L’umanesimo senza l’uomo

Non sono un esperto di informatica, faccio molta fatica a destreggiarmi elementarmente con il computer: ogni volta che lo accendo mi prende l’ansia di rimanere imballato tra un copia/incolla ed una mail che non parte o non arriva. Non ho ancora preso la sofferta decisione di dotarmi di uno smartphone e ammetto di invidiare cordialmente le persone anziane come me, che riescono disinvoltamente a manovrarlo col loro ditino facile. È la doverosa premessa alla mia riflessione sull’intromissione sul web, a suon di ricatti, degli hacker, che hanno il potere di mandare in tilt il sistema informatico su cui è ormai basato il nostro vivere sociale.

Chi è un hacker? Un dilettante appassionato di informatica, capace di introdursi senza autorizzazione in reti protette di computer o di realizzare virus informatici. Il fenomeno sta diventando assai preoccupante perché, mentre all’inizio si poteva pensare ad una marachella in versione informatica simile a quella dei ragazzacci di un tempo, che rubavano i registri di classe per salvare la propria incolumità scolastica, oggi siamo ai clamorosi ricatti verso il sistema, vale a dire ad un vero e proprio terrorismo tecnologicamente avanzato. Si tratta di azioni capaci di mettere in crisi procedure e memorie della pubblica amministrazione e del mondo aziendale, di mandare in tilt il castello di informazioni in cui viviamo. Incredibile, ma vero.

In un certo senso la questione è molto simile a quella dei virus che attaccano l’incolumità fisica delle persone e con essa tutto il sistema relazionale. Gli hacker, una sorta di novelli barbari o pirati come dir si voglia, attaccano l’incolumità dei nostri computer e con essa dei dati contenuti nelle memorie pubbliche e private: una vera e propria indotta amnesia globale, che mette tutti al tappeto.

Da una parte i sistemi di vita assumono connotati sempre più sofisticamente avanzati, dall’altra parte la delinquenza si adegua e combatte ad armi pari per distruggere una labile impalcatura che pensavamo intoccabile. Di tecnologia si vive e si muore.

I gridi d’allarme sono piuttosto ridicoli: la realtà è questa e purtroppo non siamo in grado di prevederla e di prevenirla. Ora sarebbe interessante vedere se il difetto stia nella lama (incapacità di difesa contro gli hacker) o nel manico (errore di fondo nell’assegnare al progresso tecnologico non la funzione di strumento ma quella di scopo). Come noto basta un granello di sabbia per rovinare il più sofisticato dei meccanismi: è colpa dell’aggressività della sabbia o della debolezza congenita dei meccanismi.

Pensavamo di essere inattaccabili nella nostra impostazione di vita, basta poco per buttare all’aria tutte le nostre certezze. Se un virus può mettere in crisi il mondo intero, se un hacker può mettere in ginocchio il sistema, significa che dobbiamo rientrare in noi stessi e forse ricominciare tutto daccapo su basi completamente diverse. Sì, stiamo assistendo non alla fine del mondo, ma alla fine di un mondo, il nostro mondo, che non ha niente a che vedere con quello creato da Dio o comunque con quello avviato dalla natura.

Non illudiamoci di ripristinare i file perduti, di rimettere in piedi l’economia distrutta, di riallacciare i rapporti come se niente fosse successo. Siamo in braghe di tela, non c’è vaccino che tenga, non c’è difesa che funzioni.  Di cosa stiamo parlando? Di rendere obbligatorio un vaccino ritenendolo il toccasana, il talismano sufficiente a far andare bene le cose. Di organizzare una barriera informatica contro i malintenzionati del web, illudendoci che basti chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. È in crisi l’umanesimo! O ne troviamo un altro o andiamo a farci benedire da Dio, ammesso e non concesso che abbia qualche interesse alle nostre presuntuose vite da nababbi.

Il semestre nero

Pensavo e speravo che il semestre bianco stoppasse i contrasti fra i partiti o, quanto meno, li ingentilisse, invece…li sta accentuando e abbrutendo. Mi sono chiesto il perché. Il fatto che per un certo periodo non fosse possibile sciogliere le Camere e andare alle urne avrebbe dovuto spingere le forze politiche a più miti consigli ed a rassegnarle a rinviare a tempi migliori le loro scaramucce, svuotandole di efficacia immediata e quindi costringendole ad evitare il rischio di un logoramento senza sbocchi a breve termine.

Il buon senso purtroppo in politica non vale ed allora la pausa istituzionale sta scatenando la conflittualità dialettica un po’ su tutti gli argomenti e con toni da rissa cortilizia. Tutti contro tutti in una sorta di lunga e penosa esercitazione, in un riscaldamento prepartita di un match che come minimo si svolgerà fra un anno o, nella migliore ipotesi per il Paese, fra due anni. Quindi rassegniamoci alla bagarre, ad un incontro di pugilato dove si sprecano i colpi bassi, ad un dibattito all’ultimo sangue.

Il governo Draghi dovrà resistere a questo logoramento giornaliero, forte della sua leadership e della sua improponibile caduta. Non cadrà perché non può cadere, ma come resterà in piedi? Emergono preoccupazioni in capo al premier, che fino ad ora ostentava in silenzio la forza dei nervi distesi.

Giustizia, reddito di cittadinanza, fisco, Monte Paschi di Siena, lotta al covid, tutte le occasioni sono buone per litigare e per lanciare offese pesanti ai competitori. Qualcuno, fra le tante definizioni inventate per definire il governo Draghi, aveva parlato di tregua: strana tregua basata su una stucchevole, confusa e continua guerra.

I polli di Draghi si beccano in continuazione auto-logorandosi in vista di una sempre più improbabile ripresa di potere reale nel Paese reale. Si sta infatti combattendo una battaglia virtuale volta a spararle grosse per il gusto di distinguersi a tutti i costi.

Se devo essere sincero non mi stupisce affatto questa tattica in capo ai grillini. L’unico modo per sopravvivere ai loro contrasti esistenziali è quello di scaricarli sull’esterno: una scappatoia vecchia come il cucco, che trascina tutti nel vortice. Anche per la Lega la strada è quasi obbligata: Salvini è stretto fra la concorrenza meloniana e la legittimazione della scelta governativa e allora difende il capo del governo e attacca i partner di governo. I Fratelli d’Italia giocano a fare l’opposizione e quindi il loro ruolo è segnato.

Che stupisce invece è l’atteggiamento rissoso del partito democratico, il quale non riesce a sganciarsi dalla logica perversa e autodistruttiva dello scontro parolaio e inconcludente. Enrico Letta sta cadendo nel trappolone: se pensa infatti di recuperare identità scontrandosi giornalmente e verbalmente con Salvini e i Salviniani, finirà col perdere ulteriormente credibilità e appeal. Si tenga fuori dalla mischia per non sporcarsi anziché crogiolarsi nel pantano in cui è costretta la politica e gridando alla sporcizia degli altri senza accorgersi della propria.

Si è aperta una gara a chi la spara più grossa contro l’avversario: non è una novità, il dato nuovo è che la gara è senza sbocchi e senza scopo. A meno che non si voglia logorare la situazione al punto da costringere Draghi a dimettersi e Mattarella a varare un governicchio che traghetti il Paese verso l’elezione del Presidente della Repubblica del febbraio 2022, un presidente ostaggio dei partiti, pronto a sciogliere immediatamente le Camere per ridare fiato ai suoi elettori, preparando tale evento in una sorta di finta pax politica del si salvi chi può. Una esperienza simile a mia memoria non esiste nella storia italiana. Ci può stare anche questo, tutto è possibile, quando la politica si avvita su se stessa e scarica le proprie contraddizioni sulle Istituzioni e sul Paese.

Un ventaglio che mette i brividi

Si è dimessa dalla lista civica di maggioranza “Jesiamo” ma rimane comunque in consiglio comunale, Chiara Cercaci, la consigliere comunale che in occasione della commissione consiliare di due giorni fa, si è sventolata con il tappetino del mouse raffigurante la bandiera della Repubblica Sociale Italiana. Un gesto che ha suscitato lo sdegno dell’opposizione e dell’Anpi, e da cui hanno preso le distanze lo stesso sindaco di Jesi Massimo Bacci e l’amministrazione comunale. “Ho deciso di fare un passo indietro e di lasciare Jesiamo per intraprendere un nuovo percorso”, ha annunciato la Cercaci, durante la seduta consiliare di oggi.  La donna si è scusata dicendo che si è trattato di una gaffe: spinta dal caldo – ha detto – ha preso l’oggetto dalla scrivania, “senza malizia”, e l’ha usato come un ventaglio.
“Sono una persona liberale e pacifica – ha aggiunto -. Rivendico il mio percorso civico, non ho mai avuto la tessera di nessun partito. Tornando dal lavoro di corsa, l’altro giorno, mi sono messa al volo al computer per la commissione, era caldo, non ho l’aria condizionata a casa e ho preso un oggetto che ho ricevuto in regalo da alcuni amici, per i miei valori di destra che non rinnego. In modo assolutamente ingenuo, l’ho usato per sventolarmi. Non intendevo inneggiare a nessuno, né propagandare nulla, è la prima cosa che ho trovato”. Prima di lei il presidente del consiglio Daniele Massaccesi, ha affermato che la bandiera italiana “è l’unica che ci piace”. E nel dare la parola alla consigliera, il sindaco Massimo Bacci ha precisato che “in nove anni di amministrazione con civiche vere fatte da persone con esperienze diverse, abbiamo sempre messo la città al centro del nostro operato. Siamo lontani anni luce dall’ideologia fascista”.

Ho ripreso testualmente la cronaca di Paolo Berizzi del 28 Luglio 2021 pubblicata sul sito de La Repubblica. Ci sono certi peccati veniali che lasciano purtroppo intendere un male interiore diffuso e profondo. Spero non sia così per Chiara Cercaci. Tuttavia una persona che tiene sulla scrivania un tappetino del mouse con tanto di bandiera della Repubblica Sociale Italiana desta qualche sospetto assieme a parecchia pena.

Nel primo atto di Tosca, opera di Giacomo Puccini, il barone Scarpia utilizza il ventaglio per instillare il dubbio nella mente di Tosca. Ella riconosce lo stemma sul ventaglio e crede che Cavaradossi, il suo amato, abbia una relazione con la Marchesa Attavanti; corre quindi alla villa del pittore per poter cogliere i due sul fatto. Non vorrei proprio che la nostalgica consigliera comunale di Iesi volesse instillare il dubbio che la democrazia abbia una qualche relazione con la repubblica di Salò.

Potrebbe trattarsi di una sorta di lapsus freudiano, vale a dire un errore involontario causato da un conflitto psichico presente nell’individuo. Se fosse così le consiglierei di affidarsi a un buon psichiatra, possibilmente di chiara e sicura matrice democratica ed antifascista.

Se invece si trattasse della punta di un iceberg ideologico, ci sarebbe da preoccuparsi: in questo caso la signora Cercaci si dovrebbe immediatamente dimettere non solo dalla sua lista civica, ma dal consiglio comunale per poi andare, come minimo, a riflettere sulla storia italiana.

Se per caso, non ci credo ma tutto è possibile, si trattasse veramente di una pura e semplice distrazione, la inviterei ad inscenare una pubblica collocazione del suddetto mouse a forma di bandiera fascista nel cassonetto dei rifiuti tossico-nocivi. Per il futuro stia bene attenta a cosa sventolare e magari sempre meglio soffrire un po’ di caldo che rinfrescarsi con un ventaglio “rigurgitoso”. Per quanto concerne il mouse del suo computer, sempre meglio farlo slittare sulla scrivania che appoggiarlo a simile inqualificabile supporto.

Proprio nei giorni in cui si è tenuta la tradizionale cerimonia del ventaglio, consegnato come omaggio alle massime autorità istituzionali della nostra democrazia dai rappresentanti della stampa parlamentare, ecco spuntare lo strano ventaglio di cui sopra. Chiara Cercaci con quel gesto più che una rinfrescatina è andata a cercare del freddo per il letto.

 

I direttori incrociati

Ottant’anni e non li dimostrano. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella li ha compiuti il 23 luglio. Il maestro Riccardo Muti, poco dopo, il 28 luglio. Si sono trovati a farsi gli auguri nel cortile del Quirinale, dopo il concerto diretto da Muti in apertura del G20 della cultura, in corso a Roma. L’occasione per scambiarsi gli auguri e ringraziarsi a vicenda per il lavoro svolto. A sorpresa Muti ha regalato la sua bacchetta al presidente, che ne è parso molto soddisfatto. Sullo sfondo di un Quirinale sfavillante si stagliava però malinconicamente l’incombente fantasma del semestre bianco.

Il semestre bianco è il periodo di tempo corrispondente agli ultimi sei mesi del mandato del Presidente della Repubblica Italiana, durante il quale il Presidente non può sciogliere le Camere. Tale limitazione intende evitare colpi di mano da parte del Presidente, il quale potrebbe sciogliere le Camere quando manca poco tempo alla scadenza del suo mandato con l’intenzione di posticipare l’elezione del proprio successore o addirittura di sbarazzarsi di un parlamento non favorevole alla sua rielezione o all’elezione di un candidato avente il suo sostegno.

Bisogna proprio dire che i costituenti la sapevano lunga, forse fin troppo: non volevano interferenze e rischi istituzionali, venivano da un’Italia scottata e avevano giustamente paura anche dell’acqua fredda. Fatto sta che dal 03 agosto Sergio Mattarella è entrato trionfalmente nel suo semestre bianco, attirando su di sé l’attenzione per un uomo affascinante per la sua discrezione che ne nasconde virtù e meriti. È significativo che il maestro Muti con un gesto eloquente gli abbia messo in mano la bacchetta, non quella magica, ma quella che spetta di diritto a chi ha diretto e dirige il Paese. E proprio nel momento in cui a Mattarella veniva meno un potere, quello cioè di sciogliere le Camere qualora queste non siano all’altezza del compito loro assegnato.

La politica, nel breve periodo fino all’inizio di febbraio 2022, è parlamentarmente ingessata, nessuno la può toccare. Servirà ad una responsabilizzazione mai così utile e necessaria oppure sarà l’occasione per una sorta di ostruzionismo parlamentare, di melina attendista col rischio di trasformare il parlamento in pirlamento (così mi disse tempo fa un’anziana, intelligente e simpatica signora)?

In questa situazione di estrema difficoltà per il Paese cui purtroppo fa riscontro un’estrema debolezza della politica, non a caso commissariata seppure ad altissimo livello, l’unica certezza democratica è rappresentata da Sergio Mattarella e dalla sua saggia capacità di “garantire il rispetto della Costituzione e rappresentare l’unità nazionale”. Tutto consiglierebbe che egli venisse al momento opportuno riconfermato in attesa di tempi migliori.

Lui ha espresso la ferma volontà di farsi da parte e non mi sembra il tipo da pretattica o da sceneggiata: c’è da credergli. Tuttavia si potrebbe anche tentare di dissuaderlo da questo pur sano proposito in nome del bene dell’Italia che ha ancora bisogno della sua guida. Anche perché, diciamola tutta, tremo all’idea che l’attuale parlamento abbia il compito di nominare il successore per i prossimi sette anni. Tutta l’attuale legislatura è stata condizionata dalla mancanza di una vera e propria maggioranza politica e infatti ci sono volute l’abilità e la correttezza mattarelliane per garantire un minimo di continuità democratica a livello politico-parlamentare. Quindi quale maggioranza sarà in grado di nominare il successore di Mattarella, ammesso e non concesso che una simile fondamentale scelta debba avvenire a colpi di maggioranza e non sulla base di più larghe convergenze impossibili in un parlamento rissoso e dispettoso?

D’altra parte, politicamente parlando, esiste il rischio che demandare al futuro parlamento (quello che uscirà dalle elezioni del 2023) la nomina del successore di Mattarella potrebbe significare, stando alle profezie sondaggistiche, concedere al centro-destra la nomina del presidente come ciliegiona sulla torta di un lungo periodo di egemonia, socio-culturale prima che politica. Ma sarà poi vero che gli italiani nel 2023 voteranno alla viva il parroco, aiutati dall’inconcludenza del cappellano della “inconfigurabile” sinistra?

Un semestre bianco pieno di incognite per il breve e medio termine della politica italiana. I costituenti avevano una concezione lineare e non volevano e potevano prevedere simili complicazioni. Anche Riccardo Muti non ci ha pensato molto: ha consegnato la sua bacchetta a Mattarella, poi, per il futuro si vedrà. Non intendo forzare la bellezza di questo incontro fra un artista della musica e un artista della politica. Il grande direttore d’orchestra, al termine dell’esecuzione della sinfonia del nuovo mondo di Dvorak, ha ripreso una riflessione di Cassiodoro citata dal cardinale Ravasi: “Una delle più grandi punizioni per l’umanità è restare senza musica”. Personalmente ho fatto subito un parallelismo e ho pensato alla punizione per l’Italia di restare senza Mattarella.

I pistola della politica

Spara quattro colpi di arma da fuoco all’indirizzo del socio in affari, con cui gestisce un’agenzia di onoranze funebri, e poco dopo si costituisce. Un consigliere comunale di Licata, eletto nel 2018 con la Lega, è adesso indagato per tentato omicidio e porto abusivo di arma da fuoco. È stato lui stesso a far ritrovare la pistola ai carabinieri durante la perquisizione. La sparatoria, alla cui base ci sarebbero dissidi economici tra i due, è avvenuta nella serata di ieri nei pressi di via Grangela. Dei quattro colpi esplosi soltanto uno è andato a segno, colpendo di striscio ad un braccio l’imprenditore 71enne. Quest’ultimo è stato soccorso e trasferito all’ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata con una prognosi di venti giorni. Appena una settimana fa, all’indirizzo della stessa agenzia di onoranze funebri, erano stati esplosi diversi colpi di arma da fuoco.

Allora è proprio un gran brutto vizio! Mi riferisco agli amministratori comunali leghisti dal grilletto facile: non solo non mi piace che detengano armi, ma ancor meno che le usino per i fatti loro. Sì, perché, quando una persona riveste cariche pubbliche, deve capire che non può permettersi il lusso di comportarsi in un certo modo. Sparare non è uno scherzo per nessuno, ancor meno per chi ha pubbliche responsabilità alle quali dovrebbe assolvere con onore.

La giustizia farà il suo corso, come già detto e ripetuto niente capri espiatori, ma non mi basta. Politicamente parlando, ucci ucci sento odor di fascistucci. C’è nell’atteggiamento complessivo della Lega qualcosa di prepotente, che si esprime in diversi modi e in diversi tempi, una sorta di bullismo, che non fa sorridere; se volete, fa pena, ma desta anche qualche (?) preoccupazione.

Lo vogliamo capire o no che la politica è una cosa seria e non il gioco alla guerra. Da bambini si faceva, a me non piaceva nemmeno allora, figuriamoci oggi. Forse sarebbe meglio il gioco di ad andare a nascondersi. Tutto è in linea con la mentalità di Matteo Salvini: tende ultimamente a presentarsi come un “maddaleno pentito”, salvo poi sfogarsi non appena svoltato l’angolo.

Probabilmente è subentrata anche la rincorsa ad essere più di destra della destra per fare (s)leale concorrenza a Giorgia Meloni, che sembra fare incetta di consensi. Forse si tratta più di forma che di sostanza, ma quando spuntano le pistole anche la forma diventa sostanza. Lo ammetto, ho nostalgia per il banale e inoffensivo celodurismo bossiano al quale si sta sostituendo lo “stuprismo” salviniano.  Ammetto di usare parole forti, ma sono stanco di assistere a queste menate fascistoidi da prepotentelli di bassa Lega. Invece purtroppo piacciono: questione di gusti.

Per dirla un po’ volgarmente, più che di pistoleri si tratta di “pistola”. Infatti pirla è un termine in uso in molti dialetti di area lombarda ed emiliana. Un sinonimo di pirla, ma di uso meno comune, è pistola o pestola. Mi sono spiegato?

 

Il mestiere di incendiario

“Più di 20mila ettari distrutti e quasi 1.500 sfollati tra turisti e residenti nella provincia di Oristano a causa degli incendi partiti tra venerdì sera e sabato mattina in una zona boscosa del massiccio del Montiferru. Le fiamme, alimentate dal forte vento degli ultimi giorni, sembra siano partite da un’auto incendiata venerdì sera a Bonacardo, per poi propagarsi a un’azienda agropastorale. Visti i diversi fronti, si sospetta che una o più persone abbiano appiccato dolosamente altri roghi, poi confluiti in un unico devastante incendio.

Le fiamme hanno costretto quasi 1.500 persone ad evacuare tra turisti e residenti, bruciando più di 20mila ettari di terreno, pascoli e campi coltivati, alcune migliaia di capi di bestiame e distruggendo case e aziende agricole.

Ritenuto uno dei più gravi disastri naturali mai accaduto in Sardegna dal presidente Christian Solinas, l’enorme rogo sarebbe di origine dolosa, partito da un’auto incendiata tra venerdì sera e sabato mattina tra Bonacardo e Santu Lussurgiu, per poi propagarsi a un’azienda agropastorale. Complici le alte temperature (ovunque tra i 35 e 40 °C) e il vento, inizialmente libeccio e poi scirocco, i fuochi hanno raggiunto i centri abitati del Montiferru, fino a scollinare verso Porto Alabe, località turistica di mare dove circa 200 persone hanno dovuto lasciare le proprie case. Le fiamme hanno distrutto anche l’olivastro millenario “Sa Tanca Manna”, simbolo della città di Cuglieri”.

Ho ripreso la drammatica ma asciutta cronaca di Valeria Aiello su fanpage.it. Perché la Sardegna stia bruciando rappresenta un interrogativo drammatico, che probabilmente trova risposta in un autentico labirinto di cause riconducibili agli andamenti climatici (caldo soffocante, vento impetuoso, etc.), allo stato ambientale (incuria, mancanza di manutenzione, nessuna prevenzione, etc.), al comportamento colposo e doloso di troppa gente. Si tratta di un fenomeno purtroppo ricorrente e devastante.

Possibile che non si possa fare qualcosa per prevenirlo o almeno contenerlo? Come sempre succede in questi casi partono denunce e critiche, che non spostano di una virgola il problema.  Le ricchezze fondamentali del nostro Paese consistono nel patrimonio artistico-culturale e in quello ambientale. Le opere d’arte non riusciamo a preservarle a dovere: forse ne abbiamo troppe. Le bellezze del territorio vengono spazzate via e/o sgretolate dagli eventi climatici in combutta con le delinquenziali negligenze e trascuratezze umane.

Si fa un gran parlare di nuovi progetti e programmi e di nuove strutture. Forse sarebbe il caso di guardare all’esistente e cercare di mantenerlo e governarlo al meglio: sarebbe già molto. Anche perché così facendo si darebbe impulso all’occupazione, al turismo, alla difesa del territorio, alla prevenzione dei disastri, ad una cultura socio-economica virtuosa ed equilibrata. Non so quanti fondi del Piano Nazionale di ripresa e resilienza siano stati stanziati su questo discorso: ce ne saranno sicuramente. Vediamo di spenderli bene.

Non vorrei però fare il grillo parlante, mestiere detestato da mio padre, il quale con una battuta velenosa, in occasione di una alluvione in Italia (non ricordo dove e quando, ma non ha molta importanza ai nostri fini), fulminò il ritornello dei comunisti trinariciuti, quelli col paraocchi, che recitava più o meno: “Cozi dal gènnor in Russia in sucédon miga”. Mio padre rispose: “ Sät parchè? In Russia i gh’àn j èrzon äd cärta suganta”.

É indubbiamente una delle più belle battute di mio padre per stile, eloquenza, brillantezza, spontaneità e parmigianità. Per gli incendi in Sardegna non c’entrano i comunisti e la Russia vecchia e nuova (è cambiato tutto, ma non è cambiato niente), c’entra quel vezzo inconcludente e paralizzante che riconduce gli eventi calamitosi ad una generica incapacità dell’uomo a governare il mondo. Non sopportava la faziosità in generale, detestava la mancanza di obiettività e nelle sue frequentazioni terra terra, nonché nel far politica a livello di base, lanciava questi missili fatti di buon senso più che di analisi politica. Oggi, chissà, forse potrebbe dire che per spegnere gli incendi occorrerebbe sputare meno sentenze, meno veleno polemico e più saliva costruttiva.

Ai comunisti di un tempo si sostituisce oggi Marco Travaglio (giornalista peraltro abile, preparato e impegnato) con le sue provocazioni insistenti, insignificanti e fuorvianti. Le voci fuori dal coro mi piacciono, ma devono essere intonate altrimenti diventano solo pretenziose e dispettose.

Il direttore del Fatto Quotidiano ha attaccato duramente il premier Mario Draghi dal palco della festa di Articolo Uno a Bologna. Parlando del governo Conte, Travaglio ha sostenuto che “li hanno mandati via per i loro meriti e hanno messo al loro posto l’esatta antitesi, che è un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che visto che ha fatto bene il banchiere europeo ci hanno raccontato che quindi è competente anche in materia di sanità, di giustizia, di vaccini eccetera. Mentre, mi dispiace dirlo, non capisce un c…. né di giustizia né di sociale né di sanità”. “Capisce di finanza -ha aggiunto Travaglio- ma non esiste l’onniscienza e non ha neanche l’umiltà, perché a furia di leggere che è competente su tutti i rami dello scibile umano si è convinto di essere competente su tutto e quindi non chiede consiglio”. Non mancava altro che lo colpevolizzasse anche per il discorso degli incendi in Sardegna: dove ci sta il più ci sta anche il meno.

 

 

Il vaccino contro il green pass

In questo periodo ho speso molte discrete ma sincere parole e altrettanti misurati ma schietti commenti scritti sulla situazione pandemica alla luce della vaccinazione sempre più imperante e della sua ormai dilagante questione occulta e/o palese dell’obbligatorietà. Al riguardo mi sono imbattuto in un testo di Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, due filosofi che si cimentano, fuori dai denti, con un tema delicato e controverso come quello del cosiddetto green pass (a proposito, chissà cosa direbbe Indro Montanelli sull’insistito uso di inglesismi e anche nel merito di questo problema…). Ritengo opportuno riportarlo di seguito senza aggiungere nulla, per l’autorevolezza della fonte, per la schiettezza argomentata ed avvolgente, ma soprattutto perché, nel mio piccolo, lo condivido pienamente e lo trovo perfettamente in linea con i mei numerosi precedenti e modesti convincimenti e pronunciamenti.

A proposito del decreto sul green pass

“La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica. Lo si sta affrontando, con il cosiddetto green pass, con inconsapevole leggerezza. Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso pratiche di discriminazione, all’inizio magari contenute e poi dilaganti. Non a caso in Cina dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine della pandemia. E varrà la pena ricordare il “passaporto interno” che per ogni spostamento dovevano esibire alle autorità i cittadini dell’Unione Sovietica. Quando poi un esponente politico giunge a rivolgersi a chi non si vaccina usando un gergo fascista come “li purgheremo con il green pass” c’è davvero da temere di essere già oltre ogni garanzia costituzionale. 

Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica. Nessuno invita a non vaccinarsi! Una cosa è sostenere l’utilità, comunque, del vaccino, altra, completamente diversa, tacere del fatto che ci troviamo tuttora in una fase di “sperimentazione di massa” e che su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, anche di quelle che hanno scelto di non essere vaccinate». E come potrebbe essere altrimenti? Il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi: in Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose. In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto. Le stesse case farmaceutiche hanno ufficialmente dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo periodo del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di genotossicità e di cancerogenicità. “Nature” ha calcolato che sarà comunque fisiologico che un 15% della popolazione non assuma il vaccino. Dovremo dunque stare col pass fino a quando? 

Tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie. Paradossalmente, quelli “abilitati” dal green pass più ancora dei non vaccinati (che una propaganda di regime vorrebbe far passare per “nemici della scienza” e magari fautori di pratiche magiche), dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi. Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire”.

 

Il bugiardino costituzionale

Di fake news sulla pandemia, sui vaccini e su tutto quanto riguarda il discorso covid, ne sono state indubbiamente sparse parecchie: le responsabilità di questa pazzesca confusione sono di tanti, non ultimi gli scienziati e gli esperti in materia, che hanno perso credibilità vomitando “bullisticamente” un tourbillon di pareri superficiali, approssimativi e contraddittori. E non è ancora finita. “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”  direbbe mia nonna: erano ingegneri che si scambiavano complimenti, ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia. Non voglio esagerare, ma non vorrei che succedesse così a livello Covid. Questa gag nonnista mi sovviene quando ascolto le tiritere di virologi e infettivologi che danno più aria ai loro denti che esposizione alle loro teorie.

Andiamo quindi adagio a squalificare tutti i discorsi di un certo tipo come notizie false e tendenziose. Che poi fra di esse ci sia anche il fatto che i vaccini contro il covid 19 siano sperimentali, mi sembra proprio un ulteriore fake news. Il grande scrittore Leonardo Sciascia aveva, provocatoriamente ma realisticamente, snidato e bollato i “professionisti dell’antimafia”. Ora sarebbe necessario individuare i professionisti dell’antifakenews.

Se scorriamo la vicenda della vaccinazione nei suoi tira e molla, tra un tipo di vaccino e l’altro, fra una sospensione della somministrazione e l’altra, fra continui allarmi e imbarazzate “tranquillizzazioni”,  fra balletti di cifre sul  potere immunizzante e sulla durata dell’immunizzazione, e compagnia stonando, non emerge forse che tutta la vicenda vaccinale altro non è che una sperimentazione di massa, dal momento che i vaccini sono stati approntati a tempo di record e senza le necessarie e graduali preventive verifiche. Per tutti i farmaci c’è una lunga fase di attesa sperimentale prima dell’ok definitivo all’uso, previo approntamento dei cosiddetti bugiardini. Non è stato così per il covid e a tempo di record si è arrivati ai vaccini e ai bugiardini (mai forse la loro ironica titolazione è stata più appropriata), stretti dalla comprensibile spinta a rispondere alla drammaticità della situazione, dalla “politica” urgenza di affrontare in qualche modo una situazione esplosiva e totalmente fuori controllo, schiavi di una invadente, spietata e incontrollata concorrenza fra le multinazionali del farmaco, presuntuosi nel voler accreditare come infallibile una scienza molto balbettante e traballante. Vaccino doveva essere e vaccino è stato! Questa è la realtà sotto gli occhi di tutti e non mi pare si possa parlare di fake news.

La migliore risposta alle fake news non consiste nel demonizzare i pareri e le opinioni contrarie all’impalcatura costruita in fretta e furia, senza fondamento, senza progetto, con una pletora di architetti e ingegneri del piffero. Il più serio antidoto alle notizie false e tendenziose sta nel dialogo, nella pacata argomentazione e nella capacità di convincere e non di spaventare, angosciare, criminalizzare e obbligare. L’atteggiamento giusto mi sembra quello emergente da una cronaca di Antonella Mariotti su La Stampa, che riporto di seguito integralmente.    

“C’era anche il primario di Malattie Infettive di Novara, l’alessandrino Pietro Luigi Garavelli, in piazza con i “No-Pass” sabato 24 luglio ad Alessandria. «Sono andato a quella manifestazione – ha spiegato il medico – per informare le persone. Non sono un no-vax, sono vaccinato, si è vaccinata mia moglie e tutti i miei familiari, se sarò obbligato vaccinerò anche le mie figlie. Ma la popolazione deve essere informata in modo chiaro, e questo non è successo purtroppo. Per questo adesso scendono in piazza».

 Garavelli, che è stato nominato Cavaliere della Repubblica, ha aggiunto: «Pensare di risolvere la pandemia solo con i vaccini – dice – non è possibile. Nei giovanissimi, per esempio il vaccino può provocare problemi cardiaci, mentre se si ammalano di Covid il rischio è pari a zero».

«La mia attività è stata di tipo formativo, non di sostegno – conclude Garavelli -. Una attività che è giusto che un infettivologo faccia. Così come tanti anni fa mi sono confrontato con centinaia di mamme sulla libera scelta per i vaccini dei bimbi»”. 

Invece, gira e rigira, si vuole arrivare a introdurre prima surrettiziamente e poi apertamente l’obbligo di vaccinarsi contro il covid. Ho seri dubbi sulla legittimità costituzionale di una tale legiferazione a suon di green pass anche per andare al cesso di casa propria e forse addirittura di trattamenti sanitari obbligatori.

Scrive Alessandro Di Matteo sempre su La Stampa: “Conversando con alcuni dei più eminenti costituzionalisti italiani si ricava un verdetto unanime: la Costituzione consente sia l’obbligo di vaccinazione che il lasciapassare sanitario e le polemiche non hanno alcun fondamento, almeno dal punto di vista giuridico. Il dibattito sull’obbligo si sta svolgendo in modo «improprio», secondo Giovanni Maria Flick: «È un obbligo presente nel nostro ordinamento da molto tempo, pensiamo alle vaccinazioni per la polio, il morbillo, altre malattie infettive»”.

Sono (quasi) sicuro che ci arriveremo (attento Draghi, perché il terreno si fa molto scivoloso). Il sottoscritto, che non ha alcun timore nel dichiarare di non essersi vaccinato in quanto affetto da numerose e sperimentate allergie, non costituirà certamente l’eccezione alla regola e allora vorrà dire che non gli resterà altro da fare che mettere agli atti una missiva nei confronti del presidente della Corte Costituzionale, al quale chiederà preventivamente che si accolli gli oneri relativi alla sua eventuale morte o invalidità in conseguenza della vaccinazione. Sto facendo le corna anche se non sono superstizioso…

 

 

Le tasche piene di…slogan

Fabio Battistini, imprenditore bolognese che corre da sindaco sotto le insegne del centrodestra, inciampa sulla prima gaffe elettorale. Provando a correggere il tiro della comunicazione, inizialmente impostata sullo slogan “Dai mò”, un modo dialettale per dire “coraggio”, ha fatto stampare un nuovo manifesto, con il claim “Bologna, un passo avanti”. Nella presentazione con i rappresentanti dei partiti che lo sostengono ha esibito una nuova grafica per i manifesti, meno “locale” e più “istituzionale. Però non ha considerato il fatto che quello slogan era già stato usato.

Il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, quando un anno fa presentò la sua lista per le elezioni regionali, scelse proprio la stessa formula “Emilia-Romagna, un passo avanti”. Il governatore si è limitato a farlo notare su twitter con un breve commento: “Così non vale…” Ma il lapsus sembra davvero freudiano: durante la presentazione del candidato Battistini, infatti, per incoraggiarlo, i principali rappresentanti dei partiti di centrodestra stamattina da piazza del Nettuno hanno detto: “Dall’altra parte non c’è mica Bonaccini, a Bologna possiamo vincere”. Ricordando la vittoria alle urne del presidente della Regione che ha rappresentato una sconfitta bruciante per la destra all’epoca.

La campagna di Battistini sembra davvero partita in salita: prima ha dovuto aspettare lunghe settimane perché il centrodestra trovasse l’accordo sul suo nome, ora ha poco tempo per impostare una campagna efficace con agosto di mezzo. Al gazebo allestito per la presentazione della sua candidatura ha assicurato: “La mia lista è pronta per due terzi”, ma il tempo stringe. L’idea di gareggiare con uno slogan in dialetto a un certo punto gli è sembrata “antistorica” nel 2021, ma adesso deve fronteggiare una somiglianza troppo stretta con lo slogan usato da Bonaccini.

Fabio Battistini si è presentato anche così: “Bologna ha bisogno di aria nuova, in tasca ho le chiavi di casa e non una pistola” (altro lapsus freudiano).

Ho attinto alla cronaca di Eleonora Capelli su La repubblica, che da una parte mi ha sinceramente incuriosito e dall’altra mi ha ulteriormente sconfortato. La politica è infatti sempre più ridotta a slogan più o meno azzeccati. Mi si dirà che le frasi concettose e sintetiche, orecchiabili e suggestive, destinate a rimanere impresse nella mente e a persuadere l’ascoltatore, sono da sempre usate nella propaganda politica. Il problema non sta nello slogan, ma nella constatazione che dietro ad esso non c’è nulla, lo slogan è fine a se stesso e lo dimostra il fatto che possa essere tranquillamente e spregiudicatamente utilizzato da candidati di opposta provenienza politica.

Certo Battistini poteva stare un po’ più attento, è partito con una gaffe abbastanza clamorosa, ma, come si sa, la propaganda, anche quella elettorale, ha lo scopo di far parlare di sé. Diceva Oscar Wilde: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Ancora più curioso il lapsus freudiano delle chiavi in tasca, chiaramente allusivo alla disgraziata pistola in tasca dell’assessore leghista di Voghera. Meglio così, ma non vorrei che Battistini intendesse minimizzare l’accaduto facendolo passare per una semplice opzione organizzativa: chi tiene in tasca le chiavi e chi…una pistola. Non sono cose equivalenti e/o intercambiabili. E nemmeno la politica lo dovrebbe essere, invece purtroppo la sta diventando e, se devo essere sincero, di questa politica vuota e insulsa ne ho piene le tasche. Rimpiango la Democrazia Cristiana, il Partito comunista, persino il tanto bistrattato partito socialista: un sistema superato (?), ma molto più serio e democratico. C’è la tendenza ad affermare che tutto era sbagliato, a squalificare sbrigativamente un periodo storico, la cosiddetta prima repubblica. Non sono assolutamente d’accordo e per rendere l’idea aggiungo convintamente che andava meglio quando andava peggio.

 

 

 

 

Lumache, lumachine, lumaconi

Avvocato Giuliano Pisapia, che sentimento le suscita questo dibattito sulla riforma della giustizia? «Sono allibito. Immaginavo delle reazioni, ma non fino a questo punto. È un argomento su cui purtroppo non si riesce a ragionare con serenità. E siccome ho già visto in passato prese di posizione da alcune parti della magistratura che hanno bloccato vere riforme complessive, come quella del ministro Flick, mi sembra di tornare indietro negli anni».

Così l’incipit di una intervista pubblicata dal quotidiano La stampa. In effetti mi sembra che la giustizia, come del resto anche la scuola, si stia rivelando come un settore irriformabile su cui si scatenano inconcludenti risse ideologiche, politiche e corporative che finiscono col pregiudicare ogni e qualsiasi tentativo di cambiamento. Tutti sostengono che la situazione così com’è non va, ma poi tutti vanno contro tutti col risultato di rendere immodificabile l’assetto tanto criticato.

Sta succedendo sulla riforma ipotizzata dall’attuale ministro Marta Cartabia. I magistrati reagiscono come le lumache, appena intravedono un minimo attacco ai loro privilegi ed alle loro prerogative. La chiocciola è un animale assai cauto in quanto si ritira appena molestato. Quando vengono anche solo sfiorate le antenne, queste si ritraggono. Purtroppo però i magistrati lumaca non fanno altro che rendere lumaca la giustizia.

La politica politicante fa il resto, combattuta ideologicamente fra giustizialismo e garantismo: i pentastellati, sulle ali del loro nuovo leader Giuseppe Conte, che ha fatto della giustizia il suo cavallo di battaglia, si mettono di traverso non appena sentono odore di colpi di spugna; i leghisti, diventati paradossalmente più draghiani di Draghi, si ergono strumentalmente a difensori oltranzisti della proposta governativa elaborata dal ministro Cartabia; gli altri vogliono discutere all’infinito, nascondendosi dietro il Parlamento, senza concludere un bel niente.

Ho la netta impressione che, se il Paese perde il treno/Cartabia, di riforma della giustizia non se ne farà nulla non so per quanto tempo. È vero che non bisogna varare una riforma purchessia solo in modo da conquistare la fiducia europea necessaria per ottenere i grossi fondi del recovery plan, ma è altrettanto vero che questa spinta dovrebbe indurre tutti a fare ogni sforzo possibile.

Non so se Mario Draghi riuscirà a far quadrare il cerchio. Una cosa è certa: la giustizia italiana non funziona. Ricordo una mia esperienza professionale a suo modo emblematica. Una cooperativa sociale, promossa da fior di esperti in materia giuridica ed amministrativa, mi pose un quesito molto delicato e difficile. Esposi al mia soluzione dettata più dal buon senso che dalla carente normativa in vigore. Si scatenò un dibattito infinito, forbito ma inconcludente, al termine del quale il presidente si attestò sulla soluzione da me proposta, tagliando di brutto tutte le inutili disquisizioni degli esperti. Draghi più o meno dovrà fare così: non parte da zero, ha una ministra all’altezza del compito, dovrà ascoltare tutti e poi decidere in solitudine mettendo tutti allo scoperto davanti alle loro responsabilità.

Durante un’intervista, a Mussolini venne chiesto: “Ma deve essere ben difficile governare gente così individualista ed anarchica come gli italiani!”. Mussolini rispose: “Difficile? Ma per nulla. È semplicemente inutile!”. Non vorrei che avesse qualche ragione. A Draghi l’arduo compito di smentirlo.