Chi vuol esser vaccinato sia

Nell’acceso dibattito fra sordi sulla vaccinazione la confusione regna sovrana. Mi dispiace doverlo ammettere, ma la primaria responsabilità di questo autentico casino è del governo e quindi anche, in primis, di Mario Draghi: si è impantanato nell’introduzione del certificato di vaccinazione (mi sono stufato di chiamarlo diversamente) intendendo raggiungere, surrettiziamente e a piccoli passi, l’obiettivo dell’obbligatorietà.

Questa mancanza di coraggio governativo è probabilmente dovuta ai timori della sollevazione della questione di legittimità costituzionale, che cova sotto la cenere nonostante le rassicurazioni dei soloni di Stato, alla paura di contraccolpi sociali, che peraltro si stanno già ampiamente verificando, alla cautela per quanto riguarda i riflessi nei rapporti politici a livello partitico e parlamentare, che si stanno comunque puntualmente registrando. Sarebbe molto più serio ed onesto chiamare le cose col loro nome, cioè dire obbligo all’obbligo, senza girarci attorno con “decretucci e decretini” vari, pieni di contraddizioni.

Andando in scala, la seconda responsabilità è della scienza, balbettante e divisa, che sputa presuntuose sentenze sanitarie, che fanno venire il latte alle ginocchia. Chi vuol vaccinarsi lo faccia anche se del vaccin non v’è certezza. Non pretendo certezza assoluta, ma non esiste nemmeno quella presumibile. Infatti non se ne conosce a tutt’oggi l’efficacia, men che meno l’innocuità e la durata. Siamo ancora in piena e totale sperimentazione e quindi si continua a navigare al buio, ad andare per tentativi. Niente di strano e scandaloso considerata la complessità dei problemi, ma tutto di inaccettabile se, sulla base della presumibile incertezza, si vuole costruire il castello inattaccabile dell’obbligatorietà.

Nel dibattito scientifico si sono poi introdotte altre discipline, in particolare la filosofia, per sollevare giustamente e opportunamente ulteriori dubbi di compatibilità democratica, legittimando le perplessità presenti in tante persone non sbrigativamente collocabili tra i no-vax.

L’altra questione fuorviante è proprio quella di criminalizzare chiunque osi alzare il ditino per dire le proprie ragioni al riguardo, gettando sinistre manciate di fango su coloro che immediatamente vengono classificati come gli amici del giaguaro della destra reazionaria. No, così non va. Il dissenso deve essere rispettato e confutato con argomenti seri e non con squalifiche pseudo-ideologiche. Se da una parte si vuol sentire a tutti i costi aria di disfattismo, dall’altra c’è chi sente puzza di regime: così non si costruisce niente!

Sul fatto poi che sotto la cenere possa covare il fuoco della ingiustificata violenza o dello strumentale scontro di piazza, che ci sia chi non aspetta altro che soffiare sul fuoco della polemica vaccinale per lucrarne consensi, non c’è da sorprendersi, c’era da aspettarselo, ma non basta a criminalizzare la critica facendo passare per “fascista” chi si pone certi legittimi dubbi in materia di perseguimento della salute e di rispetto dei principi democratici.

La questione della vaccinazione obbligatoria non si risolve mettendo in campo l’antiterrorismo, lasciando intendere che chiunque osa dissentire sia appunto un terrorista o un collaborazionista del terrorismo oltre tutto di marca fascista. Non accetto questo modo di (non) ragionare.

Non mi sogno nemmeno di schierarmi fra i no-vax, qualcuno mi dovrebbe peraltro spiegare cosa significhi essere un no-vax o anti-vax al di là delle sbracate, velleitarie e pregiudiziali esternazioni di chi si qualifica tale. Mi sforzo solo di ragionare con la mia testa guidato dalla mia cultura e dalla mia sensibilità. Non mi sogno nemmeno però di legare l’asino dove vuole la ragion di vaccino, di considerare un nemico dello Stato, un irresponsabile cittadino e finanche un incoerente cristiano chi osa dubitare in una materia in cui il dubbio è quasi obbligato. Ognuno lo supera alla sua maniera, mentre il governo e la scienza anziché aiutare a dipanare la questione finiscono con l’aggrovigliarla ancor più, per poi puntare il dito contro quanti ne rimangono imprigionati.

Si faccia un po’ di silenzio, tacciano anche Mattarella, Draghi e papa Francesco: nessuno ha la verità in tasca e tutti meritano rispetto senza essere bollati di inciviltà e tanto meno di sedizione violenta contro l’interesse pubblico. Il presidente della Repubblica si ricordi che rappresenta anche coloro che dubitano, che criticano, che soffrono la loro opposizione; dice il Capo dello Stato: «Non si può invocare la libertà per non vaccinarsi, si mette a rischio la salute altrui». E gli evasori fiscali non mettono forse a rischio il benessere di tutti? Allora vorrei sentire e soprattutto vedere nei fatti una uguale e reiterata filippica contro chi non paga le tasse.

Il premier Draghi si ricordi che la trave nell’occhio del governo è molto più grande delle pagliuzze negli occhi degli incerti e dei dubbiosi e che nelle curve anche il più provetto autista deve andare piano e rallentare, non accelerare.

Il papa si ricordi che l’obbedienza non è sempre una virtù e che la Chiesa è una specialista nella pratica assai poco caritatevole della scomunica dei dissenzienti. Gli scienziati infine facciano il loro mestiere, mentre fino ad ora, direttamente o indirettamente, hanno fatto prevalentemente gli arruffapopolo.

Beghe di frati e beghe di laicisti

Ricordo sempre con piacere quanto, laicamente ma soprattutto ragionevolmente, affermava Indro Montanelli da me ripetutamente citato in ordine a certe disquisizioni moralistiche della Chiesa.

Oltre dieci anni fa scrivevo: “E’ perfettamente inutile e sbagliato rifugiarsi nella reazione scandalizzata all’installazione di distributori di preservativi nelle scuole: è forse meglio la diffusione di malattie, la rassegnazione ad incidenti di percorso che possono sconvolgere l’esistenza delle persone?

Non ha senso colpevolizzare le varie metodiche di controllo delle nascite insistendo sull’assurdo concetto dell’automatica connessione tra sessualità e procreazione: ma dove è scritto, chi l’ha detto, quale senso ha?

Come è possibile considerare il profilattico un’arma demoniaca persino davanti al flagello dell’aids: siamo al delirio etico! Quale senso evangelico ha considerare l’indissolubilità del matrimonio non come un impegno ma come una palla al piede da portarsi dietro per tutta la vita, pena l’esclusione dai sacramenti, vale a dire dall’essenza della salvezza per ogni cristiano: siamo all’edizione riveduta e scorretta del limbo per i non battezzati. Perché vietare a chi ha tendenze omosessuali la possibilità di inquadrare questa realtà di vita in un contesto di amore e di affetto?

E non sono, come diceva Indro Montanelli, beghe di frati le disquisizioni sull’inizio della vita umana atte a vietare la pillola del giorno dopo? Per non parlare dell’accanimento anti-eutanasia che finisce con l’inchiodare ad un letto di dolore chi chiede sommessamente di mettere fine alla crudeltà della vita? Ma cerchiamo di essere seri! Pensiamo che il Padre Eterno userà il cronometro per giudicarci? O non piuttosto il cuore, soprattutto il suo ma anche il nostro.

E non assume il significato di vuoto dogmatismo escludere a priori ed in ogni caso le pratiche abortive arrivando a condannarle persino in casi di drammatica ed evidente necessità? E non sembra cattiveria l’atteggiamento ostile verso pratiche abortive meno invasive e dolorose: una sorta di gara a rendere difficile l’aborto, come se fosse un insano divertimento”.

Ebbene devo ammettere che non esistono solo le beghe dei frati, ma anche quelle dei laicisti: non so diversamente definire l’annosa e stucchevole questione del Crocifisso esposto nei luoghi pubblici. Direbbe mio padre: “Mo che fastìddi ag dal?”. Infatti, mi chiedo anch’io quale ingombro culturale possa dare la Croce di Cristo, che è proprio il segno estremo dell’umiltà e della pazienza verso tutto e tutti.

E giù dibattiti e sentenze a non finire. Esporre il crocifisso nelle scuole non è una condotta discriminatoria. Lo ha stabilito la Suprema Corte, che, nella sua composizione più autorevole – le Sezioni Unite – con la sentenza 24414/2021, ha chiarito definitivamente che il maggiore simbolo del cristianesimo può rimanere nelle aule. Basta che a volerlo sia «la comunità scolastica», la quale può anche decidere di accompagnarlo «con i simboli di altre confessioni presenti in classe – così si esprime il comunicato stampa diffuso dalla Cassazione – e in ogni caso ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi».

Non ci volevano gli ermellini della suprema corte per arrivare a tanto, bastava un po’ di buon senso. Siamo al fariseismo a rovescio: c’è infatti quello delle gerarchie cattoliche con una pletora di regole da rispettare anche e soprattutto nel campo della morale sessuale, ma c’è anche quello altrettanto fastidioso e penoso di chi vuole fare la battaglia al cristianesimo con le regole dello Stato.

In sede religiosa guai a chi si permette un atto sessuale al di fuori del matrimonio e della procreazione, pazienza se il morigerato e scrupoloso osservante non paga le tasse o discrimina i poveracci che si aggirano nel mondo in cerca di giustizia.

In sede laicista guai a chi si permette di esporre il crocifisso considerato come un simbolo offensivo e discriminatorio della libertà religiosa, pazienza se chi crede in questo Dio crocifisso sacrifica la sua vita a servizio degli emarginati e di quanti la nostra bella e laica società non riesce a soccorrere e ad assistere.

Sarebbe ora di andare al sodo: da una parte cominciare a parlare e praticare la fede come adesione al messaggio evangelico e non come rispetto della religione quale raccolta di regole, formule e atti rituali; dall’altra parte pretendere che il potere religioso, che non è quello proveniente dalla Croce, non interferisca col potere civile, senza paura, come afferma monsignor Stefano Russo esponente della Cei, del “cristianesimo di cui è permeata la nostra cultura, anche laica, che ha contribuito a costruire e ad accrescere nel corso dei secoli una serie di valori condivisi che si esplicitano nell’accoglienza, nella cura, nell’inclusione, nell’aspirazione alla fraternità”.

Concludo richiamando un famoso aforisma (?) secondo il quale “Alcide De Gasperi andava in chiesa per pregare, mentre Giulio Andreotti frequentava la chiesa per confabulare coi preti”. Mi pare la sintesi del discorso che distingue il laico dal laicista: il vero laico può tranquillamente rispettare chi prega ed espone il crocifisso dove e come vuole; il laicista si preoccupa di evitare le combutte fra Chiesa e Stato vedendole anche dove non sono, vale a dire appese ad una Croce.

Detto in altro modo, aggiungo una considerazione, che sarebbe piaciuta molto a mia sorella Lucia: la Chiesa smetta di voler insegnare la politica ai politici e la lasci ai laici; i laicisti smettano di voler insegnare la religione alla Chiesa mettendola all’angolo.

 

 

La folla e la follia

Dura contestazione per l’ex premier Giuseppe Conte, arrivato a Desio per sostenere i candidati del Movimento 5 stelle nei comuni brianzoli. L’accoglienza in Lombardia non è stata delle migliori per il presidente del M5S. Tra alcuni sostenitori del MoVimento si è fatto largo un gruppo di contestatori per quella che è stata evidentemente una protesta organizzata in precedenza. Alcuni di loro indossavano delle magliette di protesta contro Conte e tra di loro c’era anche un manipolo di no vax che si sono uniti alle rimostranze.

“Assassino”, “Hai affamato l’Italia”. Queste sono solo alcune delle frasi che sono state rivolte all’ex presidente del Consiglio. Molti gli slogan urlati al megafono, le urla e le accuse mosse a Giuseppe Conte, che non si aspettava un’accoglienza come questa in Brianza. Le forze dell’ordine hanno garantito la sicurezza di tutti i presenti e la visita di Giuseppe Conte si è svolta senza particolari problemi e senza interruzioni degne di nota, ma il clima nel Paese appare evidentemente molto caldo e la campagna elettorale in corso non aiuta nella distensione.

Tra i fischi e le urla, poi, Giuseppe Conte ha svolto un piccolo comizio: “Continueremo responsabilmente a mettere in sicurezza il Paese per consentire una grande ripartenza economica: proseguiremo con determinazione, con passione, rispondendo col sorriso”. Gli animi sono stati caldi per tutto il tempo in cui Giuseppe Conte è stato presente a Desio, dove non sono mancati i tipici cori da stadio: “Conte, Conte, vaffa…”. Inevitabilmente i video sono rimbalzati sulla rete, dove gli utenti che non erano presenti in Brianza hanno rincarato la dose contro Giuseppe Conte.

“È anche poco. ‘sto pallone gonfiato tutto chiacchiere e distintivo dovrebbe essere cacciato da ogni palco, se non altro perché è l’ennesimo pallonaro che promise di lasciare la politica, salvo poi appiccicarsi alla poltrona col silicone”, ha scritto un utente commentando uno dei tanti video che circolano nella rete. Sempre lo stesso utente poi ha aggiunto: “Solo disgusto e pena per chi come lui ci ha governato durante la pandemia”. Ma c’è anche chi si spinge oltre nella sua rimostranza contro Conte, azzardando un “assalitelo”. E tra chi scrive invocando “le uova caz…”, c’è chi non si trattiene e sfocia nella violenza più bruta: “Sarebbe da appendere”.

È la scioccante e preoccupante nuda cronaca ripresa da quanto scrive il quotidiano “Il giornale”. In questo episodio è probabilmente racchiusa la sintesi di parecchie contestazioni. La prima che colgo è quella verso il M5S divenuto e ritenuto, a torto o a ragione, la pallida versione del “vaffanculettante” sfogo collettivo innescato da Beppe Grillo alcuni anni or sono: siamo a metà tra il fallimento e il tradimento. Alcuni forse vivono drammaticamente la delusione e la scaricano sull’immagine “doppiopettista” fornita dal nuovo e ben strano leader Giuseppe Conte. Si gioca insomma a tirare uova e pomodori alla gigantografia di Conte anziché a quella inattaccabile di Grillo.

C’è anche una seppur minoritaria ma sonora contestazione all’azione governativa di Conte: fin quando era in sella andava bene, aveva alti indici di gradimento; una volta sceso da cavallo è diventato bersaglio e gli si fa pagare ingenerosamente un conto salatissimo per il molto fumo e poco arrosto propinato nella prima fase della pandemia. Ma non era tutta colpa sua, ci sarebbe da approfondire il discorso, ma in questo clima lui rischia di pagare per tutto e per tutti, per il passato e finanche per il presente.

Poi c’è molto di personale nelle offese rivolte all’ex premier. Il suo percorso politico è strano, al limite dell’inaccettabile. Tirato fuori dal cilindro di Grillo, tollerato pazientemente e caritatevolmente da Mattarella, sacrificato sbrigativamente ma inevitabilmente sull’altare di una nuova fase tecno-politica, autoemarginatosi furbescamente dando l’idea del cincinnato pentastellato, ad un certo punto ha pensato bene di ritornare sulla scena anche perché la sua compagnia di giro sembrava effettivamente priva di un capo-comico spendibile. E allora ha ridisegnato Il M5S facendone una sorta di caricatura benpensante e perbenista quanto irritante e assai poco credibile. Sta facendo la parte del riciclato di lusso e questo evidentemente alcuni non glielo possono perdonare.

C’è infine lo sfogo dei no-vax (stanno diventando i nuovi fomentatori della cosiddetta contestazione globale), che trovano la loro sconcertante visibilità nella contestazione a improvvisati capri espiatori: sarebbe molto più linearmente contestabile l’attuale premier Draghi rispetto all’ex premier Conte, ma l’irrazionalità della folla rasenta la follia.

In questo miscuglio di reazioni non ci si raccapezza. Ho l’impressione che Giuseppe Conte c’entri come i cavoli a merenda in un malcontento così confuso e totalizzante. Sono geyser, vale a dire manifestazioni secondarie dell’attività vulcanica endogena, di una sotterranea contestazione che avrebbe anche motivi validi, ma non riesce ad esprimersi politicamente e tanto meno ad avere risposte dalla politica. Ci sarebbe di che interessarsi e divertirsi se non ci fosse da piangere amaramente. Non ho idea di chi sarà il prossimo obiettivo. Conte potrebbe difendersi in qualche modo. La situazione mi fa pensare alla famosa gag del tenore contestato dal loggione, il quale se la cava brillantemente con un “sentirete il baritono…”. E chi sarà il baritono di turno?

 

 

 

 

Gatticidi e femminicidi

Una donna della Florida, Stati Uniti, è stata arrestata con l’accusa di aver gettato il gatto del suo ex fidanzato in un fiume dopo aver avuto con lui una discussione. 

Secondo quanto riporta una nota dello sceriffo della contea di Volusia, Christa Anne Thistle, questo il nome della donna, avrebbe avuto un’accesa discussione sul fatto che il suo ragazzo non si fosse trasferito abbastanza velocemente dopo aver interrotto la loro relazione. E fra urla e insulti, mentre era intenta a buttargli fuori di casa tutti gli effetti personali, la 53enne avrebbe preso Stanley, il gatto del suo ragazzo, e l’avrebbe gettato nel fiume mentre era dentro al trasportino.

L’uomo si è così gettato in acqua e l’ha recuperato salvandolo anche se si stima che sia rimasto almeno per 20 secondi totalmente sommerso. Quando i poliziotti sono arrivati sul posto hanno osservato che «Stanley era ancora bagnato e tremava… mentre l’uomo era bagnato dalla vita in giù, coerentemente con il salto nel fiume per salvarlo».

Thistle ha negato di aver gettato il gatto nel fiume, ma in seguito è stata arrestata e trasportata nella prigione di Volusia County Branch. È stata accusata di crudeltà sugli animali e di aggressione nei confronti dell’ex fidanzato. Il gatto è stato portato dal veterinario e sembra star bene. 

La notizia ripresa da La stampa è di quelle che, con tutto il rispetto dovuto agli animali ed ai fidanzati recalcitranti, fanno un po’ sorridere.

A proposito di animali, mio padre rilevava acutamente come di fronte alla caduta di un cavallo gli astanti esclamassero “povra béstia”, mentre se cadeva un essere umano tutti scoppiavano a ridere. Ancor più non riusciva a sopportare le sberle e le sculacciate ai bambini rei di piccole malefatte: “A un can e un gat ig pardonnon tùtt, a un ragas par ‘na stuppidäda ig dan un s’ciafón…”.

Per fortuna siamo di fronte ad uno svarione della giustizia americana e non di quella nostrana. Tuttavia viene spontanea un’amara riflessione: se una donna viene messa in prigione per aver litigato col fidanzato e avergli fatto un dispetto gettando il gatto nel fiume, a quale pena dovrebbero essere sottoposti gli uomini che perseguitano, torturano e uccidono le loro fidanzate ree di averli lasciati o di volerli lasciare?

Evidentemente non c’è proporzione o, quanto meno, per raggiungerla bisognerebbe prevedere per il reato di femminicidio una pena di morte (in teoria ci potrebbe anche stare) accompagnata da abbondanti torture. La giustizia umana è veramente poco credibile e forse poco utile, anche se non se ne può fare a meno. Non vado oltre.

Quanto ai maltrattamenti subiti dalle donne il discorso, seppure implicito, è talmente grosso, lungo e profondo da essere rinviato ad altra occasione, che certo non mancherà: quasi ogni giorno la cronaca ce la riserva.

 

 

Tra l’ovvietà e il sogno

Quando al padre di un mio carissimo amico super-impegnato in politica veniva chiesto conto della presenza del figlio, fulminava tutti con una simpatica, ironica battuta tra lo scettico e il sarcastico: «Ien là par salvär l’Italia…». Alludeva alle riunioni politiche spesso inconcludenti e velleitarie a cui partecipava il figlio, un giovane peraltro assai intelligente, colto e preparato.

Presso Villa d’Este a Cernobbio (in provincia di Como) si sono tenute le tre giornate della 47esima edizione del Forum Ambrosetti. Il tema della rassegna è stato: “Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive”. Tra i partecipanti anche il primo ministro libico Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh e il direttore generale del Cern Fabiola Gianotti. Come avvenuto l’anno scorso a causa della pandemia, la kermesse è stata in parte fisica e in parte digitale, in collegamento con numerosi hub in Italia, in Europa e nel resto del Mondo. Numerosi i temi affrontati nel corso delle giornate, dal futuro dell’Afghanistan al percorso della Libia verso la stabilità e la prosperità. È stato analizzato soprattutto il quadro economico post Covid-19.

Questo appuntamento, pur con tutto il rispetto per i partecipanti di alto livello e per gli argomenti affrontati di grande importanza, mi dà l’impressione di essere a metà strada fra la sistematica elaborazione dell’ovvio e l’impegnativa stesura del libro dei sogni. Provate a leggere le cronache con l’estrema sintesi dei vari interventi e forse mi darete ragione. Dove voglio parare? Detto brutalmente intendo usare il metro di cui sopra: “Ien là par salvär al mónd…”.

Lungi da me entrare nel merito “tuttologico” delle idee passate in rassegna a Cernobbio. Mi concedo solo una comoda riflessione a bassa voce. La cultura non è una sussiegosa, altolocata e argomentata fuga dalla realtà, ma uno spietato e ficcante modo di porsi di fronte ad essa.

Paolo VI sosteneva che non c’è bisogno di maestri, ma di testimoni. Mi permetto di parafrasarlo, aggiungendo che non c’è bisogno di personaggi che elaborano strategie impossibili, ma di operatori che lavorano a progetti fattibili.

Sono stanco di ascoltare chiacchiere. Di qualcuno in passato si diceva: “Non sa un cazzo, ma lo dice bene!”. A margine del Forum Ambrosetti si potrebbe dire: “Sanno tutto, ma non combinano un cazzo!”. Forse è disfattismo. Non so però se sia più disfattista chi resta coi piedi per terra o chi vola intorno alle nuvole.  Non so se sia un modo per disimpegnarsi culturalmente ripiegando sul quotidiano. Non so se sia invidia per chi detiene il potere monopolistico della cultura. So che il 06 settembre 2021, vale a dire il giorno dopo della kermesse di Cernobbio, resta la bellezza della cornice panoramica dell’evento che racchiude un fumoso quadro di prospettive piuttosto fosche, ma soprattutto irrealizzabili.

Non sono in grado di scegliere fra il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà, mi sento sballottato in un mare di problemi e non so a cosa appigliarmi. Nei giorni scorsi, rivedendo una ricostruzione storica dell’opera del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ho ascoltato una eloquente frase del figlio Nando, il quale sosteneva come il padre fosse stato vittima delle “nostre micidiali burocrazie”. Non vorrei che anche noi rimanessimo vittime di “micidiali tecnocrazie”.

 

 

La presa in giro della cittadinanza

Il reddito di cittadinanza è diventato realtà ufficiale dopo il Consiglio dei ministri del 17 gennaio 2019 che l’ha approvato con un decreto (a cui è seguita conversione in legge al Parlamento), previsto dalla Legge di Bilancio 2019.

È stato il primo governo Conte, vale a dire il governo giallo-verde, quello dell’ignobile connubio fra Lega e M5S, ad approvare il decreto legge che contiene le norme sul reddito di cittadinanza e “quota 100”, le due riforme economiche a lungo promesse dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega. «Questo governo le promesse le mantiene», ha detto a suo tempo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la conferenza stampa di presentazione (a rivederla oggi fa sbudellare dal ridere).

L’approvazione del decreto era stata rimandata più volte, le ultime difficoltà nella stesura delle norme erano state risolte nel corso di un incontro tra i due capi della maggioranza, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. «Sono felice. È un’altra promessa mantenuta, anche in meglio», aveva detto Salvini al termine dell’incontro, mentre Luigi Di Maio aveva commentato: «Oggi è una giornata importante e a vincere sono, come sempre, i cittadini. Un risultato che ripaga anni di battaglie portate avanti dal M5S».

È clamorosamente istruttivo rivedere con quale enfasi leghisti e grillini salutarono quel provvedimento, che oggi è diventato orfano di madre con un padre a mezzo servizio. Così come è doveroso ricordare che, dopo il ribaltone governativo, il Pd ingoiò a malincuore la pillola e quel provvedimento rimase in vigore quale simbolo identitario di un M5S che stava perdendo la faccia e la dignità.

Ora quella normativa, sbandierata come una conquista di civiltà (sic!), è, un giorno sì e l’altro pure, sul banco degli imputati: non piace più a nessuno. Ma andiamo con (dis)ordine.

Matteo Salvini, alla faccia della coerenza, è spudoratamente contrario e continua a prendere posizioni nette: “Il reddito di cittadinanza va cancellato assolutamente. Poteva avere senso tre anni fa, ma si è dimostrato un fallimento assoluto. La proposta che faremo in piazza e in Parlamento è semplice: con i soldi che si risparmiano sul reddito cittadinanza si rinviano le cartelle esattoriali e si finanzia quota cento. Conto che sul taglio delle tasse, sulle cartelle esattoriali tutto il centrodestra sia unito”. Perché avesse senso tre anni fa e non oggi, non riesco a capirlo. Forse perché tre anni fa Salvini era al governo e oggi no.

Il segretario del Pd, Enrico Letta afferma: “Credo che Draghi sul reddito di cittadinanza abbia detto cose importanti. Ha aperto una discussione che consente di portare miglioramenti e di prendere il buono che c’è stato, perché del buono ce n’è stato e di superare i limiti ad oggi riscontrati. Questo è il metodo migliore. Quindi nessuna cancellazione di questo strumento ma noi, come il premier, crediamo in un suo miglioramento”. Posizione degna della peggior Democrazia Cristiana.

Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, vorrebbe debellare il provvedimento perché “disincentiva alla fatica”, per dirla con Salvini, e perché “bisogna sudare, ragazzi”, copyright di un Matteo Renzi che cerca disperatamente tutte le occasioni per tornare in pista ed essere, in qualche modo, determinante.

Il reddito di cittadinanza può essere considerato la linea Maginot dietro la quale si apprestano a resistere Giuseppe Conte e il M5S. Il leader cinque stelle ne parla in una intervista al Corriere, facendosi forte delle parole del presidente del Consiglio, Mario Draghi. “Condivido in pieno il concetto alla base della misura”, diceva il premier prima della pausa estiva (posizione degna del peggiore dei forlaniani o degli andreottiani come dir si voglia).

Ai detrattori del provvedimento Conte risponde con un netto “Non passeranno”, per poi spiegare: “Resto a quanto ha dichiarato Draghi, che condivide la necessità di questo sistema di protezione. L’iniziativa del centrodestra, spalleggiata da Italia viva, non potrà avere successo, perché il reddito di cittadinanza è un fatto di necessità oltre che di civiltà”. E se Salvini fa mea culpa dichiarando che non lo voterebbe una seconda volta, Conte rivendica: “Lo rifarei non una, ma cento volte, l’Italia sul reddito di cittadinanza non può più tornare indietro”. I grillocontanti sono per un miglioramento, non per la cancellazione. Una posizione collaborativa espressa da Conte (non so fino a qual punto in linea con il sentire del movimento da lui faticosamente presieduto): “C’è la necessità di apportare modifiche nella messa in pratica dello strumento e, per questa ragione, sono pronto a favorire la costituzione di un tavolo che monitori la sua efficacia, rafforzi i controlli per evitare abusi e favorisca il dispiegamento di tutti i vantaggi per gli imprenditori collegati alle assunzioni”. I pentastellati vorrebbero quindi migliorare questa riforma, senza contare che, se una questione non la si vuole risolvere, si vara una commissione (oggi vanno di moda i tavoli di discussione). I grillini insomma, come diceva Enzo Biagi, sono “incinti”, ma solo un pochettino.

Il dibattito è decisamente surreale: chi era d’accordo non lo è più, chi era favorevole lo è un po’ meno, chi dopo averlo ingoiato cerca di ruminarlo, chi, come Draghi, finge di essere d’accordo sul principio, ma non sulle regole applicative. Se è vero che solo gli stupidi non cambiano mai opinione, è altrettanto vero che bisogna saperlo fare con un minimo di dignità e che, quando fare marcia indietro diventa la regola, si finisce per andare a sbattere.

La questione, che dovrebbe essere di carattere sociale, è diventata meramente partitica: sulla pelle dei disoccupati cronici si sta giocando abbastanza sporco. Dei disoccupati e dei nullatenenti non interessa niente a nessuno, eventualmente interessano solo e confusamente i loro voti (vedi M5S), interessano come pezzo da togliere dal museo della sinistra (vedi PD), interessano a Italia viva per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, interessano poco o niente alla Lega e al centro-destra che guardano alla maggioranza benestante. E allora andrà comunque a finire male.

L’obbedienza è una virtù o una tentazione?

Il Presidente della Repubblica all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Pavia ha colto l’occasione di parlare a nuora (i giovani) perché suocera (i cittadini recalcitranti e dubbiosi sulla vaccinazione) intenda.

Sergio Mattarella ha rivolto un appello alla vaccinazione: «Voglio sottolineare il dovere morale e civico della vaccinazione: questo è lo strumento che in grande velocità la comunità scientifica ci ha consegnato per sconfiggere il virus, lo strumento che la scienza ci ha consegnato in tempo straordinariamente breve». Sugli episodi di minacce e violenza a giornalisti e alla comunità scientifica ha aggiunto: «Le minacce di violenza e la violenza vanno sanzionate con doveroso rigore per tutelare coloro che hanno adottato comportamenti responsabili. Questa responsabilità, che merita un apprezzamento costante, ha consentito la ripresa gli atenei che riprendono in presenza; le scuole riaprono, l’economia è ripartita». E ancora: «Non si può invocare la libertà per non vaccinarsi, si mette a rischio la salute altrui».

Anche sullo stato dell’economia italiana, il Capo dello Stato ha dichiarato: «L’economia è ripartita, il Governo ha fatto presente che i dati della ripresa economica sono di straordinario carattere positivo. Questo è possibile perché contrastiamo la pandemia con comportamenti responsabili, con la vaccinazione, con la prudenza che non contrasta con la normalità della vita».

In serata è arrivata la replica di Matteo Salvini, parlando con i giornalisti alla Festa della Lega Emilia, a Bologna: «Io sono vaccinato. Quaranta milioni di italiani hanno già liberamente scelto questa strada. In nessun Paese europeo esiste l’obbligo, c’è in Tagikistan e in Turkmenistan. Diamo fiducia agli italiani, che stanno liberamente scegliendo».

In effetti Mattarella non ha parlato direttamente di introduzione dell’obbligo vaccinale, ma tutti hanno interpretato il suo pubblico intervento come un assist al governo intenzionato, per bocca del premier, a vararlo quanto prima, anche se per la verità il ministro della salute si sta esprimendo in modo molto più sfumato e tende a considerare il ricorso all’obbligo come ultima spiaggia qualora i numeri della vaccinazione e l’allargamento del green pass non siano confortanti per il raggiungimento dell’agognata immunità di gregge.

Evidentemente mi sono sbagliato. Nei giorni scorsi avevo timidamente affacciato la possibilità che il Presidente della Repubblica fosse più cauto e ragionevole del governo in materia di green pass e obbligo vaccinale (in un certo senso le due facce della stessa medaglia), ricordandosi di essere il rappresentante dell’unità nazionale e il garante del rispetto della Costituzione. Invece anche in lui sta prevalendo il piatto, acritico ed univoco adeguamento agli indirizzi scientifici e la considerazione della vaccinazione come più unica che imprescindibile procedura per uscire dall’emergenza pandemica.

Prendo atto anche se mantengo tutte le mie riserve ripetutamente espresse: non sono un no-vax, ma tra non essere un no-vax e accettare l’obbligo generalizzato alla vaccinazione c’è una bella differenza sul piano etico, dal punto di vista costituzionale e anche in senso politico. La replica di Salvini si è infatti immediatamente insinuata occupando lo spazio del no all’obbligo con argomentazioni che, pur nella loro parzialità del discorso, una volta tanto si rivelano ragionevoli e condivisibili. Continuo a pensare come tra il dire che la vaccinazione è uno strumento importante e il farne un obbligo non solo morale e civico ma giuridicamente preciso e sanzionato ci sia di mezzo il mare della Costituzione e dei principi democratici.

La lotta al covid viene considerata come una priorità assoluta a cui piegare i diritti, le convinzioni e le prassi di fede, i sentimenti umani, le relazioni sociali. Mi sono chiesto e mi sto sempre più chiedendo: il vero scopo è la difesa della persona umana in tutte le sue componenti oppure la difesa del regime in tutte le sue esigenze? Domanda forse un tantino esagerata, ma plausibile.

Purtroppo ragionare in questo periodo sta diventando impossibile. Qualcuno mi risponderà che non ha senso, mentre brucia la casa, discutere del miglior uso dell’acqua. Rispondo che non ha senso nemmeno sprecare acqua, perché di incendi ce ne sono e ce ne saranno anche altri.

Vincere non è un dovere, ma una conseguenza

“Salvini la mattina si sveglia e mi critica. Il pomeriggio dopo il riposino mi ricritica e la sera prima di andare a letto mi critica di nuovo. Penso che faccia una vita complicata per passarla così”. Così il segretario del Pd Enrico Letta, a margine della Festa dell’Unità di Milano liquida le parole del leader leghista che aveva inquadrato la scelta di presentarsi nel collegio di Siena senza simbolo del partito per “vergogna”. “Siamo in un collegio uninominale e cerco il più largo consenso possibile perché – spiega così la scelta Letta – si tratta di un tentativo di iniziare un percorso per il futuro, di coalizione”. “Questo è un collegio dove devo vincere – ha risposto a chi gli chiedeva se in caso di sconfitta si sarebbe dimesso da segretario – e sono convinto che il risultato ci sarà”. Così il sunto di un articolo di Andrea Lattanzi su La repubblica.

Sui ritmi della quotidiana vita politica di Salvini meglio stendere un velo di pietoso silenzio: è tutto un giochetto di rimessa. Durigon deve dimettersi? Sì, ma anche la Lamorgese dovrebbe farlo! I talebani vanno combattuti? Sì, ma le loro vittime se ne restino a casa loro! Il centro-destra è più diviso e più superbo che pria? Sì, ma Enrico Letta è vergognoso a presentarsi alle suppletive di Siena senza simbolo di partito!

Salvini è così, sgusciante quanto basta a prendere per i fondelli gli Italiani, che peraltro sembrano stare al gioco. A livello dell’azione di governo, spara in piazza, poi si presenta a Palazzo Chigi per rimangiarsi tutto, ma lo dice talmente bene che sembra averla spuntata sull’impenetrabile Draghi, il quale ha capito l’antifona e lo lascia dire.

Dato a Salvini quel che (non) è di Salvini, mi corre l’obbligo di dire una parolina piuttosto severa a Enrico Letta (capirete quanto gliene importerà…). La sua candidatura nelle elezioni suppletive di Siena è sbagliata da tutti i punti di vista. Suona come una richiesta aprioristica di fiducia su una linea politica al momento inesistente. Per Letta sembra che l’importante sia vincere e non tanto e prima di tutto partecipare: se si parte così è chiaro che, in caso di sconfitta, bisogna andare a casa. Uno degli errori tattici compiuti da Renzi fu proprio quello di giocare il tutto per tutto sulle riforme costituzionali e agli italiani non parve vero mandarlo a casa: Letta copia maldestramente Renzi (anche questa è ironicamente tutta da considerare…).

A Siena c’è in gioco uno scontro epocale tra gli errori storici della vecchia sinistra comunista, che peraltro non vuole mai cedere, e una nuova sinistra, che non riesce a presentarsi con un volto definitivamente diverso e accattivante. In un simile cortocircuito c’è da rimanere fulminati. E Letta rischia grosso, perché non ha reciso drasticamente i collegamenti negativi con la sinistra egemonica e inconcludente, salvo esibire un volto perbenista che puzza di cosmesi, o se volete di plastica facciale, lontano un miglio.

Come ho già avuto modo di scrivere, Enrico Letta ha preteso passi indietro da illustri personaggi per far posto a nuovi (?) personaggi da sbattere in faccia alla gente che giudica dalle apparenze. Lui però sta facendo un frettoloso passo avanti verso il precipizio rischiando di trascinarvi tutto il partito, che lo ha frettolosamente collocato sulla sedia di segretario, da lui presuntuosamente considerata un trampolino di salto nel buio.

In conclusione, se la giornata politica di Salvini è ridicolmente tarata sulle pagliuzze altrui a copertura delle proprie travi, quella di Letta è puntata sulle proprie ipotetiche bravure a copertura delle certe imperizie degli altri. Prima di tutto però bisogna dimostrare sul campo il proprio valore per poi mettere insieme un esercito che non sia un’armata Brancaleone.

 

Con l’amore anche i mali diventano Benigni

Roberto Benigni ricevendo il prestigioso e meritatissimo Leone d’oro alla carriera non ha mancato di ringraziare tutte le persone che l’hanno aiutato a diventare ciò che è oggi: Giuseppe Bertolucci e Vincenzo Cerami, Fellini, Renzo Arbore e Massimo Troisi, Woody Allen, Jim Jarmusch e Matteo Garrone, regista della sua ultima avventura cinematografica, Pinocchio. “Io meritavo un gattino, un micino, ma un Leone d’Oro alla carriera qui a Venezia è veramente il premio più prestigioso più bello, più lucente, più luminoso che si possa sognare in Italia e nel mondo” ha cominciato Roberto Benigni, per poi chiedere un po’ di tempo per ringraziare la persona più speciale.

“Voglio dedicare qualche momento del mio discorso alla mia attrice prediletta: Nicoletta Braschi. A lei non posso nemmeno dedicare questo premio, perché il premio è suo. Abbiamo fatto tutto insieme per quarant’anni ininterrotti di lavoro. Io conosco una sola maniera di misurare il tempo: con te e senza te” ha detto Benigni dal palco visibilmente emozionato, poi ha continuato dicendo di voler dividere (anche fisicamente) il premio con lei: “Io prendo la coda per muovere l’allegria, le ali sono tue. Se qualcosa ha preso il volo è grazie a te, è grazie alla tua luce, al tuo talento e al tuo mistero, al tuo fascino, alla tua bellezza, alla tua femminilità”.

Roberto Benigni e Nicoletta Braschi: la storia d’amore “senza fine”. L’attore commosso ha concluso: «È stato proprio un amore a prima vista, anzi a ultima vista, anzi a eterna vista». Sono parole enormi pronunciate in un mondo, quello del cinema, pieno di avventurismo pseudo-sentimentale e lanciate a tutti, un invito a volare alto, parole laicamente religiose, spettacolarmente sobrie, reazionariamente rivoluzionarie.

La loro storia nasce a Roma, dove Nicoletta, nata a Cesena, si era trasferita per studiare all’Accademia d’arte drammatica. Un colpo di fulmine e una quotidianità fatta di condivisione: «Lui veniva a prendermi e andavamo al cinema quasi tutti i giorni; quando si riusciva anche a teatro. Ci passavamo i libri», aveva spiegato in una vecchia intervista.

Faccio mie le parole di Dacia Maraini ed esprimo, come lei, una grande stima per Benigni, che è un grande attore, ma anche un uomo a tutto tondo. Non succede spesso che registi e autori cinematografici e teatrali ricordino che accanto a loro nel processo di creazione c’è sempre una donna che, con la sua presenza, porta rassicurazione, calore, affetto, stima. Roberto Benigni sa cos’è l’amore!

In effetti che mi ha impressionato è la sua capacità di dire “grazie” e di condividere le soddisfazioni con le altre persone, in primis quelle che ci sono più vicine e con le quali siamo legati da profondi sentimenti. In tutte le sue performance professionali ed umane riesce sempre a privilegiare i sentimenti, a toccare, anche senza pudore, le giuste corde dell’amore in tutte le sue sfaccettature.

Quando vedo e ascolto Benigni sono avvolto da un ciclone culturale positivo e propositivo: anche le sacrosante e sferzanti critiche nella sua bocca non sono mai cattive, ma spietatamente indulgenti. È questa la sua cifra che più mi affascina e mi coinvolge. Non è facile coniugare satira e amore. Lui effettivamente ci riesce: il paradosso di Benigni. È portatore di cultura intesa come modo simpaticamente e devastantemente costruttivo di porsi di fronte alla realtà in tutti le sue componenti, individuali e sociali, politica compresa. Scusate se è poco!

 

 

 

Draghi in versione “Zbraión”

Mario Draghi, nel corso di una conferenza stampa dai toni morbidi e pacati come non mai, svetta con un acuto che speriamo non diventi una memorabile stecca: preannuncia l’introduzione dell’obbligo vaccinale, smettendo finalmente i panni del musicista che sa comporre solo il preludio e non ha il coraggio di arrivare all’opera vera e propria. Da una parte ho tirato un respiro di sollievo per l’uscita da una insostenibile situazione discriminatoria nei confronti di determinate categorie di persone: saremo almeno tutti ugualmente e non surrettiziamente obbligati. Dall’altra parte sono rimasto sorpreso dalla sbrigativa e, per certi versi presuntuosa, decisione che comporta molte conseguenze sul piano giuridico nei rapporti fra Stato e cittadino e persino sul piano politico nei rapporti fra partiti che sostengono il governo e fra Parlamento e governo stesso.

Sono d’accordo con Massimo Cacciari che sottolinea “Il diritto di avere risposte sui vaccini e la democrazia malata (anche) di Covid” e scrive che “prima di obbligare all’immunizzazione bisognerebbe dare certezze e riflettere sulle libertà individuali”. Secondo Cacciari, “qualsiasi manifestazione di protesta contro il Green Pass che non si esprima attraverso documenti ragionati, raccolta di firme, discussione, e che dia di conseguenza spazio a provocazioni e strumentalizzazioni di ogni genere avrà un solo effetto: alimentare il clima di emergenza perenne che ci sta soffocando e rinvigorire gli scriteriati attacchi che persone come il sottoscritto e Giorgio Agamben hanno subito in questi giorni (accanto a centinaia e centinaia di lettere di stima e comprensione anche da parte di medici e giuristi, che hanno firmato esposti e documenti di cui nessuno dà notizia)”.

Il dibattito sulla vaccinazione infatti non è ragionato, ma ideologizzato e l’introduzione dell’obbligo chiuderebbe il discorso in malo modo. Una sorta di “adesso basta!”, che potrebbe rappresentare un gravissimo colpo di frusta alla democrazia, la quale ha delle regole che trascendono anche l’emergenza pandemica e vaccinale. Purtroppo invece fin dall’inizio abbiamo messo in cantina la democrazia con la scusa della situazione straordinaria da affrontare. Abbiamo pensato che si potessero momentaneamente accantonare i principi democratici e purtroppo ci stiamo prendendo gusto.

Prima dell’obbligo vaccinale esistono delle opinioni con cui fare i conti. Al riguardo Francesco Ognibene su Avvenire si sforza di analizzare obiettivamente le motivazioni dei pro e dei contro: per la verità la tesi favorevole alla vaccinazione viene drasticamente sintetizzata in “c’è chi si vaccina e dice di fare altrettanto perché è il solo modo conosciuto per venirne fuori”. Riguardo ai contrari, scrive Ognibene, “c’è chi non si vaccina ancora, per i motivi più diversi. E c’è poi chi ha costruito attorno alla libera determinazione di non immunizzarsi tutto un sistema di pensiero che non contempla dubbi né compromessi, e intanto avversa frontalmente ogni tesi favorevole alla vaccinazione”.

Proseguo citando ulteriormente e testualmente l’articolo apparso sul quotidiano Avvenire. “È proprio questo aspetto degli anti-vax a impressionare: la loro non è infatti solo una scelta personale (discutibile, ma legittima) su cui confrontarsi ma ormai ha assunto i contorni della dottrina, con dogmi, eresie e nemici pubblici. Una crescente allergia verso chiunque la pensi diversamente che impone di interrogarsi su un così rapido slittamento verso l’ostilità aperta nei confronti dei vaccini, della scienza, delle istituzioni, di chi sostiene la necessità di sottoporsi alla doppia iniezione per farla finita col virus e le sue stragi. L’architrave di questo granitico apparato di idee è la rivendicazione della libertà personale contro l’obbligo di fatto che sarebbe imposto da strumenti come il Green pass, ritenuto discriminatorio. Questa forma di imposizione del vaccino sarebbe espressione di un regime nei fatti totalitario in cui la politica si farebbe strumento di potentati economici usando la scienza come schermo ideologico. Un inno all’autodeterminazione, che in chi contesta aborto ed eutanasia finisce paradossalmente per saldarsi con le tesi della libera scelta sulla vita. La ribellione verso un presunto blocco opaco di poteri che sostengono la campagna di immunizzazione giustifica l’avversione a tutto campo degli argomenti pro-vaccini, con la parallela semina di obiezioni definitive. Le più ricorrenti sono gli esiti negativi a lungo termine di farmaci sui quali la fase sperimentale sarebbe stata frettolosa e approssimativa, le incognite sulla fertilità, le ricadute manipolatorie sul nostro dna, gli effetti avversi sottostimati se non taciuti, fino a parlare di migliaia di morti dopo il vaccino tenuti nascosti dalle autorità ufficiali dentro tabelle manipolate ad arte. Tutte tesi indimostrabili e dunque non smentibili. La suggestione dei sani trasformati in malati dal vaccino lavora sulle paure irrazionali, che diventano le principali alleate degli anti-vax, gli stessi peraltro che accusano le autorità sanitarie di spargere il terrore per indurre a correre al più vicino hub”.

Fin qui la descrizione quasi vignettistica degli argomenti sostenuti dagli anti-vax: forse Ognibene parte col piede giusto, ma arriva scivolando su quello sbagliato. Non fa altro che pagare gli anti-vax (già la definizione è capziosa e faziosa) con la stessa moneta con cui loro pagherebbero i sì-vax. È sempre un modo, come dice Cacciari, per rimanere imprigionati nel perenne clima emergenziale che ci sta soffocando.

Tornando alla bomba innescata da Draghi, mi permetto di porre a lui una serie di domande, distogliendolo per un attimo dalla sua tecnocratica sicurezza. Mi sembra infatti che il nostro premier sia affetto dalla sindrome del Cincinnato: “prendere o lasciare, se vado bene è così, altrimenti non ho alcuna remora a tornarmene a casa”. Attenzione perché la forza dei nervi distesi potrebbe trasformarsi nella debolezza dei nervi scoperti.

Siamo proprio sicuri di muoverci nel solco costituzionale? Siamo certi, come dice Cacciari, di non ammalare di covid la democrazia, pensando di guarire per forza i cittadini? Siamo convinti che l’obbligo sia veramente una strada obbligata e non la scorciatoia per evitare percorsi ben più impegnativi e sostanziosi? Siamo persuasi che i dubbi e le perplessità di chi ragionevolmente discute di vaccinazione siano infondati o comunque tali da venire bypassati con l’introduzione tout court di un obbligo? Siamo indifferenti alla probabile apertura di contenziosi a non finire quanto meno in materia di risarcimento di danni in caso di eventuali effetti deleteri del vaccino sulla salute di parecchie persone? Siamo a posto in coscienza nell’avere correttamente informato i cittadini su tutti gli aspetti quantitativi e qualitativi dell’andamento della pandemia anche in conseguenza della vaccinazione di massa?

Queste sono le domande che i giornalisti nelle conferenze stampa si guardano bene dal porre, preferendo rifugiarsi nei duelli tra Lamorgese e Salvini, nelle incongruenze della Lega, nelle punture di spillo al potere. Un caro amico, che a volte veniva a visitare la mia famiglia, recitava per tutto il tempo un ritornello: “Scusate il disturbo…”. Si impantanava così e non riusciva a dire niente di più. Gli inutili incontri del governo con la stampa hanno sostanzialmente questo stile di compassata e omertosa deferenza.

Mi permetto di andare un attimo anche sulle questioni prettamente politiche. Siamo tranquilli sul fronte partitico e parlamentare? L’introduzione dell’obbligo vaccinale come verrà accolto in coscienza e in strumentalità dai partiti e dai parlamentari? Faremo cadere il governo incespicando nel peggiore dei gradini: quello del vaccino sì-vaccino no? Daremo alla Lega l’occasione per smarcarsi, raccattando consensi all’ombra della Costituzione?  Varrà veramente la pena di impostare un tiro alla fune col rischio che la corda si strappi con immaginabili e deleterie conseguenze? Non mi bastano, come già detto, le manifestazioni di tranquillità di un premier, che ostenta sicurezza laddove non vedo niente di sicuro.

Un’ultima stilettata. È assodato che il Presidente Mattarella sia d’accordo con Draghi in questa accelerazione vaccinale? Non ne sarei così sicuro! Non dimentichiamo che Mattarella viene da una esperienza politico-istituzionale ben più profonda e collaudata rispetto a quella di Draghi. Ricordiamo che la cultura di sinistra qualcosa ancora conta: Mattarella ne è portatore, Draghi assolutamente no. La sensibilità politica di Mattarella è altra cosa rispetto alla imperturbabilità draghiana. Anche sul ruolo dell’Europa nell’affrontare la crisi afghana intravedo toni abbastanza diversi tra i due presidenti. C’è una notevole differenza fra gli accorati e valoriali appelli all’impegno europeo espressi da Mattarella e il realismo e il pragmatismo europeisti di Draghi. È proprio vero che quando la politica incalza la tecnica quest’ultima rischia di balbettare le proprie facili ma precarie soluzioni.