Una morte che incute timore

Mette i brividi leggere le conclusioni della perizia della Procura di Genova: “Camilla Canepa era sana: la morte ragionevolmente dovuta a effetti avversi di AstraZeneca”. La consulenza degli esperti conferma quanto sempre sostenuto dai genitori della ragazza di Sestri Levante. Escluso anche un qualche ruolo di altri farmaci. Camilla Canepa, la 18enne di Sestri Levante morta lo scorso 10 giugno dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca, non aveva alcuna patologia pregressa. In più, non aveva assunto farmaci che potessero in qualche modo interferire con l’iniezione del siero di Oxford. E dunque la trombosi cerebrale con livello di piastrine basse nel sangue che ne ha causato il decesso “ragionevolmente è da riferirsi a effetti avversi della vaccinazione”.

Gli scienziati diranno che comunque un caso isolato non può fare testo e non mette in discussione la validità di un vaccino. Una rondine non fa primavera e allora, per pazza analogia, un cadavere non mette in crisi la vaccinazione anti-covid. Non intendo speculare su questo grave fatto, ma prenderlo a riferimento per creare qualche scrupolo a quanti ostentano inesistenti certezze e su di esse tendono a criminalizzare chi osa dubitare e protestare contro regole rigidamente varate ed applicate.

La questione è di una delicatezza estrema e come tale andrebbe gestita, con grande equilibrio e rispetto per tutti. La vita e la morte delle persone non vanno contabilizzate come noccioline. La morte di questa ragazza pesa enormemente e dovrebbe costringere tutti a maggiore sobrietà e prudenza a livello scientifico e politico.

La guerra al covid comporta anche di morire a causa del fuoco amico: qualcuno lo ritiene un fatale incidente di percorso, che nulla toglie alla necessità della guerra stessa. Non accetto questo approccio cinico. Lungi da me squalificare tutto e tutti, però usare un po’ più di equilibrio non sarebbe male.

Penso che tutti rammentino la tragicomica manfrina delle autorità sanitarie e dei governanti rispetto all’uso del vaccino astrazeneca per non parlare del clamorosamente titubante percorso dell’approvvigionamento dei vaccini in genere. Tento di ricostruirla in modo approssimativo, ma sostanzialmente oggettiva e attendibile: prima una sdegnosa negazione dell’evidenza di ogni e qualsiasi rischio da gravi effetti collaterali, poi le prime timide ammissioni, poi il ritiro per accertamenti, poi la sospensione della somministrazione da parte di alcuni Stati, poi la tranquillizzante sentenza di innocuità, poi il consiglio di non somministrare astrazeneca ai giovani, poi, parola torna indietro, la direttiva di non somministrarlo agli anziani (o viceversa), poi il progressivo abbandono di quel tipo di vaccino sostituito da altri ritenuti più sicuri.  Sembrava un esercizio acrobatico senza rete sulla pelle della gente in spasmodica attesa di un antidoto salvavita.

Quindi, se in un simile quadro di riferimento, una persona ha paura, non lo si può catalogare tra i vigliacchi e gli irresponsabili dal punto di vista civico, tra gli egoisti dal punto di vista etico-religioso, non lo si può bollare come un soggetto in preda ad una irrazionale deriva anti-scientifica. Il discorso è molto più articolato e complesso. Perché se la scienza è così tranquillamente schierata a favore della vaccinazione a tutti i costi, ai vaccinandi viene fatta firmare una dichiarazione esimente le responsabilità di chi somministra il vaccino? Se non erro, lo si fa per gli interventi chirurgici e le terapie a grave rischio. E allora, c’è o non c’è il rischio?

È pur vero che occorre avere il coraggio di prendere decisioni, non si può rimanere nel limbo, ma nemmeno far passare per paradiso quel che è purgatorio. Bisognerebbe parlare poco e a tono, con grande sincerità e senza penalizzare chi non rimane convinto delle parole e ancor meno dei fatti.

La perizia della procura è già un passo avanti rispetto ai silenzi più o meno omertosi, che si verificano generalmente nelle inchieste in campo sanitario. Quando mio padre commentava la morte di una persona di cui non si riusciva a trovare la causa e ancor meno le eventuali responsabilità in capo alle persone direttamente o indirettamente coinvolte, concludeva sarcasticamente: «As védda che quälcdòn al gà preghè un cólp…».

 

 

Sono allergico al vaccino e al manganello

Quando vedo una carica della polizia contro i manifestanti, mi prende una sorta di angoscia e sono immediatamente portato a schierarmi dalla parte di chi protesta purché non usi violenza. A volte è molto difficile stabilire fin dove la protesta sia pacifica, anche perché per essere efficace punta a disturbare l’ordine costituito, altrimenti che protesta sarebbe…

In questi giorni, in cui la polizia è ripetutamente intervenuta in modo abbastanza virulento contro i lavoratori portuali che protestavano contro l’adozione del green pass, il mio dramma personale si è ripresentato. Fare il ministro degli Interni non è un mestiere facile, lo ammetto, ma ho l’impressione che la ministra Lamorgese stia esercitando la sua delicatissima funzione in modo assai burocratico: senza sperimentare convintamente possibilità di dialogo con i manifestanti, senza usare la indispensabile pazienza e senza un disegno politico nella gestione dell’ordine pubblico. Mario Draghi non può lavarsene le mani (la società italiana non è la Bce…), mandando la Lamorgese allo sbaraglio: la situazione è gravissima e non basta, nel modo più assoluto, dare ai dimostranti l’idea dell’inutilità delle loro proteste, facendogliela bere da botte.

C’è sempre qualche margine di dialogo da sperimentare, qualche seppur piccolo accordo da ricercare, qualche atteggiamento di attenzione e di comprensione verso le ragioni di chi protesta senza metterlo inesorabilmente dalla parte del torto ancor prima di avere effettuato alcun tentativo di timido confronto.

Siamo proprio sicuri che i lavoratori che stanno protestando non abbiano qualche ragione da mettere sul tavolo? Siamo proprio sicuri che siano un’accozzaglia di fanatici? Siamo proprio sicuri che l’obbligo del green pass non leda qualche diritto fondamentale. Troppa sicumera scientifica, troppa arroganza governativa, troppa presunzione di verità assoluta. Non stiamo facendo un gran bel servizio alla democrazia.

Possibile che chi ha programmato e introdotto l’obbligo del green pass non immaginasse simili reazioni e avesse considerato la questione solo sul piano dell’ordine pubblico peraltro gestito in modo piuttosto dilettantesco? Non riesco ad ingoiare il rospo messo in gola ai lavoratori toccati nel vivo dei loro sacrosanti diritti per il partito preso dell’obbligo di un vaccino, l’uso del quale più passa il tempo e più sta dimostrando incongruenze, rischi e incognite di vario genere.

Siamo l’unica nazione al mondo che abbia introdotto un così rigido e generalizzato obbligo del green pass. Pensiamo di essere i primi della classe? I dati sull’andamento della pandemia sono piuttosto pirandelliani. Ho in testa l’idea che bisognasse in qualche modo fare ripartire il sistema e su questo altare si stiano sacrificando taluni diritti intoccabili. Qualcuno ha già cominciato a parlare di revoca a breve termine di questa misura restrittiva, mettendola in correlazione con eventuali dati di miglioramento pandemico. Ma cosa stiamo combinando? Ma abbiamo riflettuto bene prima di decidere e di agire? Se devo essere sincero credo sia molto più rischiosa la riapertura degli stadi con tanto di green pass che non l’apertura delle fabbriche senza green pass. Perché? Date un’occhiata a quel che sta succedendo negli stadi e mi darete ragione.

Sono convinto che chi ci governa ostenti certezze che non ha. Un noto detto parmigiano recita così: “Dmanda a ‘l òst’ s’al ga dal vén bón…”.  Fin dall’inizio siamo andati per tentativi, abbiamo brancolato nel buio: non ne faccio una colpa a nessuno, ma spacciare per manovra unica e irrinunciabile l’adozione di questo passaporto vaccinale non mi convince affatto. Come ho già scritto, era meglio introdurre l’obbligo direttamente. Non lo si è fatto per aggirare l’ostacolo insormontabile della Costituzione e ancor più per non essere invischiati in una pletora di cause per risarcimento danni.

Un’auspicabile opera di misericordia berlusconiana

In una nota interna Forza Italia stigmatizza il calo dei salviniani: “In due anni bruciati 635 mila voti, in percentuale più dei 5Stelle. Servivano candidati non improvvisati e dal profilo centrista. Gli elettori hanno premiato la fedeltà a Draghi e non la partecipazione critica al governo”.

Il commento ai risultati delle recenti elezioni amministrative, reso ancor più lucido e puntuale alla luce dell’andamento dei ballottaggi, scodellato dal partito di un ringalluzzito Silvio Berlusconi, non fa una grinza, è, dal punto di vista dell’area moderata di destra, lapidariamente lucido e logico. Si intravede una sorta di masochistico compiacimento associato a un criptico avvertimento. Berlusconi evidentemente e giustamente non ne può più di alleati politicamente scorretti e inconcludenti. È velenoso, anche se assai pertinente, il parallelismo tra la conclamata deriva elettorale grillina e la sintomatica perdita di consensi da parte della Lega. Il cavaliere dovrebbe però rispolverare la verve polemica del 2018, allorché in piena campagna elettorale affermò in un comizio che avrebbe volentieri mandato gli aspiranti politici grillini a pulire i cessi di mediaset. Se tanto mi dà tanto, Salvini e c. li dovrebbe mandare a…

Nella nota forzitaliota ci sono tre considerazioni molto precise. Innanzitutto la solita menata delle elezioni che si vincono al centro: estremizzare i discorsi può illudere di riuscire a raccattare consensi, che però durano l’espace d’un matin, quello della dimostrazione dell’incapacità a governare. In secondo luogo per governare, al centro come in periferia, occorrono i voti, ma soprattutto occorre esserne capaci e dimostrarlo con candidature valide all’uopo, vale a dire rassicuranti e invitanti. In terza battuta, col governo Draghi non si può scherzare dando un colpo al cerchio della piazza e un colpo alla botte del palazzo: si tratta di una minestra da mangiare pena il salto dalla finestra elettorale.

Si legge una pesante critica alla tattica leghista e addirittura una netta presa di distanza, al limite della totale incompatibilità, da quella meloniana. Non sono più i bei tempi in cui Berlusconi poteva fare da federatore tra un pimpante e rampante leghismo bossiano, un revisionistico e ragionato “destrismo” finiano, un nostalgico e simbolico “centrismo” casiniano: il tutto legato nel tegame del modernismo forzista. Le cose sono cambiate, la musica è sempre la stessa, ma i suonatori stonano in continuazione.

Forse però Berlusconi dovrebbe fare anche una seria autocritica. Lasciamo stare le sue maniacali scorribande sessuali che non hanno ancora finito di procurargli guai, andiamo al sodo: il berlusconismo è stato un autentico disastro e quindi lui non può pretendere di tornare direttamente o indirettamente in sella come se niente fudesse. Non è riuscito a creare intorno a sé un minimo di ricambio credibile, è rimasto con pochi, carissimi ma inconsistenti amici. Quindi credo che Salvini e Meloni se ne faranno un baffo delle reprimende berlusconiane pur capendo benissimo che ha perfettamente ragione.

Ecco perché il centro-destra è un cantiere apertissimo, contendibilissimo e scomponibilissimo. Chi continua a profetizzare testardamente che questo centro-destra vincerà a piene mani le prossime elezioni politiche ne tenga conto. I giochi sono ancora tutti da giocare. Siamo solo all’inizio. Può darsi che di Salvini, Meloni e Berlusconi in breve volgere di tempo non resti neanche la polvere. Se Berlusconi anche involontariamente dovesse essere l’artefice di questo rimescolamento, che potrebbe peraltro vederlo definitivamente surclassato, gli dovremmo essere grati. Gli perdoneremmo tutti i peccati per un’opera di misericordia, quella di mandare a casa Salvini e Meloni. Mi fermo qui, perché, se non fuggo, abbraccio Berlusconi.

 

 

La scienza si nutre più di dubbi che di retorica

Occorre “contrastare la deriva antiscientifica che si registra un po’ ovunque, anche nel nostro Paese, sia pure in piccole dosi, per fortuna. Una deriva antiscientifica che mira a bloccare il futuro e porta a ricondurre tutto al passato“. Ad affermarlo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo all’inaugurazione dell’Anno accademico dell’università di Pisa. “Abbiamo attraversato un periodo lungo che non dobbiamo dimenticare – ha ribadito il capo dello Stato – anche per rispetto per i tanti morti che lo hanno caratterizzato: gli ospedali stracolmi di pazienti di Covid, i sanitari generosamente impegnati fino allo stremo delle forze, i malati con altre patologie che non potevano essere ricoverati, accertamenti sanitari rinviati con grave pregiudizio per la salute di tante persone, il Paese sostanzialmente chiuso, l’attività industriale ridotta ai minimi, una drammatica perdita di posti di lavoro”. “Tutto questo è alle nostre spalle – ha sottolineato Mattarella – perché la scienza ci ha consegnato i vaccini, perché la vaccinazione e le misure di comportamento di prudenza, dai distanziamenti alle mascherine, hanno sconfitto la diffusione del contagio, o speriamo, se le manteniamo con saggezza, di averlo sconfitto e posto alle nostre spalle. Questo dobbiamo al senso di responsabilità, alla saggezza della stragrande maggioranza dei nostri concittadini”.

“Sorprende e addolora che proprio adesso, in questi momenti, non quando vi erano momenti con l’orizzonte oscuro, quando si temeva il crollo del Paese, ma oggi, adesso, in cui vediamo una ripresa incoraggiante, economicamente, socialmente, culturalmente, in cui il Paese si sta rilanciando, proprio adesso esplodono fenomeni, iniziative ed atti di violenza, di aggressiva contestazione, quasi a volere ostacolare, intercettare la ripresa che il Paese sta vivendo e che deve essere condotta a buon fine, con fatica, con impegno, ma in maniera indispensabile”, ha poi affermato il presidente della Repubblica. “Sono comportamenti – ha aggiunto – che creano allarme, o meglio, creano tristezza, non molto allarme, perché si infrangono contro la determinazione, il senso di responsabilità, il senso civico dei nostri concittadini, della stragrande parte, della quasi totalità dei nostri concittadini. Questa è la vera forza del nostro Paese, il senso civico che la nostra gente esprime, coltiva, manifesta e pone in essere. E di questo senso civico, di questo senso della comunità, gli atenei sono un punto di formazione decisivo”.

Nutro una grande ammirazione per il presidente Mattarella, vorrei tanto che rimanesse a fare il capo dello Stato: gli dobbiamo molto e non possiamo che essergli molto grati e riconoscenti. Più volte l’ho definito come l’ultimo dei giusti della politica seria, venutasi a dipanare nel secondo dopo-guerra. Non vorrei però che, liberato dalle problematiche prospettive future, tendesse a strafare, a volere cioè lasciare un segno a tutti i costi.

Posso permettermi una provocazione all’attuale Capo dello Stato? Non è che stia cadendo nella tentazione in cui cadde Roberto Baggio alle prime apparizioni nella nazionale di calcio? Ogni volta che entrava in possesso del pallone si sentiva in obbligo di effettuare una giocata straordinaria (un colpo di tacco, una acrobatica rovesciata, un palleggio insistito, etc.), che nell’economia della squadra rendevano poco. Il grande e meritatissimo consenso che si è creato attorno a Mattarella non vorrei che lo costringesse psicologicamente alla profezia continua (che non è più profezia).  E chi sono io per criticare il presidente della Repubblica?

Entro nel merito delle recentissime dichiarazioni presidenziali. Non vedo sinceramente una deriva popolare antiscientifica drammaticamente rovinosa per la nostra società. La scienza non va né sopravvalutata né svaccata, è un elemento di importanza fondamentale da trattare coi guanti. Abbiamo tutti sotto gli occhi le penose contraddizioni scientifiche che si sono presentate durante la pandemia, in una indegna gara alla conquista dell’attenzione mediatica. Anche gli organismi ufficiali, a livello scientifico nazionale e internazionale, non hanno fatto bella figura in un tira e molla fatto più di pragmatismo galleggiante che di rigore intellettuale. Non è il caso di ricordare i vari passaggi di una vicenda spesso al limite del paradosso.

Porsi domande e dubbi non vuol dire giocare a fare “i bastian contrari”, i disfattisti ante litteram: meritano rispetto anche coloro che si permettono di sollevare il ditino per sottolineare incongruenze, inefficienze e confusioni.

Deriva per deriva, come vogliamo chiamare la cessione di responsabilità e potere da parte della politica nei confronti del mondo scientifico? Se esiste una deriva antiscientifica, è esistita anche, prima e soprattutto, una deriva scientifica, vale a dire un indegno passaggio del cerino acceso, dai politici agli scienziati: con la conseguenza che le dita se le sono scottate le persone in un clima di incertezza, di paura e di panico.  Pertanto non è il momento della retorica e/o della tristezza democratica. Bollare la violenza dei menagramo non deve obbligare a fare il panegirico del potere, quello politico e quello scientifico. Il Presidente della Repubblica ci ha insegnato in questi anni come si fa a stare dalla parte dei cittadini. Non mi faccia in extremis lo scherzo di stare dalla parte del manico.

 

Il sinodo pansindacale

L’adunata oceanica promossa dal sindacato per contrastare il pericoloso scivolamento a destra del disagio e della protesta sociale mi ha interessato più per gli obiettivi inconfessati ma intravedibili in filigrana che per i conclamati e scontati slogan antifascisti.

Negli anni sessanta si chiedeva a gran voce la messa fuori legge del Movimento Sociale, cosa ben più pesante e preoccupante della odierna galassia destrorsa culminante in Forza Nuova. Mi sembra che la legislazione vigente sia sufficientemente chiara e offra i percorsi adeguati alla difesa giuridica della democrazia. Quindi il problema non è questo.

C’era nella stracolma piazza “pansindacale” la voglia, non dichiarata ma viva, di ritrovare un ruolo decisivo per il sindacato dei lavoratori. Forse la debolezza partitica crea quei vuoti che possono essere colmati nelle piazze? Ci ha tentato Beppe Grillo con disastrosi risultati, ci sta tentando Matteo Salvini con esiti piuttosto contraddittori e snaturanti, ci sta guazzando Giorgia Meloni rischiando di affogare nella melma estremista.

Ed eccoci al sindacato che vorrebbe recuperare un ruolo politico, partendo appunto dalle piazze, sdoganate dalle tentazioni pentastellate, dalle illusioni leghiste e dalle nostalgie fasciste.

Vorrei tentare un parallelismo impossibile. Agli albori di “mani pulite”, il vuoto dei partiti, scombussolati a morte nel loro dilagante affarismo, fu in qualche modo colmato dalla magistratura inquirente, salvo essere precipitosamente recuperato dal nascente berlusconismo. Avemmo di che “divertirci” per vent’anni, il lungo tempo per risvegliarsi dal sogno forzitaliota.

Oggi non si vede nessuna luce alla fine del tunnel: stiamo sopravvivendo dentro il polmone d’acciaio draghiano, ma non si intravede una via d’uscita che ci consenta di ritornare a respirare con i normali polmoni della politica e della democrazia. Qualcuno sta addirittura farneticando di strade riferite ad un irripetibile e sciagurato passato. Mi chiedo: il sindacato sta tentando di rilanciare alla grande e di proporsi come costruttore dell’edificio da ristrutturare se non addirittura da ricostruire?

Piazza, lavoro, equità, democrazia possono costituire il poker d’assi in mano a Maurizio Landini, ammesso e non concesso che non stia bluffando?  Il sindacato si sta candidando a guidare in tutti i sensi la ripresa della nostra società in crisi? Alla vacanza politica, colmata dalla tecnicalità governativa, può succedere una stagione a forte impatto sindacale?

La Chiesa ha avviato un percorso sinodale che dovrebbe ridisegnare il suo ruolo nella partecipazione e nel protagonismo di tutti i credenti. Il papa si è affrettato a dire che non si dovrà trattare di una velleitaria convention, di una brutta copia parlamentare, di un riciclaggio formale, di un esercizio intellettuale, di una testarda difesa dello status quo.

Se il sindacato vuole avviare una fase nuova di suo impegno dovrà battere cassa dal Papa, dall’unico personaggio capace di una visione globale, non dovrà battere le piazze ma i luoghi di lavoro dove si muore quotidianamente, le fabbriche dove i posti di lavoro agonizzano, i gangli di un’economia malata e inquinata, i meccanismi di una società ingiusta e conflittuale. Auguri di vero cuore, da una persona che ha sempre visto nel sindacato dei lavoratori non l’occupante ma l’interlocutore principale delle istituzioni democratiche.

Le farse stanno in poco posto

Massimo Cacciari scrive di “farsa dolorosa del fascismo” in riferimento ai moti di piazza di questi ultimi tempi: “Nessuna reale potenza oggi ha il benché minimo interesse a sostenere prospettive analoghe. La “verità di fatto” è che i movimenti che si richiamano a quella tragedia sono farse, per quanto dolorose, che nulla politicamente potranno mai contare, e il cui unico risultato è e sarà quello di ridurre tutto al bianco-o-nero, di impedire ogni seria discussione sull’incredibile susseguirsi di emergenze in cui viviamo e sulla possibilità di affrontarle con spirito democratico”.

La legge della dinamica politica prevede purtroppo che a ogni farsa ne corrisponda una uguale e contraria e infatti in questi giorni stiamo assistendo ad una pantomima che contrappone al fascismo caricaturale di Forza Nuova l’antifascismo di maniera, che di antifascismo ha ben poco: serve soltanto a coprire le fragilità del sistema, a trovare un nemico che distragga l’attenzione dai problemi reali.

Sono lontani i tempi in cui in ogni documento politico che si rispettasse si faceva riferimento in premessa all’antifascismo. Questa prassi allora aveva un senso, seppure un po’ forzato, oggi non più. Il fascismo è stata una sciagura troppo grande e l’antifascismo un movimento troppo virtuoso per essere degradati a mere vignette della storia.

Come mi ha insegnato mio padre, l’antifascismo deve essere parte integrante e fondamentale della vita di una persona, a livello etico, culturale, storico, esperienziale, umano prima che politico. Resistenza (nel cuore e nel cervello), Costituzione (alla mano), Democrazia (nelle istituzioni, nelle urne e nelle piazze) impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può indugiare, facendone un rito intellettuale o di massa, un ricordo da rispolverare quando occorre, una bandiera da sventolare quando la democrazia perde qualche colpo.

Temo che lo schema farsesco possa essere adottato nella lettura degli ultimi tempi della nostra storia, come dalla seguente filastrocca: alla farsa dei partiti si è risposto con la farsa degli anti-partito; alla farsa piazzaiola degli anti-partito si è sostituita la farsa degli anti-covid; alla farsa degli anti-covid ha reagito la farsa degli anti-vax; alla farsa degli anti-vax ha risposto la farsa del green pass; alla farsa del green pass è seguita la farsa dei tamponi; alla farsa dei tamponi è subentrata la farsa della gratuità; alla farsa dei tamponi gratis hanno risposto con la farsa dei tamponi calmierati; l’innocua farsa  dei tamponi non è bastata ed ecco la farsa violenta del revival fascista; alla farsa fascista si è opposta la farsa antifascista; alla farsa dell’antifascismo sta contrapponendosi la farsa degli opposti estremismi; alla farsa degli opposti estremismi si accompagna la farsa del fascismo e si ricomincia da capo.

Se è vero che nella notte del revisionismo tutti i gatti sono bigi, non illudiamoci di rischiarare le tenebre delle violente nostalgie fasciste dei capaci di tutto con i fuochi fatui dell’antifascismo parolaio dei buoni a nulla. Non voglio esagerare: Leonardo Sciascia con una urticante provocazione aveva parlato di mafia dell’antimafia. Speriamo di non essere costretti a parlare di fascismo dell’antifascismo.

“La farsa è un genere di opera teatrale la cui struttura e trama sono basate su situazioni e personaggi stravaganti, anche se in generale viene mantenuto un certo realismo nei loro aspetti irrazionali. I temi e i personaggi possono essere di fantasia, però devono risultare credibili e verosimili. Anche se la farsa è prevalentemente comica, sono state scritte farse in tutti gli stili teatrali”. Facendo riferimento a questa definizione canonica, forse devo ricredermi: i recenti avvenimenti della politica italiana non sono farse, ma autentici casini!

 

 

 

Il neofascismo a prova di sputtanamento

Quando, molti anni fa, bazzicavo Roma, per motivi professionali e non solo, rimanevo stupito dall’invadenza della propaganda missina: allora il fascismo si chiamava così. In tutte le strade erano esposti manifesti della fiamma tricolore, definita da un mio mattacchione cugino in vena di nostalgia come la fiamma del gas che fa bollire la pentola (lasciamo stare di qual pentola si potesse trattare). Un altro mondo, quello clerico-fascista sempre vivo e vegeto soprattutto nella capitale. D’altra parte nel 2006 l’elezione a sindaco di Gianni Alemanno non è forse stata espressione di questo mondo?

A Roma si continua a respirare questa aria viziata ed il pericolo è sempre a portata di man…ganello. Non ci mancava altro che il casino combinato da Forza Nuova per avvelenare il clima, riportando lo scontro politico a contrapposizioni che sembravano superate, almeno formalmente. La bagarre estremista influirà sui risultati del prossimo ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma?

In campo ci sono Enrico Michetti e Roberto Gualtieri. Michetti, nella corsa alla guida della Capitale, ha rappresentato il centrodestra e al primo turno delle amministrative 2021 ha corso con il sostengo di Fratelli d’Italia, Forza Italia-Udc, Lega, Rinascimento e Cambiamo, Partito liberale europeo, Lista Civica per Michetti e Lega. Al primo turno ha ottenuto poco più del 30% dei consensi, mentre lo sfidante Gualtieri, candidato del centro-sinistra si è attestato al 27%.

Sono due candidature, piuttosto sbiadite dal punto di vista personale, ma molto colorite dal punto di vista politico. Chi la spunterà? Riuscirà Michetti a fare il pieno del modo romano di destra appartenente soprattutto all’estrema destra? Riuscirà Gualtieri a imbarcare almeno in parte l’elettorato pentastellato, vedovo di Virginia Raggi e quello calendiano, espressione del civismo coi numeri (per dirla con Vittorio Sgarbi)?

Influirà lo sputtanamento post show di Forza Nuova? Non ho idea se scatterà l’ulteriore orgoglio destroso o prevarrà una certa qual presa di distanza del “moderatume” capitolino. Che nel 2021 nel dibattito politico della capitale italiana sia ancora al centro la questione fascista è cosa indegna. Pur dando atto a mia sorella di essere spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”, la cosa rimane vergognosamente imbarazzante. Il solo fatto di stare a vedere se il fascismo resista a Roma tra carognate di piazza e strizzate d’occhi di palazzo, è di una gravità incredibile e scioccante.

Non so se sia meglio che la realtà emerga in tutta la sua drammatica nostalgia o se sia auspicabile una sonora sconfitta di chi liscia il pelo al fascismo nascondendosi magari (storia vecchia) dietro gli opposti estremismi.  Possibile che a Roma non si riesca a parlare minimamente dei problemi e si resti invischiati nell’ideologia: cinque anni fa si chiamava antipolitica di Virginia Raggi, oggi si chiama equivoco politico di Giorgia Meloni (dal minor male al più grande dei peggio).

Il partito democratico ha perso, come spesso gli accade, una storica occasione per sparigliare i giochi, appoggiando la candidatura di Carlo Calenda: forse avrebbe vinto al primo turno, ma comunque avrebbe riscattato la politica riportandola a misura dei problemi.  Invece siamo ancora qui con Roma capitale della nostalgia fascista. Il vaccino antifascista evidentemente non è stato impiegato: forse anziché intestardirsi su quello anti-covid era meglio inoculare con la buona politica gli anticorpi della democrazia.

 

Il green pass è un piatto che stuzzica l’appetito squadrista

Il fascismo è una malattia che richiede un vaccino e purtroppo non c’è green pass che tenga. L’antidoto è la vita democratica da difendere a tutti i costi. Il pericolo è sempre in agguato: tutte le occasioni sono buone, più la democrazia si dimostra fragile e senza anticorpi, più è soggetta agli attacchi.

Nei giorni scorsi i volti dello squadrismo si sono presentati con la maschera del “No Green Pass”: è stato solo il pretesto per inscenare una orrenda cagnara eversiva di destra con devastazioni e violenze.

«Di fronte a questi attacchi, la Repubblica ha il diritto e il dovere di difendersi. Le forze repubblicane devono reagire, immediatamente». L’assalto alla sede romana della Camera del Lavoro ha scosso profondamente il ministro del Lavoro Andrea Orlando, che concorda con la richiesta del segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini sull’urgenza di «intervenire e di chiudere, una volta per tutte, le formazioni di ispirazione fascista che fanno leva sulle tensioni sociali legate alla pandemia per scagliarle contro le istituzioni democratiche».

Landini ha fortunatamente ammesso: “Il Green Pass non c’entra, è un attacco per colpire i sindacati e la democrazia”. Il leader Cgil: «Va applicata la Costituzione, le forze fasciste vanno sciolte. Il governo deve coinvolgerci di più e accelerare sulle riforme, mettendo il lavoro al centro».

Attenzione a non confondere il sacrosanto diritto a non vaccinarsi e a protestare contro l’obbligo del green pass con l’adesione all’estremismo fascista: lo stanno facendo, per un verso, in modo smaccatamente strumentale i fascisti, ma non cadano, seppure in buona fede, in questo tremendo equivoco anche gli antifascisti.

Attenzione poi a non piangere lacrime antifasciste spargendole sul latte versato di una legislazione stiracchiata e discutibilissima in tutti i suoi aspetti. Sì, perché l’antifascismo si fa reagendo agli attacchi violenti della piazza, sciogliendo i movimenti di chiara marca fascista, combattendo ogni e qualsiasi nostalgia e connivenza, ma non basta. Bisogna rafforzare la democrazia e togliere, come dovrebbe insegnare la storia, le tensioni sociali su cui si può basare l’insorgente fascismo.

Il sindacato non doveva accettare l’obbligo del green pass per i lavoratori, pena l’ulteriore perdita di credibilità e pena l’abbandonare i lavoratori critici ai mestatori di torbido. Capisco l’imbarazzo e la difficoltà sindacali, ma non si deve chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.

Le istituzioni democratiche non dovevano dare concretamente l’idea dell’introduzione di uno stato di polizia, giustificato dalla difesa della salute dei cittadini, pena esporre le forze dell’ordine a bersaglio dei facinorosi.

I partiti non dovevano accreditare l’opinione che la democrazia sia un bene relativo, mettendola “manicheisticamente” in subordine rispetto al valore assoluto della salute, pena rendere la società schiava di una mistificazione portatrice di equivoco e disordine.

Sono stati commessi gravissimi errori, che hanno contribuito a creare un clima conflittuale in cui i menagramo vanno a nozze: il fascismo approfitta di tutte le occasioni per tornare a galla. Chi di dovere rifletta oltre che stracciarsi le vesti e cerchi di rimuovere, per quanto possibile, il “casino” legislativo combinato.

 

 

 

I pesci nel barile clericale

La corsa per la poltrona di sindaco di Roma riapre un fronte che divide da sempre la politica e l’opinione pubblica: le imposte non versate allo Stato italiano dalla Chiesa cattolica, a cominciare dall’Imu per finire alla tassa sui rifiuti. Una polemica che parte dalla Capitale, concentrato degli interessi economici degli ordini religiosi, coinvolge tutti i Comuni e arriva in Lussemburgo, dove nel novembre del 2018 la Corte di giustizia europea ha imposto al governo italiano di recuperare le somme non raccolte tra il 2006 e il 2011.

A innescare la questione è Enrico Michetti, il candidato del centrodestra, che sul tema sveste i panni del tribuno e indossa le scarpette da equilibrista: “Per me la Chiesa rappresenta un grande valore, so cosa fa in termini di solidarietà e sussidiarietà. Forse altri vorranno attuare una politica di forte contrasto laico nei confronti della Chiesa. Non è la mia strada. Io chiederò di andare a parlare con la Segreteria di Stato e nel discorso complessivo si affronterà anche la politica dei tributi ma la Chiesa verrà messa nelle condizioni ideali per fare il miglior Giubileo possibile”.

Michetti evidentemente ignora che i termini per il pagamento delle tasse sui fabbricati di proprietà degli enti religiosi, sono già stabiliti da una legge dello Stato, mentre ai Comuni è affidato il compito, complesso ma lineare, di individuare le attività ricettive che assegnano alloggi a prezzi di mercato e riscuotere il tributo. Come Michetti, si muove sul filo dell’equilibrio anche Roberto Gualtieri, il candidato del Pd che prima di assumere l’incarico di ministro dell’Economia è stato presidente della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo. “Papa Francesco – commenta Gualtieri – è più volte intervenuto sul dovere di tutti nei confronti dell’erario. Riguardo a molti temi, come innanzitutto il Giubileo che si svolgerà a Roma nel 2025, l’assistenza e il volontariato a beneficio dei cittadini più fragili, stabiliremo una relazione di profonda e operativa collaborazione con la Chiesa”.

Sembra voler affrontare una querelle che inizia da lontano. 1992, il governo Berlusconi istituisce l’Ici esentando dal pagamento i fabbricati riservati “all’esercizio del culto”. Nel 2005 (altro governo Berlusconi) la platea dei beneficiari viene ampliata aggiungendo anche gli immobili come alberghi o cliniche che non hanno solo finalità commerciali. L’ultimo cambiamento lo firma nel 2012 il governo di Mario Monti con l’istituzione dell’Imu e l’azzeramento delle esenzioni per gli enti ecclesiastici impegnati in attività commerciali. Nel frattempo una serie di ricorsi presentati all’Unione europea da imprenditori laici riaprono la vicenda prima a Bruxelles, quindi alla Corte di giustizia europea in Lussemburgo, e portano alla sentenza del novembre 2018 che impone appunto all’Italia di pretendere il pagamento per gli anni 2006-2011.

Tre anni dopo quella sentenza è ancora lettera morta, complici gli stessi Comuni che non hanno mai censito con esattezza quanti sono gli ordini religiosi impegnati in attività commerciali. Pochi dati quindi, ma tante stime: nel 2019 un disegno di legge firmato dal Movimento 5 Stelle riporta la cifra di 800 milioni di euro l’anno (4,5 miliardi nel quinquennio), mentre uno studio dell’Agenzia per la ricerca economico sociale (Ares) parla di 45mila immobili e 11 miliardi di euro (2,2 miliardi l’anno, dunque 11 nel quinquennio).

L’unico dato ad oggi certo riguarda Roma e viene raccolto nel 2015 dai Radicali al termine di un lungo e complesso accesso agli atti presso gli uffici del Campidoglio. Nel documento vengono classificate 273 strutture ricettive presenti nella capitale, di cui appena il 38% in regola con il versamento dei tributi. La Chiesa da parte sua si è sempre detta pronta a rispettare la legge. Lo ha promesso Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa (l’ente che amministra il patrimonio del Vaticano), e lo ha dichiarato lo stesso Papa Francesco ribadendo che “un collegio religioso, essendo religioso, è esente dalle tasse, ma se lavora come albergo è giusto che paghi le imposte. In caso contrario, il business non è pulito”.

La teoria mette d’accordo tutti. Sulla pratica c’è ancora molto da lavorare”. (Articolo a firma di Daniele Auteri pubblicato su La Repubblica dell’08 ottobre 2021).

Sono da sempre pervicacemente convinto che la Chiesa Cattolica debba smettere di fare la furba alla ricerca di privilegi pubblici di vario genere, anzitutto di carattere fiscale. Non ci si può nascondere dietro le attività a sfondo socio-assistenziale per non pagare le tasse: il bene va perseguito e fatto alla luce del sole, senza pensare minimamente di dare a Dio e al prossimo quel che è di Cesare. Quindi, se devono essere recuperate imposte non pagate nel periodo dal 2006 al 2011 non si aspetti che il governo e gli enti locali adempiano i loro obblighi a livello burocratico, si calcoli e si paghi spontaneamente, provvisoriamente e approssimativamente in attesa che i pubblici poteri determinino con precisione quanto dovuto. Si tratta di alcuni miliardi di euro non di noccioline.

Da cattolico e da cittadino mi fa letteralmente schifo l’atteggiamento strumentalmente titubante e morbidamente possibilista dei candidati a sindaco di Roma: dicano pane al pane e vino al vino, il di più viene dal maligno.  Se un povero cristo qualsiasi in campo fiscale commette un errore lo si aggredisce senza pietà, a chi deve miliardi di tasse, all’ombra del cupolone o giù di lì, si concedono tempi infiniti e discussioni atte a confondere le acque dell’evasione.

Per Berlusconi i piaceri fiscali e finanziari fatti alla Chiesa servivano a coprire persino l’esercito delle olgettine, ma anche gli altri non sono da meno nella corsa a concedere benefici in cambio di appoggi elettorali. È ora di finirla!

Il candidato del Pd, Roberto Gualtieri, abbia lo stesso coraggio che ebbe De Gasperi agli inizi del 1952 con la campagna elettorale per le elezioni amministrative a Roma e in altri Comuni italiani. Terrorizzati dalla possibilità di una vittoria delle sinistre nella capitale, alcuni cattolici conservatori, fra cui il presidente dell’Azione cattolica Luigi Gedda e mons. Roberto Ronca, sostennero che la Democrazia cristiana avrebbe dovuto formare una coalizione di centrodestra con i monarchici e i neofascisti del Movimento sociale italiano. Il Papa li appoggiò, ma De Gasperi non volle rinunciare alla politica centrista con cui aveva governato sino ad allora il Paese e rifiutò di obbedire alle pressioni che gli giungevano dal Vaticano.
Era cattolico, ma credeva nell’autonomia del governo ed era convinto che l’alleanza con le destre avrebbe nuociuto alla credibilità della Dc. I fatti gli dettero ragione e i partiti di centro, a Roma, riuscirono a conquistare il Comune.

A Gualtieri (a Michetti evito di chiederlo perché immagino la sua tattica di riferimento al mondo clerico-fascista che spadroneggia a Roma da quel dì) vorrei chiedere cosa sceglie fra la tattica degasperiana, vale a dire l’andare in chiesa per pregare, e la tattica andreottiana, vale a dire andare in chiesa per confabulare con i preti.

Ai preti di ogni ordine e grado chiedo di abbandonare ogni e qualsiasi privilegio e protezione: il Vangelo è molto più severo della Corte di giustizia europea e molto più lineare del fisco italiano. Don Andrea Gallo affermava: «La Chiesa deve vivere delle offerte dei suoi fedeli, non di ricche e non disinteressate mance del principe. Oltre tutto il principe i soldi per quelle mance li preleva dalle tasche di tutti, fedeli e non».

 

Le belle istituzioni addormentate nel bosco di regime

Nei giorni scorsi si è avuto un durissimo intervento del grande filosofo Giorgio Agamben, durante le audizioni in Commissione Affari costituzionali del Senato sul Decreto che prevede la estensione del Green Pass ai luoghi di lavoro. Un Decreto che, come noto, verrà applicato dal 15 ottobre, ma che il Parlamento è chiamato a convertire in legge. Quello lanciato da Agamben è un appello ai parlamentari che non ha precedenti e che evoca i fantasmi più lugubri della Storia dell’umanità. Ecco di seguito il testo integrale dell’intervento.

“Mi soffermerò solo su due punti che vorrei portare alla attenzione dei parlamentari che dovranno votare sulla conversione in legge del Decreto. Il primo è l’evidente, sottolineo la parola evidente, contraddittorietà del Decreto in questione. Voi sapete che il Governo con un apposito Decreto legge, il numero 44 del 2021, detto scudo penale ora convertito in legge, si è sentato da ogni responsabilità per i danni prodotti dal vaccino. E quanto gravi possono essere questi danni risulta dal fatto che l’articolo 3 del Decreto in questione, menziona esplicitamente gli articoli 589 e 590 del Codice penale che si riferiscono all’omicidio colposo e alle lesioni colpose.

Come autorevoli giuristi hanno notato questo significa che lo Stato non si sente di assumere la responsabilità per un vaccino che non ha terminato la sua fase di sperimentazione e tuttavia, allo stesso tempo, cerca di costringere con ogni mezzo i cittadini a vaccinarsi escludendosi altrimenti dalla vita sociale e ora, con il nuovo Decreto che siete chiamati a votare, privandoli persino dalla possibilità di lavorare. É possibile chiedo immaginare una situazione giuridicamente e moralmente più abnorme? Come può lo Stato accusare di irresponsabilità chi sceglie di non vaccinarsi, quando è lo stesso Stato che per primo declina formalmente ogni responsabilità in merito alle possibili gravi conseguenze, ricordate gli articoli 589 e 590 morte e lesioni del vaccino. Ecco vorrei che i parlamentari riflettessero su questa contraddizione che a mio avviso configura una vera e propria mostruosità giuridica.

Il secondo punto sul quale vorrei attirare la vostra attenzione non riguarda il problema medico del vaccino ma quello politico del green pass, che non deve essere confuso col primo, abbiamo fatto tantissimi vaccini senza che questo ci obbligasse a esibire un certificato. É stato detto da scienziati e da medici che il green pass non ha in sé alcun significato medico ma serve a obbligare la gente a vaccinarsi. Io credo invece che si possa e si debba dire il contrario, e cioè che il vaccino sia un mezzo per costringere la gente ad avere un green pass, cioè un dispositivo che permette di controllare e tracciare, misura che non ha precedente, i loro movimenti. I politologi sanno da tempo che le nostre società sono passate da tempo dal modello che un tempo si chiamava società di disciplina al modello delle società di controllo, società fondate su un controllo digitale virtualmente illimitato dei comportamenti individuali che divengono così quantificabili in un algoritmo.

Ci stiamo ormai abituando ai questi dispositivi di controllo, ma mi chiedo fino a che punto siamo disposti ad accettare che questo controllo si spinga? É possibile che cittadini e di una società che si pretende democratica, si trovino in una situazione peggiore dei cittadini dell’Unione sovietica sotto Stalin? Voi sapete forse che i cittadini sovietici erano obbligati a esibire un lasciapassare per ogni spostamento da un paese all’altro, ma noi siamo obbligati a esibire un green pass anche per andare al ristorante anche per andare in un museo anche per andare al cinema, e ora cosa ancora più grave col Decreto che si tratta di convertire in legge, anche ogni volta che si va a lavorare. Inoltre come è possibile accettare che per la prima volta nella storia d’Italia dopo le leggi fasciste del 1938 sui non ariani, si creino dei cittadini di seconda classe che subiscono restrizioni che dal punto di vista strettamente giuridico, ovviamente i due fenomeni non hanno nulla in comune e parlo solo di analogia giuridica, subiscano restrizioni che sono identiche a quelle che subivano i non ariani.

Tutto fa pensare cioè che i Decreti leggi vadano inquadrati in un processo di trasformazione delle istituzioni e dei paradigmi di governo della società in cui ci troviamo. Trasformazione che tanto più insidiosa perché, come era venuto per il Fascismo, avviene senza che ci sia un cambiamento del testo della Costituzione, ma avviene surrettiziamente. Il modello che viene così eroso e cancellato è quello delle democrazie parlamentari con i loro diritti, le loro garanzie costituzionali, e al loro posto subentra un paradigma di governo in cui, in nome della biosicurezza e del controllo, le libertà individuali sono destinate a subire limitazioni crescenti. La concentrazione esclusiva dell’attenzione sui contagi sulla salute mi pare impedisca infatti di percepire quale sia il significato di questa grande trasformazione e di renderci conto, come gli stessi governi del resto non si stancano di ricordarci, che la sicurezza e le emergenze non sono fenomeni transitori ma costituiscono la nuova forma di “governalità”. Credo che in questa prospettiva sia urgente che i parlamentari considerino con estrema attenzione la trasformazione politica in corso, che non si soffermino solo sulla salute. Che alla lunga del resto è destinata a svuotare il Parlamento dei suoi poteri riducendolo, come sta ora avvenendo, ad approvare semplicemente in nome della biosicurezza Decreti che emanano da organizzazioni e persone che col Parlamento hanno ben poco a che fare”.

 

Questo documento è stato snobbato a tutti i livelli, mediatici ed istituzionali. Credo invece che meriti di essere attentamente letto, oserei dire centellinato: ognuno può tirare le sue conclusioni, ma non può essere ignorato o sottovalutato.

Le massime autorità dello Stato e della Chiesa (visto che si è schierata pedissequamente, perdendo a mio avviso una buona occasione per tacere: anche il papa su questo argomento non si sta dimostrando all’altezza, dando tutto a Cesare e niente a Dio) dovrebbero rispondere, ma non lo fanno e non lo faranno, perché temo non abbiano argomenti seri per controbattere. Sta prevalendo, sotto forma di ragion di salute, la ragion di Stato che, come sosteneva Marco Pannella, nulla ha da spartire con lo stato di diritto.

Non so sinceramente fino a qual punto la situazione resisterà e non esploderà. Cosa ci sta a fare Marta Cartabia, ex-presidente della Corte Costituzionale e insigne costituzionalista, nel governo come ministro della giustizia? Sta avallando veri e propri mostri legislativi! Ecco perché temo che, nella superficiale e stucchevole aria femminista che tira, possa diventare presidente della Repubblica. Devo però ammettere che al riguardo anche Mattarella è piuttosto latitante: potrebbe benissimo invitare il Parlamento a riflettere e a ponderare la situazione giuridicamente insostenibile che si sta venendo a creare con la quasi certa apertura di contenziosi legali e di proteste di piazza. Anche Mario Draghi dovrebbe sentirsi in dovere di rispondere puntualmente (non con battute pseudo-etiche come ha fatto finora: i suoi limiti culturali si stanno purtroppo evidenziando e non si può dire mal comune mezzo gaudio) del proprio operato: tutti danno per scontato ciò che scontato non è affatto, anzi…

Le proteste di piazza si susseguono in un pericolosissimo crescendo: da una parte la violenza fomentata e strumentalizzata dall’estremismo di destra, dall’altra i pubblici poteri che rispondono picche. Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha telefonato al Segretario Generale della CGIL, Maurizio Landini, per esprimere a lui e a tutto il sindacato la piena solidarietà del Governo per l’assalto avvenuto alla sede di Roma. I sindacati sono un presidio fondamentale di democrazia e dei diritti dei lavoratori. Qualsiasi intimidazione nei loro confronti è inaccettabile e da respingere con assoluta fermezza. Il Presidente condanna inoltre le violenze che sono avvenute in varie città italiane. Il diritto a manifestare le proprie idee non può mai degenerare in atti di aggressione e intimidazione. Il Governo prosegue nel suo impegno per portare a termine la campagna di vaccinazione contro il COVID-19 e ringrazia i milioni di italiani che hanno già aderito con convinzione e senso civico. Sulla stessa lunghezza d’onda del premier anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella chiama il segretario della Cgil Landini per esprimere solidarietà e condannare le violenze. A nessuno viene in mente che le forzature democratiche creano i presupposti per reazioni negative: da una parte si rischia di offrire un brodo di coltura ideale per lo squadrismo per poi scandalizzarsi e condannare chi adotta metodi squadristi.

Paolo Gentiloni, il bel commissario addormentato nel bosco europeo, si è improvvisamente svegliato, scoprendo l’acqua calda, facendo una tremenda confusione e sbagliando completamente la mira: «L’onda sovranista si sta ritirando in Europa. È da questa bassa marea che emergono violenze squadriste come ieri a Roma. Guai a sottovalutarle: tolleranza zero verso chi aggredisce il sindacato e le forze dell’ordine. Ma le sfide che possono svelare la fragilità delle nostre democrazie vanno al di là dello squadrismo del sabato sera». Tra queste sfide, caro Gentiloni, c’è purtroppo anche la forzatura democratica di certa legislazione. Non si entra nel negozio di cristalleria della democrazia italiana con la pachidermica pesantezza del fanatico e strabico governante anti-covid.  Legga il documento di Agamben e risponda a tono, senza mescolare strumentalmente cause ed effetti.

Non si tratta di mettere o rimettere in discussione la decisione se vaccinarsi oppure no, ma di chiedersi se sia giusto, corretto e opportuno obbligare surrettiziamente e subdolamente le persone a vaccinarsi mettendo a repentaglio l’assetto democratico del Paese. Purtroppo rimarranno impigliati nelle gride manzoniana i soggetti più deboli, magari risucchiati dai violenti di turno, mentre i furbi si libereranno all’italiana di lacci e lacciuoli. Sono curioso di vedere se e come funzioneranno i controlli.

L’importante è tornare alla normalità: questo è l’obiettivo. Non quello di perseguire la salute delle persone. Il sistema va difeso a tutti i costi, altro che cambiamento! Se cambiamento c’è, è in peggio, a livello di “regime”. E non si pianga sulle vittime, perché delle vittime non frega niente a nessuno: il morto giace e il vivo si dà pace.