Il nonno del centro-destra

«Rieccolo!». Così Montanelli, con un po’ di ironia, ma anche con la simpatia che da «toscanaccio» riservava al suo illustre corregionale, salutava Fanfani ogni volta che tornava a riapparire con incarichi importanti nel mondo politico. Ne apprezzava la volontà combattiva, l’onestà e, soprattutto, la mancanza di compiacenza verso amici e avversari, che era la caratteristica che distingueva il leader «brevilineo», come egli stesso implicitamente si era definito in un famoso saggio scritto nel 1934, quando insegnava alla Cattolica (Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo).

Questo richiamo ad Amintore Fanfani può essere considerato quasi sacrilego, ma mi serve a introdurre dialetticamente un breve discorso sull’attualità politica di Silvio Berlusconi: non voglio confondere il sacro col profano, ma solo ironizzare sulla capacità del cavaliere di riciclarsi anche quando sembra ormai finito e tenta di rispuntare “più bello e più superbo che pria”.

Questa nuova menata del partito unico del centro-destra, da lui strumentalmente cavalcata, non me l’aspettavo. Egli ipotizza “un grande lavoro che coinvolga i militanti, gli eletti e soprattutto l’opinione pubblica di centrodestra, le categorie, donne e uomini della società civile vicini alle idee, ai valori e ai legittimi interessi che noi rappresentiamo. Solo così, da un grande lavoro sulle idee, sui programmi e sulle regole, può nascere per gradi un’aggregazione nella quale le diverse soggettività siano esaltate, non annullate” (vedi intervista rilasciata a Tommaso Labate del Corriere della sera).

In effetti la vita politica italiana dal dopoguerra in avanti è sempre stata caratterizzata dalla mancanza di una forza di destra o di centro-destra, schiettamente democratica, di stampo liberale, di chiara vocazione europeista, conservatrice ma non reazionaria. Questo spazio era ricoperto, in un certo senso, dalla Democrazia Cristiana, che però era un movimento di ben altra portata dal punto di vista storico, sociale ed internazionale. Quando finì il dualismo politico della DC e del Pci, Berlusconi si candidò a ricoprire questo ruolo o meglio finse di ricoprirlo, ma in realtà a lui premeva la rappresentanza dei suoi interessi coperti da una coltre pseudo-democristiana: molti caddero nel tranello di un rinnovato improbabile e anacronistico anticomunismo e gli diedero fiducia sprofondando il Paese in una penosa operazione di mediatico rilancio di una politica più vicina ai trascorsi fascisti che a quelli democristiani.

Cosa è stato il berlusconismo?

Una prima risposta, ormai più storica che politica, che potremmo definire con l’espressione “il regime c’era”, individuava, con asprezza, precise e inequivocabili prove dell’esistenza di un vero e proprio regime incombente sulla società’ italiana e non si faceva alcun scrupolo a definirlo, più o meno, come fascista in continuità con l’esperienza passata nel nostro Paese ed a livello mondiale.

Una seconda chiave interpretativa, etichettabile con la frase “c’erano i presupposti per un regime”, riscontrava con forte preoccupazione indizi e sintomi di una malattia in incubazione, individuando molte analogie del clima socio-politico in cui nacque il berlusconismo con quello che preparò l’avvento del fascismo.

Una terza visione culturale partiva da come le destre interpretano la modernità, a seconda dei diversi contesti politici, per ipotizzarne le caratteristiche camaleontiche riassumibili nelle diverse definizioni: carismatiche e tecnocratiche, personalistiche e razziste, nazionalistiche o localistiche. Ciò senza occultare i rischi di autoritarismo, populismo ed altre patologie simili.

Questa terza linea critica la potremmo definire in estrema sintesi con la locuzione “a destra il regime ci può scappare, ma in senso moderno”: ben lungi dal ricostituire ordinamenti del passato le destre sono allo sbando in un mondo conflittuale ed incerto.

Berlusconi intende affrancarsi da questa gabbia, facendo un salto definitivo nella democrazia, lasciando di sé un ricordo migliore rispetto a quello emergente dalla storia degli ultimi trent’anni. Se non c’è riuscito quando aveva un forte consenso e spadroneggiava a più non posso sugli alleati, figuriamoci se potrà farlo oggi, con indici di gradimento da prefisso telefonico, con evidente inferiorità rispetto alle altre forze di destra. Siamo alla tattica e niente di più: il tentativo di chiudere in bellezza un impegno politico, decisamente vergognoso, con un autentico colpo di reni.

Intendiamoci, alcune delle attuali intuizioni non sono disprezzabili: mi riferisco al giudizio tranchant sul movimento pentastellato, alla scelta europeista, alla rinuncia ai localismi ed ai nazionalismi, al rientro in un rispettoso e riguardoso gioco istituzionale, ad una generica ma pur sempre apprezzabile adesione ad un centrismo politicamente liberale, economicamente liberista, socialmente interclassista.

Il problema sono gli interlocutori, i potenziali compagni di viaggio, i partner e persino il suo striminzito gruppo dirigente. Berlusconi si rende perfettamente conto della povertà della proposta politica di un centro-destra che potrebbe persino diventare maggioritario nel Paese e quindi, nonostante l’età, si sta paradossalmente candidando ad esserne il padre nobile. Non ce la può fare! Non riuscirà ad andare oltre un misero notabilato di risulta: meglio di niente per i suoi affari, ma meno di niente per il Paese.

Tutto sommato mi dispiace, mi fa tenerezza, perché dice anche cose giuste, ma completamente fuori tempo. Faccio, solo per spiegarmi, un altro richiamo sacrilego. Durante l’ultima fase politica della vita di Francesco Cossiga, quella di “picconatore”, improntata alla disinibita, simpatica, acuta, ma sconclusionata e logorroica, denuncia dei mali della politica, Marcello Dell’Utri, con una delle sue celebri frasi, diede una definizione folgorante dell’ex presidente della repubblica: «Ormai Cossiga può dire quello che vuole. È come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande». È così, a maggior ragione, per Berlusconi: l’ultima sclerata da ego ipertrofico? Vuole il Quirinale, si dà un 10-15% di possibilità, dice di avere dalla sua già 476 grandi elettori. Se va avanti di questo passo, forse rischia di uscire di casa addirittura senza mutande, esibendo quegli attributi tanto a lui cari e ormai solo un triste cimelio di una triste epoca.

 

Il delirar non vale

Il nuovo allenatore della Roma José Mourinho è arrivato nella Capitale nel primo pomeriggio. Ad attenderlo all’aeroporto di Ciampino centinaia di tifosi che hanno sfidato il gran caldo e lo hanno accolto con cori e applausi. Lo Special One ha lasciato l’aeroporto in automobile, salutando i supporter agitando una sciarpa giallorossa. Successivamente ha raggiunto il centro sportivo di Trigoria. Qui Mourinho si è affacciato dal terrazzo dell’impianto per salutare i tifosi in delirio.

I deliri calcistici sono assurdi: generalmente scoppiano dopo importanti vittorie (speriamo nella vittoria della Nazionale al campionato europeo, possibilmente senza delirio pre o post partita). Figuriamoci l’assurdità se si scatenano addirittura alla sola vista di un nuovo allenatore, che promette sfracelli trionfali per la squadra di calcio, nel caso la Roma.

In un capitoletto del libro dedicato a mio padre ed ai suoi pulpiti educativi, tra cui aveva un posto di primo piano lo stadio, entra in gioco la figura dell’allenatore: mio padre lo considerava “un professionista” da giudicare come tale, senza sottovalutarlo ma anche senza enfatizzarne il ruolo. Mi sembra che l’attuale andamento del mondo calcistico tenda ad esagerarne la funzione e di conseguenza a scaricargli addosso meriti, colpe e responsabilità eccessive.

Come non ricordare quando di fronte ad errori clamorosi di un giocatore (occasione da goal fallita, passaggio decisivo totalmente errato etc.) mio padre provocatoriamente affermava: “L’ é tutta colpa ‘d l’alenadór”. Lo scarica barile è un mezzuccio che non risolve i problemi, intendeva dire.

Consentitemi di riportare un piccolo episodio, questa volta, davanti al video, vale a dire una delle solite vuote interviste propinate ai fanatici del pallone. Parla il nuovo allenatore di una squadra, non ricordo e non ha importanza quale, che ottiene subito una vittoria ribaltando i risultati fin lì raggiunti. L’intervistatore chiede il segreto di questo repentino e positivo cambiamento e l’allenatore risponde: “Sa, negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo vincere”. Non ci voleva altro per scatenare la furia ironica di mio padre che, scoppiando a ridere, soggiunse: “A s’ capìssa, l’alenadór äd prìmma, inveci, ai zugadór al ghe dzäva äd perdor”.

 A proposito di allenatori poco fortunati ne voglio citare uno del Parma (non chiedetemi i periodi e le date perché non li ricordo) un certo Canforini, tecnico che dalle formazioni giovanili era approdato alla prima squadra. Le cose obiettivamente non andavano bene, la squadra era indiscutibilmente in crisi e – succedeva purtroppo anche allora – scattò la contestazione dei tifosi. Ognuno è libero di esprimere le proprie critiche, più che mai in un ambiente come lo stadio, ma a tutto c’è un limite. Al termine dell’incontro, finito molto male per il Parma, l’allenatore Canforini fu accolto all’uscita dagli spogliatoi da una pioggia di sputi. Mio padre lo imparò il giorno successivo dalle cronache del giornale, perché evitava scrupolosamente i dopo-partita più o meno caldi. Ne rimase seriamente turbato dal punto di vista umano e reagì, alla sua maniera, dicendomi: “E vót che mi, parchè al Pärma l’à pèrs, spuda adòs a un òmm, a l’alenadór? Mo lu ‘l fa al so mestér cme mi fagh al mèj. Sarìss cme dir che se mi a m’ ven mäl ‘na camra al padrón ‘d ca’ al me dovrìss spudär adòs! Al m’la farà rifär, al me tgnirà zò un po’ ‘d sòld, mo basta acsì.” Mio padre esercitava il mestiere di imbianchino e quegli sputi se li era sentiti addosso. Non poteva concepire un’offesa del genere, soprattutto in conseguenza di un fatto normalissimo anche se spiacevole: perdere una partita di calcio. E continuò dicendo: “Bizòggna ésor stuppid bombén, a ne s’ pól miga där dil cozi compagni.”

É una delle cose dette da mio padre che mi è rimasta più impressa. Peccato che allo sfortunato Canforini non bastò ad evitare l’esonero, ma fu sufficiente, senza saperlo, ad avere la solidarietà di un uomo che lavorava e sbagliava né più né meno come lui. Non so come proseguì la carriera di Canforini, se tornò ad allenare le giovanili, se cambiò squadra, se cambiò mestiere, se cambiò città, ma continuò ad avere tutta la mia “guidata ed ispirata” solidarietà.

Ma torniamo ai nostri giorni, alla Roma ed al suo nuovo allenatore. Quasi quasi ci scappava un’autentica e preventiva incoronazione di José Mourinho. Come successe tanti anni fa con Zico incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Mio padre lo aveva soprannominato “col da la ghirlanda”, in quanto gli avevano messo una corona d’alloro al collo. Oltre tutto e forse prima di tutto non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato. Mi riferisco al sistema calcio ma anche al sistema più in generale. Sogghignava di fronte agli scandalosi ingaggi: “Mo co’ nin farani äd tutt chi sòld li, magnarani tri galètt al di?”.  Scherzi a parte mio padre era portatore di un’etica del dovere, del servizio e reagiva, alla sua maniera, alle incongruenze clamorose della società.

Amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini di scienza o di cultura. Diceva: “Se a Pärma a véna Sofia Loren i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè.”

È arrivato José Mourinho e la solfa è sempre la stessa, forse anche peggio, perché Sofia Loren era un’artista dello schermo cinematografico, mentre Mourinho è un artista dei miei stivali.

 

 

Il male copre gli spazi di una vita vuota

È a dir poco sconvolgente l’omicidio di Chiara Gualzetti ad opera del suo “amichetto”: quindicenne lei, sedicenne lui. Il fatto, avvenuto a Monteveglio in provincia di Bologna, così come raccontato dal protagonista, è scioccante: il male per il male, la violenza fine a se stessa, un’uccisione inspiegabile e atroce. Riprendo seppure a malincuore, la cruda ricostruzione del delitto fatta, peraltro con obiettività e discrezione, da Niccolò Zancan sul quotidiano La Stampa.

«Chiara non moriva mai, mi sono stupito della sua resistenza». Bisognerebbe fermarsi qui. Davanti a queste parole del ragazzo che si credeva Lucifero. Le ha pronunciate davanti al gip per spiegare perché, dopo quattro coltellate, la prima alle spalle, poi abbia anche preso a calci e ucciso a furia di botte Chiara Gualzetti, 15 anni, la ragazza che aveva attirato in una trappola. Lei non voleva morire, anche se in un messaggio aveva parlato di morte. Domenica mattina credeva di andare a fare una passeggiata assieme a un ragazzo che le piaceva, credeva di andare a camminare sui sentieri che portano all’Abbazia di Monteveglio. «Parliamo un po’ e poi ti riporto casa», le aveva detto lui. Era passato a prenderla. Aveva anche salutato suo padre. 

C’è una telecamera che li inquadra: lui e lei si abbracciano per un istante, prima di allontanarsi camminando vicini. Ma domenica mattina, il ragazzo che si credeva Lucifero aveva già deciso ogni cosa. Aveva sfilato un coltello dal ceppo della cucina e aveva indossato una maglietta rossa forse, questo è il sospetto degli investigatori, per nascondere le macchie di sangue che sicuramente ci sarebbero state. Era un piano. Aveva già pensato in passato di uccidere Chiara Gualzetti. «Con qualcuno dovevo farlo. Ho scelto lei perché mi stava sempre addosso. Mi aveva scocciato. Non la sopportavo più. Mi stancava». Chiara ha cercato di difendersi con tutte le forze.  

Il ragazzo è accusato di omicidio volontario premeditato: «Ha infierito con estrema violenza e determinazione». Ieri il fermo è stato convalidato. Secondo il gip del tribunale per i minorenni deve restare in carcere perché potrebbe fare ancora del male a se stesso e anche agli altri.  Non ritiene che sia stato il gesto di un folle. Tutt’altro: «Al momento appare capace di intendere e di volere rispetto a un reato il cui concetto illecito è di immediata percezione». E poi la sua vita era «regolare e costantemente condotta in un ambiente familiare sostanzialmente adeguato». Anche il suo comportamento dopo il delitto fa ritenere al gip di trovarsi di fronte a una persona consapevole. Perché sono «lucidi e freddi i tentativi di nascondere le tracce e di negare le responsabilità».

Il gip non crede al ragazzo che diceva di parlare con il demonio, ispirato dal protagonista Lucifer della serie Netflix. Non all’assassino che ha detto così: «Uccidere era l’unico modo che avevo per stare in pace. Da quando ho dodici anni il demonio mi dà la carica e mi costringe a fare del male».

Il giudice sottolinea l’inconsistenza delle motivazioni del gesto e comunque l’assenza di ragioni reali di contrasto con la vittima. Parla di “estrema violenza e determinazione dimostrate durante tutto il corso dell’aggressione, che ha avuto una durata significativa e ha visto il giovane colpire ripetutamente con coltellate al collo, al petto e alla gola la vittima e infine colpirla anche con calci”. Il gip sottolinea inoltre la necessita del carcere per la “mancanza di scrupoli, di freni inibitori, di motivazioni e segnali di resipiscenza” come emerge “dal tenore dei messaggi vocali inviati a un’amica subito dopo i fatti”. Dagli accertamenti investigativi infatti è emerso che subito dopo aver ucciso Chiara Gualzetti il sedicenne ha mandato messaggi vocali “dal tenore inequivoco” a un’altra amica “cui raccontava quello che aveva commesso”.

La procura ha chiesto, comunque, una perizia psichiatrica. Ma anche l’avvocato Giovanna Annunziata, che difende la famiglia Gualzetti, si oppone all’ipotesi che sia stato il gesto di uno squilibrato: «Ha organizzato tutto, ha cancellato le chat, domenica pomeriggio ha risposto alle telefonate degli amici come se nulla fosse successo. Non c’è follia».

Adesso ci sono due famiglie distrutte. Ieri sera mille persone hanno sfilato per Chiara Gualzetti a Monteveglio, per stare accanto ai genitori Giusi e Vincenzo. È stata una fiaccolata piena di dolore e di sgomento.   

Proprio in questi giorni sto leggendo un romanzo giallo, “Pizzica amara” di Gabriella Genisi, e volentieri cedo la parola all’immaginario sacerdote chiamato a commentare un’analoga situazione di violenza giovanile. Nell’omelia ai funerali di una ragazza di diciassette anni vittima della macchina del male dice così: “Sapete che il male ha lasciato i suoi frutti avvelenati su questa terra da qualche anno. E che le sue vittime preferite sono i giovani. Perché si deve essere ciechi o vigliacchi per non riconoscere che sono tutti vittime dello stesso male, che si insinua lento come un gas venefico nelle menti di quei giovani, così fragili, curiosi e arditi. Il male si nutre del vuoto, delle zone d’ombra, delle cicatrici della nostra coscienza, della società. Il male prospera e si diffonde dove trova l’incuria, l’abbandono. Il male si annida nel compromesso con le nostre coscienze, nell’accidia dei nostri cuori, nella solitudine delle nostre esistenze, private di vere relazioni affettive, di un modello di vita che ci allontana da noi, ci disconosce. Quanti più spazi vuoti gli lasciamo, più il male tenderà a espandersi, nella nostra vita sociale e in quella individuale. I ragazzi sono i figli derubati dai padri. Derubati della speranza ma anche della nostalgia, condannati a essere senza futuro e senza passato. Gli abbiamo dato dadi truccati per giocarsi la vita, e loro si sono accorti dell’inganno. Cercano di riempire quel vuoto di senso, di prospettiva, di assoluto che gli spettano di diritto alla loro età e che gli sono stati portati via. Ma le domande incalzanti non trovano, spesso, che balbettii inadeguati da parte dei loro padri. Ed è qui che il male li attende al varco, fornendogli quelle risposte che vanno cercando, blandendoli, seducendoli. Se riesce a ghermirli, a trasformarli in suoi strumenti, è perché noi li abbiamo lasciati soli o non siamo stati in grado di proteggerli. Quasi sempre, nonostante le nostre migliori intenzioni”.

La finzione letteraria non finisce qui, perché il sacerdote, dopo la spietata analisi, procede nella sua provocatoria omelia con proposte impegnative per tutti: “Ognuno di noi deve interrogarsi su quanto spazio abbiamo ceduto al male, coltivando la menzogna, la cupidigia, l’edonismo, abbandonandosi al facile guadagno piuttosto che al duro lavoro onesto, alla cura del giardino che il Signore ci ha regalato e i nostri padri hanno saputo coltivare, dove adesso cresce e prospera la pianta infestante del male. Ognuno di noi deve sentirsi in guerra contro il maligno che avanza e minaccia i nostri giovani e il territorio. Ed è una guerra che va combattuta riempiendo quegli spazi vuoti che abbiamo lasciato alla sua mercé, curando la nostra anima ogni giorno, restituendo senso e valore alle vere relazioni, quelle che ci legano alla famiglia, al vicinato, alla comunità fatta di persone che condividono lo stesso progetto di vita, ciascuna a modo suo. I nostri ragazzi, quelli più sensibili, sentono sulla loro pelle l’enorme ingiustizia di questa condizione in cui gli è dato vivere. Abbracciamoli, anche quando ci dimostrano la loro ostilità. Scendiamo nei loro silenzi e ridiamogli voce. Aiutiamoli a svelare la menzogna di quelle lusinghe, affinché non ci siano altre vittime, quelle che conosciamo e chissà quante che non conosciamo”.

Non ho niente da aggiungere!

 

Ucci ucci sento odor di fascistucci

“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, diceva Voltaire. Sarà bene che i cittadini italiani, i governanti, i responsabili della vita nelle carceri e tutti coloro che operano in esse si ficchino bene in testa questo aforisma dal momento che la condizione carceraria italiana è drammaticamente violenta, umanamente inaccettabile, giuridicamente anticostituzionale in quanto viola i diritti della persona e contraddice pienamente la funzione rieducativa della pena.

Vediamo in rapida sintesi le reazioni politiche alle intollerabili violenze subite da alcuni detenuti del carcere di Santa Maria Capua da parte di agenti della Polizia Penitenziaria. Per la ministra Cartabia si è trattato di «un’offesa e un oltraggio alla dignità della persona dei detenuti e anche a quella divisa che ogni donna e ogni uomo della polizia penitenziaria deve portare con onore, per il difficile, fondamentale e delicato compito che è chiamato a svolgere». Poi aggiunge: «è un tradimento della Costituzione: l’art.27 esplicitamente richiama il “senso di umanità”, che deve connotare ogni momento di vita in ogni istituto penitenziario e si tratta di un tradimento anche dell’alta funzione assegnata al corpo di polizia penitenziaria, sempre in prima fila nella fondamentale missione, svolta ogni giorno con dedizione da migliaia di agenti, di contribuire alla rieducazione del condannato». In particolare, la ministra ha chiesto approfondimenti sull’intera catena di informazioni e responsabilità, a tutti i livelli. «Di fronte a fatti di una tale gravità non basta una condanna a parole. Occorre attivarsi — spiega la Guardasigilli — per comprenderne e rimuoverne le cause e perché fatti così non si ripetano. Ho chiesto un rapporto completo su ogni passaggio di informazione e sull’intera catena di responsabilità. Vicenda che ci auguriamo isolata e richiede una verifica a più ampio raggio, in sinergia con il capo del Dap, con il Garante nazionale delle persone private della libertà e con tutte le articolazioni istituzionali, specie dopo quest’ultimo difficilissimo anno, vissuto negli istituti penitenziari con un altissimo livello di tensione. Oltre quegli alti muri di cinta delle carceri – conclude la Ministra Cartabia — c’è un pezzo della nostra Repubblica, dove la persona è persona, e dove i diritti costituzionali non possono essere calpestati. E questo a tutela anche delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria, che sono i primi ad essere sconcertati dai fatti accaduti».

Il Partito democratico ha chiesto alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, di riferire in aula sugli «abusi intollerabili». «Sono violenze inaccettabili e vergognose in un Paese civile — ha spiegato Piero De Luca, vicepresidente Pd alla Camera — e il nostro gruppo chiede che la ministra Cartabia riferisca in Parlamento su quanto accaduto». Le immagini dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, diffuse dal quotidiano Domani, per il segretario Dem, Enrico Letta, sono «così intollerabili che non possono avere cittadinanza nel nostro Paese, a maggior ragione gravi perché ascrivibili a chi deve servire lo Stato con lealtà e onore».

Per Matteo Salvini, leader della Lega, «chi sbaglia paga soprattutto se indossa una divisa però non si possono coinvolgere tutti i 40mila donne e uomini di polizia penitenziaria e non si possono sbattere in prima pagina con nomi e cognomi, serve rispetto per uomini in divisa che ci proteggono in strada, i singoli errori vanno puniti, conosco quei padri di famiglia sotto accusa e sono convinto che non avrebbero fatto nulla di male». Salvini aggiunge: «giovedì sarò a Santa Maria Capua Vetere per portare la mia solidarietà agli agenti della penitenziaria, la Lega sarà sempre dalla parte delle forze dell’Ordine».

C’è stata una riunione straordinaria al ministero della Giustizia sulla situazione nelle carceri e proprio la ministra, Marta Cartabia, ha convocato il capo del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap), Bernardo Petralia, il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma e il sottosegretario Francesco Paolo Sisto. Inoltre sono state disposte le sospensioni di tutti i 52 indagati raggiunti da misure di vario tipo. Il Dap sta valutando ulteriori provvedimenti anche nei confronti di altri indagati, non destinatari di provvedimenti cautelari, e ha disposto un’ispezione straordinaria nell’Istituto del casertano, confidando nel pronto nulla osta da parte della magistratura.

Si sprecano le dichiarazioni di garanti, magistrati e associazioni varie: meno male che qualcuno ha ancora il coraggio di indignarsi di fronte ai detenuti in ginocchio, colpiti a pugni e manganellate, pestati con una violenza inaudita. Riporto quelle che provengono dalla società civile.  Per il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo si è trattato di «un pestaggio squadristico» mentre per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia «come 20 anni fa a Bolzaneto, funzionari dello stato hanno infierito su persone in loro custodia immaginando che quei fatti non sarebbero diventati pubblici o comunque confidando nell’impunità ma a differenza del 2001, ora la parola “tortura” nel codice penale esiste e chiediamo che la legge adottata tardivamente nel 2017 sia ora applicata».

Mi permetto di aggiungere che, guardando le suddette immagini, mi sono vergognato di essere italiano: non è possibile assistere indifferenti a simili episodi, che non sono isolati, ma sono la punta dell’iceberg della condizione carceraria, fatta di maltrattamenti, suicidi, pestaggi, violenze di ogni genere, riduzione del detenuto a carne da macello sull’altare del perbenismo della società. Ha perfettamente ragione l’Anpi a scandalizzarsi, perché dalle carceri sorge una terribile puzza di fascismo. Non è questione di mele marce, ma di una mentalità purtroppo presente e diffusa in molti servitori dello Stato e di chi li comanda.

Posso immaginare lo stress e il logorio del vivere a contatto continuo con la delinquenza, prima e dopo la condanna, ma se un poliziotto non si sente di fare questo mestiere, vada a fare qualcosa d’altro. Il discorso vale per molte professioni difficili e delicate, ricoperte con sufficienza e senza motivazione ed impegno. Non pretendo eserciti di missionari, ma persone seriamente e correttamente impegnate nel proprio lavoro.

Temo poi che continui ad esistere un subdolo indottrinamento su chi svolge compiti di ordine pubblico: un senso di superiorità e di impunità che sfocia nella violenza quale arma per ripristinare l’ordine. Spesso le polizie, anche quelle dei cosiddetti Paesi democratici, sono schierate a difesa non dell’ordine e della legalità, ma dei regimi, palesi od occulti che siano. È molto simpatica ed “anarchica” la battuta con cui mio padre fucilava l’autoritarismo dall’alto al basso e dal basso all’alto: «A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, a t’ ghe mètt in testa un bonètt, al dvénta un stuppid».

Non si può generalizzare, ma non si deve nemmeno minimizzare e marginalizzare il fenomeno. La politica di destra è strumentalmente o ideologicamente, e comunque vomitevolmente, schierata dalla parte del manico. Cosa vuol dire essere sempre e comunque dalla parte delle forze dell’ordine? Io sono sempre e comunque dalla parte di chi si sforza di fare bene il proprio dovere e di chi cerca di rispettare il doveroso confine tra difesa della società democratica e uso gratuito della violenza di regime.

La politica di sinistra parla bene e razzola male, non ha il coraggio di sposare fino in fondo certe scomode cause, che non portano voti, ma che rispondono allo spirito costituzionale ed autenticamente democratico. Si dice che la sinistra sia alla riscoperta della propria identità. Ebbene, dove sta l’identità della sinistra se non nella difesa dei diritti dei deboli: i carcerati, checché se ne dica, sono fra questi, a prescindere dai motivi per cui sono stati condannati. Viene prima l’incolumità dei carcerati o la difesa corporativa delle guardie carcerarie? Sono consapevole di lanciare “un masso” in piccionaia.

Chiudo con un giudizio temerario sull’attuale ministra della giustizia Marta Cartabia. Apprezzo le nobili parole con cui ha reagito al pestaggio in carcere, però la vedo chiusa nella sua stanza giuridica, colta e nobilmente impegnata, ma lontana dalle profonde ansie della società, una bravissima professoressa al ministero, una governante con tanta competenza ma con poco cuore. Si fa il suo nome quale prossima presidente della Repubblica in nome della competenza, nuovo approdo della politica, e della femminilità, nuova risorsa della società.  Sono d’accordo sulle premesse, ma ricordiamoci che la politica deve avere anche il cuore: e non è un aforisma sentimentaloide e, tanto meno, un espediente retorico.

 

 

 

Le istituzioni non possono andare affanculo

Si sta consumando la triste fine del M5S a dimostrazione che i partiti non si fanno con quattro cazzate urlate in piazza e mandando affanculo la politica. Anche Giuseppe Conte viene sostanzialmente “vaffanculeggiato” da un redivivo Beppe Grillo. Alcuni osservatori e commentatori politici si preoccupano di quanto sta accadendo ai vertici pentastellati e delle ricadute che una simile devastante vicenda potrà avere sui futuri equilibri politici italiani. Personalmente credo, tutto sommato, sia meglio la chiarezza rispetto a striminziti accordi al fine di arginare la deriva qualunquista e/o la crescente ondata di destra.

Come si può pensare ad un futuro politico che veda protagonista il manicomiale (il termine è di Marco Travaglio, che di grillini se ne intende) movimento pentastellato. Dove finirà l’elettorato grillino? Probabilmente si sparpaglierà un po’ qui un po’ là. Guai però se la politica inseguisse il consenso tra le fila di un esercito in rotta. Se il Partito democratico è una cosa seria, deve cominciare a ipotizzare un futuro serio, smettendola di cincischiare alla ricerca di accordicchi con personaggi squallidi e inaffidabili. La parentesi grillina va chiusa. Occorrerà tempo e pazienza.

C’è però alle porte una scadenza delicata e preoccupante: l’elezione, all’inizio del 2022, del presidente della Repubblica. Accantonata a malincuore l’ipotesi di una riconferma di Sergio Mattarella (lo rimpiangeremo molto), il rischio è quello di un Parlamento in confusione totale, sia a sinistra (?) che a destra (?), una sorta di bagarre da cui dovrebbe uscire colui che ricoprirà la massima carica dello Stato fino al 2028.

Che il centro sinistra (lo chiamo così solo per semplificare) si presenti in ordine sparso, soprattutto in casa pentastellata, non è un bene, anche se la storia insegna che gli equilibri politici predeterminati non hanno retto positivamente all’urto dell’elezione presidenziale. Il capo dello Stato infatti, pur essendo eletto dal Parlamento, in cui siedono i rappresentanti dei partiti, non dovrebbe rispondere ad una maggioranza, ma rappresentare, al meglio possibile, tutta la nazione.

Anche nell’area di centro-destra (la chiamo così per non offendere chi in essa sta rovistando nel torbido) ci sono lavori in corso e quindi il manicomio potrebbe allargarsi e pensare ad un presidente neuro-psichiatra non è il massimo. Forse però tutto il mal non vien per nuocere: la frantumazione tattica e l’assenza strategica possono costringere i partiti a ricercare soluzioni al di sopra delle parti che prescindano da calcoli strumentali e faziosi. Bisogna però stare attenti perché simili soluzioni possono prefigurare l’investitura di personaggi che già ricoprono o hanno ricoperto alti incarichi istituzionali: non è detto che possiedano quella sensibilità e dimestichezza politica necessarie per assolvere il mandato presidenziale. Il presidente della Repubblica deve essere al di sopra dei partiti, ma non estraneo alla politica.

Anche la soluzione Draghi, che peraltro sembra allontanarsi nella misura in cui egli sta fortunatamente mettendo radici a Palazzo Chigi, appare troppo algida e compassata per rispondere ad un ruolo in cui deve battere anche il cuore pazzo degli italiani.

Da sempre ho seguito con apprensione la nomina del capo dello Stato, questa volta ancor di più: trovare una persona, che sappia essere garante della Costituzione, rappresentante dell’unità nazionale, coordinatore e sorvegliante dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, non è impresa facile, considerata anche la complessa e drammatica situazione che stiamo vivendo. Mi ricordo che una persona di mia conoscenza, tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, definiva il presidente Gronchi come “Giovanén tajanastor”, sottovalutando il ruolo presidenziale e considerandolo di mera tappezzeria istituzionale. Non è così e quindi mi tremano le vene ai polsi nel pensare a questa imminente e delicatissima scelta. Speriamo bene…

 

Ti conosco mascherina

Don Raffaele Dagnino era un prete che, quando era stata introdotta la facoltà del clergyman, non aveva voluto rinunciare alla tonaca, dal momento che gli era tanto costato indossarla; ma è proprio vero che l’abito non fa il monaco: don D’Agnino, aveva infatti uno spiccato senso laico della religione, meglio dire della fede.  Era contrario alla scuola privata, anche quella cattolica. Sarebbe comodo, diceva, avere una scuola a propria misura ideologica. Nossignori, bisogna avere il coraggio di mettersi a confronto con i non credenti, testimoniare la fede in campo aperto. E poi chi ha detto che i cattolici siano migliori degli altri, ma lasciamo perdere…

In questi giorni è venuto meno l’obbligo di indossare la mascherina anti-covid all’aperto e lontano dagli assembramenti: vai a capire cosa si intenda per ambiente aperto, cosa significhi assembramento, fino a quando durerà questa novità apparentemente liberatoria.

Nella “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni, compare Turiddu, dando l’addio a sua madre prima di battersi a duello con compare Alfio per motivi d’onore, dice: “Mamma, quel vino è generoso, e certo oggi troppi bicchieri ne ho tracannato…vado fuori all’aperto”. Era un eufemismo!? In realtà andava incontro alla morte o almeno al grave rischio di soccombere. Speriamo non lo diventi per coloro che azzardano di abbandonare la precauzione per liberarsi di un fastidioso obbligo a cui, volenti o nolenti, si erano adeguati.

Quanto agli assembramenti c’è chi si sta esercitando nel qualificare e quantificare tale concetto: è una disputa surreale che verrà sicuramente risolta all’italiana e finirà nel novero delle grida di manzoniana memoria.

Ma la cosa più curiosa e inquietante è che questa novità rilassante coincide temporalmente con quella preoccupante del dilagare della variante delta: proprio nel momento in cui si profila un rinnovato rischio di contagio, da cui peraltro sembra che i vaccini non siano in gradi di difenderci, si allentano le misure protettive. Allora i casi sono due: o le mascherine erano una messa in scena psicologica, una sorta di misura contro l’ansia, oppure, come al solito, prevale la voglia di normalità a qualunque costo, fare cioè un piacere alla gente anche se poi lo si pagherà a caro prezzo.

Stando alle prime reazioni, sembra che la gente, un po’ per abitudine, un po’ per prudenza, un po’ per fare il bastian contrario, continui ad indossare le mascherine: anche perché il “cava e metti” potrebbe diventare un vero e proprio martirio peggiore del precedente.

Don Dagnino forse docet anche in questo caso. C’è però anche il discorso inverso: l’abito monacale storicamente serviva anche a coprire le proprie malefatte, a cambiare o camuffare esteriormente la propria discutibile identità. D’ora in poi, magari, continuare ad indossare le mascherine ci consentirà di nascondere un po’ di faccia, almeno quella che non abbiamo ancora perso del tutto.

Voglio chiudere con la (quasi) scontata citazione dell’opera lirica “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi. Durante il ballo mascherato, Oscar, il paggio del Conte Riccardo, scherza con Renato che vuole ammazzare il conte stesso per vendicare il proprio onore, avendo scoperto che sua moglie Amelia è innamorata del Conte: “Saper vorreste di che si veste, quando l’è cosa ch’ei vuol nascosa. Oscar lo sa, ma nol dirà, tra là, là là là là, là là”. Amelia era pura dal punto di vista fisico, anche se in cuor suo aveva tradito il marito: castità e verginità, in fin dei conti, sono un’opinione. Sì, come il coronavirus, che, a seconda dei casi, è una sciagura totale oppure un problemino risolvibile. A tal proposito, personalmente, starò, come si suol dire, nei primi danni, e continuerò a nascondermi dietro la mascherina, tra là, là là là, là là.

 

L’ennesimo morto nella stiva clerico-fascista

Ci è scappato l’ennesimo morto: “Orlando, suicida a diciotto anni, insultato e deriso perché gay”. “Adesso ho un compito. Trovare i colpevoli e non mi darò pace… finché non uscirà la verità… Troveremo giustizia”. Lo dice Anna, mamma di Orlando Merenda. Deriso e umiliato perché gay, il diciottenne si è tolto la vita domenica scorsa, intorno alle 14,30, gettandosi sotto un treno, tra la stazione di Torino Lingotto e Moncalieri. Un odio ottuso che non si è fermato neppure dopo quel gesto estremo: “Morte ai gay”, qualcuno ha scritto sulla sua pagina Instagram. La procura di Torino ha aperto una inchiesta su questa nuova terribile pagina di omofobia. Orlando aveva pranzato con il papà e il fratello, poi è uscito di casa e ha deciso di farla finita. “Mi aveva confessato – racconta il fratello di Orlando Merenda – di aver paura di alcune persone. Non mi ha spiegato chi fossero, non ha fatto nomi. Era preoccupato. Diceva che mettevano in dubbio la sua omosessualità”. E un’amica: “Si era chiuso in sé stesso”. Altri amici dicono: “Lo prendevano in giro perché era omosessuale”.

 “Sarai il mio angelo – scrive la madre sui social – sono convinta che tu sia per sempre mio. Motivo per resistere e che sia verità e giustizia. Sei morto da martire. Ma nessuno meritava la tua vita”. E aggiunge: “Non ho pensato mai a un gesto estremo, non di tua volontà. Chi mi ha tolto la mia gioia si pentirà amaramente. Sei stato ingannato, plagiato, deriso, umiliato… il tuo carattere così fragile… non sapevi dire di no. Sei stato l’amico di tutti. Troveremo giustizia”. (dal quotidiano La stampa).

Ebbene, mentre a Roma si discute (di omosessualità), Sagunto è espugnata (e gli omosessuali muoiono). Il Vaticano, anziché rispettare ed aiutare le persone “diverse” ad inserirsi a pieno titolo nella comunità, disquisisce sui diritti della Chiesa e imbastisce un’assurda querelle con lo Stato sulla laicità e sulla libertà di opinione. Chi fa le pulci al provvedimento di legge in discussione, che il Parlamento non si decide ad approvare a favore dei diversi e in difesa dei loro diritti, si trincera dietro la scusa della ripetitività dell’intervento legislativo (se è così, repetita iuvant e non vedo tanto clamore pseudo-culturale) e nasconde la millenaria sessuofobia clericale dietro la libertà delle scuole cattoliche e il diritto di opinione delle gerarchie cattoliche (più libertà di cosi: mentre si discute in Parlamento, la diplomazia vaticana alza la voce ed apre un canale di dibattito parallelo).

Qualcuno comincia a spazientirsi (ma cosa vogliono questi sporcaccioni), facendo di ogni erba un fascio, o meglio, facendo del “fascio” il metodo per estirpare le erbe fastidiose. Qualcuno la butta in politica, utilizzando i sacrosanti diritti dei soggetti discriminati per vergognose manovre tattiche di bassa macelleria politica. Qualcuno non trova di meglio che aprire un dibattito sui massimi sistemi dei rapporti fra Stato e Chiesa: roba vecchia come il cucco (forse l’unico punto debole della nostra Costituzione).

Non mi illudo che la legge Zan possa fare il miracolo di colmare secolari lacune socio-culturali, ma si provi almeno a fare questo passo avanti sul piano del riconoscimento dei diritti di uguaglianza e sul piano della esemplare punizione per chi osa, a qualsiasi livello ed in qualunque modo, violarli. Forse qualcuno dovrebbe faticare a prendere sonno, scandagliando la propria coscienza di fronte alla drammatica vicenda di Orlando Merenda.

Sì, perché intanto molti continuano a soffrire odiose e violente discriminazioni fino a morirne. Comunque la si prenda, dai bar di periferia alle dorate stanze, si sente la puzza di vecchio: un fariseismo di base e di vertice, che nasconde i problemi sotto il tappeto dell’intolleranza più o meno camuffata.

Meno male che a livello istituzionale è stata ribadita la natura laica dello Stato italiano e che a livello vaticano si sta scendendo a più miti consigli. Mi chiedo però che bisogno c’era di aprire un simile fronte dibattimentale? La Chiesa ha lanciato un sasso che è diventato un boomerang, ha sparato a salve e lo Stato ha ributtato la palla nella metà-campo clericale. Che penosa commedia!

Mi chiedo soprattutto chi è la Chiesa per giudicare un omosessuale che cerca di vivere seriamente la sua condizione? Ho adottato e adattato alla bisogna un’espressione forte e provocatoria di papa Francesco, usata durante una conferenza stampa di ritorno da un viaggio all’estero. Forse sarebbe il caso che la gridasse nelle stanze vaticane, facendo un giretto nei corridoi dove i bisbigli farisaici continuano a farla da padrone. Guai a voi…

 

 

Il camaleonte chiama, il gattopardo risponde

I miei ardori adolescenziali e giovanili si potevano sintetizzare in due smanie rivoluzionarie, che peraltro si riferivano paradossalmente ai miei due grandi amori: le donne e la società. Le prime le ho rincorse per tutta la vita più per cambiarle (da maschilista) che per corteggiarle (da Casanova), senza capire che le donne sono belle in quanto fresche, sguscianti, imprevedibili e molto diverse dagli uomini e volerne mutare i connotati sarebbe come pensare di togliere le ali alle farfalle.

Quanto alla società è sempre esistita in me l’ansia di cambiarla nelle sue strutture fondamentali: la contestazione ha pervaso, seppure in modo non violento, tutta la mia vita. Non ho capito che a rivoluzionare il mondo non ci ha provato neppure chi lo ha creato, il quale, sceso sulla terra, ha preferito occuparsi dei singoli, limitandosi a invitarli a stare nel mondo senza prostituirsi ad esso. Il punto d’attacco sta in questo!

In questo periodo di teorico sconvolgimento psico-sociale l’ardore rivoluzionario in me ha ripreso intellettualmente quota: bisogna rimettere in discussione e cambiare tutto. Mi sono illuso che si potesse aprire uno spazio per rivedere profondamente la società nei suoi principi e nelle sue strutture. Invece si sta profilando l’ennesima e definitiva disillusione: al virus camaleonte, che muta d’aspetto e sfugge al controllo scientifico e sanitario, fa riscontro una società gattopardesca che cambia tutto per non cambiare niente.

Volete qualche eloquente esempio? Si sta procedendo alla cosiddetta riapertura, ma si invita alla prudenza ed alla cautela: si apre la stalla e si pretende che i buoi restino disciplinatamente nei pressi di essa, pronti a rientrarvi al primo sintomo di pericolo ed al primo invito di tornare indietro.

Si vuole ridare fiato al turismo compresso e danneggiato dalle restrizioni imposte dalla pandemia, ma poi si chiede a gran voce di istituire rigidi controlli alle frontiere per arginare il dilagare della variante Delta. Un colpo basso al turismo non appena rimessosi in piedi? Non controllerà nessuno e tutti scorrazzeranno dappertutto.

Si riaprono le discoteche per togliere dall’isolamento i giovani oltre che per dare fiato al consumismo giovanile su cui la società fa grandi affari. Sì, però controlliamo che chi entra in discoteca abbia il green-pass: come cercare l’ago nel pagliaio, come porre un argine di cartapesta ad un torrente in piena.

Si possono abbassare le mascherine per guardarsi finalmente in faccia e riscontrare che magari nel frattempo l’abbiamo persa. All’aperto la mascherina non serve più (forse non serviva neanche prima, ma…), tuttavia quando anche all’aperto si sta vicini è più che opportuno usarla. Con una mano si dà, con l’altra immediatamente si toglie in un perfido gioco a rendere impossibile la vita nuova e ripiegare forzatamente sulla vecchia: le regole non contano e ognuno faccia quel cazzo che vuole!

Si cominciano a smantellare i reparti ospedalieri covid. Non sarà un po’ presto? Bisogna dare segnali di incoraggiamento e di ottimismo. Tanto si fa sempre in tempo a tornare indietro, pagando l’inevitabile prezzo in vite umane. E chi se ne frega. Oggi a te, domani a me, l’importante è andare avanti.

Vacciniamoci tutti. Ogni giorno spunta un consistente numero di vaccinati a grave rischio. È lo stesso, vaccinatevi, altrimenti…la variante vi colpirà. Ma la variante delta non c’entra niente con gli attuali vaccini. Non importa, il virus preferirà comunque intaccare i no-vax, mentre i vaccinati si sentiranno al sicuro sull’arca della scienza in balia delle onde.

Liberi tutti, ma con senso di responsabilità. Nel frattempo comunque apriamo gli stadi, soprattutto quello di Wembley per celebrare, davanti a settantamila tifosi scatenati, il rito calcistico sacrificale: un raduno imprescindibile, che ci riempie il cuore di gioia e il sangue di virus (Draghi e Merkel hanno provato ad alzare la manina, ma sono stati sommersi dalle critiche e tacitati come disfattisti e reazionari).

In conclusione “lasciate ogni speranza o voi che pensate di cambiare il mondo”: il mondo è bello perché è vario, ma immutabile. Che razza di pessimismo!!! No, un sano realismo che però non mi paralizza. Forse basta cambiare la strada del cambiamento, adottando quella che costeggia le persone e punta ad esse. Ma c’è pur sempre il distanziamento da rispettare. Uno strano distanziamento, che non permette di toccarsi, di abbracciarsi, di parlarsi a tu per tu, di baciarsi, di volersi bene, ma che consente a tutti di celebrare i riti di massa del caffè, della spiaggia, della discoteca, dello stadio, etc. etc. L’importante è infatti che il mondo vada avanti così com’è e che a nessuno venga in mente di provare a cambiarlo, magari tenendosi per mano.

Il bacio di Hancock e la faccia di Johnson

Il posto di Matt Hancock, ministro della Salute nel governo britannico, è a forte rischio dopo che sono state rivelate dal “Sun” immagini, riprese dalle telecamere di sicurezza, che lo mostrano mentre bacia e abbraccia una sua stretta collaboratrice nel corridoio davanti al suo ufficio a Whitehall. Se fosse solo per la scappatella, lo scandalo sarebbe minore. Il fatto è che Hancock aveva proibito a tutti i cittadini di abbracciarsi e baciarsi per difendersi dal Covid: pensare di essere esentato dal rispettare le sue stesse leggi non è proprio accettabile.

In questa gag (non so come definirla diversamente) c’è tutto il peggio della bacchettona e bigotta mentalità anglo-sassone con il suo inesauribile moralismo da strapazzo, nella versione riveduta e scorretta in chiave Covid. Un amico mi ha raccontato l’episodio di un soggetto fermato dalle forze dell’ordine e multato perché senza mascherina e distanziamento nei confronti di una donna che viaggiava in macchina con lui. “È mia moglie e ci vado regolarmente a letto insieme…”. Niente da fare, le regole vanno rispettate. Assomiglia molto all’incidente capitato al ministro della salute britannico, al quale va tutta la mia comprensione.

Intendiamoci, le uniche persone che avrebbero qualche titolo per protestare sarebbero la moglie del ministro e il marito della collaboratrice (non so e non mi interessa più di tanto se siano coniugati), ma, con le arie che tirano, dovrebbero ripiegare immediatamente su un discorso rigorosamente privatistico e opportunamente riservato.

Il motivo principale dello scandalo sembra essere l’incoerenza del ministro che predicherebbe bene e razzolerebbe male: ma fatemi il piacere…Il mondo è pieno di incoerenti e i politici fanno la parte del leone: quanti sono per la difesa della famiglia per poi averne due o tre con relativo corredo di figli…E poi, parliamoci chiaro, chi può vietare, in base alla normativa anti-covid, di baciarsi a persone legate da vincoli affettivi di qualsiasi genere. Non si può farlo in pubblico per non dare cattivo esempio? Il virus del bigottismo è forse peggio del coronavirus e delle sue varianti.

È pur vero che le persone investite di incarichi pubblici li dovrebbero svolgere con correttezza e serietà: innamorarsi di una segretaria o di una collaboratrice è scorretto? Bisogna tenere la cosa ipocritamente coperta?  Non mi sembrano questioni di alto profilo. Diverso potrebbe essere il discorso del conflitto di interessi o meglio del condizionamento al limite della ricattabilità per i trasgressori dei principi morali. Ancor peggio il fare carriera e puntare al successo sulla scia di battaglie di letto e quant’altro (vale per le donne, ma anche per gli uomini, per tutti insomma).

In conclusione mi sembra che la vicenda di cui sopra assuma tutte le caratteristiche della cosiddetta tempesta in un bicchiere anzi del temporale in una tazzina. Meglio farebbero gli inglesi a fare ammenda sulle recenti loro assurde decisioni politiche a livello interno, europeo ed internazionale. Meglio farebbero a fare l’esame finestra ai loro governanti non per spiarli dal buco della serratura, ma per guardarli in faccia.

Indro Montanelli, volendo dare giudizi sulla onestà e sulla levatura morale di certi politici, a volte finiva provocatoriamente col consigliare di guardarli per leggere nei loro volti i tratti somatici della spregiudicatezza e dell’avventurismo. “Guardatelo in faccia!”, diceva sbrigativamente. Provino gli inglesi a guardare in faccia Boris Johnson e si accorgeranno di essere caduti in basso, ben più in basso delle scappatelle di Matt Hancock, il quale per un bacio rischia di perdere la faccia, il posto e la reputazione (col pubblico che si scandalizza), mentre il premier fa il buffone di corte (e il pubblico applaude).

 

Le reazionarie ed oscurantiste convergenze parallele

«Non abbiamo una legge conto l’omosessualità in Ungheria. Abbiamo una legge che difende genitori e bambini. É sempre meglio leggere prima e poi reagire». Così il premier ungherese, Viktor Orban, arrivando al vertice europeo. Orban ha detto di aver risposto in questi termini ai leader che lo hanno criticato, ed ha ricordato di aver «lottato per la libertà sotto il regime comunista, anche per i diritti gay». «Non si tratta di omosessualità», ha insistito, dicendosi disponibile al confronto. Ma non ritirerà la legge, «già approvata e in vigore».

La posizione del premier ungherese, al vertice Ue, è più che delicata: come ha ribadito ieri il Presidente David Sassoli, il Parlamento europeo «è fermo nel pretendere il rispetto dei valori e delle regole europee».

«Noi abbiamo valori che si poggiano sul rispetto della dignità di ciascuno, e perciò la lotta contro le discriminazioni, e nessuna debolezza a questo riguardo, che mettono in pericolo lo stato di diritto” gli ha fatto eco il presidente francese Macron, che ha aggiunto: «Sulla legge dell’Ungheria avremo una discussione tra Stati membri, franca e ferma. Spero che nel dialogo di stasera con Orban si possa trovare un cammino che gli permetta di portare avanti le sue priorità, ma rispettando i nostri valori, e quindi di portarlo a modificare il testo».

Il premier belga, Alexander De Croo, si è presentato al vertice Ue in corso con al petto una spilla arcobaleno, mentre quello olandese Mark Rutte non ci ha girato troppo intorno. «Con questa legge anti-Lgbt l’Ungheria non ha posto nell’Ue». Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si è limitato ad affermare: «”I valori sono nel cuore del progetto europeo, spero che stasera durante la cena potremo discutere di questo tema»

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha ricordato al primo ministro magiaro Viktor Orban che cosa prevedono i trattati, che Budapest ha firmato quando è entrata nell’Ue e che è tenuta a rispettare. L’articolo 2 del Tue, ha detto Draghi secondo quanto riferiscono fonti italiane, esiste per un motivo ben preciso: l’Europa ha una lunga storia di oppressione dei diritti umani. Secondo l’articolo 2, l’Unione europea “si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”. Questi valori, prosegue l’articolo, “sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Non ho alcuna intenzione di perdere tempo con l’oscurantismo ungherese, dedicandomi alla lettura della legge-crociata di Orban, che prevederebbe addirittura il divieto di parlare di omosessualità a scuola e nei film. Mi limito a due constatazioni. La prima riguarda l’eccessiva fretta e faciloneria con cui si è fatto posto in Europa agli Stati dell’ex impero sovietico. La smania comprensibile di mettere una pietra sopra il comunismo sovietico, la realistica preoccupazione di togliere questi Stati dal pericolo di ripiombare nella sfera di influenza russa, la voglia capitalistica di aprire nuovi mercati e nuove opportunità di scambio con questi Paesi, hanno comportato un ingresso sbrigativo, che crea non pochi problemi di varia natura. La classe politica post-comunista assieme all’acqua sporca del regime sovietico rischia infatti di buttare via anche il neonato bambino democratico: succede in materia di immigrazione, relativamente al rispetto della dignità umana e su tante altre problematiche.

Questi signori si stanno godendo i notevoli benefici loro concessi dalla UE e quando si tratta di rispettare i patti nicchiano vergognosamente e accampano pretese assurde. Sono dentro e intendono rimanervi a modo loro, considerato anche il diritto di veto che viene anche a loro concesso in parecchie materie ed occasioni. Oltre tutto ostentano una superbia ed una presunzione insopportabili. Bisognava pensarci prima, ora temo sia troppo tardi. Mi raccontavano di una donna che, rientrando in una famiglia il cui parentado nutriva qualche serio dubbio nei suoi confronti, si sprofondò in una poltrona dicendo: “E dig che i parént i bàjon…”.

La seconda constatazione chiama in causa il Vaticano. Volenti o nolenti, in materia di omosessualità, si è venuta a creare la convergenza parallela fra le posizioni estremistiche ungheresi e le diplomatiche perplessità delle alte gerarchie cattoliche. Una bella compagnia non c’è che dire…Il sovranismo post-comunista che fa il paio con il sovranismo concordatario vaticano. Il Dio dei cattolici di destra ha i suoi numerosi e potenti inventori e difensori. Le destre americane ed europee, direttamente o indirettamente, strizzano l’occhio ai tradizionalisti cattolici: cristofascismo, teo-conservatorismo, cattolicesimo anti-liberale, trumpismo, bolsonarismo, fondamentalismo polacco, sovranismo ungherese. Una pentola maleodorante che il Vaticano si illude di tenere a fuoco lento per cuocervi dentro le spinte progressiste connaturali al dettato evangelico.

La storica sera, in cui papa Francesco, appena eletto, si presentò, con atteggiamenti e simbologie rivoluzionari, sulla balconata di S. Pietro, ero davanti al video in compagnia di mia sorella Lucia. Eravamo entrambi convinti che fosse successo qualcosa di grande per la Chiesa cattolica. Questa volta lo Spirito Santo era arrivato in tempo. Io trattenevo con difficoltà le lacrime per l’emozione, Lucia era entusiasticamente propensa a cogliere finalmente il “nuovo” che si profilava. Erano gli ultimi mesi di vita di Lucia, che però trovavano esistenziale e incoraggiante riscontro, al livello più alto, di un cristianesimo vissuto sempre con l’ansia della novità che squarcia il dogmatismo, della scelta a favore dei poveri, del rispetto della laicità della politica, del protagonismo femminile. Ebbene forse è in atto la riscossa e lo Spirito Santo è in difficoltà: a casa sua nicchiano, i suoi parenti stretti abbaiano alla luna di papa Francesco, il sole deve fare i conti con i neri nuvoloni che si addensano nel cielo, sembra non sappia più cosa fare. Ma alla lunga vincerà.

“Sl’è nota us farà dé” ripeteva spesso il grande Benigno Zaccagnini in dialetto romagnolo, negli anni del terrorismo, ricordando un motto della Resistenza. Qualcuno sta cambiando questo detto popolare in “Sl’è dé us farà nota” per applicarlo sacrilegamente alla cristianità nel mondo. Forse lo Spirito Santo si aspetta che qualcuno faccia Resistenza.