Ai vip sono consentite anche le pornovendette

«Per alcuni membri selezionati della nostra comunità, non applichiamo le nostre politiche e i nostri standard. A differenza del resto della nostra comunità, queste persone possono violare i nostri standard senza conseguenze». Facebook ha concesso a 5,8 milioni di utenti vip in tutto il mondo – persone di spicco nella politica, nell’industria, nello sport, nello spettacolo – di violare sistematicamente le regole che la piattaforma si è data (e tanto ha reclamizzato) per limitare l’odio, il revenge porn, le discriminazioni, di genere e religiose. Così risulterebbe da documenti interni dell’azienda svelati da Wall Street Journal. Anche in Italia sarebbero stati favoriti politici e persone che potevano rappresentare «un problema di pubbliche relazioni». (Jacopo Iacoboni su La stampa).

Niente di nuovo sotto il sole: della serie “Tutti sono uguali, ma c’è chi è più uguale di altri” (vedi la Fattoria degli animali di Orwell). I regimi comunisti hanno puntato all’uguaglianza, ma ottenendola di fatto all’ingiù, vale a dire rendendo tutti ugualmente poveri e mantenendo i privilegi per le burocrazie politiche imperanti.

È pure vero che, come ha affermato Winston Churchill in un discorso alla Camera dei Comuni nel novembre del 1947, “è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.

Tuttavia il dilemma della combinazione fra libertà e uguaglianza è ancora e più che mai aperto e irrisolto. Le regole non valgono per tutti, si riescono apertamente o nascostamente ad aggirare: si fa un gran parlare della regolamentazione dell’uso dei social, poi si scopre che i codici di comportamento non valgono per tutti e si ripiomba nel caos.

Sono portato a ritenere che, se nella società si prescinde da determinati valori e principi, non v’è regola che tenga. Per un’automobile che viaggia a velocità pazzesca i freni servono a poco ed è difficilissimo usarli, a volte addirittura possono aggravare le conseguenze degli incidenti.

Revenge porn o revenge pornography, traducibile in lingua italiana in vendetta porno o pornovendetta, sono espressioni della lingua inglese che indicano la condivisione pubblica di immagini o video intimi tramite Internet, senza il consenso dei protagonisti degli stessi. Mettere argini a simili prassi è quasi impossibile, a meno che le persone stiano bene attente ad evitare l’intromissione diretta o indiretta nella propria intimità.  Una volta inserita un’immagine nel circuito chi riesce più a controllarla?

Non sono un frequentatore di social-media, ma sento che, navigandovi, ci si imbatte facilmente in autentiche cloache di odio, discriminazioni, criminalizzazioni, porcherie di ogni genere: uno sfogatoio sociale di tutte le peggiori inclinazioni. Mettere ordine in questo ginepraio è impossibile. Se poi partiamo addirittura col piede sbagliato delle eccezioni che sconvolgono le regole, non ne usciamo più.

Ero sull’autobus, circa a metà mattina, e osservavo come il traffico e la confusione fossero contenuti (era luglio e si vedeva), ma, come spesso accade, i fatti si prendono la briga di smentire immediatamente i pensieri: l’autobus si blocca improvvisamente e rientriamo in piena bagarre per una strettoia, impediti a sinistra da mezzi per lavori stradali e a destra (ogni riferimento alla logistica politica è puramente casuale) da un suv (io le chiamo camionette, fuoristrada per la precisione) grosso, ingombrante, lussuoso, decisamente bello sul piano estetico.

L’autista del bus, alquanto spazientito, dava sfogo alla propria eloquente gestualità per far capire al conducente del suv la necessità di spostare il mezzo: altrimenti non si poteva passare. Devo ammettere che, molto educatamente, l’autista in questione non aveva fatto ricorso al clacson illudendosi di risolvere la questione senza bisogno di immettere baccano in un ambiente abbastanza tranquillo. Ma Toscanini non ottenne l’effetto sperato perché il suonatore faceva finta di niente, sperava che non si rivolgessero a lui (o meglio stava facendo il finto tonto).

L’autista imperterrito continuava a gesticolare tentando di rendere l’idea: se non sposti il suv, il bus ti viene in cul (scusate la volgarità, ma il messaggio era quello). Finalmente il “tonto di lusso” si degna di scendere dal suo potente mezzo con l’intenzione di parlare all’autista direttamente: forse ci siamo, pensavo tra me, dove non poterono i gesti risolveranno le parole.

Il dialogo non fu concitato per merito del pubblico dipendente che si limitò ad esporre la sua oggettiva impossibilità a proseguire la corsa. Da parte sua “il fenomeno” se ne uscì con una pirandelliana affermazione: “Ma io devo andare in banca !!!!…” (nell’agenzia proprio a lato).

Non so come, ma l’autista del bus non si agitò, si limitò a scuotere il capo mentre l’altro continuava dicendo: “Perché non chiede di spostare il mezzo di lavoro stradale?”.  Risposta anche troppo equilibrata: “Ma le sembra possibile?… e poi le faccio presente che esiste un divieto di sosta molto ben visibile”.  Dopo qualche residua insistenza il suv venne finalmente spostato e il traffico riprese normalmente e ammetto sinceramente di non essermi minimamente preoccupato dell’urgente operazione bancaria di quell’assurdo signore.

A questo punto mi chiederete cosa c’entri questo episodio, pur molto curioso, con la regolamentazione dei social. Apparentemente nulla, sostanzialmente tutto. Proviamo per un attimo ad immaginare come avrebbe reagito il mio illustre genitore, perché sono convinto che non gliela avrebbe fatta passare liscia. La più probabile delle battute avrebbe potuto essere: “Ch’al sénta fèmma un lavor, spostèmma la banca e s’nin pärla pu”.

Al povero papà, che credeva così fermamente alle regole ed alla necessità di rispettarle, l’episodio sarebbe andato di traverso: assistere impotente al sopruso di un presuntuoso, proprio a lui, che ingenuamente si illudeva di risolvere il problema dell’evasione carceraria apponendo un cartello “chi scappa sarà ucciso”, sarebbe toccato constatare che i cartelli e le regole in genere non hanno un effetto diverso dal nulla. Immaginiamoci se poi non valgono per tutti: in fin dei conti siamo tutti più uguali di altri…

 

 

 

 

Amaro Lucano, il tocco della (in)giustizia italiana

La sconvolgente vicenda giudiziaria dell’ex sindaco di Riace Domenico Lucano mi costringe a tornare su quanto affermato molto tempo fa da Nando Dalla Chiesa con riferimento all’eroica testimonianza di suo padre: “Le nostre burocrazie sono micidiali”. Sì, sono burocrazie strutturali e mentali che osano mettersi di traverso contro chi vorrebbe cambiare le cose, isolandolo e costringendolo a battaglie incredibili, dove il nemico è l’ingiustizia, ma anche e contemporaneamente chi non vuole il cambiamento.

L’ex sindaco di Riace, Domenico Lucano, è stato condannato a 13 anni e due mesi di reclusione nel processo “Xenia”, svoltosi a Locri, in Tribunale, sui presunti illeciti nella gestione dei migranti. La sentenza condanna Lucano a quasi il doppio degli anni di reclusione che erano stati chiesti dalla pubblica accusa (7 anni e 11 mesi). Lucano era imputato di associazione per delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sentenza è stata letta dal presidente del Tribunale di Locri, Fulvio Accurso, dopo una camera di consiglio che si è protratta per quattro giorni.

L’inchiesta sull’ex sindaco di Riace è stata condotta dalla Procura della Repubblica di Locri, con indagini delegate alla Guardia di Finanza. Nell’ottobre del 2018 Lucano fu anche posto agli arresti domiciliari dalle fiamme gialle con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e dopo il periodo di detenzione fu applicato nei suoi confronti il divieto di dimora a Riace, poi revocato dal Tribunale di Locri nel settembre del 2019. Nel processo Xenia Domenico Lucano è stato difeso dagli avvocati Giuliano Pisapia ed Andrea Daqua.

“Questa è una vicenda inaudita. Sarò macchiato per sempre per colpe che non ho commesso. Mi aspettavo un’assoluzione”, ha detto Lucano a commento della sentenza. “Grazie, comunque, lo stesso – ha aggiunto – ai miei avvocati per il lavoro che hanno svolto. Io, tra l’altro, non avrei avuto modo di pagare altri legali, non avendo disponibilità economica”.

“Una sentenza lunare e una condanna esorbitante che contrastano totalmente con le evidenze processuali”. É il commento degli avvocati Giuliano Pisapia e Andrea Dacqua, difensori di Mimmo Lucano, dopo la condanna decisa dal Tribunale di Locri, che annunciano il ricorso in appello dopo la lettura delle motivazioni. Lucano dovrà anche restituire 500mila euro riguardo i finanziamenti ricevuti dall’Unione europea e dal Governo. É quanto stabilisce la sentenza (resoconto ripreso testualmente dall’agenzia Ansa).

Questa sentenza non si commenta, si rifiuta a priori, perché è frutto di una giustizia burocratica, che butta via il bambino assieme all’acqua sporca. Mi guardo bene dall’approfondire i termini giudiziari della vicenda, resto attaccato al mio “pregiudiziale” pensiero: Lucano ha combattuto contro l’ingiustizia a mani nude, ha tentato di accogliere i migranti a prescindere dai lacci e lacciuoli con cui il sistema lastrica la via di chi vuol fare del bene agli asini (non mi riferisco agli immigrati, ma ai nostri pubblici poteri).

Lucano avrà sicuramente fatto qualche forzatura per superare gli ostacoli dei disfattisti, e così facendo si è messo dalla parte del torto in una società che premia chi non fa un cazzo e chi vomita cretinate a ripetizione. A leggere le imputazioni ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. La sentenza mi sembra un’autentica pagliacciata che si smonterà strada facendo. Nel frattempo però Lucano è un delinquente…

Siccome mi dibatto ormai in una irreversibile deriva arteriosclerotica, mi ripeto a costo di essere deriso e compatito.  Mi sovviene una eloquente esperienza fatta durante la mia vita professionale. Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui ero seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, immaginiamoci mettersi contro l’autorità giudiziaria inquirente, requirente e giudicante.

 

 

 

I santuari possono fare il cristiano ladro

In questi giorni stavo facendo strane e provocatorie riflessioni sull’impiego di “mammona” a livello “devozionistico”, proprio quando il devozionismo è stato colto (almeno così sembra) in flagrante adulterio affaristico.

Mi riferisco all’uso, a dir poco improprio dei fondi dell’Unitalsi, che sarebbero stati, per importi non trascurabili, utilizzati da alcuni dirigenti pe fini personali e distratti dagli scopi istituzionali, vale a dire l’assistenza ai malati che si recano in pellegrinaggio nei santuari (soprattutto a Lourdes). L’inchiesta è apertissima, ma l’eco scandalistico è stato forte e immediato.

Quando una persona fa un’operazione oltremodo disgustosa e censurabile viene volgarmente apostrofato come uno che ruba in chiesa: ebbene, nel caso in oggetto sarebbe successo proprio così. Ognuno può trarre i motivi di riflessione che più gli sono consoni.

Dopo un irresistibile quanto stucchevole senso di smarrimento per la caduta generale di valori e di comportamenti, preferisco tornare alle mie elucubrazioni di cui sopra e da cui ero partito prima di essere fuorviato dal presunto scandalo Unitalsi.

Mi sono posto una inquietante domanda: se la Chiesa smettesse di impiegare risorse materiali e umane nel discorso cultuale e devozionistico e utilizzasse tali risorse nel servizio al prossimo, non farebbe cosa evangelicamente ineccepibile e umanamente apprezzabile? Meno mercanteggiamenti nei santuari, meno ritualismo nei templi, meno statue, meno riti, meno di tutto ciò che è riconducibile all’esteriorità delle fede. Sono convinto che Gesù avrebbe di che incavolarsi e bastonare duro se facesse un giro turistico per visionare i posti dove si prega.

Come al solito sto esagerando ed esasperando il problema. Per dirla in termini estremamente chiari e duri: meno santuari e più comunità, meno candele e più opere buone, meno attenzione alle statue e più attenzione alle persone bisognose, meno riti e più carità fraterna, meno liturgia e più pastorale.

Penso di essere stato chiaro.  Forse sono fantasie di una mente malata di demagogia ecclesiale. Forse sono più scandaloso degli scandali. Può darsi, lo ammetto, ma perché non provare almeno a pensarci. Invece di scandalizzarsi per i quasi inevitabili eventi legati allo sterco del diavolo, perché non togliere lo sterco o almeno trasformarlo in “cibo per gli affamati”. Affamati di tutto: di pane, di aiuto, di consolazione, di solidarietà, di amore, di comprensione.

Secondo una dispendiosa quanto assurda pubblicità, l’otto per mille alla Chiesa Cattolica sarebbe qualcosa di più. Prendiamo in parola questo slogan e facciamolo diventare uno stile ecclesiale. Vediamo di guardare dentro questo di più e, se non c’è, mettiamocelo, togliendolo magari proprio dall’otto per mille.

 

 

La conversione dei forcaioli

Luca Morisi, ideatore della campagna social della Lega guidata da Matteo Salvini, risulta indagato dalla Procura in Veneto per cessione di stupefacenti. É quanto riportano alcuni giornali. Dopo una perquisizione, nella sua abitazione di Verona sarebbero state trovate alcune dosi. Morisi aveva lasciato l’incarico di capo della comunicazione social del leader della Lega alcuni giorni fa “per questioni famigliari”.

“Si tratta di un fatto banale per quanto riguarda l’autorità giudiziaria. Morisi è iscritto nel registro degli indagati per supposta cessione di sostanza stupefacente, sulla cui natura si attende ancora l’esito delle analisi”. Lo dice all’ANSA il procuratore della Repubblica di Verona Angela Barbaglio, in relazione all’indagine. Morisi non è ancora stato sentito dal pm. “Mi risulta – prosegue Barbaglio – che il difensore dell’indagato abbia preso contatto con il pm titolare dell’indagine – Stefano Aresu ndr. – immagino per parlare degli atti del procedimento”.

É stata trovata anche della cocaina, in piccola quantità, nell’appartamento di Luca Morisi perquisito alcune settimane fa dai Carabinieri. Lo apprende l’ANSA da fonti vicine all’inchiesta. La droga non era occultata, ed è stata rinvenuta – spiegano le stesse fonti – piuttosto facilmente- dagli investigatori. Si tratta di una piccola quantità, compatibile con l’uso personale, e quindi un illecito di tipo amministrativo. I carabinieri avrebbero sequestrato nella casa dell’ex guru della Lega anche cellulari e materiale informatico.

Luca Morisi chiede scusa al partito, al suo segretario e ai suoi familiari dopo le notizie apparse sulla stampa su di lui. A riferirlo, la Lega in una nota. “Non ho commesso alcun reato, ma la vicenda personale che mi riguarda rappresenta una grave caduta come uomo – scrive Morisi – Chiedo innanzitutto scusa per la mia debolezza e i miei errori a Matteo Salvini e a tutta la comunità della Lega a cui ho dedicato gli ultimi anni del mio impegno lavorativo, a mio padre e ai miei famigliari, al mio amico di sempre Andrea Paganella a fianco del quale ho avviato la mia attività professionale, a tutte le persone che mi vogliono bene e a me stesso”. E aggiunge: “Ho rassegnato il primo settembre le dimissioni dai miei ruoli all’interno della Lega: è un momento molto doloroso della mia vita, rivela fragilità esistenziali irrisolte a cui ho la necessità di dedicare tutto il tempo possibile nel prossimo futuro, contando sul sostegno e sull’affetto delle persone che mi sono più vicine”.

Vediamo le reazioni salviniane a questo delicato fatto. Sono di tre tipi: una di carattere umano, una politica e una etico-mediatica. Meritano di essere riprese così come apparse nel sito dell’Ansa a cui ho fatto riferimento anche sopra.

“Quando un amico sbaglia e commette un errore che non ti aspetti, e Luca ha fatto male a se stesso più che ad altri, prima ti arrabbi con lui, e di brutto. Ma poi gli allunghi la mano, per aiutarlo a rialzarsi. Amicizia e lealtà per me sono la Vita. Ti voglio bene amico mio, su di me potrai contare. Sempre”. É il messaggio di Matteo Salvini per il suo ‘guru’ della campagna social, Luca Morisi indagato a Verona. Il leader della Lega lo scrive su Facebook postando una foto insieme a Morisi. 

Più tardi alla manifestazione di chiusura della campagna elettorale per le comunali a Milano, il leader della Lega dice: “Più mi attaccano più mi danno forza per liberare questo straordinario Paese. E io non mollo e non mollerò mai”  

“Sono spiaciuto della schifezza mediatica che condanna le persone prima che sia un giudice, un tribunale a farlo”: così il segretario della Lega Matteo Salvini ha parlato dell’indagine sull’ex responsabile della sua comunicazione sui social. “Non conosco la vicenda, sono vicende personali” ha aggiunto, ripetendo che “Luca è una gran brava persona, un amico”.

Ci sono giornalisti che sbattono “il mostro in prima pagina. Se poi la settimana prossima uscirà, come sono convinto, che il dottor Luca Morisi non ha commesso alcun reato, chi gli restituirà la dignità? chi gli chiederà scusa?”. “In un Paese civile prima di condannare qualcuno, prima di sputtanare qualcuno – ha proseguito il segretario del Carroccio – si aspetta che sia la giustizia a fare il suo corso. E faccio un esempio. Per mesi le prime pagine dei giornali hanno parlato dei fondi russi, Salvini ha preso i soldi dalla Russia, scandali, inchieste intercettazioni. E il risultato dopo anni di infamie: zero”. “Se tutti attaccano solo la Lega – ha aggiunto – siamo gli unici che danno veramente fastidio a un sistema che vorrebbe portare indietro l’Italia”: “Se Luca ha sbagliato nella sua vita privata sono il primo a dirgli ‘ma che diamine hai fatto? ma perché? però è una vicenda privata. Io non mi sono mai permesso di commentare le vicende del figlio di Grillo o degli amici di Conte o di qualche altro politico di sinistra. Io mi fermo davanti all’uscio di casa” ha concluso.

Qualche brevissima riflessione. Distinguere tra fatti personali e comportamenti politici è giusto e doveroso finché i due livelli non rischiano di intersecarsi e condizionarsi in modo preoccupante. Che una persona faccio uso di stupefacenti è cosa che riguarda la persona stessa, ma se essa è, in qualche modo, impegnata politicamente il discorso cambia perché le sue scelte possono interferire sul piano pubblico creando un evidente corto circuito. Quindi tutto il rispetto per l’amicizia e la solidarietà che Salvini nutre nei confronti di Morisi, ma attenzione a non fare confusione.

Dal punto di vista politico va benissimo sposare il garantismo, ma come non ricordare un gesto che passò alla storia, simbolo di quella Lega che vedeva in Roma la nemica principale da combattere. Luca Leoni Orsenigo, all’epoca giovane deputato di Cantù della Lega Nord, il 16 marzo del 1993, diviene l’uomo simbolo della stagione della politica forcaiola, inaugurata nella prima Repubblica, in piena Tangentopoli. A Montecitorio agita una fune con il nodo scorsoio, la mostra ai colleghi degli altri partiti: ai democristiani, ai socialisti, alle forze finite nel tritacarne di Tangentopoli, che la Lega di Bossi cavalca. Parapiglia, intervento dei questori, immagini trasmesse in tutto il mondo. “Il mio fu un gesto legittimo, il cappio in Aula lo rivendico, lì si stava votando il decreto Conso che gettava un colpo di spugna sulle malefatte dei partiti, sulle politiche del malaffare”. Sono passati molti anni, è vero, ma l’incoerenza, se è così clamorosamente sbandierata, non è accettabile. Non si può essere forcaioli a corrente alternata o, se volete, garantisti quando fa comodo.

Quanto ai mostri sbattuti in prima pagina, è vero che i media non vanno tanto per il sottile: basta poco per essere osannati o per essere distrutti. Chi è senza questo peccato scagli la prima pietra. Salvini e la sua parte politica non sono certamente a posto con questa particolare coscienza etico-mediatica. Non ci si può accorgere della schifezza solo quando si ritorce contro la propria parte politica. Quindi, meglio tacere, mettere la coda fra le gambe, e soprattutto cambiare stile di comunicazione e metro di giudizio per amici e avversari.

 

 

Il traffico politico più incasinato che variopinto

I tedeschi si sono svegliati con un vincitore, il socialdemocratico Olaf Scholz, ma non hanno ancora un cancelliere. E vivono da oggi una nuova repubblica, che vedrà il potere fondato sull’accordo fra i partiti: non quelli grandi, stavolta il gioco è in mano ai giovani leader di Verdi e liberali, che inizieranno ad accordarsi innanzitutto fra loro. L’Spd ha dunque strappato il primo posto e Scholz ha rivendicato il mandato a costruire un governo cosiddetto ‘semaforo’. Armin Laschet, candidato del CDU/CSU, sconfitto di misura, rischia di vedere finita la sua carriera politica ed ha replicato con un invito “all’umiltà”. “Con il 25% non si può rivendicare la cancelleria”, secondo lui.

Questo il quadro politico emergente dalle elezioni tedesche così come sintetizzato dall’Ansa. Ma per approfondire il discorso faccio di seguito riferimento allo stupendo pezzo di Silvio Puccio pubblicato da La Stampa, intitolato: “Germania al voto, “Kenya”, “Giamaica” o “semaforo”: il gioco delle coalizioni per la maggioranza al Bundestag”. Puccio sostiene che le alleanze post elettorali nel Paese si riconoscono attraverso un “codice cromatico” ormai standard, basato sui colori fatti propri dai partiti. Ecco come funziona. 

Nell’era della Germania post-Merkel è ampio il ventaglio delle alleanze possibili. Per ottenere la maggioranza dopo il voto, i partiti sono adesso chiamati a formare le coalizioni di governo. Sono identificate da un gergo ben codificato che fa uso di un sistema “a colori”. Uno standard per sintetizzare le intese tra le formazioni. 

Ogni partito si riconosce attraverso un colore: 

  • Cdu/Csu (nero): All’Unione cristianodemocratica appartiene da sempre il più scuro dei cromatismi. Sono guidati da Armin Laschet.
  • Spd/Linke (rosso): I due partiti si riconoscono nel colore accompagna molte delle formazioni della sinistra mondiale. Il loro candidato è il vicecancelliere e ministro delle Finanze Olaf Scholz.
  • Fdp (giallo): Nel gioco delle alleanze per il Bundestag ai liberali appartiene il giallo. Corre per loro Christian Lindner.
  • Verdi (verde): Agli ambientalisti di Annalena Baerbock, com’è ovvio, va il colore che meglio li rappresenta. 

Il candidato cancelliere del partito con più seggi guida i colloqui. Ma non è una regola sempre valida. In passato formazioni arrivate seconde hanno avuto mandato di dirigere le trattative. Un’opzione rispolverata dal candidato liberale di Fdp nel corso della serata elettorale. I diversi scenari possibili dipendono da chi sarà chiamato a trattare: in caso di vittoria della Spd, è probabile che quest’ultima guardi a Verdi e liberali come primi alleati.

Dall’intreccio (politico e cromatico) delle formazioni nascono i nomi delle coalizioni che guideranno i lavori del Parlamento federale: 

  • Kenya (nero, rosso, verde): Apparentamento chiamato come la bandiera dello Stato africano. Si tratta di un’estensione della Grosse Koalition, cioè la Grande coalizione conservatrice-socialdemocratica che negli ultimi otto anni ha guidato il Paese. A questa si aggiungerebbe l’apporto del partito ambientalista. Far entrare i Verdi potrebbe garantire una maggioranza sicura.
  • Giamaica (nero, giallo, verde): Alleanza tra cristianodemocratici della Cdu, liberali della Fdp e Verdi. Un inedito a livello federale: nel 2017 fu proprio un crollo dei negoziati per una coalizione simile a rallentare la formazione di un nuovo governo. Il varo del governo Merkel arrivò a marzo, sei mesi dopo il voto di settembre.
    A far saltare le trattative con gli ambientalisti fu il leader Fdp Christian Lindner, che adesso punta tornare al potere. E i numeri potrebbero esserci per un ingresso in coalizione.
  • Semaforo (rosso, giallo, verde): Un’intesa tra Spd, liberali della Fdp e Verdi. Ipotesi mai sperimentata finora perché esclusa dai liberali di Fdp. Che stavolta non escludono nessuna opzione.
  • Rosso-Rosso-Verde: Alleanza che comprende Spd, Linke e Verdi. Possibile solo con una presenza rilevante di socialdemocratici in Parlamento federale. 
  • Kiwi o nero-verde: Intesa a due tra Cdu e Verdi. Al momento data per improbabile.

Nel gioco delle trattative una cosa è certa: nessuno dei principali attori politici ha dichiarato di voler trattare con l’ultradestra xenofoba di Alternativa per la Germania (AfD), al momento esclusa da tutte le trattative.

Sarebbe divertente provare un parallelismo tra il mosaico tedesco uscito dalle elezioni e quello italiano in vista delle elezioni. Impresa ardua ma non impossibile. Mi cimento con impegno.

Il nero va a Lega/Fdi: costretti a stare insieme fino a mezzogiorno, poi si vedrà…

Il rosso spetta al Pd/Leu: un rosa-rosso come del resto succede anche in casa Spd tedesca alleata della LInke.

Il giallo dovrebbe essere assegnato a Forza Italia che tanto vorrebbe essere liberale, anche perché non può più essere popolare; però a contenderglieli il ruolo vedo Italia viva di Matteo Renzi: arriveremmo ad una sorta di Forza Italia Viva (ma poco vegeta).

Il verde sono costretto ad appiccicarlo impropriamente al M5S: non lo merita perché la sua antipolitica non è ecologica ma rischia addirittura di essere inquinante. Valga di incoraggiamento per il suo strano e incoerente corso post-grillino. Resta comunque un colore che scombina un po’ tutti i possibili intrecci cromatici.

Se non sarà facile in Germania trovare le giuste combinazioni, immaginiamoci in Italia dove la tavolozza è assai meno fluida e i colori tendono a seccare prima di essere utilizzati.

La Gross Koalition ce l’abbiamo già, probabilmente arriverà piuttosto usurata alla scadenza elettorale e non sarà assolutamente riciclabile.

L’alleanza Giamaica si fermerebbe al nero-giallo mentre il verde non ce lo vedo proprio, anche se il precedente dell’alleanza Lega/M5S potrebbe lasciare aperta qualche fessura. La sempre incombente ombra berlusconiana e la ingombrante presenza meloniana farebbero comunque saltare la tela pittorica rendendola un’accozzaglia di colori degna del peggior astrattismo.

Tutto sommato l’alleanza più probabile, che potrebbe trovare una maggioranza risicata ma possibile, dovrebbe essere quella semaforica tra il rosso-rosa del Pd/Leu, il verde del M5S e il giallo più di Renzi che di Berlusconi.

La scontata alleanza giallo-nera su cui puntano gli osservatori politici, intendo l’edizione riveduta e scorretta del solito centro-destra con Berlusconi ridotto a fare la parte del paraninfo, potrebbe rappresentare lo sbocco per gli italiani in cerca di freddo per il letto. Poca fantasia pittorica, molta “scombinazione” cromatica e tanti paradossali voti di memoria anti-storica.

Pensavo di divertimi, invece esco con l’amaro in bocca: la politica è un’arte, ma non bastano i colori dei partiti, non basta la tavolozza elettorale, occorrono dei pittori e non degli imbrattatele per arrivare a un quadro da poter esporre nel salotto di casa Italia.

 

 

 

 

 

Le correnti leghiste e il raffreddore del centro-destra

L’eurodeputata Francesca Donato ha lasciato la Lega: “Nel partito prevale la linea di Giorgetti”. La mia immediata reazione è stata: “Ha impiegato parecchio tempo ad accorgersene…”. La spaccatura all’interno della Lega è infatti presente da molto tempo, oserei dire da quando Matteo Salvini ne ha varato la riedizione riveduta e scorretta. In discussione, come scrive Francesco Olivo su La stampa, è la strategia di fondo, vale a dire la svolta nazionalista che Salvini ha imposto negli ultimi anni, trasformando un movimento autonomista, e a tratti indipendentista, in una forza nazionalista (italiana).

Se vogliamo sintetizzare il discorso con una metafora politica fuori dai denti, Umberto Bossi col tricolore ci si puliva il culo, mentre Matteo Salvini ne sta facendo il simbolo del partito. La Lega ha due punti di forza: il radicamento territoriale e la classe dirigente periferica. Su questi riferimenti sta avvenendo una sorta di scissione strisciante, per dirla sempre con La Stampa, tra i “governisti” di Giorgetti e Zaia e i “duri e puri” di Durigon, Fontana, Romeo e Bagnai.

Il prossimo bagno elettorale la dirà lunga sul futuro leghista: prevarrà la linea nazional-populista di Salvini in conflitto collaborativo con FdI oppure la linea federal-autonomista fortemente spalleggiata dalle regioni tradizionalmente forti del movimento. È forte la snobistica tentazione di lasciare la Lega al proprio destino per parlare di cose serie. Ma purtroppo il futuro politico dell’Italia passa anche da queste beghe leghiste.

Che effetto avranno tali contrapposizioni, peraltro non solo e non tanto personalistiche ma strategiche, sulle elezioni del 2023, quelle in cui i più autorevoli commentatori prevedono un successo del centro-destra. Sposteranno solo gli equilibri interni a questo schieramento, finendo col regalarlo a Giorgia Meloni sotto lo sguardo attonito di un impotente Berlusconi, oppure romperanno anche le uova nel paniere del consenso elettorale, mettendo in discussione la fiducia che gli italiani sembrano avere verso questa accozzaglia, costituita da un centro che guarda sempre più insistentemente a destra.

Cosa potrà succedere nei due anni che ci separano dalla prossima consultazione elettorale nazionale? Il clima emergenziale destinato a durare nel tempo dovrebbe lavorare a favore dell’ala governista a livello centrale (appoggio a Draghi) e a livello periferico (il senso di responsabilità di Luca Zaia). Ma il clima sociale sta diventando incandescente e potrebbe condizionare e favorire le scelte più radicali di una Lega alla mercé della piazza e della lotta.

Non intendo gufare, anche perché, se Atene piange, Sparta non ride. L’intero panorama politico italiano soffre di estrema precarietà e di mancanza di una leadership credibile. Fino a quando potranno sostenersi reciprocamente i traballanti duellanti: non vorrei che, tutto sommato, esistesse una sorta di patto tacito per vivacchiare all’ombra di un governo Draghi sempre più svuotato e indebolito, con la politica tenuta a bagnomaria e la tecnica a farle da paraninfo.

E se spuntasse una sorta di governo dei governisti di tutte le aree: un governo Giorgetti-Del Rio, tanto per fare due nomi a caso (?). A sognare si spende poco e, a volte, ci si può anche azzeccare. Volete scommettere che un simile governo avrebbe tutto l’appoggio di Silvio Berlusconi? La Lega di Salvini sarebbe messa alla frusta assieme al PD di Letta: entrambi costretti a fare i conti coi problemi del Paese uscendo allo scoperto. Simul stabunt vel simul cadent.

 

Il pass più black che green

Stefano Leoni, docente al Conservatorio Giuseppe Verdi, con una lunga lettera ha dato le dimissioni dal suo incarico di vicedirettore dell’ente. Non si è però dimesso dal suo ruolo di musicologo: continuerà a insegnare ai suoi studenti del Conservatorio estetica musicale ma online, almeno fino a dicembre. Il motivo delle dimissioni? È contrario all’utilizzo del Green Pass, come dimostra anche la firma al recente appello sottoscritto tra gli altri da Alessandro Barbero. Leoni ritiene il certificato verde eticamente disdicevole, e un «abominio dal punto di vista legale, costituzionale, normativo, carente e confusionario sotto il profilo giuridico».

Secondo lui poi è una forma surrettizia di «coercizione e adesione forzata alla «campagna vaccinale», istituendo nei fatti una pressione indebita su lavoratori (docenti, personale Ata) e studenti, «inducendoli a sottoporsi all’inoculazione di un siero genico sperimentale dall’efficacia non ancora esattamente definita nella limitazione dei contagi e delle ospedalizzazioni, e dagli effetti collaterali ignoti o colpevolmente ignorati». Non essendo Stefano Leoni, 63 anni, allineato al pensiero del Conservatorio, ha così preferito lasciare il ruolo di vicedirettore, che verrà assunto da Andrea Campora, docente di teoria, ritmica e percezione musicale. «Io rispetto le opinioni di tutti sul Green Pass – aggiunge Leoni – ma non vorrei venissero demonizzate le mie». Il tampone ogni 48 ore? «Mi sembra un ricatto».

Ho citato integralmente questo articolo di Cristina Insalaco pubblicato sul sito internet de La Stampa. Mi ero ripromesso di fare un benefico break in materia, ma le lapidarie affermazioni di Stefano Leoni meritano grande attenzione: sono, a mio giudizio, la perfetta sintesi di un giudizio obiettivo sull’introduzione del green pass. Vorrei che gli attuali governanti e soprattutto i detentori dei prevalenti indirizzi scientifici (?) rispondessero punto per punto senza rifugiarsi nella ragion di vaccino.

È vero o non è vero che il vaccino è attualmente un siero sperimentale? È vero o non è vero che la sua efficacia non è ancora esattamente definita a livello di effetti? È vero o non è vero che gli effetti collaterali sono ignoti o colpevolmente ignorati?  È vero o non è vero che il certificato verde è un abominio dal punto di vista legale, costituzionale, normativo ed è carente e confusionario sotto il profilo giuridico? È vero o non è vero che sta venendo meno il rispetto delle opinioni altrui con tanto di demonizzazione per quelle in controtendenza? È vero o non è vero che un tampone ogni 48 ore è una alternativa ridicola, impossibile da praticare e quindi un ricatto bello e buono?

Posso dirla grossa? Il ritornello del “nulla sarà più come prima” sta trovando una clamorosa conferma, ma a rovescio: infatti stiamo riuscendo a varare un vero e proprio regime, supportato da un pensiero unico, non più ideologico, ma basato sul calcolo delle probabilità: e chi dissente è un delinquente. Se questo è il cambiamento auspicabile…

Sono più che sicuro: la stragrande maggioranza dei pochi che avranno la pazienza di leggermi mi classificherà come un negazionista o un no vax. Non mi sento né l’uno né l’altro. Il virus purtroppo c’è e sta circolando forse più di quanto ci vogliono far credere. Il vaccino è un’arma a cui puntare e da usare con rigore scientifico ed organizzativo. Ammetto di essere un bastian contrario, un menagramo, un fastidioso rompiscatole, che si permette di discutere e soprattutto vuole garantire a tutti di nutrire dubbi e perplessità e di decidere in coscienza senza ricatti di alcun genere. Vorrà dire che mi consolerò leggendo i liberi intellettuali che osano dissentire dal pensiero unico.

Nel 1931 fu richiesto a tutti i professori universitari italiani un giuramento, che recitava così: “Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante ed adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili con i doveri del mio ufficio”.

La tradizione dice che solo 12 professori universitari su 1225 rifiutarono il giuramento nel 1931. Vale la pena di ricordare la reazione della Chiesa cattolica. Pio XI, contrario al giuramento, concepì una “interessante” proposta di compromesso: i professori cattolici possono giurare, ma con riserva (non era chiaro se mentale o esplicita e dichiarata) di non contraddire i principi cattolici.

Sul giuramento si aprì un dibattito, che coinvolgeva professori, intellettuali e politici. Da posizioni antifasciste molto distanti fra loro, Croce e Togliatti espressero la stessa opinione: i professori dovevano giurare per non lasciare l’Università ai soli fascisti. Giurarono i professori fascisti (non molti per la verità), ma anche molti non fascisti o apertamente antifascisti, spinti dalle più varie ragioni.

Esagero se azzardo un parallelismo tra il giuramento del 1931 e l’imposizione (e accettazione) del green pass del 2021? Di stupidate ne scrivo tante, una più una meno…però gradirei che mi si dimostrasse che sto dicendo cazzate. Faccio mio quanto ha dichiarato il professor Stefano Leoni: «Io rispetto le opinioni di tutti sul Green Pass, ma non vorrei venissero demonizzate le mie». Diversamente, ucci ucci sento odor di fascistucci.

Snobismo bestemmiante

Alcuni anni fa mi è capitato una piccola avventura sull’autobus. Riesco ad occupare un posto a sedere dal momento che mi aspetta un tratto piuttosto lungo e per il fatto che il diritto l’ho conquistato sul campo (ormai parecchi giovincelli infatti mi offendono riservandomelo senza pensare all’umiliazione che ciò mi comporta). Sul vetro a portata d’occhio vedo “vergata” sulla polvere, in bella evidenza, una classica bestemmia, scritta con una enne a rovescio (particolare strano ma insignificante). La cosa non mi scandalizza, ma mi infastidisce, mi urta i nervi: resto tuttavia buono e zitto. Dopo alcuni istanti si siede di fronte a me un’anziana ma distinta e piacente signora, la quale non può fare a meno di leggere la nitida porcheria. L’elegante persona però non riesce a stare zitta e scuotendo il capo comincia una filippica contro i giovani (chissà perché, ma questi comportamenti vengono subito imputati, anche senza uno straccio di prova, ai giovani) ed i loro genitori, ben assecondata da un’altra donna sopraggiunta nel frattempo. Pian piano si stava arrivando alla crisi dei valori, all’educazione inesistente, alla religiosità da rispettare, alla laicità da testimoniare, alla scuola che non insegna nulla e via discorrendo.

Scendo, ma sul bus resta l’onta di quella bestemmia, che continua a campeggiare sul vetro sporco: non si poteva dare la colpa al distratto pulitore, perché volendo si trova sempre un posto dove vergare una bestemmia. Non me la sentivo di squalificare intere categorie di persone: i genitori, gli insegnanti, gli educatori. Arrivavo a una conclusione amara e polemica. Non era stato in quel tempo il Presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi) a cacciare una bestemmia in diretta televisiva? Peraltro immediatamente ed autorevolmente scagionato per contestualizzazione dell’evento blasfemo.

Vengo ai giorni nostri: di seguito, farò parziale riferimento a quanto scritto sul sito “Artslive” a cui sovrapporrò (scorrettamente e ne chiedo umilmente scusa) qualche mia conclusione sarcastica. I questi giorni infatti tengono banco le bestemmie apparse per le strade di Napoli in una serie di manifesti blasfemi in occasione di Ceci n’est pas un blasphème, festival delle arti per la libertà d’espressione contro la censura religiosa. Strani cartelloni: all’apparenza, guardandoli con la coda dell’occhio, sembra tutto ok. Topolino con il suo abito da scena, un manifesto politico dell’intramontabile Forza Italia, una pubblicità del Crodino. Esatto, proprio l’analcolico biondo che fa impazzire il mondo. E invece no. Avvicinandosi, tra le bollicine effervescenti color arancioni, spunta una bestemmia. Un’imprecazione blasfema a tutti gli effetti. Sulla medesima falsariga anche Topolino ingiuria bellamente, nonostante non faccia mancare il suo sorriso ampio e bonario. E pure il manifesto politico si lascia andare a citazioni anticlericali (probabilmente simili a quelle lanciate da metà del popolo italiano all’ennesima rielezione del Cavaliere).

É uno scherzo di cattivo gusto? L’intervento pseudoartistico di qualche artista in protesta? Probabilmente sì. Il Comune ha preso le distanze dall’iniziativa, promettendo una loro rapida rimozione. Ceci n’est pas un blasphème è un vero e proprio festival che per due settimane anima la città di Napoli con talk, concerti, mostre e stand-up comedy. L’obiettivo è fin troppo chiaro: celebrare la libertà d’espressione contro la censura religiosa. Ma d’altra parte sorge spontanea la domanda: non sono un po’ eccessive le bestemmie?

Risponde la direttrice Emanuela Marmo: “Il sentimento religioso ha assunto un enorme valore come oggetto politico. Le lezioni che si verificano quando questo viene offeso sono di fatto ben più gravi delle provocazioni artistiche. Ci saranno opere volutamente offensive, alcuni artisti e artiste sono anti-clericali, ma il loro lavoro esiste in un contesto, veicola in modi determinati e riconoscibili: nessuno è obbligato a comprare un giornale o a visitare una mostra. La libertà d’espressione espressa dall’arte e dalle opere non impedisce ai credenti di avere fede o di praticare il culto. Dunque non deve accadere l’inverso”.

Un progetto certamente audace, ma la cui complessità lascia pensare a una ricerca e una precisione che permette di superare la mera goliardia o provocazione. Nonostante gli organizzatori si aspettino sdegno da una parte e risate dall’altra, probabilmente né lo sdegno né le risate sono tra i reali obiettivi del festival. Lo scopo è riflettere sulla stratificazione del potere clericale, della penetrazione forse irreversibile del pensiero religioso nella nostra cultura, dell’ipocrisia che accompagna l’operato della Chiesa. A prescindere dal credo o dalla fede, spunti di analisi del tutto legittime. Ma è proprio necessario cacciare eleganti bestemmie per riflettere sull’invadenza culturale e politica del potere religioso?

Forse la bestemmia di Berlusconi (roba vecchia di regime) e degli artisti trasgressivi (roba nuova di anti-regime) deve essere contestualizzata e quindi è meno grave? Forse chi ruba con i guanti bianchi è meno delinquente. Forse chi sta in alto nella scala sociale e culturale è giustificato?

Un bravo ed autorevole sacerdote diverso tempo fa raccontò una sorta di aneddoto capitatogli in confessionale. Il penitente ammise in tutta sincerità di cadere nel peccato della bestemmia. Al che il sacerdote replicò con la solita richiesta di quantificare la trasgressione: “Bestemmia molto?”. La risposta fu disarmante: “Una cosa giusta”. Adesso, commentò il prete, c’è una misura giusta anche per le bestemmie. A buon intenditor poche parole: forse se ne stanno usando troppe per girare intorno ad una cavolata pseudo-culturale.

 

La draghite acuta

“Governo, Confindustria scarica i partiti per ‘votare’ Draghi “uomo della necessità”. All’assemblea annuale il presidente Bonomi sposa il governo: “Ci riconosciamo nel suo operato, basta veti e giochetti sulle riforme”. La stoccata a Salvini: flirta con i No Vax.

Si chiama Mario Draghi il leader del partito che non c’è, il partito della Confindustria. L’assemblea annuale degli imprenditori: al Palalottomatica dell’Eur a Roma il presidente degli industriali Carlo Bonomi smonta il sistema dei partiti ed elegge il governo Draghi a sistema. Il tutto con applausi scroscianti per il presidente del Consiglio, con tanto di standing ovation che scatta appena viene soltanto pronunciato il suo nome e che finisce per imbarazzare lo stesso ex banchiere centrale”.

Ho ripreso il titolo, il sommario e l’incipit dell’articolo di Roberto Mania sul quotidiano La Repubblica. Mi limito all’incipit per necessità (non ho infatti l’abbonamento che mi consenta di leggere oltre) e per virtù (mi sembra più che sufficiente a fotografare un clima che non mi piace affatto).

Lasciamo perdere la psicologia che mi costringe a prendere le distanze dagli eccessivi, generali e paradossali entusiasmi collettivi: scatta in me una sorta di allergia, di sindrome del bastian contrario, che mi pone immediatamente all’opposizione. Quando sento odore di cucina, se il profumo è di quelli più pesanti e fastidiosi, mi passa l’appetito e corro ad aprire la finestra per cambiare aria.

Il governo Draghi, per meglio dire Mario Draghi, è nato politicamente per colmare la clamorosa lacuna di un sistema partitico asfittico e inconcludente di fronte a drammatiche e prolungate (quasi stabili) emergenze. Ero tra i più convinti sostenitori di questa strada alternativa e la salutai con notevole e speranzosa soddisfazione. Non sto facendo marcia indietro, sto solo guardandomi intorno per vedere di nascosto l’effetto che ha fatto.

I partiti purtroppo non hanno capito niente e continuano la loro assurda melina più o meno strumentale. I sindacati ondeggiano tra la paura di perdere il loro ruolo (forse lo hanno perso da parecchio tempo…) e la smania di aggiungere almeno una cucchiaiata di rivendicazionismo critico all’assorbente quadro di progettualità onnicomprensiva. I media legano, come al solito, l’asino dove vuole il padrone, che, in questo momento, si chiama Mario Draghi punto e a capo. Fin qui tutto come da copione di una commedia preventivata con lungimiranza e acutezza da Sergio Mattarella: il vero deus ex machina della situazione.

Dal momento in cui Mattarella sembra lasciare la scena, i protagonisti si sentono spiazzati e orfani del garante. Cosa fare? Draghi va avanti per la sua strada, che sta per certi versi diventando una scorciatoia, ostentando sicurezza e, in mancanza del regista, funziona da suggeritore. Coi partiti usa il bastone del ricatto (anche se non vi piace è così e voglio proprio vedere dove andrete senza di me…) e la carota (non preoccupatevi, non rimarrò ancora per molto, ma lasciatemi fare…). Coi sindacati dei lavoratori fa la voce fin troppo grossa, sicuro che i cagnolini si nutrono delle briciole cadenti dalla tavola dei padroni. Ad un certo punto ecco arrivare in picchiata la Confindustria!

Volenti o nolenti, i rappresentanti (più sedicenti tali che effettivi) del potere economico non possono farsi spiazzare e allora applausi, anzi standing ovation per Draghi, l’unico interlocutore possibile e immaginabile, anche perché detentore di un portafoglio a fisarmonica che spunta dall’interno della giacca o dalla tasca dei pantaloni all’europea.

E io dovrei sentirmi rassicurato da questo clima opportunistico? Senza politica, senza sindacati, senza opposizione, senza voci critiche e con “i padroni” a farla da padroni per interposta persona? Forse stiamo esagerando e magari anche Mattarella se ne sta accorgendo e sta prendendo le distanze con l’aiuto della scadenza del suo settennato.

Roberto Mania accenna ad un certo qual imbarazzo di Mario Draghi subissato di applausi al gotha dell’imprenditoria. Teme di farsi schiacciare dalle furbizie padronali, che forse sono peggio delle incertezze sindacali e degli ondeggiamenti partitici.

Come era bella la vita politica quando ognuno faceva, più o meno bene, la sua parte.  Vado a prestito da mia madre che acutamente ed ironicamente osservava, sferzando la rivoluzione avvenuta nei costumi e nei ruoli: «Il dònni i volon fär i òmmi e i òmmi i volon far il dònni: podral andär bén al mónd?». Io mi fermo qui, il resto sta forse tutto nei draghi che vogliono fare Draghi e in Draghi che vuol fare anche la parte dei draghi.

 

Le auspicabili sette vite del gatto Bergoglio

“Nei giorni di ricovero di papa Francesco al Policlinico gemelli alcuni alti prelati si sarebbero incontrati in luogo, data e orari segretissimi per preparare il prossimo conclave. Alle spalle di Bergoglio, di cui evidentemente vedevano e speravano la fine. L’indiscrezione è filtrata da Oltretevere, dopo che il vescovo di Roma ha rispedito al mittente le varie trame occulte per la sua successione, che gli sono giunte alle orecchie durante la convalescenza. Nella conversazione con i fratelli gesuiti, tenuta a porte chiuse a Bratislava, alla domanda «Come sta?» ha risposto con una apparente battuta che in realtà è una vera e propria stilettata per mandare un messaggio forte e chiaro alle orecchie che devono intendere: so degli intrighi. «Sono ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il conclave. Pazienza! Grazie a Dio, sto bene».

Ho fatto riferimento alla ricostruzione delle trame vaticane fatta col retroscena di Domenico Agassi su La Stampa. Per dirla in modo scurrile, papa Francesco “sta sulle palle” a parecchia gente, a cardinali, vescovi, preti, laici, teologi, organi di stampa, tutti riferibili ai cosiddetti tradizionalisti, che vedono in lui un pericoloso sovversivo per gli equilibri di potere interni ed esterni alla Chiesa. Non so se, come dicono alcuni osservatori e vaticanisti, papa Francesco abbia più nemici dentro la Chiesa che non fuori da essa. Probabilmente ne ha dappertutto e stanno crescendo in modo inquietante.

L’aspetto che mi preoccupa di più riguarda la possibilità che il papa stia perdendo consensi anche nell’aria più progressista con riferimento soprattutto alle delicate questioni dei preti sposati, delle coppie gay e delle diaconesse.

Da una parte Francesco dice e dimostra di non avere paura, va avanti per la sua strada, continua imperterrito a parlare di problemi sociali, a contenere gli impulsi anticonciliari, a predicare alla sua maniera, a farsi guidare dal Vangelo e non da preoccupazioni di potere. Ha coraggio e forza per rispondere a parole e coi fatti ai suoi detrattori. Però c’è un però. Di fronte alle questioni più delicate riguardanti i divorziati risposati, le persone omosessuali, il celibato sacerdotale, il ruolo della donna, l’eutanasia, l’aborto etc. etc., il papa dà l’impressione di dare un colpo al cerchio dei rinnovatori e una alla botte dei conservatori. Questo è un equilibrio che non va bene e non fa bene né a lui né alla Chiesa, né soprattutto ai soggetti interessati a queste problematiche.

Non vorrei che alla lunga egli si trovasse solo ed isolato, troppo avanti per i retrogradi e troppo indietro per gli emancipati. Lui dirà sicuramente che questi schematismi non hanno giustificazione alcuna a livello evangelico, fatto sta che Gesù metteva in crisi tutti con le sue fughe in avanti e non si preoccupava se qualcuno si scandalizzava e voleva tagliare l’angolo (“volete andarvene anche voi?”).

Lungi da me voler insegnare al papa a fare il papa, faccio già anche troppa fatica a fare il cristiano di fila, figuriamoci se voglio insegnare a Bergoglio come si tiene in mano la bacchetta direttoriale. Mi chiede di pregare per lui e lo faccio spesso e volentieri. Quando lo ascolto spesso mi consolo: è un miracolo, un papa così non l’avrei mai nemmeno pensato! Ecco perché soffro quando lo vedo in frenata, anche se posso capire un minimo di prudenza e una certa aderenza ai principi fondamentali. Come poterlo aiutare al di là della fiducia nello Spirito Santo? Mi sento solo di consigliargli di stare sempre e comunque dalla parte dei poveri, dei migranti e di chi soffre. Quando entra concretamente in questa casistica tutto, almeno per me, va benissimo. Quando ritorna sui principi, almeno per me, rispuntano i guai. I principi, per grandi e importanti che siano, son fatti per l’uomo e la donna e non viceversa.

È troppo pericoloso ribadire i principi e assegnare le aperture ai confessori. Da tempo frequento i confessori di manica larga, quelli che capiscono i problemi. Mia sorella una volta si imbatté con un confessore di mentalità ristretta, che arrivò a minacciarla di non concederle l’assoluzione. Lei ebbe un sussulto di orgoglio e gli disse (la cito a senso): «Se lei mi vuole assolvere bene, altrimenti vorrà dire che andrò a cercare un confessore di mentalità più aperta e di misericordia più grande». Mia madre andava giù ancora più pesante e diceva: «Cäz mäi, andrò davanti al crocefìss e lù al me pardonarà…».

‘Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare’, dice Manzoni giustificando il suo personaggio. Il passo è al capitolo XXV de I promessi sposi ed è la riflessione che Don Abbondio dice a se stesso al termine del colloquio con il Cardinale Borromeo. Papa Francesco il coraggio ce l’ha, glielo ha dato lo Spirito Santo, ma semmai cerchi di darsene un po’ di più, soprattutto su certe questioni che, gira e rigira, fanno riferimento al portafoglio e alla sessualità.