La Lega di lotta, di governo e…di vaccino

Sta prendendo corpo la pur prevedibile peggior cosa che, politicamente parlando, si potesse verificare: la radicalizzazione governativa e parlamentare sull’anticamera dell’obbligo vaccinale, vale a dire la diaspora sul green pass con tanto di moti di piazza e con tanto di scaramucce tra i partiti.

C’erano duemila cose da fare sul piano strutturale e gestionale prima di arrivare a introdurre l’obbligo della vaccinazione anti-covid (sì perché il green pass altro non è che il suo surrogato giuridico e la sua premessa programmatica). Si è preferito scegliere la scorciatoia a meta tutt’altro che garantita piuttosto che percorrere la faticosa ma costruttiva strada della quotidianità all’insegna del potenziamento delle strutture sanitarie e di trasporto, del monitoraggio della pandemia, del sostegno reale all’economia, della guidata e controllata normalizzazione socio-economica, etc. etc.

Così facendo si sta andando dritti-dritti verso il precipizio dello scontro politico sull’obbligo vaccinale. Fin dall’inizio dell’esperienza del governo Draghi, la Lega ha in testa la riserva mentale di tenersi le mani libere per spegnere l’interruttore: le si sta offrendo su un piatto d’argento l’occasione che fa la Lega ladra, quella  «di lotta e di governo», che segue una sua logica: infatti, in commissione Affari sociali della Camera ha votato contro gli emendamenti al decreto Covid, che contiene tra le varie norme anche l’introduzione del Green Pass. Un decreto varato meno di un mese fa, il 6 agosto, dal Consiglio dei ministri con un via libera anche dei titolari dei dicasteri del Carroccio. Una presa di distanza molto significativa, che prelude ad una sempre più difficile navigazione draghiana se non addirittura ad una brusca interruzione del governo di unità (quasi) nazionale.

È perfettamente inutile stracciarsi le vesti perché la Lega cerca di cavalcare il malumore sociale derivante dal green pass e i dubbi costituzionali sulla sua introduzione sempre più allargata, surrettiziamente e sostanzialmente preludente l’obbligo del vaccino: sta diventando il pass per la crisi di governo. Era prevedibile e allora bisognava togliere preventivamente la castagna vaccinale dal fuoco della polemica politica e non giocare tutto il futuro del Paese sull’obbligatorietà del vaccino (sarebbe più giusto chiamare le cose col proprio nome e precisare che si tratta dell’obbligo di aderire a una sperimentazione di massa di un vaccino), facendone una questione di vita o di morte individuale e sociale.

Sento tanta nostalgia per la capacità politica della democrazia cristiana: non radicalizzare mai i problemi, ma affrontarli nel rispetto dei valori, ma anche col metodo della mediazione e del compromesso ai più alti livelli. Forse anche Draghi ha bisogno di un corso accelerato al riguardo. Persino Mattarella ha forzato il discorso della vaccinazione preso dalla comprensibile ansia di combattere la pandemia.

Quante cose importanti si sarebbero potute e dovute fare in questi quasi due anni senza bisogno di incartarsi in una questione di principio da cui si rischia di uscire tutti con le ossa rotte. Non è vero che l’unica via di uscita dalla pandemia sia l’introduzione della vaccinazione obbligatoria: è perfettamente inutile girarci intorno, perché ormai il dunque è questo. È il solito modo di affrontare male i problemi, partendo dalla fine e soprattutto radicalizzando le presunte soluzioni globali.

Fin dallo scoppio della pandemia la politica ha rinunciato al proprio ruolo affidandosi mani e piedi ad una balbettante e contraddittoria scienza e si continua così: l’enfatizzazione vaccinale proviene dagli scienziati, i quali, non sapendo quali pesci pigliare, si aggrappano al vaccino senza fornirne plausibili certezze di efficacia e di innocuità.

Ebbene, stiamo andando verso un clima referendario: vaccino sì, vaccino no.  Scusi lei è favorevole o contrario? A cosa? Non lo so, ma poco importa. Ormai è vietato ragionare, è fondamentale schierarsi. Mi viene in mente come reagì ad una simile domanda il mio indimenticabile professore di italiano. Erano i tempi del referendum sul divorzio e rispose all’incolpevole intervistatore: «Tu sei un cretino!». Per poi aggiungere davanti al microfono dello sbigottito sondaggista: «Non è questo il modo di affrontare i problemi…». Ben detto non c’è che dire. Vista la deriva della politica ridotta a mera tifoseria, prima o dopo mi aspetto di incontrare qualcuno che in via Cavour mi rompa le scatole chiedendomi: «Scusi lei è un no-vax?». Non potrei che rispondere: «Tu sei un cretino!». Nella coda il veleno dell’allargamento di questo “apprezzamento” ai politici, che ci stanno sgovernando a colpi di vaccino più o meno obbligatorio.

 

 

Un partito non arrivato

Alla festa nazionale dell’Unità di Bologna, intervistato da Lucia Annunziata, è intervenuto il governatore della Campania Vincenzo De Luca che non ha risparmiato le sue proverbiali stilettate. Ammiro questo personaggio perché ha un grande pregio: il coraggio di dire quello che pensa e spesso anche quel che penso io.

Ad esempio parlando della carenza di vaccini in Campania, ha riservato una battuta anche al generale Figliuolo: “Non mi piacciono quelli che vanno in tuta mimetica e anfibi a distribuire vaccini, quelli vanno bene in Afghanistan”. Infatti, pur riconoscendo al generale in questione una notevole capacità organizzativa, devo confessare che, quando lo vedo aggirarsi in assetto di guerra, vengo colto da un incontrollabile, e forse anche esagerato e ingrato, attacco anti-militarista.

Al centro della vis polemica di De Luca però c’è il Partito Democratico: in un certo senso è andato a parlare di corda in casa dell’impiccato. Quando gli viene chiesto se ambisca a un ruolo nazionale, De Luca risponde spiegando perché vorrebbe dei cambiamenti nel partito e sottolineando il peso del proprio consenso elettorale. “Bisogna chiarire molte cose rispetto all’attuale Pd, sono fortemente critico – ha detto -. In tre anni si è mosso il 30-35% degli elettori italiani, il Pd non ne ha intercettato uno. Questo perché la capacità di attrazione del Pd oggi è pari a zero, questa è la verità amara. Dal punto di vista del programma il Pd oggi è il partito di che cosa? Quali sono le proposte di fondo del partito? Io non so cosa rispondere. Ma pensiamo di poter parlare a un fronte sociale maggioritario con le cose che abbiamo o non abbiamo detto?”.

Poi non ha risparmiato battute all’indirizzo del gruppo dirigente: “Noi siamo narcotizzati, quando sento parlare tanti dirigenti nazionali io dopo 30 secondi devo cambiare canale. Non ce la faccio più. Ti viene veramente l’angoscia, sono anime morte”. E ha concluso: “Ho qualche motivo di irritazione rispetto al gruppo dirigente, ci sono tante cose da ricostruire abbiamo ereditato il peggio della sinistra storica e della Dc, sono nonostante tutto fiducioso, dobbiamo reggere e rinnovare dall’interno il partito”.

Come non dargli ragione? Non sono iscritto al PD, ma sono un potenziale elettore di questo partito, in fin dei conti e pur con tutti i difetti, l’unico vero partito politico sulla scena italiana. Ecco perché ne sono anche uno spietato critico in linea con le affermazioni di De Luca. Il PD ha in teoria tutti i requisiti di un vero partito: ha ereditato una storia, anzi ne dovrebbe avere ereditato due, quella del comunismo italiana e quella della sinistra cattolica, mentre invece da questi due filoni culturali ha preso tutti i difetti e non i pregi.

Dovrebbe avere il radicamento popolare e territoriale proveniente dalle storiche battaglie fatte nel passato a tutti i livelli, mentre invece a livello periferico pesta l’acqua nel mortaio, non riesce a rappresentare né il vecchio che vale né il nuovo che avanza.

Dovrebbe contare sulle due scuole di formazione di classe dirigente: quella comunista e quella cattolica. Invece la sua dirigenza, fatte le poche e debite eccezioni, è schiacciata sui burocratici ed anacronistici richiami della foresta comunista oppure sull’improvvisato e stolto rampantismo del nulla piegato in una carta assai poco invitante.

Dovrebbe avere un bagaglio culturale e politico tale da consentirgli di elaborare proposte programmatiche adeguate al mondo moderno. Invece è prigioniero della crisi post- welfare della sinistra, riconducibile alla carenza di fondi pubblici per affrontare le problematiche odierne. E allora non c’è il coraggio di azionare la leva fiscale nel senso dell’equità, non c’è la sensibilità di puntare all’uguaglianza, non c’è la capacità di individuare e difendere i diritti degli ultimi della pista. Ci si accontenta di rincorrere qua e là qualche pur sacrosanto diritto civile, dimenticando ciò che avviene nella società a livello economico ed occupazionale.

Così facendo si lascia campo libero ai non-partiti o al solo altro partito, pur indegno di questo nome, esistente nel nostro Paese, che ha radicamento territoriale e dirigenza periferica per poter scalare il potere, quella Lega demagogica e populista che finisce col sottrarre consensi e voti anche al PD: la Lega infatti è capace di interpretare il peggio del comunismo trinariciuto di opposizione pregiudiziale a tutto; è capace di cavalcare le tigri interclassiste, un tempo riservate alla galassia democratico-cristiana; è capace di illudere la gente rubacchiando certi ideali sociali, trasformandoli in egoismi individuali.

In buona sostanza, per dirla con Massimo D’Alema, il partito democratico sta dimagrendo e perdendo le costole al punto da essere irriconoscibile per i vecchi e inguardabile per i giovani. Chissà che qualcuno non se ne stia accorgendo e possa reagire di conseguenza. Enrico Letta? Temo proprio di no. E chi altro? Vedo solo i Graziano Del Rio, che però non dovrebbero fare gli schizzinosi e sottoporsi ad un po’ di terapia deluchiana per uscire allo scoperto.

 

 

Piove, vaccino ladro

Era (quasi) inevitabile che, in un clima di crescente e incandescente tensione individuale e sociale, scoppiasse una qualche forma di rivolta, purtroppo anche violenta. Me lo sarei aspettato in chiave economico-occupazionale, invece lo sfogo sta avvenendo in chiave vaccinale.

La gente non ne può più, mantenere i nervi saldi è diventato impossibile. Questa situazione esplosiva non va ascritta solo alla immanente e perdurante pandemia, ma anche, e forse soprattutto, a come è stata affrontata e gestita.

È piuttosto eloquente che i bersagli principali e preferiti delle proteste di piazza siano i cronisti e gli scienziati. C’è sicuramente sotto qualcosa di oscurantista e di reazionario in questa rabbia sociale, ma ci sono anche responsabilità piuttosto evidenti.

I media si sono comportati, a dir poco, in modo osceno, imbastendo una bagarre informativa vergognosa quanto spettacolare, cavalcando la paura della gente a furor di scienza e di statistica, in una gara autoreferenziale e fine a se stessa. Voglio essere brutale per meglio rendere l’idea: per i media si è trattato di una mega rincorsa a segnare il proprio potere pseudo-informativo ed a legittimare il proprio ruolo sempre e comunque. I social hanno aggiunto solo la ciliegina sulla torta, cadendo nel tranello ordito dai detentori del potere mediatico.

Gli scienziati si sono fatti trascinare nella sarabanda mediatica, propinando camaleontiche ricette, sfornando indicazioni e consigli validi giusto per il tempo di cambiare subitamente parere sull’onda del nulla oggettivo e del tutto narcisistico. Anche per loro ha prevalso una logica di puro potere: di fronte ad una politica balbettante e ad una società angosciata cosa c’era di meglio che proporsi come deus ex pandemia? Il gioco alla lunga ha stufato, indispettito e pungolato prima le singole persone e poi la piazza.

Il potere politico, schiacciato sotto il peso di enormi responsabilità e delle emergenti carenze strutturali e gestionali, ha fatto sostanzialmente il pesce in barile girovagando, senza mai scegliere fino in fondo, fra la voglia di impossibili direttive scientifiche e il galleggiamento sulle dirompenti questioni economiche. I sacrifici erano colpa del rigorismo virologico, le speranze erano merito della sensibilità sociale dei governanti. Raccomando a tutti di rileggere la recentissima storia della pandemia per accorgersi di questi sbandamenti continui, dei tira e molla giornalieri, del non decidere per poi decidere male, sempre sull’orlo della legalità costituzionale, sempre con la demagogia della scienza brandita come arma a doppio taglio.

E la gente è stata per parecchio tempo a guardare paralizzata dalla paura, poi inorridita dagli effetti pandemici, poi devotamente rispettosa del dio-scienza, poi incazzata verso il diavolo-governo, poi illusa di tornare a tutti i costi alla normalità, poi sempre più scettica verso tutto e tutti, poi orientata a scaricare le tensioni sulla questione dell’obbligo vaccinale, che è diventato da una parte il totem ideologico e dall’altra la barricata libertaria.

All’ombra dell’obbligo vaccinale si è schierato il regime, al quale non è parso vero di identificare l’untore in chi nutre dubbi e perplessità su una vaccinazione al buio, oggettivamente sperimentale e assai poco garantista nei suoi effetti. Siamo quindi arrivati alla puntata di questi ultimi giorni in cui stanno dilagando le proteste di piazza dei no-vax, i quali per la verità raccolgono un malcontento assai più diffuso e profondo. Partirà, anzi è già partita, la criminalizzazione dei moti anti-vaccinali e tutto si complicherà ulteriormente, a nulla servendo le rassicurazioni etiche, religiose e politiche. Quando la gente è infuriata diventa impossibile ragionare, bisognava pensarci prima.

Giudico molto pericolosa la situazione e allora concludo con una similitudine alquanto azzardata, ma sdrammatizzante. A Genova il virologo Bassetti è stato insultato e inseguito fin sotto casa: l’episodio è emblematico di un clima di caccia alle streghe o forse sarebbe meglio dire di caccia alle fate. Evidentemente in questo personaggio vezzeggiato e santificato dai media, certa gente ha individuato il capro espiatorio. La violenza è sempre e comunque condannabile senza se e senza ma. Anche se la tentazione di aggiungere un “ma” è incontenibile: un po’ più di sobrietà e di umiltà da parte di questi “santi” non avrebbe fatto male e soprattutto avrebbe evitato di esasperare gli animi.

Vado alla similitudine peraltro da me ripetutamente evocata.  Il loggione di Parma in passato ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…».  Le analogie mi sembrano talmente evidenti da consigliarmi di non aggiungere altro per non scottarmi le dita già abbastanza bruciacchiate.

Mattarella a tutta UE

“In questi giorni una cosa appare sconcertante e si registra nelle dichiarazioni di politici un po’ qua e là in Europa. Esprimono grande solidarietà agli afghani che perdono libertà e diritti, ma ‘che restino lì’, ‘non vengano qui perché non li accoglieremmo’. Questo non è all’altezza dei valori della Ue”. Lo ha sottolineato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella rispondendo a una domanda sui migranti. A Ventotene, durante il 40esimo seminario per la formazione federalista europea in occasione degli 80 anni del Manifesto che ha posto le basi per l’Europa unita.

Quanto accaduto in Afghanistan per il Capo dello Stato “ha messo in evidenza la scarsa capacità di incidenza dell’Unione europea, totalmente assente negli eventi. È indispensabile assicurare subito gli strumenti di politica estera e di difesa comune. La Nato è importante ma oggi è richiesto che l’Unione europea abbia una maggiore capacità di presenza nella politica estera e nella difesa. Questa prospettiva è importante anche per gli Stati Uniti”.

Sul tema migranti, più in generale ha aggiunto, “l’Ue deve avere una voce unica, deve avere un dialogo collaborativo con altre parti del mondo come l’Africa per non essere travolti da un fenomeno che può diventare ingovernabile. Soltanto una politica di gestione del fenomeno migratorio dell’Unione può essere in grado di governarlo in maniera ordinata, accettabile, legale, senza far finta di vedere quello che avviene per ora, e senza essere tra poco tempo travolti da un fenomeno ingovernabile è incontrollabile”. E ha continuato: “So bene che molti Paesi sono frenati da preoccupazioni elettorali contingenti ma così si finisce per affidare la gestione del fenomeno agli scafisti e ai trafficanti di esseri umani”.

Quanto alla questione della sovranità, cavallo di battaglia delle destre europee, ha rimarcato: “La formula che consente di preservare la sovranità è la sovranità condivisa dell’Unione, che consente di affrontare le sfide globali che abbiamo davanti a noi. Va trovata una formula che adegui la sovranità senza che sia illusoria e l’unico modo per conservarla è condividerla.  L’appuntamento della Conferenza sullo Stato dell’Unione è importante per capire il ruolo e le sfide dell’Europa per il futuro”. (La notizia è ripresa testualmente dal quotidiano La repubblica).

L’approssimarsi della fine del mandato presidenziale fa bene a Mattarella, che comincia a sciacquarsi in bocca, emulando nel bene il suo predecessore Cossiga e picconando l’Unione Europea così lontana dalle visioni dei veri federalisti.

Tutti sono capaci di sbraitare contro i talebani salvo tirarsi indietro davanti ai loro misfatti. Manca la cultura dell’accoglienza, che è forse l’unica arma che abbiamo in mano per contrastare la deriva talebana. È il miglior ricatto possibile, è l’ultimatum umanitario che li può mettere in serie e gravi difficoltà. Toglieremmo, almeno in parte, l’effetto della loro oppressiva logica pseudo-politica.

Diversamente smettiamola di abbaiare, peraltro in ordine sparso, alla luna. Le guerre non funzionano, le sanzioni non sortiscono alcuna seria conseguenza, la diplomazia fa cilecca. Sforziamoci di accogliere chi fugge da questo delirante regime: sarà l’unico modo per contrastarlo.

Noi stiamo giocando a fare gli europei in un vergognoso tira e molla fra Paesi membri e istituzioni federali (?). I talebani indirettamente ci interpellano e noi rispondiamo picche. È inutile nasconderlo: sullo scacchiere mondiale c’è un posto vuoto, lasciato da chi spera di cavarsela con le condanne urlate a pieni polmoni.

Meno male che c’è ancora Mattarella…forse sta sferzando anche l’attuale governo, pur da lui inventato, voluto e sostenuto, a fare qualcosa di più. L’aplomb draghiano non è sufficiente, per non parlare della evanescente opera dimaiana. È un momento in cui bisogna tirare fuori le palle, non per gridare al lupo, ma per fare politica estera vera e propria, a costo di mettere in crisi il già precario equilibrio parlamentare di maggioranza.

Andiamo a vedere in mano a Salvini: se ne dovrà fare una ragione…  Il pericolo talebano non sta cementando né l’Unione europea, né l’unità nazionale intorno al governo Draghi. Uniti sì, ma ognuno a casa propria a coltivare gli orticelli e, tra una coltura e l’altra, a cantare delle canzonacce-contro. Contro chi? Contro noi stessi!

 

 

Avanti la prossima…

Mio padre era amante dei proverbi, dei modi di dire, riusciva anche in questo campo a mettere il proprio grano di sale. Era solito citare due proverbi: “chi fa da sè fa per tre” e “l’unione fa la forza”. Aggiungeva: “E l’ora cme s’à da far”.

Di fronte alla clamorosa demenziale iniziativa di un candidato sindaco di Torino mi sovvengono due contrastanti e saggi proverbi o detti.

Un bel tacer non fu mai scritto (più raramente, il bel tacer non fu mai scritto oppure un buon tacer non fu mai scritto) è un noto proverbio italiano il cui significato è: “la bellezza del saper tacere al momento opportuno non è mai stata lodata a sufficienza”.

Poi però arriva il detto “chi tace acconsente” il cui significato è chiarissimo: quando non ci si esprime su una questione, evitando di manifestare anche un eventuale dissenso, si dà per scontato che siamo d’accordo sulla questione stessa. Meno chiara è l’origine; si tratta di una leggera variante di una frase latina: Qui tacet, consentire videtur (Chi tace sembra acconsentire) tratta da un decreto di Bonifacio VIII.

La premessa in un certo senso costituisce già il commento alla notizia che riporto di seguito, tratta dal quotidiano La repubblica.

Ugo Mattei, professore di diritto internazionale, coordinatore dell’International College di Torino, candidato sindaco della lista Futura Torino, fra i maggiori esperti di Beni comuni ha appostato il suo camper, in vari punti della città con slogan sempre provocatori indirizzati anche a direttori di giornali. In queste ore si ripresenta con la seconda fase della sua campagna elettorale, dopo che il giurista non si è fatto mancare neppure la partecipazione alle manifestazioni No Vax a Torino.

L’immagine nel cartellone non lascia spazio a equivoci. Mentre a sinistra un Mattei in formato gigante anticipa il voto di ottobre definendosi  già “il nuovo sindaco” e assicurando di essere in grado di elargire “Libertà, felicità e solidarietà”, a destra il professore, che a lungo ha collaborato con Rodotà, ha scelto di rappresentare dietro le sbarre, come in prigione, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il ministro della Salute Roberto Speranza e il premier Mario Draghi, con le scritte “Mattarella non fa votare”, “Draghi non fa passare”, “Speranza non fa curare” . A dividere chi “dà” e chi “toglie” secondo Mattei la scritta gigante: “Lui dà” e “Loro no”, dove loro sono ovviamente il presidente, il presidente del Consiglio e il ministro.

Dopo avere letto, mi sono appunto chiesto: meglio tacere o meglio reagire con indignazione? La provocazione merita attenzione o compassione? Sono rimasto qualche minuto a riflettere, poi ho passato in rassegna tutti gli aforismi in materia di “silenzio”. Al termine di questa istruttiva carrellata ho scritto queste poche righe a cui non aggiungo altro. Una sorta di compromesso per (non) cadere nel tranello: andate avanti voi… Io mi rifugio nel famoso coro del Rigoletto: “Zitti, zitti moviamo a vendetta, ne sia colto or che meno l’aspetta. Derisore sì audace costante a sua volta schernito sarà!”.

 

 

 

 

Gli evasori costituzionali

L’Impressionismo è una corrente artistica sviluppatasi in Francia, soprattutto a Parigi, nella seconda metà dell’Ottocento, tra il 1860 e il 1870 e durata fino al primo Novecento. Il termine “impressionismo” nacque da un’affermazione dal critico d’arte Louis Leroy a proposito del quadro di Monet, “Impression. Soleil Levant”. Il critico non apprezzò l’opera esposta e la definì, appunto, poco più che un'”impressione” in quanto gli dava un senso di incompiutezza.

Ebbene se è vero che la politica è l’arte del governare, questa arte sta diventando sempre più impressionista nel senso che aggira gli ostacoli, non affronta le questioni, lascia incompiute le soluzioni, le (r)aggira rimandandole ai cittadini.

Succede in materia di vaccinazione anti-covid. Non si ha il coraggio di introdurre espressamente l’obbligo, anche perché a mio modesto avviso sarebbe anti-costituzionale o comunque molto discutibile costituzione alla mano, e ci si vuole arrivare morbidamente e per gradi: prima gli operatori sanitari, poi le scuole, poi i trasporti, poi la pubblica amministrazione, poi le aziende. Alla fine non resteranno che pochi sfigati a vantare il diritto di non vaccinarsi. Non voglio essere scurrile, ma mi sembra che la vaccinazione più che con una punturina stia avvenendo con una “suppostina”. Gli italiani verranno gentilmente (?) accompagnati negli hub quasi senza accorgersene, la Costituzione sarà salva, la salute trionferà e la politica galleggerà.

Succede in fatto di eutanasia. Non si ha il coraggio di elaborare un serio provvedimento di legge e si aspetta che siano i cittadini a legiferare a colpi di accetta referendaria.  Il quesito referendario è chiaro: si tratta di abolire una parte del testo dell’articolo 579 del codice penale che punisce «chiunque cagioni la morte di un uomo, col consenso di lui». Grazie alla depenalizzazione, dunque, quello che prima era proibito dallo Stato diventa un comportamento lecito, rimuovendo un limite alla libertà dei cittadini, allargando la sfera della sovranità individuale. Lo slogan «Liberi fino alla fine» col quale i radicali, il comitato promotore del referendum «Eutanasia legale» e l’Associazione Luca Coscioni hanno presentato la loro iniziativa significa proprio questo. Sono sostanzialmente d’accordo con questa iniziativa, ne saluto con soddisfazione il clamoroso successo, ma resto perplesso di fronte all’omertoso comportamento della politica.

In entrambi i casi siamo sull’orlo del precipizio anti-costituzionale e chi governa sembra fare questo ragionamento: lasciamo che siano i cittadini a decidere della loro sorte, noi ce ne laviamo, più o meno, le mani. Qualcuno, in tema di vaccinazione, la chiama politica della persuasione occulta, della responsabilizzazione guidata, della scelta “spintanea”. Qualcuno, riguardo all’eutanasia, la ritiene il male minore, la scelta del non scegliere, la rinuncia a sporcarsi le mani, la cessione di sovranità ai cittadini. Alla fine vorrei sapere cosa ci stanno a fare Parlamento e Governo.

La paradossale beffa, che si sta perpetrando, avviene proprio nel periodo in cui al ministero della Giustizia  si è insediata una costituzionalista provetta, una persona che ha guidato la Corte Costituzionale e che si sta comportando da vestale a rovescio: sacerdotessa addetta al culto della Costituzione che ne accetta lo strisciante scempio, custode del fuoco sacro dei diritti e dei doveri, che li aggira bellamente, legata allo stato di verginità della politica come stato sacrale, che in realtà si piega alla politica della ragion di Stato e di Chiesa.

Della serie metti una costituzionalista alla giustizia ed è tutto risolto. Speriamo che non la mettano a fare il Presidente della Repubblica, perché, tra prosopopea giuridica e integralismo cattolico, rischieremmo grosso. Sónia stè pòch complimentóz con la ministra? Forsi sì, ma a mi am piäz ésor s’cètt e nètt e miga girärog d’intóron! 

 

 

Dichiarare guerra alla guerra

La crisi afghana sta suscitando enorme impressione, notevole apprensione e molte discussioni: come al solito si dice tutto e il suo contrario, si vorrebbe la botte piena (un Afghanistan democratico e ripulito dai talebani) e la moglie ubriaca (la non interferenza negli affari altrui anche in Afghanistan). Davanti a questo dibattito piuttosto farraginoso e inconcludente, mi sento di ritornare sull’argomento usando la pragmatica accetta del buon senso piuttosto che il fioretto delle dotte dissertazioni di natura geo-politica.

Parto dalla constatazione che il problema dell’Afghanistan, in un certo senso, è emblematico di come l’Occidente trascinato dagli Usa, e con l’Europa piccolo/grande assente, si pone nei confronti del mondo.

Gli Usa, prima hanno appoggiato i talebani contro la Russia che aveva invaso l’Afghanistan, poi, dopo l’attentato delle Torri Gemelle, hanno scatenato una guerra punitiva e furibonda contro l’Afghanistan facendo finta di voler annientare il terrorismo, poi hanno installato il solito governo fantoccio che in questi giorni si è sciolto come neve al sole, poi si sono stancati di sacrificare risorse e uomini in questa guerra infinita e hanno cominciato a ritirarsi, ma la frittata era già fatta e il dentifricio non si è potuto rimettere dentro il tubetto.

Morale della favola: le guerre, da che mondo è mondo, non hanno mai risolto i problemi, ma li hanno solo ulteriormente aggravati. Anche le cosiddette guerre difensive, contro il terrorismo o come reazione ad atti di violazione unilaterale degli equilibri mondiali. Oltre tutto le guerre nascondono sempre inconfessabili ma evidenti motivi di espansionismo economico e di egemonia politica.

L’unica strada che oggi intravedo è quella dell’apertura di una dura ma pacifica trattativa col governo talebano, pronti ad aiuti umanitari verso quanti vogliono fuggire da quel Paese, messo alle strette ed isolato: un discorso su cui l’Europa potrebbe e dovrebbe essere protagonista. Purtroppo Russia e Cina stanno facendo il loro sporco gioco e sarà molto difficile avviare un discorso assieme ad esse.

Tornando agli Usa, l’iniziale responsabilità di questa drammatica e lunga vicenda è di Bush figlio. Ricordo che il giorno stesso del famoso e tragico attentato alle Torri Gemelle, commentando a caldo l’evento con una intelligente amica, fui facile profeta: la reazione era in mano a due personaggi squallidi, quella Usa a Bush, quella italiana a Berlusconi e quindi non poteva che finire malissimo. Barack Obama ha puntato sul dare un colpo fatale ai terroristi, riuscendoci anche in buona parte, mentre però la politica non riusciva a partorire un governo credibile per l’Afghanistan. Donald Trump è entrato con la delicatezza di un elefante nel negozio afghano: ha cavalcato spudoratamente il logorio psicologico dell’opinione pubblica statunitense e non solo, stanca di continuare una guerra senza capo né coda, puntando ad un ritiro piuttosto sbrigativo e per certi versi sconsiderato.

Joe Biden sta purtroppo mostrando la corda: ha ereditato problemi pazzeschi, ma non mi sembra all’altezza delle aspettative. Si è limitato a portare a termine il ritiro delle truppe, lasciando dietro di sé un vuoto di potere nel quale i Talebani hanno affondato i colpi come nel burro. Gli Usa hanno la deprecabile tendenza a non ammettere i propri errori ed a coprirli commettendone dei nuovi: non hanno costruito niente e lasciano il niente, colmato dai Talebani forti di una sciagurata ma importante spinta islamica. Sull’islamismo e sul terrorismo islamico ci sarebbero da fare parecchie considerazioni…

Mi permetto di rivolgere un presuntuoso e autoreferenziale invito a chi volesse approfondire l’argomento. Sono facilmente e liberamente consultabili, scaricabili e stampabili, le mie pubblicazioni presenti sul sito, che mantengono una certa qual attualità: “Non è bello ciò che è bellico, ma è bello ciò che è pace”, un libro definito da un mio carissimo amico come “un sussidiario di ragionato pacifismo”; “Il paradosso: l’amore ci divide…la violenza ci accomuna”, una sorta di appendice in salsa piccante rispetto alle riflessioni sul terrorismo contenute nel primo libro. Buona eventuale lettura!

Al calcio non farebbe male la cura talebana

Stiamo penosamente sfogliando la margherita ronaldiana: resta o se ne va? Sono totalmente indifferente alla questione e peraltro piuttosto infastidito dalla sarabanda mediatica dei nullapensanti e dei tuttoparlanti. Ma chi se ne frega se Ronaldo resta alla Juventus o parte per andare in qualche altro club a spillare milioni? La tifoseria sarà in grande ansia: scommetto che gli juventini sfegatati saranno più preoccupati del futuro di Ronaldo che del futuro dell’Afghanistan. Così va il mondo…

C’è una sorta di vomitevole alleanza tra i vip del pallone alla ricerca di guadagni pazzeschi e i servi furbi e sciocchi del sistema pallonaro, vale a dire i giornalisti sportivi alla caccia dello scoop e delle chiacchiere (forse il calcio è diventato lo sport più chiacchierato e meno praticato del mondo) e i tifosi che si lasciano abbindolare da questi squallidi personaggi sempre in cerca di farlocche ribalte e di soldi veri.

Molti hanno criticato la scelta del Milan che ha lasciato andare il portierone Donnarumma, l’eroe nazionale. Non so se il club rossonero abbia guadagnato da questa decisione, non mi interessa più di tanto: ha certamente migliorato in credibilità e serietà.

Non so se il Parma calcio abbia fatto un affare ad ingaggiare Luigi Buffon, un divo a fine carriera, in cerca di ulteriore gloria fasulla: il successo mediatico è stato enorme. Staremo a vedere i risultati sul campo, anche se ormai contano poco, valgono il clamore ed il fumo: il Parma ha trovato così il modo di essere nell’élite del calcio nonostante la retrocessione in serie b.

Sarò ripetitivo al limite dell’arteriosclerosi, sarò un esagerato fustigatori di costumi, sarò quel che sarò, ma per l’ennesima volta mi butto a capofitto su quanto sosteneva mio padre in materia di divismo calcistico. I suoi insegnamenti sono estremamente attuali: se vivesse oggi sarebbe ancor più duro, anche se aveva il pregio di usare più l’ironia del disprezzo.

Fin dalla mia fanciullezza era forte, quasi irresistibile, in me la spinta a vivere gli eventi in tutti i loro aspetti, nel loro divenire, senza fretta, come quando si beve una buona bevanda e la si centellina volutamente. Andavo allo stadio con mio padre, che mi faceva da guida tollerante ma saggia. Allora eccoci al prepartita, che, grazie a Dio, non era fatto delle odierne chiacchiere assurde di schiere di commentatori prezzolati o dei rituali tafferugli tra gruppi di tifosi, ma era costituito dall’osservare da vicino il riscaldamento degli atleti di “casa”, i miei beniamini (mi accontentavo di poco rispetto alle star superpagate di oggi), negli spiazzi intorno alle gradinate. Mio padre accondiscendeva a costo di perdere qualche buona posizione sulle gradinate di curva e sopportando un piccolo quanto innocuo divismo: non ricordo con precisione, ma credo che qualche volta, per conferire una punta di umanità alla scena, mi abbia supportato nello stringere la mano a quelli che lui sapeva essere i miei “preferiti” (ricordo con tanta nostalgia Beppe Calzolari fra tutti). Allora tutto aveva una dimensione umana ben lontana dall’anonimo, industriale, artificioso, violento divismo calcistico di oggi.

Mio padre pretendeva molto, addirittura l’impossibile, dai grandi campioni superpagati, arrivava alla paradossale esigenza del goal ad ogni tiro in porta per un fuoriclasse come Zico (col da la ghirlanda) incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Ma non solo con Zico anche con altri cosiddetti fuoriclasse: mio padre non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato. Mi riferisco al sistema calcio ma anche al sistema più in generale. E capisco mio padre che non era capace, per sua stessa ammissione, di farsi pagare per il giusto, che non osava farsi dare del “lei” dai garzoni, che aveva uno spiccato senso del dovere e non concepiva, nella sua semplicità di vita, questi enormi guadagni. Sogghignava di fronte agli scandalosi ingaggi: “Mo co’ nin farani äd tutt chi sòld li, magnarani tri galètt al di?”.  Scherzi a parte mio padre era portatore di un’etica del dovere, del servizio e reagiva, alla sua maniera, alle incongruenze clamorose della società.

Amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini di scienza o di cultura. Direbbe oggi: “Se a Pärma a véna Cristiano Ronaldo i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè.”

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose.

 

 

 

 

 

Clericalismo a prova di bomba vescovile

Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Solsona (Spagna), presentata da monsignor Xavier Novell Gomà. Lo rende noto un Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. Monsignor Novell Gomà, 52 anni, ha presentato la sua rinuncia per «motivi strettamente personali» fa sapere la diocesi di Solsona. Novell Gomà fu nominato vescovo di Solsona da Benedetto XVI il 3 novembre 2010, diventando a 41 anni il più giovane vescovo di Spagna e l’ottavo del mondo. Nel febbraio 2012 era stato sotto i riflettori per aver scelto di tagliarsi lo stipendio. Era noto per il suo ruolo attivo al voto per l’indipendenza della Catalogna. Negli anni scorsi è stato al centro di alcune polemiche per le sue affermazioni sui gay. Tra le frasi che hanno rivoltato la comunità Lgbt la correlazione ai genitori: «L’omosessualità può essere correlata a una figura paterna assente e lontana».

Vado in ordine di tempo facendo riferimento ai reportage del quotidiano La stampa. Monsignor Novell, il più giovane presule iberico, nel 2012 aveva deciso di ridurre la sua mensilità del 25%, da 1200 a 900 euro. Qualcuno lo aveva accusato di demagogia. Ma lui, Xavier Novell, il vescovo più giovane di Spagna (42 anni) e anche il più corteggiato dai giornali femminili, aveva tirato dritto. “Mi riduco lo stipendio. Lo faccio per manifestare la mia solidarietà concreta a coloro che sono stati colpiti dalla crisi.
I cattolici non possono rimanere impassibili di fronte al bisogno, non possiamo passare oltre come i viandanti della parabola del Buon Samaritano. Tutti possono fare qualcosa. La causa della crisi va ricercata proprio nel fatto che ognuno di noi ha voluto vivere al di sopra dei propri mezzi. Se ne esce solo tutti insieme: noi, nella nostra Diocesi, cominciamo con questo piccola rinuncia…”. Piccola, forse, ma una rinuncia che in Spagna aveva suscitato un certo clamore. Mons Novell non può infatti essere annoverato tra i presuli più “terzomondisti”, magari sbilanciati solo sul versante “sociale” della fede. Anzi, Novell viene considerato un ratzingeriano di ferro. Ma è anche un uomo al quale piace scombinare i rassicuranti cliché nei quali si cerca di racchiudere la vita della Chiesa. In un’intervista a El Pais ebbe a dire: “Dare le ragioni della fede è il vero modo di essere progressista. Qualcuno dice che il cristianesimo si è diffuso per invidia. Sono molto d’accordo: la gente vedeva che i cristiani erano felici e si convertiva. La nostra generazione ha vissuto di rendita, ma non possiamo più permettercelo: ci vuole un annuncio del vangelo amichevole e coraggioso”.

Monsignor Novell Gomà inoltre nel 2013 era stato criticato per le sue posizioni riguardo all’indipendentismo della Catalogna. Nel settembre del 2013 consigliò ai parroci della sua diocesi di non partecipare alla «campagna del suono di campane» che doveva accompagnare la Via Catalana dell’11 settembre. Questo suscitò numerose proteste. In un articolo pubblicato domenica 7 settembre 2014, immediatamente precedente alla celebrazione della Giornata, la diocesi di Solsona difese il diritto di decidere dei catalani e la legittimità della richiesta e chiamò i fedeli a votare, assicurando che la Catalogna «soddisfa gli elementi che la dottrina sociale della Chiesa indica per la realtà di una nazione: cultura, lingua e storia». Sebbene il vescovo non si fosse schierato sulla direzione del voto, invitò i cittadini a «non rimanere estranei a questo processo» e chiese loro che «con uno spirito democratico e pacifico, scegliessero con tranquillità l’opzione che ritengono migliore per il bene della Catalogna». Novell difese la libertà della Chiesa «nel rispettare ogni posizione politica, nonché la legittimità morale del diritto di decidere sui cittadini della Catalogna». Per queste dichiarazioni, il Partito Popolare Catalano chiese alla Conferenza episcopale spagnola di agire contro di lui per osservazioni «chiaramente inaccettabili entro il margine di libertà di espressione e che non corrispondono all’autorità ecclesiastica». Prima delle elezioni parlamentari catalane del 27 settembre 2015, in un articolo pubblicato sul settimanale diocesano, monsignor Novell Gomà però si espresse chiaramente a sostegno delle opzioni a favore dell’indipendenza della Catalogna.

Il 30 maggio 2017 il consiglio comunale di Cevera (comune spagnolo della Catalogna) lo ha dichiarato persona non grata in quanto poco tempo prima aveva affermato che «l’omosessualità può essere correlata a una figura paterna assente e lontana». La domenica precedente, il 28 maggio, aveva dovuto lasciare la chiesa parrocchiale di Santa Maria de l’Alba a Tarrega, scortato dalla Mossos d’Esquadra, dalla polizia locale e da alcuni parrocchiani, dopo che alcuni attivisti LGBT avevano convocato una manifestazione contro di lui. I consigli comunali di Tarrega e Mollerussa, che sono parte della sua diocesi, avevano respinto una sua visita. Il 29 maggio, il sindaco di Solsona, David Rodriguez, classificò come «sfortunate» le dichiarazioni del vescovo, e disse di aver contattato Novell per chiedere una rettifica. Il vescovo Novell si scusò «con i genitori di omosessuali che si sono sentiti male a causa delle sue dichiarazioni», affermando che non ha mai voluto offendere nessuno. Tuttavia avvertì che «avrebbe continuano a presentare senza paura la visione cristiana della persona e delle conseguenze morali che derivano da essa».

In conclusione, un vescovo scomodo, amante di una pastorale interventista, di una Chiesa che è disposta a sporcarsi le mani “intromettendosi” coraggiosamente nel mondo senza essere del mondo. Mi piace questo modo di fare Chiesa, anche se non condivido sempre le posizioni di chi si esprime chiaramente, di chi si schiera apertamente, di chi testimonia posizioni nette sui problemi scottanti e delicati. Così come non accetto i modi subdoli di una sorta di inquisizione riveduta e scorretta. Quando si crea qualche scompiglio nell’area di rigore ci si rifugia in corner con rimozioni, isolamenti e censure. È il metodo squisitamente clericale, tanto e giustamente criticato da papa Francesco, il quale poi alla prova dei fatti rischia di rovinare tutto, piegandosi alla gretta ragion di Chiesa.

Non entro nel merito delle tre questioni per cui il vescovo Novell è entrato nel mirino e si è giocato il posto. Ne faccio una questione di metodo e di stile nei provvedimenti adottati contro di lui (anche se spacciati per rinuncia unilaterale), che ritengo totalmente anti-evangelici. Monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, vescovo di Carpi e vice-presidente della Conferenza episcopale italiana, non quindi un battitore libero, dice: «Certamente la recezione del Vaticano II per certi aspetti è appena iniziata. Il Concilio non ha sposato una Chiesa democratica, ma ha cercato di porre le basi per superare l’idea di una Chiesa monocratica. Adesso la parola in auge con papa Francesco è “Chiesa sinodale”: per arrivarci bisognerà camminare ancora molto».

Afferma Marco Marzano, professore di Sociologia delle organizzazioni all’Università di Bergamo: «In sintesi estrema, da studioso, la vedo così: una grande struttura come la Chiesa cattolica, la più importante, impressionante, straordinaria organizzazione della storia umana, con duemila anni di storia, con un radicamento enorme, non cambia per mano di teologi. La Chiesa è una struttura di potere – per come ci è stata tramandata sino a oggi ­– basata su tre cardini: il potere degli uomini sulle donne; quello del clero sui laici e quello di Roma sul resto del mondo». Evidentemente il vescovo di Solsona dava fastidio al potere, quello ecclesiastico, quello civile e financo quello culturale, perché amava dire fuori dai denti come la pensava, a costo di sbagliare. E chi non sbaglia? Non credo all’infallibilità del papa e di nessun altro, credo nel dialogo, nel confronto, nel rispetto reciproco, in poche parole nella tensione verso la carità evangelica.

 

Ieri è storia, domani è mistero

In tutte le situazioni, prima di guardare al futuro è sempre meglio dare un’occhiata al passato. Gli atleti quando prendono la rincorsa per affrontare un ostacolo, azzardano qualche passettino all’indietro per cercare la giusta concentrazione e la spinta verso l’obiettivo da raggiungere. Negli ultimi tempi è diventata una moda chiedere l’appoggio del pubblico: a mio giudizio non serve a nulla se non a mettere le mani avanti per un eventuale insuccesso. Faccio quindi un passo indietro, torno esattamente a dieci anni fa, vale a dire all’agosto del 2011. Scrivevo quanto segue.

“Il governo italiano, quello di unità nazionale, che ogni tanto viene evocato o invocato di fronte agli innumerevoli guai del Paese, in realtà esiste già ed è presieduto, nonostante le scandalizzate reazioni degli improvvisati e perbenistici costituzionalisti dei miei stivali, da Giorgio Napolitano con l’assistenza in campo economico-finanziario di Mario Draghi. Tutte le questioni fondamentali passano ormai dalle mani del Presidente della Repubblica, il regime è stato commissariato dal flemmatico Capo dello Stato: non si muove foglia che Napolitano non voglia. I rapporti, con gli Usa, la Ue, l’Onu, la Nato, tutto il mondo, passano dal Quirinale. Maggioranza e opposizione, prima di prendere posizione, consultano il Colle. Non parliamo dei singoli cittadini che da tempo hanno scelto l’interlocutore in questo ultraottantenne personaggio, il quale ha deciso di abbattere il regime con picconate soft da fare invidia al miglior Cossiga. Viene da ridere a sentire Berlusconi quando ribadisce la convinzione di restare in sella almeno fino al 2013: se continua così può rimanerci anche fino al 2018 e oltre: è un morto che governa. Non ho voglia di entrare nel merito di questa paradossale situazione italiana, mi limito a coglierne gli aspetti costituzionalmente liberanti senza trascurarne i rischi politici: da una parte ci stiamo forse, lentamente, inopinatamente e surrettiziamente, liberando di un cancerogeno sistema di potere, dall’altra ci sentiamo come scolaretti condotti per mano da un anziano e premuroso  maestro, che prima o poi dovrà abbandonare la stretta, riconsegnandoci alla paura di ripiombare nel buio dei problemi irrisolti”.

Allora si stava aspettando il governo di salute pubblica dopo i disastri berlusconiani, arrivò Mario Monti la cui avventura governativa e poi politica è ancora tutta da interpretare, in compenso tramontò il berlusconismo marciante. Chi dice che la storia si ripeta, chi sostiene che la storia non si ripeta mai, probabilmente i fatti ritornano, ma in modo diverso anche se analogo.

Oggi siamo nelle mani rassicuranti di Sergio Mattarella, il governo di (quasi) unità nazionale è una realtà liberante anche se anomala e dal futuro incerto, gli inutili e irritanti rompipalle sono sempre in agguato, l’Italia non è mai stata tanto rispettata e considerata per merito di Mario Draghi (persino lo sport ci sta aiutando a ritrovare peso e dignità come nazione), ma siamo ancor oggi come scolaretti condotti per mano da due signori che non hanno intenzione di durare a lungo. Da una parte abbiamo Mattarella, che non nasconde la volontà di farsi da parte fra pochi mesi, dall’altra Draghi, che governa speditamente proprio anche perché non ha l’ansia di restare in sella e che, quando sarà il momento, speriamo il più tardi possibile, non si farà certo pregare per farsi da parte.

Il punto critico non sta tanto nelle varie emergenze, quella socio-sanitaria e quella economica, ma nella precarietà culturale dei cittadini senza buon senso e nella precarietà politica di partiti senza senso. Prima o poi dovremo camminare con le nostre gambe e potrebbe essere un disastro. Non sono fra coloro che teorizzano una scuola di nuoto consistente nel buttare sbrigativamente e brutalmente in acqua l’allievo, ma in acqua bisognerà pure buttarsi e non so se avremo imparato a nuotare.

Ho provato, in un assurdo gioco di società, ad ipotizzare il sostituto di Mattarella al Quirinale: sono riuscito a fare persino qualche nome accettabile anche se non entusiasmante. Li butto lì alla rinfusa politica: Walter Veltroni, Paolo Gentiloni, Giuseppe Sala. Non mi piace pensare ad una donna a tutti i costi e nemmeno ad un personaggio al di fuori della politica. Non scorrono fiumi di carisma e quindi la scelta sarà difficilissima.

Non parliamo di chi dovrà rilevare Draghi a Palazzo Chigi. Ci saranno di mezzo elezioni politiche molto imprevedibili ed equilibri successivi abbastanza pericolosi. Le prospettive sono alquanto incerte, ma più che di incertezza si deve parlare di buio totale. Io, patito della politica fin da ragazzino, figlio di un sessantotto in cui tutto era politica, mi trovo a considerare la politica come un male necessario. Non riesco ad andare oltre. Tutto sommato sto per essere “riconsegnato alla paura di ripiombare nel buio dei problemi irrisolti”. Sono passati inutilmente dieci anni?