L’orfanatrofio pentastellato

Giuseppe Conte mi dà l’idea di un ostetrico che dopo avere agevolato un parto non vuole comunque tagliare il cordone ombelicale. Sta facendo nascere una nuova creatura partitica, ma pretenderebbe di mantenere il collegamento con almeno uno dei genitori (Casaleggio infatti con la sua piattaforma è roba vecchia, mentre Grillo è ancora in circolazione), perché teme di perdere il patrimonio genetico e di trovarsi ad allevare da genitore adottivo un figlio, che, prima o poi, si ribellerà e andrà alla ricerca dei genitori naturali.

Questo è la schizofrenica ultima tappa del percorso che sta facendo il M5S, ormai orfano di padre e madre, affidato ad un amministratore di sostegno. Il movimento è nato come espressione dell’antipolitica, raccogliendo a destra e manca le proteste della gente stanca di essere sgovernata: contro tutto e tutti è facile imbarcare consensi, assai più difficile mantenerli nel tempo, allorquando gli altarini della protesta si scoprono e si intravede il nulla sottostante.

Va dato atto al grillismo di avere offerto una voce democratica (?) al qualunquismo, evitando derive assai peggiori. Però è arrivata in fretta la irrimediabile perdita di voti, dovuta alla incapacità di governare e di esprimere una linea politica che non fosse quella dell’antipolitica. Quando le cose cominciano ad andare male, si litiga, ci si separa, volano le stoviglie, si sbattono le porte, c’è chi va da una parte e chi va dall’altra, chi sente nostalgia della piazza e chi si innamora delle seggiole, chi vorrebbe tornare indietro e chi vorrebbe andare avanti. Non ci si raccapezza più.

La confusione nacque per la verità subito dopo l’exploit elettorale, quando i cinquestelle si trovarono ad essere, quasi per caso, il primo partito italiano, con tanti voti, con un farneticante guru alle spalle e con un urlatore che dirigeva una banda di paese. Cosa fare? Saltò fuori un illustre sconosciuto che con il movimento c’entrava come i cavoli a merenda, ma che dimostrò di saperci fare e seppe guidare ben due governi, raffazzonati alla viva il parroco, che seppero tenere in piedi i sempre più zoppicanti grillini.

La pandemia, che ha evidenziato tutti i limiti e difetti del sistema, non ha mancato di far esplodere le contraddizioni di un equilibrio politico garantito soltanto dal savoir-faire di un avvocato e dalla pazienza costituzionale di Sergio Mattarella. Non poteva durare: la scialuppa di salvataggio non ha tenuto e il movimento ha fatto naufragio. Il capitano però non ha abbandonato la nave ed ha cominciato l’impossibile lavoro di recupero dei naufraghi e di riparazione della nave pentastellata. Dalla protesta grillina alla rifondazione contiana. Nella storia hanno fatto molta fatica a riciclarsi i partiti con una grande storia alle spalle, immaginiamoci un movimento improvvisato, senza valori, senza contenuti, senza leadership. Finito malamente Grillo, la baracca passa nelle mani di Conte, che non si capisce cosa possa cavarne fuori. Da Grillo a Conte: andata (allo sbaraglio) senza ritorno (al padre latitante).

Da una parte c’è l’esigenza di provare a fare politica e l’unica sponda plausibile non può che essere il Partito Democratico. Dall’altra c’è la necessità di mantenere uno straccio di identità protestataria e quindi non ci si vuole schiacciare in un’alleanza stabile da cui si rischia di uscire ridimensionati e devitalizzati. Rinnegare un certo passato è faticoso e pericoloso. Per andare dove? A nessuno è dato saperlo, nemmeno Conte lo sa. Grillo nicchia: che fine ingloriosa! Il resto è fuffa culturale e rissa di cortile: che casino! Cosa può mai essere questo movimento? Se tenta di fare politica, rischia di fare il verso al PD. Se cavalca la piazza si trova la strada sbarrata da Fratelli d’Italia. Se cerca un matrimonio per governare, resta comunque nella camera degli ospiti. In Europa non conta un cazzo. In Italia sta in piedi perché tirano i quattro venti draghiani.

È stata rinviata a data da destinarsi la presentazione del Neo-Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte. Si parlava di accordo già chiuso e ci si preparava a un evento di “lancio” imminente, ma il progetto ha subito un nuovo rallentamento. Restano infatti alcuni nodi da sciogliere tra il garante Beppe Grillo e il leader in pectore: al fondatore non sarebbe stato dato abbastanza tempo per analizzare i vari documenti e ci sarebbero alcuni punti sui quali non è d’accordo, a partire dal rischio che il suo peso di indirizzo politico venga ridimensionato (“il fatto quotidiano”).

Posso essere sincero? Vedo Giuseppe Conte come un gran bel venditore di fumo: ha stile da vendere, ma sotto lo stile non c’è nulla. Tutto sommato preferivo Beppe Grillo (aridatece er puzzone!). Qualche anno fa mi hanno parlato di un soggetto che passa il suo tempo a stupire la gente, girovagando per i bar, sfoggiando auto e moto di lusso, raccontando le sue imprese di vario genere (naturalmente sesso compreso). In effetti di personaggi del genere ce ne sono in giro parecchi. Quindi, niente di originale. La cosa che però mi è piaciuta è il come viene vissuto dai suoi concittadini. Lo hanno letteralmente sepolto, appioppandogli un soprannome azzeccatissimo: “füm” (con la u lombarda). A buon intenditor poche parole. Se vogliamo essere un po’ più complimentosi con Giuseppe Conte (al quale do atto di non avere poi governato così male, navigando a suon di conferenze stampa in un mare in tempesta), si può definirlo un politico che “non sa un cazzo, ma lo dice bene”. Non è l’unico venditore di fumo e non è l’unico sancazzista.

 

Le beghe vaticane

Nei giorni scorsi la Chiesa Cattolica ha inviato una nota formale al governo italiano per chiedere una modifica del disegno di legge Zan, la proposta di legge contro l’omotransfobia approvata alla Camera nel novembre del 2020 e ora in discussione alla commissione Giustizia del Senato. La Chiesa ha scritto al governo italiano che il ddl Zan violerebbe il cosiddetto Concordato, cioè il documento ufficiale che regola il rapporto fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, in vigore dal 1984.

Secondo la Chiesa, la proposta del deputato del Partito Democratico Alessandro Zan contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo (che riguarda la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità) violerebbe il Concordato in diversi punti che sono stati elencati in una lettera consegnata lo scorso 17 giugno da monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, all’ambasciata italiana in Vaticano. Il giorno stesso la nota sarebbe stata consegnata dai consiglieri dell’ambasciata italiana in Vaticano al gabinetto del ministero degli Esteri e all’Ufficio relazioni con il Parlamento dello stesso ministero, guidato da Luigi Di Maio.

Nella lettera si legge: «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato». Il comma 1 è quello che assicura alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale», mentre il comma 2 garantisce «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

In altre parole la Chiesa teme che le posizioni esplicitamente omofobe di alcuni sacerdoti o membri della Chiesa, se espresse in pubblico, possano essere perseguite come reato in seguito all’entrata in vigore del ddl Zan. I promotori e le promotrici della legge hanno ribadito più volte che la libertà di espressione non viene messa in discussione dal ddl Zan. Contrariamente a quanto temono molti degli oppositori, un’associazione potrà continuare a fare una campagna contro l’equiparazione dei diritti delle coppie dello stesso sesso rispetto ai diritti della cosiddetta famiglia tradizionale. Interverrebbe, semmai, se un’associazione istigasse i suoi seguaci a molestare o linciare una coppia non eterosessuale in quanto non eterosessuale.

Alcuni passaggi del ddl Zan per il Vaticano metterebbero inoltre a rischio la «libertà di pensiero» della comunità dei cattolici. Sarebbe poi un problema l’articolo 7 del disegno di legge, che chiede di istituire la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia. Le scuole private, quindi anche quelle cattoliche, sarebbero obbligate a organizzare attività che la Chiesa percepisce come contrarie alla propria dottrina.

Secondo la Chiesa cattolica l’unione fra persone dello stesso sesso non fa parte del «disegno» di Dio perché una delle caratteristiche fondamentali del matrimonio cattolico sarebbe quella di essere «aperto alla vita»: cioè, in sostanza, di poter generare dei figli. Ormai da secoli la Chiesa si oppone al riconoscimento delle coppie omosessuali per questa ragione, nonostante nei testi ufficiali – sottolineano i fedeli più progressisti – non siano attribuite a Gesù Cristo condanne o sanzioni dell’omosessualità.

Oltre alla destra, ai movimenti anti-abortisti e a quelli cattolici integralisti, contro il ddl si è schierata da tempo anche la conferenza dei vescovi cattolici italiani (CEI) che è intervenuta ufficialmente due volte per criticare il testo del disegno di legge. Non è chiaro che cosa succederà ora. L’articolo 14 del Concordato stabilisce che «se in avvenire sorgessero difficoltà di interpretazione o di applicazione delle disposizioni precedenti, la Santa Sede e la Repubblica italiana affideranno la ricerca di un’amichevole soluzione ad una Commissione paritetica da loro nominata».

Fin qui l’Ansa, che ho citato testualmente. Indro Montanelli definiva “beghe di frati” certe questioni dottrinali sollevate dalla gerarchia cattolica in materia di morale sessuale. Ebbene questa, ultima in ordine di tempo, mi sembra catalogabile proprio alla Montanelli. Abbiamo addirittura la sovrapposizione di due beghe: una moralistica e una giuridica. In Vaticano hanno tempo da perdere!

Ho letto il testo della cosiddetta legge Zan (dal nome del primo proponente) e non ho trovato alcun motivo di perplessità o contraddizione con la Costituzione italiana (come sostengono certi politici di destra) e non mi è passato nemmeno dall’anticamera del cervello andare alla ricerca di eventuali contrasti con il Concordato, che a mio giudizio c’entra come i cavoli a merenda. Sarò presuntuoso, ma non mi interessano le quisquiglie vaticane così come non mi interessano le reazioni favorevoli o contrarie a tali disquisizioni di stampo clericale (buona comunque la secca dichiarazione di Mario Draghi in difesa della laicità dello Stato). Ragiono con la mia testa e guardo al Vangelo. Il resto è roba da niente. Mi permetto solo alcune riflessioni.

Non capisco dove voglia parare il Vaticano, con o senza il placet di papa Francesco. Siamo sempre alle solite: si tirano a mano discutibilissime faccende dottrinarie per interferire politicamente in soccorso delle posizioni più reazionarie espresse dal mondo cattolico. È successo col divorzio, con l’aborto, con la bioetica. La legge Zan vieterebbe indirettamente alla Chiesa di esprimere pubblicamente il proprio parere in materia di omosessualità etc. etc, metterebbe a rischio la libertà di pensiero dei cattolici, obbligherebbe le scuole cattoliche ad aderire a manifestazioni contrastanti con la dottrina cattolica. Ma fatemi il piacere…semmai la nuova legge vuole solo evitare la vomitevole e violenta deriva fascista-moralista-reazionaria contro l’omosessualità e tutti i suoi conseguenti aspetti socio-culturali.

Che la Chiesa cattolica si intestardisca su posizioni retrograde nascondendosi addirittura dietro i privilegi concordatari è cosa spregevole. Non accetto l’impostazione dottrinaria cattolica anti-evangelica sui problemi della sessualità, immaginiamoci cosa posso pensare se e quando la Chiesa pretende addirittura coperture legislative alle proprie fatiscenti posizioni dottrinarie.

Diceva il cardinal Martini: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio».

Più specificamente sulla materia sessuale sosteneva: «Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili».

Siamo molto lontani dalle assurde preoccupazioni ecclesiastiche emergenti ancora una volta a sproposito. E papa Francesco? È d’accordo, subisce, ha paura, è spiazzato, condivide? Non sarebbe male se battesse un colpo. Una cosa è certa: il Vaticano ha perso una buona occasione per tacere.

In ginocchio, solo se piace agli ultras

Il Galles si inginocchia all’Olimpico per Black Lives Matter, e per la prima volta il gesto è compiuto anche da quattro azzurri, all’Olimpico, prima della partita Italia-Galles. Si tratta di Belotti, Pessina, Bernardeschi, Emerson e Toloi, primi italiani dopo l’arbitro Orsato a manifestare all’Europeo col gesto contro ogni discriminazione razziale. Sono invece rimasti in piedi gli altri Azzurri in campo. E questa mancata unità di intenti non è piaciuta a Claudio Marchisio, che commentando la partita su Rai1 ha osservato: «C’è libertà di scelta, ma sarebbe stato meglio vederli tutti inginocchiati».

Black Lives Matter (BLM, letteralmente “le vite dei neri contano“) è un movimento attivista internazionale, originato all’interno della comunità afroamericana, impegnato nella lotta contro il razzismo, perpetuato a livello socio-politico, verso le persone nere. Black Lives Matter organizza regolarmente delle manifestazioni per protestare apertamente contro gli omicidi delle persone nere da parte della polizia, nonché contro questioni più estese come profilazione razziale, brutalità della polizia e disuguaglianza razziale nel sistema giuridico degli Stati Uniti.

Non so come interpretare la renitenza degli atleti azzurri a questo gesto. Spero soltanto non sia una cautela verso le destre razziste, che tifano lanciando fischi e critiche social contro i giocatori che si inginocchiano prima di cominciare la partita. Aumentano infatti gli oppositori al messaggio “black lives matter”. Dopo l’episodio della Croazia a Wembley e i fischi dei russi al Belgio, in Spagna la questione si è vomitevolmente ingigantita: “Se vi inginocchiate, spegniamo il televisore”.  Il movimento dei tifosi della Selección ha minacciato di non guardare più le gare della nazionale se i giocatori dovessero fare in campo il gesto divenuto simbolo della lotta al razzismo negli Usa nel 2016 e rilanciato dopo che l’agente Derek Chauvin il 25 maggio 2020 ha ucciso a Minneapolis l’afroamericano George Floyd.

Non mi si dica che è una questione risibile attorno alla quale sta screscendo una polemichetta stucchevole. Il razzismo è presente nella nostra società come un «fiume carsico», che scorre sotterraneo per poi riemergere con forza in superficie. Sottovalutarne la portata mi sembra un omertoso e gravissimo atteggiamento rientrante nell’indifferenza fatta ormai sistema. Sicuramente scatterà anche la reazione dei benaltristi, i quali mormoreranno: non basta trasformare i campi di gioco in un inginocchiatoio per combattere il razzismo. Qualcun altro griderà alla strumentalizzazione politica dello sport o sarà infastidito dal disturbo arrecato all’agognata ripresa dello spettacolo calcistico.

È sempre la solita storia: i motivi per fregarsene altamente dell’ingiustizia e della discriminazione sono tanti e ricordiamoci bene che tali aberrazioni sociali trovano un notevole appoggio proprio nell’insensibilità della gente. Da tempo gli stadi si sono trasformati in un caleidoscopio di tutti i peggiori istinti. Non sarebbe la prima volta che i calciatori e le società calcistiche si piegano davanti alla violenza organizzata dei tifosi: gli ultras rappresentano una intollerabile massa critica assorbita e vezzeggiata. Come potrà la violenza degli ultras essere contro la violenza dei razzisti? Violenza chiama violenza! Che stupisce è la reazione da conigli dei pedatori, che magari non si schierano per timore di alienarsi le simpatie dei padroni degli spalti in via di graduale riempimento.

Non ero durante la pandemia fra i vedovi degli spalti gremiti, credo anzi sia stato un azzardo riaprire seppure parzialmente gli stadi. Mi dà fastidio la retorica del tifo intonata dai media. Paola Ferrari, la bamboleggiante conduttrice televisiva da tappezzeria, continua ad osannare i tifosi così bravi, così belli, così buoni, così simpatici. E i giocatori? Tutti meravigliosamente capaci di darci tante soddisfazioni… C’è qualcosa che tocca in un sistema che non è capace nemmeno di un gesto simbolico contro il razzismo.

In cotanta miseria etica la nazionale di calcio che fa? Sol l’occhio di Claudio Marchisio, ex calciatore nonché uno degli attuali inutili commentatori tecnici a livello televisivo, esprime umanamente un guardo di pietà, piange, ma forse sono lacrime di coccodrillo. Sarà un caso ma gli unici atleti della nazionale di calcio che hanno aderito al gesto di solidarietà verso il movimento antirazzista sono giocatori di riserva, seppure di lusso e nonostante il santo commissario tecnico continui a dire che il gruppo è compatto e non esiste differenza fra titolari e riserve. Vuoi vedere che il messaggio è: siamo antirazzisti, ma solo un pochettino…per non disturbare troppo. Caro tifoso, ritornerò in ginocchio da te,
il razzismo non è, non è niente per me…

 

Lavoro: un diritto che (purtroppo) non opera di diritto

Nella riviera Adriatica mancano all’appello 7.000 lavoratori stagionali, 5.000 nel settore ricettivo, balneare e negli alberghi e 2.000 nella ristorazione. Le stime sono dell’Associazione albergatori di Rimini e di Confcommercio. “La flessione degli stagionali non riguarda soltanto l’Emilia-Romagna, è un problema nazionale ed è confermata da diverse associazioni di categoria. Federalberghi indica addirittura in 200mila unità la carenza degli stagionali nel settore viaggi e ospitalità. Un calo generalizzato sulle stime e le percentuali precedenti del 50-75%. Le ragioni di questa carenza sono molteplici”: afferma in una nota il segretario regionale Emilia-Romagna dell’Ugl Tullia Bevilacqua. “La crisi pandemica e il rallentamento delle attività per lunghi mesi di alcuni settori chiave della nostra economia, come il turismo e l’ospitalità, ha spinto molti lavoratori stagionali a cercare occupazione altrove: in agricoltura, per esempio, o nei cantieri privati e in edilizia che è ripartita con i superbonus”: aggiunge ancora il segretario di Ugl Emilia-Romagna.

“Ogni anno di questi tempi parliamo della difficoltà a incrociare domanda e offerta di lavoro. Ma il Covid-19 e l’entrata a pieno regime del reddito di cittadinanza hanno evidenziato negli ultimi due anni anche un’altra realtà che andrebbe approfondita: molti giovani preferiscono percepire il sussidio che trovare un lavoro che garantirebbe un reddito inferiore. Non è demagogia dirlo, ma un’evidenza confermata dagli studi di settore di alcune associazioni di categoria da Nord a Sud del Paese ed è stato lo stesso governo a certificarne l’aumento delle domande per il 2021 rifinanziamento con un miliardo di euro il programma nazionale del reddito di cittadinanza”: continua Tullia Bevilacqua. “La posizione dell’Ugl è nota il reddito di cittadinanza e i vari sussidi a pioggia fondati su una logica meramente assistenziale si sono rivelati fallimentari, si devono correggere i meccanismi distorsivi che hanno compromesso il sano incontro fra domanda e offerta di lavoro, creando occupazione stabile attraverso un serio piano di politica industriale, sostenuta da poderosi investimenti, e incentivando l’assunzione dei giovani e delle donne, le categorie più danneggiate da crisi economica e pandemia, regolando l’accesso della forza lavoro straniera in Italia attraverso un sistema stabile di quote, contro ogni logica di sanatoria che alimenta lavoro nero e sfruttamento”: propone il segretario di Ugl Emilia-Romagna.

Il tema è oggetto – l ‘impiego dei percettori del reddito di cittadinanza in mansioni lavorative – è in queste ore al centro del dibattito politico ed economico nazionale. “C’è chi ha proposto in parlamento di imporre ai percettori del reddito di cittadinanza di accettare lavori stagionali pena la decadenza del sussidio, ma come era prevedibile l’idea è stata bocciata senza nemmeno superare l’ammissibilità della Commissione Bilancio della Camera. La questione dell’approdo al mondo del lavoro per chi percepisce il sussidio rimane dunque aperta”: conclude il segretario regionale Emilia-Romagna dell’Ugl Tullia Bevilacqua.  

Ho fatto riferimento alla posizione dell’Unione Generale del Lavoro (prendendola dal giornale on line Riminitoday), un’associazione sindacale che ha in questo momento il coraggio di mettere apertamente il dito in una doppia piaga: la mancanza di lavoro da una parte, la mancanza di forza lavoro dall’altra. È da tempo che domanda e offerta di lavoro non si incontrano e ciò aggiunge problema al già esistente problema dei problemi, vale a dire la carenza di lavoro.

Su questa tematica è facilissimo fare della demagogia, in senso populistico o in senso reazionario, quindi bisogna armarsi di sano realismo, che però non deve diventare mera accettazione dei meccanismi del sistema in cui viviamo. Dobbiamo rassegnarci, per onestà intellettuale prima che per analisi di politica economica, a non considerare il fattore lavoro come una variabile indipendente. Pur essendo l’Italia una repubblica democratica fondata sul lavoro (o sulla ricerca del lavoro, come dice ironicamente Maurizio Crozza), tale fondamento non può prescindere da quanto su di esso si può costruire. Lavorare è un diritto, ma il lavoro purtroppo non opera di diritto, dipende da un mercato in cui devono incontrarsi domanda e offerta, un mercato che però deve essere condizionato da regole che garantiscano al massimo i lavoratori potenziali ed effettivi e influenzato da politiche che allarghino e sviluppino le possibilità di lavoro.

Ci sono due logiche sbagliate per uscire da questo penoso ed inaccettabile inghippo: quella di sussidiare chi non riesce a trovare lavoro e quella di lasciare che il mercato faccia il suo corso a prescindere dalla vita e dalla morte dei lavoratori. Due logiche che si incrociano sulla pelle dei lavoratori stessi: scoraggiandoli e collocandoli in una illusoria, insufficiente e poco dignitosa posizione di mera sussistenza, abbandonandoli a loro stessi in una sorta di “lavori e si salvi chi può”.

Il reddito di cittadinanza, un sacrosanto sostegno a chi non ce la fa, finisce forse con l’interferire sul mercato del lavoro, sottraendo ad esso una fetta di offerta che preferisce rifugiarsi nell’assistenzialismo piuttosto che affrontare la difficoltà di occupazioni temporanee e precarie. La domanda di lavoro a volte non trova riscontro e finisce col ripiegare opportunisticamente sullo sfruttamento dei disperati senza lavoro e senza protezione sociale.

Al tanto chiacchierato e discusso reddito di cittadinanza si attaglia un proverbio, attribuito (pare erroneamente) a Confucio, che sostiene: “Date a un uomo un pesce e mangerà un giorno. Insegnategli a pescare e mangerà tutta la vita”. Di pesci la nostra società ne regala parecchi: una scuola facile che non prepara al lavoro, una mentalità del tutto è dovuto che disincentiva i giovani rispetto all’impegno e al sacrificio, un carrierismo ed un rampantismo che rovinano i cuori e i cervelli, una imprenditorialità d’accatto che inquina l’economia. Quanto ad insegnare a pescare si incontrano purtroppo l’interesse a lasciare nell’ignoranza e la pigrizia del rimanervi.

Un tempo si bollavano i riformisti come amici del giaguaro del capitalismo, salvo poi scoprire che i veri amici del giaguaro stavano dalla parte dei rivoluzionari dei miei stivali: non c’è altro da fare che perseguire con fatica e fantasia il riformismo. Il problema del lavoro ne costituisce forse il nodo fondamentale e riassuntivo. La sinistra politica e sindacale devono rimboccarsi le maniche e magari anche sporcarsi le mani.

Bisogna in qualche modo cambiare marcia: se il reddito di cittadinanza costituisce una sorta di freno di emergenza che evita solo il peggio, revisioniamo tutta la macchina e poi partiamo riempiendo il serbatoio del lavoro e guidando la macchina a velocità di crociera.

 

Buffon “al canäl” della tifoseria

Mi capita poche volte in materia calcistica di essere d’accordo coi tifosi, ma, nel caso della reazione a dir poco fredda degli ultras del Parma al rientro di Gigi Buffon in maglia crociata, è scattata l’eccezione che purtuttavia conferma la regola.

Marcello Chirico, giornalista di fede iuventina, ha duramente attaccato i tifosi del Parma, che hanno esposto uno striscione assai critico verso il portierone: “Il calcio romantico non esiste più, o almeno, non è più di questa terra. Anche una bella storia, come quella di Buffon che sceglie di tornarsene al Parma, là dove per lui tutto ebbe inizio, è stata rovinata in un attimo dal becerume imperante di questi tempi. Da quel “calcio del popolo” capace solo di essere sempre contro e mai pro, e di esasperare il campanilismo fino all’ennesima potenza. Ditemi voi se un giocatore come Buffon, capace di scrivere pagine di storia indimenticabili per il Parma Calcio, può essere accolto così: con uno striscione appeso ai cancelli del Tardini che recita “te ne sei andato da mercenario, non puoi tornare da eroe… onora la maglia”, e da un messaggio su Facebook con espressioni e toni ancora peggiori”.

Quante volte, conversando con amici, mi è capitato di osservare come Gianluigi Buffon, durante la sua lunga carriera post-Parma, abbia sempre evitato ogni e qualsiasi accenno, non dico di gratitudine ma finanche di richiamo storico, al suo debutto ed ai suoi trascorsi in maglia crociata. Niente di strano, probabilmente tutto rientrava nella cosiddetta sindrome rancorosa del beneficiato per la quale le persone tendono a rimuovere dalla memoria i favori ottenuti volendosi liberare da ogni e qualsiasi condizionamento psicologico.

D’altra parte anche il mitico soprano Renata Tebaldi, parmigiana (langhiranese di adozione), disse una imperdonabile bugia affermando di aver debuttato in un grande teatro (non ricordo quale), dimenticando di avere iniziato la sua grandiosa carriera nell’umile parmense teatro Ducale nel quale venivano allestite stagioni liriche in tono minore, soprattutto aperte ai giovani cantanti. Mio padre da quel giorno fece una croce sul nome della Tebaldi, anche se per la verità non rientrava nei canoni delle sue preferenze per i cantanti lirici (una gran bella voce che però non dava i brividi…).

Qualche tempo fa nei confronti di Buffon scattò la solita contestualizzazione giustificazionista riservata alle gaffe dei grandi personaggi. La Procura della Federcalcio aveva aperto un procedimento sulla presunta bestemmia che il portiere avrebbe detto durante un match con il Parma al Tardini. L’espressione blasfema, spiegavano dalla Figc, nel corso della diretta della partita era stata coperta da un commento che non avrebbe consentito di segnalare il caso al Giudice Sportivo. Dopo quanto emerso, comunque, l’indagine andò nel dimenticatoio dopo avere ascoltato il diretto interessato. Il portiere si era rivolto al giovane Manolo Portanova in questo modo: “Porta, mi interessa che ti vedo correre e stare lì (bestemmia) a soffrire eh, il resto non me ne frega un c***o”. Niente di calcisticamente punibile, tutto di umanamente penoso. Cosa volete che sia una bestemmia in un mondo dove è di casa la stupidità associata all’affarismo più bieco e al divismo più pacchiano. Un’inezia! Chissà quanti calciatori e allenatori ne spareranno fra i denti, senza farsi cogliere in fallo.

Di Gianluigi Buffon ne ricordo una molto più “bella” e scandalosa agli inizi della sua sfolgorante carriera. Gli fu rivolta una critica, peccato che non ricordi quale. Anche se non era grave, ebbe tuttavia il potere di irritare l’interessato al punto tale che, pieno (meglio sarebbe dire vuoto) di sé, dichiarò pubblicamente: “Ce l’hanno con me perché sono bello e ricco…”. Lui se la sarà dimenticata, ai suoi osannanti ammiratori sarà certamente sfuggita, io la porto scolpita nel cervello quale sciocchezza emblematica a cui può arrivare un vip. Molto peggio di una bestemmia.

In effetti questi padreterni del calcio la devono smettere di spacciarsi per eroi: altro non sono che mercenari del pallone, persone oltre tutto poco intelligenti e poco serie. Come si noterà, sono ancor più spietato e graffiante degli ultras crociati.

Il famoso musicologo Rodolfo Celletti, a proposito del pubblico e del loggione del Teatro Regio, diceva: «Quando strigliate qualche grosso cantante dimostrando di non avere timore reverenziale verso i mostri sacri dell’opera lirica, confesso che, sotto-sotto, ci godo; ma forse vi piacciono un po’ troppo gli acuti sparati alla “viva il parroco”…». Ebbene, nel caso di Buffon il loggione del Tardini ha ruggito, ed io aggiungo i miei ruggiti. Quanto agli acuti, nel caso in questione, si tratta di aspettare le parate fenomenali che Buffon lascia sperare, ma che non garantisce, assumendo forse più i panni di vecchio trombone calcistico che di fenomeno atletico.

Attenzione perché alla prima “gatta” non vorrei che si ripetesse quanto rientrava nella memoria storica di mio padre. Egli testimoniava come durante il periodo della seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione tedesca del nostro territorio, per tenere occupata la gente e distoglierla dalla resistenza al nazifascismo, facessero lavorare gli uomini “al canäl”, vale a dire nel greto del torrente per fingere opere utili che alla fine venivano regolarmente eliminate con le ruspe. Di qui il detto “va’ al canäl”, utilizzato per mandare qualcuno a quel paese in cui si fanno appunto cose inutili ed assurde. In quel triste periodo ritornò a cantare al teatro Regio il grande tenore Francesco Merli, che aveva mietuto allori negli anni precedenti a Parma e nel resto del mondo. Quando ritornò alla ribalta del Regio, però, Francesco Merli, piuttosto anziano, non era più in grande forma vocale e non venne trattato con i guanti. In modo pesante ed inaccettabile, dettato più da cattiveria che da inesorabile atteggiamento critico, il loggione nei confronti del grande tenore Francesco Merli, reo di essersi presentato sul palcoscenico del Regio, nei panni di Manrico nel Trovatore di Verdi, con voce ormai piuttosto traballante, usò la suddetta pesantissima espressione: “va’ al canäl”. Mio padre raccontava questo disgustoso episodio per bollare l’esagerata ed esibizionistica verve loggionista, ma anche per significare come qualsiasi persona, quando si accorge di non essere più in grado di svolgere al meglio il proprio compito, sarebbe opportuno che si ritirasse, prima che qualcuno glielo faccia capire in malo modo. Quanto a Buffon, staremo a vedere, senza fare sconti, ma anche senza esagerare con le critiche: via il dente, via il dolore… (in cauda saccharum).

 

 

 

 

La società a rischio impazzimento

In Italia si rischia di morire di povertà per mancanza di lavoro e si rischia di morire sul lavoro: è un doppio e paradossale rischio, che fissa i confini drammatici entro cui si colloca il problema. Non manca altro che si cominci a morire anche per manifestazioni in difesa del lavoro.

Riprendo le note di cronaca (dal quotidiano La Stampa) di un increscioso ed inquietante fatto verificatosi a Biandrate nel Novarese, dove è morto un sindacalista travolto da un camion, che ha forzato il blocco stradale conseguente ad una manifestazione davanti al deposito territoriale della lidl. Adil Belakhdim, 37 anni, era responsabile Si Cobas del Novarese. L’autista è stato fermato per omicidio stradale, resistenza e omissione di soccorso. I sindacati hanno proclamato due giorni di sciopero.

Adil Belakhdim aveva lavorato alla Tnt di Peschiera Borromeo, dove era già inserito nel sindacato, e da un paio d’anni era coordinatore dei Si Cobas per il Novarese. Era andato a Biandrate, davanti al magazzino della Lidl, con i colleghi per coordinare la manifestazione. «Il camion ha forzato il presidio all’esterno del magazzino investendo i lavoratori, tra cui il coordinatore» hanno scritto su Facebook i SiCobas poco dopo l’incidente. E la stessa ricostruzione si apprende dai colleghi e dai sindacalisti presenti sul posto.

Ci sarebbe stato un diverbio tra il conducente del camion che ha poi investito e ucciso il sindacalista e i manifestanti – sembra una ventina in tutto – che si trovavano davanti al cancello del deposito della Lidl questa mattina. Poi il conducente, racconta uno dei manifestanti, ha ingranato la marcia.

Secondo quanto ricostruito da polizia e carabinieri, il camion incolonnato dietro ad altri mezzi dentro l’area del centro distribuzione Lidl ha improvvisamente sterzato prendendo contromano la corsia di entrata, «nonostante i manifestanti fossero davanti al veicolo e visibili dall’abitacolo». Non si è fermato nonostante le proteste dei manifestanti e l’intervento degli agenti della Digos che hanno mostrato il tesserino. Superando i cancelli, ha curvato a destra per immettersi sulla carreggiata costringendo i manifestanti davanti al mezzo a scansarsi e ha travolto Adil Belakhdim. Si è poi allontanato e solo al casello di Novara Ovest si è fermato per chiamare il 112.

«Filcams, Fisascat e Uiltucs hanno denunciato alla Lidl da tempo le condizioni lavorative chiedendo risposte e soluzioni che sono state puntualmente disattese e questo ha influito sul clima di esasperazione, ma non si può morire mentre si esercita il diritto a manifestare e non si devono mettere i lavoratori contro i lavoratori» scrivono i sindacati novaresi in una nota.

Si registra anche una nota della Lidl: «Siamo estremamente dispiaciuti per il drammatico incidente e vogliamo esprimere il nostro più’ sincero e profondo cordoglio alla sua famiglia in questo triste momento». L’azienda precisa che l’incidente «ha visto coinvolto un mezzo e un autista di un fornitore di merci terzo, non dell’azienda, nei pressi del centro logistico di Biandrate. La manifestazione nazionale alla quale il funzionario dei Si Cobas stava partecipando era stata indetta per rivendicazioni nel settore logistico. In questo contesto, l’azienda ricorda che applica a tutti i circa 2.500 lavoratori delle 10 piattaforme logistiche in Italia non il contratto della logistica, ma il Ccnl della distribuzione moderna organizzata, insieme ad un ulteriore contratto integrativo. L’azienda ribadisce che da sempre sono in essere costanti relazioni con le principali organizzazioni sindacali, orientate al dialogo e al confronto reciproco».

Il fatto è gravissimo in sé e per quanto significa, vale a dire un rischio di impazzimento vero e proprio della situazione sociale. Non intendo criminalizzare nessuno, né soffiare sul fuoco, ma solo sfoderare tutta la mia sensibilità sociale. Era prevedibile che il post-pandemia, toccando nel vivo della carne lavorativa della gente, sfociasse in un clima di esasperata e confusa protesta. Bisogna che tutti si adoperino per creare un clima di dialogo entro cui affrontare gli enormi problemi del lavoro. Al riguardo vale la pena rispolverare, magari anche sconclusionatamente, un po’ di memoria storica.

Ricordiamoci della strage di Reggio Emilia: è un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine.

Ricordiamoci della “Cacciata di Lama”, vale a dire della contestazione che il 17 febbraio 1977 il movimento degli studenti rivolse al segretario della CGIL Luciano Lama durante un comizio sindacale, che questi stava tenendo presso l’Università La Sapienza di Roma.

Ricordiamoci dell’uccisione a tradimento di Guido Rossa, operaio sindacalista dell’Italsider di Cornigliano (GE). Nel 1979 venne ucciso al volante della sua auto da un commando di tre terroristi, appartati nei pressi. Militante della Cgil, circa tre mesi prima Guido Rossa aveva denunciato e fatto arrestare un fiancheggiatore delle Brigate rosse, attivo all’interno dell’azienda. L’omicidio venne rivendicato dalle Brigate rosse con una telefonata al «Secolo XIX». Ricordiamoci dei sindacalisti uccisi nelle lotte in favore dei lavoratori sfruttati e anche di quelli considerati collaborazionisti del regima capitalistico.

Ricordiamoci degli infortuni sul lavoro: 306 morti nel primo quadrimestre del 2021, il 9,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2020. Ricordiamo che dal 2020 sono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%). Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019). Ricordiamo che Il numero di persone in cerca di lavoro cresce continuamente e in modo generalizzato. Il tasso di disoccupazione sale soprattutto tra i giovani e le donne.

«Sono molto addolorato per la morte di Adil Belakhdim. É necessario che si faccia subito luce sull’accaduto». Così il premier Mario Draghi, a margine del suo arrivo a Barcellona dove ha meritatamente ricevuto il «Premio alla costruzione europea». Ho la netta impressione che non basti e che serva avviare una maxi-concertazione tra governanti e parti sociali. Nei passaggi storici fondamentali occorrono grandi interventi prima che sia troppo tardi.

 

 

 

Sindaci alias cosmetici magistrali

L’art. 49 della Costituzione Italiana dice che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Pertanto il metodo democratico sembra riferito alla sola competizione esterna fra partiti ed in effetti al di là del tira e molla dei movimentismi vari, al di là delle ricorrenti allergie verso il sistema piuttosto autoreferenziale messo in piedi nel tempo, i partiti rimangono la strada maestra per camminare su un sentiero realistico ed affidabile di partecipazione democratica.

In questo periodo si fa un gran parlare delle prossime elezioni amministrative in vari ed importanti comuni. Le elezioni comunali 2021 si terranno in una data compresa tra il 15 settembre e il 15 ottobre nei comuni con scadenza naturale del mandato degli organi eletti nel 2016 ed in quelli alle elezioni anticipate perché commissariati o per altri motivi. Andranno alle urne gli elettori di 1.335 comuni, di cui 1.147 appartenenti a regioni a statuto ordinario e 188 a regioni a statuto speciale. Alle urne ventuno comuni capoluogo di provincia (Benevento, Bologna, Carbonia, Caserta, Cosenza, Foggia, Grosseto, Isernia, Latina, Milano, Napoli, Novara, Pordenone, Ravenna, Rimini, Roma, Salerno, Savona, Torino, Trieste e Varese), di cui sei sono anche capoluogo di regione (Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino e Trieste). Superano i 100.000 abitanti le seguenti città: Bologna, Foggia, Latina, Milano, Napoli, Novara, Ravenna, Rimini, Roma, Salerno, Torino e Trieste.

Siamo in presenza di un campione elettorale molto significativo e di un test piuttosto attendibile per le forze politiche in campo. Non ho idea di quanto influirà il clima pandemico su questa consultazione a livello di partecipazione e di orientamento nel voto. Partiti e coalizioni sono alla spasmodica ricerca delle candidature a sindaco. I sindaci infatti vengono eletti direttamente dal popolo e quindi occorre trovare personaggi dotati di particolare appeal verso gli elettori.

Molti commentatori ritengono l’elezione diretta dei sindaci una importante riforma capace di ammodernare e potenziare il sistema democratico al punto da proporla come paradigma per la revisione complessiva della legge elettorale. Sono sempre stato, e lo sono tuttora, molto scettico sulla portata politica del sistema elettorale e sulla sua taumaturgica influenza. Mi sento legato al dettato costituzionale e ritengo che la politica la debbano fare sostanzialmente i partiti, prima e al di là degli schemi elettorali mutevoli nel tempo e nello spazio.

Non mi convincono ad esempio i discorsi su “preferenza sì- preferenza no”, su “maggioritario o proporzionale”: la questione fondamentale è la capacità dei partiti di esprimere e proporre ai cittadini una classe dirigente all’altezza della situazione. Scegliere tra una ventina di candidati buoni a nulla non risolve il problema dei buoni a nulla. Preferisco giudicare e scegliere il partito sulla base delle candidature che esprime e non bypassare il partito andando dritto sulla scelta del candidato di turno. Essere costretti a votare fra due coalizioni contrapposte, magari raffazzonate per l’occasione, non risolve il problema della frammentazione partitica, lo nasconde al momento del voto per esserne pesantemente condizionati durante la legislatura.

Anche la tanto osannata e invasiva scelta dei sindaci la giudico un escamotage per mettere a posto la coscienza sporca dei partiti: lo dimostrano le grandi manovre di mero carattere cosmetico volte a trovare non le persone migliori, ma quelle che meglio camuffano e coprono le insufficienze dei partiti  e che confondono la politica con la mera rappresentanza delle istanze della società civile andando alla ricerca di personaggi capaci di mettere d’accordo le capre partitiche con i cavoli pseudo-sociali.

Sia destra che a sinistra si è alla ricerca di candidature che confondano le carte e buttino negli occhi sbarrati dei cittadini il fumo di impossibili personaggi nuovi di zecca, capaci di risolvere più la competizione interna ai partiti ed alle loro coalizioni che il confronto aperto sui programmi e sulle idee. La personalizzazione dei discorsi politici va benissimo quando va di pari passo con la statura dei leader, ma è rischiosa quando serve a deviare e concentrare sui parvenu un dibattito che dovrebbe essere ben più ampio e profondo dell’appeal elettorale di tizio o caio.

Ecco perché seguo con molto scetticismo e poca fiducia il bailamme delle candidature a sindaco: il centro-destra le sta utilizzando per risolvere in qualche modo il dissidio latente sull’identità programmatica di un coacervo di forze così diverse, ma, tutto sommato, così simili. Il centro-sinistra sta cercando l’ago sindacale nel pagliaio di un patto elettorale tra un PD evanescente ed un M5S sempre più inesistente e allo sbaraglio.  A destra si sta cercando la quadra tra la incredibile conversione moderata di Matteo Salvini e la populistica verve di Giorgia Meloni, come se bastasse un magistrato in Campidoglio per placare il dissidio esistenziale di una destra in perenne confusione democratica. A sinistra Enrico Letta e Giuseppe Conte stanno cercando di andare d’accordo bisticciando sulle candidature, come se bastasse confermare o rottamare Virginia Raggi per trovare un minimo comune denominatore fra troppe f(r)azioni partitiche.

 

L’esame di (im)maturità alla scuola

Ha fatto benissimo il ministro Bianchi a rassicurare gli studenti affermando che per la maturità 2021 non è previsto un esame facilitato di serie b, modificato nelle sue procedure a causa dell’emergenza sanitaria. Per la verità il discorso delle continue modifiche è in atto da parecchio tempo: la quadratura del cerchio di una scuola che necessiterebbe di una profonda riforma per la quale si continua imperterriti a partire dalla fine.

I maturandi di quest’anno, come i ragazzi che hanno affrontato la prova lo scorso giugno, non dovranno passare per le due prove scritte – una di italiano e una sulle materie di indirizzo – ma si ritroveranno a dover superare soltanto l’esame orale, soprannominato “maxi-orale” per enfatizzare la sua rilevanza in quanto unica prova dell’esame di Maturità 2021.

Se ho ben compreso, lo studente porterà all’attenzione della commissione d’esame una sorta di tesina inerente la specificità del suo indirizzo di studi e farà un colloquio di circa un’ora, che oltre approfondire i contenuti di tale elaborato, verterà sui nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline, sulle eventuali esperienze didattiche particolari effettuate, sulle competenze e conoscenze acquisite nell’ambito dell’educazione civica e su tutto il curriculum ed il percorso scolastico.

Anche se non voglio passare da nostalgico della scuola e dell’esame di maturità di vecchia maniera, non posso esimermi dal rammentare come alla verifica finale si arrivasse portando i programmi, talora pluriennali, di tutte le materie di insegnamento sui quali si affrontavano ben quattro prove scritte (un tema di italiano, esercizi sulle discipline tipiche, una prova di lingua straniera) per poi fare colloqui sulle singole discipline (per ognuna circa mezz’ora). Un vero e proprio redde rationem articolato, approfondito, anche se molto nozionistico, sull’intero percorso scolastico: un esame massacrante!

Poi, strada facendo, il tutto è stato via via semplificato ben prima e al di là dell’emergenza sanitaria del 2020 e 2021. Se era molto discutibile la vecchia impostazione selettiva e nozionistica, che, per la verità, rispecchiava la scuola che si frequentava in quel periodo, altrettanto e ancor più discutibile è la nuova impostazione dell’esame, che, per la verità rispecchia la scuola attuale, che non saprei come definire se non un compromesso fra nozionismo alleggerito, banale approfondimento culturale e fantomatica preparazione professionale.

La montagna quindi non può che partorire un topolino: non è l’esame di maturità ad essere a rischio, ma tutta la scuola che lo precede. È pur vero che la scuola non la fanno le leggi, i ministri ed i programmi, bensì gli insegnanti che dovrebbero essere degli educatori veri e propri sulla base delle materie di loro competenza e nella combinazione fra di loro. Sono loro i protagonisti di una commedia col copione piuttosto debole, con registi preoccupati della burocrazia, con gli studenti distratti e deconcentrati da una società facilona, con le famiglie a fucile spianato, con uno stipendio (quasi) ridicolo, con i sindacati della scuola che difendono gli assenteisti e i fannulloni, etc. etc.

I giovani devono mettersi in testa alcune idee precise e scomode. Come ha recentemente ricordato il Presidente della Repubblica, innanzitutto a scuola si va per studiare con impegno e spirito di sacrificio. In secondo luogo per aiutarsi reciprocamente, vale a dire per imparare a vivere e solidarizzare seriamente e non cameratescamente in comunità: è questo l’imperativo culturale e civico che dovrebbe costituire il respiro del polmone scolastico. Di conseguenza ci si dovrebbe prepararsi a svolgere una professione con la quale acquisire un’autonomia socio-economica e prestare un servizio all’intera società.

Studiare quindi per imparare a vivere ed a lavorare, senza inseguire sogni di gloria, ma finalizzando il tutto ad un effettivo inserimento nel mondo del lavoro e, tramite esso, in tutti i rapporti umani e sociali. La scelta dell’indirizzo di studi non deve essere una mera rincorsa alle proprie fantasie, ma una ragionata predisposizione al vivere civile in tutti i suoi aspetti (lavoro innanzitutto). Se la scuola riuscirà ad aiutare e accompagnare i giovani in tal senso, avrà svolto il suo fondamentale compito, diversamente sarà una scuola di serie b, con maturità di serie b e con cittadini di serie b.

 

La teo-politica dei cattolici di destra

Riporto di seguito un pezzo ricavato da ATS ed elaborato da Patrick Stopper. “Il Vaticano ha ammonito i vescovi conservatori statunitensi a frenare le loro pressioni per negare la comunione ai politici che sostengono i diritti all’aborto, tra cui il presidente Joe Biden, secondo leader alla Casa Bianca a essere cattolico praticante.

Ma, nonostante ciò, i vescovi americani insistono e si prevede che impongano un dibattito e forse un voto in materia in una conferenza virtuale che potrebbe scavare un solco tra la Santa Sede e la Chiesa cattolica degli Usa. Lo scrive il New York Times (Nyt).

La “crociata” è guidata da alcuni vescovi le cui priorità sono chiaramente allineate con quelle dell’ex presidente Donald Trump e che vogliono ribadire la centralità dell’opposizione all’aborto nella fede cattolica dettando una linea dura.

Tra loro l’arcivescovo José Gomez di Los Angeles, presidente della conferenza episcopale statunitense, che il pontefice non ha mai promosso al rango di cardinale. «La preoccupazione in Vaticano è di non usare l’accesso all’eucarestia come arma politica» spiega al Nyt Antonio Spadaro, direttore di Civiltà cattolica, gesuita molto vicino al pontefice. Papa Francesco ha detto questo mese che la comunione «non è la ricompensa dei santi ma il pane dei peccatori».

E il cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha scritto una lettera ai vescovi americani avvisandoli che un voto su tale questione potrebbe «diventare una fonte di discordia piuttosto che unire l’episcopato e allargare la chiesa negli Stati Uniti».

Questi balzi all’indietro mi fanno letteralmente venire la pelle d’oca. Non si tratta infatti solo di meri rigurgiti reazionari pretestuosamente coperti da principi religiosi, ma di una vera e propria cattolicità che vuole ritornare acriticamente al passato: di qui l’astio verso papa Francesco individuato come il nemico modernista da abbattere.

La rivista “Missioneoggi”, bimestrale dei missionari saveriani, pubblica un interessante dossier intitolato “il dio dei cattolici di destra”, che passa in rassegna le spinte esistenti all’interno del cattolicesimo in combutta con trumpismo, bolsonarismo e nazionalismo polacco. Massimo Faggioli, professore nel dipartimento di Teologia e scienze religiose nella Villanova University (Filadelfia), all’interno di questo dossier scrive: “Quella dei vescovi, preti e teologi cattolici, che simpatizzano con l’eversione del sistema costituzionale è una sintomatologia che non va sottovalutata né ridotta a materiale da satira. Chi ha contatti con la giovane generazione dei cattolici engagé in America dovrebbe aver notato che il post-liberalismo radicale di sinistra come anche l’anti-liberalismo e l’illiberalismo di destra non provengono solo da pochi intellettuali marginali, ma hanno messo radici. L’anti-liberalismo cattolico fa parte di un fenomeno più ampio, una nuova ricerca dell’identità cattolica che assume varie forme. Può essere espresso come entusiasmo per la messa tridentina e disgusto per il Novus ordo della riforma liturgica conciliare. Oppure può assumere la forma di un interesse per le comunità contro-culturali, nella versione della Benedict option o in altre opzioni di ripiegamento strategico per preparare la riscossa. Ma può anche assumere la forma di un’immaginazione teo-politica che rifiuta la democrazia liberale a favore di una nuova cristianità medievale in salsa post-moderna”.

Il discorso dell’aborto e della comunione ai politici che ammettono questo istituto giuridico è solo una “scoperta copertura” di un disegno ben più ampio ed articolato di carattere politico-religioso.  Anche Biden sarebbe nel mirino di questi cattolici anti-liberali che cavalcano l’America conservatrice.

Nell’ambito del cattolicesimo di destra, pericolosissime sono le tesi portate avanti da padre Paulo Ricardo, intellettuale ultracattolico del bolsonarismo brasiliano, il quale per sviluppare la sua tesi non esita a schierarsi a favore della liberalizzazione del possesso delle armi, usando il caso estremo della violazione della proprietà privata e affermando: “Cosa devi fare, se un ladro entra in casa tua, stupra tua figlia, tua moglie, e sperpera i tuoi beni? Dirai che sei per la pace? Avrai il coraggio di guardare tua figlia, tua moglie, e di dire loro: ‘Scusa, non ho reagito, non perché ho avuto paura, ma perché sono un pacifista’?”.

Per padre Paulo (e i bolsonaristi) la pandemia fa parte di una “isteria” collettiva” e serve come “pedagogia divina”: le sofferenze che ora stiamo attraversando sono piccole prove […] della grande tribolazione: discorsi che rasentano una vera e propria crudeltà teologica a servizio del più brutale dei conservatorismi.

Due brevi e provocatorie riflessioni. La prima è di metodo: cosa aspetta il Vaticano a mettere ordine in tale ginepraio pseudo-teologico? Forse, tutto sommato, questo oltranzismo cattolico, ammantato di falsa dottrina e politicamente destrorso, fa comodo: sono i tirapugni che si combinano  coi guanti di velluto delle sacre stanze. Molto più immediate e implacabili le scomuniche per i teologi della liberazione e per i profeti a favore dei poveri… Succede come nei contrasti alla violenza: molta decisione, al limite della cattiveria, con i contestatori che difendono i diritti degli ultimi e molta comprensione verso gli ultras degli stadi…

La seconda è di merito. Direbbe don Andrea Gallo a questi fanatici anti-abortisti: «State a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

E ai cattolici di destra in cerca di un dio a loro uso e consumo risponderebbe: «Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!».

 

 

Il suo nome è Draghi Mario, ma non chiamiamolo drago

Era da tempo che non si registrava un così evidente, anche se giustamente discreto, protagonismo dei governanti italiani a livello europeo e mondiale. Mi riferisco alla recente partecipazione di Mario Draghi al G7 e al vertice Nato nonché al faccia a faccia col presidente americano Biden. Non si tratta di un presenzialismo di stampo berlusconiano, spettacolare al limite del pagliaccesco, ma di una sobria partecipazione in stile degasperiano, ancorata alle scelte storiche fondamentali dell’Italia, vale a dire, europeismo e atlantismo, fermamente ribadite e coniugate col dialogo aperto a tutti gli interlocutori senza rinunce valoriali ed appiattimenti extra-occidentali.

Se, come diceva Pietro Nenni, le idee camminano sulle gambe degli uomini, anche la politica, pur fondandosi sulle idee, ha bisogno di essere incarnata nelle persone investite democraticamente dei ruoli istituzionali. Non sembri superfluo ribadire fedeltà ai principi dell’europeismo in un periodo in cui l’Europa appare indebolita dalla Brexit, in chiara difficoltà nella gestione unitaria delle tremende sfide sul tappeto, intaccata dai tarli del sovranismo e populismo striscianti. Non appaia stucchevole il forte richiamo all’atlantismo quale ancoraggio ai valori democratici occidentali dopo le scriteriate spinte autarchiche del trumpismo e dei suoi ammiratori più o meno allineati e scoperti.

È proprio nei momenti di più grave difficoltà economica e di smarrimento sociale che urge riscoprire l’ancoraggio ai principi basilari, che dovrebbero guidare il progresso nel dialogo e nella collaborazione fra gli Stati ed i popoli. Sono state dette parole chiare, anche se pacifiche, per quanto concerne i rapporti con Cina e Russia, obbligati ma difficili interlocutori dell’Europa e degli Usa. Niente strizzate d’occhio diplomatiche, niente indulgenze valoriali, niente opportunismi affaristici, ma dialogo nel rispetto delle reciproche autonomie.

Ammetto di essermi sentito rassicurato dalle conclusioni emergenti dagli appuntamenti internazionali in cui l’Italia ha giocato pienamente e finalmente il ruolo che le compete. Merito soprattutto di un Mario Draghi in splendida forma, per nulla logorato dai tira e molla pandemici, per nulla indebolito dall’armata Brancaleone che lo sostiene obtorto collo in patria, per nulla distratto dagli elogi strumentali del continuismo di regime e dalle critiche aprioristiche dell’ideologismo datato, per nulla condizionato dagli ondivaghi atteggiamenti provenienti da una destra spiazzata e da una sinistra in pena, per nulla ringalluzzito dai consensi interni ed internazionali.

Mio padre, quando qualcuno si pavoneggiava e si dava un contegno, tenendo, come si suol dire, su le carte, ammetteva sconsolatamente: «L’importansa s’a t’ spét ch’ a t’ la daga chiätor…bizoggna ch’a te tla dàgh da ti». Mario Draghi non brilla di luce riflessa, non ha bisogno di cercare le lodi altrui e tanto meno di auto-incensazioni: non è l’uomo della provvidenza, ma l’uomo giusto nel posto giusto e al momento giusto. Il che non significa che sia un governante perfetto, ma solo un autorevole e credibile Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, che, ai sensi dell’articolo 95 della Costituzione, “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

Le critiche si possono, anzi si devono fare, possibilmente senza picconare un personaggio che merita grande rispetto e collaborazione. Sono il primo ad ammettere che non abbia brillato nella gestione dell’emergenza pandemica e della procedura vaccinale, che faccia molta fatica a trovare una linea equilibrata e solidale nella gestione dell’immigrazione, che sia più capace di raffreddare i catastrofismi che di scaldare i cuori. Potrei continuare sfogando tutta la mia innata verve critica. Poi però mi dovrei fermare perché sentirei il fiato di mio padre sul collo che mi bisbiglierebbe all’orecchio: At pàr von ‘d coi che all’ostaria con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…”.