Un tritacarne passatista per il Quirinale

Rieccolo, in un video che ne restituisce un’immagine animata dopo sette mesi di travaglio fisico, politico, giudiziario. Silvio Berlusconi riappare al pubblico, in collegamento con il meeting del Ppe, e lo fa con il piglio da statista che punta tutto sull’Europa, alimentando il suo sogno di proporsi come candidato per il Quirinale. Sogno che gli alleati non hanno comunque intenzione di infrangere. Anzi, si apprende da alcune indiscrezioni, Lega e Fdi potrebbero anche proporre il Cavaliere nelle prime votazioni come candidato di bandiera. Sarebbe, in assenza di un accordo complessivo, almeno un omaggio all’anziano leader, non si sa quanto gradito dall’interessato il cui nome sarebbe comunque “bruciato”. Persino Romano Prodi ha difeso il fondatore di Mediaset (“La perizia psichiatrica è una follia italiana”) mentre Enrico Letta ha dato atto della sua capacità di unire il centrodestra: “Berlusconi aveva una capacità di federatore che i due capi di oggi non hanno”. La strategia del Cavaliere prevede ora anche qualche evento in presenza, forse prima della chiusura della campagna elettorale. Con l’obiettivo della corsa per il Colle: un obiettivo che ai più appare proibitivo ma che l’ex presidente del Consiglio, con tenacia, non abbandona (vedi La repubblica).

Leggendo queste fantasiose ricostruzioni retrosceniste sono preso da un senso di pena mista a incredulità. Poi, tutto sommato, mi viene spontaneo rifugiarmi nel detto: “tutto sommato, andava meglio quando andava peggio”. Forse Berlusconi spera in questa sua indiretta rivalutazione, forse resta in pista solo per ottenere qualche altro risultato tutto da scoprire, forse il suo ipertrofico ego non ha limiti.

Dal canto suo Romano Prodi, ammette di non avere alcuna speranza di salire al Colle più alto della politica italiana, “perché sono divisivo ed ho opinioni forti, perché non ho l’età e perché i 101 stanno ancora lì e sono più di prima” (vedi La stampa).

Anche lui quanto a ego ipertrofico non scherza, ha una innata vocazione al notabilato, una insopportabile capacità di affermare cose scontate spacciandole per grandi intuizioni politiche. Se si potesse ipotizzare una gara tra lui e Berlusconi sarei in grande imbarazzo, condizionato dal mio “aberlusconismo”, ma anche dalla mia antipatia per Prodi. Ad entrambi però, fatti i doverosi distinguo, devo riconoscere una qualità: quella di essere divisivi sul piano politico, ma federativi dal punto di vista partitico. Hanno incarnato il bipolarismo imperfetto e dopo di loro se ne è andato il bipolarismo e sono rimaste solo le imperfezioni del sistema.

Non ho nostalgie, ma più ci penso e più devo ammettere che “andava meglio quando andava peggio”.  Stando a quanto scrive il quotidiano digitale “affaritaliani”, considerando che difficilmente Mattarella dirà sì al bis, a emergere in questa fase sono in particolare due figure più o meno bipartisan che potrebbero avere un largo consenso, a partire dal quarto scrutinio quando sarà necessaria la maggioranza assoluta e non più qualificata. Il primo è quello di Pierferdinando Casini, ex presidente della Camera con un passato berlusconiano e di Centrodestra poi eletto con il Pd e ben visto anche dai 5 Stelle avendo votato la fiducia al Conte II. L’altro nome sul quale stanno ragionando i parlamentari e i leader in questi giorni è quello dell’ex presidente del Consiglio e attualmente giudice della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Ex socialista, molto vicino a Forza Italia, potrebbe facilmente prendere voti anche da Pd, una parte dei 5 Stelle e forse anche la Lega. Nonostante la probabile vittoria dei giallo-rossi alle Amministrative, Dem e pentastellati non hanno i numeri per imporre un loro uomo al Quirinale (così come non li ha il Centrodestra) e si sta ragionando su una soluzione di compromesso, anche per evitare la carta Mario Draghi al Quirinale – fortemente sostenuta da Meloni e FdI – che porterebbe quasi certamente il Paese alle elezioni politiche già nella primavera del 2022.

Non so se queste figure siano riconducibili al peggio del passato che diventa meglio del presente.  Giuliano Amato è un uomo di rara intelligenza e affascinante cultura polivalente, ma ha una grande incancellabile macchia: era, per dirla con Forattini, il “Ghino di Taschino” di Bettino Craxi. Non era però un portaborse, ma il “suslov”, vale a dire l’ideologo della strategia socialista. Pierferdinando Casini invece era il classico portaborse di Arnaldo Forlani, quindi un riciclato di lusso, un equilibrista del potere sempre in scena da quarant’anni, un navigatore satellitare della pseudo-politica italiana.

Ad Amato bisognerebbe cantare, parafrasando Giorgio Germont in vena di moralista contro Violetta: «Ah, il passato perché, perché t’accusa?». Amato potrebbe rispondere come Violetta: «Più non esiste!». Ma nessuno lo crederebbe perché la sua macchia è come quella di Lady Macbeth: “Una macchia è qui tuttora…Via, ti dico, o maledetta!…”.

Al fumoso e galleggiante doroteo, acutamente e impietosamente soprannominato Pierfurby, saprebbe come rivolgersi mia sorella Lucia, che lo conosceva bene e a cui friggeva la lingua: “Forlani aveva in tribunale la bava alla bocca, è stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione per finanziamento illecito ed affidato in prova al servizio sociale preso la Caritas di Roma…mentre tu sei ancora in pista a blaterare, a ricoprire incarichi prestigiosi e non hai il buon gusto di andartene a casa…”.

 

 

Schizofrenia da anti-covid

Un ventenne è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa, in Germania, per aver fatto notare al cliente della stazione di benzina dove lavora come assistente l’obbligo di portare la mascherina. È accaduto a Idar-Oberstein, nel Land della Renania-Palatinato. Secondo la ricostruzione della Procura, che ha fatto arrestare l’omicida, l’uomo sarebbe tornato a casa proprio per prendere una pistola che teneva nascosta e tornare alla stazione di benzina. Alla seconda richiesta di indossare la mascherina, il 49enne ha sparato uccidendo il suo interlocutore sul colpo. Il responsabile ha ammesso l’omicidio e si è giustificato affermando che la situazione generata dalla pandemia lo ha messo sotto forte stress: si è sentito stretto nell’angolo, ha aggiunto, e ha pensato di non avere altra via di uscita che dover dare un segnale. L’uomo, che respinge le misure anti-Covid, ha anche affermato di aver inizialmente dimenticato la mascherina.

Fin qui l’asciutta cronaca di una breve (ma lunga) storia di (stra)ordinaria follia. Stiamo abituandoci a morire, ma stiamo riuscendo anche ad impazzire di Covid. Il clima di esasperante (dis)informazione che abbiamo costruito, non per il bene della gente ma per il portafoglio degli operatori mediatici, sta creando contraccolpi devastanti nella mente dei soggetti più deboli, che reagiscono buttandosi a capofitto nella guerra scatenata tra i pro ed i contro vaccino, tra proibizionisti e libertari, tra interventisti e menefreghisti, tra scienziati allarmisti e scienziati possibilisti, tra politici rigoristi e governanti cassandristi, tra opportunisti di regime e integralisti del diritto. Tutti contro tutti e chi non ci si raccapezza più può arrivare anche ad atti inconsulti.

L’altro giorno mi è capitato di assistere ad un brevissimo scontro verbale su un autobus. Un ingenuo passeggero si è rivolto all’autista per chiedere un’informazione e si è sentito rispondere in malo modo in quanto non indossava, probabilmente per pura distrazione, la mascherina. Per fortuna l’incauto passeggero non ha reagito anche se l’autista ha continuato a mormorare una stucchevole filippica contro i trasgressori. Forse non ci sarebbe scappato il morto, ma avrebbe potuto scapparci una scazzottata in piena regola. Il clima è questo: l’altro è visto come un nemico da cui difendersi e da attaccare alla minima occasione di scontro. È vietato ragionare.

Durante il periodo fascista chi si azzardava ad esporre un fazzoletto rosso, veniva immediatamente redarguito se non riempito di botte. Chi, in oltretorrente, zona-covo di antifascisti, osava vestire elegantemente, veniva immediatamente classificato come simpatizzante di regime al grido di “dai c’al gh’a al golètt”. Mio padre direbbe che oggi non si sa come fare: se metti la mascherina sei un codardo osservante di regole assurde, se togli la mascherina sei un irresponsabile inquinatore e untore.

Rimanendo in tema di autobus, l’altro giorno una mia carissima amica si è trovata in gravi difficoltà: è andata a fare una visita medica in pieno centro cittadino. All’andata è riuscita a recuperare in extremis un taxi: impresa ardua per la concomitanza di uno sciopero degli autisti dei mezzi pubblici e di alcuni eventi a livello comunitario. Al ritorno di taxi non c’era più nemmeno l’aria e quindi si è rassegnata a salire su un bus, pieno zeppo di passeggeri, incazzati e sgomitanti (era infatti scattata la fascia oraria protetta col distanziamento trasformato in tallonamento). E i controlli promessi e minacciati? Lasciamo perdere…

Morale della favola: una buffonata pazzesca entro cui siamo chiamati a vivere. Non mi stupisco più di niente. Il disagio è in fortissimo aumento. I governanti fanno la punta al lapis della loro insulsa smania di (s)governare; i sindacati fanno demagogia a corrente alternata; gli scienziati fanno chiacchiere sul sesso degli anti-covid; i giornalisti fanno schifo.

Un mio carissimo amico, sofferente dal punto di vista psichiatrico, mi raccontò, con ovvio sollievo dialettico, di come un altro comune amico avesse sdrammatizzato il suo allarmistico convincimento di essere sprofondato nel gorgo della schizofrenia, con una lieve battuta: «Non preoccuparti, siamo tutti un po’ schizofrenici…». Questa pietosa bugia sta diventando la triste realtà della pandemia.  Ci può stare persino che uno perda la testa e si metta a sparare. Contro chi? Non lo sa nemmeno lui. Contro tutto e tutti. Contro il primo che impersonifica la goccia di un vaso che sta traboccando.

Verdi in maschera

Giuseppe Verdi che ammicca alla cultura transgender ha creato una polemica. A Parma è diventato un caso quello di un manifesto di Giuseppe Verdi raffigurato con seno e indumenti femminili, riferito ad uno degli spettacoli del Festival Verdi e precisamente all’opera Un Ballo in maschera, in scena al teatro Regio per la regia di Jacopo Spirei, dal progetto di Graham Vick. Se tanto mi dà tanto chissà cosa succederà in palcoscenico: in effetti la vicenda della bellissima opera in cartellone invita a fare un po’ di ironia a sfondo sessuale. Staremo a vedere.

Un amore quasi platonico ed extra-coniugale fa incavolare a morte un marito che più maschilista di così non si può. Le sputtanate si susseguono: Renato si trova cornuto e mazziato davanti ai suoi avversari politici che lo deridono clamorosamente dopo averlo sorpreso in compagnia della moglie nell’orrido campo ove s’accoppia al delitto la morte; Riccardo muore senza aver sfiorato neppure con un dito Amelia e riconsegnandola pura al marito due volte incazzato; l’unica persona seria è Ulrica, una maga che fa sul serio, predice il futuro e nessuno la prende in considerazione. Un libretto che sembra fatto apposta per creare ironia anche se Verdi su questa paradossale vicenda innesta pagine stupende, alla sua maniera.

Se gli organizzatori del festival Verdi volevano sdrammatizzare Un ballo in maschera lo potevano fare tranquillamente senza bisogno di beffeggiare il compositore trasferendo sul musicista ciò che si faceva nel teatro di un tempo: en travesti, vale a dire con un personaggio, che in un’opera teatrale o lirica veniva interpretato da un attore o cantante di sesso opposto. Nel Ballo in maschera c’è anche quello, vale a dire un sopranino leggero che interpreta il fidatissimo e simpaticissimo paggio del Conte, personaggio un tantino equivoco, in odore di omosessualità. Stavolta si è voluto travestire addirittura Giuseppe Verdi.

Non abbiamo un femminicidio, anche se Amelia rischia grosso con quel marito che si ritrova, dopo aver amoreggiato a parole con il più grande amico del marito stesso. Di tutto e di tutti fa le spese il conte che si fa ammazzare come un cane, convinto della propria innocenza e della propria esagerata magnanimità.

Ho voluto tratteggiare in modo satirico la vicenda operistica, di cui al manifesto incriminato, per dimostrare che tutto può essere culturalmente ammesso purché non sia gratuito, strumentale, pretestuoso e vacuo. Mio padre avrebbe sicuramente detto: “Co’ volni fär ríddor? A mi im fan cridär…”.

Forse organizzatori e operatori culturali volevano richiamare l’attenzione sull’evento festivaliero, sempre lì in bilico fra una rimasticatura delle stagioni liriche e un assist più teorico che reale al turismo di marca parmigiana. Troppo poco per essere un evento veramente culturale, troppo per finire con l’essere un’occasione affaristica di bassa macelleria. Si saranno detti: proviamo a fare qualcosa di strano, chissà che non scoppi una bella polemica per richiamare pubblico in cerca di una Parma verdiana, che non esiste più se non nelle patetiche cantine degli inossidabili verdiani.

Potevano assoldare una baby gang per farla urinare davanti al teatro Regio con l’uccello di fuori: l’effetto sarebbe stato ancor più forte e il risultato quasi sicuro. Invece la pisciata hanno pensato di commissionarla ai creatori di un design non tanto provocatorio quanto stupido. Urinar mentre preso dal delirio non so più quel che dico e quel che faccio (era recitar e poi ho sbagliato opera…). Chiedo umilmente scusa, anche se, non sapendo più cosa dire e fare, c’è qualcuno che addirittura pensa di…cagare.

Ci meravigliamo che Parma sia emarginata e ignorata dai media, che sia sempre in fuori gioco. Qualcuno avrà pensato di aggirare l’ostacolo senza pensare che con il var le balle stanno in poco posto.  E ci hanno trovato con le dita verdiane nella marmellata della più sciocca e becera attualizzazione culturale. Complimenti!

 

Le certezze di regime e le brigate del dubbio

«Le responsabilità politiche di quello che è successo al Monte dei Paschi di Siena hanno una evidente responsabilità di una parte politica, vale a dire l’area culturale che fa riferimento a Massimo D’Alema». Lo ha detto il leader di Iv Matteo Renzi.

«Green pass sì, senza se e senza ma». Lo ha detto il leader di Italia Viva Matteo Renzi a Siena rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano quale fosse la sua posizione in merito alla carta verde. «Io trovo allucinante che si possa essere contro il green pass. C’è un virus che ha distrutto 130mila vite e per combatterlo ci sono le armi della scienza che ci dice che ci vuole il vaccino e di conseguenza il green pass», ha aggiunto.

Poi ha fatto un esempio: «Così come per andare in macchina serve un foglio rosa che si chiama patente, per andare in giro serve un foglio verde che si chiama green pass». «Chi vuole avere dei dubbi sui vaccini – ha continuato – può averli però ce li abbia a casa sua perché nel momento in cui si rischia di tornare tutti rinchiusi nei balconi a cantare, di fronte a tutto questo credo che il green pass sia il minimo». 

E sul Green Pass il leader Iv ha aggiunto: «Trovo allucinanti le posizioni di Salvini e Meloni da una parte e di Landini e parte dei sindacati dall’altra».

Ho ripreso dal quotidiano la stampa una sintesi dell’intervento di Renzi a margine della presentazione in quel di Siena del suo libro ‘Controcorrente’.

Molti anni or sono, in un confronto televisivo tra l’intelligente e brillante giornalista-conduttore Gianfranco Funari e l’allora segretario del partito popolare Mino Martinazzoli, uomo di grande profondità etica e culturale, il politico, interrogato e messo alle strette, non si fece scrupolo di rispondere in modo piuttosto anticonvenzionale ed assai poco accattivante, ma provocatoriamente affascinante, nel modo seguente (riporto a senso): «Se lei sapesse quante poche certezze ho e da quanti dubbi sono macerato… Nutro perplessità verso chi ostenta troppe certezze». L’esatto contrario dell’attuale cliché che vuole tutti pronti a sputare sentenze su tutto.

In effetti il titolo del libro renziano non è molto azzeccato, in quanto espressione di un pensiero che si lascia trascinare dalla corrente e ne cerca di sfruttare al massimo la spinta, tentando di raccogliere l’acqua intanto che passa.

Che nella crisi finanziaria del Monte dei Paschi di Siena esistano responsabilità politiche da parte del pragmatismo comunista nostrano penso sia molto probabile, ma di qui ad imputare a D’Alema tutto il male possibile e immaginabile c’è una bella differenza. D’altra parte è uno dei nemici giurati di Renzi: uno schematismo solo in parte motivato, che peraltro gli è costato molto caro nella misura in cui la rottamazione di D’Alema ha messo contro Renzi una consistente parte dell’apparato e del popolo della sinistra. Aveva la possibilità di recuperare il rapporto spedendolo a fare il ministro degli esteri della Ue, ruolo che D’Alema peraltro avrebbe svolto in modo egregio nell’interesse dell’Italia e dell’Europa. Niente da fare, in Europa, a far finta di svolgere la funzione di alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, fu inviata la manovrabile e controllabile Federica Mogherini: “da lè a niént da sén’na…”. Venne il redde rationem del referendum sulla riforma costituzionale e Renzi pagò il salatissimo conto anche e forse soprattutto di questo vizio (ne fu vittima anche Enrico Letta) di abbattere chiunque potesse fargli ombra, preferendo la cura del sole proveniente da una ristretta cerchia di amici.

Il protagonismo renziano ha vissuto una sua parabola: dopo aver dato qualche speranza interventista che non nego di avere coltivato, attualmente, a corto di voti e di consensi, egli tende sempre più a rinchiudersi nel suo orto amicale, nelle sue presuntuose certezze, nei suoi indisponenti disegni tattici, nel suo “draghismo” di maniera, alla ricerca di un ruolo tutto da inventare. Chiacchiera molto, difetto che gli è comunque già costato carissimo, sputa sentenze a raffica, si atteggia a grande stratega dell’anticomunismo dei tempi nostri, si considera erede di un cattolicesimo democratico di cui assume qualche vago e contraddittorio connotato. Anche le scontate affermazioni che va facendo sul green pass sono tutte lì a dimostrare la sua pochezza democratica e la sua pregiudiziale polemichetta da quattro soldi.

Torno a Mino Martinazzoli, alla scuola democristiana con cui Renzi ha ben poco da spartire: come si fa a non avere qualche dubbio sulla vaccinazione non riesco sinceramente a capirlo. Ma tant’è! Il green pass sta diventando lo spartiacque epocale della politica ridotta a mera traduzione referendaria delle (in)certezze scientifiche.

Sì, perché va di moda trincerarsi dietro gli imperativi della scienza inesatta, è vietato nutrire il benché minimo dubbio, bisogna ostentare sicurezza. Se tutto ciò per Matteo Renzi vuol dire essere “controcorrente” … allora io, dopo essermi da sempre vantato del gusto di non piegarmi alle convenienze del momento, sto diventando un allucinante terrorista delle brigate del dubbio.

I boomerang del clericalismo

Mia madre, anche sulle ali di uno sviscerato amore per il fratello sacerdote, nutriva rispetto, comprensione e simpatia per tutti i preti e lo ammetteva candidamente: «I’o volsù tant bén a mè fradél che ai prét ag voj bén a tùtti”. E lo diceva anche quando rilevava certi comportamenti discutibili o addirittura censurabili da parte dei sacerdoti.

Sono voluto partire da questo richiamo per farmi guidare da un atteggiamento positivo nel commentare l’inquietante fatto di un sacerdote che avrebbe (il condizionale è sempre d’obbligo) utilizzato le elemosine per sfogare la sua tossicodipendenza più o meno legata anche a trasgressioni di carattere sessuale.

Sono rimasto profondamente rattristato e colpito da una vicenda che non porta in sé niente di straordinario, se non la impietosa aggravante di riguardare un sacerdote, che così perde tutto il suo carisma e coinvolge persino la sua comunità rubandone i sentimenti e le offerte.

Non c’è niente da scandalizzarsi! Siamo portati a mettere sotto la lente di ingrandimento l’operato dei preti ad enfatizzarne il ruolo e, quando succede il fattaccio, a gettare fango, ostentando una sorta di orgoglio ferito o di rivalsa verso i rappresentanti di un clero visto come un opprimente e discutibile imperativo a fare il bene.

Prima di criticare aspramente i sacerdoti, sarebbe opportuno chiedersi cosa fa la comunità cristiana per loro. Molto spesso li lascia soli con i loro problemi, sempre pronta a farne implacabilmente un capro espiatorio. In questi giorni ho sentito lamentele verso le autorità diocesane che avrebbero dovuto vigilare: è comodo scaricare sul vescovo e sulla gerarchia, che peraltro hanno le loro responsabilità. O ci mettiamo tutti in testa, clero in primis, che la Chiesa è una comunità e che quindi siamo tutti sulla stessa barca, o altrimenti giochiamo a rimpiattino e non ne usciamo cristianamente vivi.

È comodo rifugiarsi all’ombra del clericalismo o criticarlo aspramente per poi gettare sbrigativamente via il bambino sacerdotale assieme all’acqua sporca clericale. C’è un fondo di ipocrisia in tutto ciò: in chi difende sempre e comunque i preti e in chi sfrutta tutte le occasioni per attaccarli.

Sulla questione sacerdotale incombe, volenti o nolenti, il masso del celibato: se è difficile trovare l’equilibrio esistenziale per una persona normalmente inserita nelle dinamiche sociali, immaginiamoci per un prete in costretta solitudine, in opprimente castità, in cronica mancanza di rapporti umani ed affettivi.  Lo vogliamo rimuovere una buona volta questo testardo obbligo? Non sarà certo l’unica causa di tutti i mali ecclesiali, ma sgombriamo il campo da questa pietra d’inciampo, spacciata per certificazione dell’autenticità vocazionale.

Smettiamola anche di generalizzare i comportamenti negativi: non è giusto e non è costruttivo. Me lo impongono tanti sacerdoti che hanno segnato positivamente la mia vita, a partire da mio zio. Qualche tempo fa ho raccolto la giusta ed accorata lamentela di un bravo ed impegnato sacerdote, che chiedeva obiettività e carità per la sua “categoria” sottoposta ad un continuo tiro al bersaglio. Aveva ed ha ragione, anche se il clamore di certe, troppe e gravi, trasgressioni finisce con l’irrigidire i giudizi e rovinare il clima.

Ognuno faccia qualcosa, dal papa in giù, dal sottoscritto in su. La religione, o meglio la fede, non è monopolio dei preti e quindi le loro eventuali malefatte non fanno crollare tutto. La fede è una provocazione continua che fa i conti anche con un prete che si droga con i soldi raccolti durante le messe. E noi, non ci droghiamo forse, iniettandoci un falso benessere comprato con i soldi rubati ai poveri?

 

 

I cari tamponamenti di consolazione

Draghi tira dritto e vara l’estensione del green pass a tutti i lavoratori da metà ottobre: nel privato sospensione immediata per chi non è in regola. Oltre 4 milioni i dipendenti non vaccinati. Il Green Pass verrà esteso sia alla pubblica amministrazione, sia al settore privato. Con un unico decreto che fisserà una norma di carattere generale valida per tutti i lavoratori. E pure sui tamponi, che i sindacati vorrebbero gratuiti per evitare di penalizzare i dipendenti sprovvisti, il premier si mostra irremovibile: “Richiesta inopportuna”. Rimangono di gelo i segretari di Cgil, Cisl e Uil, che affermano: “Non si paga per lavorare”. Draghi replica con un no secco: “Non possono essere gratis”. I sindacati, con le braghe in mano, si sono attestati sulla linea del Piave dei tamponi gratuiti, ma nemmeno quella è passata: penso per motivi di carattere finanziario.

Non è un problema piccolo, sia dal punto di vista qualitativo perché mette in discussione diritti fondamentali, che sinceramente non riesco a capire come possano essere bellamente bypassati, che dal punto di vista qualitativo, se sono appunto oltre 4 milioni i lavoratori dipendenti non vaccinati. Tutti stupidi? Tutti vigliacchi? Tutti terroristi? Tutti caduti nella rete destrorsa degli speculatori politici di turno?

Nemmeno lo zuccherino del sostitutivo tampone gratis viene concesso: un atteggiamento, quello di Draghi, perfettamente in linea con la lettura burocratica che certuni fanno del personaggio. Non lo capisco e, se lo capisco, non lo condivido. Chissà quanti occhi avrà chiuso nella sua carriera sul comportamento di operatori bancari e finanziari senza scrupoli, adesso fa il duro con gli operai che nutrono qualche sacrosanto dubbio sulla vaccinazione e rischiano il salario e pagheranno di tasca loro i tamponi sostitutivi del green pass. Se questo è un provvedimento da governo di salvezza nazionale, meglio rischiare con un governo da rovina generale.

Sto estremizzando il discorso per rendere l’idea dello smarrimento che provo di fronte a questo braccio di ferro tra pubblica autorità e cittadini: una forzatura a dir poco anticostituzionale. Andando avanti di questo passo si dovrebbe sottostare anche all’obbligo di sottoporsi a controlli medici periodici, ad esami ed analisi per monitorare la propria e altrui incolumità personale. Invece, al contrario, tutte le altre questioni medico-sanitarie sono passate in secondo piano: l’importante è vaccinarsi. Anche in medicina prevalgono le mode: fino a qualche tempo fa bastava tenere sotto controllo il tasso di colesterolo nel sangue per essere sani come pesci, pazienza se si era affetti da altre gravissime patologie.

Se un cittadino, in buona fede e in coscienza, non se la sente di sottoporsi a vaccinazione anti-covid, deve essere messo alla berlina se non addirittura licenziato e lasciato morire fra i tormenti? Ai no vax rispondono i no cervello. Probabilmente sbagliano i primi, sicuramente sbagliano i secondi.

 

Le aeree buone intenzioni di Bergoglio

Ho vissuto fin dall’inizio con commossa attenzione il papato bergogliano vedendolo come l’agognata e storica occasione riformista della Chiesa. Devo ammettere che, strada facendo, la speranza si sta trasformando in illusione dal momento che il papa fa belle dichiarazioni ex aereo che vengono puntualmente smentite dalla irreprimibile conservazione teologica e dalla ondivaga prassi pastorale. Ho sempre pensato con notevole apprensione che il problema per papa Francesco fosse quello di trasfondere sul piano strutturale e gestionale le sue idee innovative. Di questo lui non sembra preoccuparsi più di tanto, confidando nella forza dell’annuncio e dello stile evangelico su cui insiste pervicacemente. Alla lunga però credo sia necessario mettere mano a certe riforme se non si vuole che anche le autorevoli parole del papa restino lettera morta e le diatribe pseudo-teologiche e le contraddizioni pastorali si scarichino addosso ai cristiani in difficoltà.

Se poi aggiungiamo le manovre di ostile accerchiamento che si stanno facendo intorno a Bergoglio, sembra che, in risposta subliminale a questa vergognosa offensiva, anche gli annunci, finora piuttosto provocatori e piccanti, stiano rientrando in una sorta di morbida prassi comunicativa. Della serie “più di questo non posso dire…”. Non arrivo a pensare che papa Francesco stia facendo un passo avanti e due indietro: sarebbe oltre modo ingeneroso e al limite della cattiveria. Forse però ai numerosi e annunciati passi avanti segue una certa qual tendenza a segnare il passo, a parlare bene lasciando che gran parte della Chiesa razzoli male.

Da un lato emerge un imbarazzante e clericale (anche il lupo papale perde il pelo ma non il vizio) semplicismo da bar vaticano. Prendo al riguardo un passaggio dall’ultima conferenza stampa concessa in aereo al ritorno dal frenetico viaggio in Ungheria e Slovacchia.

La vaccinazione ha diviso i cristiani, anche in Slovacchia. Lei dice che è un atto d’amore fare il vaccino. Allora, quando non si fa il vaccino, come lo chiamerebbe? Perché alcuni credenti, pure, si sono sentiti discriminati. Ci sono anche diversi approcci nelle diverse diocesi su questo punto (…) e quindi come riunirsi, come riconciliarci su questo tema?

È un po’ strano perché l’umanità ha una storia di amicizia con i vaccini: il morbillo, la poliomielite… Ora è arrivato questo. Forse è arrivato per la virulenza e l’incertezza, non solo della pandemia, ma anche per la diversità dei vaccini e anche la fama di alcuni vaccini, che non sono adatti o sono un po’ più che acqua distillata. Questo nella gente ha creato una paura. Altri che dicono che è un pericolo perché affermano che col vaccino ti entra il virus dentro e tante argomentazioni che hanno creato questa divisione. Anche nel Collegio cardinalizio ci sono alcuni negazionisti e uno di questi, poveretto, è ricoverato con il virus. Ironia della vita. Non so spiegarlo bene, alcuni dicono perché i vaccini non sono sufficientemente sperimentati e hanno paura… Si deve chiarire e parlare con serenità di questo. In Vaticano sono tutti vaccinati tranne un piccolo gruppetto che si sta studiando come aiutare.

Un po’ poco, forse meglio il silenzio piuttosto che il vizio clericale di sdrammatizzare i drammi e addolcire le sofferenze…degli altri. Se lasciassimo parlare la coscienza degli individui…

Dall’altro lato spunta la necessità di ribadire i principi (gira e rigira il dogmatismo è in agguato anche nella mentalità bergogliana) a scapito di quella ben più impellente di mettersi, veramente e non paternalisticamente, dalla parte di chi vive problemi enormi sulla propria pelle. Riporto un altro lungo passaggio dal resoconto del dialogo con i giornalisti.

Lei spesso ha detto che siamo tutti peccatori e che l’Eucaristia non è premio per i perfetti, ma una medicina e un alimento per i deboli. Come lei sa, negli Usa dopo le ultime elezioni c’è stata tra i vescovi una discussione sul dare la comunione ai politici che hanno sostenuto le leggi sull’aborto e ci sono vescovi che vogliono negare la comunione al presidente e alle altre cariche. Altri vescovi sono favorevoli, altri dicono di non usare l’Eucarestia come arma. Lei cosa pensa e cosa consiglia ai vescovi? E lei come vescovo in tutti questi anni ha pubblicamente rifiutato l’Eucaristia a qualcuno?

Non ho mai rifiutato l’Eucaristia a nessuno, non so se è venuto qualcuno in queste condizioni! Questo da prete. Mai sono stato cosciente di avere davanti a me una persona come quella che lei mi descrive, quello è vero. L’unica volta che ho avuto una cosa simpatica è stato quando sono andato a servire Messa in una casa di riposo. Ero nel salotto e ho detto: ‘Chi vuole la comunione?’. Tutti i vecchietti hanno alzato la mano. Una vecchietta ha alzato la mano, ha preso la comunione e ha detto: “Grazie, sono ebrea”. E io: “Anche quello che ti ho dato è ebreo!”. Ma la signora si comunicò prima e dopo me l’ha detto… La comunione non è premio per i perfetti – pensiamo al giansenismo, pensiamo a Port Royal (des Champs), al problema di Angélique Arnaud, i perfetti possono comunicarsi – la comunione è un dono, un regalo, è la presenza di Gesù nella Chiesa e nella comunità. Poi, coloro che non stanno nella comunità non possono fare la comunione, come questa signora ebrea, ma il Signore ha voluto premiarla a mia insaputa. Fuori dalla comunità – scomunicati – perché non sono battezzati o si sono allontanati. È un termine duro, ma questo vuol dire che non stanno nella comunità, o perché non appartengono, non sono battezzati o perché si sono allontanati per alcune cose. 

Secondo problema, quello dell’aborto: è più di un problema, è un omicidio, chi fa un aborto uccide, senza mezze parole. Prendete voi un qualsiasi libro di embriologia per studenti di medicina. La terza settimana dal concepimento, tutti gli organi stanno già lì, tutti, anche il Dna… È una vita umana! Questa vita umana va rispettata, questo principio è così chiaro! A chi non può capire, farei questa domanda: è giusto uccidere una vita umana per risolvere un problema? È giusto assumere un sicario per uccidere una vita umana? Scientificamente è una vita umana. È giusto farla fuori per risolvere un problema? È per questo la Chiesa è così dura su questo argomento, perché se accettasse questo è come se accettasse l’omicidio quotidiano. Mi diceva un capo di Stato che il calo demografico è cominciato perché in quegli anni c’è stata una legge sull’aborto così forte che hanno fatto sei milioni di aborti e questo ha lasciato un calo di nascite nella società di quel Paese.

Adesso passiamo alla persona che non è nella comunità, non può fare la comunione. Questa non è una pena, no, tu stai fuori. La comunione è un unirsi alla comunità. Ma il problema non è teologico, è pastorale, come noi vescovi gestiamo pastoralmente questo principio e, se noi guardiamo la storia della Chiesa, vedremo che ogni volta che i vescovi hanno gestito non come pastori un problema si sono schierati sul versante politico. Pensiamo alla notte di San Bartolomeo: eretici, sì, ma l’eresia è gravissima… sgozziamoli tutti… Pensiamo a Giovanna d’Arco, alla caccia alle streghe… A Campo di Fiori, a Savonarola. Quando la Chiesa per difendere un principio lo fa non pastoralmente, si schiera sul piano politico. Questo è sempre stato così, basta guardare la storia. Cosa deve fare il pastore? Essere pastore, non andare condannando. Ma anche il pastore degli scomunicati? Sì, è pastore e deve essere pastore con lui, essere pastore con lo stile di Dio. E lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Tutta la Bibbia lo dice. Vicinanza già nel Deuteronomio in cui dice a Israele: “Dimmi quali popoli hanno gli dei così vicini come tu hai me?”. Vicinanza, compassione. Il Signore che ha compassione di noi. Leggiamo Ezechiele, leggiamo Osea. Basta guardare il Vangelo e le cose di Gesù. Un pastore che non sa gestire con lo stile di Dio, scivola e si mette in tante cose che non sono da pastore. Non vorrei particolarizzare, perché lei ha parlato degli Stati Uniti e non conosco bene bene i dettagli, do il principio. Lei mi può dire: se lei è vicino, è tenero, è compassionevole con una persona, le darebbe la comunione? È un’ipotesi, il pastore sa che fare, in ogni momento. Ma se esce dalla pastoralità della Chiesa immediatamente diventa un politico. Questo lo vedete in tutte le condanne non pastorali della Chiesa… Questo lo vedrete in tutte le denunce, in tutte le condanne non pastorali che fa la Chiesa. Con questo principio credo che un pastore può muoversi bene. I principi sono della teologia. La pastorale è la teologia e lo Spirito Santo che ti conduce a farlo con lo stile di Dio. Io oserei dire fino a qua. Se lei mi dice: ma si può dare o non si può dare? É casistica, quello che lo dicano i teologi. Si ricorda lei la tempesta che si è armata con Amoris laetitia, quando è uscito quel capitolo di accompagnamento agli sposi separati, divorziati… Eresia, eresia! Grazie a Dio c’era il cardinale Schönborn, che è un grande teologo e ha chiarito le cose. Ma sempre questa condanna, condanna… Già basta con la scomunica, per favore non mettiamo più scomunica…. Povera gente, sono figli di Dio, (…) ma sono figli di Dio e vogliono e hanno bisogno della nostra vicinanza pastorale. Poi il pastore risolve le cose come lo Spirito indica.

Mi permetto di controbattere alle troppe parole ed ai pochi fatti del papa, usando le poche parole e i molti fatti di don Andrea Gallo: «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Hilarion Capucci, arcivescovo cattolico e attivista siriano, un personaggio controverso della vita religiosa e politica del Medio Oriente, sia stata presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Capucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al papa: «Ma Lei Santità crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…». Con tutto il rispetto per l’allora papa credo che pregare sia importante, ma non basti.

Quanto alla comunione ai divorziati, come dice padre Alberto Maggi, purtroppo il sacramento del matrimonio non ci mette automaticamente al riparo da errori e vicende che pongono a dura prova l’indissolubilità fino a buttarla all’aria: in questi casi meglio prendere atto e guardare avanti. Così come non mi sento di considerare l’aborto sempre e comunque come un omicidio, non ritengo giusto fare dei divorziati un problema da affrontare col misurino del teologo o col bastone, più o meno nodoso, del pastore.

 

 

Un sacro stanzino in via Bellerio

Non ha avuto notevole risalto mediatico l’incontro tra Matteo Salvini e Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario del Vaticano per i Rapporti con gli Stati. Probabilmente è stato sepolto sotto le concomitanti cronache ben più rilevanti e interessanti del viaggio papale in Ungheria e Slovacchia. Qualcosa è comunque trapelato: niente che vada però ufficialmente al di là di una visita di cortesia concessa su richiesta ad un parlamentare italiano.

Salvini ha espresso grande soddisfazione e gioia e si è detto «convinto che oggi sia possibile e doveroso uno scambio di idee con il mondo della Chiesa su argomenti di grande attualità come il valore della vita e della famiglia, il ruolo della comunità internazionale nella costruzione della pace e la ricerca di un più diffuso benessere sociale per le persone più fragili».

Il cardinale Parolin, numero due d’Oltretevere, che non ha partecipato all’incontro, ha comunque riferito che Gallagher «è stato contento di aver trovato, in modo sereno, qualche punto di intesa anche sulle tematiche più scottanti».

Attenzione però, perché la diplomazia in genere e quella vaticana in particolare, è fatta più di forma e di gesti che di contenuti veri e propri. Di qui la conclusione, un po’ esagerata, ma non destituita di fondamento, dell’apertura di un nuovo corso nei rapporti tra Lega e Vaticano alla luce di intese sui temi scottanti di questo periodo: la situazione in Afghanistan, il futuro dell’Europa, interventi a favore della natalità, corridoi umanitari e gestione dei flussi migratori.

Nelle stanze vaticane nulla avviene per caso anche se viene ribadito che si è trattato di un «colloquio senza risvolti particolari, rientrante nella prassi, fatto di ascolto e di prudenza per evitare di trasmettere visioni internazionali della Santa Sede attraverso Salvini, quindi nessuna svolta dirompente nei rapporti tra la Lega e la Chiesa».

Non mi sento di retrocedere l’evento a mero scambio di cortesie e non posso fare a meno di cogliere un significato ecclesiale e politico. Il papato di Francesco (inutile nasconderlo) è sotto attacco da parte di un cattolicesimo tradizionalista, conservatore e populista, che trova sicuramente simpatie nelle gerarchie centrali e periferiche. La Lega di Salvini rappresenta a livello italiano questo sentire piuttosto diffuso e aggressivo. Forse in Vaticano si illudono di addomesticare questa tigre reazionaria imbavagliandone un esponente di grido? Con tutto il rispetto per l’abilità diplomatica delle alte gerarchie ecclesiali, se fossi in papa Francesco non mi fiderei: sento puzza di bruciato lontano un miglio. Giudico l’iniziativa, comunque la si voglia giustificare, come intempestiva e inopportuna.

Se si voleva lanciare un messaggio distensivo al nostrano cattolicesimo di destra, si deve considerare che la posta in palo è molto alta e la situazione non può essere di certo affrontata in modo così semplicistico e fuorviante. Se si voleva aprire un dialogo costruttivo si è scelto il momento e l’interlocutore sbagliato. In poche parole: troppo per una seppur graduale strategia dell’attenzione, poco per un disgelo evangelico.

Non è meglio che la Chiesa vada avanti per la sua strada senza farsi parlare nella mano da un tizio qualsiasi che si chiama Matteo Salvini? Da parte sua Salvini dice strumentalmente: «Sono l’ultimo dei buoni cattolici perché sono un peccatore, ma avere questo dialogo aperto e diretto per me è motivo di orgoglio». Non si faccia illusioni, non sarà trattato come il figliol prodigo, ammesso e non concesso che ne abbia le intenzioni: sarà comunque una marionetta nelle mani dei burattinai curiali.

Non sarebbe meglio parlare apertamente senza usare penosi mezzucci o untuose tattiche di potere? Se qualcuno sta cercando punti d’appoggio per sollevare questioni concordatarie (legge Zan etc. etc.) o giù di lì, sponde politiche per assurde resistenze etiche (vedi eutanasia etc. etc.) mostra di essere vomitevolmente molto intrigante e poco trasparente. Se poi qualcuno sta giocando sporco contro papa Francesco (sono purtroppo convito che ci sia) faccia almeno la cortesia di non nascondersi dietro personaggi che non hanno nulla a che vedere con la realtà ecclesiale.

 

 

Covid, sotto il tappeto o sopra i divani

Ho letto con stupore, ai limiti dello sbigottimento, la corrispondenza da Londra di Luigi Ippolito per il Corriere della sera in materia di pandemia. Merita di essere riportata di seguito nei suoi tratti salienti.

“Ma tu te la ricordi la pandemia? È una domanda che verrebbe da farsi a Londra, dopo la prima settimana di ripresa completa al termine della pausa estiva: perché andando in giro nella capitale britannica bisogna davvero sforzarsi per accorgersi che c’è stato il Covid.
Di mascherine in strada ormai non se ne vedono più: qui all’aperto non erano mai state imposte, ma tanti le portavano comunque. Adesso nei negozi e nei supermercati non le indossa più nessuno, solo in metropolitana, dove restano raccomandate, c’è chi continua a metterle.
Anche il distanziamento sociale è solo un ricordo. La sera nel West End sono tornate le code davanti ai teatri, mentre i mitici club vanno a pieno regime. La vita culturale ha ritrovato slancio.  La City, ridotta l’anno scorso a una città-zombie, si sta ripopolando: Goldman Sachs, la banca d’affari, ha appena ordinato a tutti i suoi dipendenti il rientro in ufficio full time. E l’università di Oxford ha scritto agli studenti per annunciare che l’anno accademico che sta per prendere il via vedrà il ritorno «alle modalità pre-pandemia», ossia lezioni in presenza, niente mascherine né distanziamento e piena ripresa della vita di college.

 D’altra parte, sui giornali le notizie sull’andamento del Covid sono praticamente scomparse: a volte bisogna sfogliare fino a pagina 14 e oltre per trovare qualcosa sul virus. Il tutto è una conseguenza del «liberi tutti» decretato dal governo Johnson lo scorso 19 luglio, quando è stata abolita ogni restrizione: sul momento, la mossa era stata criticata come un pericoloso azzardo, ma Boris sembra aver vinto la sua scommessa. Gli esperti e lo stesso governo ammettevano che, come risultato, i contagi sarebbero potuti schizzare fino a 100-200 mila al giorno: ma invece si sono stabilizzati attorno ai 30 mila e soprattutto, grazie ai vaccini, non c’è stata una ricaduta allarmante su ricoveri e decessi.

È anche per questo che il governo ha deciso di rinunciare all’introduzione del green pass per discoteche e grandi eventi, che era stata ventilata per la fine di questo mese (ma anche perché la misura difficilmente sarebbe passata in Parlamento: questo è un Paese dove non esistono le carte d’identità, considerate un attentato alla libertà personale, e dove non ti chiedono i documenti neppure quando vai a votare, perché lo ritengono un sopruso inaccettabile. Figuriamoci il green pass…). Inoltre verrà abolita la legislazione d’emergenza, incluso il potere di imporre nuovi lockdown o altre limitazioni. La realtà, al momento, è che il Covid appare come un brutto incubo dal quale ci si è finalmente risvegliati”.

Qualche mese fa sembrava che in Gran Bretagna si stesse scatenando l’inferno della variante Delta con inevitabili diffusioni diaboliche in tutta Europa. Oggi a Londra è scoppiato il Paradiso anti-covid, vale a dire la sostanziale archiviazione del problema o la sua messa sotto il tappeto. C’è, come su suole dire, qualcosa che tocca: o si esagerava nel recente passato o si esagera oggi, non si può passare da una estremità all’altra nel giro di pochi giorni. Non so cosa pensino gli inglesi, io ne sarei stordito.

Evidentemente l’Europa non funziona nemmeno in chiave anti-covid, ognuno va per la sua strada: in Gran Bretagna il green pass è roba da matti, in Italia lo si sta brandendo in lungo e in largo come una clava. Chi avrà ragione? Sono portato a dubitare molto della presunta serietà inglese, ma in Inghilterra non saranno poi tutti stupidi e criminali… E gli scienziati d’oltre manica cosa penseranno, saranno liberal nelle loro diagnosi e non rigorosi e contraddittori come quelli italiani? Ho l’impressione che gli inglesi facciano meno chiacchiere e più fatti rispetto a noi italiani, anche se, come sosteneva autorevolmente Sandro Pertini non siamo né primi né secondi a nessuno.

Probabilmente stiamo assolutizzando discorsi relativi e schematizzando problemi troppo complicati. Dobbiamo rinsavire per non morire più di anti-covid chiacchierato che di covid conclamato. All’inizio della triste avventura abbiamo giustamente fustigato la faciloneria di tanti Stati e di tanti governanti stranieri, ora dobbiamo guardarci bene in casa e ridimensionare i nostri sacri ardori, le nostre insopportabili certezze e i nostri salottieri cicalecci.

Fatto sta ed è che viene spontanea una domanda: in questo casino geo-pandemico come la mettiamo? Mi sovviene quella barzelletta in cui dopo un indicente stradale piuttosto devastante per i mezzi coinvolti, l’automobilista si rivolge al ciclista investito chiedendogli: “E adesso come la mettiamo?”. Il ciclista rassegnato risponde, guardando la sua bicicletta quasi distrutta: “Mi am la mèt in spàla, lu cal faga cmé al na vôja…”.

 

L’abitudine uccide la giustizia

È inutile nasconderlo: abbiamo fatto l’abitudine ai fatti negativi che caratterizzano il nostro vivere più o meno civile. Ne provo a fare un rapido elenco, puntando a quelli che dipendono in gran parte dalle ingiustizie, dai difetti e dalle opere ed omissioni della società: i femminicidi, i morti sul lavoro, i suicidi nelle carceri, gli schiavi di alcoolismo, droghe e gioco d’azzardo, i soggetti che non trovano lavoro, le persone che nel mondo muoiono di fame, le guerre, i disastri ambientali.

Le notizie, anche per la clamorosa superficialità con cui vengono diramate e coltivate, ci lasciano piuttosto indifferenti: siamo giunti alla convinzione che non ci sia niente da fare e che tutto rientri in un gioco assurdo e inevitabile. Come dice il giornalista e scrittore Luigi Garlando, “a forza di accettare l’ingiustizia, non vediamo più l’ingiustizia”.

Per ognuno dei suddetti fatti abbiamo sempre pronto l’alibi che ci esime dalla responsabilità individuale e collettiva. Per la tortura verso le donne: cerchino di stare più attente e non si espongano al rischio… Per i morti sul lavoro: le leggi ci sono, ma le fatalità… Per i suicidi nelle carceri: chi sbaglia deve pagare e in fin dei conti non c’è da stupirsi…Per le dipendenze varie: se le vanno a cercare e poi non ne escono più…Per i disoccupati: la maggior parte di essi sono dei fannulloni che vivono alle nostre spalle…I morti di fame: facciano meno figli, si diano dei governanti seri, sappiano usare meglio gli aiuti che bene o male ricevono e soprattutto stiano a casa loro…Le guerre: ci sono sempre state e sempre ci saranno…I disastri ambientali: è cambiato tutto e non ci si raccapezza più…

A fronte di questo apatico e omertoso atteggiamento fatto di pelosa noncuranza e di ignobile fatalismo, abbiamo un volontariato piuttosto autoreferenziale ma comunque virtuoso, che rischia tuttavia di funzionare da foglia di fico per le vergogne del sistema.

Al riguardo mi sovviene una eloquente esperienza fatta durante la mia vita professionale. Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui ero seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma …

Torno ai giorni nostri. Il vero e proprio incomodo rispetto alla supina accettazione dello status quo sono gli eroi. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” diceva Bertolt Brecht. Se è così, siamo molto sventurati perché di eroi ne abbiamo, anche se ne celebriamo le gesta, pensando cinicamente: “Ma chi glielo fa fare?”. Nemmeno gli eroi riescono però a scuoterci dal torpore conservatore che ci attanaglia. Le nostre burocrazie sono micidiali, dice Nando Dalla Chiesa con riferimento all’eroica testimonianza di suo padre. Sì, sono burocrazie strutturali e mentali che osano mettersi di traverso contro chi vorrebbe cambiare le cose, isolandolo e costringendolo a battaglie incredibili, dove il nemico è l’ingiustizia, ma anche e contemporaneamente chi non vuole il cambiamento.

Nel dopo alluvione di Firenze gli abitanti della città osavano deridere coloro che si impegnavano in una difficile gara di solidarietà. C’è chi ride, c’è chi scuote il capo, c’è chi alza le spalle. Non mi colloco in queste penose categorie, qualcosa (pochissimo per la verità) nella mia vita ho cercato di fare a livello professionale e di volontariato. Non sono un eroe. Ho smesso da tempo di buttare tutto in politica, anche se la politica continua ad avere enormi responsabilità a tutti i livelli.

«Quando do da mangiare ai poveri mi dicono santo, quando combatto la povertà mi chiamano comunista», così l’artista Moni Ovadia. Non ho mai dato da mangiare ai poveri e quindi nessuno mi riterrà un santo; mi è sempre piaciuto denunciare e combattere la povertà ecco perché mi hanno sempre considerato un comunista da sagrestia. Meglio comunista da sagrestia che perbenista del cavolo.