Buon Natale anche e soprattutto ai burocrati Ue

Dovevano restare un documento a uso interno – infatti non se ne rinviene traccia nei siti istituzionali –, ma le «Linee guida della Commissione europea per la comunicazione inclusiva – #UnionOfEquality» in questi giorni sono circolate in rete mostrando molte cose ottime – l’impegno per non ghettizzare i disabili, ad esempio – accanto ad altre che mostrano dove porta lo strenuo impegno per eliminare le identità producendo così nuove discriminazioni. Il caso più eclatante spunta nel capitolo «Culture, stili di vita o credenze» dove per sventare ogni «intolleranza» si invita a «evitare di dare per scontato che tutti sono cristiani» visto che «non tutti celebrano le festività cristiane, e non tutti i cristiani le celebrano nelle stesse date». Dunque, per «essere sensibili al fatto che la gente ha tradizioni e calendari religiosi differenti», è bene «evitare» di usare frasi come «il Natale può essere stressante» (chissà poi perché questo esempio) e preferirgli «le vacanze possono essere stressanti». Che agli auguri natalizi il mondo anglosassone affianchi i «season’s greetings» (alla lettera, «auguri di stagione») non è una novità. Lo è la disposizione che negli atti ufficiali dell’Europa unita la parola «Natale» sia considerata sconveniente.

Se mi è consentito esprimere “sommessamente” un giudizio, direi che si tratta di una “cagata pazzesca”, inventata da qualche burocrate burlone, che un bel mattino si sarà svegliato e avrà pensato: adesso faccio incazzare un po’ di gente, lancio una provocatoria cretinata per poi vedere di nascosto l’effetto che fa. Qualche effetto effettivamente l’ha fatto al punto che “la commissaria all’Uguaglianza Helena Dalli, che ha firmato il testo, afferma che il testo «non è un documento maturo e non soddisfa tutti gli standard di qualità della Commissione» annunciando che «lavorerò ulteriormente a questo documento» la commissaria conclude con una frase – «mi scuso per l’offesa involontaria che la pubblicazione di questo documento ha causato ad alcuni». Scuse (certo apprezzabili, visto lo scivolone) o non scuse, la notizia è che la Commissione Ue ha fatto dietrofront: non solo il Natale non si tocca, ma sono proprio tutte le Linee guida che vengono rimangiate dal governo europeo dopo che erano trapelati sui media di tutto il mondo alcuni contenuti pensati per evitare la benché minima ombra di discriminazione ma dagli esiti grotteschi, come l’invito a non usare nelle comunicazioni istituzionali nomi propri di origine cristiana o l’indicazione di evitare il tradizionale «signore e signori» quando si esordisce in un discorso pubblico, preferendo un generico «cari colleghi»”.

È pur vero che Gesù è storicamente nato in una stalla per colpa della burocrazia (censimento), è stato immediatamente rifiutato dal potere costituito (Re Erode), la sua famiglia è dovuta fuggire per sottrarsi all’ira dei potenti (fuga in Egitto), tutta la sua vita è stata una battaglia pacifica contro l’ordine civile e religioso dell’epoca. A distanza di oltre duemila anni evidentemente dà ancora molto fastidio al punto da vietarne la celebrazione del compleanno. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.   Se c’è un personaggio religioso che si è battuto contro ogni tipo di discriminazione, questo è Gesù e che si ritenga elemento offensivamente divisivo il ricordarne la nascita è qualcosa di paradossale.

Qualcuno si è scandalizzato, qualcuno ha protestato, qualcuno ha strumentalizzato. Non cado in questa trappola. Qualcuno ha tirato un respiro di sollievo dopo la “grande paura”. Mi limito ad augurare a tutti, funzionari e politici UE compresi, un buon Natale, anzi, come consigliava il mio indimenticabile amico don Scaccaglia, un “Santo Natale”. La stupida vicenda dimostra che abbiamo bisogno del Natale come dell’aria che respiriamo.  Quest’anno ero intenzionato a contenere al massimo gli scambi augurali ritenendoli un po’ troppo formali e consumistici. Ebbene, devo ricredermi e non mancherò di indirizzarli in lungo e in largo. Quanto a testimoniare il Natale nella vita quotidiana…questo sì che è il problema!

 

Dietro il paravento dello sport

Paola Egonu e gli altri atleti di Treviso nudi sui calendari per beneficenza. I corpi degli atleti di pallavolo, basket e rugby che giocano a Treviso diventano la tela di frasi motivazionali sulla forza personale, sul superamento di prove, sul volersi bene qualsiasi cosa accada. Nel Calendario ufficiale dell’imbattibile Imoco Volley (squadra di Conegliano che, però, gioca a Treviso) c’è in copertina Miriam Sylla, la capitana della Nazionale. Il ricavato delle vendite, come negli scorsi anni, sarà devoluto a IOV – Istituto Oncologico Veneto a supporto dell’umanizzazione delle cure per i pazienti della radioterapia pediatrica dell’istituto. Oltre all’Imoco, hanno realizzato un proprio calendario anche le squadre maschili trevigiane del Benetton rugby e della Nutribullet basket. Le tre pubblicazioni sono prodotte dallo Studio Perazza e hanno il patrocinio del comune di Treviso. 

La cosa non mi interessa più di tanto (ho altro a cui pensare), queste foto non mi incuriosiscono (non mi ritengo un guardone, anche se da ragazzino mi piacevano le spogliarelliste nelle riviste a luci rosse), le frasi non le prendo neanche in considerazione (c’è di meglio a cui fare riferimento), non mi scandalizzo (sono pronto a ben altre provocazioni). Ricordo che, molti anni fa, monsignor Riboldi, vescovo di Acerra, durante una conferenza all’aula magna dell’Università di Parma, raccontò come avesse scandalizzato le suore della sua diocesi esprimendo loro una preferenza verso la stampa pornografica rispetto a certe proposte televisive perbeniste nella forma e subdolamente “sporche” nella sostanza. In fin dei conti la pornografia pura si sa cos’è e la si prende per quello che è, mentre è molto più pericoloso, dal punto di vista educativo, il messaggio nascosto che colpisce quando non te l’aspetti. Meglio la pornografia conclamata di quella subdola, meglio gli sporcaccioni e le sporcaccione in prima persona, nudi come mamma li fece, piuttosto degli sporcaccioni perbenisti e motivazionali.

Mi danno un certo fastidio le passerelle (salvo quelle storiche di cui sopra), vale a dire mi disturba l’esibizione clamorosa del proprio io sbattuto in faccia agli altri per conquistarne semplicisticamente il consenso o addirittura l’elogio. Volendo restare un attimo in materia di erotismo da strapazzo, ricordo quando il giovanissimo garzone del mio barbiere, in occasione delle feste natalizie, mi propose di scegliere un piccolo regalo tra un almanacco profumato grondante culi e tette e una insignificante agendina telefonica: scelsi provocatoriamente l’agendina telefonica, lasciando di stucco l’apprendista parrucchiere. Volli comunque spiegare, a scanso di equivoci, il senso della scelta: «Anziché “sgolosare” sulle piccole foto di donne nude, preferisco rischiare l’approccio con donne in carne ed ossa, annotandone il relativo numero telefonico…».

Tornando ai calendari benefici da cui sono partito, ci vedo, in modo esemplare, l’integrazione dello sport nel sistema: tutto torna perfettamente. Ciò che dovrebbe contribuire a ripulire il sistema, ne viene paradossalmente insozzato con la benedizione benefica. Non è questione di erotismo, è questione di affarismo.

Dai calendari profumati ai bilanci puzzolenti. Nei primi si mettono a nudo gli atleti, nei secondi si coprono le porcherie della gestione sportiva. Non mi sorprende l’odore di sporcizia che sembra salire dai rendiconti delle società calcistiche: è sotto battuta la Juventus. Nello sport, ridotto a mera combinazione affaristica, i bilanci, al di là degli stranoti escamotage plusvaloriali, non possono che essere lo specchio e la copertura del marciume sempre più radicato e diffuso. Resta curiosa la sporadicità degli interventi indagatori. D’altra parte un po’ di controlli bisogna pur farli, tanto per buttare fumo in faccia agli ingenui.

La sarcastica motivazione per la leggerezza dei controlli la dava mio padre con la sua interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti: «Bizoggna butär in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione elementare della visione affaristico-massonica della nostra società, sport compreso. Forse aggiornerebbe la battuta in chiave calcistica: «Bizoggna butär tùtt in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera i presidént, i alenadôr, i zugadôr fin al masagiadôr e al magazinêr…, tutti invisciè…».

I bilanci verranno sepolti sotto la ragion di sport, coperti magari dagli almanacchi benefici, dalle partite del cuore, dai sentimentalismi mediatici e dai facili entusiasmi delle tifoserie, che magari continueranno a lustrarsi gli occhi con i piedi buoni di Cristiano Ronaldo e con le tette esotiche di Paola Egonu.

 

 

Ma fatemi il piacere…

Sul suicidio assistito interviene con una nota la Pontificia Accademia per la Vita guidata da Vincenzo Paglia: “La materia delle decisioni di fine-vita costituisce un terreno delicato e controverso”. Per questo “la strada più convincente ci sembra quella di un accompagnamento che assuma l’insieme delle molteplici esigenze personali in queste circostanze così difficili. È la logica delle cure palliative, che anche contemplano la possibilità di sospendere tutti i trattamenti che vengano considerati sproporzionati dal paziente, nella relazione che si stabilisce con l’équipe curante”.

Mi sovviene al riguardo una gustosa barzelletta, anche se la materia drammatica non si presta molto a simili divagazioni, ma l’equilibrismo dogmatico invece esige ironia per evitare la vergogna. Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte, ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».

Il Vaticano purtroppo non si smentisce mai. La posizione in merito al fine vita assomiglia molto a quella inerente il tema del pre-vita, vale a dire della contraccezione. Qual è lo scopo concreto che essa persegue: evitare fecondazioni indesiderate. Perché mai ciò sarebbe lecito se si usano metodiche naturali, mentre diventerebbe illecito se si usano mezzi tecnici o farmacologici. Non sono mai riuscito a capirlo: il grande papa Paolo VI, salito agli onori degli altari, mi perdonerà, ma mi è sempre sembrato il solito farisaico compromesso.  O consideriamo la fecondità un obiettivo complessivo della vita di coppia o altrimenti ci continuiamo a disperdere nel solito e ridicolo labirinto precettale per cui, se mi astengo dall’atto sessuale in certi giorni, tutto va bene, se invece in quei giorni non mi astengo ma corro diversamente ai ripari, tutto male. Ma fatemi il piacere… Pensiamo davvero che Dio sia così meschino da trattarci in questo modo?

Quando vedo la gerarchia cattolica incaponita su queste assurde posizioni mi chiedo: saranno in buona fede o intenderanno solo mantenere intatto il loro potere “dogmatico” senza indulgere al minimo cedimento che potrebbe diventare una catastrofe. Si vuole fare un passo avanti, si vuole togliere il Padre Eterno da questi imbarazzanti criteri? Il grande laico Indro Montanelli amava definire queste disquisizioni quali “beghe di frati” e ammetto di essere totalmente d’accordo.

Aggiungo una piccola nota in ordine alla pandemia. La posizione ufficiale della Chiesa è nettamente allineata sui discorsi della vaccinazione, del distanziamento, del rispetto degli indirizzi scientifici, addirittura con qualche forzatura rispetto alla libertà di coscienza dell’individuo.  Un sacerdote ha recentemente e simpaticamente ironizzato sulla eccessiva preoccupazione clericale in ordine al rigoroso rispetto delle norme anti-covid. “L’importante, ha detto, è accostarsi alla comunione con tanto di mascherina, ben distanziati, con le mani disinfettate. Non ha importanza se magari non ci si è confessati da dieci anni o si partecipa alla messa con la disinvoltura prevista per un apericena qualsiasi…”. Della serie il dogmatismo va benissimo, se e quando serve al mantenimento del potere.

Come mai infatti un non vaccinato non può andare al ristorante e può invece tranquillamente andare in chiesa per partecipare anche ad affollati riti? Non credo ci sia molta diversità nel distanziamento fra i tavoli rispetto a quello fra i banchi. Chiedetelo a Draghi. Vi dirà che l’importante è non rompere i coglioni alle gerarchie cattoliche: questa è la priorità, in materia di covid, di fine vita e di tutte le questioni etiche. Aggiungo che il discorso vale anche per le questioni fiscali. Quindi niente pass per andare a messa.

La Chiesa cattolica però, bisogna riconoscerlo, è ligia al dovere di rispettare le regole civili: “Scambiamoci uno sguardo di pace” non più un segno di pace perché è pericoloso. Ma fatemi il piacere… Poi, se un povero cristo qualsiasi langue da anni in un letto e vorrebbe chiudere dignitosamente la sua esperienza terrena, vade retro satana. Diamogli pure dei calmanti, togliamogli finanche la lucidità mentale per non farlo soffrire, ma guai a parlare di suicidio. Ripeto per l’ennesima volta: ma fatemi il piacere…

 

 

 

Guai ai non vaccinati

Sono molto, ma molto, stanco di sorbirmi le quotidiane “menate vacciniste”, che tendono a considerare persone cretine e/o irresponsabili quelle che hanno scelto di non vaccinarsi contro il covid a prescindere dalle loro coscienze e dalle loro motivazioni.

Innanzitutto credo che quello della sbrigativa ed inappellabile squalifica non sia il modo per convincere i recalcitranti, ma semmai quello di incallirli ancor di più nelle loro posizioni: avere instaurato un clima conflittuale in una materia così delicata dimostra una totale mancanza di sensibilità e diplomazia da parte dei pubblici poteri ed un modo fazioso e presuntuoso di fare informazione. Credo che abbia pieno diritto di cittadinanza anche chi in coscienza non se la sente di mettere la propria vita sulla bilancia, più o meno truccata, approntata dalla scienza e da chi governa in nome della scienza.

Si vuole infatti proporre la scelta fra il rischio di ammalarsi gravemente e di morire per covid e il rischio di soffrire le conseguenze negative del vaccino anti-covid. È pur vero che il primo rischio è dimostrato dai fatti e dalle cifre (su cui peraltro ci sarebbe molto da discutere, perché spesso sembrano i numeri del lotto sulla ruota della sfortuna), mentre il secondo è statisticamente esorcizzato e scientificamente ridimensionato. E se avesse ragione, anche in questo caso, il poeta romano Trilussa quando diceva che la Statistica è la scienza secondo la quale se tu mangi due polli al giorno, e io nessuno, tu e io mangiamo in media un pollo al giorno a testa? Se, per pura ipotesi, muore per il vaccino una persona su diecimila, chi mi garantisce di essere fra le novemilanovecentonovantanove che sopravvivono? Non è il caso di scherzare, ma nessuno può escludere gli effetti devastanti di un vaccino raffazzonato e tenuto insieme più da ragioni speculative e da fretta economicistica che da seria e controllata sperimentazione.

Sul piatto della suddetta bilancia, dalla parte dei benefici del vaccino, il giaguaro-Brenno butta la spada del “Guai ai non vaccinati” per riscattare il mondo dal rischio di soccombere alla crisi del sistema economico: non credo alle fervide ma folli fantasie di chi ipotizza l’inganno universale del virus in difesa della barca dei poteri mondiali, ma è innegabile che il sistema metta davanti a tutto l’interesse alla propria mera sopravvivenza. Il problema non sono i morti, di cui non frega niente a nessuno, ma il problema è continuare a produrre facendo credere che, se si smette di produrre e consumare, si muore di fame e allora…meglio morire di vaccino. Questa è la scienza che non osa sputare nel piatto dove mangia.

Azzardo un paragone storico impossibile. Ai tempi della pseudo-rivoluzione brigatista faceva un certo paradossale furore uno slogan di cui non si è mai saputo l’autore: “Né con lo Stato né con le Brigate Rosse”. Oggi si potrebbe dire: “Né con lo Stato del vaccino né con le brigate dell’anti-vaccino”. Non voglio esagerare, ma esisteva anche la teoria degli opposti estremismi, che tendeva a collocare indistintamente il terrorismo nero e rosso sotto la coperta unica in difesa del sistema vigente. Se sono terroristi neri i no-vax, questi si difendono considerando terroristi rossi i sì-vax e dietro questa strumentale contrapposizione il regime fa i propri comodi nonostante il virus (qualcuno arriva a dire farneticamente per merito del virus).

Ho tirato in ballo questi manicheismi datati e superati (?) per significare l’assurda e pericolosa contrapposizione perpetrata in merito alla vaccinazione. Bisogna considerare un elemento fondamentale di cui nessuno parla e che tutti sotto-sotto hanno: la paura. Ha paura chi si vaccina e si affida all’antidoto scientifico, ha paura chi non si vaccina perché non si fida della scienza. Non è vero che da una parte stanno i coraggiosi combattenti in difesa solidale della salute pubblica, mentre dall’altra stanno i ribelli per egoismo e cretinismo. Non è vero che si sta combattendo la guerra della responsabilità, ma semmai la guerra in difesa dell’esistente. Quell’esistente che peraltro non sta garantendo affatto uomini, strutture, organizzazione per quel retroterra pacifico (sanità pubblica etc. etc.) assai più importante delle uniche, ma spuntate e sbandierate armi d’attacco (vaccino).

Vorrei tanto dire dove mi colloco in questo assurdo scenario imbastito. Mi basta dire che non mi sento né uno scienziato in erba né un cretino in confusione, che non mi sento né un eroico combattente né un pavido disertore. La paura anche per me fa novanta. Le scelte sono nella mia coscienza in cui non permetto ad alcuno di sfrugugliare scientificamente, politicamente ed eticamente. Ad essa rispondo ed in nome di essa vivrò o morirò. A tutto il resto dico: basta!

 

La barzelletta dei controlli

Se c’è qualcosa in Italia che non funziona è il sistema dei controlli. Tutti fanno indisturbati il cazzo che vogliono, mentre i controllori stanno a guardare. Da una parte abbiamo una pletora di regole finalizzate al mantenimento del potere burocratico (le grida manzoniane), dall’altra abbiamo l’inosservanza plateale delle stesse regole (i controlli a campione, meglio dire i campioni del non-controllo).

Stupisce, fino ad un certo punto, che il governo abbia scelto quale filo conduttore della tattica anti-covid, versione riveduta e scorretta delle precedenti, il leitmotiv dei controlli. É quanto ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi, presentando le ultime misure, ovvero l’introduzione del cosiddetto Super Green Pass. “I controlli sono una parte fondamentale: di questo è stata investita la ministra dell’Interno, le forze dell’ordine saranno mobilitate in modo totale”, ha detto Draghi. “C’è tutta una aneddotica sui mancati controlli, bisogna potenziarli. Tutte le forze di sicurezza, i vigili urbani, saranno impiegati con un impianto diverso dal passato”, ha aggiunto.

Non vorrei che si trattasse del compromesso al ribasso escogitato per ottener l’unanimità dei consensi da parte degli interlocutori: i fautori della linea dura contro i non vaccinati, soddisfatti dall’inasprimento delle regole; i difensori della linea morbida del “laissez faire laissez passer”, tranquillizzati dall’evidente fuffa di obblighi inosservabili; i talebani della ripresa economica, paghi della prospettiva di un Natale fieramente ed intoccabilmente consumistico; i governatori regionali promossi nel loro ruolo di grilloparlanti della pandemia.

Draghi ha lanciato una sfida ben sapendo di perderla in partenza. Chi andrà mai a controllare se i passeggeri di un bus cittadino hanno il green pass? Non sarebbe meglio far viaggiare i mezzi pubblici in modo da garantire il distanziamento? Provi il premier a salire su un autobus nelle ore di punta…Verrà sguinzagliato un esercito di controllori? Un modo per impiegare i giovani in cerca di lavoro? Forse sarebbe meglio indirizzarli a qualcosa di più produttivo.

Ho ascoltato il proclama draghiano di cui sopra con stupore e preoccupazione. Mi sono infatti meravigliato che il buongoverno venga confuso con uno sgualcito libretto dei sogni. Ma cosa crede Draghi che gli italiani siano tutti stupidi in attesa delle sue sparate perbeniste? Vada anche lui a farsi friggere! Queste sue uscite sono autentiche secchiate di acqua gelida sulle speranze in lui riposte (anche dal sottoscritto).

Se la filosofia della manovra governativa si basa sui controlli, andiamo proprio bene. Poi, ammettiamo pure che vengano snidati i trasgressori, nel caso i viaggiatori abusivi, a quale pena verranno sottoposti? Alla vaccinazione coatta? Ad una pena pecuniaria che non pagherà nessuno? Alla gogna vaccinale? Forse Draghi è in vena di scherzare: capisco che abbia la necessità di allentare la tensione, ma la paradigmatica barzelletta dei controlli se la poteva risparmiare.

Aggiorno, con una punta di cinismo, una bella gag. Una simpatica vecchietta viaggia su un autobus a Napoli (ma nell’aneddotico mirino potremmo metterci molte altre città, compresa Parma). Ad un certo punto si crea un notevole subbuglio, la gente si muove preoccupata, qualcuno vuole scendere. Alla fine tutto è chiaro: c’è stata una rapina… La donna tira un respiro di sollievo e confessa alla sua amica: «Meno male, avevo paura che fosse salito il controllore! Sai, non ho il green pass!».

Nessuno durante la conferenza stampa ha avuto l’ardire di fare educatamente presente al premier la pragmatica assurdità della sua velleitaria filosofia dei controlli: no, su Draghi non si può. Io invece, che posso permettermelo, lo scrivo. Proprio perché ho di lui il massimo rispetto e nutro (forse sarebbe meglio cominciare sinceramente a dire “nutrivo”) un po’ di fiducia. Una cazzata del genere un tempo avrebbe compromesso sul nascere ogni e qualsiasi velleità quirinalizia. Oggi il mondo è cambiato. E Draghi può stare tranquillo: una cazzata al giorno leva il covid di torno e forse aumenta persino le probabilità di salire al Colle o comunque di restare a palazzo Chigi. D’altra parte con la misera e penosa concorrenza che ha…

Da stronzoni ad amiconi

La Francia: c’era un mio conoscente che ironicamente aveva soprannominato così la moglie per rendere l’idea di una burrascosa convivenza coniugale, costretta a resistere più per vicinanza e convenienza che per amore e convinzione. Evviva la sincerità!

La convivenza degli italiani con i cugini francesi e viceversa non è mai stata troppo facile e serena: ci si odia cordialmente. Ricordo come mia sorella, nella sua solita schiettezza di giudizio, una volta si lasciò andare e parlò di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto. Un conto è essere superiori su basi oggettive, un conto è ritenersi aprioristicamente migliori. Sono convinto che la Francia, come del resto l’Italia, abbia parecchi scheletri nell’armadio da nascondere e invece di cercare l’alleanza con i Paesi più simili, con cui instaurare collaborazioni e solidarietà, ha preferito la fuga in avanti verso la Germania: della serie “è meglio leccare i piedi ai tedeschi” che condividere “la puzza dei piedi” con gli italiani.

Sarà la volta buona per uscire da questo schema deleterio? Un trattato Italia-Francia, dopo mesi di negoziati tra i due Paesi, è stato firmato da Draghi e Macron davanti a Mattarella e lascerebbe sperare in qualcosa di buono per il futuro: una sorta di agenda comune sui grandi temi e le priorità condivise, dalla difesa europea al tema dei migranti, dalla transizione digitale alle questioni ambientali, senza dimenticare il fronte economico e le regole del Patto di stabilità.

Il trattato punta a rafforzare la cooperazione tra Italia e Francia anche con la partecipazione periodica di uno o più ministri di un governo a un Consiglio dei ministri dell’altro governo. È lungo 14 pagine il Trattato del Quirinale firmato questa mattina dal premier Mario Draghi e dal presidente Emmanuel Macron. Nel preambolo si afferma tra l’altro «l’obiettivo di un’Europa democratica, unita e sovrana per rispondere alle sfide globali che le Parti si trovano ad affrontare; riaffermando a questo proposito l’impegno comune ad approfondire il progetto europeo in linea con la responsabilità condivisa quali Paesi fondatori, nel rispetto dei valori dell’Unione e del principio di solidarietà».

Alla firma del Trattato del Quirinale è seguita una lunga e intensa stretta di mano tra il premier Mario Draghi, il presidente francese Macron e il capo dello Stato Sergio Mattarella, al termine della quale è scattato un applauso. Alla cerimonia presenti anche i ministri degli esteri Luigi di Maio e Jean-Yves Le Drian. Poco dopo, mentre venivano suonati i rispettivi inni nazionali al Colle, nel cielo di Roma sono sfrecciate le Frecce Tricolori in doppia formazione, una con i colori della bandiera italiana e un’altra con quelli francesi.

I capitoli del trattato vanno dagli affari esteri, la sicurezza e difesa, alla cooperazione economica, industriale e digitale. E ancora: politiche migratorie, giustizia e affari interni, istruzione, spazio, sviluppo sociale, alla cultura e i giovani, la cooperazione transfrontaliera.

«Noi, Italia e Francia, condividiamo molto più dei confini, la nostra storia, la nostra arte, le nostre economie e società si intrecciano da tempo. Le istituzioni che abbiamo l’onore di rappresentare si poggiano sugli stessi valori repubblicani, sul rispetto dei diritti umani e civili, sull’europeismo» ha aggiunto il premier italiano che ha anche ringraziato il presidente Mattarella per aver promosso questo accordo. Con questa firma, «dotiamo l’Europa di strumenti che la rendono più forte. I nostri obiettivi sono la transizione ecologica, la lotta al cambiamento climatico, la transazione digitale, la ricerca di una sovranità europea. Sono gli stessi obiettivi dell’Unione». 

Non vado oltre queste note di mera cronaca tratte da La stampa per due motivi: per una sorta di scaramanzia europeistica e per non (s)cadere nel libro dei sogni. Mi sono sempre chiesto perché Italia e Francia non abbiano trovato finora un terreno di forte e proficua collaborazione in ambito europeo. Le risposte stanno nelle loro storie fatte di nazionalismi più o meno spinti, di gelosie geopolitiche, di incomprensioni diplomatiche, di guerre e di strategie troppo diverse. Troppo debole l’Italia per essere un partner affidabile, troppo forte la Francia per essere un fratello maggiore anziché un antipatico cugino. Un senso di inferiorità italiano messo a confronto con un senso di superiorità francese. Difficile, quasi impossibile, metterli d’accordo. Sembra che qualcuno ci stia tentando seriamente.

Sergio Mattarella sta concludendo il suo mandato con alcune mosse significative di livello internazionale, vuole passare alla storia non tanto e non solo per aver saputo galleggiare alla grande sulle miserie politiche italiane, ma anche e soprattutto per aver posto il nostro Pese in una dimensione convintamente europea e multilaterale. Mario Draghi ha lo spessore leaderistico per dialogare alla pari con gli altri Stati. Molto spesso nella storia i Paesi hanno cercato di coprire le magagne interne con politiche aggressive e bellicose all’esterno. L’Italia sta fortunatamente facendo il contrario: tenta di risolvere i problemi interni collocandoli in una dimensione sovranazionale fatta di collaborazione pacifica e solidale. Accontentiamoci, anche perché non è poco. Mio padre, con una espressione minimalisticamente saggia, direbbe: “L’è sémpor mej parlär ‘d päza che pensär ‘d fär dil guéri”.

 

 

 

La sofferenza raddoppiata

Si legge su La Repubblica ed altri quotidiani: Un grande passo c’è stato in merito al suicidio assistito. In Italia è arrivato il primo ok per un paziente, il cui caso, pur in assenza di una legislazione al riguardo, rientra nei criteri stabiliti dalla Consulta. Il 43enne tetraplegico marchigiano, seguito dall’Associazione Luca Coscioni, è il primo paziente a ottenere l’ok dalle autorità sanitarie in base alla sentenza della Corte costituzionale sul caso Dj Fabo. Dopo un travagliato percorso giudiziario, con due ricorsi al Tribunale e una lettera di messa in mora ai ministri Cartabia e Speranza, l’Azienda sanitaria delle Marche e il Comitato etico hanno riconosciuto la sussistenza dei presupposti e quindi che Mario (nome di fantasia) abbia diritto a mettere fine alle sue sofferenze. Ma non è mica finita qui. L’Asur, che è l’azienda sanitaria unica regionale delle Marche, ha già comunicato che ritiene concluso il suo compito. Il resto, cioè la decisione sul prodotto letale e la somministrazione, in assenza di una legge, spetta di nuovo al tribunale.  L’Asl ha sollevato infatti dubbi su modalità e metodica del farmaco. La decisione finale spetterebbe al Tribunale. Marco Cappato, impegnato da tempo in prima persona sul fronte del diritto delle persone a mettere fine alle proprie indicibili sofferenze osserva: «Il tribunale si è già espresso, trappola burocratica». Poi aggiunge giustamente: “Per avere regole chiare servirà l’intervento del popolo italiano”.

Ripercorriamo di seguito la storia infinita di questa persona, aiutandoci con quanto scrive il Fatto quotidiano in merito alle tappe di questa vera e propria via crucis supplementare a cui è stato sottoposto.

Ci sono voluti 14 mesi, due ricorsi giudiziari e una diffida a due ministri della Repubblica, ma una prima, decisiva vittoria adesso è arrivata: Mario (nome di fantasia appunto), 43enne residente in un piccolo paese marchigiano, è il primo paziente in Italia a ottenere il via libera ad accedere al suicidio assistito, come disciplinato dalla Corte costituzionale nella sentenza Cappato/Dj Fabo del 2019. Su ordine del Tribunale di Ancona, il Comitato etico della Regione Marche ha accertato la sussistenza dei quattro parametri dettati dalla Consulta: ovvero – riassume Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni e membro del team di sei legali che ha seguito il caso – “è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; e non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda”. Una decisione arrivata dopo una lunghissima inerzia dell’Azienda sanitaria regionale (Asur), che a fine agosto aveva portato Mario a denunciare la struttura per omissione d’atti d’ufficio e mettere in mora il ministro della Salute Roberto Speranza e quella della Giustizia Marta Cartabia chiedendo loro di “ripristinare la legalità violata”.

“Non è più vita, ma pura sopravvivenza” – Mario è tetraplegico e soffre di gravi patologie a causa di un incidente stradale, che nel 2010 gli ha causato la frattura della colonna vertebrale con lesione del midollo spinale. Il 20 febbraio scorso aveva raccontato la propria storia al Consiglio generale dell’Associazione Coscioni: “Non riesco a muovere più nessuna parte del mio corpo. Per ogni piccola azione come lavarmi i denti, farmi la barba, mangiare, bere, lavarmi, vestirmi, ho bisogno di qualcun altro”, scriveva. “Spesso sono costretto a legarmi sul letto per evitare di cadere a causa delle contrazioni. In questi dieci anni non mi sono mai pianto addosso, ho tentato la riabilitazione in tantissimi centri per riottenere un po’ di autonomia, ma nulla è servito. E ora mi ritrovo a vivere una vita che non è più vita, ma pura sopravvivenza“. Invece di partire per una clinica svizzera, però, fiducioso nel principio sancito dalla Consulta, raccontava di aver chiesto “all’azienda sanitaria di verificare le mie condizioni, come previsto dalla Corte Costituzionale, per poter accedere al farmaco per il suicidio assistito”.

La prima risposta dell’Asur è negativa. I medici si trincerano dietro l’inattività del Parlamento, che – ricordano – era stato sollecitato dalla Consulta “a legiferare conformemente ai principi enunciati”, ma “non risulta che abbia provveduto normando con il necessario rigore (…) le modalità di esecuzione da applicare in una simile delicatissima e complessa fattispecie”. Contro questa decisione Mario, con l’aiuto dei legali della Coscioni, ricorre una prima volta al Tribunale monocratico di Ancona chiedendo “di prescrivergli, all’esito degli accertamenti previsti”, un farmaco letale, il Triopentone sodico, che possa “porre fine alla propria esistenza secondo una modalità rapida, efficace e non dolorosa”. Pur riconoscendo la sussistenza dei presupposti dettati dalla sentenza Dj Fabo, tuttavia, la giudice boccia il ricorso sostenendo che la Corte costituzionale non abbia “fondato anche il diritto del paziente, ove ricorrano tali ipotesi, a ottenere la collaborazione dei sanitari nell’attuare la sua decisione”. Insomma, secondo questa sentenza non è sindacabile il rifiuto dei medici di accertare le condizioni del paziente o di prescrivergli il farmaco.

Mario però non si dà per vinto e impugna la decisione di fronte allo stesso Tribunale, stavolta in composizione collegiale. E la sentenza, pubblicata il 09 giugno, ribalta quella emessa poche settimane prima: il 43enne, scrivono i giudici, “ha il diritto di pretendere dall’Asur Marche l’accertamento, con riferimento al caso di specie, della sussistenza dei presupposti (…) ai fini della non punibilità di un aiuto al suicidio praticato in suo favore da un soggetto terzo”, nonché “la verifica  sull’effettiva idoneità ed efficacia della modalità, della metodica e del farmaco prescelti dall’istante per assicurarsi la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile”. Il collegio motiva la decisione citando un passaggio della sentenza della Consulta, in cui si legge che “la verifica delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio deve restare affidata – in attesa della declinazione che potrà darne il Legislatore – a strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale”, e che il compito di garantire la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità dev’essere affidato, sempre in attesa di una legge, “ai comitati etici territorialmente competenti“.

È grazie a questa sentenza, quindi, che il Comitato marchigiano – esaminando la relazione dei medici nominati dall’Asur – ha potuto stabilire il diritto di Mario di accedere al suicidio assistito. Ma non è finita qui: “Procederemo ora alla risposta all’Asur Marche e al comitato etico, per la parte che riguarda le modalità di attuazione della scelta di Mario”, spiega Filomena Gallo. “Forniremo, in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di autosomministrazione del farmaco idoneo per Mario, in base alle sue condizioni”. Un percorso “tortuoso“, lo definisce Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Coscioni, “dovuto alla paralisi del Parlamento, che ancora dopo tre anni dalla richiesta della Corte costituzionale non riesce a votare nemmeno una legge che definisca le procedure di applicazione della sentenza della Corte stessa. Il risultato di questo scaricabarile istituzionale è che persone come Mario sono costrette a sostenere persino un calvario giudiziario, in aggiunta a quello fisico e psicologico dovuto dalla propria condizione. Per avere regole chiare”, conclude Cappato, “sarà necessario l’intervento del popolo italiano, con il referendum che depenalizza parzialmente il reato di omicidio del consenziente”.

Non serve commento, i fatti parlano da soli!

 

 

 

Sconclusionati nella rigidità, rigidi nella sconclusionatezza

Più che per i cittadini occorrerebbe un green pass per il governo, una certificazione di buona condotta contro il covid. Per rilasciare un tale attestato bisogna ripercorrere la storia (ancora in pieno svolgimento) del comportamento tenuto dallo scoppio della pandemia in avanti. Qualcuno fa addirittura il processo alle intenzioni precedenti il devastante scoppio dell’infezione: mi sembra eccessivo e dietrologico, meglio stare all’evidenza delle scelte compiute piuttosto che all’immaginazione delle ritrosie omertose.

Il filo conduttore è quello della rinuncia alla politica con la scusa di rimettere i destini del mondo nelle mani della scienza. L’agenda l’hanno dettata i virologi e gli organismi ad essi annessi e connessi. Gli impegni decisionali sono stati assolti sotto il continuo ricatto dell’urgenza in barba alla Costituzione ed alle Istituzioni repubblicane, al limite della illegalità giustificata da una conclamata precarietà nella salute dei cittadini. Tutto si è svolto all’interno di questo discutibilissimo e rischiosissimo canovaccio.

Il governo Conte aveva imbellettato la propria azione, ricorrendo ad una sorta di conferenza stampa permanente, atta a caricare di preoccupazione il già drammatico stato d‘animo della gente ed a giustificare continue violazioni allo stato di diritto visto come un inciampo ad affrontare concretamente l’emergenza.

Speravo che il governo Draghi riuscisse a invertire questa tendenza reimpossessandosi del quadro completo della situazione, invece con l’incarico al generale Figliuolo è stata fatta la quadratura del cerchio: per la vaccinazione di massa serviva l’esercito vero e proprio, per il resto è continuata l’abdicazione di potere verso la sfilacciata e contraddittoria armata della scienza.

Il green pass, in attesa dell’imminente introduzione dell’obbligo vaccinale più o meno camuffato dall’allargamento dello stesso pass (anche i costituzionalisti sembrano ormai convinti e schierati sulla ragion di vaccino), altro non è che il sigillo procedurale apposto ad un’azione sconclusionata nella sua rigidità, rigida nella sua sconclusionatezza. Basta osservarne gli effetti devastanti sul piano sociale, economico e politico. Socialmente parlando è stato come buttare benzina sul fuoco della tensione accumulata: sono esplosi i rancori e i conflitti con tanto di inevitabili strumentalizzazioni. Si pensava che la piazza andasse fuori controllo per la mancanza di lavoro e per l’impoverimento di larghi strati della popolazione, invece la rabbia si è sfogata, come spesso avviene, sul problema dei vaccini o meglio sulla provocatoria questione dell’obbligo del green pass.

Dal punto di vista economico, proprio nel momento in cui si sta profilando una seppur problematica ripresa indotta dalla promessa dei finanziamenti europei, stanno riemergendo gravi difficoltà a cui non sono estranee la burocratizzazione dei controlli e le demenziali penalizzazioni, che stanno provocando ulteriore pioggia sul bagnato della crisi. E allora ci si aggrappa al green pass come salvagente contro il baratro della povertà e si ammicca all’obbligo vaccinale con cui allontanare gli spettri di un ritorno al lock down: viene istituzionalizzato il ragionamento della cruenta contrapposizione tra la virtuosità dei vaccinati e la inciviltà dei non vaccinati, ripiegando così sullo scaricare le colpe piuttosto che sull’affrontare i problemi. Siamo o non siamo finalmente i più bravi del mondo? Cos’altro si vuole?

I rapporti politici sono stati ideologizzati e la battaglia tra i partiti è diventata ancor più rissosa e fine a se stessa. L’azione di governo non è riuscita a compattare le forze politiche, ma le ha ulteriormente divaricate, facendo fare al sistema partitico un notevole passo indietro. Lo scontro politico si è impropriamente e pericolosamente concentrato non tanto sulla problematica socio-sanitaria, ma sull’obbligatorietà del vaccino, che funziona da carta moschicida rispetto alle vere questioni. Nessuno parla più di potenziamento delle strutture sanitarie: in due anni non si è fatto niente al riguardo, sono state addirittura sbrigativamente smantellate quelle approntate per la vaccinazione, col risultato di dover riprendere quasi daccapo in occasione della somministrazione della terza dose. Per non parlare della scarsità di personale e delle disfunzioni organizzative. Sarebbe masochisticamente interessante stabilire quanto dei devastanti effetti covid sia dovuto alla virulenza del morbo e quanto invece non sia ascrivibile alla debolezza ed alla impreparazione del sistema sanitario.

Siamo riusciti persino a rimettere in piazza le carogne del fascismo, facendole uscire dalle tombe dove erano relativamente intanate anche se pronte all’uso. Abbiamo infatti creato un collegamento tra no vax e fascismo, mentre qualcuno ha fatto il percorso inverso, mettendo in guardia dai rischi anti-democratici di un clima discriminante e colpevolizzante verso i cittadini non vaccinati.

È interessante rivedere certe profezie con riferimento all’autunno del 2020, quindi a più di un anno fa.  “Secondo Massimo Cacciari, in autunno la situazione sociale ed economica sarà drammatica con pericoli per l’ordine sociale. Per stare a galla, il governo dovrà coprirsi dietro il pericolo della pandemia e tenere le redini in qualche modo. Una “dittatura democratica sarà inevitabile”. Molto simile a questa piccante analisi, quella di Carlo De Benedetti, secondo il quale è la disuguaglianza il punto a cui si possono far risalire i principali difetti della nostra realtà. De Benedetti la vede come causa scatenante del malcontento destinato ad esplodere nel prossimo autunno, che, a suo dire, verrà calmato con mance e polizia, vale a dire con un po’ di ordine pubblico e un po’ di regali”.

Ad un anno di distanza le previsioni si sono rivelate azzeccate anche se le motivazioni si sono in parte involute e ulteriormente complicate. Il discorso della “dittatura democratica” è più che pertinente: si nasconde persino dietro i pericoli del risorgente fascismo (d’altra parte alle dittature fa sempre comodo avere un falso nemico). Ai no-vax, ai lavoratori senza lavoro ed a quelli con il lavoro che balla sul filo del rasoio vaccinale, si sono aggiunti i portuali che lasciano intravedere la chiusura dei porti, col rischio di cadere nella trappola parallela preparata dal più bieco degli estremismi neri in cerca di agganci con la realtà. Il governo sta a guardare i propri guasti, il Parlamento litiga sulla messa fuori legge di chi è già fuori legge, il sindacato fa la vittima, i partiti fanno la loro permanente campagna elettorale, nei salotti televisivi si discute di chi debba pagare il conto dell’inflazione “tamponistica”.

“Andrà tutto bene” ero lo slogan che, all’inizio della pandemia, campeggiava nell’immaginario collettivo: più demenziale che incoraggiante, scritto in buona (?) fede su striscioni e cartelloni. Circolava persino un video/bufala in cui un balcone, su cui era esposto lo slogan di cui sopra, crollava, lasciando un cumulo di macerie sul terreno sottostante. L’assurdità della frase, balcone a parte, era abbastanza evidente. Se ce n’era bisogno, il tempo lo sta dimostrando. Salvo dare la colpa di tutto ai no-vax: sono loro che fanno scaltri i veri burloni del covid.

 

 

 

Non scade mai il tempo sull’orologio dei ricchi

Atp finals, il giallo del furto a Medvedev: sparito l’orologio da 200mila euro mentre giocava la finale. Ricomparso nel cuore della notte, un dirigente dell’organizzazione si era offerto di restituirlo al campione, ma è intervenuta la polizia.

Paolo Viotti sul quotidiano La Repubblica racconta come di seguito il fatto curioso avvenuto a margine dell’evento sportivo.

“Un giallo ha tinto l’ultima notte della prima edizione delle Atp finals di tennis a Torino: la sparizione dell’orologio da 200mila euro di valore di Daniil Medvedev, numero due al mondo e secondo classificato nel torneo appena concluso al Pala Alpitour, un mondiale a tutti gli effetti tra i migliori otto tennisti dell’anno. Il prezioso Bovet ottantasei – come racconta La Stampa – è sparito dallo spogliatoio (in realtà una sorta di miniappartamento) assegnato al campione russo come agli altri sette partecipanti alle Atp. Un furto commesso durante la finale (persa) con il tedesco Zverev. Medvedev torna nello spogliatoio e scopre che l’orologio – prodotto in numero limitato: 86 come ricorda anche il nome – non c’è più. Scatta l’allarme. Decine di inservienti vengono impiegati nella ricerca del Bovet sparito nonostante un sistema di sicurezza sofisticato. Prima di mezzanotte Medvedev formalizza la denuncia del furto. Valore dell’orologio: duecentomila euro. Ma poi nel cuore della notte il Bove86 ricompare. Ma nel giallo c’è un ultimo giallo. Un dirigente delle Atp si incarica di riconsegnarlo al giocatore che nel frattempo ha lasciato Torino per tornare a Montecarlo. Ma viene fermato mentre sta per imbarcarsi in aereo: convocato in questura. La polizia ritira l’orologio. Sarà la questura a restituirlo al campione russo”.

Devo essere sincero? Mi dispiace che l’orologio sia stato ritrovato. Non sono interessato minimamente all’eventuale esito giudiziario della vicenda. Sarò un talebano dello sport: troppi soldi, troppo lusso, troppo divismo. Va benissimo essere dei professionisti, ma tutto ha un limite. Amo pensare che chi aveva sottratto l’orologio lo avesse fatto da Robin Hood, da bandito che ruba ai ricchi per dare ai poveri. È proprio vero: se avessero rubato il borsellino semi-vuoto ad un’anziana pensionata al minimo, nessuno si sarebbe preoccupato e la refurtiva non sarebbe mai stata ritrovata. Invece, l’orologio da sogno di un riccone travestito da sportivo, o viceversa, è stato immediatamente recuperato dopo una spasmodica ricerca. È un destino: i ricchi non devono mai piangere! Nel manzoniano romanzo I promessi sposi, fra Cristoforo che difende la debolezza dei poveri, grida in faccia a don Rodrigo che si diverte a tormentarli: “Verrà un giorno…”.

 

L’ago renziano nel pagliaio centrista

L’ho detto, scritto e lo ripeto a scanso di equivoci. Non sono infatti solito né salire sul carro del vincitore né demolire chi è in odore di disfatta o di confusione mentale. Sto riferendomi a Matteo Renzi, uomo indubbiamente dotato di acume politico, forse sarebbe meglio dire di vis politicante. In questi giorni va di moda sparare a raffica su Renzi: non mi associo anche se non condivido il suo comportamento, che peraltro non riesco del tutto a capire. Non intendo quindi sparare in modo politicamente scorretto, ma ragionare in modo oggettivo anche se piuttosto sgarbato.

Agli albori del renzismo ho nutrito qualche speranzella sulla possibilità che questo personaggio riuscisse a scompigliare le carte di una politica imbalsamata e inconcludente. Molto di positivo ha lasciato intendere, poco ha fatto, ma poi strada facendo è rimasto vittima del “megariformismo” e della smania di andare contro tutto e tutti. Una volta costretto a lasciare il governo si è rivelato come un pesce fuor d’acqua e ha cominciato a sbandare paurosamente alla ricerca di uno spazio politico.

Le sue mosse, pur non essendo del tutto destituite di fondamento, risentono della vocazione – peraltro abbastanza diffusa nella classe politica – di stare al centro, oltre che dello schieramento partitico-parlamentare, dell’attenzione mediatica, di essere decisivi per le vicende politiche a prescindere dalla loro finalizzazione strategica. Un tatticismo esasperato ed esasperante, che rischia di creare solo confusione.

Non è facile capire cosa abbia in testa Matteo Renzi al di là del voler giocare un ruolo decisivo in tutte le partite. È stato così per il governo Letta, liquidato sbrigativamente in un modo che ancora offende, per l’inizio e la fine del secondo governo Conte, da lui ideato e appoggiato, al quale poi è stata impressa una cinica anche se relativamente opportuna spallata. È stato così per l’operazione Draghi a cui Renzi ha dato l’idea di voler partecipare lasciando quasi intendere di esserne il vero padrino più o meno occulto. Potrebbe essere così per l’elezione del presidente della Repubblica, contingenza che si presta moltissimo a giochi ed equilibrismi di maniera. Potrebbe essere così in vista delle prossime elezioni politiche il cui anticipo sarebbe terreno ideale per agevolare pericolose riaggregazioni all’ombra di un fantomatico spazio centrale accattivante (?) per larghe fasce dell’elettorato. Insomma, Renzi si sta candidando a fare l’ago della bilancia, mentre in realtà sta solo cercando disperatamente l’ago nel pagliaio del centro: difficile comunque trovare un ago, figuriamoci in un teorico pagliaio, in cui tutti depositano e prelevano continuamente paglia da bruciare nei loro fuochi.

Se è vero come è vero che gli statisti pensano alle future generazioni e che i politici guardano alle prossime elezioni, è altrettanto vero che Renzi guarda il proprio ombelico, sperando che possa essere l’ombelico della politica italiana. A proposito ricordo una gustosa battuta di un mio zio, che in spiaggia, dopo avere attentamente osservato le diffuse nudità più o meno attraenti, se ne uscì con una constatazione talmente ovvia da sembrare rivoluzionaria: “Avete visto? Vi siete accorti che abbiamo tutti una cosa in comune?”. Chi ascoltava pensava ad una imminente sparata volgare. Nossignori, il punto in comune era…l’ombelico. La gag, applicata alla politica, potrebbe significare che a livello ombelicale (quasi) tutti i protagonisti sulla scena hanno la pretesa di stare al centro della vita del Paese.  Quindi, Renzi, da questo punto di vista, non presenta una interessante originalità, ma semmai un penoso conformismo. Punta al centro del ring, senza pensare che al centro bisogna saperci stare senza prendere le botte che arrivano da tutte le parti.

Alla sua recente logora kermesse leopoldiana, ha sostanzialmente dichiarato di volersi collocare al centro – fin qui nulla di nuovo e di scandaloso – ma tenendosi gli occhi liberi di guardare, a seconda dei casi, a destra o a sinistra. Niente del partito degasperiano di centro che guardava a sinistra. Non contento di fare il degasperiano strabico, ha tentato persino di assomigliare ad Aldo Moro citando a sproposito un discorso del grande statista risalente al 1978 e parafrasandolo in modo vergognoso: “La nostra flessibilità ha salvato fino a qui più che il nostro potere la democrazia italiana, diceva, e la nostra flessibilità nel 2019 prima e nel 2021 poi forse non ha salvato la democrazia italiana, ma salvato la stabilità economica europea mandando a casa prima Salvini e poi Conte”.

Consiglierei Renzi di scherzare coi fanti e di lasciar stare i santi. Faccia tutte le operazioni che crede, vada in giro per il mondo a raccattare quattrini se trova chi glieli dà, ma non giochi al nano che si nasconde dietro i giganti. A questi personaggi che hanno fatto la storia italiana può assomigliare solo in una cosa: nel pisciare, con la differenza che De Gasperi e Moro pisciavano educatamente nel buco dei loro cessi, lui piscia nelle sedi politiche e oltre tutto fuori dal buco.