Le pisciate reazionarie

Roberto Saviano, noto scrittore e autore di alcuni bestseller letterari, fra cui “Gomorra”, intervenendo sulle colonne de “Il Corriere della Sera” con un articolo a sua firma inerente alla figura di Maria Licciardi, boss della Camorra arrestata nei giorni scorsi, ha lanciato una forte provocazione culturale, mettendo in discussione il ruolo chiave della famiglia nella nostra società. Un’analisi che può sbrigativamente essere sintetizzata con il finale del suo pezzo: ”Quando mi chiedono quando finiranno le mafie, rispondo quando finiranno le famiglie. Quando l’umanità troverà nuove forme d’organizzazione sociale, nuovi patti d’affetto, nuove dinamiche in cui crescere vite”.

In realtà Saviano è partito dal concetto di famiglia a misura camorristica: “La famiglia è il mezzo e il fine del profitto, il sangue è la garanzia unica della fiducia. Fidati solo del tuo sangue è l’imperativo. Non perché il tuo sangue sia migliore di altri, ma perché nessun rivale crederà mai al tradimento di un tuo parente e quindi sarà costretto ad esserti fedele”.

Poi afferma: “Se non esistesse il concetto di famiglia, non esisterebbero le organizzazioni criminali. La famiglia è innanzitutto organizzazione, è mutuo soccorso, ma solo verso chi ha il merito di condividere lo stesso sangue. Il matrimonio è un patto economico tra gruppi. I figli sono protezione del patrimonio e eredità. Le amicizie sono momentanee e utili se arrecano vantaggio”.

Questo ragionamento, però, a detta di Saviano, andrebbe applicato anche alle famiglie non criminali, ma appartenenti al capitalismo contemporaneo, “macchina di controllo e competizione, di accordo e feroce ricerca di profitto”. E qui è scoppiata la polemica, molto strumentale ed assai poco culturale. In mala sostanza lo stanno dipingendo come un rivoluzionario del piffero, un evasore o eversore sociale, un visionario pro domo sua.

Non sono iscritto al partito della famiglia, anche se in essa credo, non fosse altro alla luce della mia esperienza.  Non la ritengo tuttavia l’assoluta base su cui costruire la società perfetta o, per meglio dire, la meno imperfetta possibile. Non condivido l’enfasi contenuta in tante analisi sociologiche e religiose che fanno dipendere tutti i mali del mondo dalla crisi delle famiglie tradizionali.  La famiglia è un’arma a doppio taglio, dipende tutto da come la si intende e la si vive: può essere la fucina per costruire rapporti virtuosi, ma può essere anche una scuola di egoismo e l’occasione per la manipolazione delle coscienze.

Se la vogliamo buttare sul senso religioso della vita andando al Vangelo, dobbiamo ammettere che Gesù non fa, né in teoria né in pratica, il panegirico della famiglia. Per quanto lo riguarda direttamente sta bene attento, fin da fanciullo a non farsi condizionare troppo (vedi lo strano episodio del ritrovamento di Gesù nel tempio) dai legami famigliari. Quando lo vogliono mettere in imbarazzo dicendogli che i suoi parenti lo stanno cercando, reagisce “in malo modo”, sostenendo di non avere parenti se non in coloro che fanno la volontà di Dio, quella che lui sta annunciando. In altro momento Egli lascia chiaramente intendere che i legami di parentela carnale vengono dopo quelli di parentela spirituale: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me».

Dio, patria e famiglia è la triade che, non a caso, in epoca moderna è stata un’idea cardine dell’ideologia fascista, poi ripresa e riproposta sotto nuove forme da partiti di estrema destra. Non per questo la famiglia deve essere buttata nel cestino in nome di chissà quali nuovi assetti umani e sociali. Occorre equilibrio, ma al contempo bisogna anche avere il coraggio di inserire il discorso in un contesto moderno alla ricerca anche di prospettive nuove. Per dirla in poche battute, non facciamo della famiglia un totem ideologico, ma una fondamentale occasione per incarnare i valori positivi che dovrebbero stare alla base del vivere civile.

Non capisco, e, se le capisco, non le condivido affatto, le reazioni scomposte e bacchettone di quanti morivano dalla voglia di attaccare Saviano per motivi politici e quindi hanno preso spunto da questo sasso da lui lanciato nella piccionaia del nostro perbenismo per squalificare la sua coraggiosa, anche se talvolta un po’ troppo sofisticata e manierata, azione di denuncia dei fenomeni mafiosi in senso lato.  Uno dei mali della nostra società, che probabilmente sta a monte anche della crisi della famiglia, consiste nell’incapacità di dialogare e quindi di accettare in positivo anche le più forti provocazioni.

Sarà perché ho l’innato gusto per la provocazione, ereditato da mio padre, ma mi piacciono i provocatori, quelli veri si intende. D’altra parte Gesù non è forse il più grande provocatore di tutti i tempi. E Roberto Saviano è un sano fustigatore di costumi e un impietoso ricercatore dei mali della nostra società.

Tanto tempo fa, in clima di piena contestazione giovanile, alla vigilia della visita pastorale del vescovo nella mia parrocchia, un gruppetto di “scapestrati” e fantasiosi ragazzi si pose il problema di trovare un eloquente gesto per attirare l’attenzione della comunità e rompere il clima di ovattata accoglienza. Dopo una lunga discussione intervenne il parroco, assai preoccupato per i clamorosi effetti di un gesto avventato e scomposto. Fulminò tutti con una battutaccia: “Quand rivä al vèscov,  fi ‘na béla pisäda davanti a la céza…”.

Non credo che Roberto Saviano faccia delle pisciate fuori dal buco, semmai le sue sono contro il vento del conformismo. Sono i vari amici del giaguaro, che lo vogliono incastrare, accusandolo di virtuali o letterari svarioni, a pisäros adòs da la paura che possa cambiare qualcosa in questa società di merda o, se volete, a pisär pr ària, imprecando contro chi osa mettere in discussione l’omertoso status quo.

 

La torta politica a strati

Valli a capire gli italiani…Stando ai sondaggi la stima per Sergio Mattarella è fortissima quasi unanime, la fiducia in Draghi è alta e poi…il primo partito risulta essere Fratelli d’Italia, guidato dalla sua sempre più osannata leader Giorgia Meloni. Io ci trovo qualcosa di strano, se non addirittura di schizofrenico. Cosa passa nella testa degli italiani è difficile da capire e persino da immaginare. Provo.

Sembra quasi che, quando si considera l’unità nazionale, la Repubblica che tutti ci contiene, si tenga un atteggiamento di grande responsabilità, che porta la gente a portare in palmo di mano il presidente Mattarella, riconoscendone i grandi pregi e gli enormi meriti.

Sembra quasi che, quando si scende a considerare il governo del Paese, si privilegino la competenza, l’esperienza, la professionalità, la serietà e la credibilità di cui il premier Mari Draghi è portatore. Quello sa fare il suo mestiere e bisogna lasciarlo lavorare in pace.

Sembra quasi che, quando si arriva alla politica intesa come ruolo dei partiti, si cambi totalmente registro e non valgano più i criteri di giudizio di cui sopra. La politica diventa un gioco d’azzardo dove vince chi la spara più grossa, chi riesce a parlare alla pancia lasciando perdere la mente e il cuore. I partiti visti alla Enrico Mattei, il grande personaggio della nostra storia del secolo scorso, che diceva spregiudicatamente: «Uso i partiti allo stesso modo di come uso i taxi: salgo, pago la corsa, scendo».  Lui la sapeva lunga ed era in grado di utilizzare i partiti per farsi appoggiare nelle sue gloriose imprese economico-sociali volte al bene del Paese. Gli Italiani non la sanno così lunga e si accontentano di utilizzare i partiti come in un gioco di società: puntano a destra e manca, per la verità più a destra che manca, ci provano e…se la va, la va, votano alla viva il parroco, scherzano col fuoco della politica, sperando che qualche santo ci aiuti, si chiami Mattarella o Draghi non importa.

Avete presente una torta cucinata a strati: il primo è inzuppato dalla fiducia verso il presidente Mattarella; il secondo è zeppo di crema preparata dal cuoco Draghi; il terzo è volubilmente cangiante e può essere tranquillamente variato a seconda dei gusti. In questo momento la ciliegiona sulla torta si chiama Giorgia Meloni: non importa se sia dolce o aspra, l’importante è che renda l’idea di qualcosa di posticcio, che si può mangiare, togliere, sostituire in qualsiasi momento.  Una sorta di “dolcetto o scherzetto”, la tradizionale scherzosa minaccia, che tutti i bambini recitano alla porta dei vicini di casa la notte di Halloween.

Qualcuno ipotizza e teorizza una voluta e persino utile sfasatura, considerando i partiti come valvole di sfogo del sistema che non funziona, valutando la sterile e vanesia opposizione come un giusto contrappeso alla pallosa e opprimente cappa problematica delle massime istituzioni. Senonché il discorso non torna perché, bene o male, i partiti collocano i loro rappresentanti in Parlamento e il caso vuole che la nostra repubblica sia di tipo parlamentare. Allora il gioco dell’oca ci impone di ritornare alla partenza dopo avere pagato una penale salata.

In conclusione, non illudiamoci di poter scherzare col fuoco, pensando che poi ci sia qualcuno che toglie le castagne dal fuoco stesso. Prima o poi ci si bruciano le dita. Fra sei mesi si elegge il nuovo presidente della repubblica, che probabilmente non sarà più Sergio Mattarella, e lo eleggeranno i partiti presenti in Parlamento, fra quasi due anni si andrà a votare per il nuovo Parlamento che, a sua volta, darà la fiducia ad un governo, che probabilmente non sarà più presieduto da Mario Draghi. Non possiamo sperare che Mattarella e Draghi rimangano all’infinito in classe a coprire le nostre ricreazioni politiche.  Non sarà il caso di pensare alla politica in modo serio, non dico impegnato e nemmeno idealizzato? Mi accontenterei che finisse la luna di miele con i politici del “dolcetto scherzetto”: sarebbe già qualcosa.

Ad un pass…o dal baratro

Nell’aprile del 2020 il filosofo Giorgio Agamben poneva a sé ed agli altri una domanda a dir poco provocatoria, che a distanza di oltre un anno è ancora attualissima, anzi più passa il tempo dell’anti covid e più diventa amaramente ineludibile.  Mi ha fatto e mi fa riflettere al punto che ritengo quasi doveroso proporla di seguito integralmente in tutta la sua eloquente drammaticità. Buona lettura e buona riflessione. Meditate gente…

“Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate. La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.

1) Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?

2) Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.

3) Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni. So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa. Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa una sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita. So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.

Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo. Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede. Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge. E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete iuristae in munere vestro?

So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali. A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buona fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana. Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.”

 

Il cavallino storno di Carlo Fuortes

Lo aspettavo da tempo immemorabile e meno male che Mari Draghi, seppure indirettamente, ha avuto il coraggio di intervenire drasticamente sul carrozzone Rai. Il futuro della tv pubblica secondo il suo nuovo amministratore delegato Carlo Fuortes, viene così sintetizzato: molti tagli, via i partiti e obbligo del “lei”. Infatti il nuovo amministratore delegato sta varando una sforbiciata che tocca tg e reti per azzerare il deficit dell’era Salini. “In tre anni l’azienda ha peggiorato i conti di 300 milioni”. Ha inoltre l’intenzione di mantenere una totale autonomia rispetto ai partiti. Lo lasceranno lavorare? Ho i miei dubbi. Per ora incasso una importante speranza, proponendo di seguito e integralmente quanto scrive al riguardo Giovanna Vitale su La Repubblica. Se Fuortes riuscirà a concretizzare anche solo una parte dei suoi seri programmi, avremo fatto un bel passo avanti e, se tanto mi dà tanto, a parte tutto il resto, sarà valsa la pena si scomodare Draghi.

“In Rai vige, dacché è nata, la “regola delle tre P”, iniziale che sta a indicare le massime cariche civili e religiose del Paese: Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Papa. Ebbene su queste tre autorità la copertura del servizio pubblico, specie durante le missioni in terra straniera, è sempre stata totale (da qualche anno attenuata solo per il premier), con tutti i vari Tg incaricati di seguirne le cronache senza badare a spese. L’uso del passato prossimo è però d’obbligo. Perché con l’arrivo al vertice di Carlo Fuortes, il manager della cultura spedito da Mario Draghi a risanare la Tv di Stato, la musica potrebbe cambiare radicalmente.

La prova generale si farà a settembre, in occasione del viaggio apostolico di Francesco in Ungheria e Slovacchia, dove per la prima volta sono state autorizzate a partire soltanto due testate giornalistiche, che poi cederanno le immagini alle altre due, confezionando i servizi da Roma. Con un taglio del personale in trasferta di circa il 40%.

È l’esempio che meglio racconta la cura da cavallo, senza timori reverenziali, che il neo-ad ha intenzione di applicare a Viale Mazzini. Dove, lo ha già detto in Cda e ripetuto in Vigilanza, non saranno più approvati budget in perdita. Tant’è che fra i suoi primi atti c’è stata la revisione del previsionale che, senza andare per il sottile, azzera il deficit di 57 milioni previsto dalla precedente gestione. La premessa del nuovo ad è che “questi interventi non incidono sulla qualità dei prodotti, non avranno alcun effetto sui palinsesti, però servono a riportare in pareggio i conti”, merito anche della ripresa della pubblicità che ha ridotto “le esigenze di taglio sui costi, in media non superiori all’1% dei budget”.

Ma le cifre viaggiano su percentuali più alte. A Rai1 è stato imposto di sforbiciare quasi un milione; altrettanto a Rai2 e Rai3 insieme; alla Comunicazione 150mila euro (intorno al 4%); 50mila all’Ufficio Studi (il 25%). Il taglio più consistente riguarda la Rai per il Sociale, dove la decurtazione sfiora il 30%: 300mila euro su un budget di circa un milione. Una sforbiciata che non dovrà intaccare i propositi contenuti nella lettera ai dipendenti con cui Fuortes e la presidente Soldi si sono presentati: “La Rai svolge un ruolo primario nella costruzione della coesione e inclusione sociale, e ha bisogno di avere il coraggio e le energie positive per innovare e sperimentare”.

Per l’ex sovrintendente all’Opera di Roma l’imperativo è la lotta a incrostazioni e sprechi; l’obbiettivo trasformare in una Ferrari il carrozzone lottizzato dai partiti con cui ha già fatto sapere che non intende interloquire, rompendo una prassi storicamente consolidata soprattutto sulle nomine interne. “La Rai in tre anni ha peggiorato la sua situazione finanziaria di circa 300 milioni, perdite che non possono essere ripianate dallo Stato”, ha ribadito Fuortes in Parlamento. “In tre-quattro anni, se si continuava con questa dinamica, si portavano i libri in tribunale. E credo che né io, né la presidente, né il Cda che all’unanimità ha votato a favore di questi tremendi tagli, vogliamo portare i libri Rai in tribunale”. Parole drammatiche (sulla revisione del budget il rappresentante dei dipendenti Riccardo Laganà si è astenuto, criticando l’intervento sui costi fuori da un piano industriale ed editoriale).”

Ribattezzato in azienda Napoleone per la postura con la quale si aggira nel palazzo affacciato sul cavallo bronzeo che è il simbolo Rai – mano sul petto quando parla, piglio decisionista – Fuortes ha già inviato a tutti i direttori le lettere con l’indicazione dei tagli da fare da qui a dicembre, stabiliti discrezionalmente insieme al capo delle Finanze Giuseppe Pasciucco, senza discuterli prima con i responsabili delle strutture. Ha vietato ai consiglieri di amministrazione di parlare con l’esterno e con le strutture interne. Ha imposto il “lei” a chiunque, dall’ultimo degli uscieri ai top manager. Una rottura di prassi consolidate che la dice lunga sul nuovo corso del servizio pubblico. E sulla mission ricevuta da Draghi.”

Le lacrime di olimpiodrillo

Non vorrei passare da novello “trinariciuto”. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse era l’epiteto fortemente spregiativo coniato dal giornalista e scrittore Giovanni Guareschi nell’immediato secondo dopoguerra per gli iscritti al partito comunista, per la loro presunta acritica credulità e sudditanza alle direttive del partito (e perciò raffigurati con tre narici, come esseri “diversi”, quasi di un altro mondo). E nemmeno da “bastian contrario”, vale a dire da colui che assume per partito preso le opinioni e gli atteggiamenti contrari a quelli della maggioranza.

Sono infatti sinceramente compiaciuto delle tante medaglie conquistate dagli atleti italiani alle olimpiadi di Tokio. Faccio però fatica a sgombrare il campo dai facili entusiasmi per trovare un significato a questo importante traguardo sportivo. Si tratta di un riconoscimento alle scuole delle varie discipline, all’impegno profuso nel tempo da tanti atleti nel nascondimento dei loro sacrifici, alla voglia di primeggiare portando spesso alla luce discipline quasi sconosciute e snobbate dal grande pubblico? Di tutto un po’.

Non accetto la retorica nazionalistica immediatamente imbastita su questi rilevanti successi, mi irrita e insospettisce il clamore mediatico incapace di andare oltre la scorza trionfalistica per cogliere in profondità gli aspetti umani riconducibili ai vincitori ed ai vinti, mi trova perplesso la lacrimazione facile degli atleti e dei loro staff.

Qualcuno si affretta a collegare lacrime e amor di patria: una enfasi pericolosissima e fuorviante. Altri trovano una compensazione sportiva ai drammi umani e sociali che stiamo vivendo. Mio padre, con la sua (in)solita verve contro corrente, direbbe: “Còj ca vénsa is consolon e còj ca perda dòvrissni dispreros?” (chiedo scusa del dialetto approssimativo ma significativo).

La commozione, peraltro un po’ troppo esibita, ci sta tutta, va colta ed apprezzata quale espressione di una ritrovata sensibilità umana e sportiva. Molto più genuine e pulite le lacrime degli olimpionici di quelle prezzolate dei big calcistici in presuntuosa e populistica passerella post-europea.

L’uomo e la donna hanno il diritto-dovere di piangere per sfogare le proprie emozioni, comunicandole agli altri in un virtuoso scambio di umani sensi. Non vorrei però che il tutto rimanesse superficialmente limitato alle gioie e fosse rigorosamente vietato per le sofferenze. La catena emozionale dovrebbe funzionare anche e soprattutto nei momenti e negli eventi tristi, drammatici e tragici, che invece molto spesso vengono archiviati con un’alzata di spalle. Le lacrime di gioia sì, quelle di dolore no. Le prime servono a esorcizzare le seconde; le prime danno la carica, le seconde comunicano sconforto.

Non sappiamo nemmeno piangere. D’altra parte nella prassi educativa c’è il perentorio invito a non piangere, a relegare le lacrime nella debolezza delle femminucce, a confondere il pianto con i piagnistei. Gli atleti che si commuovono escono rafforzati nella loro umanità. Va molto bene, purché non si ammettano le lacrime solo a comando e solo per fare un po’ di spettacolo in più.

Nella nota preghiera mariana del “Salve regina” si recita: “A te sospiriamo, gementi e
piangenti in questa valle di lacrime”. Può sembrare un’esagerazione, invece è o dovrebbe essere una constatazione. Si usa dire “ridere per non piangere”, sarebbe invece ora di puntare a “piangere per non ridere”.

La Repubblica fondata sul lavoro insicuro

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha avuto un colloquio telefonico con il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Andrea Orlando, per acquisire informazioni relative agli ultimi incidenti sul lavoro avvenuti in questi giorni e alle iniziative adottate dal ministero per contrastare gli incidenti e per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Lo ha reso noto l’ufficio stampa del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Nel corso della telefonata, viene riferito, il ministro Orlando ha informato il Capo dello Stato che il tema della sicurezza e della salute sul lavoro è sottoposto ad una costante ed incisiva attenzione sulla scorta della consapevolezza che in materia di prevenzione sia richiesta un’azione continua da parte degli organi di governo.

Il Ministero ha attivato una cabina di regia con il più ampio coinvolgimento di tutti gli attori, istituzionali e sociali. Con una lettera inviata al Ministro Speranza ed al Presidente Fedriga, è stata sollecitata la verifica del livello degli organici per la definizione degli standard di fabbisogno di personale nei servizi territoriali del personale ispettivo dell’Asl, organismo a cui la legge demanda la principale attività di vigilanza pubblica in materia.

Nel comunicato ministeriale seguono una sfilza di iniziative adottate per fare fronte alla ormai solita e tragica emergenza riguardante le morti e gli infortuni sul lavoro. Si tratta di un problema enorme, forse il primo dei problemi, se è vero, come è vero che l’Italia, in teoria, è una Repubblica fondata sul lavoro, mentre di fatto è fondata sul lavoro insicuro.

La nostra vita sociale è caratterizzata dai bollettini tragici: quello appunto dei morti sul lavoro, quello dei morti nelle carceri, il più recente è quello dei morti di Covid. Se vogliamo possiamo aggiungere anche i morti per droga. La nostra vita è una strada lastricata di cadaveri, ci abbiamo fatto l’abitudine, li schiviamo o li scavalchiamo bellamente e tiriamo avanti come se niente fosse.

Se ne parla per qualche giorno, ci si scandalizza, poi ognuno ritorna ai propri affari e si lascia che “i morti seppelliscano i morti”. Ho ripreso una frase evangelica, con la “piccola” differenza che Gesù la pone come premessa ad un impegno esistenziale e totale a servizio dei vivi per evitare che soffrano e muoiano, noi invece ce ne freghiamo altamente dei morti e dei vivi.

Non c’è attenzione, non c’è sensibilità, non c’è impegno, non c’è mobilitazione. Un sacco di leggi sostanzialmente inutili e/o inapplicabili, un sacco di adempimenti burocratici, un sacco di controlli formali: non voglio esagerare, ma la sicurezza sul lavoro è perseguita con le scartoffie. So benissimo che non è facile, ma proprio per questo bisognerebbe impegnarsi molto di più.

Siamo stanchi di accogliere immigrati salvo farli lavorare come bestie da soma; siamo preoccupati per il pil calante salvo produrre nell’illegalità e nello sfruttamento del lavoro nero; confondiamo l’imprenditorialità con la spregiudicatezza, il sindacalismo col corporativismo, la sicurezza con la paralisi burocratica, la politica con le chiacchiere, le inchieste con la sepoltura delle responsabilità.

Una mia simpatica conoscente mi definisce, tra l’ironia e la realtà, come un poeta. Tutto sommato sono lusingato di questo giudizio anche se prelude ad un confinamento nella categoria dei sognatori. E allora voglio chiudere questo commento un po’ sarcasticamente, richiamando e parafrasando le parole di un vero e storico poeta, Andrea Chenier, così come risultanti dall’opera lirica di Umberto Giordano su libretto di Luigi Illica.

“Sol l’occhio di Mattarella esprime umanamente qui un guardo di pietà, ond’io guardato ho a lui si come a una persona seria e dissi: Ecco la bellezza della politica! Ma, poi, a le parole dei governanti e di (quasi) tutti gli operatori socio-economici, un novello dolor m’ha colto in pieno petto in attesa drammatica del prossimo caduto sul lavoro”.

 

 

 

Il fascio-leghismo carsico

Togliere i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dal parco di Latina per sostituirli con quello di Arnaldo Mussolini, fratello del duce. L’idea è’ stata avanzata dal sottosegretario al ministero dell’Economia e plenipotenziario della Lega a Latina, Claudio Durigon, durante un comizio nel capoluogo pontino trovando immediatamente un fuoco di sbarramento da parte del Partito Democratico.

Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, il giudice ucciso dalla mafia nel ’92, replica ai giornalisti che le chiedono un commento: «Le parole del sottosegretario leghista Claudio Durigon lasciano allibiti tanto da credere impossibile che siano state realmente pronunciate. Confidiamo che il Presidente del Consiglio e il Consiglio dei Ministri prendano le distanze da questa proposta che non merita commenti». 

 La vicenda del parco – e le polemiche che si porta dietro – ha origini lontane e accompagna la storia della città’ praticamente dalla sua fondazione. Il parco, infatti, era originariamente intitolato al fratello minore del fondatore del fascismo. Nel 1943, l’arrivo delle truppe alleate in città’ convinse tutti a gettarsi alle spalle il passato recente e cancellare il nome di Mussolini. Questo fino al 1993 con l’elezione del sindaco Msi, Ajmone Finestra, che lo ripropose. L’ultimo intervento è stato dell’attuale sindaco Damiano Coletta: la scelta di dedicare il parco alla memoria dei due magistrati assassinati dalla mafia sembrava inattaccabile. Ma l’incombere di elezioni ha il potere di rimettere in discussione anche le scelte all’apparenza più’ condivise.

Ed ecco la proposta del sottosegretario leghista Claudio Durigon, lanciata mercoledì’ durante un incontro elettorale: «Questa è’ la storia di Latina che qualcuno ha voluto anche cancellare con quel cambio di nome a quel nostro parco, che deve tornare a essere quel parco Mussolini che è sempre stato, su questo ci siamo e vogliamo andare avanti». Parole che provocano la ferma risposta dei dem: «Giù’ le mani dal Parco Falcone e Borsellino!», si legge in un post dei deputati Pd: «Vogliono cancellare i nomi di due eroi dell’antimafia per ripristinare i riferimenti al ventennio. Questo la dice lunga sui danni che la destra potrebbe produrre a Latina. Il Parco di Falcone e Borsellino non si tocca!». 

Ho ripreso testualmente una notizia dal sito internet de La stampa: faccio sinceramente fatica a trovare le parole per commentare una simile idiozia. La cazzata però non è stata raccolta in un bar frequentato da nostalgici o in un covo di neofascisti in vena di provocazione, proviene da un membro del governo, esponente di un importante partito come la Lega, definito addirittura come plenipotenziario leghista in quel di Latina, non l’ultimo dei paesini italiani.

Alcuni, forse troppi, si devono mettere bene in testa che il fascismo in Italia non deve più esistere nemmeno nelle fantasie dei cretini più e meno investiti di incarichi pubblici. Su questo non si può transigere. Non c’è revisionismo che tenga. Claudio Durigon dovrebbe dimettersi immediatamente dal governo: se non lo farà, Mario Draghi dovrebbe espressamente e rigorosamente chiederglielo e pretenderlo.

Quanto alla Lega siamo alla pura follia. Con Umberto Bossi a capo del partito queste stupidaggini non succedevano: ne succedevano altre, d’accordo, ma i rigurgiti fascisti non avevano alcun spazio. Matteo Salvini, protagonista di un “liberi tutti” da far accapponare la pelle, si dovrebbe vergognare perché ha grandi responsabilità in merito a questa vomitevole deriva destrorsa. Forse vuole fare concorrenza ai Fratelli d’Italia: quali fratelli e quale Italia?

Qualcuno dirà che si tratta del solito colpo di sole agostano. No, il sole non c’entra niente. Purtroppo ha sempre più ragione mia sorella Lucia: sosteneva, con la sua solita spietata franchezza, che gli Italiani sono rimasti fascisti. Non tutti, ma esiste una sorta di fiume carsico, che ogni tanto riemerge con forza in superficie. Durante il periodo storico del sessantotto alle manifestazioni giovanili veniva scandito uno slogan durissimo, ma tuttora adottabile senza stare a sottilizzare: “Fascisti carogne, tornate nelle fogne!”.

Sali e Tabacci

Bruno Tabacci, sottosegretario a palazzo Chigi e braccio destro di Mario Draghi, perde la delega allo Spazio. All’origine del provvedimento, peraltro innescato da una dignitosa e “spintanea” rinuncia da parte dell’interessato, il possibile conflitto di interesse dopo l’assunzione del figlio in «Leonardo», azienda che si occupa anche di spazio. La delega allo Spazio potrà ora andare a un ministro senza portafoglio, secondo quanto prevede una norma del decreto legge sul Green Pass.

Simone Tabacci, 49 anni, è stato assunto nella partecipata di Stato Leonardo, colosso nel settore della difesa e dell’aerospazio, all’interno della divisione Strategic equity, che si occupa delle partecipazioni e delle joint venture dell’azienda.

Naturalmente la cosa ha innescato polemiche e discussioni. Mi ha ricordato un fatto avvenuto nel 2015, la vicenda del ministro Maurizio Lupi e di un Rolex da 10mila euro al figlio, in occasione della laurea. Un regalo, assai più galeotto rispetto all’assunzione di Simone Tabacci, fatto indirettamente all’allora ministro delle Infrastrutture, che secondo un giudice di Firenze rientrava nell’inchiesta sulle tangenti per gli appalti legati alle grandi opere. Lupi fu costretto a dimettersi dal governo di quel periodo.

Da una parte mi sembrano delle rigorose esagerazioni: è “umano” che il figlio di un sottosegretario venga assunto in un’azienda più o meno pubblica ed è altrettanto “comprensibile” che il figlio di un ministro riceva un regalo da persone del “giro”. Non mi scandalizzo, ci sono in giro cose peggiori, per anni e anni abbiamo avuto un presidente del Consiglio in clamoroso, persistente e gravissimo conflitto di interessi, abbondantemente votato dagli elettori, i quali pensavano che un soggetto politicamente capace di perseguire i propri interessi potesse, in fin dei conti, essere capace di curare anche quelli della collettività: una illusione tipicamente alla base del consenso verso i dittatori, che ci fece navigare sull’orlo o tra le onde ( a seconda dei pareri) di un vero e proprio regime. Non mi dilungo oltre.

Tuttavia il conflitto di interessi è una gran brutta bestia da cui bisogna tenersi alla larga: un giorno parlando con un carissimo collega ne facevamo una casistica virtuale per concludere che in pochissimi potevano veramente considerarsi indenni da questo peccato. Anzi arrivavamo a ipotizzarlo in capo a tutti coloro che, a diversi livelli, operano in campo pubblico e privato. Tutti colpevoli, nessun colpevole? Non così, ma forse un po’ di comprensione non guasterebbe.

Così come non guasterebbe un po’ più di prudenza da parte dei politici investiti di importanti cariche pubbliche. Mi risulta che Enrico Berlinguer fosse nettamente contrario all’ingresso in Rai come giornalista di sua figlia Bianca. Aveva ragione per ben due motivi. Come amaramente pensava lui stesso, avrebbero detto che si trattava di una raccomandata di ferro, quindi…E poi forse anche lui sapeva che sua figlia non era una cima e che forse era meglio facesse un po’ di gavetta. Non so se Bianca entrò in Rai prima o dopo la morte del padre, fatto sta che ci entrò, c’è tuttora, ha navigato a latere dei D’Alema di turno, usufruendo di un clima piuttosto generalizzato di tallonamento politico, come del resto quasi tutti i giornalisti Rai: il sistema è questo. Non è bello, ma è così. Ricordiamo la schietta ammissione di Bruno Vespa: disse che il suo editore era il Parlamento, di cui la Democrazia cristiana rappresentava il partito di maggioranza. Per non indagare tra i nani e le ballerine di craxiana memoria.

Nei Paesi anglosassoni sono tremendamente attenti ai delicati aspetti della vita privata dei politici: per un nulla sono costretti a dimettersi su due piedi fior di ministri. Un vero e proprio bigotto accanimento. Però alla fine non hanno tutti i torti. Chi governa dovrebbe avere testa e mani libere, senza subire condizionamenti provenienti da legami parentali, sentimentali, sessuali, professionali, etc. etc.  È una questione etica. Di solito, però, prima di scagliare la pietra bisognerebbe essere senza peccato e non guardare solo la pagliuzza di Lupi e Tabacci, ma fare attenzione anche alle travi palesi ed occulte sistematicamente e clamorosamente presenti nel nostro sistema.

Come ho già recentemente scritto (lo preciso per non cadere inesorabilmente nella presunta patologia arteriosclerotica), mio padre dava una interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti con malcelato sarcasmo, facendo riferimento al palazzo del potere più fisicamente a lui vicino: «Bizoggna butär tùtt in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione da osteria della impostazione affaristico-massonica della nostra società.

 

I balletti intorno al sistema

Nel M5S si è avuta una vera e propria valanga di insulti contro Giuseppe Conte, leader in pectore dei grillini: è partita la rivolta organizzata, oltre 40 mila tweet nel giorno del voto sullo statuto. L’hashtag #ConteServoDelSistema è tra i più usati su Twitter, da fonti 5 stelle sospette di vicinanza alla Lega o da ex pentastellati riuniti sotto altri simboli.

Nel giorno in cui gli iscritti del Movimento 5 stelle sono stati chiamati a votare il nuovo statuto, una valanga di critiche e di insulti ha colpito Giuseppe Conte. Il suddetto hashtag ha cominciato a scalare la classifica degli argomenti più twittati dagli utenti. Si è trattato principalmente di commenti negativi rivolti verso l’ex presidente del Consiglio, colpevole – secondo chi lo attacca –  “di essersi venduto al sistema”.

In effetti la versione perbenista, in giacca e cravatta, incarnata da Conte, non appare molto convincente e trascinante. Il movimento, giunto alla frutta, ha riprovato a partire da un piatto difficile da ingoiare e ancor più da digerire, anche se presentato con una notevole spruzzata di giustizialismo antigovernativo. Evidentemente non è bastato a fugare dubbi, perplessità e contrarietà.

Quando si è costretti a stare insieme, pur avendo pochissime cose in comune, si fa molta fatica e non basta il discutibile carisma contiano a sostituire il declinante e paternalistico istinto grillino. Intendiamoci bene: Conte non è un venduto né un servo del sistema, è un coniglio uscito dal cilindro che ci ha preso gusto e, anziché rientrare pavidamente nella conigliera, ha ritenuto di puntare spavaldamente alla leadership di un movimento sempre più attaccato ai suoi pantaloni. Credo che l’innamoramento stia trasformandosi in matrimonio di interesse e che non regga all’urto della base degli iscritti e ancor più degli elettori.  Una non leadership di un ex movimento sotto lo sguardo imbarazzato di un ex guru.

Se Giuseppe Conte non è venduto al sistema, è altrettanto vero che il M5S non è mai stato un partito anti-sistema. Ammesso e non concesso che lo volesse veramente essere, non ha fatto in tempo a provarci. Niente anti-sistema quindi e nemmeno forza politica nel sistema: né carne né pesce. È arrivato il “vegano Giuseppi”, ma lo vedo piuttosto traballante. Lo dico con dispiacere, perché ho sempre guardato con ansia e apprensione all’esperienza grillina, confidando nella sua capacità di interpretare e rappresentare la protesta, pericolosamente affascinata da un pericolosissimo qualunquismo o distratta dalle velleità populiste di casa nostra. Missione non compiuta e la valanga di uova marce informatiche contro Conte lo dimostra in modo lampante.

Mentre i cinquestelle non ne vogliono sapere di sistema, i Dem di Siena, dove il segretario si gioca l’elezione in Parlamento, vogliono rimanere abbarbicati al sistema, nella versione legata al loro passato, pensano ad alta voce e si affidano a Letta: “Un disastro se Mps sparisce, lui può convincere Draghi”. A cosa? A non fare assorbire il Monte dei Paschi di Siena da Unicredit. I democratici chiedono cioè a Letta di difendere il passato riconducibile, pregi e difetti, alla tradizione comunista. Il Pci aveva una banca e i democratici non vogliono rinunciare a questa scomoda e problematica eredità.

Non so se obiettivamente esistano i presupposti economici per mantenere in vita un istituto di credito indubbiamente legato al territorio, ma anche ad una concezione squisitamente comunista, alquanto superata: il richiamo della foresta continua però a farsi sentire e Letta ne dovrà tenere conto. Una bella grana! Emerge continuamente la precarietà della fusione sulla base della quale è nato il partito democratico. Fino a qualche tempo fa ero portato a credere che la sua debolezza non avesse connotati ideologici ma politici.  Devo in parte ricredermi.

Ho sempre nutrito grande rispetto e considerazione per il Pci, ma è ora di voltare pagina senza paura di buttare il bambino assieme all’acqua sporca: in Monte Paschi infatti c’è dell’acqua sporca che va eliminata e non riciclata per motivi di salvaguardia affaristica, elettorale e clientelare. Negli armadi della sinistra senese ci sono dei cadaveri politici in putrefazione: puzzano e bisogna drasticamente rimuoverli. Sono curioso di vedere come Letta affronterà questo inghippo: se lo è trovato fra capo e collo. Un motivo in più per giudicare azzardata, frettolosa e presuntuosa la sua scelta di scendere personalmente in campo a Siena.

 

Il bazooka dell’obbligatorietà e il fioretto della persuasione

Daniele Giovanardi, un medico bolognese, fratello dell’ex senatore, in una recente intervista ha dichiarato: “Sono un medico e l’iniezione mi sembra più rischiosa del virus anche se ho fatto fare il vaccino a centinaia di persone a rischio Non sono un no vax. Chi ha fatto una scelta diversa non è un cittadino di serie B”.

Che un medico faccia simili affermazioni in un contesto di comportamento professionalmente ineccepibile è un fatto che merita comunque attenzione e considerazione. È la dimostrazione che esistono valutazioni e pareri diversi, che sul vaccino anti-covid non esiste un pensiero unico politicamente corretto e dominante, che possa silenziare, diffamare e delegittimare chiunque osi pensare diversamente.

Alla vigilia dei provvedimenti governativi, nel mondo scolastico esistono 280mila persone che hanno per ora rifiutato di immunizzarsi. Saranno tutti dei soggetti retrogradi ed oscurantisti? Andiamo adagio: potrebbero sbagliare, ma se sbagliassero quanti fanno cadere dall’alto certezze che tali non sono?

Il dato più preoccupante della pandemia è stato fin dall’inizio la clamorosa contraddittorietà della scienza e degli organismi ad essa riferibili, che hanno sputato sentenze salvo sistematicamente rimangiarsele a distanza di poco tempo. In buona sostanza ed in estrema sintesi il discorso è questo: l’unica arma che abbiamo in mano per combattere il covid è il vaccino anche se non siamo sicuri della sua efficacia, della sua tollerabilità, della sua innocuità. Si può quindi rendere obbligatoria, direttamente o indirettamente, la vaccinazione sulla base di questo pragmatismo, che di scientifico ha poco o niente e che si basa su una sorta di “si salvi chi può”?

L’obbligatorietà mi sembra non abbia fondamento scientifico, giuridico e sociale: è una scelta politica in una materia dove la politica dovrebbe entrare con estrema cautela e grande discrezione e non a gamba tesa. Si dovrebbe semmai limitare a tentare di persuadere, se ne è capace, le persone ad affrontare seriamente il problema e a scegliere in coscienza il migliore atteggiamento possibile.

Il governo è in difficoltà anche perché ha puntato troppo le sue carte sulla vaccinazione, facendola diventare un fatto ideologico di scontro fra progressisti e reazionari, fra scienza e superstizione, fra razionalità e paura. Ora rischia di trovarsi contro la piazza e sembra usare il bastone dell’obbligo e la carota della persuasione, coinvolgendo al riguardo i sindacati.

Posso essere clamorosamente realista? Se consideriamo la credibilità dei sindacati, sarebbe meglio lasciar perdere…un parere sindacale favorevole all’obbligatorietà o comunque indirizzato a convincere i lavoratori a sottoporsi a vaccinazione rischierebbe di causare un autentico boomerang vaccinale.  È male impostata una propaganda fondata sul parere dei big dello spettacolo, del sindacato, della politica, della cultura: anche la Rai ha perso un’occasione per stare un po’ zitta, finendo col legare l’asino dove vuole il padrone, ma irritando l’asino che peraltro asino non è.

Persuasione o obbligo: questo sembra il dilemma politico del governo e di Draghi, che mi auguro non passi alla storia come “l’Amleto del vaccino”. Il premier non ha commesso finora gravi errori. Le uniche scivolate, piuttosto scioccanti e imbarazzanti, le ha fatte in materia di vaccinazione. Quando ha dichiarato “assurdo vaccinare uno psicologo di 35 anni”, intendendo dare priorità agli anziani, ma dimenticando che proprio un “suo” decreto obbligava a vaccinare tutti gli operatori sanitari, tra i quali sono compresi a pieno titolo gli psicologi. Quando intervenendo a richiesta sugli appelli no-vax di diversi politici, è stato categorico: «L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, senza vaccinazione si richiude tutto, di nuovo. Ora il vaccino si sta diffondendo e grazie a questo le conseguenze sono meno serie rispetto a quelle che abbiamo visto mesi fa». Dichiarazione azzardata e sbagliata da tutti i punti di vista (Aldo Moro al suo posto non avrebbe mai speso parole così imprudenti e istintive a costo di usare espressioni elusive e sfuggenti).

Sono stati così malamente serviti coloro che giudicano Draghi un personaggio asetticamente chiuso nel suo aplomb professionale e profondamente delusi quanti (come il sottoscritto) hanno grande fiducia nell’equilibrio e nella prudenza di un servitore della Repubblica.  Speriamo che, nel prosieguo dell’azione di governo in materia di pandemia, il sano pragmatismo di un tecnico prestato alla politica prevalga sull’anacronistico ideologismo di un politico prestato alla scienza.