I minimi sistemi renziani

Il leader di Italia viva Matteo Renzi, in una lettera a Repubblica, tenta di spiegare cosa sia successo al Senato sul Ddl Zan e perché abbiano, a suo giudizio vinto i populisti: “Il Pd ha deliberatamente scelto di rischiare. La legge è fallita per colpa di chi ha fatto male i conti e ha giocato una battaglia di consenso sulla pelle di ragazze e ragazzi che non si meritavano questa ferita”.

Riporto di seguito solo l’incipit della lettera: “Caro direttore, il triste epilogo del disegno di legge Zan divide per l’ennesima volta il campo dei progressisti in due. Da un lato i riformisti, che vogliono le leggi anche accettando i compromessi. Dall’altro i populisti, che piantano bandierine e inseguono gli influencer, senza preoccuparsi del risultato finale. I primi fanno politica, gli altri fanno propaganda”.

Che la sinistra abbia storicamente perso il pelo di molti consensi non perdendo mai il vizio di divedersi tra riformisti e massimalisti è un fatto innegabile. Non credo proprio che la vicenda della legge contro l’omotransfobia possa inquadrarsi in questa secca chiave interpretativa. Se è vero che fare politica da riformisti significa accettare i compromessi ai livelli più alti, è altrettanto vero che bisogna avere il coraggio di non transigere su certi principi e valori fondanti della democrazia.

La storia italiana del partito socialista è tutta lì a dimostrare come il riformismo sganciato da una strenua difesa di certi valori possa scadere nel finto progressismo fino ad arrivare all’affarismo spinto alle estreme conseguenze. Il craxismo, nato come rivolta contro quel che rimaneva del radicalismo comunista, ha finito col far scivolare il Paese in un progressismo tutto da bere (l’affarismo alla milanese), in una logica di compromesso fine a se stessa (coi comunisti in periferia, coi democristiani al centro, sempre e comunque con il miglio offerente opportunamente ricattato), nell’anticamera del berlusconismo (gettandone i presupposti mediatici e della politica ridotta ad arte dei propri interessi).

Il primo tratto di strada della nostra Repubblica è stato guidato da Democrazia Cristiana (governo) e Partito Comunista (opposizione): tantissimi problemi, ma la strada era tracciata e percorribile. Il secondo periodo è segnato dal centro-sinistra, vale a dire dall’apertura governativa ai socialisti. A commento di questa svolta storica riporto, a senso, lo scambio di battute fra Indro Montanelli e Fernando Santi (un socialista radicalmente contrario al centro-sinistra). «Ma perché, onorevole, chiese Montanelli, lei è così ostile a questo nuovo equilibrio politico-governativo?». «Lei non li conosce i miei compagni, rispose Santi, una volta entrati nelle stanze del potere sarà un finimondo…». Poi arrivò il mezzo compromesso storico: i due partiti depositari della vita della Repubblica intendevano collaborare per poi aprire una fase nuova di alternanza tra due forze diverse ma profondamente democratiche (la seconda e la terza fase di Aldo Moro). Non fu possibile e arrivò Craxi con il suo affarismo camuffato da riformismo. Si scatenò tangentopoli e la successiva voglia di pulito incrociò malauguratamente il lavandaio Berlusconi che lavò i suoi panni sporchi (è tuttora intento solo in questa operazione interminabile e complessa) buttando la sporcizia in tutto il sistema.

Stiamo pertanto molto attenti a non confondere il diavolo (il compromesso partitico) con l’acqua santa (la mediazione politica). Anche sul problema del divorzio vi era nella democrazia cristiana chi sosteneva che bisognasse trattare col partito comunista per trovare un compromesso tra i due populismi allora imperanti e con la benedizione del Vaticano. Ebbero ragione da vendere i radicali, in senso lato e in senso stretto.

Secondo Matteo Renzi sarebbero i populisti di sinistra a incallirsi sulle questioni propagandistiche e di bandiera. In certi casi è stato e può essere così, senonché non mi sembra affatto populistica, propagandistica e di bandiera l’iniziativa legislativa per punire in modo esemplare chiunque scada nell’omotransfobia. Credo sia molto più opportunisticamente populista la sua posizione ideologicamente bigotta (una strizzata d’occhio all’ingombrante Vaticano) e tatticamente strumentale (la ricerca di convergenze al centro: non un centro che guarda a sinistra, ma una sinistra che guarda e si accomoda al centro).

Quanto al seguire gli influencer non mi pare che il pulpito renziano meriti l’ascolto della predica. È palese che la politica italiana si dipani sull’onda di personaggi popolari in Rete, che hanno la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte di un determinato gruppo di utenti e, in particolare, di potenziali consumatori, nell’àmbito delle strategie di comunicazione e di marketing. Una domandina finale: Matteo Renzi, nel suo periodo di maggior fulgore e tuttora, non sta forse facendo del gran fumo mediatico per gonfiare il suo pallone politico. È pur vero che il partito democratico ha molte travi nel proprio occhio, ma che fra di esse ci sia quella del Ddl Zan, che possa essere Renzi a toglierle in nome del sacrosanto riformismo, che difendere la dignità dei cittadini cosiddetti diversi, in quanto disabili o non allineati sugli orientamenti sessuali, possa essere classificato come populismo o radicalismo ho seri dubbi.

Non ho nascosto e non nascondo di avere nutrito qualche speranza in Matteo Renzi, progressivamente venuta meno in corrispondenza della sua verve sempre più parolaia e sempre meno costruttiva. Il suo atteggiamento di cui sopra può essere la goccia che fa traboccare il vaso, anche se forse il bello deve ancora venire…

In conclusione faccio riferimento al criterio sbrigativo suggerito dal grande giornalista Indro Montanelli per giudicare le persone: “guardategli la faccia…”. Mia sorella era grande ammiratrice di Indro Montanelli, non per le sue idee politiche, ma per il suo approccio ai fatti e soprattutto alle persone. Quindi, quando apparve in prima battuta sulla scena fiorentina Matteo Renzi con tutto il suo profluvio di ambiziose e bellicose mire, andò a prestito dal suddetto criterio montanelliano. E infatti d’acchito sentenziò riguardo a Renzi: «Che facia da stuppid!». Non ebbe purtroppo tempo di vederne la scalata ai massimi livelli del partito e del governo e quindi non sono in grado di sapere cosa ne avrebbe pensato in seguito e cosa ne penserebbe oggi.

 

 

 

Dalla sharia talebana allo spogliarellismo nostrano

Torino, dalla sharia alla grande bellezza: cinque ragazze afghane per la prima volta al museo del cinema. Gli sguardi sorpresi davanti alle stelle del grande schermo. «Ora respiriamo libertà» Due mesi fa erano ammassate all’aeroporto di Kabul per sfuggire alla sharia e trovare la salvezza a bordo di un Boeing 767 dell’aeronautica militare italiana. Ora sgranano gli occhi di fronte allo spogliarello di Sophia Loren sotto lo sguardo complice di Marcello Mastroianni in «Ieri, oggi, domani». Immerse nella grande bellezza, i burqa e i kalashnikov dei talebani sembrano lontani anni luce: «Finalmente possiamo respirare la libertà». Così Filippo Femia dalle colonne de La Stampa descrive il bagno di modernità (?) di alcune rifugiate afghane.

Abbiamo sempre bisogno di simboleggiare i problemi, senza preoccuparci di ridurli a mere contrapposizioni teatrali, senza evitare la banalizzazione su cui scatenare infiniti, vuoti e mercantili dibattiti. Forse tutto serve a (non) affrontare i problemi veri. Tutti vediamo con enorme disprezzo la deriva sessuofobica, maschilista e ipocrita dell’Islam nei confronti della donna. A volte però vengo preso dal provocatorio e atroce dubbio, che fa arrabbiare tutti e che, proprio per il mio innato gusto dissacrante di andare controcorrente, voglio riportare, senza tanti fronzoli e distinguo: siamo così sicuri che siano più emancipate le donne occidentali che esibiscono il loro corpo al limite dell’autocompiaciuta indecenza a confronto delle donne islamiche che nascondono il proprio corpo al limite dell’auto-colpevolizzante rigore etico-religioso?

Attenzione a non buttare nell’acqua spogliarellistica le donne afghane, pensando che così imparino immediatamente a nuotare nella nostra presunta civiltà. Potrebbero affogare nel mare di ritorno della donna oggetto: da bambole dell’oscurantismo a bambole del consumismo. Come sempre gli estremi si toccano.

Non credo sia un discorso moralistico da lasciare rigorosamente alla coscienza individuale. Dal tabù del sesso alla indigestione del sesso il passo può essere breve. Alle donne afghane facciamo vedere le due facce della medaglia, non illudiamole con l’immagine di una società del libero amore, mostriamo loro anche la nostra società del libero disamore e disvalore.

Dall’altra parte non dimentichiamo il problema della convivenza della nostra società con l’Islam al di là delle estremizzazioni talebane.  Sostiene Vito Mancuso: «L’imam di Firenze ha accostato le suore cristiane alle donne musulmane, ma ha dimenticato che le suore rappresentano un gruppo particolare di donne che ha liberamente scelto di vivere in povertà, castità e obbedienza, e il cui abbigliamento richiama il loro stile di vita alternativo. Sono ben lontane però dal rappresentare tutte le donne occidentali, le quali hanno altrettanto liberamente orientato se stesse secondo ben altri stili di vita e di abbigliamento. L’islam, che non ha suore, in un certo senso tende a rendere un po’ suore tutte le donne che vi aderiscono. Il che però non è compatibile con l’idea di donna cui l’Occidente è giunto. E di questo i musulmani e le musulmane che vogliono vivervi dovrebbero, a mio avviso, prendere atto». 

Mi sembra resti aperta nell’Islam (non solo quello radicale o radicaleggiante), grande come una casa, la questione femminile che considero centrale. Non è certo di buon auspicio che i musulmani, anziché affrontarla con serietà e umiltà, facciano una camaleontica difesa d’ufficio delle loro usanze pseudo-religiose. Inventando magari assurde mode da “ultima spiaggia”.

La questione femminile resta apertissima anche nel nostro vivere civile (?).  Non è consolante infatti prendere atto che nella società dove alle donne non vietiamo di indossare abiti succinti, di giocare a pallavolo, di andare all’università etc. etc., continuiamo tuttavia imperterriti a considerare le donne territorio di caccia maschilista con tanto di quotidiana carneficina.  E lasciamo perdere il discorso della parità, quella vera, di là da venire.

Non facciamo quindi i piacioni con le donne afghane togliendole giustamente dalla padella talebana per cuocerle poi ingiustamente sulla brace del maschilismo all’occidentale, forse peggiore di quello islamico perché più subdolo.

 

 

È arrivato un bastimento carico di…soldi

«Kick the can down the road». Carlo Cottarelli sceglie un modo di dire inglese per commentare Quota 102 e il rinvio della riforma delle pensioni. Una frase che letteralmente significa «calcia la lattina lungo la strada» e viene usata quando si vuole evitare o ritardare la gestione di un problema. È una legge di bilancio che «rimanda a una discussione successiva diversi interventi, proprio per evitare scontri con le parti sociali», sottolinea il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica.

Cottarelli definisce la legge di bilancio 2022 “una manovra di compromesso”, anche se poi aggiunge, un po’ contraddittoriamente, l’auspico che il premier resti per finire le riforme. L’economista non si risparmia critiche: «Misure per la crescita, ma le scelte più forti rinviate per non deludere nessuno».

Credo che, tutto sommato, in queste poche battute, riprese dal quotidiano La stampa, sia ben sintetizzato il giudizio obiettivo esprimibile sul profluvio di miliardi scaraventato sul tessuto economico-sociale del nostro Paese. Una scatola piena di soldi (e cosa poteva darci di meglio un grande banchiere…) e vuota di idee (e non possiamo pretenderle da un grande tecnico): ce n’è per tutti i gusti, anche se manca totalmente un disegno politico. Viene spontaneo chiedersi se basterà la ripresa economica a far ritornare nelle casse erariali i fondi erogati allo scoperto, se i miliardi andranno ai soliti noti (come si suole dire se andranno dove ce ne sono già), se si scatenerà l’appetito delle mafie, se la burocrazia finirà col bloccare tutto e tutti.

Mi sento spiazzato nella mia incoerenza: ho tanto desiderato che Mario Draghi prendesse in mano la situazione e ora che è successo ne vedo tutti i limiti e i difetti. Non si può fare politica senza la politica. Non si può allestire una mostra di quadri esponendo solo le cornici. Non si può ingozzare di cibo un malato denutrito e debilitato. Non si può partire per un lungo viaggio con una fuoriserie senza sapere dove andare e quale percorso seguire.

Forse sto esagerando, ma queste sono le mie reazioni epidermiche alla conferenza miliardaria di Mario Draghi e dei suoi ministri. Intendiamoci bene: non è lui in difetto, in difetto è quel che viene prima e che verrà dopo di lui.  Tuttavia mi aspettavo qualcosa di più, non tanto dal punto di vista quantitativo ma qualitativo. D’altra parte nessuno lo sta aiutando, al di là degli applausi di facciata. I partiti sventolano le loro bandierine scolorite (quota 100 per la Lega, reddito di cittadinanza per il M5S, meno tasse per Forza Italia); per i sindacati, come ironicamente osserva Daniele Nalbone su MicroMega, “in un Paese dove due milioni di giovani sono senza lavoro, l’unica battaglia da fare è quella per le pensioni…”; la gente non sa che pesci pigliare e aspetta senza fiatare; i media si esercitano nelle dietrologie e nel totopresidente.

È paradossale ma realistico verificare come nessuno sappia fare e stia facendo il proprio mestiere. In mezzo ad un esercito di incapaci la democrazia si attacca dove può: ad un tecnico che ci sa fare. Non so fino a quando il salvagente resisterà, per ora accontentiamoci, seppure a denti stretti, della lussuosa ciambella draghiana.

Il governo Draghi sta mettendo tanto fieno in cascina da rischiare di intasare la cascina e di bruciare il fieno. Non resta che aspettare il dipanarsi della manovra nei vari provvedimenti attuativi, nelle scelte concrete di assegnazione dei fondi stanziati, nelle procedure amministrative di concretizzazione, nel dibattito parlamentare e nel confronto con le parti sociali.

Un premier che si presenta con un simile bagaglio non dovrebbe avere intenzione di rimanere per pochi mesi: sarebbe una beffa colossale se traslocasse nel giro di poco tempo. Nello stesso tempo non si può pensare di vivere stabilmente in un pur bell’appartamento ammobiliato. Abbiamo fin troppi pani da mangiare (speriamo che Draghi non ne stia facendo la moltiplicazione), ma forse non abbiamo i denti per masticarli e lo stomaco per digerirli.  Prepariamoci limando i denti e curando lo stomaco. Evviva la politica!

 

 

La civiltà rinviata a data da destinarsi

Da una trappola utilizzata per catturare la selvaggina ad una procedura parlamentare per bloccare il Ddl Zan. La tagliola ha segnato la fine del disegno di legge, bloccando l’iter e rimandando la possibilità di avere una legge contro l’omotransfobia all’anno prossimo. Sì, perché il Ddl in questione non potrà essere ridiscusso prima di sei mesi. 

Si tratta di una procedura parlamentare che viene prevista dal regolamento del Senato all’articolo 96, quello sulla “Proposta di non passare all’esame degli articoli”. Il quale recita: “Prima che abbia inizio l’esame degli articoli di un disegno di legge, un senatore per ciascun gruppo può avanzare la proposta che non si passi a tale esame”. E ancora: “La votazione della proposta ha la precedenza su quella degli ordini del giorno”. A richiederla sono stati Lega e Fratelli d’Italia, che così hanno raggiunto il loro scopo di bloccare il disegno di legge.

La Lega e Fratelli d’Italia, inoltre, si sono appellati all’articolo 133 di quello stesso regolamento, il quale prevede il voto segreto. Questa richiesta deve essere sostenuta da almeno 20 senatori e poi spetta alla presidenza di Palazzo Madama accettarla o negarla. Questa mattina la presidente Elisabetta Casellati l’ha accolta, richiamando il regolamento e i precedenti.

 Dopo la discussione generale sul disegno di legge, a causa di questo procedimento, non si è andati avanti con l’esame dei vari articoli e con il voto degli emendamenti presentati. In sostanza, si tratta di una bocciatura del disegno di legge in questione, ragion per cui l’intero iter parlamentare è stato bloccato. Si dovrà ripartire da zero presentando una nuova proposta di legge. 

Fin qui la fredda cronaca parlamentare presa dal sito di Skytg24. Come tutti i regolamenti di questo mondo, anche quello del Senato della Repubblica, se pignolescamente interpretato, applicato e strumentalizzato, consente di operare manovre ostruzionistiche basandosi sul falso presupposto della difesa della democrazia. Con un escamotage burocratico si blocca un provvedimento di legge rifiutandosi di esaminarlo e rimandandolo ad un futuro tutto da scoprire: una sorta di gioco dell’oca, che prevede come noto e sul più bello, di ricominciare tutto daccapo.

Di discussione su questo provvedimento ce n’era stata fin troppa, una legge che voleva punire in modo esemplare l’omotransfobia, una mentalità purtroppo ancora assai presente nelle menti e nei modi di agire degli italiani, una legge di civiltà per accompagnare le persone alla convivenza civile. Non entro nel merito perché ho già avuto modo di ritenere questa legge sacrosanta e assolutamente priva di ogni e qualsiasi forzatura ideologica. Non ho capito, non le capirò mai, le intromissioni vaticane che hanno indubbiamente pesato nell’iter legislativo, dando fiato a chi vuole conservare certi schemi assolutizzandoli e confondendoli con la cultura, che non dovrebbe partire dagli schemi ma guardare alla realtà.

Il dibattito è stato impropriamente ideologizzato, si è voluto cioè a tutti i costi vedere l’ideologia in una legge che intendeva difendere i diritti delle persone a prescindere dal loro orientamento sessuale, e all’ombra delle ideologie, come ben si sa, si possono commettere anche i peggiori soprusi politico-parlamentari. Aggiungiamoci un pizzico di franchi tiratori mossi da oscuri intendimenti tattici (qualcuno parla di prova generale in vista della prossima elezione del presidente della Repubblica) e la frittata è fatta. Se non fosse che con ogni probabilità da eventuali elezioni anticipate uscirebbe un parlamento ancor più scombinato, queste Camere andrebbero sciolte: il discorso però è un altro e quindi non insisto su questa reazione superficiale ma comprensibile.

Rimane vergognosamente aperto un problema di merito, quello appunto dell’omotransfobia, su cui viene messa una pietra (quasi) tombale. Non voglio esagerare, ma esprimo sinceramente tutto il mio rammarico, ricordando sarcasticamente un piccolo aneddoto che la dice lunga. In un bar si discute di omosessualità e ad un certo punto, fiutando la piega triviale che il discorso sta prendendo, uno dei presenti chiede francamente e provocatoriamente: “Insomma, si può sapere cosa pensate seriamente degli omosessuali?”. Uno dei presenti risponde lapidariamente e senza tentennamenti: “Sono tutti culani!”. Applausi convinti, come quelli che hanno salutato l’imboscata parlamentare sul Ddl Zan.

Verso l’ultimo stadio della demenza calcistica

In questo periodo di riapertura degli stadi mi sovviene un episodio tutto mio (mio padre non c’entra perché riguarda il periodo del Parma calcio in serie A ed era ormai troppo anziano per frequentare lo stadio). Il Parma era stato promosso in serie A dopo un campionato trascinante ed entusiasmante, finalmente salivamo nell’Olimpo: da parte mia non ripudiavo gli anni difficili, quelli gloriosi e sofferti. La partita d’esordio in serie A ci metteva in soggezione davanti alla Juventus ed un pubblico strabocchevole si preparava a varcare i cancelli del “Tardini” frettolosamente ampliato e ristrutturato, messo a nuovo anche se non ancora pronto per un ruolo diverso.

Si respirava un’aria di attesa ma anche di confusione e di disorganizzazione da esordio, tale da creare una ressa pazzesca all’ingresso ed una lunga coda sotto un sole ancora cocente, in un clima nuovo a cui non si era abituati. Mi venne spontanea una battuta, molto meno bella rispetto a quelle che elargiva mio padre con la sua solita nonchalance, che tuttavia risultò abbastanza buona e fu accolta con una risata generale: “Mo se stäva bén quand al Pärma l’era in serie B o C. A s’ gnäva al stadio a l’ultim minud, sensa còvvi e sensa confuzjón. Quäzi, quäzi, tornaris indrè”.

Indietro per molti anni il Parma non c’è tornato, ma poi è successo e nonostante ciò tiene banco un velleitario ma innovativo progetto di “stadio socialmente aperto ed affaristicamente rilanciato”. La mia riflessione però prende tutt’altra piega.

I media, per meglio dire “i mangia pane a tradimento del pallone”, si entusiasmano per gli stadi che tornano a riempirsi di pubblico: un segnale di ritorno alla (a)normalità. Possono infatti tirare un respiro di sollievo. Aveva mille ragioni mi madre con le sue ingenue (?) esclamazioni di fronte alla sarabanda degli uomini (e delle donne) che ruotano attorno al calcio: “Co’ farisla tutta ch’la génta lì s’a ne gh’ fìss miga al balón?”. Non avrebbero più pane per i loro denti, il castello crollerebbe rovinosamente ed in effetti qualche cedimento ha cominciato a verificarsi e allora ecco che la riapertura degli stadi tranquillizza tutti: la commedia può ricominciare!

Lasciamo stare i probabili effetti sanitari negativi sulla pandemia: fanno sinceramente pena le migliaia di tifosi scalmanati che tentano di mettersi a posto la coscienza indossando le mascherine. Sono più deleterie, in tutti i sensi, queste ammucchiate o le scelte e le manifestazioni dei no vax? Sui no vax, peraltro prevedibilmente sporcati dalle strumentali violenze dell’estrema destra (non è forse così anche per certe tifoserie calcistiche?), si è abbattuta la scure degli spropositati e sconclusionati interventi della polizia, ma sui tifosi non si può, bisogna lasciarli sfogare. Si ripete il solito indirizzo nella difesa dell’ordine pubblico: estrema durezza al limite della vessazione contro i manifestanti a sfondo politico, i no global ad esempio, tolleranza verso gli fasciacarrozze calcistici funzionali al sistema. No global, no vax: tutto ciò che mette in discussione il sistema va bastonato duramente, mentre il casino che fa da supporto al sistema è benevolmente trattato.

Lo show è ripreso sugli spalti, ma anche sui campi. Mentre i tifosi hanno ricominciato ad abbaiare alla luna calcistica, i giocatori esultano per il nulla delle loro imprese pedatorie, gli allenatori protestano per il lussuoso stillicidio dei risultati che non arrivano, gli arbitri, con tanto di var al seguito, diventano sempre più penosi protagonisti dello spettacolo.  Una mastodontica riedizione della manzoniana scena dei capponi di Renzo. A proposito di Manzoni, non ci facciamo mancare nemmeno le grida e gli untori…

Si stava meglio quando si stava peggio: gli stadi vuoti davano un po’ di tristezza, ma forse significavano anche un po’ di ritorno al calcio giocato. Adesso invece con la riapertura dei cancelli abbiamo rimesso a posto le lancette: tutto è tornato come prima e più di prima. In fin dei conti, il delirar vale e sta andando tutto bene.

 

 

La scalinata pensionistica

Quota 100 è una prestazione economica erogata, a domanda, ai lavoratori dipendenti e autonomi che maturano, nel periodo compreso tra il primo gennaio 2019 e il 31 dicembre 2021, i requisiti prescritti dalla legge, vale a dire essere in possesso di un’età anagrafica non inferiore a 62 anni e di un’anzianità contributiva non inferiore a 38 anni.

Con l’approssimarsi della scadenza di questa possibilità per i lavoratori il governo ha escogitato un meccanismo di graduale ritorno alla normalità prevista dalla tanto detestata legge Fornero, vale a dire in pensione dopo aver compiuto 67 anni o dopo aver maturato 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne, o 42 anni e 10 mesi per gli uomini.

Il consiglio dei ministri (forse sarebbe meglio dire il premier Draghi e il ministro Franco), ha indicato le linee guida principali, anche se sui nuovi metodi per consentire il pensionamento anticipato non ci sono ancora certezze assolute. La proposta per superare Quota 100 e smussare lo scalone che si verrebbe a creare con la fine di quota 100, è quella legata a un doppio intervento: Quota 102 nel 2022 e Quota 104 a partire dall’anno successivo, nel 2023. Il sistema di funzionamento di queste misure è il seguente: con Quota 102 si va in pensione a 64 anni, con 38 anni di contributi versati. Quota 104 innalza di due anni, e quindi a 66 anni, l’età utile per uscire dal mondo del lavoro.

La soluzione pensata dal governo, però, non sembra entusiasmare le organizzazioni sindacali. Sia la Cisl sia la Uil, in particolare, chiedono al premier Draghi di dare vita a una task force sulle pensioni, un tavolo permanente con il coinvolgimento dei sindacati. La Cgil ha fatto i calcoli e boccia la proposta del governo: “È inutile, non darebbe alcuna risposta, appena 10mila beneficiari in due anni”. Anche Confindustria è scesa in campo: pensiamo ai giovani.

La Lega, che, fin dal patto governativo col M5S ai tempi del primo governo Conte, ha fatto di quota 100 una vera e propria questione identitaria, tramite il suo leader (?) Matteo Salvini lascia intendere chiaramente di non essere d’accordo e chiede un incontro al premier: “No a interventi a gamba tesa”.

Dal canto loro Draghi e Franco sembrano alzare il muro dei numeri per fermare l’assalto alla manovra: vanno bene gli incontri con le parti sociali, ma non ci sono “tesoretti” da spendere per la previdenza.

In buona sostanza Matteo Salvini sta alzando il prezzo e anche la voce, i sindacati provano a fare lo stesso, ma sul ritorno alla riforma Fornero il presidente del Consiglio Mario Draghi non ha alcuna intenzione di cedere. A Bruxelles al termine del Consiglio europeo ha parlato esplicitamente di “gradualità nel passaggio alla normalità”. La gradualità sembra una illusione mentre la normalità, l’età pensionabile a 67 anni, è la triste realtà.

Il sistema pensionistico è un punto molto delicato e bollente e Draghi rischia di scottarsi, incrinando quel patto di non belligeranza su cui si fonda il suo governo. Sulle pensioni tutti tendono a perdere ogni ritegno ed a lasciarsi andare alla più sfrenata delle demagogie. Il sindacato ha ingoiato la pillola del green pass ed ora sembra dire basta: cosa ci sta a fare il sindacato se non difende i diritti dei pensionandi e dei giovani in cerca di lavoro? Scommessa persa in partenza, ma purtroppo è così…

La Lega ingoia a giorni alterni i rospi del draghismo e si chiede: cosa ci sto a fare con un piede dentro e uno fuori dal governo? Gli amici/nemici di Fratelli d’Italia stiano pure all’opposizione, ma non ci diano fastidio. Le agevolazioni pensionistiche rappresentano l’ultimo baluardo difensivo per una Lega rimasta senza padri, senza figli, senza fratelli e con i voti in caduta libera.

Per quanto concerne il sistema pensionistico ci sono dei brutti precedenti storici a livello di governo. Il governo Dini cadde sulle pensioni, il governo Monti si inimicò mezzo mondo e non bastarono le lacrime di Elsa Fornero ad evitare il sangue e le conseguenze di una politica impopolare e vessatoria. Non intendo fare l’uccello del malaugurio, ma sento puzza di bruciato. Chi tocca le pensioni muore. Non c’è scalone o scalino che tenga. Fin che si scherza si scherza, ma, quando ci si inoltra nel campo minato delle pensioni, si rischia grosso.

Mio padre diceva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón». I pensionandi potrebbero fare la parte di quelli che guardano e fanno litigare veramente coloro che finora i s’devon dil plati par rìddor.

 

Il sogno in mano ai sindaci

Conversando piacevolmente di politica con un carissimo amico, spesso, di comune accordo, arriviamo a concludere che tutti i mali possono essere ricondotti alla mancanza di veri ed autentici leader dotati di una visione politica, quella a lungo termine, caratterizzante gli statisti che guardano alle future generazioni a differenza dei semplici politici che guardano alle prossime elezioni.

Il termine visione, nel nostro caso, sta per saper cogliere e indirizzare il quadro complessivo della società in senso dinamico e progressista. Passando in rassegna i vari pretendenti al ruolo di leader dei partiti e delle coalizioni, si resta fortemente delusi: mancano di visione!

Ecco perché quando ho letto l’intervista rilasciata al quotidiano La stampa da Graziano Del Rio, ex ministro ed ex capogruppo Pd, mi sono immediatamente “inorecchiato” alle sue parole: «Ci vuole una visione e un sogno, che ci tengano insieme». Si tratta della conferma del livello di questo personaggio, a mio giudizio di gran lunga il miglior politico sulla piazza.

Fortunatamente non si limita ad auspicare una visione, ma ne indica il presupposto a livello istituzionale e politico: «Per crescere e uscire definitivamente dalla crisi, il Paese ha bisogno della spina dorsale dei sindaci, che devono sedere a tutti i tavoli delle riforme, perché garantiscono la prossimità con la gente». Del Rio cita una frase di Cattaneo: “La spina dorsale della nazione sono i municipi e solo attraverso i municipi la nazione può fare opere grandi”. Non è un caso infatti se le dichiarazioni più interessanti all’indomani delle recenti elezioni amministrative siano venute dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, capace di mettere al centro un progetto intorno al quale verificare, senza preclusioni, chi ci sta.

Alla domanda se stia pensando all’Unione del 2006, una somma di sigle che crollò dopo due anni di governo per i veti incrociati dei piccoli partiti, Del Rio risponde lucidamente: «Lì alla fine prevalsero i fattori identitari, mentre occorre mettere al centro la qualità del progetto e non equilibri di parte; abbiamo bisogno, come disse La Pira di una “concordia discors”, un’armonia vera che nasce da un confronto fra idee diverse». La citazione di La Pira, il grande e storico sindaco di Firenze, non è un caso, è un richiamo alla politica vista come ideale in risposta ai bisogni della gente.

Secondo Del Rio non serve una “Cosa” di sinistra che riunisca tutti, perché «il PD è già l’unione di diverse culture, di riformismi socialista, liberale e cattolico democratico. Non esclude nessuno. È già una comunità nata per rappresentare tutta la società, ha una cultura maggioritaria. La sinistra si sostanzia sulle scelte e si misura sui temi: una federazione di forze diverse e un Pd accogliente al suo interno».

Giustamente Del Rio si sottrae alle esercitazioni sul futuro di Draghi e su eventuali corse al voto. Per l’elezione del Presidente della Repubblica auspica un protagonismo parlamentare, mentre si trova d’accordo con Enrico Letta nel non fare ciò che serve al partito, ma quello che serve al Paese, quindi niente corsa al voto.

Finalmente ho letto qualche idea politica sana e interessante. Era ora! Il quotidiano La stampa nello stesso giorno ha parlato anche del rissoso centro-destra calmierato da Berlusconi, dello spaesato M5S capeggiato da Giuseppe Conte. Immediatamente emergeva lo scarto culturale e politico tra le idee di Del Rio e le ideuzze degli altri. Posso fare un sogno? Si spende poco e si può anche sbagliare: e se candidassero Graziano Del Rio a Presidente della Repubblica? A mio modesto avviso sarebbe la persona più autorevole e capace dopo un grandissimo presidente come Mattarella, in un certo senso il suo vero successore da tutti i punti di vista. Ha però un grave “difetto”: è schivo, è equilibrato, è saggio, è umile. Mi piace proprio per questo, e sono quasi sicuro che a nessuno passerà per la testa di votarlo. Siccome ha una visione lo riterranno un visionario e non lo prenderanno in considerazione.

 

O Draghi o Draghi

Si stanno sempre più profilando due rischi a proposito di draghismo imperante, che rendono problematica (?) la vita del governo tecnico, che influenzano la prossima elezione del Presidente della Repubblica, che condizionano il calendario istituzionale (le future elezioni politiche e la loro data di celebrazione) e quello politico (le manovre di riposizionamento riguardanti un po’ tutti i partiti).

Faccio un passo indietro: il governo Draghi non è stato un gioco di prestigio effettuato da Sergio Mattarella, ma una responsabile e costruttiva presa d’atto della debolezza partitica a fronte di una situazione emergenziale gravissima. In parole povere i partiti non ci saltavano fuori e, prima che fosse troppo tardi e anche per non andare al voto in piena pandemia, il Capo dello Stato ha fatto una proposta interessante e ultimativa: o Draghi o Draghi! La politica ha chinato la testa obtorto collo, ha votato Draghi in attesa di riprendere il posto che le spetta di diritto, ma che non riusciva a ricoprire degnamente.

Cosa ha fatto e sta facendo Draghi? Nel merito sta affrontando la pandemia secondo lo schema classico peraltro già, almeno in parte, adottato da Giuseppe Conte: affidarsi alla scienza e sveltire la manovra della vaccinazione. Mi permetto di non essere d’accordo: ciò crea problemi alla mia coscienza dal punto di vista etico e civico, ma non certo a Mario Draghi, che procede imperterrito sulla sua strada del “prendere o lasciare”.

L’accelerazione significativa è stata impressa puntando sul discorso economico-finanziario con il varo del piano di investimenti consentito dai fondi Ue e l’avvio assai impegnativo della sua attuazione: da una parte Draghi ci ha portato a casa considerazione e aiuti, dall’altra quando si è trattato di porre le basi riformatrici per la costruzione della ripresa sono usciti i limiti della sua capacità politica di indirizzo e di compromesso. Sì, perché sta sempre più adottando lo stile del “padrone di casa”: se vi va bene è così, diversamente è lo stesso e io vado avanti comunque. Semmai mi manderete a casa o mi offrirete addirittura una casa migliore io vedrò il da farsi…

La cosa sta assumendo una portata al limite del provocatorio: così come la cancelliera Merkel si è sempre aggirata nei corridoi europei con un piglio da padrona di casa, anche Draghi, con il suo fare di tutt’altro stampo, sta facendo il bello e cattivo tempo. I media, salvo qualche rara e preconcetta eccezione, appoggiano l’uomo forte al comando, la gente non può che approvare, i partiti cominciano a scalpitare.

Al rischio draghiano di esagerare col decisionismo (fatto di ministri ridotti al ruolo di cagnolini collocati in certe automobili vicino al lunotto posteriore, che dicono di sì ad ogni movimento della macchina stessa) sta rispondendo il rischio del disamore partitico nei confronti di un governo estraneo al loro mondo.

I limiti del premier sono sempre più evidenti: non è un politico e si vede. Questa è la sua forza, ma giorno dopo giorno sta diventando la sua debolezza. Mi pare sia giunto il momento di chiarire cosa vuole fare: se intende governare fino al 2023, deve ripiegare su un metodo assai più dialogante e compromissorio;  se pensa di salire al Colle, chiarisca fin da subito come vede il dopo-Draghi: elezioni subito o un secondo ancor più smaccato governo del nuovo presidente; se addirittura pensa di poter rimanere al governo anche dopo le prossime elezioni politiche, dovrebbe trovare, a maggior ragione, un preventivo  feeling con la politica, non più “ricattandola”, ma “prendendola  per mano”.

I partiti sono combattuti tra il disperato e statico mantenimento del posto di lavoro dei parlamentari angosciati dalla prospettiva di essere dimezzati e mandati a casa prima di aver maturato il diritto alla pensione e la ricerca dinamica di un futuro che consenta tatticamente ripresa di consenso e di ruolo. Un modo elegante per dire che non sanno quali pesci pigliare, anche se si fa sempre più forte la tentazione di pescare a dispetto di Draghi.

La confusione regna sovrana nel centro-destra: per trovare un punto di incontro nella candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale bisogna essere veramente disperati. Per illudersi di “ricattare” Draghi, proponendogli una presidenza della Repubblica a condizione della immediata indizione di elezioni politiche, bisogna essere dilettanti allo sbaraglio; se si intende soltanto alzare il prezzo si sappia che il mercato lo fa Draghi.

Il centro-sinistra è un cantiere talmente aperto da non avere nemmeno un progetto di costruzione: la propensione quindi non può che essere quella di affidarsi mani e piedi al “padrone di casa”, sperando che gigioneggi un po’ meno e lasci cadere qualche briciola di potere dalla sua tavola.

Più i partiti pensano di disfarsi della sempre più ingombrante presenza di Mario Draghi, più il suo fantasma li perseguita e li opprime: con lui devono fare i conti. Do atto a Silvio Berlusconi di avere voluto e capito tutto ciò. E quindi cosa sta pensando? Di fargli da paraninfo: tirare la volata a Draghi facendo finta di rimanere in gruppo con Salvini e Meloni, sperando magari, in una qualche contropartita tutta da inventare. La politica, nonostante tutto, è ancora abbondantemente berlusconizzata.

 

La donna non è un’opinione

Sulle pagine del quotidiano La stampa si è scatenato un dibattito, più snobistico e pirandelliano che realistico e costruttivo, in merito al “valore delle donne”. Sintetizzo, riportando di seguito alcune affermazioni provenienti da questo virtuale salotto, che può finire col pestare “manicheisticamente” l’acqua nel mortaio dei rapporti fra uomo e donna.

Lo storico Alessandro Barbero ha detto che le donne ottengono meno successo «perché mancano di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi». Le repliche, forbite quanto polemiche, non si sono fatte attendere.

Caterina Soffici scrive: «Aggressività, spavalderia e sicurezza sono probabilmente qualità necessarie per vincere una battaglia o una guerra, ma, nel mondo contemporaneo evoluto e tecnologico in cui viviamo, aggressività, spavalderia e sicurezza non sono valori in assoluto, come potrebbero essere invece competenza, intelligenza, bravura, capacità di analisi e via elencando. Perché Barbero non ha citato queste qualità? Giocando in questo campo i dati sulle donne laureate e sui risultati scolastici danno ampiamente ragione alle donne: sono più brave, competenti, studiose e via elencando. Però a un certo punto le donne brave e competenti vengono sorpassate nei posti di potere da uomini aggressivi, spavaldi e sicuri di sé. Qui sta il problema e la logica che porta a questo risultato si chiama patriarcato».

Dacia Maraini commenta: «È strano che proprio ad un esperto storico non venga in mente di cacciare il naso nella sua materia. Stranissimo che al popolare e sapiente Barbero non venga in mente che siamo figli della storia. E che, se esiste una cultura dominante che ha sempre escluso le donne dai luoghi delle decisioni importanti colpevolizzandole e denigrandole (hanno il cervello più piccolo, sono prive di anima, una di loro ha addentato la mela della sapienza per cui ha provocato la cacciata dal paradiso terrestre, non sono razionali, sono prive di coscienza civile…), ha creato nelle stesse donne delle reticenze, delle paure, delle timidezze che impediscono loro di comportarsi con la libertà e la sicurezza di chi è sempre stato dalla parte del potere».

Mi permetto di aggiungere a queste acute riflessioni la mia modesta opinione in merito. Da laico stilnovista ho un concetto altissimo della donna: non dico di angelicarla ma di stimarla al di sopra di ogni e qualsiasi dissertazione biologica, sociologica e culturale. Continuo ad essere speranzoso che il mondo possa cambiare in meglio se interpretato e vissuto al femminile.

Meno male che le donne non sono come gli uomini, cerchino di rimanere meno aggressive, spavalde e sicure, anche se qualche controproducente tentativo è in essere da tempo con il triste risultato di ottenere più parità di difetti che parità di diritti. Sono solito affermare provocatoriamente che di mascolino c’è già fin troppo nel sottoscritto e nei suoi simili. Della donna mi piace tutto: sono più femminista delle femministe. Purtroppo però devo ammettere che, nonostante notevoli passi avanti sulla strada dell’emancipazione femminile, la situazione è rimasta gravemente e violentemente abbarbicata al passato con l’aggiunta di ulteriori tratti di perfida e violenta oppressione. Rimane molto da fare a tutti i livelli e in tutti i campi. Non pretendiamo che le donne siano uguali agli uomini per sottovalutarle e/o deviare il virtuoso percorso dell’emancipazione sulla pericolosa strada dell’uguaglianza teorica e della disuguaglianza pratica.

Evitiamo anche di impostare il discorso con i parametri maschilisti della carriera a tutti i costi, del rampantismo, del successo prima di tutto: la donna dovrebbe proprio aiutarci a sovvertire questa fasulla scala di valori introducendo in essa i propri valori. La donna non deve essere brava secondo quanto richiede la ingiusta società, ma deve essere capace di inserirvi elementi di giustizia, dolcezza, mitezza e solidarietà. Lasciamoglielo fare, anzi aiutiamola a farlo senza perderci in stucchevoli analisi, sostanzialmente e magari involontariamente, finalizzate a lasciare le cose come stanno.

Il sondaggismo deviante

Un conto è parlar di voto, un conto è votare. Così si può spiegare la schizofrenica dicotomia esistente nel raffronto fra i dati certi, seppur parziali, emergenti dalle urne della recente consultazione amministrativa e quelli ipotetici propinati dai sondaggi in vista di eventuali elezioni politiche generali. Infatti, mentre il voto espresso nei comuni ha registrato un netto successo del Partito Democratico, una inarrestabile discesa del M5S ed una pesantissima sconfitta del centro-destra, i sondaggi confermano il prevalente consenso dei cittadini intervistati verso i partiti di centro-destra, soprattutto FdI, primo partito in graduatoria, e Lega, comunque attestata oltre il 20%, mentre Forza Italia naviga su uno striminzito 7%. Complessivamente la contraddittoria e conflittuale coalizione di centro-destra sfiora il 50% dei consensi. Il M5S manterrebbe comunque un ragguardevole serbatoio di voti. Il PD non prenderebbe alcun volo, rimanendo inchiodato sotto il 20%.

Qualcuno fa riferimento a precedenti vicende storiche, peraltro poco paragonabili alla situazione politica odierna, per giustificare un comportamento elettorale diversificato dei cittadini: da una parte pragmaticamente costretti a scegliere i loro amministratori municipali e dall’altra propensi a giudicare la classe politica in base a discorsi di carattere generale se non addirittura in base a schemi ideologici.

Sono portato a dare scarso significato e discutibile attendibilità ai sondaggi: sono più un modo per influenzare che per registrare le tendenze. Tuttavia rimane un punto interrogativo da sciogliere. Un motivo potrebbe essere quello di un maggior radicamento territoriale e di una maggiore adeguatezza di classe dirigente nel partito democratico rispetto alla infatuante vaghezza dei punti d’attacco della destra, messi peraltro in discussione dal clima pandemico dominante. Questa spiegazione non regge però se si consideri che la recente batosta elettorale amministrativa ha colpito molto anche la Lega, dotata di un indiscutibile collegamento territoriale e sociale nonché di una dirigenza periferica piuttosto collaudata.

Alcuni osservatori danno una certa importanza alle divergenze parallele del centro-destra nei confronti del governo Draghi. Forza Italia è più draghista di Draghi; la Lega sta con un piede dentro e uno fuori per accontentare il suo tessuto imprenditoriale nordista e per accarezzare la piazza in subbuglio; FdI sta decisamente all’opposizione cavalcando, non senza qualche ragione plausibile, tutte le proteste possibili e immaginabili.  Gli elettori nel breve periodo avrebbero penalizzato queste divisioni tattiche in attesa di ridare fiato alle convergenze parallele di tipo strategico.

Lega e FdI vorrebbero comunque passare in fretta alla cassa per monetizzare i consensi emergenti dai sondaggi tramite la promozione di Mario Draghi al Quirinale, la conseguente fine del governo tecnico e l’immediato ricorso alle urne per ridare al Paese un governo politico. Berlusconi fa il pesce in barile, non si capisce dove voglia e possa parare: probabilmente intravede la possibilità di favorire e guidare un raggruppamento di centro europeista e moderato capace di condizionare il risorgente bipolarismo.

Il M5S a guida (?) Giuseppe Conte sfoglia la margherita: col Pd o contro il Pd, con la politica o con l’anti-politica, al governo o in piazza. Il serbatoio elettorale di questo partito, pur in gravissimo calo, sembra tenersi intorno ad un 16%, percentuale di per sé tutt’altro che irrilevante e disprezzabile.

Il Partito democratico, per dirla con le parole di un Enrico Letta piuttosto soddisfatto, prende atto di un trionfo nei comuni senza illudersi di portare avanti un cammino trionfale verso le prossime elezioni politiche. La prospettiva di un centro-sinistra aperto e allargato esce bene dalle urne municipali, ma non trova facile riscontro nei possibili interlocutori, inclini a rifiutare il ruolo di meri cespugli.

Sondaggi a parte, qualcosa è cambiato. Tutti i partiti ne dovranno tenere conto. Cambierà il Presidente della Repubblica, forse il cambiamento più grosso e pieno di incognite. Sarà un presidente continuista che porterà il governo Draghi alla scadenza del 2023 o sarà un notaio che vorrà rimettere a posto il sistema politico, privilegiandolo rispetto a quello istituzionale e socio-economico?  I cittadini hanno detto la loro, seppure in periferia e solo in una parte del territorio. Probabilmente la politica che a parole vorrebbe fare i conti con gli elettori, quando gli elettori presentano il conto, preferisce mandarlo indietro o rinviarlo a data da destinarsi (a breve o lunga scadenza a seconda dei vantaggi di parte), rifugiandosi nei sondaggi.