La corda dello sciopero nella società impiccata

«I gh’ la fan» diceva mio padre fra sé, seduto davanti al video, ma in seconda fila, come era solito fare, per dare libero sfogo ai suoi commenti al vetriolo senza disturbare eccessivamente. Stavano trasmettendo notizie sulle battaglie sindacali a tappeto. Mi voltai incuriosito, anche perché, forse volutamente, la battuta, al primo sentire piuttosto ermetica, si prestava a contrastanti interpretazioni. «Co’ vot dir? A fär co’?» chiesi, deciso ad approfondire un discorso così provocatorio e intrigante. «A ruvinär l’Italia!» rispose papà in chiave liberatoria, sputando il rospo. Badate bene, mio padre era un antifascista convinto, di mentalità aperta e progressista, un tantino anarchico individualista: tuttavia amava ragionare con la propria testa e si accorgeva, fin dagli anni settanta, che la strategia sindacale stava esagerando e rischiava di compromettere, in nome del “tutto e subito”, un processo di montante benessere da accompagnare con equilibrio e saggezza.

Immaginiamoci se non avrebbe qualcosa da ridire in questi giorni in cui i sindacati stanno rialzando stucchevolmente la testa e minacciano addirittura uno sciopero generale. Capisco che debbano fare il loro mestiere, che peraltro non dovrebbe comportare prioritariamente una difesa dei pensionati e dei pensionandi e nemmeno degli occupati, ma semmai dei disoccupati, delle persone in cerca di lavoro, dei giovani soprattutto. Evidentemente è più comodo raccogliere consensi e adesioni fra chi è più a portata di mano e di facile protesta.

Landini, dopo un periodo di appiattimento, persino eccessivo, sulla linea del trionfalismo draghiano, si è improvvisamente svegliato e, dopo il varo della manovra di bilancio da parte del governo, ha inopinatamente e lapidariamente dichiarato: “Sciopero se non si ascoltano i lavoratori. Draghi rinvia e non risolve i problemi».

Che la manovra economica vada «cambiata e migliorata» può essere vero. Che Mario Draghi debba abbandonare la linea del sostanziale “faso tutto mi” di berlusconiana memoria o del più leggero “ghe pensi mi”, sempre roba da Berlusconi, è altrettanto opportuno e auspicabile. Maurizio Landini assicura di essere «il primo ad augurarsi che lo sciopero generale non sia necessario», ma non può escludere che si arrivi fino lì, «se dal governo non arriveranno risposte e il mondo del lavoro non sarà ascoltato». Per il segretario generale della Cgil è decisiva la scelta su come usare gli 8 miliardi stanziati per tagliare le tasse, «di cui devono beneficiare lavoratori dipendenti e pensionati», la volontà di superare la precarietà del lavoro e la disponibilità ad accogliere le proposte dei sindacati sulla riforma del sistema previdenziale, «a cominciare da una pensione di garanzia per i giovani».

Per fortuna il suo collega Luigi Sbarra, segretario della Cisl, si smarca dalla linea piuttosto dura della Cgil: “Caro Landini, ti sbagli non è l’ora degli scioperi, ma ora Draghi ci ascolti. Subito i tavoli su Fisco e pensioni”. Speriamo non si tratti del giochino tra il poliziotto cattivo e quello buono, ma di un benefico confronto sulla tattica sindacale da adottare in un periodo di estrema difficoltà per tutti. Quindi l’imperativo è riprendere subito il confronto con il governo e smetterla di evocare lo sciopero generale: «La mobilitazione del sindacato deve essere costruttiva e responsabile – avverte Sbarra – evocare continuamente lo sciopero rischia di sminuirne il valore». Ben detto, parole sante!

Non posso essere tacciato di anti-sindacalismo: ho militato lungamente e convintamente nelle file della sinistra DC di matrice sindacal-aclista, quindi ero e sono molto attento alla funzione e alle battaglie del sindacato dei lavoratori. Guai a sottovalutarle o bypassarle. Di qui a parlare di corda scioperante in casa dell’impiccato agonizzante…

Vediamo di ragionare con calma e magari anche di far ragionare il governo e soprattutto un Mario Draghi un po’ troppo pieno di sé e del proprio indiscutibile carisma. Nessuno ha la verità in tasca: né Draghi né Landini.   Questo è sempre vero, più che mai in una situazione così grave come quella che stiamo vivendo. Non vorrei che, il primo con la bacchetta magica del Pnrr e il secondo con la riserva mentale dello sciopero, facessero la fine degli attori della famosa barzelletta delle promesse politiche: vi daremo questo, vi concederemo quest’altro, vi offriremo ciò che vorrete… E l’afta epizootica? chiese timidamente un agricoltore della zona interessata. Vi daremo anche quella! rispose gagliardamente il comiziante di turno.

Il sindacato dirà: va bene stare calmi, ma l’emergenza non la devono pagare i soliti noti, gli ultimi della pista. È verissimo! Ma è proprio compito del sindacato individuare gli ultimi della pista e difenderli adeguatamente senza demagogia e senza conflittualità pregiudiziali. Buon lavoro a Landini, Sbarra e c. Capisco come non sia facile fare i sindacalisti in tempi così duri. Hanno tutta la mia comprensione, ma…

 

Il sesso inverso

Eravamo solo agli inizi dello scandalo della pedofilia all’interno del clero cattolico. Mi capitò di partecipare ad una messa, durante la quale il celebrante, armato di sacro zelo, presentò il problema in chiave meramente difensiva: i soliti attacchi maliziosi alla Chiesa, che meritava quindi comprensione per le sue sofferenze. Non potei starmene zitto e apostrofai ad alta voce quell’ingenuo ma inopportuno intervento: “Forse meritano innanzitutto e soprattutto solidarietà le vittime della pedofilia annidata nella Chiesa…”.

Il tempo è passato e la valanga si è accentuata ed allargata. A distanza di anni mi è capitato di registrare la reazione stizzita di un sacerdote, che comprensibilmente dall’ambone si lamentava della generalizzazione delle accuse a carico dei preti: “Sarebbe ora di finirla con questo fango gettato a raffica su tutti: i preti, grazie a Dio, non sono tutti pedofili…”.

Fra questi due estremi, che peraltro non si toccano, oso situare il discorso della pedofilia nella Chiesa. Da una parte la difesa ad oltranza dell’indifendibile, dall’altra la preoccupazione di non buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Siamo purtroppo ancora in alto mare da tutti i punti di vista.

Non si ha infatti il coraggio di cercare e rimuovere, per quanto possibile, le cause di un simile fenomeno, che affondano nella cultura bigotta e sessuofobica, nell’obbligo del celibato sacerdotale, nell’educazione sbagliata impartita nei seminari, nel ruolo marginale e mal tollerato della donna, nel maschilismo e nel clericalismo imperanti, nell’insistente e fuorviante demonizzazione del sesso, nell’ipocrisia di non voler ammettere le proprie debolezze preferendo risolverle nel nascondimento.

Non si ha nemmeno il coraggio di fare piena e completa luce sul fenomeno temendone l’impatto disastroso sul piano della credibilità, sul piano del mantenimento del potere e finanche sul piano delle finanze ecclesiastiche. Capisco l’imbarazzo papale nell’affrontare con la sferza evangelica i responsabili a tutti i livelli, comprendo l’esigenza di mantenere comunque aperto il canale della misericordia e del pentimento per i colpevoli, mi rendo conto della prudenza nel non voler squalificare tutto il sistema, vedo la difficoltà nell’accertamento della verità in mezzo a tanta omertà frammista a ingenuità e superficialità.

Non si può però rimanere a mezz’aria, galleggiare su un mare fetido e tempestoso per paura del naufragio totale, finendo col favorire una deriva pressoché inarrestabile e devastante. Non si può convivere con l’eco mediatica del fenomeno. Ammettiamo pure che non sia tutto vero quanto emerge, che esista una certo qual accanimento, ma, anche volendoci fare la tara, rimane un peso netto insopportabile per il futuro della Chiesa. Riporto alcuni recentissimi esempi.

Lo tsunami della vergogna sull’Europa: pioggia di denunce per 60 anni di abusi nella Chiesa cattolica.

L’inchiesta giornalistica di Boston del 2003 scoperchiò il vaso di Pandora delle violenze sessuali all’ombra dei campanili. Da allora, la mappa delle denunce si è estesa a tutti i continenti. Lo spettro delle cause civili incombe sul Vaticano. Nel 2003, il quotidiano americano The Boston Globe fece un’inchiesta giornalistica che arrivò ad accusare il cardinale Bernard Francis Law di aver coperto molti casi di pedofilia. L’indagine valse il Premio Pulitzer al giornale. Per questo scandalo, la Chiesa di Boston ha pagato 660 milioni di dollari. 

Dalla Francia alla Germania, dalla Polonia all’Irlanda, fino agli Stati Uniti, al Cile, al Messico e alla lontana Australia, per citare i casi più clamorosi: la piaga della pedofilia nelle Sacre Stanze ha gravemente infettato decine di Stati e migliaia di diocesi e parrocchie nel corso dei decenni. La geografia degli orrori della Chiesa continua ad allargarsi.

Forse la soluzione del problema consiste in una difficile ma indispensabile opera di declericalizzazione, demaschilizzazione, demisogenizzazione, femminilizzazione, laicizzazione e democratizzazione della Chiesa cattolica. Non è roba da niente. Qualcosa si sta muovendo in “periferia”: dalla Francia arriva un assist piuttosto consistente e interessante. Sono stati adottati strumenti e modalità nuovi per l’accertamento dei fatti e per il risarcimento dei danni arrecati. Mi sembra al riguardo molto centrata l’analisi di Lucetta Scaraffia al punto da citarla di seguito integralmente.

“I francesi hanno preso atto più tardi di altre comunità cattoliche della gravità del problema degli abusi al loro interno – e comunque prima che in Italia e Spagna, rimasti gli unici Paesi cattolici di rilievo in cui un’inchiesta simile non si è realizzata e neppure è in corso – ma stanno facendo sul serio. La conferenza episcopale riunita a Lourdes ha deciso infatti di indennizzare tutte le vittime, anche a costo di vendere i beni ecclesiastici. E ha avviato un processo di riflessione critica sulle modalità di governo seguite finora nella chiesa francese, a opera di gruppi di lavoro coordinati da un laico che daranno conto del lavoro nel corso delle prossime riunioni episcopali, con l’intento di rinnovare radicalmente queste modalità.

L’idea da cui nasce questa proposta è evidente: se le modalità finora adottate hanno permesso uno sbandamento così profondo e sistemico – questo è il termine più volte adottato – del clero, vuol dire che c’è qualcosa che non va. E saranno i laici – quelli a cui finora era stato detto che dovevano solo obbedire e fare poche domande sul funzionamento interno della chiesa – a pilotare questo necessario processo critico: una vera rivoluzione. Finora, nei paesi in cui le inchieste sulla pedofilia e il clero avevano dato risultati allarmanti, l’istituzione ecclesiastica aveva cercato di fare resistenza e di difendersi: in genere, si è limitata a promettere una campagna di prevenzione degli abusi per il futuro, cercando di coprire con il silenzio il passato. Come se una campagna di prevenzione potesse essere credibile ed efficace se i colpevoli non venivano denunciati e puniti.

La chiesa francese dà a tutti i cattolici una lezione: se il terreno favorevole all’abuso è costituito dal potere e dal denaro – usato per tacitare le vittime, in genere provenienti da famiglie povere, e che serve a fondare il potere – la disastrosa realtà che si è rivelata impone di rinunciare a entrambi. Le commissioni di analisi delle modalità di governo coordinate da un laico segnano la rinuncia al controllo perfino al cuore dell’istituzione, mentre la decisione di vendere i beni ecclesiastici, quelli che rendono la chiesa una potenza economica, non è solo una necessità materiale richiesta dalla commissione presieduta da Jean-Marc Sauvé – la quale precisa che gli indennizzi devono provenire dal patrimonio della chiesa e non da donazioni esterne – ma il riconoscimento che soltanto spogliandosi del potere la chiesa può sperare di non ripetere gli errori commessi.

In Francia la crisi è stata profonda, come sempre innescata da articoli di denuncia di uno scandalo che si voleva dimenticare e che ha coinvolto anche personaggi pubblici in fama di santità: come Jean Vanier, il fondatore di un nuovo modo di essere cristiani che ha incontrato un successo enorme anche fra i laici. I vescovi francesi hanno capito che quando anche il rinnovamento e la creatività evangelica – se pure indubbiamente vivi – sono avvelenati da un uso troppo disinvolto del potere e da una indifferenza totale verso le vittime, l’esigenza di un rinnovamento radicale e di una purificazione vera è indispensabile.

Non in tutti i paesi in cui le inchieste hanno rivelato che la piaga degli abusi commessi dal clero era diffusissima ed endemica la capacità di rinnovamento e di purificazione è stata così radicale e chiara. Speriamo che sia anche efficace, e che questa novità sia di insegnamento a chi – come in Italia e in Spagna – è ancora molto lontano da questo percorso di salvezza”.

Le tentazioni extra-parlamentari per un presidente travicello

Forse mai come questa volta l’elezione del Presidente della Repubblica segna un passaggio delicato per la vita del Paese. Ecco perché i grandi elettori, parlamentari e delegati regionali, dovrebbero sforzarsi di uscire dai calcoli della politichetta per entrare nella più alta logica istituzionale. Si tratta di riandare al metodo dei padri della Costituzione, che riuscirono a stipulare un patto mediando al più alto livello passibile: questa, in fin dei conti, è la vera politica.

Purtroppo, anche se spero che al momento decisivo vi potrà essere questo rigurgito di vitalità costituzionale, assistiamo ad un dibattito preparatorio di basso profilo, caratterizzato da mere tattiche partitiche o da pure astrazioni giuridiche. Non ci siamo!

Detto in parole povere, la scelta del Presidente dovrebbe garantire la giusta combinazione fra passato, presente e futuro del Paese. Spesso l’operazione è riuscita, speriamo quindi che la ciambella del febbraio prossimo possa riuscire col buco.

Da una parte si sta profilando un approccio piuttosto schiacciato sul presente: il costituzionalista Francesco Clementi sostiene che serva un presidente all’altezza di Draghi, “un Capo dello Stato che non vada in contrasto con il premier voluto da Mattarella. Non si può eleggere un Presidente che non sia all’altezza di Mario Draghi e della maggioranza che lo sostiene. Un Capo dello Stato, cioè, che non vada in contrasto con il governo del presidente voluto da Sergio Mattarella per combattere la pandemia e il corretto utilizzo dei fondi europei del Pnrr”.

Capisco cosa si vuole dire, ma il nuovo Presidente dovrà essere all’altezza del dettato costituzionale e non tanto all’altezza di Mario Draghi, pur con tutto il rispetto e l’ammirazione che questo personaggio merita. Men che meno dovrà essere in linea con la precaria maggioranza politica che sostiene Draghi, ma col rispetto della dialettica che culmina nelle maggioranze che si formano in Parlamento.

Pur giudicando positivamente l’operazione di Mattarella per portare Draghi a palazzo Chigi, questa non può diventare uno schema prospettico. Sarei perfettamente d’accordo sull’ipotesi di “congelare” per un certo periodo di tempo Draghi e Mattarella nei rispettivi ruoli attualmente ricoperti: abbiamo, come dice Carlo De Benedetti, due fuoriclasse e quindi lasciamoli giocare a tutto campo. Il Parlamento potrebbe benissimo optare per questa soluzione che salverebbe capra e cavoli.

Invece da più parti si comincia ad ipotizzare con una certa strumentale insistenza l’ipotesi di un surrettizio semi-presidenzialismo: Draghi al colle ed un suo uomo a palazzo Chigi. Un obbrobrio costituzionale, una ruspante riforma da strapazzo. Non giochiamo ai bussolotti. Un equilibrio politico-istituzionale in mano ai partiti che lo potrebbero far saltare in qualsiasi momento.

Una variante all’ipotesi suddetta viene cucita addosso a Draghi, il quale dovrebbe, dopo essersi insediato al Quirinale, ricompensare i partiti che lo hanno eletto concedendo loro finalmente le tanto agognate elezioni politiche anticipate. Un Presidente ostaggio dei partiti.

Restiamo cioè schiacciati sul presente senza sforzo di visione futura nel rispetto della Costituzione, che vuole un Capo dello Stato con funzioni ben più alte e fondamentali per il Paese. Mattarella ne è stato un interprete pressoché perfetto. Forse allora è meglio guardare al passato prossimo ed anche a quello remoto, ma solo per porre le premesse del futuro.

Qualcuno invece preferisce salvarsi in corner e rifugiarsi acriticamente nel passato: Giuliano Amato sarebbe il candidato per il Quirinale che potrebbe mettere d’accordo (quasi) tutti. Il nome dell’ex premier, ora giudice costituzionale, viene considerato il più accreditato per superare i veti incrociati sulle altre candidature. “Mi chiamano sempre presidente!”, dice Giuliano Amato in un video apparso otto anni fa sul sito di Repubblica. “Ma io mi riferisco sempre al Tennis club di Orbetello”, aggiunge con divertita civetteria. É sempre candidato alle cariche importanti. All’epoca era in lizza per diventare premier (poi Giorgio Napolitano scelse Enrico Letta). Due anni dopo era in predicato di diventare Capo dello Stato (fu eletto Sergio Mattarella).

Il profilo culturale di Giuliano Amato è indiscutibilmente alto, oserei dire altissimo; però la sua esperienza politica è purtroppo legata, nel bene e nel male, alla stagione craxiana e ciò ne fa più un reperto della cosiddetta prima repubblica piuttosto che un ponte praticabile verso la seconda repubblica. Attenzione ai tuffi nel rassicurante (?) passato: possono servire, ma possono anche fuorviare.

Capisco che il piatto sia invitante e stimoli l’appetito parolaio, ma partiti, politologi, costituzionalisti, commentatori, giornalisti etc. etc. farebbero una grande cosa se la smettessero di blaterare e lasciassero che il Parlamento nella sua autonomia decidesse al momento giusto. È pur vero che non è un’assemblea asettica e sganciata dalla realtà, ma per favore non facciamone un “Pirlamento” alla mercé delle chiacchiere emergenti dal totopresidente.

 

Le storielle dei grandi e il grido della terra

Faccio riferimento alla partecipazione dell’ingegner Carlo De Benedetti alla trasmissione Otto e mezzo sul canale televisivo La 7, andata in onda nella primissima serata del 03 novembre, che consiglio a tutti di rivedere integralmente su internet. De Benedetti non ha sbagliato un colpo, esprimendo, su fatti, persone e problemi vari, giudizi azzeccatissimi, chiari ed estremamente concreti: mi permetto, nel mio piccolo, di essere totalmente d’accordo sulle sue lucidissime e spietate analisi.

Ne riprendo una, anche se tutte meriterebbero di essere considerate ed approfondite: ha infatti passato in rassegna tutti i personaggi della scena politica, salvando poco o quasi niente se non il binomio Mattarella-Draghi, che, a suo giudizio meriterebbe di essere confermato in toto. Due fuoriclasse di tale livello non possono essere tolti dal campo o spostati di ruolo, ma dovrebbero essere lasciati al loro proficuo lavoro. Come non essere d’accordo. Forte è la tentazione di riprendere tutti questi sassi lanciati nella piccionaia del sistema politico.

Preferisco però riferirmi in particolare al discorso sulla transizione ecologica, argomento di grande attualità e importanza. De Benedetti è stato schietto: sul clima ci stiamo ancora raccontando delle storie, il discorso riguarda tutti i governanti ampollosamente riuniti nei vari summit. Incalzato nel merito della riconversione verde del capitalismo finanziario, ha onestamente ammesso di far parte di una generazione che ha gravissime responsabilità nell’avere letteralmente devastato il pianeta e di dovere chiedere scusa alle generazioni presenti e future per il danno arrecato al mondo intero. La salvaguardia dell’ambiente non era infatti una priorità, in passato non ci si è posti il problema.

L’inversione di tendenza è tutta da inventare.  La situazione odierna del pianeta è molto peggiore di quella del 2015, data in cui vennero assunti impegni regolarmente e clamorosamente disattesi. Giocare al rimbalzo sui tempi lontani serve a poco, meglio sarebbe che ogni Paese entro il 31 dicembre di ogni anno inviasse un pubblico rendiconto all’Onu sul rispetto di alcuni fondamentali parametri preventivamente individuati e altamente significativi riguardo al rispetto ed al recupero dell’ambiente naturale.

Il recente G20 ha segnato un discreto fallimento in quanto gli obiettivi fissati sono modesti e collocati in tempi lunghi. Bisogna cambiare l’approccio al problema, togliendolo dai fuorvianti tempi a venire per affrontarlo pragmaticamente in tempi ragionevoli e incentivanti.

Molto interessante ed emblematico l’esempio riguardante l’Ilva di Taranto: va riaperta solo dopo avere effettuato l’elettrificazione degli impianti, concedendo una lunga cassa integrazione ai lavoratori. Se si può fare per Alitalia perché non farlo per Ilva.

Devo ammettere di non avere avuto in passato e di non avere nemmeno nel presente una grande sensibilità all’ecologia, generalizzando negativamente la passione per la salvaguardia ambientale, bollandola magari con la cinica definizione di “cretinismo ecologico”.  Se da una parte occorre fare ammenda, dall’altra bisogna essere concreti togliendo il discorso dai salotti e portandolo nel vivo del tessuto economico-sociale.

Molto convincente è quanto afferma Papa Francesco nella Enciclica “Laudato si’ sulla cura della Casa Comune”: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». I gemiti di sorella terra si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo. È gravissima inequità quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale».

 

 

La stagione dei fiori appassiti

È curioso vedere come i due partiti-movimento italiani si dibattano in una forte crisi identitaria deflagrata soprattutto in conseguenza della partecipazione, più o meno convinta e convincente, al governo Draghi. Sia la Lega che il M5S sono stati costretti a misurarsi con l’emergenza e stanno perdendo la bussola e i consensi.

Non è un caso che, seppure per un breve periodo, abbiano governato insieme nel primo governo Conte, quello giallo-verde, quello del duetto Di Maio-Salvini, l’ignobile ma obbligato connubio-contratto delle divergenze parallele. Non poteva tenere e non ha tenuto: era una sorta di parodia governativa, che tuttavia rispondeva all’esigenza di saldare politica e antipolitica, lotta e governo, piazza e palazzo, nord e sud, solidarietà per i poveri e ostilità per i migranti.

Sganciati da questo abbraccio bisessuale, si sono ritrovati a fare i conti con la politica: il M5S è tornato al governo con un diverso partner, perdendo gradualmente ed inesorabilmente l’appeal protestatario; la Lega è tornata in piazza, ma ha trovato sulla scena una destra molto più credibile e identitaria a contenderle lo spazio.

Poi è arrivato il governo Draghi è sono andati in tilt. I pentastellati si sono rifugiati sotto la gonna di Giuseppe Conte, una chioccia che non riesce a contenere la verve dei pulcini-galletti; i leghisti si sono ricordati improvvisamente di essere anche un partito e stanno provando a fare la più brutta copia possibile e immaginabile della Democrazia Cristiana con tanto di correnti, di scontri e di incontri, di contrasti e accordi.

Il M5S sembra essere allo sbando totale, vivendo della rendita di una maggioranza relativa presente ormai solo sui banchi parlamentari e sulla paura di tornarsene a casa, magari anche senza pensione. La Lega è invece in crisi di linea politica. I grillini non hanno alcun legame col territorio e sono totalmente privi di classe dirigente, affidati come sono ad un personaggio, quel Giuseppe Conte, che mia sorella non esiterebbe a definire, usando gustose espressioni dialettali: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lu a niént da sén’na…” (versione alla parmigiana del “vuoto a rendere” di conio debenedettiano).

A differenza dei partiti politici tradizionali, che possiedono una disciplina interna, sono costruiti per via gerarchica e i cui membri interni beneficiano di una tessera di partito, i movimenti sociali presentano un’organizzazione più debole, poiché non hanno tessere, la partecipazione è volontaria e libera, e non possiedono statuti e dirigenti a cui il membro deve rispondere ufficialmente del suo comportamento. I cinque stelle mantengono un certo non so che di movimentista con una propensione all’improvvisazione e al “disordine”, che sfocia in una sorta di incontrollabile ed irreversibile armata brancaleone. La Lega invece assomiglia molto ad un partito tradizionale, è abbastanza strutturata territorialmente, è socialmente radicata nelle zone del nord ed esprime una classe dirigente periferica di qualche spessore. Da tempo si trova ad un bivio: mantenere l’ibrida strada salviniana, ora attratta dal populismo ora costretta al governismo, oppure virare sul perbenistico “giorgettismo” di una destra liberale, europeista e popolare. La prima soluzione garantisce (?) i voti, ma si distacca politicamente e socialmente dal potere periferico; la seconda via si butta nel calderone del rimescolamento totale, che è in atto un po’ in tutta la cucina politica italiana.

Ecco perché ritengo che il fenomeno Lega sia ancora tutto da dipanare. Alla prima fase, che chiamerò nordista per rendere l’idea e riconoscere una identità storica, quella cioè di stampo bossiano, è succeduta la velleitaria fase nazional-populista di Matteo Salvini. A parecchi non è mai andata giù questa velleitaria e strumentale trasformazione. «Compriamo all’Umberto un bell’appartamento, a 80 anni vivere in una casa su più piani è solo una gran fatica, e trasformiamo la villetta di Gemonio nel museo della Lega. Dieci euro a ingresso e in un paio d’anni l’abbiamo ripagata». La proposta arriva nei giorni della spaccatura fra Giorgetti e Salvini in cui i fedelissimi del Senatur hanno ricominciato a criticare il mai digerito Capitano. Può essere interpretata in due sensi: come una forte e insopprimibile nostalgia storica ed identitaria, ma anche come una subliminale ed elegante archiviazione di un passato che non torna più. Nonostante queste evidenti lacerazioni a livello di aficionados, i consensi sono cresciuti anche se ultimamente sembra finita la “cotta” dell’elettorato. Si profila la messa in discussione di tutto e di tutti, nonostante gli accordi di facciata. Mimì e Rodolfo nella Bohème di Giacomo Puccini, litigano in continuazione, sono sull’orlo della separazione: Mimì è tanto malata, Rodolfo ha paura. Decidono di rinviare tutto: “ci lasceremo alla stagion dei fior”. Poi Mimì muore e Rodolfo piange disperatamente. La similitudine è brutta al limite della gufata, ma rende l’idea del destino cinico e baro (?) che potrebbe riguardare sia la Lega che il M5S.

 

Angeli e demoni della vaccinazione

«E’ un dono, la fede, ma è anche una conquista che si può perdere ogni giorno e ogni giorno si può riconquistare. Il dubbio fa parte della nostra umana condizione, saremmo angeli e non uomini se avessimo fugato per sempre il dubbio. Quelli che non si cimentano con questo rovello hanno una fede poco intensa, la mettono spesso da parte e non ne vivono l’essenza. La fede intensa non lascia questo spazio grigio e vuoto».

Penso di avere ricevuto il dono della fede, ma fortunatamente il dubbio mi è congeniale e quindi mi sento profondamente in linea col pensiero del cardinal Carlo Maria Martini, che ho citato in premessa. Ho una mentalità politica rigorosamente laica, ma credo sia molto più laico il cardinale di tutti coloro che hanno “inquisito” la trasmissione televisiva Report per essersi permessa di dare (finalmente) voce ai sacrosanti dubbi in materia di vaccinazione anti-covid.

Se i dubbi sono il sale della fede in Dio, possono essere considerati anche il pepe della democrazia. Ma vediamoli questi dubbi in una rapida sintesi in negativo fornita dagli stessi inquisitori, che brandiscono la Commissione di vigilanza sulla Rai  come se fosse uno strumento di tortura contro chi si permette di dubitare: «Dubbi sull’efficacia dei vaccini, perplessità sulla durata della copertura degli anticorpi, affermazioni del tutto campate in aria sulla “larga frequenza di effetti collaterali”’ dopo la somministrazione del vaccino, speculazioni dietrologiche sul “grande business della terza dose” detenuto da multinazionali del farmaco concentrate solo “ad accumulare enormi profitti con la perdita di efficacia della terza dose”, fino ai dubbi sulla efficacia del Green Pass e della sua eventuale estensione, ai dubbi sulla competenza e coerenza dell’organismo su cui poggiano le decisioni politiche a tutela della salute pubblica dall’inizio della pandemia».

Non ho visto la trasmissione messa immediatamente sul banco degli imputati quale fastidiosa voce fuori dal coro (sono stanco di una Rai pedissequamente asservita al sistema, così come sono stanco in generale dell’avvolgente ed asfissiante ambaradan mediatico), ma mi sono perfettamente ritrovato nei dubbi di cui l’inquisizione interpartitica si è scandalizzata. Questo a prescindere dalla mia sofferta, scomoda e motivata scelta personale di non vaccinarmi (di decisioni sbagliate nella mia vita ne ho prese tante, magari fosse l’ultima!).

Se andiamo avanti così, avremo l’obbligo di inserire una laica (?) aggiunta all’atto di fede religioso: “Credo nella vaccinazione anti-covid, credo nel green pass, credo etc. etc. E Dio ci scampi e liberi da ogni demoniaco parere espresso degli eretici che osano dubitare”.

Infatti, immediatamente, chi si permette di dubitare viene classificato e immortalato come No vax e No green pass, mettendo peraltro insieme due discorsi molto diversi: un conto infatti è il rifiuto del vaccino, un conto è ritenere inopportuno e spropositato l’obbligo vaccinale introdotto surrettiziamente all’italiana con la richiesta di esibire il certificato vaccinale per poter fare diverse cose di cui la più clamorosa è andare a lavorare.

Respingo poi sdegnosamente il tentativo di squalificare aprioristicamente chi si permette di dubitare, facendolo passare per un violento, un estremista di destra, un fascista, un cretino sfascia-vetrine. Ogni e qualsiasi manifestazione di protesta porta sempre con sé il rischio di essere infiltrata: a quante manifestazioni degli anni sessanta ho partecipato con tanto di codazzo di extraparlamentari urlanti…Allora cosa facciamo? Vietiamo le manifestazioni? Commissariamo la democrazia? Si è arrivati persino a considerare filonazisti o antisemiti coloro che hanno usato provocatoriamente le discriminazioni razziali contro gli ebrei per significare la deriva filo-vaccinale in cui siamo immersi. Non si riesce più a ragionare e discutere!

Se posso permettermi l’ennesimo dubbio: ai fini della diffusione del contagio saranno più pericolose le manifestazioni contro il Green pass o i “casini” che hanno regolarmente ripreso a riempire gli stadi calcistici? Sulle prime si può picchiare duro fino a vietarle, i secondi non si toccano.

È tutto molto strano. Non mi stancherò mai di ricordare un episodio a me autorevolmente riportato.  «Scusi, Lei è favorevole o contrario?», così chiese un intervistatore al mio professore di italiano, in occasione dell’introduzione del divorzio nella legislazione italiana, con l’assurda coda del referendum voluto a tutti i costi dalla gerarchia cattolica al cui volere la Democrazia Cristiana si piegò per ovvi motivi elettoralistici. «Tu sei un cretino!», rispose laicamente stizzito il professore. Credo non ci voglia molto a capire come l’intervistato rifiutasse il modo manicheo con cui veniva affrontato il problema. Di tempo ne è passato parecchio, ma è fortissima la tentazione di ridurre tutto ad un perpetuo referendum pro o contro qualcosa, ma soprattutto pro o contro qualcuno: un continuo strisciante plebiscito strumentalmente azionato, usato per ridurre a zero il dibattito sui problemi e fuorviare i cittadini con la ratifica delle finte ed illusorie soluzioni. Se non si discute, se si viene costantemente posti di fronte ad una facilona scelta di campo, lo sbocco è condizionato dai media e vince chi ha la voce più forte, vale a dire il peggiore, che non è chi si permette di dubitare, ma chi vuol togliere il beneficio del dubbio.

 

 

Un lanternino per votare

Ma che strano, oggi Matteo Salvini abbraccia il populista e reazionario Jair Bolsonaro. E chi se lo aspettava! Affinità elettive, evidentemente. Mica è obbligatorio incontrare uno che nella sua vita è arrivato a dire: “Se vedo due uomini che si baciano per strada, li uccido”. E invece Salvini lo incontra e ne va orgoglioso.

Oh, ma che strano! Proprio qualche giorno fa Matteo Salvini ha confermato orgogliosamente le alleanze con le destre estreme. Un’affettuosissima videochiamata con Marine le Pen ha sancito il pazzo amore del Capitano per qualsiasi movimento politico che si oppone a un processo d’integrazione europea. Un amore tanto ricambiato che ha fatto persino dire a Orban: “Salvini è il nostro eroe!”.

E le “stranezze” non finiscono qui. Anzi, se dovessimo fare un elenco, non basterebbe la Treccani per illustrare le prove provate del dna di estrema destra di Matteo Salvini e della sua anima gemella Giorgia Meloni. Tanto che lo stesso Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, alla fine è sbottato: “La svolta europeista di Matteo è incompiuta, decida da che parte stare”.

Ma in realtà la vera stranezza sapete qual è? È che quasi nessuno si pone il problema politico di rappresentare i tantissimi italiani di destra che, invece, strani non sono per nulla. Anzi. Quegli italiani che hanno votato Silvio Berlusconi sperando in una rivoluzione liberale e se lo trovano oggi succube di chi di liberale non ha nemmeno una virgola. Quegli italiani che hanno visto in Gianfranco Fini il miraggio di una destra laica, repubblicana e patriottica e che invece si ritrovano a turarsi il naso con una destra “iosonogiorgia”.

E quegli italiani di destra che oggi guardano con speranza alla compostezza e autorevolezza di Mario Draghi, che sanno benissimo che l’Italia senza Europa non va da nessuna parte, che hanno seguito le regole su mascherine, vaccini e greenpass con spirito patriottico e collaborativo, quegli italiani di destra che vogliono una politica di crescita che non decada nella stupida propaganda. Quegli italiani di destra che non hanno e non vogliono avere nulla a che fare con razzismo e omofobia, che non si esaltano di fronte a qualche slogan di comodo. Che se vedono un barcone in mare prima di ogni altra cosa pensano: “devo salvare quelle vite…”.

Oggi gli italiani di destra che non vogliono chiudere gli occhi di fronte all’inciviltà, che non si sentono una cosa unica con i vari Trump, Bolsonaro, Orban e Le Pen non hanno alcuna rappresentanza, non hanno una casa. Sono costretti a votare turandosi il naso, a non votare o a votare il meno peggio…

La stranezza italiana è tutto qua, in questa carenza di offerta politica, in questo scaffale vuoto nel supermercato delle idee.

Ho ritenuto opportuno riprendere integralmente il pezzo pubblicato sul sito Uffpost a firma di Filippo Rossi, leader di Buona destra, giornalista professionista, scrittore, operatore culturale ed editore: ha pubblicato per Marsilio “Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una Buona Destra”. Proprio dal libro è scaturita l’esperienza politica della Buona Destra, partito politico di stampo liberale, europeista e antisovranista.

Non avrei mai immaginato di dover prestare tanta attenzione a chi si dichiara apertamente di destra. Per me la destra era ed è tabù: è una questione etica e culturale prima che politica. A volte mi sono persino lasciato andare affermando provocatoriamente e paradossalmente che non avrei votato a destra nemmeno se la sinistra candidasse un erede di Adolf Hitler. Devo ammettere che il buon senso non ha colore politico e viene prima della politica. Quindi ho apprezzato l’articolo di cui sopra. Non voterò mai a destra, nemmeno la Buona destra di Filippo Rossi, ma capisco il salutare dramma di chi si sente orientato in tal senso per poi non trovare una degna rappresentanza politica.

Si sente bisogno di una destra di stampo liberale, europeista e antisovranista, ma non c’è, almeno in Italia. Devo ammettere però che si sente altrettanto bisogno di una sinistra riformatrice, progressista, popolare e moderna. Faccio molta fatica a individuarla, almeno in Italia. Dovrebbe essere il partito democratico, ma vedo che, fusione fredda o calda a parte, arranca e fa molta fatica, non riuscendo nell’intento.

Ricordo che quando si discusse in Parlamento la fiducia al primo governo Berlusconi, qualcuno dai banchi della destra gridò a Massimo D’Alema, allora esponente Pds o giù di lì: “Sentiamo nostalgia per il partito comunista…”. Lui, con la solita acutezza e con ammirevole presenza di spirito, rispose: “E io rimpiango la democrazia cristiana”. A buon intenditor poche parole.

 

Non sbilanciamo la bilancia

Politicamente e istituzionalmente parlando, viviamo sul filo del rasoio di un equilibrio fragile e precario basato su un governo tecnico di (quasi) unità nazionale, letteralmente e virtuosamente inventato dal Presidente della Repubblica a prescindere dai partiti, messi provvisoriamente un po’ dietro la lavagna, un po’ a sedere sui banchi di scuola.

Accantonare, seppure temporaneamente, la politica in senso stretto è in teoria un esercizio istituzionale abbastanza pericoloso, che potrebbe creare inopinati spazi di invadenza autoritaria seppure ammantata di tecnocrazia e burocrazia.  In pratica il pericolo è scongiurato dal garante istituzionale per eccellenza, quel Sergio Mattarella capace di rimproverare la politica senza accantonarla, di valorizzare le professionalità e le competenze prepolitiche senza scavalcamenti di ruolo.

Detto in estrema sintesi, Mattarella dal Quirinale sta facendo da contrappeso al peso di Draghi a Palazzo Chigi. La democrazia si basa anche su questi meccanismi assai ben dosati dalla Costituzione e ben praticati dall’attuale Presidente della Repubblica. Durante il semestre bianco, periodo nel quale il Parlamento è tenuto a bagnomaria e il ricorso alle urne è sostanzialmente impedito, il ruolo di Mattarella si sta accentuando ulteriormente, al punto da renderlo indispensabile anche in prospettiva.

Se infatti emerge la necessità di mantenere saldamente in sella il governo Draghi fino alla scadenza naturale della legislatura, vale a dire fino alla primavera del 2023, se quindi il peso governativo è destinato ad aumentare nel tempo e nella possibilità di guidare il Paese, dovrebbe parallelamente rafforzarsi il contrappeso quirinalizio: è presto per tagliare il cordone ombelicale che lega palazzo Chigi ben più all’utero quirinalizio che alla culla parlamentare.

Conclusione piuttosto lampante: l’ideale sarebbe che il binomio Mattarella-Draghi proseguisse senza fuoruscite e senza ribaltamenti. Il salto di Draghi al Quirinale farebbe pendere inevitabilmente la bilancia dalla parte della tecnocrazia fatta democrazia, con un governo tenuto a balia dal Presidentissimo, seppure presieduto da un nuovo personaggio a mezzo servizio. Diversamente Draghi dovrebbe chiudere la parentesi del governo tecnico, sciogliendo immediatamente le Camere per riaprire frettolosamente il discorso politico con tutte le incognite precedenti alla nascita della fase emergenziale, rivedute e scorrette.

Se alla presidenza della Repubblica dovesse andare un altro personaggio, capitato un po’ per caso, si verrebbe comunque a creare una discontinuità, che potrebbe portare ad un superpotere draghiano liberato dal necessario contrappeso mattarelliano, con il rischio di qualche cortocircuito istituzionale e di qualche equivoco politico.

La peggiore delle ipotesi sarebbe che addirittura entrambi i protagonisti di questa delicata fase della vita nazionale se ne andassero a casa, aprendo grosse incognite per il Paese improvvisamente orfano dei genitori adottivi e consegnato alle cure di incerti e impreparati parenti prossimi.

La lotteria delle candidature è cominciata all’insegna della irresponsabilità, basti pensare ai giochini berlusconiani, ai niet pentastellati, alle manovre leghiste e via discorrendo. Nella storia è sempre stato un po’ così anche se poi alla fine sono saltati fuori dei presidenti molto azzeccati. Questa volta però la situazione del Paese è molto più grave, la politica è molto più debole, i personaggi sulla scena sono qualitativamente e quantitativamente scarsi. Ecco perché buttare all’aria il castello mattarellian-draghiano è molto pericoloso e altamente sconsigliabile.

 

Il fasciocalcio

Ai sostenitori della Lazio è stata proibita la trasferta a Marsiglia per la sfida di giovedì in occasione della quarta giornata di Europa League «a causa dei ricorrenti comportamenti violenti tenuti da certi tifosi nei pressi dello stadio e nei centri delle città che ospitano le partite», oltre «alla ripetuta intonazione di canti fascisti e all’esibizione di saluti romani». È la motivazione contenuta in un’ordinanza del ministero dell’Interno francese che vieta «ai tifosi della Lazio o a chi si presenta come tale» non solo l’accesso allo stadio Velodrome di Marsiglia e la circolazione o lo stazionamento negli arrondissements centrali della città, come era stato indicato nei giorni scorsi, ma persino «l’ingresso in Francia dai posti di frontiera stradali, ferroviari, portuali e aeroportuali» da mercoledì 3 a giovedì 4 novembre.

Se a qualcuno potesse mai interessare il mio parere, sono perfettamente d’accordo con il ministero francese. La convivenza degli italiani con i cugini francesi e viceversa non è mai stata troppo facile e serena: ci si odia cordialmente. Ricordo come mia sorella, nella sua solita schiettezza di giudizio, una volta si lasciò andare e parlò di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto.   Un conto è essere superiori su basi oggettive, un conto è ritenersi aprioristicamente migliori. Sono convinto che la Francia, come del resto l’Italia, abbia parecchi scheletri nell’armadio da nascondere e invece di cercare l’alleanza con i Paesi più simili, con cui instaurare collaborazioni e solidarietà, preferisca la fuga in avanti verso la Germania: della serie “è meglio leccare i piedi ai tedeschi” che condividere “la puzza dei piedi” con gli italiani.

Non la sto buttando in politica, anzi ammetto che questa volta la stronzata, se stronzata c’è stata, si è rivelata molto azzeccata. È ora di finirla con gli stadi occasione di violenza e dove c’è violenza ci sta perfettamente anche il fascismo con tutto il suo contorno.

La dura reazione della Lazio alla nota del Ministero degli Interni di Parigi risulta patetica. La Lazio prende posizione contro quella che ritiene essere una «inaccettabile offesa gratuita a tutta la tifoseria biancoceleste e alla Società stessa, che ha sempre combattuto con azioni concrete i comportamenti violenti ed ogni tipo di discriminazione, dentro e fuori gli stadi», A sorprendere è il contenuto delle motivazioni, in cui tra un passaggio e l’altro si fa riferimento al «comportamento violento di certi gruppi di tifosi della Lazio» e a «l’abitudine» di alcuni supporters biancocelesti di «intonare canti fascisti e di fare il saluto nazista». Aspettando «un chiarimento da parte delle istituzioni francesi ed una presa di posizione netta della nostra diplomazia verso espressioni di qualunquismo che dovrebbero indignare tutti gli italiani», la Società Sportiva Lazio sottolinea nella nota che «ha sempre posto in essere iniziative tese a promuovere i principi valoriali dello sport ed il superamento di tutti gli steccati di carattere sociale, culturale, economico, etnico e religioso come è stato ampiamente riconosciuto anche ai massimi livelli istituzionali», ricordando come peraltro «la violenza negli stadi è un fenomeno purtroppo ancora diffuso e preoccupante, a partire da quanto è accaduto recentemente proprio al Velodrome di Marsiglia».

Siamo d’accordo, un filino di stronzaggine c’è e può anche dare fastidio, ma le autorità francesi hanno toccato nel vivo e sarebbe molto meglio che la Lazio facesse un serio esame di coscienza e la smettesse di vezzeggiare una tifoseria da tempo inaccettabile nei suoi comportamenti e nelle sue nostalgie.

Mio padre, quando capitava di ascoltare qualche notizia riguardante provocazioni fra nazioni, incidenti diplomatici, contrasti internazionali, era solito commentare: “S’ag fis  Mussolini, al faris n’a guera subita. Al cominciaris subit a bombardar”.  Forse la Lazio, quando chiede “una presa di posizione netta della nostra diplomazia verso espressioni di qualunquismo che dovrebbero indignare tutti gli italiani”, desidera sotto-sotto dalle autorità italiane che ne facciano un casus belli, auspicando una politica della reciprocità per la quale i tifosi laziali sono bravi e buoni nella misura in cui anche quelli marsigliesi non sono certo stinchi di santo? Finiamola con queste penose difese d’ufficio e cerchiamo di avere il coraggio di rispondere al meritatissimo schiaffo francese porgendo l’altra guancia di una seria azione di pulizia etica della tifoseria calcistica (persino lo stesso termine di tifoseria sarebbe da eliminare…).

 

La politica della mano aperta

È, almeno per me, consolante e incoraggiante vedere i responsabili delle nazioni riuniti per dialogare sui problemi del pianeta in un clima umanamente e simpaticamente disteso. Lasciamo perdere il fatto che in queste occasioni ci sia un’eccessiva ritualità, una spettacolarizzazione nella mobilitazione delle misure protettive, un certo e lussuoso spreco di risorse, una penosa mobilitazione mediatica.

Mio padre avrebbe detto con riferimento alla cena di gala offerta al Quirinale: «Co’ garani dè da magnär? Dò sigòlli da po pociär?». Poi però avrebbe sicuramente aggiunto: «Mej acsì. Is càton insèmma par ciciarär e magnär e… sperama chi tenon lontán il guéri».

La politica anche e soprattutto a livello internazionale può adottare infatti la chiave conflittuale o quella solidale, basarsi sull’intolleranza o scommettere sull’integrazione e sulla solidarietà.

Richiamando la battuta di mio padre più volte citata “s’a t’ tén la man saräda a né t’ cäga in man gnan ‘na mòsca “, bisognerebbe nel primo caso stravolgerla in “s’a t’ tén la man saräda nisón a t’ gnirà a rompor i cojón”.

La politica, scegliendo la prima strada, prende atto degli egoismi individuali e sociali, se ne appropria, li coltiva, li promuove anche e soprattutto a livello mediatico e li trasferisce sul piano legislativo, amministrativo e persino istituzionale.  Faccio solo un esempio: pensare di risolvere il problema dell’immigrazione creando barriere, mettendo paletti, respingendo i flussi (regolarli in un certo modo vuol dire respingerli: se io fisso una regola con la quale ammetto in casa mia le persone alte più di due metri non potrò dire di essere ospitale. Viene in mente il cartello esposto in certi negozi in cui si fa credito ai novantenni accompagnati dai genitori). È illusorio oltre che ingiusto, se non addirittura, a volte, masochistico.

Questa deriva conflittuale viene presentata come linea difensiva dei valori (quali sono i valori che prendono spunto dall’egoismo?), delle regole (quali? Quelle assurde dette in precedenza? Quelle che partono sempre dall’anello più debole della catena? Quelle che risolvono il problema negando che esista?) e del vivere civile (e cosa vuol dire che chi è in difficoltà non deve disturbare?).

Ho detto due strade: la seconda è quella solidale, che al conflitto preferisce l’integrazione, alla difesa l’apertura, al rigorismo il dialogo, e via di questo passo. Avrete capito che io mi sento di aderire a questa mentalità prima ancora che a questa linea politica: della “mano aperta” che proclamava e praticava mio padre.

Oggi si chiama multilateralismo: un insieme di azioni o comportamenti coordinati di Stati o altri soggetti di relazioni internazionali che coinvolgono almeno 3 interlocutori. Si contrappone all’unilateralismo e al bilateralismo sia dal punto di vista quantitativo (numero degli attori coinvolti in questioni di rilevanza internazionale) sia da quello qualitativo. Il multilateralismo consiste nell’orientamento ad assumere politiche comuni e coordinate in luogo di decisioni unilaterali o azioni bilaterali. Accordi multilaterali precisano le modalità per l’attuazione di azioni comuni mediante la creazione di codici di comportamento, regole, norme e istituzioni cui vengono attribuiti poteri gestionali e decisionali al fine di concretizzare gli accordi.

Il recente G20 celebrato a Roma, bene o male, si inserisce in questa logica partendo dal presupposto, se non ideale almeno pragmatico, che nessuno può bastare a se stesso, nessuno può illudersi di risolvere i problemi in proprio senza confrontarsi e collaborare con gli altri. Sembrerebbero discorsi scontati, ma la storia è stata ed è tuttora carica di esempi in grave controtendenza rispetto a questo presupposto.

Che il nostro Paese sia convinto promotore di questa linea di politica internazionale deve essere di grande soddisfazione. Certo di chiacchiere se ne fanno molte e ad esse non sempre corrispondono concreti comportamenti. Meglio però chiacchierare di pace che concretizzare le guerre.