro della Consulta Islamica. Ahmad vive in Italia – ora a Roma – da oltre 30 anni, di cui dieci a Bologna dove è stato tra le prime figure a lavorare per i processi d’integrazione dei connazionali (Quotidiano Nazionale).

Per Yassine Lafram, presidente dell’Ucoii, l’Unione delle Comunità Islamiche in Italia, nata nel 1990, l’ente religioso di rappresentanza dei musulmani più radicato nel nostro Paese, non c’è più spazio per le ambiguità sui matrimoni combinati forzati e l’usanza dell’infibulazione femminile. Il silenzio delle altre sigle del mondo musulmano italiano lascia tuttavia qualche residuo (?) dubbio sulla compattezza dei credenti islamici nei confronti di certe manifestazioni antifemminili violente e cruente.

Faccio riferimento di seguito a quanto scrive il quotidiano Avvenire. L’Ucoii ha pronunciato la parola “fatwa” a proposito della vicenda di Saman Abbas, vale a dire un parere religioso che trova le sue fondamenta nei testi sacri del Corano e nella tradizione profetica dell’islam. È successo in casi di gravità assoluta e la vicenda di Saman rientra tra questi. Lafram non vuole lasciare margini di ambiguità sulla vicenda. «Emetteremo una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile» ha fatto sapere l’Ucoii, «in concerto con l’Associazione islamica degli imam e delle guide religiose». Inutile dire che la nota ha destato scalpore, in un contesto comunicativo abituato alle semplificazioni. In realtà, almeno per l’ente religioso più rappresentativo del mondo islamico nel nostro Paese, il principio della trasparenza è un carattere distintivo da tempo. Soprattutto dentro il mondo musulmano, a volte diviso e frammentato. «Noi ci mettiamo la faccia sempre, perché siamo a contatto con la nostra base che ci chiede proprio questo: nessun insabbiamento in vicende come queste, nessuna ambiguità». È il silenzio di altri mondi legati all’islam italiano che forse oggi colpisce il resto dell’opinione pubblica.
«Sappiamo che all’interno di alcune comunità etniche persistono ancora situazioni e comportamenti lesivi dei diritti delle persone» ha spiegato l’Ucoii, parlando di azioni che «non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor più da prevenire». In particolare, sul caso di Saman, il numero uno dell’Unione delle comunità islamiche ripete che «proprio dal punto di vista religioso si tratta di qualcosa di inammissibile. Non c’è nulla che possa spiegare tragedie del genere. Per questo, preghiamo per lei affinché ritorni sana e salva. E poi rivolgiamo un appello alla sua famiglia: non costruiamo odio ma amore partendo dal rispetto della vita».
Per quanto riguarda l’Ucoii, il percorso intrapreso sembra procedere in una direzione chiara. C’è un filo diretto che unisce il lavoro fatto negli anni passati da Izzedin Elzir, imam della moschea di Firenze, a ciò che sta facendo Yassine Lafram, che ha preso il suo posto. Non c’è solo l’impegno comune contro tutti i fondamentalismi, ma anche l’attenzione alla vita concreta delle comunità islamiche, i segnali di novità che si intravedono sul ruolo della donna, la presenza in situazioni difficili come il carcere, a dire che una parte importante del mondo musulmano nel nostro Paese vuole contare per ciò che realmente fa e rappresenta.

Mi preme fare qualche ulteriore considerazione oggettiva sul problema della donna nelle religioni, questione indubbiamente centrale e che, nelle prassi secolari, evidenzia una certa analogia di impostazione. Anche la posizione della donna a livello di dottrina dimostra che il cristianesimo parte in quarta con un vangelo spudoratamente femminista per poi ripiegare sul pazzesco maschilismo paolino, da cui ci sono voluti secoli per tentare di uscire e il cammino è tutt’altro che terminato. Con tutto il rispetto per la predicazione di Paolo, un cristiano dovrebbe comunque sempre rifarsi al dettato evangelico, alle parole e agli esempi di Gesù, ma purtroppo il Vangelo spesso è finito in soffitta coperto da una moltitudine di polverose scartoffie teologiche e dottrinali. Volendo concedere all’attuale dottrina cristiana un giudizio obiettivo, mi sentirei di ammettere che sulla questione femminile non siamo ancora tornati a Gesù, ma ci siamo significativamente allontanati dal pensiero paolino.

Purtroppo non è così per l’Islam che rimane saldamente ancorato ad una impostazione coranica scriteriatamente maschilista e antifemminista da cui non riesce a schiodarsi. Mentre il cristianesimo è riuscito gradualmente ad affrancarsi da una tradizione pesante e alienante, l’islamismo ne rimane vittima, anche perché non ha il riferimento evangelico (e non è poca cosa) a fargli da sponda.

In conclusione, pur ammettendo che anche il cristianesimo, non ha le carte in regola dal punto di vista teologico, dottrinale e storico sulla questione femminile, non è possibile in materia operare un parallelismo perfetto con l’Islam. Al di là dei miei dubbi, mi sembra resti aperta nell’Islam (non solo quello radicale o radicaleggiante), grande come una casa, la questione femminile che considero centrale. La portata della questione femminile e sessuale è veramente grande e decisiva nella nostra cultura, ma anche e soprattutto in quella islamica, non solo quella dei fanatici fondamentalisti, ma di tutto l’Islam a cominciare dai cosiddetti musulmani moderati: pur concedendo alla loro moderazione una significativa manifestazione di riguardo per la donna, la sua dignità, il suo ruolo, la sua persona, la sua libertà, riescono essi a trascinare tutti i credenti in Allah su un virtuoso percorso di rispetto della donna senza se e senza ma, a rischiarare l’Islam più oscuro?

Se sì, dopo esserci dati anche noi una bella e sana regolata in materia, possiamo ragionare e percorrere un tratto di strada insieme; se no, tutto diventa un ipocrita gioco delle parti e diventerà retorica (in negativo) la domanda seguente. Basterà ai musulmani formulare delle fatwe, scendere in piazza per cambiare drasticamente l’atteggiamento pseudo-religioso e anti-culturale verso il mondo femminile?

 

 

La metamorfosi poco kafkiana e molto salviniana

In questi ultimi giorni mi è capitato di incespicare ripetutamente nelle dichiarazioni rese da Matteo Salvini a livello mediatico. C’è da rimanere sbalorditi, non per le sparate populiste ma per le riflessioni austere con cui sta inondando la scena politica. Ne faccio una rapida sintesi: bisogna puntare al dialogo e all’unità; il governo Draghi sta lavorando bene, ha tutto l’appoggio della Lega e deve continuare nella sua azione; con il presidente Draghi c’è un proficuo confronto all’insegna della collaborazione anche sul discorso dell’immigrazione; nel centro-destra bisogna unificare le forze per offrire al Paese proposte riformatrici concrete; basta con le vuote polemiche, occorre confrontarsi sui problemi della gente.

Senza concedere alcuna credibilità a simili voltafaccia e senza farmi incantare ed illudere da precipitosi cambiamenti di linea, mi sono tuttavia chiesto a che gioco stia giocando sulla pelle degli italiani e, tra il serio e il faceto, sono arrivato a formulare alcune ipotesi.

Comincio dalla più fantasiosa. Tutti dicono che Mario Draghi non abbia la bacchetta magica per risolvere i problemi: vuoi vedere che l’ha tirata fuori e la sta sperimentando, con qualche risultato, su Salvini. Sim-Salvini-Bin per dirla col mago Silvan! Che Draghi abbia una forte personalità capace di condizionare i propri interlocutori penso sia indiscutibile, non fino al punto di “marionettizzarli”.

Continuo a fantasticare con una seconda ipotesi. Tutti dicono che Silvio Berlusconi sia finito e stia consegnando a malincuore i rimasugli del suo partito nelle mani di Salvini. Nonostante l’età e gli acciacchi vuoi vedere che sta dando un colpo di reni e sta subdolamente riprendendo in mano il centro-destra, facendo incazzare persino le sue servette sciocche: ha contagiato lo scomodo alleato leghista al punto da convertirlo ad una posizione politica ragionevolmente e democraticamente più centrista che destrorsa. Qualcosa di verosimile ci può anche essere, ma che il cavaliere abbia ancora tanto sprint mi sembra piuttosto improbabile.

Scendo sul terreno più realistico. Salvini si è reso conto di essere isolato all’interno del suo movimento, di essere in preoccupante calo di consensi a livello elettorale, di mettere a serio rischio la sua leadership nel centro-destra. Stretto insomma fra l’opportunismo dell’imprenditoria di riferimento, il pragmatismo “zaiano”, il “giorgettismo” governativo e il “melonismo” populista, ci sta lasciando le penne. E allora…meglio attaccarsi alla ciambella draghiana e abbozzare a trecentosessanta gradi: la sopravvivenza politica val bene una conversione pseudo-democratica.

Sto andando verso discorsi macabramente seri. Tutto forse dipende dal fatto che la politica sia diventata mera tattica di cattura mediatica del consenso a prescindere dai contenuti e  che i consiglieri di Salvini si siano probabilmente precipitati a indurlo ad una virata al limite dell’incredibile, ma necessaria per rimanere a galla, mettendo da parte ogni e qualsiasi residua coerenza e dignità. Il gioco mediatico sta funzionando a meraviglia: tutti gli stanno concedendo una vergognosa audience, fanno finta di contestargli le piroette, ma in realtà stanno al suo gioco (non si sa mai…).

Stringi-stringi l’aspetto più scandaloso e schifoso non è la metamorfosi di Salvini da leader populista a scarafaggio democratico, ma la falsa dabbenaggine con cui fior di giornalisti e commentatori politici stanno reagendo a questa colossale pagliacciata. In attesa del come reagirà la gente, che, tuttavia, ormai non si stupisce più di niente.

 

 

Il contrappasso satisfattorio

Parlare di giustizia umana di fronte ad una martire cristiana, che perdona le sue massacratrici, è (quasi) fuori luogo, mette un senso di inadeguatezza nel ripiombare sulla terra dopo aver contemplato uno squarcio di autentico Paradiso. Tuttavia siccome viviamo in questo squallido mondo dobbiamo occuparcene.

Faccio riferimento di seguito a quanto pubblicato dalla redazione di Catholica. Le giovanissime assassine di suor Maria Laura Mainetti sono libere da tempo. Le ragazze, tutte minorenni all’epoca, una di 16 anni, due diciassettenni hanno conosciuto il carcere ma ora sono libere. Quella tragedia del 06 giugno 2000, un folle delitto, consumato a detta delle protagoniste e in base ai riscontri giudiziari, nel nome di Satana, e mosso dalla noia, dal desiderio, diventato gesto criminale, di vivere emozioni forti. Un devastante mix confessato dalle stesse assassine, catturate tre settimane dopo il delitto. Le ragazze, tutte minorenni all’epoca, una di 16 anni, due diciassettenni, hanno conosciuto il carcere ma ora sono libere.

Da quel giorno di 21 anni fa le loro esistenze sono profondamente cambiate, a cominciare dall’identità. Hanno studiato, si sono sposate e sono diventate madri, la loro vita continua lontana da Chiavenna, in altre città e regioni. In particolare Veronica Pietrobelli, colei che chiamò suor Mainetti convincendola a scendere in strada per incontrarla, fu condannata a otto anni scontando metà della pena, così da uscire nel 2004.

Sorte simile per Milena De Giambattista, libera anche lei dopo quattro anni, che intraprese un itinerario di recupero frequentando anche la comunità di don Antonio Mazzi. Ambra Gianasso, infine, considerata la mente dell’agguato, fu condannata a 12 anni e quattro mesi. Riconosciuta parzialmente incapace di intendere e volere, dopo alcuni anni è passata al regime di semilibertà per poi lasciare definitivamente la reclusione. Nel frattempo si era iscritta all’università, facoltà di giurisprudenza.

Mia madre, così come era rigorosa ed implacabile con gli anziani, da cui pretendeva una condotta esemplare, era portata a giustificare chi delinqueva soprattutto se di giovane età, commentando laconicamente: “Jén dil tésti mati”. Allora mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”.

Matti o delinquenti? Indemoniati o malati mentali? Potremmo stare molto tempo a discuterne inutilmente. Certamente mio padre sarebbe stato durissimo con le giovanissime massacratrici di Chiavenna. Dando espressione colorita allo sfogo quasi unanime della gente comune, avrebbe sicuramente esclamato: “A chil ragasi lì g’al dag mi al demonio…”. Non c’è da scherzare, perché l’orrendo crimine di cui si erano macchiate gridava effettivamente vendetta, da cui peraltro ha sgombrato il campo preventivamente la vittima stessa concedendo il suo perdono.

Sono un convinto assertore del recupero dei condannati, figuriamoci se esse sono tre ragazzine squallidamente vittime di non si capisce quale follia omicida (la pista demoniaca mi lascia alquanto sconcertato e perplesso) Non lo so, ma rimane comunque un comportamento che temo possa essere riconducibile direttamente al demonio: se la vogliamo dire in senso laico, al gusto di fare il male per il male. Racconta Vittorino Andreoli, il noto esperto e studioso di psichiatria criminale, di avere avuto un importante e toccante incontro con papa Paolo VI, durante il quale avranno sicuramente parlato non di meteorologia ma di rapporto tra scienza e religione nel campo della psichiatria e dello studio dei comportamenti delinquenziali. Al termine del colloquio il pontefice lo accompagnò gentilmente all’uscita, gli strinse calorosamente la mano e gli disse, con quel tono a metà tra il deciso e il delicato, tipico di questo incommensurabile papa: «Si ricordi comunque, professore, che il demonio esiste!». E con esso, aggiungo io, non si può scherzare, come hanno probabilmente fatto le indemoniate di Chiavenna.

Andiamo al positivo, al recupero appunto di chi si macchia di qualsiasi reato. Colpisce, nel caso specifico (e un po’ anche in generale), la brevità del percorso riabilitativo e ancor più la sua (forse) eccessiva facilità. Dante Alighieri nella sua Divina Commedia adotta la legge del “contrappasso”. Le pene che affliggono i dannati dell’Inferno e gli espianti del Purgatorio sono assegnate in base alle colpe commesse in vita. La corrispondenza tra colpe e pene, fra peccato e punizione, è spesso regolata dalla legge del contrappasso suddivisa per analogia o per contrasto.

Non voglio arrivare a tanto, ritornare cioè alla legge del taglione, ma auspicare delle dure regole per avviare e verificare l’effettivo ravvedimento del condannato. Chi sfregia con tanta veemenza delinquenziale la vita dovrebbe impegnarsi a rimediare al male fatto col bene praticato, non dico per tutta la vita, ma nemmeno per un breve tempo. Correggerei la spietata e perbenistica espressione del “gettare via le chiavi della cella della prigione” in “gettare via un atteggiamento ed un comportamento di sbrigativa rimozione della colpa”. Non si tratta di pretendere un perpetuo senso di colpa, ma un forte, continuo e verificabile “ravvedimento operoso”.

Il petulante pulpito europeo

Secondo la corrispondenza di Claudio Tito inviato di Repubblica a Bruxelles, la Commissione europea sposa la linea Draghi sulla politica del lavoro e imprime un altolà al Pd e anche alla Lega che negli ultimi giorni si era affiancata ai Democratici nella richiesta di prorogare ulteriormente il blocco dei licenziamenti.

Nelle raccomandazioni di primavera, approvate ieri nella riunione collegiale dell’esecutivo comunitario, infatti c’è un riferimento esplicito proprio alle polemiche che si sono consumate in questi giorni in Italia. «Politiche come il divieto generale di licenziamento – si legge nel testo – tendono a influenzare la composizione ma non la portata dell’aggiustamento del mercato del lavoro». Sostanzialmente secondo l’Ue, impedire il ritorno ad una situazione fisiologica in questo settore non determina un aiuto ma favorisce semmai discriminazioni tra lavoratori. «L’Italia – osserva la Commissione in maniera diretta – è l’unico Stato membro che ha introdotto un divieto assoluto di licenziamenti all’inizio della crisi-Covid». Non solo. Gli uffici di Bruxelles sottolineano che la misura è in vigore per tutto il mese di giugno e che per alcune categorie è stata prolungata fino al prossimo ottobre. «In pratica – è l’atto di accusa più diretto rivolto contro chi sostiene il provvedimento – si avvantaggiano per lo più i lavoratori a tempo indeterminato a scapito di quelli a tempo determinato come gli interinali e gli stagionali».

Non ho capito sinceramente cosa significhi che il divieto di licenziare tenda ad influenzare la composizione del mercato del lavoro ma non la portata dell’aggiustamento del mercato stesso. Non so se la poca chiarezza dipenda da una frettolosa traduzione o dal criptico linguaggio della Ue. Mi sembra comunque di intuire che, secondo l’Unione europea, l’Italia starebbe distorcendo i meccanismi del mercato del lavoro creando oltre tutto discriminazioni tra lavoratori più o meno protetti.

Fin dall’inizio della pandemia mi sono chiesto se il blocco dei licenziamenti fosse una velleitaria forzatura socio-economica o un necessario sostegno ai lavoratori in probabile difficoltà. Volendo semplificare e sintetizzare l’azione del governo italiano, si possono individuare tre livelli di intervento: aiuto ai lavoratori autonomi; agevolazioni creditizie e fiscali alle imprese; difesa del lavoro dipendente tramite l’utilizzo della cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti. Tutte misure congiunturali che purtroppo si sono dovute allungare ed allargare fino a mettere in progressiva difficoltà la casse erariali e ponendo il problema del recepimento dei fondi necessari alla bisogna.

L’Unione europea sale in cattedra facendo valere da una parte i propri diritti derivanti dall’apertura della borsa, consistente nel recovery plan e nella sospensione dei parametri di bilancio, dall’altra avvertendo l’Italia, l’alunno più portato alla trasgressione, che non ci si può illudere col salvataggio ante litteram di alcune categorie a scapito dell’andamento economico generale.

Mi sembrano richiami doverosi da effettuare anche se alquanto fastidiosi da ricevere. Oltre modo irritante la catalogazione dell’Italia fra gli alunni “cattivi” per aver esagerato nella difesa dei lavoratori. Non mi è piaciuta anche se tutti abbiamo sempre da imparare da tutti. Forse l’errore di fondo che rischia il nostro Paese è quello di considerare, sotto-sotto e un po’ demagogicamente, il lavoro come variabile indipendente rispetto al sistema economico, pensando che il costo, in fin dei conti, lo debba pagare lo Stato. E lo Stato dove trova le risorse, se non paradossalmente da un’economia in grave crisi? Non ci si può cioè illudere di bere il latte munto da una vacca gracile e priva di adeguata alimentazione: muore la vacca e i bevitori di latte restano a bocca asciutta.

Non si può però lasciar fare tutto al mercato del lavoro nel momento in cui manca il lavoro. Bisogna avere la fantasia, la lungimiranza e l’apertura mentale per difendere i più deboli possibilmente senza trasformarli in soggetti garantiti a tutti i costi. Nei momenti di grave crisi economica si diceva che doveva essere la sinistra politica a guidare la macchina imponendo sacrifici a fronte di precisi impegni verso l’equità e la solidarietà sociale. Forse la sinistra non è in grado di candidarsi a tale ruolo, mentre la destra si preoccupa solo di spingere la macchina a costo di buttarla fuori strada.

Riuscirà il governo Draghi ad avere una politica rigorosa ma progressista della ripartenza economica? Riuscirà l’Unione Europea a correggere definitivamente la sua visione burocratica dell’economia di mercato introducendo elementi di socialità in un contesto bloccato sulle regole liberiste?  Forse la pandemia richiede proprio una revisione realistica ma fortemente innovativa dei rapporti economici. In parole povere dovremmo essere un po’ meno capitalisti senza scadere in anacronistiche e velleitarie nostalgie comuniste. Per dirla con Mimì (Bohème, atto primo), altro di me non saprei narrare, sono un incorreggibile amico dei poveri che importuna fuori d’ora i ricchi.