Coi tatuaggi non si scherza

Andrea Colonnetta, 22 anni, di Reggio Calabria, studente di Scienze economiche, ha deciso di farsi tatuare il Green Pass sul braccio. L’immagine, che il ragazzo ha postato su Instagram, ha immediatamente fatto il giro del web.  «Così ce l’ho sempre con me» ha scritto il ragazzo sul web condividendo il tattoo, realizzato da Gabriele Pellerone. Il ragazzo ha spiegato così la scelta: «È stato come dipingere un momento particolare della mia vita. Ho voluto rappresentare le difficoltà del momento attraverso un tatuaggio che resterà indelebile e rappresenterà un periodo storico della mia esistenza».

L’autore del tatuaggio ne ha immortalato le fasi di realizzazione sul suo profilo Facebook con tanto di prova finale, la verifica che il Qr code, una volta inquadrato con uno smartphone, riportasse effettivamente all’indirizzo web collegato.  Andrea e Gabriele l’hanno testato andando al McDonald’s, anche se hanno dovuto insistere un poco per convincere la persona all’ingresso del locale a scansionare il Qr sul braccio. «Ci si tatua per diversi motivi – ha scritto in un post Pellerone – anche per ricordare un periodo storico come questo, e tutto ciò che ha generato o lasciato durante il suo percorso». «A prescindere da ciò – ha concluso – non esiste un modo oggettivo di vedere le cose, che sia nel bene o nel male, ogni persona ha una storia da raccontare ed un proprio modo di vedere o interpretare ogni cosa, oltre ogni forma di pregiudizio».

E i social si sono subito scatenati con una valanga di commenti. Qualcuno ha subito fatto notare che il Green pass dura solo nove mesi: «E dopo? Non lo può più usare». Altri approvano la scelta di Andrea: «Il tatuaggio è personale. Questo è sicuramente stato un momento che ha cambiato la vita di tutti, pertanto ritengo originale e bello il tatuaggio. Fra 50 anni questo ragazzo avrà una storia da raccontare parlando del suo tatuaggio», si legge sotto l’immagine del Green pass tatuato. «Ricorderà per sempre questo momento difficile che stiamo vivendo», scrive ancora un altro.  (notizia presa da La stampa del 21 agosto 2021).

Da patentato matusa qual sono, non sono ancora riuscito a capire cosa ci sia di interessante nei tatuaggi esibiti da tante persone, a volte in modo clamorosamente esteso a quasi tutto il corpo: una moda, una originalità che non è più tale, un tentativo disperato di comunicare chissà cosa, un semplice esibizionismo, una protesta contro la superficiale e levigata bellezza dei corpi? Ecco perché ho, in un certo senso, apprezzato l’iniziativa del giovane di cui sopra, che almeno ha voluto dare un esplicito significato al suo tatuaggio: una sorta di testimonianza storica di un periodo da non dimenticare.

Tuttavia non vorrei che nel subconscio di questo ragazzo ci fosse, ingenuamente e involontariamente, un richiamo a qualcosa di assai più inquietante, una sorta di tacito esorcismo verso un passato tragico.  Hanno recentemente scritto i filosofi Giorgio Agamben e Massimo Cacciari: “Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso pratiche di discriminazione, all’inizio magari contenute e poi dilaganti. Non a caso in Cina dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine della pandemia. E varrà la pena ricordare il “passaporto interno” che per ogni spostamento dovevano esibire alle autorità i cittadini dell’Unione Sovietica. Quando poi un esponente politico giunge a rivolgersi a chi non si vaccina usando un gergo fascista come “li purgheremo con il green pass” c’è davvero da temere di essere già oltre ogni garanzia costituzionale”. 

Già il green pass porta comunque in sé qualcosa di discriminatorio, non aggiungiamogli ulteriori segni distintivi sulla pelle o magari sugli abiti. Potrebbe essere un’idea per gli stilisti e i creatori di moda…

Come non ricordare la macabra e orrenda prassi adottata nei lager nazisti. Il numero era tatuato sul braccio sinistro del prigioniero, dapprima attraverso uno speciale timbro di metallo, sul quale venivano fissate cifre interscambiabili, fatti di aghi della lunghezza di un centimetro e successivamente attraverso l’uso di singoli aghi, utilizzati per eseguire punture sull’avambraccio. Dalla pratica del tatuaggio erano esentati i cittadini tedeschi e i prigionieri “da educare”, nonché i detenuti provenienti da Varsavia durante l’insurrezione dell’Agosto-Settembre 1944 ed alcuni ebrei deportati dopo il 1944.

Il numero di matricola, inoltre, era impresso su un pezzo di tela cucito sul lato sinistro della casacca, all’altezza del torace e sulla cintura esterna della gamba destra dei pantaloni. Al numero era associato un contrassegno colorato, che identificava le diverse categorie di detenuto:

  • un triangolo rosso identificava i prigionieri politici, nei cui confronti era stato spiccato un mandato di arresto per ragioni di pubblica sicurezza;
  • una stella a sei punte di colore giallo identificava i prigionieri ebrei; dalla metà del 1944 gli ebrei vennero contrassegnati come le altre categorie, ma con l’apposizione sopra il distintivo triangolare di un rettangolo di stoffa giallo;
  • un triangolo verde identificava i prigionieri criminali comuni;
  • un triangolo nero identificava gli asociali;
  • un triangolo blu veniva attribuito agli immigrati, agli apolidi e ai rifugiati all’estero della guerra Repubblicana di Spagna;
  • un triangolo viola identificava i testimoni di Geova;
  • i religiosi cristiani ricevevano il triangolo di colore rosso, perché generalmente internati in seguito ad azioni rivolte contro l’autorità;
  • un triangolo rosa identificava i prigionieri omosessuali;
  • un triangolo marrone identificava i prigionieri zingari.

Forse (?) ho esagerato, ma l’ho fatto per rendere l’idea e mettere in guardia un po’ tutti, ma anche quell’ingenuo giovane, che ha voluto ricordare con un tatuaggio un periodo storico. Ci sono dei tristi precedenti, quindi meglio lasciare perdere la storia e tornare alla pur triste attualità, per la quale facciamo di tutto, finendo col renderla ancora più triste.

 

I bacchettoni senza bacchette

Quando Cicciolina entrò in Parlamento, i commenti, dal sarcastico al bigotto, si sprecarono. Chi diceva che la discutibile deputata offriva merce propria, molto meglio dei suoi colleghi che si impossessavano della merce altrui; chi si scandalizzava sostenendo che la politica stava toccando il fondo; chi si divertiva a fare dell’ironia sul Parlamento ridotto a teatrino hard o ad autentico casino; chi, come il sottoscritto, rimaneva imperterrito ad osservare, sforzandosi di dare un senso all’ennesima provocazione pannelliana. Ed ecco che la storia si ripete. Riporto di seguito dal quotidiano La repubblica.

“È durata appena due giorni la candidatura di Tina Ciaco, in arte Priscilla Salerno, candidata alle elezioni comunali di Salerno sotto il simbolo del Nuovo Psi. Lo stop è arrivato da Gigi Casciello, deputato di Forza Italia che, insieme a Lega, FdI e Udc, appoggia la corsa di Michele Sarno a sindaco del capoluogo di provincia campano. Il motivo del rifiuto sta nella professione esercitata dalla ormai ex candidata. Ciaco, infatti, è un’attrice hard di successo. Era scesa in campo con l’obiettivo di impegnarsi su temi legati alla discriminazione e ai diritti delle donne. Una promessa che non è servita a sgomberare il campo dai pregiudizi che si annidano nella coalizione locale di centrodestra.

La candidatura di Tina Ciaco era stata annunciata con entusiasmo dai vertici regionali e nazionali del Nuovo Psi. “Priscilla, in questi ultimi anni, ha condotto battaglie importanti sui rischi del revenge porn, è stata in prima fila per denunciare le violenze contro le donne”, aveva detto Antonio Di Cunzolo, coordinatore provinciale del partito. Anche il segretario nazionale Lucio Barani aveva accolto positivamente la candidatura dell’attrice: “I socialisti sono sempre stati dalla parte di chi combatte i pregiudizi e di chi si caratterizza per battaglia di libertà e civiltà”.

Ciaco, in caso di elezione, avrebbe usato il suo posto in Consiglio comunale per occuparsi di temi legati alla discriminazione nei confronti delle donne. Non solo: aveva anche annunciato un giro per le scuole con l’obiettivo di insegnare agli studenti come riconoscere e prevenire i rischi legati al mondo del web. “Combatto da tre anni contro il revenge porn e la violenza domestica, la pedofilia infantile. Collaboro con magistrati, do credito a giovani avvocati affinché capiscano bene il significato di questa parola che è ancora sconosciuta”. Sono le parole concesse all’emittente Ottochannel 696 poco dopo la notizia del veto sulla sua candidatura.

A stoppare la corsa della pornostar è stato il deputato forzista Gigi Casciello che, attraverso un post su Facebook, ha bloccato l’iniziativa di Ciano e del Nuovo Psi definendola una “proposta, bizzarra, discutibile e strumentalmente pubblicitaria”. Il parlamentare ritiene che ci siano “modi sicuramente più autorevoli e credibili per tutelare i diritti delle donne”, precisando che da parte sua “non c’è alcun giudizio moralistico”. Un’affermazione che non convince la diretta interessata, sicura che se “si fosse candidata Tina Ciaco non ci sarebbero stati problemi, ma si è candidata Priscilla Salerno”, sostiene.

Tra i commenti al post di Casciello c’è chi gli fa notare che quella di candidare personaggi legati al mondo dell’hard è una scelta “che la politica ha già fatto in passato”. Trentaquattro anni fa, per l’esattezza. Quando il Partito Radicale candidò Ilona Staller, in arte Cicciolia, alla Camera dei Deputati. O quando tra le fila dell’assemblea nazionale del Partito democratico sedeva l’attrice hard Malena, pseudonimo di Filomena Mastromarino. “Spero di dare un contributo e di essere giudicata, senza pregiudizi, per le battaglie che intendo fare”, aveva detto Ciaco. Una speranza morta e sepolta nel giro di poche ore.”

Sarò franco come al solito. Ho un mio concetto di moralità, alquanto diverso da quello ipocrita e perbenista vigente nella nostra società. Ritengo che tutti, a prescindere dalla loro professione, abbiano il diritto/dovere di concorrere alla vita pubblica e di impegnarsi in essa. Non vedo quindi niente di straordinario ed inaccettabile nel fatto che un’attrice, di cui non conosco l’effettiva attività, peraltro sbrigativamente definita pornografica, si candidi a consigliera comunale di una città di cui porta il nome d’arte.

Ci sarebbe da aprire una lunga discussione su cosa intendere per pornografia e sulla portata di questo fenomeno. Mi limito a scandalizzare gli scandalizzati o gli scandalizzandi, affermando che preferisco la pornografia conclamata a quella subdola, meglio gli sporcaccioni e le sporcaccione in prima persona, nudi come mamma li fece, piuttosto degli sporcaccioni in giacca e cravatta. Monsignor Riboldi, battagliero vescovo di Acerra, durante un convegno affermò di avere scioccato le suore della sua diocesi dicendo apertamente di preferire la pornografia pura a certi spettacoli televisivi ammantati di perbenismo.

Chi se lo sarebbe aspettato? É partito il coro forzitaliota, dei seguaci di colui che di pornografia aveva riempito le stanze della politica, richiamandosi alla libertà sessuale. Berlusconi ingaggiava eserciti di donnine elegantemente pronte a prostituirsi e loro si stupiscono se un’attricetta ruspante di successo vuole dire la sua in consiglio comunale. Più ipocrisia di così…

Mi schiero apertamente dalla parte di Tina Ciaco, non sopporto le discriminazioni e le squalifiche perbeniste, mi congratulo con le buone intenzioni di una donna a prescindere dalle sue scelte professionali. Parliamoci chiaro: i candidati al consiglio comunale di Salerno saranno poi tutti professionisti di specchiata moralità? Pagheranno tutti regolarmente le tasse? Saranno tutti castigatissimi uomini e donne di moralità ineccepibile?

Qualcuno mi dirà che così facendo, vale a dire candidando una persona che della trasgressione fa un mestiere, significa legalizzare certi comportamenti e aprire le porte a tutto e tutti. Può essere anche vero, ma preferisco assorbire la sincera trasgressione convertendola in positivo, piuttosto che sorvolare sulla trasgressione sotto copertura, che rovina le istituzioni.

È pur vero che la Costituzione recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Aspettiamo che a Tina Ciaco venga affidata la funzione pubblica di consigliera comunale, poi verificheremo che l’adempia con disciplina e onore.  Non giudichiamola e squalifichiamola in anticipo.

Quanto infine alla strumentalità con cui vengono varate le candidature alle cariche elettive, chi è senza peccato scagli la prima pietra. E poi, insomma, la candidatura di Priscilla Salerno porterebbe voti o li farebbe perdere al partito o alla coalizione che la ospiterebbe? Si mettano d’accordo!

 

 

 

 

La catarsi vaccinale

Col passare dei giorni e dei contagi c’è un paese sulla punta della lingua di molti scettici del vaccino. È tutto un brulicare di post su Israele, che malgrado abbia vaccinato tantissimo, si trova nel mezzo di una nuova ondata di infezioni. E per di più, dichiarano le autorità sanitarie, la maggior parte dei tamponi positivi e dei ricoveri in ospedale riguarda persone con doppia immunizzazione (così Tommaso Carboni su La Stampa).

Tutto ciò mentre in Italia sembra che gli ospedali ricomincino a scoppiare, ma di soggetti contagiati e non vaccinati, che provocherebbero addirittura l’irritazione del personale sanitario addetto. E allora come la mettiamo?

Israele all’inizio della campagna vaccinale era preso a riferimento come Paese virtuoso da invidiare e imitare per la tempestività e la organicità con cui portava avanti una immunizzazione di massa. Adesso, contrordine compagni, tutto sbagliato e tutto da rifare o almeno tutto da dubitare?

Vogliamo una buona volta fare un po’ di chiarezza sulle cifre in campo. I contagiati sono o non sono vaccinati e in quale misura? I morti a quale fascia di età appartengono e siamo proprio sicuri che siano tutti deceduti per covid? I deceduti sono stati previamente ricoverati in terapia intensiva? I reparti di rianimazione sono o non sono di nuovo in emergenza e cosa si è fatto per evitare strutturalmente e organizzativamente questo prevedibile rischio? A che punto è la campagna vaccinale sul piano quantitativo: siamo in grado di dirlo o abbiamo perso il controllo della situazione in conseguenza di un autentico casino degli hub vaccinali spuntati come funghi in una corsa tardiva e confusa al recupero di una situazione assai precaria, complessa e confusa?

Il papa ha pontificato (d’altra parte dovrebbe essere il suo mestiere) e gli ha fatto eco il presidente Mattarella (pontificare non dovrebbe essere il suo mestiere): «Vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un atto di amore. E contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini è un atto di amore. Amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli. L’amore è anche sociale e politico, c’è amore sociale e amore politico, è universale, sempre traboccante di piccoli gesti di carità personale capaci di trasformare e migliorare le società». Siamo proprio sicuri che sia così? E aiutare i malati terminali a concludere dignitosamente la loro esistenza quando non ne possono più non è un atto d’amore? E se qualcuno (come il sottoscritto) non se la sente di sottoporsi a vaccinazione per motivi di coscienza o per motivi di rischio eccessivo a cui sottostare (è il mio caso!), lo mandiamo all’inferno della discriminazione sociale e dell’egoismo religioso?

Stiamo attenti a non santificare eccessivamente e sbrigativamente scienza e prassi sanitaria ed a non criminalizzare chi resta, per vari e anche validi motivi, fuori dal coro. Penso che la verità non l’abbia in tasca nessuno e che gli ondivaghi andamenti pandemici, le sempre più strane contraddizioni scientifiche, l’atteggiamento indisponente e incoerente dei pubblici poteri lo dimostrino ampiamente.

A papa Francesco ricorderei quanto pensa e scrive il filosofo Giorgio Agamben in modo schietto e provocatorio: «La Chiesa, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede». Agamben si riferisce all’appiattimento della Chiesa sull’accettazione di fatto del lasciare morire i malati di covid soli come cani, nel rassegnarsi a non seppellire cristianamente i morti, nel collocare in priorità la salute dei superstiti rispetto alla carità verso i morenti.

Non vorrei che persino il papa, sempre così attento e impegnato verso gli ultimi e i sofferenti, si lasciasse distrarre dall’onda pseudo-scientifica della sopravvivenza a tutti i costi, dalla difesa della vita a corrente alternata, dalla superficiale catalogazione di uomini e donne in buoni o cattivi a seconda dell’aria (di regime anti-covid) che tira.

 

L’inarrivabile re di cuori e il miglior fante di picche

È proprio vero che nulla avviene per caso. In questi giorni mi sono imbattuto in una ricostruzione storica della vita di Alcide De Gasperi con particolare riferimento agli anni del secondo dopo-guerra. La drammatica situazione di allora ha non poche analogie con quella odierna almeno nel senso di cercare il bandolo delle numerose matasse aggrovigliate.

Qual è la differenza fra un semplice cristiano e un santo? La vera diversità sta nel fatto che il santo ci crede davvero e si vede, mentre il cristiano di fila dice di crederci e non si vede. Non voglio mischiare il sacro col profano, ma Alcide De Gasperi, indipendentemente dall’esito che potrà avere la sua causa di beatificazione, era un santo della politica e della democrazia.

Gli dobbiamo molto: se l’Italia, uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale, ha saputo e potuto rialzarsi e stare all’onore del mondo, lo deve anche e soprattutto a De Gasperi. Riascoltando alcuni passaggi dei suoi discorsi mi sono letteralmente commosso: quella era la politica con la “p” maiuscola! La sua capacità di coniugare vita pubblica e privata era veramente esemplare da tutti i punti di vista. Sapeva essere leader di partito e statista, sapeva rispettare e farsi rispettare, sapeva essere umile ma convincente. Un autentico gigante a servizio dell’Italia, della nascente Europa e del mondo intero. Cose scontate? Cose storiche da incorniciare, ma da rileggere continuamente perché hanno molto da insegnarci.

Proprio in questo periodo stiamo rilevando come l’attentato terroristico alle torri gemelle non abbia dato una scossa benefica alla politica internazionale, ma sia stato l’inizio di una serie di errori clamorosi, che non si è ancora conclusa. La recente pandemia sembra non averci insegnato niente: tutti si riempiono la bocca con lo slogan che “nulla sarà come prima”, mentre stiamo, giorno dopo giorno, vedendo che “tutto è peggio di prima”. Perché?

Resto in Italia. La classe politica è chiaramente inadeguata ad affrontare l’esplosiva situazione che stiamo vivendo. Lo vede un cieco. Lasciamo stare se gli italiani lo meritino o se la scarsa qualità della politica superi i demeriti degli italiani. Fatto sta che manca una guida autorevole capace di rilanciare su basi nuove la vita del Paese.

Guardando con il dovuto interesse la trasmissione messa opportunamente in onda da Rai storia in concomitanza con l’anniversario della morte di De Gasperi avvenuta il 19 agosto del 1954, ho provato a fare un parallelo fra il meglio del convento post-bellico e quel che passa il convento oggi. Sì, ho tentato un confronto fra Alcide De Gasperi e Mario Draghi, lasciando stare i rispettivi contorni.

Devo ammettere di esserne uscito con le ossa rotte: devo confessare, impietosamente e trivialmente, che forse Draghi assomiglia a De Gasperi solo nel “pisciare”. De Gasperi era un grande statista, Draghi è un grande tecnocrate: la differenza è abissale. Il primo aveva un grande cuore, il secondo ha solo un grande cervello. So benissimo che con queste lagnose analisi non si conclude niente, anzi si rischia di seppellire sotto paragoni impossibili, quel po’ di buono su cui stiamo galleggiando.  So benissimo come le situazioni siano cambiate e si debba dare a Draghi quel che è di Draghi. Me lo sono “sgolosato” per tanto tempo e, adesso che ce l’ho, faccio il difficile.  Chiedo scusa, forse sono ingeneroso, ma De Gasperi mi rovina la bocca.

L’altra sera l’attuale premier italiano ha rilasciato un’intervista in merito alle strategie e tattiche da adottare per far fronte all’emergenza talebani: non c’è che dire, un bel compitino senza errori e sbavature. Alla fine mi sono chiesto: basterà? Non ho azzardato una risposta compiuta, avevo quasi il timore di disturbarlo, di sottovalutarlo, di essere ingrato, di pretendere troppo se non l’impossibile. Poi è arrivato il ricordo di De Gasperi e allora… mi sono chiesto se forse non stiamo facendo “santo subito” un personaggio molto in gamba, che però ha ancora molte cose da dimostrare. Il fatto che non ci siano alternative non vuol dire che la santità sia un fatto relativo. Quindi, scherziamo coi fanti e lasciamo stare i santi.

 

 

L’ostentazione del nulla

Diletta Leotta, conduttrice televisiva, ha festeggiato i suoi 30 anni in una località vicino a Catania, sua città natale, con una festa nella villa con piscina che ha ospitato l’evento, interamente allestita con addobbi e arredi bianchi e trionfi di limoni siciliani, un party con ballerini, acrobati e performer.

Sui social si è scatenata la polemica per alcune foto in cui si vedono delle giovani donne “trasformate” in lampadario: le ragazze infatti hanno un paralume sulla testa. “Le donne lampadario a un compleanno di una donna nel 2021 per me sono degradanti” ha twittato qualcuno.  “Le ragazze usate in stile soprammobile sono un qualcosa di riprovevole” fa eco qualcun altro. “Per il suo compleanno, colei che ribadisce che la bellezza “capita”, ingaggia delle donne per vestirsi da lampadario” è un altro dei commenti di riprovazione.

“Ciao, che lavoro fai? La donna-lampadario ai compleanni delle vip che fanno discorsi edificanti a Sanremo” dice ancora un altro. Qualcuno fa notare anche: “Magari non è una sua scelta, forse è l’agenzia che si occupa di questi eventi a partorire boiate del genere. In ogni caso, se sei un personaggio pubblico, non puoi accettare che vengano usate “donne-lampadario” alla tua festa”.

Infine c’è chi pensa ci siano emergenze più importanti in questo momento: “Diletta Leotta, nel bene e nel male, è in tendenza con quello che sta succedendo a migliaia di donne in Medioriente” è uno dei commenti.

Ciascuno è libero di festeggiare il proprio compleanno come meglio crede e ciascuno è libero di partecipare a feste di compleanno vestito come meglio crede. Niente di strano quindi che sia capitato questo autentico attentato alla sobrietà ed al buongusto prima che all’immagine della donna, ridotta a soprammobile della nostra società.

Fa (quasi) sorridere la censura arrivata da Alba Parietti, trasformatasi precipitevolissimevolmente in “anti-talebana de noantri”, la quale ha scritto: “Diletta Leotta è bella, giovane e capace. A Sanremo aveva ricordato l’importanza di non trattare le donne come oggetti, ed è vero, solo che le cose bisogna capirle oltre che dirle. Apra qualche giornale ogni tanto, accenda la televisione e cerchi di capire come tutti gli altri, ora più che mai, ogni singolo individuo, come canta Fiorella Mannoia, ‘ha la sua parte in questa grande scena’”. “Un paralume in testa non è nulla di questo”, ha concluso Parietti. “Non fa neanche sorridere. È uno sfregio alle donne”.

Se questa bizzarra idea voleva essere una provocazione, lo scopo è stato ampiamente raggiunto (ci sono cascato anch’io). Se esibire le donne con un paralume in testa voleva avere un significato, in un certo senso emblematico, del ruolo superficiale e scenografico della donna nella nostra società, la scelta può essere considerata anche simpatica ed efficace. Se si intendeva addirittura fare riferimento alle vergini della parabola evangelica, che devono attendere e festeggiare lo sposo con le lampade accese, ben venga questo improbabile inno alla saggezza della donna ed alla sua capacità di leggere gli eventi in chiave esistenziale.

Tutto sommato non so se mi abbia infastidito più il fatto in sé o la reazione dei social culminata in una scomunica lanciata da Alba Parietti dalle colonne de La Stampa. Il cerchio teatrale si è chiuso. Questa è la nostra società, non stupiamoci più di tanto, non strappiamoci le vesti, non scandalizziamoci. Il problema, tutto sommato, non sta nelle donne-lampadario esibite in una sontuosa festa di compleanno, ma nel fatto che una persona possa pensare di festeggiare il proprio compleanno in un modo così apertamente e volgarmente opulento.

Qui mi fermo, perché rischio di (s)cadere nel moralismo spicciolo, nello psicologismo politicizzato, nel sociologismo datato e nell’utopismo fragile. Nel sessantotto ci sarebbe stata un’incursione protestataria a suon di pomodori e uova marce: forse sarebbe anche oggi la reazione scomposta, ma giusta. Più tardi avrebbe potuto succedere anche di peggio con l’uso di qualche bomba carta e con qualche violenza di troppo. Oggi si fa finta di discutere per lasciare tutto com’è, anzi per radicare ancor più le sciocchezze nel nostro vissuto.

Mio padre non aveva la ricchezza tra i suoi obiettivi, non invidiava i ricchi e non smaniava affatto per arricchirsi, non era nemmeno un pauperista. Quando era alle prese con donne ingioiellate, cariche d’oro e d’argento, scrollava il capo dicendo: «Farisla miga prima a mett’ros un cartel al col con scrit “i soldi li tengo in banca”?». Non sopportava l’ostentazione del lusso e della ricchezza, non per invidia né per odio di classe, ma per una questione di buon gusto e per rispetto degli altri. La penso esattamente come lui: la sobrietà, gran pregio!

 

Abbasso i talebani, viva i talebani

Avevo deciso di sorvolare sul merito della riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani: per carità politica di un Occidente inconcludente ed assolutamente incapace di uscire da una visione del mondo meramente utilitaristica ed economicistica. Non ho resistito e ho dovuto coscienziosamente fare alcune riflessioni, limitandomi ad alcune pennellate.

La prima pennellata tocca gli Usa. È trascorso poco più di un mese da una conferenza stampa di Joe Biden in cui, dopo l’annuncio di voler ritirare le truppe dal paese asiatico dell’Afghanistan, aveva più volte rassicurato i giornalisti affermando che l’esercito avrebbe resistito alla possibile avanzata dei talebani, segnalando tuttavia che l’unica via verso la pace sarebbe stata la convivenza con gli stessi. Un fallimento strategico e tattico di tutto l’Occidente, penosamente preoccupato di salvare la faccia e la vita delle persone impegnate nelle ambasciate. Un “si salvi chi può” che esprime tutta la pochezza della politica internazionale del mordi (contro il terrorismo) e fuggi (dalla difesa dei diritti).

La seconda pennellata la dava Tiziano Terzani: “È evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d’essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi “contraccolpi” che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l’Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri”.

Nel famoso dialogo a distanza con Oriana Fallaci, Terzani affermava: “…A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli “orribili” talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell’oleodotto attraverso l’Afghanistan”.

La terza pennellata riguarda l’aspetto più inquietante della situazione afghana: il discorso dell’universo femminile nel mirino dei talebani. Così una ragazza afghana in lacrime ha denunciato in un video, diventato virale, l’attuale situazione nel Paese: “Noi non contiamo perché siamo nati in Afghanistan, moriremo lentamente nella storia. Non è divertente?”. La clip è stata diffusa dalla giornalista e blogger iraniana Masih Alinejad. Il ritorno dei talebani in Afghanistan apre troppi interrogativi sulle donne che durante questi anni avevano conquistato a fatica alcuni importanti diritti.

Michele Serra parecchio tempo fa ha tracciato un tremendo parallelo tra la jihad islamica e quella di casa nostra. In un provocatorio e ficcante editoriale Serra ha scritto: «Bisognerebbe cercare di spiegare ai femminicidi di casa nostra che la loro guerra privata è terribilmente simile a quella pubblica che sta incendiando il mondo: la guerra del jihadismo contro la libertà delle donne, la guerra mondiale per il controllo del corpo femminile e la sua restituzione alla potestà maschile e patriarcale. Non è per nulla una forzatura ideologica. È una presa d’atto. In contesti molto diversi e con impatto differente, là in forme politico-militari organizzate, e con fortissimo alibi religioso, qui come una puntiforme guerriglia quasi del tutto isolata dal punto di vista sociale e culturale, eppure in grado di fare centinaia di vittime, il movente è identico: la sottomissione della femmina, la punizione per la sua ribellione, che in Occidente è ormai secolare e in Asia e Africa molto più recente, la negazione violenta della sua autonomia morale, psicologica, infine fisica. Sarebbe una giusta e dura maniera di cominciare il discorso, con questi maschi assassini, dire loro che i talebani linciatori di Malala, i lapidatori di adultere, i carcerieri di ogni ordine e grado che negano alle donne di esistere se non in funzione dei loro uomini, i teorici della inferiorità giuridica delle donne, sono loro parenti stretti. Sono la loro famiglia. Sono i loro fratelli. Uguale è il terrore per la libertà di scelta (della scelta di riproduzione in primo luogo) delle donne. Uguale l’incapacità di accettare un rapporto da pari a pari con le persone di sesso femminile, riconoscendo loro lo stesso margine di autodeterminazione che ogni maschio dà per scontato quando si guarda allo specchio. Uguale la violenza assassina con la quale si sceglie (sì,si sceglie: basta con la panzana consolatoria del “raptus di follia”) di uccidere una femmina considerata “propria”, meritevole di morte perché a quella proprietà si sottrae».

Amarissima conclusione: verso le donne siamo tutti talebani; a noi interessano gli affari e i talebani li possiamo, a seconda dei momenti, vezzeggiare, combattere, tollerare, ignorare o addirittura scopiazzare. Sono sicuro che l’Occidente troverà un modus vivendi col regime talebano, complici gli interessi geopolitici della Russia e le mire economiche espansionistiche della Cina, nonostante la latitanza europea e la contraddittorietà statunitense fatta sistema. Il compromessone sarà più o meno questo: cari talebani, lasciateci fare i nostri sporchi interessi economici, che possono essere anche i vostri; per il resto fate come volete, i diritti ve li potete tranquillamente mettere sotto i piedi, viva la sharia e lunga vita all’islam estremista. E la variabile impazzita del terrorismo? Ce ne occuperemo un’altra volta! Caso mai, faremo una nuova guerra, inutile se non addirittura controproducente, ma salvifica per la faccia occidentale.

Il modus vivendi taglierà fuori il rispetto dei diritti o lo relegherà a mera dichiarazione di principio. Mi riferisco alle donne violentate e ghettizzate, a chi si suicida aggrappato ai carrelli degli aerei della salvezza, a chi non intende rassegnarsi ai talebani. Tutto ciò sarà considerato ingombro rimuovibile, “fuffa realpoliticante”.

 

 

 

Ciclismo su Strada

Se ben ricordo, Gino strada in vita non aveva tanti consensi, era piuttosto criticato, tollerato come un rompipalle che, con il suo concreto comportamento e le sue scelte controcorrente, ci sbatteva in faccia le responsabilità nell’ingiusto assetto del mondo intero. Molti lo ascoltavano; alcuni si irritavano, altri lo contestavano, in pochi lo ammiravano.

Ora, come (quasi) sempre accade è venuta l’ora delle false lapidi celebrative. Ne ho lette parecchie, condivisibili, ma tutto sommato stucchevoli e retoriche. Gino Starda amava la concretezza del “farsi il mazzo”, a volte predicava in modo smaccatamente provocatorio, ma razzolava in modo ineccepibile con la credibilità che gli derivava dallo schierarsi nei fatti dalla parte giusta, quella dei dimenticati.

Dico la verità, ho fatto fatica a scrivere un commento alla sua morte: la paura di unirmi, seppure involontariamente, al coro degli angeli/demoni, mi ha trattenuto; il pudore di mettermi a posto la coscienza scaricando su di lui tutti i meriti mi ha condizionato. Cito solo Massimo Cacciari: “La sua è stata una missione universale: non predicava il bene, ma lo faceva”. Credo dica tutto e non abbia bisogno di ulteriori accanimenti celebrativi.

Voglio invece fare una riflessione personale, una specie di salutare e imbarazzante esame di coscienza. La testimonianza di Strada dovrebbe servire a questo. Papa Paolo VI riteneva che per formarsi nella fede i giovani, e non solo i giovani, avessero la necessità di molti testimoni e quasi nessuna necessità di maestri della dottrina. Cosa intendeva il pontefice con queste parole? Per capire a cosa si riferisse basti pensare a quanti Santi nel corso della storia della Chiesa hanno fatto la differenza dando il loro esempio e quanti invece vengono ricordati per le loro dissertazioni teologiche. Gino Strada è un santo laico, che ha fatto la differenza con il suo esempio.

Mi lascio interrogare da lui: io, nel mio piccolo, cosa faccio per cambiare la storia, per chinarmi su chi soffre a causa delle ingiustizie, delle guerre, delle discriminazioni e delle violenze? La risposta la tengo nella mia coscienza, anche se ammetto che non mi tranquillizza affatto, anzi mi sconvolge e mi scombussola.

Quando morì il mio grande amico Mario Tommasini, don Antonio Moroni ne fece un bellissimo ritratto evangelico.  “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.  Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.  Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?  Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?  Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.  Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.  Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.  Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?  Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.  E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna». Mario Tommasini starà fra i giusti, come Gino Strada. Non a caso a Strada è stato assegnato, anni or sono, il premio Tommasini. Non ho ceduto alla celebrazione, ho soltanto legato due esempi di vita estremamente eloquenti nella loro coerenza di scelta a favore degli ultimi.

Penso di non svelare un segreto se ricordo la stima amichevole e sincera che mi riservava Mario Tommasini. Una volta, a margine di una delle tante discussioni in atto nella nostra città in cui eravamo schierati dalla stessa parte, incontrandomi mi disse in simpatico e rigoroso linguaggio dialettale: “Mora, mi è ti ag cardèmma dabón, mo ghé un sach  äd génta ch’a neg crèdda miga, ànca in méz ai mè compàgn e ai tò catòlic”. Vorrà dire che nell’aldilà avrò almeno un avvocato difensore, che mi aiuterà a saltarci fuori. Certo lui oltre che crederci, si dava da fare veramente…

Come ho scritto a una carissima amica, in concomitanza con la beatificazione di suor Maria Laura Mainetti, davanti a certi esempi mi sento “una cacca” come uomo e come cristiano. Che Dio mi perdoni e che suor Mainetti, Gino Strada e Mario Tommasini preghino per me e per tutti noi.

 

 

Gesù e i fuochi di Paglia

Chiedo scusa se, per affrontare il tema del sacrosanto diritto ad una morte dignitosa, parto da una barzelletta che viene da una fonte “autorevole”, vale a dire da don Andrea Gallo. Era stato invitato a Parma al Festival della poesia, per portato Angelicamente anarchico, lo spettacolo che Cinzia Monteverdi aveva tratto dal suo libro con le canzoni di De André. Qualche tempo dopo il suo amico don Luciano Scaccaglia lo informò che il vescovo si era scandalizzato perché alla fine aveva detto al pubblico: «Siete stati talmente bravi che adesso vi racconto una barzelletta». La raccontò sul serio.

La espose così: «Voi sapete che nella nostra Santa Madre Chiesa, uno dei dogmi più importanti è la Santissima Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L’amore e la comunione vanno in tutto il mondo, e si espandono. Lo Spirito Santo dice: “Andiamo a farci un giro. Io sono affascinato dall’Africa”.  Il Padre risponde: “Be’, io andrò a vedere il paradiso delle Seychelles. Perché non capisco come mai i miei figli e figlie hanno il paradiso in terra”. Gesù ascolta e non risponde. Allora gli altri due: “Tu non vai?” Gesù: “Io ci son già stato duemila anni fa”. “Non ci farai mica far la figura che noi andiamo e tu rimani”, gli dicono in coro il Padre e lo Spirito Santo. “Va be’, allora vado anch’io”. “Dove vai?” “A Roma”. “Sì, ma a Roma dove vai?” “Vado in Vaticano”. “In Vaticano?”, dicono increduli il Padre e lo Spirito Santo. Gesù risponde: “Eh sì, non ci sono mai stato”».

Mi torna spesso alla mente e non ho potuto evitare di ricordarla in concomitanza con il recente pronunciamento di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita. Già l’etichetta mi procura un irresistibile prurito allergico, ma lasciamo perdere. Di fronte allo straziante appello di una persona che da dieci anni vive a letto paralizzato da una lesione del midollo spinale dovuta a un incidente e che invoca il suo diritto a morire tramite un farmaco letale idoneo a garantirgli la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile, il potere politico fa il pesce in barile e il potere religioso risponde spaccando il cappello in quattro per salvare la capra del dogmatismo e i cavoli dell’umana sofferenza.

Monsignor Paglia, entrando nel dibattito pubblico, afferma che la Chiesa non ha interesse «ad alcuna battaglia astratta sul tema eutanasia». Certo non può «avallare che si tolga la vita a chiunque e, ovviamente, che nessuno se la tolga da se stesso». Ma riconosce che «un conto è uccidere e un altro conto è lasciar morire», nel senso che «va evitato l’accanimento terapeutico».

Se Gesù, tanto per proseguire l’acuta ironia di don Gallo, arrivasse in Vaticano e ascoltasse le suddette paroline “blizgose”, direbbe: “Voglio andare a visitare l’ammalato. Non dice così l’opera di misericordia materiale che voi avete scritto nel catechismo? E voi andate al capezzale di questi malati così sofferenti e disperati? Preferite pontificare, disquisire. Io non ero venuto in terra per darvi una dottrina, ma per trasmettervi uno stile di vita che mette al primo posto l’amore a Dio e al prossimo. Datevi una mossa e smettetela di vomitare teorie astratte”.

Gli risponderebbero che di eutanasia non si può parlare e che anche il suicidio assistito è un peccato imperdonabile contro la vita. Gesù, trascinato farisaicamente in una falsa diatriba li incalzerebbe: “Se mio fratello, dopo dieci anni di tormenti, non ne può più e non si accontenta delle cure palliative, ma vuole chiudere coscientemente la sua esistenza terrena, posso io imporgli ulteriori sacrifici in nome di principi astratti?”.

I teologi, che la sanno lunga, ribatterebbero: “A noi non è concesso dare la morte a nessuno. La legge dice ‘non uccidere’ e questo comandamento tu lo hai reso ancor più rigido. Come possiamo ammettere che una persona metta fine alla propria vita, sacra e inviolabile?”.

E Gesù si spazientirebbe e concluderebbe: “Io conosco bene il Padre mio e posso accusarvi di trasmettere l’idea di un Dio che giudica gli uomini con un cronometro in una mano ed un’enciclopedia medica nell’altra. Indro Montanelli, laico impenitente, le chiamava giustamente “beghe di frati”. In verità, in verità vi dico che il Padre mio e Padre vostro, quando questo fratello avrà ottenuto di chiudere la sua vita dopo enormi e insopportabili sofferenze (a proposito, io di sofferenze me ne intendo molto più di voi…), lo accoglierà e lo abbraccerà piangendo e gli sussurrerà: «Vieni figlio mio, ti aspettavo da tanto tempo e perdona se, i miei rappresentanti in terra, ti hanno messo sulle spalle un peso che loro non sfiorano neppure con un dito. Adesso è tutto finito e speriamo che la tua vicenda possa essere di qualche insegnamento per gli scribi e i farisei annidati in Vaticano. Sto aspettando la relazione che Gesù mi farà dopo essere stato per la prima volta nelle sacre stanze. Temo che mi riferirà cose molto spiacevoli…»”.

 

 

 

 

 

Le barzellette destrorse

In politica vale sempre la famosa barzelletta delle promesse elettorali, anche perché le elezioni sono sempre dietro l’angolo. Il comiziante di turno si sbizzarrisce con le promesse: “Vi daremo questo, vi concederemo quest’altro, vi offriremo ciò che vorrete…”. E l’afta epizootica? chiede timidamente un agricoltore della zona interessata. Vi daremo anche quella! Risponde dal palco l’aspirante pubblico amministratore. Se andiamo dall’altra parte della barricata, mi sovviene la gustosa barzelletta del sindacalista in vena di conquiste eccezionali: lavorerete un mese all’anno! E le ferie? chiede un esigente e stressato lavoratore.

Matteo Salvini si è riservato la parte del leone ruggente nelle piazze e nei media, salvo retrocedere al ruolo di pecora belante quando va a rapporto da Mario Draghi. I suoi proclami vengono regolarmente ridimensionati se non addirittura accantonati: il premier lo manda infatti elegantemente e sistematicamente “a cagare”. E allora finisce pateticamente col prendersela e fare la voce grossa con gli esponenti più abbordabili del governo, soprattutto il ministro della salute Speranza e la ministra degli Interni Lamorgese.

Intendiamoci bene, a Salvini non manca il fiuto politico e quindi sa individuare quali possono essere gli anelli deboli della catena governativa, così come sa capire quali possono essere i ballon d’essai, vale a dire i palloncini da lanciare in aria prima di un’avventura politica, per saggiare la direzione del vento e le reazioni dell’opinione pubblica.

In questo periodo, tanto per tenere calda la sua “ipotetica ipoteca” sul governo Draghi, ha individuato due argomenti piccanti anche se uno piuttosto frusto e l’altro alquanto strumentale: l’immigrazione e il green pass.

Torniamo un attimo alle fasi costitutive della compagine draghiana. “Pensare Speranza alla salute, Lamorgese agli interni… o cambiano marcia, cambiano modulo, cambiano approccio cambiano sprint oppure, se vanno avanti come sono andati avanti nell’ ultimo anno e mezzo, avranno bisogno di aiuto e sostegno… mettiamola così”. Queste le dichiarazioni di Matteo Salvini in diretta telefonica su La7. Poi aggiunge: “Noi domani cominciamo a lavorare perché il Paese ha fame di salute, lavoro e riapertura: il ritorno alla vita. In questo momento Italia chiama, e da italiano devo dare una mano per risolvere i problemi, anche di fianco a persone con cui non vado d’ accordo su tanti altri fronti. Se c’è questa necessità io non me la sento di tirarmi indietro ci metto la faccia”.

Veniamo ad oggi. É scontro e il leader della Lega attacca la ministra dell’Interno su ius soli, migranti e green pass. “Io le persone le giudico dai fatti e come sbarchi di clandestini stiamo tornando ai numeri disastrosi di qualche anno fa. Limitare gli sbarchi si può, invito il ministro a darsi una mossa. Non si capisce perché navi straniere devono sbarcare il loro carico in Italia, basta fare tre telefonate non occorre la scienza”, ha detto da Caserta Salvini in riferimento all’operato del ministro dell’Interno, Lamorgese. Poi ancora: ‘”Il ministro dell’interno dovrebbe garantire la sicurezza in tutto il Paese, dentro e fuori dal ristorante – ha detto Salvini -. Mi sembra che abbia le idee molto confuse, e rischia di far danno, perché non puoi trasformare baristi e pizzaioli in bersaglieri o carabinieri. Se facesse meglio il suo lavoro sarebbe meglio per tutti”.  “Non è possibile che ci sia un ministro dell’Interno assente che si preoccupa di mandare i controlli agli italiani che vanno al bar e che sta facendo sbarcare anche in queste ore centinaia di immigrati irregolari non vaccinati”, ha detto poi il leader della Lega. Accelerare sullo ius soli? “Invece di vaneggiare di Ius Soli, il ministro dell’Interno dovrebbe controllare chi entra illegalmente in Italia”, tuona il leader leghista. 

Non sono un convinto ammiratore di Luciana Lamorgese, che giudico una brava ma fredda burocrate, totalmente priva di senso politico e sociale, ma le sparate autoreferenziali di Salvini sono strumentali, scontate e vuote. Fa la voce grossa senza alcun costrutto.

Il green pass è materia discutibilissima, come discutibilissima è tutta l’azione governativa in materia di covid, quella targata Giuseppe Conte e anche quella targata Mario Draghi. Ma è comodo sposare le proteste di piazza senza offrire alcuna soluzione organicamente alternativa nei palazzi ministeriali. Salvini non fa altro che impersonificare la Lega di lotta mentre lascia ai colleghi di partito (Giorgetti in primis) di fare i conti con la Lega di governo. Quando dalla piazza più o meno virtuale si sposta a Palazzo Chigi, si rimangia più o meno tutto salvo spostare l’attenzione sui ministri più esposti, che, guarda caso, non sono esponenti della Lega.

In conclusione Salvini venga fuori dalle barzellette e cerchi di imbastire un minimo di politica seria per una destra democratica. Se lui e Giorgia Meloni vanno avanti col loro polismo da strapazzo, non resta altro che sperare in Berlusconi, il quale promette un partito nuovo di zecca. Le barzellette bisogna saperle raccontare e il cavaliere è capace. La sua è la barzelletta, che ci tiene simpaticamente compagnia nel ferragosto 2021.

Ferragosto, covid mio non ti conosco

Stando ai dati forniti dal ministero della salute sull’andamento della pandemia da covid, pur facendo loro qualche tara di attendibilità e di significato, i contagiati stanno inesorabilmente aumentando così come i ricoveri ospedalieri e quelli in terapia intensiva, così come le persone decedute. Ciononostante tutta Italia nel periodo di ferragosto rimane in fascia bianca, poi si vedrà.

Mi chiedo se sia un modo serio e responsabile di governare. La difesa degli interessi turistico-commerciali fa premio sulla difesa delle vite umane. Non si tratta forse della più spudorata e speculativa manifestazione di impotenza a prendere il toro per le corna? Tanto vale lasciarlo libero di girare indisturbato nei posti di villeggiatura, salvo poi scaricare le colpe sui villeggianti e sui no-vax.

Non si può essere rigorosi a stagioni alterne, usare due pesi e due misure a seconda delle pressioni e delle esigenze delle categorie economiche e dei gusti dei cittadini. Le ferie sono sacre, non si toccano: è successo lo scorso anno ante-vaccinazione, sta succedendo in questa estate post-vaccinale. Al rientro ci metteremo a piangere sul latte versato, riprenderà la tiritera delle zone bianche, gialle, arancioni e rosse, ricominceranno le filippiche contro l’irresponsabilità della gente, probabilmente sarà tutta colpa di chi non si è vaccinato per scelta o per impossibilità più o meno acclarata.

Strano modo di governare: la vita ora è un valore da difendere a tutti i costi, libertà compresa, ora è un optional da subordinare agli affari e alle voglie di vacanza. Una vera e propria schizofrenia che ci tormenta da parecchio tempo. Ora vestiamo i panni del rigorismo, ora lasciamo crescere una spanna di pelo sullo stomaco e, allargando le braccia, consentiamo che i morti giacciano e i vivi si diano pace col portafoglio possibilmente pieno e col divertimento assicurato.

Alcuni impostano paradossalmente il discorso nei termini della scelta fra il morire di covid e il morire di miseria e fame. Un discorso che non lascia spazio di manovra ai governanti se non quello di privilegiare l’economia con le sue leggi e le sue regole. Sono molto stanco di assistere all’indegno e finto balletto tra rigoristi e permissivisti. I medici si dividono tra vaccinisti e liberisti; gli scienziati non si dividono in correnti, avanzano in ordine sparso, e addirittura ognuno fa un suo discorso sparandolo alla viva il parroco; i governanti la danno agli scienziati, gli scienziati la scaricano sui governanti; i pubblici poteri si destreggiano vergognosamente fra spinte e controspinte. In un simile clima è a dir poco eccessivo, oserei dire doloso, pretendere il senso di responsabilità da parte dei cittadini, pur già così colposamente precario: il “fate come dico e non come faccio” non ha mai tenuto e non tiene.

Il covid sta diventando una colossale, globale e incrociata presa per i fondelli. Fin dall’inizio chi ci governa è andato allo sbaraglio, procedendo alla cieca e, più si va avanti, più si fanno scelte spannometriche se non alla “cazzo di cane” (a volte la scurrilità serve a rendere l’idea). Anche Mario Draghi mi pare prigioniero di una finta strategia, lui uomo della concretezza e della coerenza, costretto a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, lui uomo dei fatti e di poche, responsabili parole, costretto a fare la Penelope dell’emergenza covid.

La verità non ce l’ha in tasca nessuno, ma la politica deve scegliere non per compiacere tizio o caio, ma per cercare di perseguire il bene comune. Ho i miei dubbi che il bene comune passi da una oltranzistica difesa del ferragosto quale punto irrinunciabile ed intoccabile della nostra esistenza. Della serie toccateci tutto, ma lasciateci almeno il ferragosto. Ragionamento che può allargarsi a tutto il superfluo contro il necessario, o ancor meglio, all’ignobile miscuglio tra l’utile e il dilettevole.