Aberlusconiano, pietoso ma guardingo

Mi sono sempre considerato e definito un aberlusconiano: il cavaliere è un personaggio completamente estraneo alla mia cultura ed alla mia mentalità, indegno di qualsiasi attenzione e considerazione. Quando una persona non esiste non la si può nemmeno combattere, ecco perché non sono antiberlusconiano. E il pensare che abbia preso per il sedere milioni di italiani mi mette tanta tristezza e tanta compassione per i miei connazionali.

Mi sono sforzato di ignorarlo fin quando non ha cominciato a profilarsi un vero e proprio regime e allora mi sono permesso il lusso di scrivere un libretto per esaminare se berlusconismo facesse rima con fascismo: le conclusioni che ho tratto a suo tempo sono consultabili sul mio sito alla sezione “libri”.

È passato molto tempo e Berlusconi è ancora sulla cresta dell’onda e io sono ancora qui a sfogliare la margherita: aberlusconiano o antiberlusconiano. Ho trovato un compromesso con me stesso: me ne occupo, prendendolo a paradigma del decadimento generale della politica italiana. Se tutti ancora ne parlano, se il centro-destra fa finta di piangere sul leader perduto, se il sistema, tutto sommato, si sente (quasi) orfano di questo squallido personaggio, se i media, anche quelli non di sua diretta o indiretta emanazione, ne continuano a parlare, se lui può permettersi il lusso di ipotizzare per se stesso una candidatura alla presidenza della Repubblica, significa che siamo veramente messi molto male. Una penosa e sconfortante prova del nove del come siamo caduti in basso.

Mio padre non ha fatto in tempo a prendere in considerazione Berlusconi, ha avuto la “fortuna” di spegnersi mentalmente prima che lui salisse “al trono”, quindi mi manca un prezioso riferimento critico al riguardo. Posso solo immaginare quale sarebbe stato il suo sintetico e sarcastico giudizio: “Al me fa pietä”. Non so se la meriti, ma gliela possiamo concedere. In questi ultimi tempi lui sta facendo di tutto per giocarsela, vuole tornare ad essere protagonista fino alle estreme conseguenze. Mi sto chiedendo il perché.

Scarto in partenza la dellutriana metafora del nonno che gira per casa in mutande: non si tratta di attacchi di arteriosclerosi, semmai si potrebbe parlare di megalomania sfociata in vera e propria follia. Non mi sento di liquidare la faccenda in chiave sanitaria ed auguro sinceramente al cavaliere di vivere ancora a lungo con il cervello a posto.

E allora? La curiosità rischia di superare la ritrosia aberlusconiana. Ho provato a ragionare in un divertimento innocuo per bambini non scemi, ma capricciosi. Di qui sono uscite alcune ipotesi che provo a delineare.

  1. Berlusconi ci crede veramente, le sta provando tutte per chiudere alla grande la sua avventura politica. A livello europeo – sa benissimo infatti che le mosse politiche italiane devono trovare un minimo di compatibilità con la realtà europea – cerca di conquistare la sponda o almeno la neutralità del partito popolare, aggirando l’ostacolo che un tempo aveva preso di petto perdendo dignità prima che credibilità.  La “culona” Angela Merkel se ne sta andando e quindi ci può essere posto per un “cazzone” (chiedo scusa della scurrile esemplificazione, ma credo sia piuttosto significativa).

Fuori casa potrebbe bastare uno stiracchiato pareggio con tanto di palla scagliata in tribuna, ma in Parlamento bisognerà trovare i voti, fare gol e farne parecchi. Sulla carta, anche ammettendo che tutti i grandi elettori riconducibili all’area di centro-destra si schierassero a suo favore, i numeri non ci sarebbero. Occorrerebbe un aiutino dai franchi tiratori, che peraltro hanno quasi sempre giocato un ruolo importante o addirittura decisivo nelle elezioni del presidente della Repubblica. Corrono al riguardo voci che hanno del paradossale e dell’incredibile, mi riferisco all’eventuale appoggio da parte dei renziani: sarebbe un granguignolesco colpo di teatro da mettere i brividi solo al pensarci.

C’è sempre il mercato dei voti, peraltro già sperimentato nel passato: questa eventualità è stata presa in (seria) considerazione da una gag crozziana in cui Berlusconi ammette di non avere capienza immobiliare sufficiente per garantirsi l’elezione alla maniera delle olgettine, il cui silenzio sarebbe stato a suo tempo comprato a caro prezzo ed a suon di appartamenti regalati (tornano fuori i guai giudiziari del cavaliere che non sono ancora terminati).

C’è anche in atto un rimescolamento generale della situazione partitica in cui tutto può succedere a livello di voltagabbanismo e di opportunismo spinto al parossismo. Un conto però è parlare di voti un conto è conquistarli veramente: forse Berlusconi non è nemmeno il miglior offerente sul mercato, non ha più infatti grandi cadeau politici da offrire a destra e manca e rischia di inimicarsi i famigliari e di picconare il suo castello finanziario sperperando denaro fresco in un’avventura molto oscura e fradicia.

La gara, ammesso e non concesso che sia agibile in questo momento storico una striminzita elezione presidenziale a ristretta maggioranza, sarebbe comunque molto dura al limite dell’impossibile anche per un prestigiatore come Berlusconi.

 

  1. Arriva allora la seconda ipotesi, molto più realistica e meramente bottegaia. Berlusconi vuole sedersi al tavolo e gli basterebbe picchiare il pugno della sua candidatura di bandiera per spaventare tutti e porre alcune condizioni per il suo ritiro dall’agone e per l’appoggio ad altro candidato di suo gradimento. E quali potrebbero essere le contropartite? Ce ne potrebbero essere di inconfessabili e di lecite. Sulle prime non oso andare a parare anche se non è difficile immaginarle. Sulle seconde si potrebbe arrivare alla nomina a senatore a vita: un modo indolore per togliersi definitivamente dalle palle questo scomodo personaggio. Ma il do ut des potrebbe prevedere numerose varianti al tema: da qualche ministero chiave (per gli interessi delle sue aziende) nei futuri governi a qualche nomina di suoi uomini in enti di importanza vitale. Però le complicazioni sarebbero molto consistenti al livello di centro-destra. Salvini e Meloni hanno intenzione di giocare la partita su un altro campo non accontentandosi del campetto di Arcore. E qui cascherebbe il secondo asino.

La mia fantasia finisce, quella di Berlusconi è certamente più vivace. Cosa avrà in mente il cavaliere. Di una cosa si può stare certi: avrà ben presenti solo ed esclusivamente i suoi interessi. È sempre stato così e il trappolone, in cui sono caduti in tanti, consisteva nel pensare che chi è così capace di curare i propri affari sia altrettanto in grado di curare quelli del Paese. Oggi il tranello potrebbe ripetersi con un Parlamento che accettasse, in fin dei conti, Berlusconi-presidente quale ottimo viatico per il ritorno a pieno regime della politica consistente in un sostanziale liberi-tutto affaristico o giù di lì: un ottimo investimento per chi si vuol parare il culo e per chi la vuole mettere nel culo agli italiani. Ritorno precipitosamente ad essere aberlusconiano: è meglio! Anche per evitare di essere scurrile.

 

Le balle dei governatori regionali del piffero

Cresce il pressing delle Regioni sul modello Austria contro i no vax, ma il governo frena. La preoccupazione legata all’aumento dei casi Covid in Italia e il timore che proprio a ridosso delle festività di Natale o, comunque, subito dopo la situazione si possa aggravare con l’ipotesi di nuove restrizioni allarma i governatori, che chiedono al governo di non scartare a priori, anzi di prendere in considerazione, la possibilità di prevedere sul territorio nazionale misure restrittive valide solo per i non vaccinati. Palazzo Chigi frena su questa ipotesi: “Non è allo studio nessuna stretta sul modello austriaco per i non vaccinati”. affermano fonti di governo spiegando che i dati del contagio in Italia non sono paragonabili a quelli dell’Austria, che la situazione nelle terapie intensive ad oggi è sotto controllo e che continua il monitoraggio dei dati, con una valutazione prevista a dicembre.

Ma il tema prende piede anche tra i partiti e una parte della maggioranza apre all’ipotesi sponsorizzata dalle Regioni. “In caso di nuove limitazioni o di passaggi di colore il governo applichi le restrizioni solamente a chi pur potendosi vaccinare non lo fa”, afferma Licia Ronzulli di Forza Italia. “Mi piacerebbe che l’Italia adottasse lo stesso modello dell’Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino”, è la linea di Matteo Renzi. Nel Pd si invita a non precipitare e poi, c’è chi fa osservare tra i dem, si rischierebbero scelte incostituzionali. Dunque, meglio insistere sulla campagna vaccinale e convincere gli indecisi. Ma è chiaro, osserva ad esempio Francesco Boccia, “che se i 7 milioni di non vaccinati oggi vaccinabili passeranno l’inverno senza copertura determineranno un appesantimento delle reti sanitarie che danneggerà tutti, trascinando l’intero Paese a Natale in rosso”. A spingere sono in particolar modo i governatori di centrodestra. “Se ci sono restrizioni siano per tutti tranne che per i vaccinati”, incalza il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga che annuncia che “giovedì discuteremo in conferenza regioni eventuali misure restrittive”, come ad esempio “se un territorio dovesse passare di colore i vaccinati avranno maggiore libertà rispetto ai non vaccinati”. 

Ho ripreso alcune notizie di cronaca politica per arrivare a considerazioni piuttosto amare, secche e, se proprio si vuole, distruttive. Innanzitutto non ne posso più del protagonismo inconcludente e contraddittorio delle regioni e dei loro governatori. La pandemia ha ulteriormente scoperto l’altarino del sostanziale fallimento dell’ordinamento regionale: un’Italia a macchia di leopardo, un leopardo che tende più a sbranare il tessuto socio-economico della nazione piuttosto che a difenderlo e valorizzarlo. Anziché continuare a rivendicare voce in capitolo, cerchino di armonizzarsi fra di loro e di amministrare al meglio la sanità in gran parte dipendente da loro.

In questo momento stanno mettendo le mani avanti per non cadere o meglio stanno fasciando la testa agli italiani prima che cadano. Gira e rigira, se ci sarà una recrudescenza pandemica, sarà tutta colpa dei non vaccinati e saranno questi a dover pagare il conto salato del casino pandemico generale. L’importante infatti sarà non fermare di nuovo il macchinone, mettendo a carico dei non vaccinati tutte le conseguenze di una sconclusionata e forzata corsa verso la ripresa economica.

Sull’altare del sistema economico bisognerà immolare qualche vittima sacrificale: e chi meglio dei testardi e recalcitranti cittadini che non se la sentono di correre il rischio della vaccinazione. Dopo essere additati come gli untori dell’ondata virale di ritorno, verranno messi in lock down o quarantena preventiva, condannati a risarcire il danno senza alcuna dimostrazione di averlo provocato.

Finalmente abbiamo il colpevole. Untore era un termine utilizzato nel Cinquecento e nel Seicento per indicare chi si riteneva diffondesse volontariamente il morbo della peste spalmando in luoghi pubblici appositi unguenti venefici. Le credenze sugli untori ebbero particolare diffusione durante la grande peste del 1630, immortalata da Manzoni nel romanzo I promessi sposi e divenuta nota, per questo, come peste manzoniana. La storia si ripete nella sostanza anche se con forme diverse.

Piuttosto che continuare con questo assurdo can-can contro i no vax, non sarebbe più serio e dignitoso affrontare la questione di petto e introdurre l’obbligo della vaccinazione? Sarebbe costituzionale? Imporrebbe alla Stato di risarcire i cittadini per le eventuali conseguenze dannose in capo ai vaccinati? Basterebbe la liberatoria che tutti stanno già firmando con fatalistica rassegnazione? E come si potrebbe fare a snidare i trasgressori? E come si dovrebbero sanzionare? Con una quarantena perpetua?

No, meglio continuare come si sta facendo. Meglio la minaccia e la colpevolizzazione a vanvera piuttosto di una punizione vera. Minacciare infatti è molto più facile e sbrigativo in confronto ad un regolare processo di incriminazione e sanzionamento. Per il momento i governatori regionali hanno inviato un surrettizio avviso di reato ai non vaccinati, alla faccia dell’ordinamento istituzionale italiano: si sono montati la testa, si stanno candidando a magistrati, a governanti totali, a scaricabarile, a buoni a nulla sedicenti capaci di tutto. Sarebbe meglio che rendessero conto del niente combinato nel potenziamento della sanità dallo scoppio del covid in avanti.

Da tempo osservo con insofferenza e grande scetticismo il governatore regionale emiliano, quel tal Stefano Bonaccini peraltro da me convintamente votato. Questo signore gioca da tempo a fare il fenomeno, il primo della classe in materia sanitaria. Se continua così, la prossima volta, ammesso che possa e voglia candidarsi a questo ruolo, il mio voto se lo sogna. Non è vero infatti che in Emilia le cose vadano benissimo, che tutto funzioni al meglio: provate a prenotare una visita specialistica e ve ne accorgerete. Io da tempo non ci provo neanche, vado a pagamento, anche se non è giusto. Cosa voglio dire, facendo magari anche un po’ di confusione? Meglio che ognuno svolga il suo ruolo e la smetta di pontificare contro Tizio e contro Caio. Era molto meglio ad esempio che non venissero smantellate le strutture vaccinali approntate con fatica: ora si ricomincia daccapo con il solito casino. E il generale Figliuolo sarà bene che faccia più la parte del figlio prodigo anziché quella del padre misericordioso. Io comunque, in senso anti-evangelico, mi iscrivo a svolgere la parte del figlio maggiorenne che torna dal lavoro nei campi.

Fino a qualche tempo fa vigeva l’obbligo del voto a pena di essere esclusi dal godimento di certi diritti di natura pubblica: si voleva così indurre alla democrazia usando metodi anti-democratici. Poi ci si è finalmente accorti che il gioco non valeva la candela. Oggi si vuole imporre, direttamente o indirettamente, l’obbligo alla vaccinazione anti-covid, sarebbe meglio dire alla sperimentazione globale del vaccino anti-covid, per risanare la collettività da un virus purtroppo a volte mortale e comunque molto incidente sulla salute dei cittadini. Il gioco varrà la candela? Non vorrei che fra qualche tempo si scoprisse che gli effetti del vaccino sono molto pericolosi. No, questo non ce lo diranno mai, perché scoppierebbe la rivoluzione. Così come fino ad ora non ci è stata detta la verità, perché sarebbe scoppiato il panico.

Mio padre diceva che forse è meglio non sapere certe verità. Aveva ragione?  Non lo so, ma temo di sì, anche se io, pur dando per scontato di non sapere la verità, sono portato a non  credere alle balle che stanno in poco posto, come quella degli untori no-vax.

Il rai-barman impazzito

Non c’è governo Draghi che tenga, la Rai resta purtroppo un penoso, costoso ed ingombrante carrozzone, contro cui si infrangono tutti i tentativi di cambiamento. Anche il nuovo amministratore delegato Carlo Fuortes, scelto come moralizzatore di un autentico casino, si sta adeguando. Il balletto delle nomine alla testa dell’informazione sta dimostrando che anche in Rai, cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia e la sua qualità resta inversamente proporzionale alla quantità di risorse sprecate.

Sembra che Fuortes abbia letteralmente perso la bussola, riuscendo a scontentare tutti, sostituendo la lottizzazione classica con un cocktail di nomine dal sapore equivoco, varando un organigramma in cui nessuno si riconosce, proponendo una girandola di direttori tale da perderci la testa.

Stando alle ricostruzioni, alle dietrologie e alle gufate giornalistiche (il sussidiario.net), “il dossier delle nomine dei nuovi direttori della Rai avrebbe fatto infuriare nello stesso momento Draghi e Conte. Carlo Fuortes può considerarsi soddisfatto, è riuscito dove nessuno dei suoi autorevoli predecessori si era mai spinto: mettersi contro in un sol colpo il presidente del Consiglio, nonché principale candidato alla presidenza della Repubblica, e il capo di quello che rimane il principale partito che siede in parlamento, per quanto malmesso nei sondaggi e dissanguato da continue scissioni. (…) Che Conte non sia così ostile al voto dopo l’elezione del capo dello Stato è abbastanza scontato. Che questo sia lo stesso interesse di Salvini e della Meloni è chiaro anche ad un bambino. Non si capisce perché Letta dovrebbe essere contrario, visto che vedrebbe, nel peggiore dei casi, raddoppiati i propri eletti. Insomma, anche gli irriducibili hanno capito che si aspetta solo l’incidente per far cadere il castello di carta. E questo della Rai ci assomiglia assai”.

Questa volta la pantomima si è tinta di rosa: ormai le donne fanno da alibi al sistema, non contribuiscono minimamente a cambiarlo in meglio. Prendo ad esempio quello che, a mio giudizio, è il punto più scandaloso nel campo dell’informazione Rai: il carrozzone nel carrozzone, l’esercito degli inutili giornalisti, cronisti, commentatori, chiacchieroni sportivi. Mi sarei aspettato un taglio netto a questo baraccone, invece sulla vomitevole torta ci si è limitati a mettere la ciliegina rosa, una direttrice donna che coprirà tutto e tutti.

E intorno alla torta si scandalizzano i partiti, il sindacato (Usigrai), i consiglieri di amministrazione, persino il governo fatica a capirci dentro qualcosa: una ignobile e generale finzione a copertura del continuato delitto di lesa opinione pubblica. A volte i provvedimenti che scontentano tutti sono i migliori, non credo sia questo il caso. Come si stava bene quando la Rai aveva una rete unica in cui si sapeva chi comandava…! Allargare il bottino non ha fatto altro che complicare la questione della sua spartizione. Un po’ di qualunquismo di ripiego è inevitabile.

Ritorno brevemente sul discorso sportivo, anche perché è l’unico punto d’attacco rimastomi: continua a piacermi lo sport nonostante tutto, nonostante la RAI sia protagonista di una vera e propria sbornia televisiva con le telecamere a scrutare ed a moviolare ad libitum, con i salotti televisivi prima, durante e dopo la partita. Un tempo di cronista c’era Nicolò Carosio e poco più, ben lontani dalle attuali schiere di giornalisti, commentatori tecnici, esperti, moviolisti, combinati in polpettoni stomachevoli che alla fine riescono a falsare l’avvenimento (altro che i quasi goal di Carosio).

Chiedo umilmente scusa se mi permetto di insistere, ma è l’occasione per pulirmi un po’ in bocca, per ridicolizzare quanto succede in TV durante un incontro di calcio: un gruppo di giornalisti ed esperti nello studio centrale, un duetto per il prepartita, un duetto per la cronaca, con altri due cronisti ad osservare le mosse urlanti degli allenatori, una equipe per commenti e interviste durante l’intervallo ed alla fine. A parte il costo di tali sovrastrutture, che qualcuno direttamente o indirettamente paga (canone, pubblicità, etc. etc.), non sono sicuro che il povero telespettatore al termine ricordi il risultato dell’incontro, stordito dalla sarabanda di parole, immagini (replay che si sovrappongono alla diretta), critiche, schemi di gioco, interviste, pareri etc. etc.

Mio padre, per evitare accuratamente le sbornie mediatiche in materia calcistica, pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose. L’unica eccezione era la lettura dell’opinione di Curti, pubblicata sul quotidiano locale del lunedì, un commento essenziale ed equilibrato che finiva, quasi sempre, con la solita sconsolata espressione “un’altra partita da dimenticare”. E mio padre chiosava: “Pri tifóz dal Pärma a gh vól la memoria curta”.

Speravo in Mario Draghi, contavo che potesse sfrondare, tagliare, moralizzare, che potesse riportare ad un minimo di decenza la gestione della Rai. “Un’altra occasione perduta, un’altra partita da dimenticare”. “Pri tifóz ‘d la politica séria a gh vól la memoria curta”.

 

 

Mattarella e Paganini

Sembra ormai assodato che Sergio Mattarella non abbia alcuna intenzione di accettare un eventuale reincarico da Presidente della Repubblica. La motivazione ufficiale è di carattere istituzionale, se non addirittura costituzionale: non è opportuna una replica del settennato, molti lo hanno autorevolmente sostenuto in passato, sarebbe addirittura auspicabile una modifica in tal senso della Carta costituzionale.

Mi permetto di non essere d’accordo. Perché, se un presidente, a giudizio del Parlamento, organo competente in materia di elezione del Capo dello Stato, ha ben operato e merita la conferma anche alla luce della situazione generale del Paese bisognoso di continuità, non consentire il bis, assimilando l’inquilino del Quirinale ad un Paganini qualsiasi? Ci possono essere sessanta motivi a favore e sessanta motivi contro la conferma, meglio pertanto lasciare decidere al Parlamento, come nel silenzio prevede la Costituzione, difficilmente discutibile e riformabile.

Mattarella lascia poi intendere una motivazione di carattere umano: la stanchezza dopo un lungo e snervante periodo zeppo di difficoltà di ogni genere e quindi la conquista di un meritato riposo considerata l’età avanzata. Anche qui mi permetto di dubitare. Non vedo nell’uomo Mattarella evidenti segni di logoramento psico-fisico, mentre l’età non è di per sé un elemento decisivo sullo stato di salute della persona. La stanchezza sarà innegabile, ma, siamo sinceri, il presidente della Repubblica ha a sua disposizione un esercito di consiglieri e collaboratori all’altezza della situazione, in grado di consentirgli uno svolgimento piuttosto tranquillo dei suoi compiti istituzionali e politici. Quanto alle uscite ed alle esternazioni, dove è scritto che il Capo dello Stato debba galoppare da un evento all’altro, da un incontro pubblico ad una visita all’estero, fare un discorso al giorno o addirittura due o tre prima o dopo i pasti. Un tempo il presidente della Repubblica taceva molto. Un mio simpatico amico ai tempi del Presidente Gronchi aveva coniato un emblematico soprannome: “Giovanén tajanastor”. Non voglio che Mattarella interpreti il ruolo in chiave minimalista, ma, senza esagerare e dosando le forze, potrebbe, a mio giudizio, proseguire tranquillamente il suo lavoro.

Siccome ho un’altissima stima e considerazione per lui devo ammettere francamente che le suddette ostentate e reiterate motivazioni non mi convincono. Troppo intelligente per semplificare maldestramente la Costituzione, troppo serio e responsabile per ripiegare su passatempi innocui per vecchietti affaticati e oppressi. Non voglio fare della dietrologia: ce n’è fin troppa, oltre tutto molto banale e sguaiata. Mi permetto solo di azzardare due diverse ragionate e ragionevoli serie di ipotesi.

La prima è legata al governo presieduto da Mario Draghi di cui Mattarella è l’indubbio ispiratore e mentore. Mi faccio una domanda: sarà soddisfatto dell’operazione in corso? Condividerà il protagonismo assoluto di Draghi? Temerà che la politica, messa provvisoriamente in cantina, possa ammuffire e diventare un ferro vecchio inutilizzabile? Sarà d’accordo nel vedere un governo sempre più avviato verso un premierato di fatto che bypassa i partiti e si mette in collegamento diretto con una popolazione tutta comprensibilmente affaccendata nello schivare il ciclone Covid, che peraltro non accenna a diminuire di intensità? I suoi interventi lasciano trasparire, seppure in filigrana, la preoccupazione per la portata sociale dei problemi di fronte ad un governo che tende, per sua naturale vocazione, ad affrontarne gli aspetti economici ed emergenziali, trascurando o per lo meno sottovalutando il dialogo con le forze sociali. Detta in modo un po’ meno elegante, ci sarà il timore che le riforme tanto sbandierate, dal fisco al sistema pensionistico, possano finire in cavalleria sotto una montagna di euro che partorirà il topolino di una ripresa economica assai poco equa e redistributiva? La liaison con Draghi si è andata indebolendo? Il matrimonio sta uscendo dalla luna di miele ed evidenzia due visioni politiche molto diverse, che strada facendo potrebbero diventare incompatibili? Non ho risposte, ma le domande incalzano e fanno sorgere non pochi dubbi.

La seconda ipotetica serie, che mi permetto surrettiziamente di sollevare, riguarda il sistema politico e partitico. La debolezza della politica era ed è talmente evidente da aver indotto opportunamente il Presidente della Repubblica a mandarla in vacanza per un periodo di cura ed ossigenazione. Non vorrei che Mattarella temesse che la terapia possa diventare peggio della malattia e che la politica venga gradualmente relegata in una casa di riposo da cui si rischia di non uscire vivi. Ragion per cui meglio ricorrere ad altri medici prima che sia troppo tardi: l’attuale medico potrebbe avere esaurito la spinta e la fantasia terapeutiche necessarie. Gli inviti a rimanere in sella, formulati ad ogni piè sospinto dalla gente, affascinata più dalla impoliticità del personaggio che dalla sua caratura istituzionale, possono essere un’arma a doppio taglio e diventare un vero e proprio boomerang per il sistema nel suo complesso. Persino un pronunciamento parlamentare pressoché unanime potrebbe nascondere, dietro un atteggiamento dettato da piaggeria populista, il maldestro tentativo per la politica di guadagnare tempo in attesa della pensione (nella peggiore delle intenzioni) e/o del rimescolamento delle carte truccate (nella migliore delle ipotesi).

Tutte queste argomentazioni saranno sicuramente presenti alla sensibilità e profondità mattarelliana. Certo, se il Presidente nutrisse, pure in minima parte, i dubbi che mi sono permesso di sollevare, avrebbe oltre modo ragione di respingere sul nascere ogni e qualsiasi proposta di rimanere per far contenti i tanti che lo tirano per la giacca, ma finendo col compromettere un’encomiabile e programmata (?) coltivazione, pretendendo una raccolta prematura o, ancor peggio, una reiterata seminagione fine a se stessa.

 

L’assolutismo aggressivo e il fatalismo difensivo.

In questi giorni mi viene spontanea una ricorrente riflessione, che si attaglia alla surreale situazione pandemica che stiamo vivendo, se proprio si vuole, anche al provocatorio documento femminista contro il papa nominato “misogino dell’anno” ed ai fatti del giorno che tento di commentare a modo mio.

La verità non è monopolio di nessuno, nemmeno del papa, nemmeno a maggior ragione dei politici, dei virologi e men che meno dei giornalisti (specie quelli alla Bruno Vespa). Per me credente, su questa terra la verità consiste in una ricerca alla luce del Vangelo e della propria coscienza (ecco perché ammiro molto Massimo Cacciari in quanto, pur con tutti i suoi difetti e pur non essendo credente, ha il coraggio, a volte fin troppo, di misurarsi in questa ricerca e di incazzarsi con chi pretende di non lasciarglielo fare): non è facile mettere in collegamento queste due fonti. In fin dei conti tutta la nostra sofferenza è riconducibile a questa sfida che troverà compimento nell’aldilà, quando conosceremo la verità tutta intera. In quel momento rivedremo la nostra vita e forse ci sarà da dare la testa contro il muro per tutti gli errori commessi. Diremo: “Era tutto così facile…”.

No, non è facile, ma bisogna sforzarsi di fare questa difficile sintesi. Sto facendo della filosofia spicciola e della religione a mio uso e consumo. Gira e rigira bisogna tornare, senza integralismi di sorta, al Vangelo. Mettiamola così! Ricordo come don Gallo, a colloquio inquisitorio con un alto prelato, di fronte alle contestazioni sul suo comportamento trasgressivo, disse: “Cerco soltanto di applicare il Vangelo…”. Al che il curiale perbenista rispose spazientito: “Se la metti su questo piano…”. “E su quale piano la dovrei mettere?” concluse don Gallo.

Per alleggerire il discorso, per sopravvivere alle psico-torture più mediatiche che scientifiche, più allarmistiche che realistiche, più gattopardesche che rivoluzionarie, forse un po’ di (in)sano fatalismo non guasterebbe. Vado in prestito da mio padre, che rischiava di scantonare addirittura nel cinismo.

In materia di lotta alla corruzione diceva con malcelato sarcasmo: «Bizoggna butär in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione da osteria della visione affaristico-massonica della nostra società.

Riguardo ai problemi igienici affermava sconsolatamente: “Se vón l’andiss a veddor cò sucéda in cuzén’na, al n’andriss pu a magnär in tratorìa”. Mi sovviene questa battuta quando sento parlare di blitz dei Nas nei ristoranti. Ci sarebbe forse paradossalmente da preoccuparsi più per la sporcizia che regna in certe cucine che del contagio virale in sala da pranzo. Di green pass ce ne vorrebbero parecchi: uno scambio alla pari, una vera e propria inflazione…

Di fronte agli insistenti messaggi statistici sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva forse anche per mettere fine ai pietismi di maniera che non servono a nulla e vanno molto di moda, anche a livello pubblicitario.

In materia sanitaria osservava con rassegnazione: “Se von al léziss il cartèn’ni al ne toriss pu ‘d medzèn’ni”. Tutti i farmaci hanno tali e tante controindicazioni da mettere i brividi e forse ci ammaliamo di più per gli effetti indesiderati dei medicinali che a causa delle malattie. Il discorso assai poco scientifico, ma molto realistico vale naturalmente anche per i vaccini, figuriamoci per quello anti-covid sperimentato “alla viva gli immunologi e le case farmaceutiche”. Mio padre si sarebbe chiesto: “Ani miga fat un po’ tròp a la zvèlta a catär al vachén? Prést e bén i stan mäl insèmma”.

Esiste un allarmante studio diffuso in questi giorni e ripreso da alcuni organi di stampa. Nel lungo e documentato articolo si vuole offrire «una stima realistica degli effetti avversi dei vaccini anti-Covid e del rapporto rischi-benefici». I risultati sono terribili, perché emerge che, dopo aver inoculato dosi di Pfizer, Moderna o Astrazeneca, ci sono stati molti più morti rispetto a quelli registrati con altri vaccini. Non è una ricerca sottoposta a revisione tra pari, né è stata pubblicata da riviste scientifiche, ma un articolo nel quale, pur sottolineando «l’enorme importanza della vaccinazione contro il Covid degli over 50 e dei soggetti fragili», tra le altre cose «viene tentata una stima del rapporto rischi-benefici, che pare spostare il punto in cui essi si bilanciano verso i 40-45 anni di età», e in cui si definisce «la vaccinazione dei giovani poco sensata» e quella dei bambini «poco responsabile».

Sono questioni non da poco. Ma il dato centrale dell’articolo, tuttavia, è questo: se la mortalità da vaccini antinfluenzali è stata di circa 0,26 morti per milione di dosi, per i vaccini anti-Covid, Pfizer e Moderna, si sono registrati 22,7 morti per milione di dosi somministrateI conti sono stati effettuati attingendo al grande database americano del Vaers, che – si legge – «da oltre 30 anni raccoglie le segnalazioni di effetti avversi relative a tutti i vaccini somministrati».

Nelle scorse settimane su ‘Query’, la rivista ufficiale del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (Cicap), è stato pubblicato un articolo dal titolo emblematico: «Vaers: come un database del governo degli Stati Uniti alimenta una pericolosa disinformazione sui vaccini».  Nel testo, Graziella Morace scrive: «Si può trovare di tutto, anche segnalazioni prive di un collegamento plausibile con un vaccino, come casi di persone morte in un incidente stradale mentre tornavano a casa dopo essere state vaccinate», e si cita il caso dell’anestesista James Laidler, che nel 2004 «per dimostrare che chiunque può scrivere ciò che vuole sul Vaers e mostrare quindi la necessità di cautela nell’interpretazione dei dati da parte dei non esperti, pubblicò una segnalazione in cui affermava che il vaccino antinfluenzale lo aveva trasformato nell’incredibile Hulk».

Sembra di assistere ad una commedia pirandelliana. Ragion per cui il quotidiano Avvenire, a cui ho attinto, conclude con sagge parole: “Stiamo attraversando un momento delicato della pandemia. Abbiamo costantemente bisogno di capire di più, di capire meglio e di capire bene, per raggiungere il prossimo approdo e prepararci a un’altra partenza. E per questo occorre umiltà, ed essere anche pronti ad accettare verità scomode e inattese. Di certo, per difenderci dal Covid, non servirà l’aiuto dell’incredibile Hulk, ma di tanta buona ricerca sì, di ottima ricerca. E di nessun fuorviante sensazionalismo”.

Se devo essere sincero, forse per solidarietà famigliare, preferisco l’ironia graffiante di mio padre: era più chiaro quel che voleva dire a costo di essere impietoso. Amava Pirandello, ma non lo imitava affatto nella vita. Il teatro e la vita non son la stessa cosa!

 

 

I Palazzi separati

«Non ci vedo chiaro!». Così diceva il radiologo a mio padre mentre gli stava facendo una lastra allo stomaco. «A crèdd, rispose mio padre, a ghé scur cme la bòcca ‘dun lòvv!». Alla fine il responso fu che il mio genitore era sano come un pesce. Sentenza apparentemente liberatoria. Non tanto, perché qualche mese dopo mio padre dovette farsi operare: aveva ben tre ulcere che stavano degenerando… L’oscurità dell’ambulatorio non aveva evidentemente aiutato il radiologo.

Non ci vedo chiaro: nelle dichiarazioni politiche e nei commenti giornalistici emerge con sempre maggiore insistenza il legame che esisterebbe tra l’elezione del futuro presidente della Repubblica e le sorti del governo attuale. Appiattirsi su questa insana teoria è estremamente pericoloso e fuorviante dal punto di vista costituzionale e politico. Brancoliamo nel buio e stiamo spegnendo persino le luci di servizio della Costituzione. Sono indotto a ritornare sull’argomento guardando anche indietro per non cadere in avanti.

C’è un triste precedente storico al riguardo. Me lo sono andato a ripassare, anche se la memoria non mi tradisce e a quell’epoca avevo abbondantemente l’uso della ragione politica. Si tratta della tormentata elezione al Colle di Giovanni Leone alla fine del 1971. Ne riporto una brevissima ed asettica storia tratta da wikipedia.

Il candidato ufficiale della DC, partito di maggioranza relativa, è il presidente del Senato Amintore Fanfani. Socialisti e comunisti annunciano subito una candidatura comune, alternativa alla maggioranza di centro-sinistra, nella persona di Francesco De Martino. I socialdemocratici sostengono il presidente uscente Saragat; i liberali Giovanni Malagodi e il Movimento Sociale Italiano Augusto de Marsanich.

La candidatura Fanfani regge solo sei votazioni, nelle quali l’uomo politico toscano rimane sempre al di sotto, nei suffragi, a quelli del socialista De Martino. All’11º scrutinio, la DC ripropone nuovamente Fanfani, per poi prendere atto della debolezza di tale candidatura, che non riesce ad attrarre i voti dei partiti alleati, e ritirarla definitivamente.

La situazione di stallo va avanti sino al 21º scrutinio, quando nell’assemblea dei grandi elettori DC, prevale di stretta misura la candidatura centrista di Giovanni Leone su quella di Aldo Moro, che avrebbe rappresentato una scelta più aperta ai partiti di sinistra. Immediatamente i vertici della DC si accordano anche con PSDI, PLI e PRI per portare Leone al Quirinale.

Leone, tuttavia, non è immune all’azione dei franchi tiratori; al 22º scrutinio, infatti, manca l’elezione per un solo voto (503, contro i 504 del quorum richiesto), mentre le sinistre sostituiscono la candidatura De Martino con quella di Pietro Nenni, nel tentativo di spaccare la DC, acquisendo i voti dei sostenitori di Moro.

Leone è comunque eletto capo dello Stato il 24 dicembre 1971 al XXIII scrutinio, con 518 voti su 1008 “grandi elettori”, contro i 408 di Nenni. Per il raggiungimento del quorum, dato l’alto numero di schede bianche (46, presumibilmente da parte di franchi tiratori DC) sono determinanti i voti del Movimento Sociale Italiano.

L’elezione di Leone, con 23 scrutini necessari a raggiungere la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea elettiva, è la più lunga della storia repubblicana; Leone è eletto con la percentuale più bassa della storia: 51,4%. Il Presidente presta giuramento ed entra in carica il 29 dicembre.

La situazione politica è molto diversa: il raffronto fra i personaggi in campo allora e quelli in attesa di scendere in campo oggi mette i brividi. Se togliamo Mattarella e Draghi, i due fuori concorso, per gli altri c’è da tremare. Su quella vicenda si stagliava la figura di Aldo Moro, che seppe farsi da parte per salvaguardare l’unità della Democrazia Cristiana: gli sarebbe bastato solo un cenno per avere i voti della sinistra e di una parte consistente del suo partito. Forse la vita politica italiana avrebbe preso tutt’altra direzione, ma dei se e dei ma son piene le fosse. Forse un po’ più di spregiudicatezza non avrebbe guastato: se da una parte non ci si fece alcun scrupolo a beneficiare occultamente dei voti missini, non vedo perché tanto scrupolo verso i palesi voti comunisti. Ma Moro aveva una visione politica, quella che oggi manca a tutti.

Quella travagliata elezione ipotecò negativamente gli equilibri politici e mise un marchio di parte sul Capo dello Stato, che forse fu il motivo principale della campagna denigratoria scatenata, in modo peraltro disonesto, contro la sua persona. Ci volle del bello e del buono per tornare ad un governo di centro-sinistra e soprattutto furono necessarie le dimissioni di Leone per riportare la presidenza della Repubblica al ruolo che oltrepassa i ristretti limiti degli equilibri partitici per “rappresentare l’unità nazionale”.

È profondamente sbagliato confondere i due piani, quelli del governo e della presidenza della Repubblica, mettere in contatto i due palazzi, Quirinale e Chigi: si rischia un pateracchio istituzionale da cui non può nascere niente di buono a prescindere dalle persone investite di questi poteri.

Anche il fatto che oggi si tratterebbe di garantire continuità ad un governo di larghe intese, di (quasi) unità nazionale (?), non può giustificare il mescolare nel pentolone della politica funzioni e ruoli molto diversi e distinti.

Il futuro Capo dello Stato, eletto in questa logica, sarebbe inchiodato nel suo operato ad un accordo politico oltre tutto precario ed emergenziale. Il governo ed il Presidente del Consiglio sarebbero Quirinal-dipendenti in una sorta di presidenzialismo strisciante e di parlamentarismo cadente.

Non credo che Sergio Mattarella allorché ideò e mise in atto l’operazione Draghi intendesse tutto ciò. Di un pur virtuoso assetto particolare legato ad una gravissima emergenza non si dovrebbe fare una vera e propria surrettizia modifica occulta e/o palese della Costituzione.

Che il Parlamento trovi un personaggio degno di rappresentare l’Italia e gli Italiani, dal momento che Mattarella, in modo molto convinto e poco convincente, non vuole rimanere al suo posto: coi nomi che circolano non c’è da stare allegri, ma d’altra parte la botte dà il vino che ha. Da tempo considero Mattarella l’ultimo dei giusti: sarà difficile trovarne un altro senza fare giustizia di una politica mediaticamente piena di chiacchiere, fintamente leaderistica e sostanzialmente vuota come una calza.

Che al governo rimanga Mario Draghi per concludere degnamente un lavoro avviato, senza pericolosi vuoti di potere e senza ascoltare le insistenti sirene presidenzialiste. Ogni partito si prenda le proprie responsabilità, senza giocare ai bussolotti, senza vivacchiare in vista della pensione e senza puntare solo ed esclusivamente al voto per il voto.

 

Il papato draghiano

Sembra proprio che Sergio Mattarella faccia sul serio. Per la verità non ne avevo il minimo dubbio, anche se la speranza è sempre l’ultima a morire. È arrivato addirittura ad una citazione biblica per giustificare il suo rifiuto ad una eventuale ricandidatura alla presidenza della Repubblica. Così si legge nella bella cronaca della giornata torinese del Presidente a firma Maurizio Tropeano sul quotidiano La stampa.

Durante gli incontri avvenuti il Capo dello Stato ha ricevuto attestati di stima e di ringraziamento per il suo settennato al Quirinale. E succede anche lì. Il Presidente ringrazia e, nello stesso tempo, rassicura: «Nel Paese abbiamo tante risorse autorevoli e prestigiose. Lascerò l’Italia in ottime mani e nelle migliori condizioni». 

Quindi le parole di Mattarella chiudono per ora la possibilità di una sua conferma al Colle, sollecitata anche ieri a Torino da chi non fa politica. «Se per caso tu avessi bisogno di qualche consiglio, noi ne abbiamo uno molto importante che migliaia e migliaia di persone ci hanno detto», aveva detto nella mattinata Ernesto Olivero, il fondatore del Sermig nella cerimonia d’inaugurazione di un impianto sportivo.

C’è uno stretto rapporto tra il Presidente e il fondatore del Servizio missionario giovani. E forse è anche proprio per questo legame che Olivero, accogliendolo con le autorità civili e militari che lo accompagnano, lo esorta: «Rimani, rimani, rimani». Chi ha assistito allo scambio di battute rivela che Mattarella ha scelto di rispondere con una citazione del Qoelet nella Bibbia: «Per ogni cosa c’è il suo momento». E se c’è il tempo per seminare e per raccogliere il «mio tempo è di andare».

Niente da dire riguardo al Qoelet. Mi permetto invece di considerare una vera e propria bugia pietosa la rassicurazione di “lasciare l’Italia in ottime mani e nelle migliori condizioni”. Violetta Valery nell’ultimo atto di Traviata, opera di Giuseppe Verdi, sta morendo di tisi. Il premuroso medico che le fa visita tenta di rincuorarla: “Coraggio adunque, la convalescenza non è lontana”. Violetta risponde affettuosamente e realisticamente: “Oh, la bugia pietosa ai medici è concessa”.

La situazione dell’Italia è quella che è. D’altra parte proprio la scelta mattarelliana di varare un governo tecnico presieduto dal miglior fico del bigoncio nazionale, Mario Draghi, sta a dimostrare che la politica italiana naviga in acque poco tranquille, mentre la situazione sociale, sanitaria ed economica è sotto gli occhi di tutti. Forse Mattarella non vuole accanirsi terapeuticamente e preferisce che la nostra malattia faccia il suo corso naturale. Temo che ci lasci nella cacca. Ce ne dobbiamo fare una ragione: resteremo senza di lui e…auguri.

Qualcuno, prendendo atto della impraticabilità ormai conclamata dell’ipotesi Mattarella bis, pensa che per il Quirinale sia in atto la difficile caccia a un candidato che tenga insieme la maggioranza di governo e che serpeggi nei partiti il timore che il governo possa arrivare al capolinea se Draghi non va al Colle. Fino ad ora pensavo che il ragionamento fosse inverso, vale a dire che Draghi dovesse rimanere al suo posto, magari un tantino riveduto e corretto nei modi e nei tempi di intervento, anche perché la sua salita al Colle potrebbe comportare la fine di un’esperienza di governo strana ma necessaria.

La permanenza di Mattarella al Quirinale sarebbe auspicabile proprio perché consentirebbe una continuità diversamente non garantibile. Allora, in mancanza di Mattarella, i partiti sarebbero orientati a prendere il toro per le corna, piazzando Draghi all’alto scranno. Della serie dove ci sta il più ci sta anche il meno o meglio dietro il più faremo i nostri comodi.

Infatti secondo l’autorevole commentatore Matteo Pucciarelli de la Repubblica, “la partita per il Quirinale ad oggi consegna una sola certezza, cioè che replicare lo schema di maggioranza che tiene insieme l’attuale governo appare impossibile con tutte le ipotesi finora circolate. Che di maggioranza per eleggere il nuovo presidente della Repubblica se ne possa creare un’altra è ovvio e rientra nelle regole del gioco, ma ci sono buone probabilità che ciò significherebbe la fine dell’attuale esecutivo”. Si tratta di un ragionamento un po’ astruso ed assai poco costituzionale: legare la maggioranza per l’elezione del capo dello Stato a quella di governo è uno strafalcione istituzionale ed un grosso rischio politico. Una manovra minimalista e di basso profilo. Dopo avere eletto Draghi alla quasi unanimità, chi avrebbe il coraggio di “imporgli” la fine immediata della legislatura? Si farebbe un governo pilotato da Draghi, con un suo uomo a palazzo Chigi, dando tempo ai partiti di rimettere insieme i cocci di una situazione politica frammentata e frammentaria. D’altra parte – a pensar male si fa peccato ma ci s’azzecca – i parlamentari non hanno alcun desiderio di andare a casa senza pensione e senza prospettive di ritorno e quindi Draghi e poi Draghi e ancora Draghi.

Il disegno di Mattarella non era certo questo, ma quando manca il gatto i topi ballano. In fondo le elezioni anticipate fanno gola solo a FdI e non so nemmeno fino a qual punto. E Draghi sia! Coram populo, alla prima votazione quasi plebiscitaria, con un suo luogotenente a presiedere il governo delle astensioni dalla politica. Potrebbe però succedere quel che è successo spesso con i papi di transizione o di copertura curiale: si sono rivelati i più rivoluzionari. Può darsi che Draghi metta tutti in fila e tutti a tacere per un bel po’ di tempo. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

Chissà che Mattarella, alla luce di queste (quasi) oscene prospettive, non decida di ripensarci in extremis. Il Qoelet dice che c’è un tempo per seminare e per raccogliere. C’è purtroppo anche il tempo, per la politica, di combinare un gran casino e, per Mattarella, …di ripensarci.

 

 

 

 

Le preghiere di comodo

All’inizio di ottobre negli Usa la Camera dei rappresentanti ha approvato il Women’s Health Protection Act, un disegno di legge volto a preservare l’accesso all’aborto a livello nazionale; l’iniziativa, voluta dai democratici, nasceva come risposta alle scelte legislative compiute da diversi Stati a guida repubblicana di limitare fortemente la possibilità di aborto. Il provvedimento passerà ora al Senato dove però non dovrebbe avere i voti sufficienti per essere approvato.  Negli stessi giorni l’arcivescovo di San Francisco, Salvatore J. Cordileone, una delle voci pro-life più forti dell’episcopato Usa, lanciava una campagna di preghiera e digiuno per convertire la presidente della Camera Nancy Pelosi, cattolica democratica che sostiene l’aborto legale. Per i vescovi il disegno di legge in discussione «porterebbe alla distruzione deliberata di milioni di vite non nate» (notizia riportata dal mensile Jesus).

Alcuni anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi all’entrata in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di ospitarla in casa vostra? Avreste la generosità di sostenerla economicamente in modo continuativo? Avreste la forza di aiutarla umanamente ad una scelta così difficile rispettandone la sofferta decisione? Sareste disponibili a fare gratuitamente turni di assistenza a questa mia cugina, alleviando la pena di suo marito, costantemente presente al capezzale di una moglie inchiodata nel letto senza prospettive di ritorno ad un seppur minimo livello di funzioni vitali?».

Don Andrea Gallo ammetteva con sofferto realismo e concreta carità: «Non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Hilarion Capucci, arcivescovo cattolico e attivista siriano, un personaggio controverso della vita religiosa e politica del Medio Oriente, sia stata presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Capucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al papa: «Ma Lei Santità crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…».

È comodo pregare per o addirittura contro… È facile mettere a posto la coscienza snocciolando una cinquantina di avemaria e…chi ha il problema si arrangi… Non sopporto questo atteggiamento pseudo-religioso, lo giudico profondamente anti-cristiano. Negli Usa zelanti vescovi e cardinali vogliono addirittura negare la comunione eucaristica a Joe Biden, reo di avere posizioni possibiliste sulla legislazione abortista. “Io non ho mai rifiutato l’eucarestia a qualcuno” disse una volta, non molto tempo fa, Papa Francesco. In questi giorni, più o meno, lo ha ripetuto al Presidente degli Stati Uniti in persona, che qualche prelato del suo Paese vorrebbe veder ricevere un diniego nel momento in cui si accosta al sacramento, causa la sua posizione sull’aborto.

Joe Biden però deve sforzarsi di essere coerente comportandosi secondo i valori della fede cattolica che dice di professare e ponendo fine all’espulsione dei richiedenti asilo haitiani, ammassati lungo il confine con gli Stati Uniti nel tentativo disperato di entrare nel Paese. È quanto ha scritto, sulla rivista dei Gesuiti degli Stati Uniti, Kerry Kennedy, figlia di Robert Kennedy, attivista impegnata nella difesa dei diritti civili e scrittrice, che si è recata di persona lungo il Rio Grande per rendersi conto della situazione. «Ho visto tende fatte di canne di bambù e cartone», ha scritto Kerry Kennedy. «Ho visto padri che tenevano in braccio neonati, madri che cullavano i bambini piccoli e donne e uomini che rischiavano tutto perché credevano nella promessa e nella compassione del nostro grande Paese. Gli haitiani hanno compiuto il pericoloso viaggio verso il nostro confine con il Messico, fuggendo da una devastante combinazione di disastri naturali e instabilità politica. Stanno carcando la protezione a cui hanno diritto in quanto richiedenti asilo in base alla legge degli Stati Uniti e al diritto internazionale, eppure sono stati oggetto di indicibili violenze e discriminazioni. La cosa più vergognosa è che hanno subito orribili atti di razzismo per mano di agenti della polizia di frontiera a cavallo». Kerry Kennedy si è rivolta esplicitamente all’amministrazione Biden chiedendo che «ponga fine a queste atrocità» e che si dimostri «all’altezza dei valori che professa, iniziando con l’immediata interruzione di tutte le deportazioni ad Haiti, Paese che è ancora scosso da un assassinio presidenziale, da un terremoto di Magnitudo 7,2 e da tempeste tropicali».

Non mi pare che i vescovi americani stiano facendo “gli angeli a quattro” per difendere i sacrosanti diritti di questi disgraziati: per loro non vale lo zelo divorante verso i principi cattolici. Ho l’impressione che i vescovi americani preghino a senso unico e distribuiscano la comunione solo a chi è loro politicamente più simpatico: già le preghiere non bastano, se poi vanno solo in una direzione, diventano delle prese in giro verso Dio. Sono preghiere a sfondo politico. Povera America: finalmente si è liberata da un autentico farabutto che l’ha guidata oscenamente per quattro anni. Ora si diverte a fare le pulci a Biden sull’aborto, mentre naturalmente Biden, che peraltro si sta rivelando deboluccio in tutti i sensi, va benissimo quando respinge i migranti. Ma che strano Paese sono gli Usa e che strana religiosità è quella di troppi vescovi americani.

Viganò e Vigasì

Non ho particolari simpatie per gli esponenti della gerarchia vaticana, in carica o in pensione che siano, non mi curo molto delle loro opinioni in materia di fede, figuriamoci in materia civile, quindi ho ascoltato con molto distacco quanto affermato da monsignor Carlo Maria Viganò in materia di pandemia. Ho cercato di non farmi influenzare dai suoi discutibili trascorsi, che non voglio assolutamente richiamare, ho valutato senza pregiudizi quanto da lui dichiarato con un linguaggio tutt’altro che felpato come usano fare i suoi colleghi (e questo forse è un suo merito).

Vado alla sostanza, sfrondandola dall’enfasi polemica e provocatoria comprensibile, ma stucchevole, adottata dal vescovo in pensione. Al di là delle iperboliche asserzioni ha espresso sostanzialmente tre concetti. Ha parlato di psicopandemia forse non tanto per negare il covid 19, ma per stigmatizzare il panico indotto sulla gente già sufficientemente spaventata. Ognuno ha soffiato sul fuoco per diversi motivi: i pubblici poteri per coprire i loro ritardi e le loro contraddizioni; gli scienziati per confermare le loro scarse e contraddittorie teorie; i media per essere protagonisti dell’emergenza con tutti i vantaggi del caso.

In secondo luogo ha dato voce ad un convincimento che aleggia fra le persone dotate di un po’ di spirito critico: ci hanno ingannato per quasi due anni, raccontandoci cose che non corrispondono alla verità o quanto meno, aggiungo io, cose che non possono pretendere di costituire la verità assoluta. Mai come in questo periodo si è capito che la verità non ce l’ha in tasca nessuno anche se si è venuta a creare una sorta di pensiero unico, inaccettabile da tutti i punti di vista e facilmente smontabile alla luce dei tira e molla continui che ci vengono propinati.  Ragion per cui ha preso atto con una certa sarcastica soddisfazione che una parte della gente è stanca e protesta.

Ha poi sparato contro i media di regime, che tacciono sistematicamente e legano l’asino dove vuole il padrone, salvo cambiare opinione non appena cambia il padrone. Il comportamento dei media in questi due anni è stato effettivamente inqualificabile o meglio squalificabile per superficialità, strumentalità, opportunismo e conformismo.

Ho cercato di cogliere il significato delle accuse rivolte da monsignor Viganò, sfrondandole dal comprensibile ma inopportuno livore di stampo più anarchico che evangelico.  Da tempo esprimo dubbi e perplessità in gran parte coincidenti con le sue idee e quindi non mi sono né sorpreso né scandalizzato. Non intendo qui ritornare su concetti e ragionamenti riconducibili ai miei numerosi dubbi a confronto con le ostentate certezze circolanti. Con me monsignor Vigano ha sfondato una porta aperta.

Mi ha infastidito l’aria sussiegosa con cui i giornalisti hanno riportato il fatto, tendendo ad accreditarne, seppure tacitamente, una versione caricaturale: la smettano ed imparino a fare il loro mestiere con correttezza ed obiettività. Tutto ormai è mediaticamente plasmato e quindi lor signori si sentono i padroni del vapore. Guai a chi li tocca nel vivo.

Una cosa mi è rimasta però in gola e la debbo sputare: la vomitevole reazione di Bruno Vespa, che ha commentato la performance di Viganò con un penoso “che Dio lo perdoni”.  Una simile presunzione, da parte di un operatore mediatico che ha brillato nella sua vita per “leccapiedismo” nei confronti dei potenti di turno, non la posso accettare. Anche ammettendo che monsignor Viganò, parlando fuori dai denti, abbia commesso qualche peccato, a Vespa, che evidentemente deve essersi sentito addosso le critiche del vescovo pensionato, vorrei ricordare quanto dovrebbe rispondergli Dio stesso: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.  Io, che non sono Dio, dico a Vespa di andarsi a nascondere, come è solito fare, all’ombra di chi comanda e di guardarsi allo specchio per verificare che Viganò non ha tutti i torti.

I giri di Renzi portano in giro gli italiani

Sta tenendo banco, nelle discussioni politiche, il girovagare affaristico di Matteo Renzi: finge da civettuolo diversivo riguardo alla catastrofica e insopportabile nenia pandemica nonché alla fastidiosa e sciocca lotteria del totopresidente della Repubblica. Non c’è verso di parlare seriamente. Ma torniamo a Renzi ed ai suoi impenetrabili disegni.

Dopo l’Arabia, la Russia. Un nuovo impegno per Matteo Renzi. Che da agosto è entrato a far parte del Consiglio di amministrazione di Delimobil, la più grande società italiana di car sharing in molte città tra cui Mosca. Il colosso, il cui socio di riferimento è l’imprenditore napoletano, Vincenzo Trani, ha sede a Lussemburgo e si sta preparando alla quotazione alla borsa di Wall Street. Così dopo gli incarichi in Arabia Saudita come membro del Future Investment Initiative, fondazione che fa capo a Mohammad bin Salman (considerato dalla comunità internazionale il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Kashoggi) che hanno scatenato polemiche, ora per il leader di Italia viva è iniziata una nuova avventura in Russia. E da Matera commenta: “Tutte le mie attività sono attività assolutamente disciplinate dalla legge e quindi come tali riguardano la mia sfera privata: non sono il cinque per cento sulle mascherine, se questa è la domanda”.

“Il senatore Matteo Renzi è molto felice di collaborare all’attività della società Delimobil il cui socio di riferimento, Vincenzo Trani, è un imprenditore napoletano che Renzi stima,così si legge nella nota di Italia viva.  La prossima quotazione a Wall Street rappresenta una fase di internazionalizzazione importante a livello globale. Il senatore Renzi, da sempre convinto dell’importanza di valorizzare le competenze degli imprenditori italiani in tutto il mondo, sarà al fianco del dottor Trani in questa sfida. Il settore della sharing economy, delle Smart cities e della mobilità sostenibile è uno dei più affascinanti per il futuro del pianeta: partecipare a questa sfida è molto avvincente. Ovviamente la presenza di Renzi nel board Delimobil rispetta tutte le regole della vigente legislazione italiana”.

Delimobil è la più importante società di car sharing in Russia, fondata dall’imprenditore napoletano Vincenzo Trani, noto al Cremlino ma anche in Bielorussia. È infatti anche presidente della Camera di commercio Italo-Russa ed ex console onorario della Bielorussia in Campania. Non solo. È stato anche il primo italiano a essersi vaccinato con il siero russo Sputnik-V e ha provato a fare da mediatore per produrlo e distribuirlo anche in Italia.

“Quando un uomo politico comincia a fare affari, mi diceva Helmut Kohl, la gente si distacca da lui. Romano Prodi, a Dimartedì su La 7, sferza Matteo Renzi e i suoi affari con russi e sauditi al centro di una feroce polemica. E lo fa scomodando uno dei grandi della politica europea del Novecento. “Quando un uomo politico, in modo puramente legittimo, intendiamoci, però fa un altro mestiere, si dedica alla lobby o a entrare in Consigli di amministrazione, i suoi elettori non gli vogliono più bene, perché l’elettore vuole che il politico risponda a loro”, dice il professore.

Giovanni Floris chiede a Prodi anche di dare una motivazione al comportamento dell’ex premier. “Secondo me Renzi vuol cambiare mestiere, ho visto casi del genere in Spagna, in Germania. Se si dirige verso altri lidi perché devo votare per lui, si chiede la gente”. Poi aggiunge, quasi per non infierire su un terreno molto delicato: “Non faccio una analisi giudiziaria”.

A prescindere proprio dagli aspetti di compatibilità legale (leggi confitto di interessi e interessi privati in atti d’ufficio) il discorso è di tipo politico. La distinzione tra pubblico e privato in capo a chi è investito di importanti funzioni pubbliche è molto difficile da stabilire. Parto sempre dalla Costituzione italiana che all’articolo 54 recita: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Fino a prova contraria a Matteo Renzi è affidata una funzione pubblica (senatore della Repubblica) con tanto di mandato elettorale da parte degli elettori. Passi che lui abbia cambiato casacca in corso d’opera, abbandonando il partito nelle cui liste era stato eletto, ma che adesso si metta a gironzolare in Paesi peraltro tutt’altro che alleati dell’Italia, alla ricerca di affari poco trasparenti, alle prese con Stati in cui vigono veri e propri regimi da evitare come pozzanghere, mi sembra nettamente in contrasto con quell’onore richiesto dalla Costituzione.

È pur vero che non esiste un termometro per l’onore e per l’opportunità politica, ma mi sembra che Renzi stia esagerando: o non ha in mente niente di particolare se non uno sbocco purchessia per la sua megalomania, o dall’arte della politica sta ripiegando sull’arte dei propri affari, o, visto che non riesce ad essere determinante in patria, cerca di esserlo di rimbalzo, o brancola nel buio del proprio io ipertrofico, o ha messo tale e tanta carne al fuoco da rischiare di scottarsi le dita. In ogni caso sarà bene che si dia una regolata e ci faccia stare veramente sereni smettendola di confabulare a vanvera e tornando a far lavorare quel cervello di cui aveva dato l’impressione di essere dotato.

Finita la sua breve anche se intensa esperienza governativa, che aveva lasciato intravedere qualche spiraglio di novità positive, ha perso la bussola: ha senso politico, ma lo sta usando molto male.  Già le sue recenti mosse a livello parlamentare suscitano non pochi dubbi e perplessità, il suo confuso brigare a livello dei rapporti politici crea più inquietudine che interesse, la sua statura politica si sta progressivamente ridimensionando, mancavano solo le ciliegine arabe e russe sulla torta.

Qualcuno ha detto che alla fine ce lo ritroveremo a destra dopo tanto blaterare di centro. Berlusconi lo prenderebbe a braccia aperte anche se finirebbero col farsi vicendevolmente ombra. C’è però un famoso proverbio che dice: “ogni simile ama il suo simile”. Diamo tempo al tempo, sperando che nel frattempo Renzi non faccia guai all’Italia in questo suo giro di ricognizione all’estero. Forse, come ha recentemente lasciato intendere Massimo Cacciari (è sempre più il mio intellettuale di riferimento), gli stiamo dando troppa importanza. Chiedo umilmente scusa: nel giro di qualche giorno è la seconda volta che scrivo di lui. Meglio darci un taglio!