Le belle istituzioni addormentate nel bosco di regime

Nei giorni scorsi si è avuto un durissimo intervento del grande filosofo Giorgio Agamben, durante le audizioni in Commissione Affari costituzionali del Senato sul Decreto che prevede la estensione del Green Pass ai luoghi di lavoro. Un Decreto che, come noto, verrà applicato dal 15 ottobre, ma che il Parlamento è chiamato a convertire in legge. Quello lanciato da Agamben è un appello ai parlamentari che non ha precedenti e che evoca i fantasmi più lugubri della Storia dell’umanità. Ecco di seguito il testo integrale dell’intervento.

“Mi soffermerò solo su due punti che vorrei portare alla attenzione dei parlamentari che dovranno votare sulla conversione in legge del Decreto. Il primo è l’evidente, sottolineo la parola evidente, contraddittorietà del Decreto in questione. Voi sapete che il Governo con un apposito Decreto legge, il numero 44 del 2021, detto scudo penale ora convertito in legge, si è sentato da ogni responsabilità per i danni prodotti dal vaccino. E quanto gravi possono essere questi danni risulta dal fatto che l’articolo 3 del Decreto in questione, menziona esplicitamente gli articoli 589 e 590 del Codice penale che si riferiscono all’omicidio colposo e alle lesioni colpose.

Come autorevoli giuristi hanno notato questo significa che lo Stato non si sente di assumere la responsabilità per un vaccino che non ha terminato la sua fase di sperimentazione e tuttavia, allo stesso tempo, cerca di costringere con ogni mezzo i cittadini a vaccinarsi escludendosi altrimenti dalla vita sociale e ora, con il nuovo Decreto che siete chiamati a votare, privandoli persino dalla possibilità di lavorare. É possibile chiedo immaginare una situazione giuridicamente e moralmente più abnorme? Come può lo Stato accusare di irresponsabilità chi sceglie di non vaccinarsi, quando è lo stesso Stato che per primo declina formalmente ogni responsabilità in merito alle possibili gravi conseguenze, ricordate gli articoli 589 e 590 morte e lesioni del vaccino. Ecco vorrei che i parlamentari riflettessero su questa contraddizione che a mio avviso configura una vera e propria mostruosità giuridica.

Il secondo punto sul quale vorrei attirare la vostra attenzione non riguarda il problema medico del vaccino ma quello politico del green pass, che non deve essere confuso col primo, abbiamo fatto tantissimi vaccini senza che questo ci obbligasse a esibire un certificato. É stato detto da scienziati e da medici che il green pass non ha in sé alcun significato medico ma serve a obbligare la gente a vaccinarsi. Io credo invece che si possa e si debba dire il contrario, e cioè che il vaccino sia un mezzo per costringere la gente ad avere un green pass, cioè un dispositivo che permette di controllare e tracciare, misura che non ha precedente, i loro movimenti. I politologi sanno da tempo che le nostre società sono passate da tempo dal modello che un tempo si chiamava società di disciplina al modello delle società di controllo, società fondate su un controllo digitale virtualmente illimitato dei comportamenti individuali che divengono così quantificabili in un algoritmo.

Ci stiamo ormai abituando ai questi dispositivi di controllo, ma mi chiedo fino a che punto siamo disposti ad accettare che questo controllo si spinga? É possibile che cittadini e di una società che si pretende democratica, si trovino in una situazione peggiore dei cittadini dell’Unione sovietica sotto Stalin? Voi sapete forse che i cittadini sovietici erano obbligati a esibire un lasciapassare per ogni spostamento da un paese all’altro, ma noi siamo obbligati a esibire un green pass anche per andare al ristorante anche per andare in un museo anche per andare al cinema, e ora cosa ancora più grave col Decreto che si tratta di convertire in legge, anche ogni volta che si va a lavorare. Inoltre come è possibile accettare che per la prima volta nella storia d’Italia dopo le leggi fasciste del 1938 sui non ariani, si creino dei cittadini di seconda classe che subiscono restrizioni che dal punto di vista strettamente giuridico, ovviamente i due fenomeni non hanno nulla in comune e parlo solo di analogia giuridica, subiscano restrizioni che sono identiche a quelle che subivano i non ariani.

Tutto fa pensare cioè che i Decreti leggi vadano inquadrati in un processo di trasformazione delle istituzioni e dei paradigmi di governo della società in cui ci troviamo. Trasformazione che tanto più insidiosa perché, come era venuto per il Fascismo, avviene senza che ci sia un cambiamento del testo della Costituzione, ma avviene surrettiziamente. Il modello che viene così eroso e cancellato è quello delle democrazie parlamentari con i loro diritti, le loro garanzie costituzionali, e al loro posto subentra un paradigma di governo in cui, in nome della biosicurezza e del controllo, le libertà individuali sono destinate a subire limitazioni crescenti. La concentrazione esclusiva dell’attenzione sui contagi sulla salute mi pare impedisca infatti di percepire quale sia il significato di questa grande trasformazione e di renderci conto, come gli stessi governi del resto non si stancano di ricordarci, che la sicurezza e le emergenze non sono fenomeni transitori ma costituiscono la nuova forma di “governalità”. Credo che in questa prospettiva sia urgente che i parlamentari considerino con estrema attenzione la trasformazione politica in corso, che non si soffermino solo sulla salute. Che alla lunga del resto è destinata a svuotare il Parlamento dei suoi poteri riducendolo, come sta ora avvenendo, ad approvare semplicemente in nome della biosicurezza Decreti che emanano da organizzazioni e persone che col Parlamento hanno ben poco a che fare”.

 

Questo documento è stato snobbato a tutti i livelli, mediatici ed istituzionali. Credo invece che meriti di essere attentamente letto, oserei dire centellinato: ognuno può tirare le sue conclusioni, ma non può essere ignorato o sottovalutato.

Le massime autorità dello Stato e della Chiesa (visto che si è schierata pedissequamente, perdendo a mio avviso una buona occasione per tacere: anche il papa su questo argomento non si sta dimostrando all’altezza, dando tutto a Cesare e niente a Dio) dovrebbero rispondere, ma non lo fanno e non lo faranno, perché temo non abbiano argomenti seri per controbattere. Sta prevalendo, sotto forma di ragion di salute, la ragion di Stato che, come sosteneva Marco Pannella, nulla ha da spartire con lo stato di diritto.

Non so sinceramente fino a qual punto la situazione resisterà e non esploderà. Cosa ci sta a fare Marta Cartabia, ex-presidente della Corte Costituzionale e insigne costituzionalista, nel governo come ministro della giustizia? Sta avallando veri e propri mostri legislativi! Ecco perché temo che, nella superficiale e stucchevole aria femminista che tira, possa diventare presidente della Repubblica. Devo però ammettere che al riguardo anche Mattarella è piuttosto latitante: potrebbe benissimo invitare il Parlamento a riflettere e a ponderare la situazione giuridicamente insostenibile che si sta venendo a creare con la quasi certa apertura di contenziosi legali e di proteste di piazza. Anche Mario Draghi dovrebbe sentirsi in dovere di rispondere puntualmente (non con battute pseudo-etiche come ha fatto finora: i suoi limiti culturali si stanno purtroppo evidenziando e non si può dire mal comune mezzo gaudio) del proprio operato: tutti danno per scontato ciò che scontato non è affatto, anzi…

Le proteste di piazza si susseguono in un pericolosissimo crescendo: da una parte la violenza fomentata e strumentalizzata dall’estremismo di destra, dall’altra i pubblici poteri che rispondono picche. Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha telefonato al Segretario Generale della CGIL, Maurizio Landini, per esprimere a lui e a tutto il sindacato la piena solidarietà del Governo per l’assalto avvenuto alla sede di Roma. I sindacati sono un presidio fondamentale di democrazia e dei diritti dei lavoratori. Qualsiasi intimidazione nei loro confronti è inaccettabile e da respingere con assoluta fermezza. Il Presidente condanna inoltre le violenze che sono avvenute in varie città italiane. Il diritto a manifestare le proprie idee non può mai degenerare in atti di aggressione e intimidazione. Il Governo prosegue nel suo impegno per portare a termine la campagna di vaccinazione contro il COVID-19 e ringrazia i milioni di italiani che hanno già aderito con convinzione e senso civico. Sulla stessa lunghezza d’onda del premier anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella chiama il segretario della Cgil Landini per esprimere solidarietà e condannare le violenze. A nessuno viene in mente che le forzature democratiche creano i presupposti per reazioni negative: da una parte si rischia di offrire un brodo di coltura ideale per lo squadrismo per poi scandalizzarsi e condannare chi adotta metodi squadristi.

Paolo Gentiloni, il bel commissario addormentato nel bosco europeo, si è improvvisamente svegliato, scoprendo l’acqua calda, facendo una tremenda confusione e sbagliando completamente la mira: «L’onda sovranista si sta ritirando in Europa. È da questa bassa marea che emergono violenze squadriste come ieri a Roma. Guai a sottovalutarle: tolleranza zero verso chi aggredisce il sindacato e le forze dell’ordine. Ma le sfide che possono svelare la fragilità delle nostre democrazie vanno al di là dello squadrismo del sabato sera». Tra queste sfide, caro Gentiloni, c’è purtroppo anche la forzatura democratica di certa legislazione. Non si entra nel negozio di cristalleria della democrazia italiana con la pachidermica pesantezza del fanatico e strabico governante anti-covid.  Legga il documento di Agamben e risponda a tono, senza mescolare strumentalmente cause ed effetti.

Non si tratta di mettere o rimettere in discussione la decisione se vaccinarsi oppure no, ma di chiedersi se sia giusto, corretto e opportuno obbligare surrettiziamente e subdolamente le persone a vaccinarsi mettendo a repentaglio l’assetto democratico del Paese. Purtroppo rimarranno impigliati nelle gride manzoniana i soggetti più deboli, magari risucchiati dai violenti di turno, mentre i furbi si libereranno all’italiana di lacci e lacciuoli. Sono curioso di vedere se e come funzioneranno i controlli.

L’importante è tornare alla normalità: questo è l’obiettivo. Non quello di perseguire la salute delle persone. Il sistema va difeso a tutti i costi, altro che cambiamento! Se cambiamento c’è, è in peggio, a livello di “regime”. E non si pianga sulle vittime, perché delle vittime non frega niente a nessuno: il morto giace e il vivo si dà pace.

 

 

 

 

 

 

Fuori dalle righe formali, intellettuali e immobili

Nell’aprire i lavori del sinodo sulla sinodalità (uno scioglilingua abbastanza eloquente sulla inconcludenza di queste occasioni ecclesiali regolarmente sprecate) papa Francesco ha dimostrato la solita lucida e coraggiosa analisi della Chiesa. Riporto di seguito un brano del suo intervento iniziale.

“Il Sinodo, proprio mentre ci offre una grande opportunità per una conversione pastorale in chiave missionaria e anche ecumenica, non è esente da alcuni rischi. Ne cito tre. Il primo è quello del formalismo. Si può ridurre un Sinodo a un evento straordinario, ma di facciata, proprio come se si restasse a guardare una bella facciata di una chiesa senza mai mettervi piede dentro. Invece il Sinodo è un percorso di effettivo discernimento spirituale, che non intraprendiamo per dare una bella immagine di noi stessi, ma per meglio collaborare all’opera di Dio nella storia. Dunque, se parliamo di una Chiesa sinodale non possiamo accontentarci della forma, ma abbiamo anche bisogno di sostanza, di strumenti e strutture che favoriscano il dialogo e l’interazione nel Popolo di Dio, soprattutto tra sacerdoti e laici. Perché sottolineo questo? Perché a volte c’è qualche elitismo nell’ordine presbiterale che lo fa staccare dai laici; e il prete diventa alla fine il “padrone della baracca” e non il pastore di tutta una Chiesa che sta andando avanti. Ciò richiede di trasformare certe visioni verticiste, distorte e parziali sulla Chiesa, sul ministero presbiterale, sul ruolo dei laici, sulle responsabilità ecclesiali, sui ruoli di governo e così via.

Un secondo rischio è quello dell’intellettualismo – l’astrazione, la realtà va lì e noi con le nostre riflessioni andiamo da un’altra parte –: far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di “parlarci addosso”, dove si procede in modo superficiale e mondano, finendo per ricadere nelle solite sterili classificazioni ideologiche e partitiche e staccandosi dalla realtà del Popolo santo di Dio, dalla vita concreta delle comunità sparse per il mondo.

Infine, ci può essere la tentazione dell’immobilismo: siccome «si è sempre fatto così» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 33) – questa parola è un veleno nella vita della Chiesa, “si è sempre fatto così” –, è meglio non cambiare. Chi si muove in questo orizzonte, anche senza accorgersene, cade nell’errore di non prendere sul serio il tempo che abitiamo. Il rischio è che alla fine si adottino soluzioni vecchie per problemi nuovi: un rattoppo di stoffa grezza, che alla fine crea uno strappo peggiore (cfr Mt 9,16). Per questo è importante che il Sinodo sia veramente tale, un processo in divenire; coinvolga, in fasi diverse e a partire dal basso, le Chiese locali, in un lavoro appassionato e incarnato, che imprima uno stile di comunione e partecipazione improntato alla missione”.

Sono decisamente stanco di ascoltare belle parole dal papa, regolarmente disattese nella prassi ecclesiale di livello vaticano e non solo. Quanto al formalismo, la dimostrazione si è avuta immediatamente nel giorno successivo con la solita spettacolare celebrazione liturgica: un autentico pugno nello stomaco del Sinodo, devitalizzato in partenza, ridotto a lussuosa, pomposa ed oceanica adunata clericale. Se tanto mi dà tanto…

Per quanto concerne l’intellettualismo, c’è troppa gente che chiacchiera nei salotti teologici e poca che lavora nella messe: sono molti i progettisti e pochi gli operai. Non sarà il caso di smetterla di ridurre la Chiesa ad una cerchia di esperti al di sotto della quale collocare un popolo di pecoroni? Verranno sfornati documenti sinodali, che resteranno lettera morta come quelli conciliari. Gesù non era un intellettuale e non si circondò di intellettuali, non scrisse niente di teorico, parlò in dialetto e operò a contatto con la gente. Il papa dice che il sinodo non deve essere una convention ecclesiale: staremo a vedere…

Rivado alla vita di mio zio Ennio sacerdote, negli anni trenta e quaranta del secolo scorso. I report, che i responsabili della scuola di Teologia, frequentata da lui, inviavano alla Curia Vescovile di Parma, conten­gono, in mezzo ai giudizi sul profitto, una osservazione critica sulla sua condotta: era un po’ distratto. Ebbene, si dirà, può capitare a tutti di distrarsi durante le lezioni più impegnative e dure da digerire. Non si trattava di questo, don Ennio non leggeva cose profane e non si perdeva a guardare fuori della finestra, come fanno gli allievi in vena di evasione intellettuale. Era al contrario troppo attento, ma ai proble­mi dei ragazzi di borgata coi quali trascorreva parecchio tempo ed ai quali dedicava il cuore dopo aver rivolto la mente agli insegnamenti teorici. Criticandolo, seppure in tono garbato, gli facevano, a mio giu­dizio, il più bello degli elogi. Era portato ad interessarsi degli emargi­nati, soprattutto i bambini: era vicino agli ultimi in stile prettamente evangelico.  Quando gli proposero un incarico pastorale in cui rischiava di prevalere la cura di interessi economici, pur legittimi, a livello di benefici parrocchiali, preferì declinare l’invito per dedicarsi ad incombenze di ben più “alto” respiro. Le sue scelte don Ennio le fece, riuscendo a coniugare teologia e solidarietà a favore dei po­veri e dei giovani, riuscendo a miscelare impegno ecclesiale e impegno civile.

Da ultimo e non ultimo l’immobilismo: è sotto gli occhi di tutti, i soliti riti, le solite parate, i soliti dibattiti, il solito centralismo, il solito burocratismo, il solito clericalismo. Le novità sono “marce patocche”, ma non arrivano mai. Non faccio esempi, perché temo di rendermi scontato al limite del ridicolo.

Il cardinal Carlo Maria Martini, profeta, alla vigilia della sua morte, diceva: «Dove sono le persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove».  Il cardinal Martini era stato in odore di papato durante il conclave che sboccò nella nomina a pontefice del cardinale Ratzinger. Si disse che Martini si ritirò dallo scontro elettorale per motivi di salute. Qualcuno vide un atto di responsabilità nel non mettere la Chiesa in un vero e proprio scontro. Qualcun altro sostiene che venne stipulato una sorta di patto (il lodo Cantalamessa), regolarmente violato da Benedetto XVI e dalla sua “cricca” curiale. Quando leggo e rileggo il pensiero di Martini e ricordo il suo stile pastorale, concludo che non avrebbe mai potuto diventare papa. Perché? Troppo avanzato per una Chiesa di perpetua retroguardia! Bergoglio sembrava avere ricevuto da Martini il testimone: comincio ad avere seri dubbi. Forse gli manca il carisma, forse il coraggio, forse lo torturano. Badateci: la sua bianca tonaca è lisa e ingiallita nella parte inferiore. Il logorio dovuto alle continue attenzioni curiali: la stiracciano in continuazione. E lui…

 

 

Il patriottismo meloniano e i fascisti impuri

Fratelli d’Italia nella bufera. Il partito guidato da Giorgia Meloni è sotto attacco dopo una inchiesta pubblicata dal giornale online Fanpage. La video inchiesta su Fdi di Fanpage ha rivelato un presunto sistema di finanziamenti in nero, ma non solo.

Finanziamenti in nero ci sarebbero stati ad esempio per Chiara Valcepina, candidata per un seggio in consiglio comunale alle elezioni amministrative di Milano del 3 e 4 ottobre in una lista che sosteneva Luca Bernardo, il pediatra che la coalizione di centrodestra ha schierato contro il primo cittadino uscente Giuseppe Sala.

Nel video pubblicato da Fanpage si vedono i dirigenti di Fratelli d’Italia irridere ebrei e immigrati, inneggiare al fascismo e al nazismo e fare il saluto fascista ribattezzato “saluto Covid”. L’un l’altro, i dirigenti della formazione di Meloni si definiscono “patrioti”, una parola che sostituisce il termine “fascisti”.

Giorgia Meloni ha reagito rabbiosamente definendo una polpetta avvelenata l’inchiesta sui presunti fondi neri a Fratelli d’Italia. Parole, le sue, arrivate mentre su Instagram il “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, protagonista dello scoop sulla “lobby nera”, postava due foto – una che lo ritrae con la presidente di Fratelli d’Italia, l’altra con il segretario leghista Matteo Salvini: «Sono assolutamente indipendente e apartitico, ma nessuno faccia finta di non conoscermi o, peggio, si permetta di offendere gratuitamente me e la comunità di veri patrioti che rappresento». (Ho riportato notizie pubblicate da agenzie di stampa).

Emerge cioè una miscela ributtante tra apologia di fascismo e affarismo, che non stupisce più di tanto, ma aggiunge una cucchiaiata di sporcizia ai guai politici del centro-destra. Per la verità anche la Lega di Salvini ha un suo importante collaboratore invischiato in una vicenda di traffico di stupefacenti. Sono tutte questioni da lasciare alle cure dell’autorità giudiziaria.

Il dato politico però è quello di una destra estrema che scherza spregiudicatamente col fuoco delle nostalgie fasciste abbinate al sottobosco affaristico del sistema partitico. Da sempre esiste l’equivoco fascista nella destra italiana: un macigno del passato che grava sul presente. Non so cosa mai possa venire di buono da gente che ostenta metodi e contenuti di fascismo e nazismo.

Nell’opera lirica “Simon Boccanegra” di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, il doge non esita a perseguire un suo opportunistico sostenitore e alto funzionario, riconoscendo in esso il vile mandante del rapimento di una giovane donna (peraltro la figlia del doge stesso). Simone si rivolge a Paolo, di cui ha intuito la colpevolezza, e lo invita a maledire pubblicamente il traditore infame che si nasconde nella sala. Paolo, inorridito, è in tal modo costretto a maledire se stesso. “Sul manigoldo impuro piombi il tuon del mio detto: Sia maledetto! e tu ripeti il giuro”.

Non vado molto per il sottile: Giorgia Meloni avrebbe questo coraggio nei confronti dei fascisti impuri che si aggirano intorno al suo partito? Un tempo si scandiva uno slogan: “Fascisti carogne tornate nelle fogne”. La leader di Fdi avrebbe il coraggio di gridarlo pubblicamente e di farlo gridare ai suoi amici in puzzolente odore di fascismo? Immagino la risposta: di personaggi impuri nella politica ce ne sono molti, ognuno ha i suoi, e allora mal comune mezzo fascismo gaudioso.  Non sono d’accordo con questo revisionismo qualunquistico e non accetto che un partito politico presente nelle istituzioni democratiche italiane brighi più o meno apertamente con i residuati di un passato da cancellare totalmente e completamente dalla nostra storia.

 

 

Il fiato sul covid

Nell’amministrazione pubblica, tutti i lavoratori e dipendenti pubblici, anche chi lavorerà in smart working dal 15 ottobre dovrà comunque essere munito di green pass. Chi non possiede il green pass non potrà lavorare neanche in smart working e sarà quindi considerato, come chi lavora in presenza, in periodo di assenza ingiustificata. Il Messaggero pubblica questa postilla, che fa parte delle novità inserite nella bozza delle linee guida redatte dal ministro della Funzione Pubblica Brunetta e da quello della Salute Speranza. 

 «Non è consentito, in alcun modo», si legge nella bozza delle linee guida, «che il lavoratore permanga nella struttura, anche a fini diversi, o che il medesimo sia adibito a lavoro agile in sostituzione della prestazione non eseguibile in presenza».

Insomma, le norme non si potranno aggirare e non sarà in nessun modo consentito “…in quanto elusivo del predetto obbligo, individuare i lavoratori da adibire al lavoro agile sulla base del mancato possesso di tale certificazione”. Ma non è tutto. Non basterà per chi lavora in smart working dichiarare di avere il green pass, ma dovrà essere in grado di mostrarlo altrimenti, anche in questo caso, sarà ritenuto assente ingiustificato. 

Ricordiamo anche che negli uffici pubblici tutti, compresi i visitatori o i componenti delle giunte e delle autonomie locali e regionali, dovranno avere la certificazione verde o non avranno accesso.

L’eccezione è data solo dagli utenti che si recano agli sportelli di un ufficio pubblico per avere un servizio. In quel caso non sarà richiesto il green pass ma restano ovviamente in vigore le regole di capienza, distanziamento e l’obbligo di indossare la mascherina”.

Una notizia del genere mi induce a buttarla sul ridere. Tra i paragoni impossibili espressi in dialetto parmigiano dal grande Bruno Lanfranchi ce n’era uno che diceva così: “al gh’äva un fiä tant cativ che nes rezistèva gnanca a parlärog par telefono”.

Anche mio padre (non) scherzava sulle regole paradossalmente rigide. Dopo tanti anni vissuti in una vecchia casa dell’oltretorrente, in un appartamento privo di ogni e qualsiasi comodità (come succedeva un tempo…), andare ad abitare in un alloggio nuovo, dotato dei comfort essenziali, fu per mio padre una storica conquista. C’era però il rovescio della medaglia: si trattava di un condominio con ben tredici unità immobiliari, mentre eravamo abituati a vivere con un solo coinquilino, peraltro legato a noi da vecchia e consolidata amicizia. Era il prezzo accettabile da pagare alla conquistata modernità. L’approccio alla vita in condominio fu morbido, all’insegna del battutistico buonumore paterno. Alla prima assemblea condominiale mio padre partecipò con ovvia curiosità mista a tradizionale disponibilità al dialogo e alla collaborazione. Si trovò alle prese con un regolamento rigido al limite del carcerario. Ne fu impressionato, ma non si scoraggiò, affrontò la situazione a modo suo, dando subito l’idea a tutti della propria indole. Tra i vari ed articolati divieti esisteva anche quello inerente gli animali domestici: non si potevano tenere cani, gatti, canarini, etc. La mia famiglia non aveva simili abitudini: eravamo stati purtroppo alle prese solo con i topi, che viaggiavano nell’androne delle scale di una casa piuttosto malsana, attirati oltretutto da un confinante magazzino di farina e che, con la loro immanente e invadente presenza, ossessionavano ogni rientro in casa, soprattutto serale.  Mio padre colse al volo l’occasione e chiese, con piglio provocatorio anche se bonario: «A s’ polol tgnir un can ‘d stòppa chi àn regalè a mè fjóla?». L’immagine, riconducibile all’odierno animaletto di peluche, gli serviva anche quando eravamo alle prese con un cane in carne ed ossa e manifestavamo una certa paura a cui il proprietario dell’animale rispondeva con la solita frase: «Ma il mio cane è buono, non fa niente…». Allora mio padre era costretto a precisare: «Ch’ al guärda…mè fjól al gh’à paura anca d’un can ‘d stòppa, quindi…».

 

 

 

 

Storia di una incolpevole gufata

Gufare significa augurare o portare sfortuna. Se un amico o un conoscente continua ad insistere dicendo che qualcosa non andrà nel verso giusto, significa che sta gufando. Allo stesso quando ti fa un augurio troppo sicuro può essere recepito come l’augurio contrario e quindi come una gufata.

Perché si dice gufare? Il gufo in passato nella cultura popolare era considerato, per via di credenze superstiziose, portatore di sfortuna e malasorte; era considerato un simbolo funesto e oscuro ed ecco che gufare, ovvero fare il verso del gufo, significa portare sfortuna, scalogna.

Il proliferare delle piattaforme legate al calcio e il sempre maggior interesse da parte dei tifosi che assistono a partite in TV ha aumentato la popolarità di questa pratica: la gufata. Gufare significa dire a un amico che la sua squadra vincerà sicuramente la partita o il campionato. Capite bene che il tifoso di calcio non sarà contento. Ma la gufata funziona anche al contrario.

Prima della partita fra Italia e Spagna, incontro di semi-finale di una relativamente nuova competizione calcistica, la Nations League, sono stato tirato per i capelli verso la gufata. Non sono umanamente superstizioso e non sono calcisticamente fanatico fino a questo punto. Però l’altra sera osservando i giocatori della nazionale italiana mentre scendevano dal pullman per entrare allo stadio, mentre facevano il riscaldamento sul campo in vista della partita, li ho visti talmente gasati e pieni di sé da prevedere (quasi da desiderare) una sconfitta che li potesse riportare coi piedi a terra.

Due calciatori in particolare erano nel mio mirino: Leonardo (Leo per gli amici) Bonucci e Gianluigi (Gigio per gli ex amici) Donnarumma. Del primo ricordavo l’arrogante atteggiamento tenuto nei confronti delle forze dell’ordine al fine di “imporre” la esagerata e rischiosa passerella trionfante per le vie di Roma, rovinando così la bella e misurata cerimonia al Quirinale appena terminata. Sembrava il padrone d’Italia, voleva a tutti i costi il bagno di folla, esigeva l’incoronazione popolare a eroe del pallone italico. Andò così e le autorità si piegarono alle petulanti esigenze della follia celebrativa del dopo campionato europeo. Del secondo valutavo il comportamento sbracatamente affaristico tenuto in occasione del suo trasferimento dal Milan al Paris Saint Germain con tanto di sacrosante accuse di “tradimento”, non tanto del Milan sua società di partenza carrieristica, ma di quel minimo di etica professionale che dovrebbe connotare anche il mondo del calcio. Per lui si preannunciava una serata di fischi amici dopo gli striscioni pesantissimi esposti per la sua “accoglienza” a San Siro.

A quel punto mi sono fatto una domanda retorica: vuoi vedere che questa sera il pallone calcistico italiano subirà una bella inevitabile “sgasata”? Forse gufavo, forse come Cassandra profetizzavo il peggio, ma ci stavo azzeccando. Sul campo, al di là della evidente superiorità della nazionale spagnola meritevole di una rivincita rispetto all’eliminazione così sportivamente e amichevolmente accettata ai recenti campionati europei, si sono verificati due fatti emblematici. Una ridicola e clamorosa “gatta” di Donnarumma a suggello della incontenibile tortura dei fischi che piovevano dagli spalti, degna di un portierino qualsiasi di una qualsiasi squadra di pulcini, che fortunatamente non ha regalato il goal agli spagnoli solo per una fortunosa combinazione. Una stupida e arrogante espulsione di Bonucci, strameritata in conseguenza di un comportamento assai poco cavalleresco, dettato dalla presunzione di sentirsi troppo forte, intoccabile, superiore alle regole.

I due pilastri della nazionale si sono sgretolati come se fossero di sabbia, la sabbia della presunzione e dell’arroganza. La partita, secondo me, è andata di conseguenza. Ha vinto la Spagna, come avevo modestamente “gufato”. Si sono un po’ tutti sgasati, ci siamo un po’ tutti ridimensionati. Era ora. Il mondo che “trionfalizza” precipitevolissimevolmente i divi del momento, altrettanto sbrigativamente li butta nella polvere dopo averli innalzati sull’altare. I Padreterni di aria fritta tornano ad essere degli Adamo di sabbia mobile. Tutto sommato meglio così: una strana giustizia del fato, che dovrebbe fare riflettere, ma che invece verrà considerata punitiva in attesa delle prossime illusioni di regime sportivo.

 

L’oroscopo del governo Draghi

Se qualcuno non aveva capito qual è la differenza tra un governo politico e un governo tecnico, penso abbia avuto la spiegazione dai fatti accaduti il giorno dopo lo spoglio elettorale inerente l’importante consultazione amministrativa del 03 e 04 ottobre scorso.

Mario Draghi ha seguito burocraticamente il suo ruolino di marcia, ha convocato il consiglio dei ministri ponendo all’ordine del giorno la delicatissima questione della delega in materia di riforma fiscale e chiedendone poi una sorta di ratifica alla cosiddetta cabina di regia, che un tempo si sarebbe chiamata vertice tra i partiti di maggioranza.

La Lega si è immediatamente smarcata da entrambe le riunioni ponendo, pretestuosamente quanto goffamente, una questione di rispetto dei tempi, ma lasciando chiaramente intendere come sia finita la luna di miele col governo Draghi dopo la forte scossa elettorale subita.

Un presidente del consiglio di provenienza e stile politici avrebbe, immediatamente dopo i risultati elettorali, lasciato il tempo ai partiti di fare le loro valutazioni e i loro distinguo, rinviando di qualche giorno il varo delle riforme in cantiere e rispettando il travaglio post-elettorale di un’importante forza politica uscita malconcia dalle urne.

Matteo Salvini, straparlando di oroscopo, intendeva chiedere una pausa di riflessione in merito al contenuto di una riforma su cui i partiti della maggioranza non hanno univocità di pareri e di scopi? Legittimo, ma fatto maldestramente e in modo equivoco, che lascia più di un dubbio sulle reali intenzioni della Lega, spiazzata da un responso elettorale piuttosto negativo.

Mario Draghi, procedendo speditamente il suo percorso, intendeva mettere in difficoltà la Lega, stanco dei suoi tira e molla, sfruttandone un momento di debolezza per farle inghiottire l’ennesima pillola amara? Legittimo, ma fatto troppo astutamente e presuntuosamente in un momento delicato. Se invece voleva segnare il trionfo della tecnica governante sulla politica politicante, è riuscito nell’intento, mettendo ulteriormente all’angolo una forza politica che non si riesce a capire cosa voglia se non cavalcare temi che stanno perdendo mordente nei confronti della pubblica opinione.

Mario Draghi è però al bivio tra governo tecnico e governo politico: con questa accelerazione di passo ha chiaramente sconfinato e rimesso in discussione l’unità nazionale che, peraltro, prima o poi, sarebbe andata in difficoltà nella misura in cui si devono affrontare riforme di sistema per avere i quattrini europei.

Adesso cosa può succedere? Draghi ha due punti di forza: l’impossibilità di sciogliere le Camere per indire elezioni politiche anticipate e la propria autonomia personale rispetto ai destini della politica. Detta in parole povere: o così o draghì, prendere o prendere!

Furbescamente Meloni e Giorgetti stanno tentando di sfruttare l’unica arma relativa che hanno in mano, quella di ingolosire Draghi con la prospettiva del Quirinale in modo da “ricattare” il futuro presidente della Repubblica, condizionando il voto per lui ad un sollecito scioglimento del Parlamento con il successivo e immediato ricorso alle urne: per il centro-destra sarebbe oltre tutto la strada per sottrarsi ad un prevedibile calo di consensi di qui al 2023, tentando di incassare il prima possibile il bonus elettorale guadagnato fino ad oggi (così direbbero i sondaggi) e rinviando il bagno di sangue di un redde rationem all’interno dei partiti e della coalizione di centro-destra.

Credo che Draghi non sia molto sensibile alle lusinghe, anche se per lui salire al Quirinale non è una prospettiva da scartare a priori. Non ritengo plausibile una sua conversione frettolosa alla politica: da tecnico indipendente a leader di un centro-sinistra allargato, uomo per tutte le stagioni, alla Giulio Andreotti. Staremo a vedere. Resta il pericolo di un ritorno della peggior politica a metà della cura mattarelliana con il rischio di una ricaduta letale.

 

Il dito elettorale nelle piaghe politiche

Dopo avere messo avanti le mani per non cadere nel tranello della politicante bagarre post-elettorale, dopo essermi fasciato la testa politica prima di rompermela a contatto con le sbrigative analisi dei pifferai di turno, provo a riflettere sulla base delle indicazioni emergenti dalla recente, parziale ma larga tornata di elezioni amministrative.

Parto dall’astensionismo, che l’ha fatta da padrone. Al logorio della moderna vita democratica (?) dobbiamo aggiungere il continuo calo di credibilità dei partiti, lo sconvolgimento provocato dalla pandemia e lo scombussolamento politico innescato dal governo Draghi.

Siamo sinceri: chi non viene preso da una incontenibile quanto rischiosa sensazione di inutilità del voto? Da una parte abbiamo una società messa a soqquadro a livello di sistema da una situazione di emergenza, che si profila scoordinata e continuativa, dall’altra una classe politica che evidenzia limiti gravissimi e frustranti, dall’altra Draghi col suo strano governo del dottor Jekyll e mister Hyde.

In un simile incrocio per non andare a sbattere si è tentati di rimanere fermi al palo. Chi aveva intrapreso la pur scriteriata via dell’antipolitica proposta dal M5S e dalla Lega si sta inevitabilmente ravvedendo: la sfiducia intercettata da questi movimenti “raccattatutto” è ritornata a galla, si rifugia prevalentemente nell’astensione se non nel voto a casaccio. Nonostante tutto speravo che soprattutto il grillismo potesse costituire un argine al qualunquismo dilagante, invece ha finito con l’accrescerlo e renderlo ancor più disperato.

Al M5S sono rimasti solo gli occhi di Virginia Raggi con cui piangere sul latte versato da Grillo, mentre Giuseppe Conte cerca di rimettere il dentifricio nel tubetto. Alla Lega è rimasto un Salvini anacronistico che ha buttato nella merda populista il prete autonomista e libertario, mentre Giorgetti fa la parte del coccodrillo leghista che piange sul leghismo divorato dal nazionalismo preso a prestito da FdI. Molto più grave la crisi leghista rispetto a quella pentastellata: nei grillini si torna al nulla da cui si è partiti, nei leghisti si cestina il legame territoriale e quel poco di classe dirigente radicato in essa. Il governo Draghi ha messo in crisi gli uni e gli altri enfatizzandone la totale incapacità di iniziativa politica al di là delle sbruffonate del giorno per giorno.

Il centro-destra è dilaniato al punto da rimpiangere amaramente il suo storico federatore; sento levarsi un grido, incredibile ma vero: “aridatece er puzzone!”. Berlusconi sta infatti sentendo puzza di cadavere e si aggira sulla scena milanese per fare una scorpacciata finale delle carcasse destrorse e andare non si sa dove. Il centro-destra non è stato in grado di proporre candidature valide per amministrare i comuni e si è abbandonato al civismo senza numeri (per dirla con Vittorio Sgarbi): ne è uscito con le ossa rotte. Berlusconi lo aveva capito, ma non è stato capace di prendere in mano la situazione: penso sia tardi per lui e per il centro-destra. Sperare in Giorgetti mi sembra la cosiddetta “sperànsa di mäl vestì, ch a faga un bón invèron”.

Il centro-sinistra riesce indubbiamente ad esprimere qualche candidatura interessante e, tutto sommato, prende una boccata d’ossigeno elettorale che dovrebbe servirgli a uscire dall’apnea degli ultimi tempi. Ho ascoltato con attenzione le dichiarazioni un po’ troppo trionfalistiche di Enrico Letta: devo ammettere che è l’unico personaggio sulla scena politica in grado almeno di parlare di politica. Non so se accontentarmi di una caramella succhiata, piegata in una carta colorata piuttosto che rimanere a bocca aperta col rischio di strozzarmi con caramelle che vanno di traverso: “mej lu che niént da sén’na”.

 

La politica prima dei bla-bla

Era prevedibile che all’indomani del risultato delle elezioni amministrative si sarebbe acceso il dibattito sul significato da assegnargli: politico o puramente amministrativo. È una ridicola questione di lana caprina dietro cui si nascondono da una parte gli sconfitti per sminuirne la portata, dall’altra i vincitori per enfatizzarne il peso.

Un tempo si sosteneva che tutto è politica, oggi si pensa addirittura che l’amministrazione di un comune non c’entri niente con la politica. Questione di opinioni? No, questione che, a forza di sfrondare il bosco e il sottobosco, rischia di non rimanerci nulla. Stiamo ben attenti a non buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Se è spiacevolmente vero che c’è tanta sporcizia da cui ripulire il nostro sistema democratico, è ancor più vero che questo sistema va salvaguardato e sviluppato senza scetticismo e disfattismo.

Cala la propensione dei cittadini a partecipare al voto, aumenta la distanza tra amministrati ed amministratori, cala il rispetto per le istituzioni, crescono la rabbia e il rancore sociali, cala la solidarietà e aumenta l’individualismo.

Andare alla ricerca dei perdenti e dei vincitori, oltre che essere uno stucchevole e spettacolare approccio sostanzialmente antipolitico alla politica, è un esercizio fuorviante, che svilisce la consultazione elettorale: v’è chi ne vuol fare l’espressione assolutistica della volontà popolare, v’è chi la considera un relativo indicatore di tendenza, chi dimentica come la politica culmini ed inizi con il voto dei cittadini.

Ho inteso porre un argine alla deriva gossippara: prima di parlare di politica infatti occorre avere fiducia nella politica. Cercherò di riflettere solo ed unicamente sugli indirizzi sostanziali emergenti dalla recente consultazione amministrativa, rifiutando nel modo più assoluto di guardare solo alle grandi città a scapito dei piccoli comuni laddove forse la politica trova maggiore coesione e migliore espressione.

Non ha senso disgiungere il voto con un criterio quantitativo: grande non è forzatamente importante così come piccolo non è necessariamente bello. Il tessuto sociale si articola a livello territoriale: questo è una ricchezza e non un ostacolo da dribblare. Pertanto se una forza politica raccoglie consensi solo o prevalentemente nei grandi agglomerati urbani non per questo deve ritenersi più moderna e adeguata alla modernità; così come se un partito raccoglie voti prevalentemente nei piccoli comuni non deve ritenersi più democratico e popolare.

Usciamo dagli schematismi e andiamo al sodo. La lunga e forse irreversibile emergenza pandemica ha costituito purtroppo un ulteriore elemento di crisi nel rapporto tra i cittadini e la politica, mettendo più alla ribalta che non in scena la scienza e la tecnica, relegando in un cono d’ombra la politica ridotta spesso a mera ratifica delle decisioni assunte nell’alto loco di una scienza più invadente che competente, più autoritaria che autorevole. Mi aspettavo la scarsa affluenza ai seggi elettorali, sintomo della crescente convinzione nell’inadeguatezza della politica chiamata a rispondere a emergenze gravissime ed epocali. Bisogna darsi una regolata e rimettere al centro la politica.

E allora? Matteo Salvini esce ridimensionato dalle urne elettorali? Giorgia Meloni rappresenta l’opposizione trionfante? Enrico Letta darà un respiro rassicurante, stabile e riscattante a serie prospettive di governo? Giuseppe Conte riuscirà a sciacquare in Arno gli strafalcioni pentastellati? Silvio Berlusconi si toglierà finalmente dalle scatole facendosi finanche rimpiangere? Dubbi legittimi anche se impropri e che non dovrebbero trovare risposte immediate ed univoche nelle urne amministrative. Da queste avrebbero dovuto uscire sindaci ed amministratori competenti e coerenti: questo era il segnale politico da dare e da ricevere. Questo era il senso politico: non tanto fare le prove generali di armate brancaleone di destra e di sinistra, fare un test di compattezza per la dilaniata Lega, di remuntada renziana, di tenuta grillina. Mi sembra invece che, a prescindere dalla volontà degli elettori e complici i soliti bla-bla giornalistici, sia proprio andata così.

 

 

Gli accattoni del protagonismo

Sergio Mattarella, l’ultimo dei giusti della politica con la “P” maiuscola, dopo avere sopportato correttamente per parecchio tempo la politica politicante, che si era addirittura ridotta a politica insignificante, ha avuto, complice l’emergenza pandemica, il coraggio di mandarla in cantina fra le cianfrusaglie che ogni tanto ritornano utili o, se si vuole essere un po’ più eleganti, in terrazza a respirare una boccata di aria pulita. Lo spazio lasciato vuoto è stato occupato dai cosiddetti tecnici, i cui pregi sono risultati subito piuttosto evidenti e i cui difetti stanno progressivamente ed inesorabilmente emergendo.

Mattarella, con la sua sacrosanta voglia di mettersi a riposo, rischia di lasciare a metà il lavoro intrapreso: forse solo lui, rimanendo in sella ancora un poco, potrebbe ripristinare il collegamento tra società e politica, arrivando in parata con Mario Draghi alla scadenza elettorale del 2023, allorquando la politica, bene o male, dovrà presentarsi ai cittadini con un abito dignitosamente rinnovato. Il time-out mattarelliano dovrebbe protrarsi oltre il febbraio 2021, scadenza del mandato presidenziale, per consentire alla politica di riprendere la partita con un minimo di capacità di gioco.

La politica politicante invece scalpita e vuole risalire la china e recuperare protagonismo a tutti i costi, senza quel lungo bagno di umiltà che le sarebbe necessario per ritrovare capacità e credibilità. La permanenza di Mattarella al Quirinale sembra ormai assai improbabile, a meno che i partiti politici non facciano l’ennesimo flop, trasformando l’elezione presidenziale in una rissa da “cortile pirlamentare”. Qualcosa di simile è successo alla scadenza della presidenza di Giorgio Napolitano, richiamato in causa per salvare il salvabile.

Draghi non sembra interessato alla scalata quirinalizia, che per la verità sarebbe alla sua carismatica portata, ma che toglierebbe alla presidenza della Repubblica quel pizzico (?) di politico di cui il Paese ha bisogno come del pane. In parole povere Mario Draghi non sarebbe in grado di chiudere il circolo virtuoso aperto da Mattarella, anche perché la sua uscita da Palazzo Chigi sarebbe intempestiva, prematura e foriera di derive governative o elettorali. A quel punto si andrebbe a un governo sotto stretta tutela draghiana in una inedita e pericolosa sovrapposizione di ruoli costituzionalmente ben separati oppure ad una incontrollabile rimessa in pista della politica politicante prima o dopo elezioni al buio.

I partiti, tanto per (non) essere seri, si stanno preparando a ridiscendere in campo frettolosamente, senza alcuna preparazione atletica, per giocare la partita del Quirinale in base a schemi di stucchevole scontro o di incredibile dialogo. Mattarella fa loro ombra e quindi meglio che se ne vada a casa in fretta: fanno finta di goderlo, ma in realtà non vedono l’ora che tolga l’incomodo. Se Mattarella fa ombra, Draghi fa tempo nuvoloso stabile: portarlo in trionfo al Quirinale potrebbe essere una soluzione, però potrebbe essere ancor peggio di Mattarella per l’ulteriore ridimensionamento degli spazi di recupero della politica politicante.

Allora come finirà? Le previsioni sull’elezione del capo dello Stato sono sempre state regolarmente smentite. Mi limito pertanto a tremare all’eventualità che il nuovo presidente della Repubblica possa uscire dal cappello a cilindro del dialogante duo Meloni-Letta; ancor peggio da un colpo di mano tattico salvinian-berlusconiano con tanto di prezzemolata renziana; peggio ancora da un tritacarne di veti incrociati da cui spunterebbe un presidente travicello ostaggio dei partiti. In conclusione la vedo molto male. Queste cose Mattarella le sa benissimo: se non accetta pregiudizialmente una rielezione avrà i suoi buoni motivi. Non vorrei che si fosse convinto che la politica per riprendersi abbia bisogno di un bagno di sangue, di una terapia d’urto o addirittura di interventi chirurgici, una volta esaurita la sua ragionata e calibrata cura: col rischio che il malato possa anche soccombere. Staremo a vedere.

Quelli che…con una bella vaccinata passa tutto

Ammalarsi di Covid o intossicarsi con lo smog. Riaperte le scuole, tornati al lavoro con via via sempre meno smart working, è questo il rebus del trasporto pubblico locale. Perché i mezzi sono più o meno sempre quelli, i passeggeri nelle ore di punta aumentano e così le distanze di sicurezza a bordo di metro, bus e treni restano un miraggio nelle ore del tran-tran casa-scuola o lavoro. Questo lo scontato incipit di una descrizione giornalistica pubblicata su La Stampa.

C.v.d., come volevasi dimostrare. Tante parole, tante chiacchiere, tante discussioni, poi stringi-stringi più che dell’obbligo di vaccinazione si può parlare dell’obbligato casino di circolazione, più che di green pass si può parlare di red stop.

Il punto dolente infatti è rimasto quello del trasporto pubblico locale in cui finiscono tutte le più buone e fumose intenzioni. Di chi la colpa? Ognuno ha la sua parte. Il generale Figliuolo forse è riuscito a impostare accettabilmente la campagna vaccinale, ma poi è arrivato il generale inverno delle scuole e degli uffici aperti. I vaccini si sono scontrati non tanto con lo scetticismo della gente ma con il casino dei mezzi pubblici.

Forse la questione dell’obbligatorietà e del correlato green pass si sta rivelando una colossale manovra di rimozione del problema. Succede come quando, non riuscendo a risolvere i problemi interni, si finisce col dichiarare guerra ai nemici esterni.

Se il buon giorno si vede dal mattino e il mattino è costituito dal solito casino pazzesco dei mezzi pubblici di trasporto urbano, il giorno, che dovrebbe essere il PNRR, alias piano nazionale di ripresa e resilienza, sarà fosco: la solita smania di governare lo straordinario dimenticando l’ordinario.

Purtroppo anche il governo Draghi sta deludendo in tal senso: speravo tanto che mettesse ordine nell’appartamento del piano-terra prima di dedicarsi ai piani superiori, invece…Tanto impegno verbale nel mettere a punto il regolamento di condominio, poi ci accorgiamo che nel condominio non c’è chi pulisce le scale, chi fa la manutenzione dell’ascensore, chi ripara la serratura del portone d’ingresso e via discorrendo. E che dire dei padreterni regionali, loro sì che se ne intendono…E gli amministratori locali? Aspettano e sperano che Draghi tolga loro le castagne dal fuoco e poi…come si fa ad amministrare senza soldi, i bus non vanno mica ad acqua…

Si riaprono gli stadi, i teatri, i cinema, la vita riprende. Ci guardiamo intorno: tutto doveva cambiare e non è cambiato niente. Le solite risse da cortile, le solite discussioni da bar, i soliti capaci di tutto che si rivelano capaci di niente, i soliti che non sanno un cazzo ma lo dicono bene, quelli che…la pandemia si combatte solo col green pass, quelli che…col vaccino passa tutto…anche il covid.