L’infinita cretinata del ‘favorevole o contrario’

E pensare che la nostra epoca dovrebbe essere post-ideologica…Tutto viene puntualmente interpretato e tradotto in termini ideologici. Recentemente è caduto nella trappola anche il premier Mario Draghi, personaggio pragmatico per antonomasia. Indirettamente tirato per i capelli dalle esternazioni salviniane in materia di vaccinazione anti-covid, in una conferenza stampa promossa per illustrare le nuove misure riguardanti la conditio sine qua non del green pass per accedere a certi ambienti ed a certe manifestazioni, si è fatto prendere la mano ed ha lanciato uno slogan tanto lapidario quanto esagerato e drammatizzante: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire!”.

La risposta è arrivata puntualmente da Torino dove migliaia di manifestanti hanno scritto sui cartelloni una frase di stampo patriottico e libertario: “Meglio morire da liberi che vivere da schiavi!!!”. Se andiamo avanti di questo passo lo scontro nelle piazze non sarà per ottenere o garantirsi un posto di lavoro, ma per vaccinarsi o meno contro il coronavirus e le sue varianti. Da una parte lo sfogo di Draghi (forse più le limitazioni ai movimenti senza passaporto vaccinale) sembra che abbia ottenuto l’effetto di incrementare immediatamente le richieste di sottoporsi a vaccinazione da parte dei recalcitranti, dall’altra ha probabilmente incallito la posizione degli scettici e dei contrari ai quali non è parso vero di dare una dimensione etico-politica ai loro comportamenti.

In effetti le due succitate frasi ad effetto sembrano dichiarazioni di guerra: la guerra dei vaccini che finirà, come tutte le guerre, per eludere i problemi reali portando i discorsi su contrapposizioni stucchevoli e manichee.   Mi spieghi Draghi perché si rischia di morire nei ristoranti e non sui treni, perché al rischio di morire si è spesso derogato e tutt’ora si deroga in nome della ragion di sistema economico. In parole povere, si fa come si può e allora lasciamo perdere i proclami roboanti. Mi spieghino i no-vax cosa farebbero loro per arginare la pandemia: non si può negare l’evidenza del male per criticare le cure contro il male. Non è serio “buttare il prete nella merda” per decidere di non fare niente. Non è accettabile tagliarsi i coglioni per dimostrare che coglioni sono gli altri.

«Scusi, Lei è favorevole o contrario?» così chiese un intervistatore al mio professore di italiano, in occasione dell’introduzione del divorzio nella legislazione italiana, con l’assurda coda del referendum voluto a tutti i costi dalla gerarchia cattolica al cui volere la Democrazia Cristiana si piegò per ovvi motivi elettoralistici. «Tu sei un cretino!» rispose laicamente stizzito il professore. Credo non ci voglia molto a capire come l’intervistato rifiutasse il modo manicheo con cui veniva affrontato il problema. Di tempo ne è passato parecchio, ma è fortissima la tentazione di ridurre tutto ad un perpetuo referendum pro o contro qualcosa, ma soprattutto pro o contro qualcuno: un continuo strisciante plebiscito strumentalmente azionato, usato per ridurre a zero il dibattito sui problemi e fuorviare i cittadini con la ratifica delle finte ed illusorie soluzioni. Se non si discute, se si viene costantemente posti di fronte ad una facilona scelta di campo, lo sbocco è condizionato dai media e vince chi ha la voce più forte, vale a dire il peggiore.

Tutte le enormi problematiche della nostra società vengono ridotte al ritornello: “Scusi, Lei è favorevole o contrario?”. Immigrazione: favorevole o contrario a chiudere le frontiere. Ordine pubblico: favorevole o contrario all’uso delle armi per difendersi. Conflitti di lavoro: favorevole o contrario alla libertà di licenziare. Scuola: favorevole o contrario alla didattica in presenza. Università: favorevole o contrario al numero chiuso. Prostituzione: favorevole o contrario alle case chiuse. Delinquenza: favorevole o contrario alla pena di morte. Violenza sessuale: favorevole o contrario alla castrazione chimica. Giustizia: favorevole o contrario alla separazione delle carriere. Tossicodipendenza: favorevole o contrario alla liberalizzazione delle droghe. Controllo delle nascite: favorevole o contrario alla pillola del giorno dopo. Omosessualità: favorevole o contrario al decreto Zan.

Potremmo continuare all’infinito. L’ultimo esempio in ordine di tempo rischia di essere appunto la questione della vaccinazione con il relativo aperto o surrettizio obbligo. Noto, da parecchio tempo, come non si riesca più a discutere nel merito dei problemi: tutto viene ridotto a mera diatriba faziosa e velleitaria entro cui si rovinano persino rapporti familiari, parentali, amicali, si distrugge il dialogo rincorrendo fantomatiche certezze.

Purtroppo infatti non esistono certezze riguardo al discorso della vaccinazione anti-covid: non si sa se e quanto il vaccino immunizzi, se e quanto abbia contro-indicazioni a breve, medio e lungo termine, non si sa per quanto tempo esplichi il suo effetto, non si sa se sia stato adeguatamente sperimentato, non si sa se su di esso siano state imbastite colossali e delinquenziali speculazioni economiche, non si sa niente di preciso. Diventa allora molto difficile costruirci sopra delle teorie aggressive o difensive, costrittive o libertarie: sono sicuro che, se venisse organizzato un aperto e serio dibattito tra i fautori del vaccino a tutti i costi e i difensori della libertà di vaccinazione, ci troveremmo di fronte ad un vero e proprio ginepraio pirandelliano.

In effetti all’angoscia dell’ammalarsi stiamo aggiungendo quella del vaccinarsi: roba da matti. Fin dall’inizio mi sono chiesto: possibile che i cosiddetti no-vax siano tutti ignoranti, stupidi e prevenuti? possibile che i governanti siano tutti sadicamente incapaci e inadeguati al punto da trattare un discorso così complesso con la delicatezza di un elefante in un negozio di cristalleria? possibile che i virologi siano ballerini in cerca di ribalta e non riescano a mettersi d’accordo su una ragionevole linea scientifica? possibile che invece di semplificare le questioni si tenda a complicarle ulteriormente? possibile che da un anno e mezzo i media torturino l’opinione pubblica con i loro penosi e asfissianti riti pseudo-informativi?

Non ho trovato risposte plausibili e convincenti. E allora per cortesia, nessuno mi parli troppo nella mano, mi si lasci in pace. Non accetto imposizioni a livello di Chiesa, immaginiamoci se sono disposto a dire signorsì ad Alessandro Cecchi Paone [ho preso a caso (?) un influencer vaccinale], ad arruolarmi nella guerra dei vaccini. Nessuno purtroppo ha la verità in tasca. «Su, venite e discutiamo» dice il Signore nella Bibbia. Diamoci tutti una calmata e anziché combattere la guerra dei ‘vaccini sì-vaccini no’, vediamo di combattere quella dell’essere uomini o caporali.

 

La tristezza olimpica

Mio padre era talmente interessato alle Olimpiadi e coinvolto dall’evento da scandire la propria vita in collegamento con la quadriennale manifestazione sportiva. Al termine della kermesse, con le lacrime agli occhi si chiedeva: «Arriverò a vedere le prossime, ci terrei molto…». Mia madre, un po’ più pragmatica, sorrideva e commentava: «Forse nella vita c’è qualcosa di più importante…». Avevano ragione entrambi.

Oggi non ci sarebbe più alcuna discussione di questo genere, perché le Olimpiadi di Tokio non le vedo proprio. Un mio zio davanti a un tegame di insalata chiedeva: «An ved miga al säl!?». Esigeva che l’insalata fosse ingrigita dal sale per superare la barriera del suo palato inspessito dal fumo. Nel caso delle Olimpiadi non manca solo il sale, manca l’insalata.

Lo sport è diventato un affare, il dilettantismo non esiste più, tutto si riduce ad un mega-spettacolo poco attraente (nel caso solo televisivo). L’attuale edizione è oltre tutto condizionata dallo spauracchio covid: tutto senza pubblico, nell’assenza o addirittura nella ostilità dei giapponesi. Da un momento all’altro potrebbe essere tutto sospeso e rinviato a data da destinarsi. Forse era meglio soprassedere ulteriormente in quanto il gioco non vale eticamente la candela, mentre la fiaccola splende sul bailamme affaristico.

Provo un senso di profonda tristezza: nemmeno le Olimpiadi riescono a superare le chiusure delle nostre società e vengono fagocitate ed omologate quale evento fine a se stesso o meglio fine all’ambaradan economico che ci sta sotto e sopra.

Spero che nel prosieguo dei giochi, nonostante tutto, qualcosa di bello possa emergere e auspico una seppur piccola riconciliazione con lo sport e la sua portata sociale. Staremo a vedere. Non mi sembra il caso di viverle con la spada di Damocle della pandemia, con il bollettino dei contagi sovrapposto o addirittura preposto al medagliere. Se deve essere così, tanto valeva evitare la kermesse, ma, come si sa, questi eventi devono essere celebrati nonostante tutto.

Non voglio fare il penoso e lagnoso nostalgico di turno, ma mi dispiace che in questo mondo non ci sia più verso di entusiasmarsi per qualcosa. Bisogna scavare nel proprio intimo per trovare l’acqua fresca della vita. Fuori c’è pianto e stridore di denti, ma ancor più c’è l’indifferenza valoriale, colmata dagli entusiasmi vuoti ed artificiosi. La vita sta diventando una sorta di continuo veglione di capodanno in cui ci si deve divertire per forza e si finisce per soffrire per scelta.

Uno sceriffo in quel di Voghera

Non sono solito bersagliare sbrigativamente quanti si rendono protagonisti di comportamenti trasgressivi prima che tali fatti vengano opportunamente indagati, obiettivamente giudicati ed eventualmente penalmente puniti. Non mi piace affatto trasformare immediatamente in capri espiatori coloro che si propongono alla pubblica opinione per le loro scelte di vita e per i loro atti a prima vista censurabili.

Questa la doverosa premessa prima di commentare il fatto di Voghera laddove i cittadini giudicano un loro amministratore comunale in modo implacabilmente colorito: “L’assessore è soprannominato lo ‘sceriffo’, gira sempre con la pistola”. Ho ascoltato queste inquietanti dichiarazioni ed ho obbligatoriamente posto la dovuta attenzione a quanto dichiarato dall’interessato: “Mi ha spinto ed è partito un colpo”. Così si è giustificato Massimo Adriatici, arrestato per avere sparato il colpo di pistola che una sera, poco dopo le 22, ha ucciso Youns El Boussetaoui, un marocchino che non era certo uno stinco di santo. Sono ancora poco chiare le dinamiche di come sia avvenuta la lite ma chi conosceva Adriatici – assessore alla sicurezza del Comune di Voghera (Pavia), sovrintendente di Polizia presso il commissariato vogherese fino al 2011 – parla dell’esponente leghista come di uno “sceriffo” già conosciuto in città per i suoi modi aggressivi.

Con le arie che tirano non mi scandalizzo, non criminalizzo il leghista Adriatici, lascio alla giustizia il suo iter, ma faccio brevi riflessioni a caldo. È opportuno che un ex poliziotto svolga la funzione di assessore alla sicurezza? Un conto è il compito della polizia, altro è il discorso di un’amministrazione locale. Non vorrei che, sulle improprie ali della scelta emergenziale dei tecnici al governo della cosa pubblica, sulla sacrosanta esigenza di qualificare la politica con iniezioni di competenza ed esperienza, si avvalorasse l’ipotesi di delegare la sicurezza appunto ad un ex poliziotto, la salute ad un ex direttore sanitario di un ospedale, la cultura ad un ex responsabile di un teatro e così via. Sarebbe una semplificazione che non esito a definire anti-democratica.

Una seconda questione riguarda l’atteggiamento di coloro che svolgono pubbliche e delicate funzioni: non si possono mescolare lo stile di vita personale con quello di amministratore della cosa pubblica. Il consiglio comunale non è un saloon, la giunta comunale non è il bar all’angolo, i cittadini non sono sudditi a cui impartire lezioni pratiche di civismo a rovescio. Nella confusione è quasi inevitabile che ci scappi qualche evento clamoroso a livello di violenza occulta o palese.

Il terzo discorso è relativo alla detenzione e all’uso delle armi. Sarebbe più che opportuno che le armi fossero in possesso solo ed esclusivamente dei soggetti a rischio della propria vita per motivi professionali e comunque, anche in questi casi, se ne facesse un uso rigorosamente controllato e controllabile. Non ci sta che un assessore comunale abbia in tasca una pistola.

Mi sia consentita, in conclusione, una considerazione politica un tantino velenosa. Tanti anni fa ero segretario di sezione del partito della Democrazia Cristiana: mi sosteneva una larga e per certi versi anomala maggioranza con idee provenienti dall’impostazione tipica della sinistra democristiana. C’era tuttavia una minoranza silenziosa che mi sopportava faticosamente e faceva fatica ad esprimersi. Fu sufficiente, durante un dibattito, che uscisse il discorso del disarmo della polizia durante i conflitti di lavoro: si scatenò una autentica rissa verbale all’insegna dei “cannoni alla polizia” e in breve tempo la mia maggioranza si assottigliò fino a diventare minoranza.

Cosa voglio dire, ricordando questo antico episodio. Le armi sono una gran brutta bestia ed il loro uso è sempre stato motivo di scontro politico fra destra e sinistra, ma soprattutto fra tifosi dell’ordine pubblico a tutti i costi e sostenitori di una linea socialmente avanzata dove l’ordine diventa un concetto molto più largo, problematico e complesso. Forse siamo ancora fermi lì.

 

 

L’imbroglione sovietico

Una giornalista statunitense ha messo dialetticamente in crisi Putin con una domanda “bomba” ed è diventata un’eroina di Twitter. Durante la conferenza stampa che ha seguito il primo incontro faccia a faccia con Joe Biden, una giornalista statunitense – Rachel Scott della ABC- ha incalzato Vladimir Putin, sul suo comportamento nei confronti degli oppositori politici. Il presidente russo ha cercato di confrontare gli arresti della sua opposizione politica in Russia con gli arresti dei manifestanti di Black Lives Matter e di quelli coinvolti nell’insurrezione del 6 gennaio a Capitol Hill. Ma Scott lo ha incastrato: “Non ha risposto alla mia domanda, signore. Se tutti i suoi oppositori politici sono in prigione o morti, avvelenati, questo non invia il messaggio che lei non voglia uno scontro politico equo?”. Putin ha risposto: “Alla domanda su chi sta uccidendo chi, alcuni si sono presentati al Congresso negli Stati Uniti con richieste politiche e molti sono stati dichiarati criminali e rischiano la reclusione da 20 a 25 anni. Queste persone sono state immediatamente arrestate dopo quegli eventi. Su quali basi non sempre lo sappiamo. Altri sono stati semplicemente fucilati sul posto e anche disarmati”.

Non ci voleva l’abilità polemica di questa coraggiosa giornalista per capire che Putin è uno dei più grandi “bagoloni” della storia. Alle sacrosante contestazioni non ha niente da rispondere e, meglio, si è addirittura imbrodato finendo col lodare il suo omologo Donald Trump. L’ignobile connubio è finito anche se è molto presto per cantare vittoria. Si è rotta la combinazione tra un rancido rimasuglio del peggior comunismo e la polpetta avvelenata del populismo all’americana. Dei ladri di Pisa, che hanno dominato la scena internazionale, ne è rimasto uno, che fa un po’ fatica a rimanere a galla. Speriamo che non trovi rifugio in una tattica alleanza con i comunisti cinesi (tra massacratori del popolo ci si intende sempre). Biden teme questo e infatti non ha affondato i colpi contro Putin, pur facendogli capire che la musica è cambiata.

Biden ha il pregio, come si suol dire, “d’aver mis i figh a dú la lira” a Putin: è già un bel passo avanti. Il fatto più importante però è quello di avere ridato fiato e peso internazionale all’Europa senza giocare a mettere il dito fra la moglie sovranista e il marito unionista. Siamo tornati a giocare a carte scoperte, ripartendo dalle opzioni democratiche occidentali. Draghi ha colto al volo l’occasione e ci ha rimesso al tavolo a pieno titolo e con voce in capitolo. Non mi interessano più di tanto le scaramucce diplomatiche fra Biden e Putin: rientrano nella ritrovata normalità. Mi interessa il futuro dell’Europa e tiro un respiro di sollievo rispetto al recente passato.

Ricordo ancora una volta cosa successe in Scozia durante la campagna elettorale referendaria sulla brexit. La propensione scozzese – seppure almeno in parte strumentale rispetto alle loro mire indipendentiste – verso l’Unione europea, è sfociata in rabbia ed ha trovato, per ironia del destino, un ulteriore motivo di ribellione nelle parole proferite proprio in Scozia nei giorni del referendum dall’aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferiva Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump è apparso in tv, tutti i clienti si sono avvicinati allo schermo. Poi hanno tutti assieme cominciato a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo è stato senz’altro “pig”, porco.

La porcilaia si è poi storicamente allargata, consolidata e si rischiava di non uscirne più.  Trump infatti ha rispettato le premesse e mantenuto le promesse: è stato il più autorevole ed acerrimo nemico dell’unità europea. Anche all’Italia ha mandato parecchi messaggi di incoraggiamento per un’uscita dalla Ue, promettendo in cambio aiuti e appoggi. Fortunatamente non se ne è fatto niente. Finalmente abbiamo trovato la porta per uscire dalla porcilaia in cui Trump ci aveva infilato. Adesso si tratta di ripartire col piede giusto.

Non sono mai stato un filo-americano di maniera, non ho mai preso per oro colato il verbo statunitense, ho sempre visto arrivare nel nostro Paese l’onda più o meno lunga delle discutibili scelte culturali e politiche provenienti dagli Usa. Questa volta è arrivata una ventata d’aria respirabile. Non mi illudo, ma spero che Biden possa essere interlocutore affidabile per nuovi processi di collaborazione e sviluppo. Putin continui pure a fare il furbo, ma, se l’occidente sa rimanere unito e si attesta su determinati principi democratici, ha poco da muovere. Può insolentire i giornalisti, può fare il gradasso in patria, può cannibalizzare le opposizioni, può cercare di ricattare altri Stati, può dare fastidio, anche se, come noto, una noce, seppure grossa, in un sacco non fa molto rumore. Tutta la mia solidarietà ai suoi coraggiosi oppositori. Ho l’impressione che stiano facendo due coraggiose e meritevoli battaglie in una: contro la mafia di stato e contro il regime autoritario. Sarà dura.

 

Il cinismo galantuomo

In che mondo viviamo? Con una pandemia in atto, prima facciamo finta di niente e liberalizziamo tutti i comportamenti e poi cominciamo a parlare e minacciare di stringere i cordoni della borsa quando si sta svuotando. Se non è schizofrenia individuale e collettiva, cos’è?

No, non siamo tutti stupidi, siamo soltanto comodamente seduti nella poltrona sistemica e non c’è verso di farci alzare. Tutto sommato i governanti e i politici più seri e coerenti sono i (quasi) negazionisti alla Boris Johnson ed alla Matteo Salvini: hanno il coraggio di ammettere che la ragione di sistema deve prevalere su quella di Covid. In Inghilterra si riapre tutto nonostante la dilagante ripresa dei contagi: non c’è covid che tenga, chi è sano speri di continuare ad esserlo, chi si ammala speri di guarire e chi muore ha risolto tutti i suoi problemi. L’importante è rimettere in moto la macchina a costo di andare a sbattere.

“Diminuiscono i morti e i ricoverati, aumentano i contagi. Attenzione sì, terrore no. Rispetto delle regole sì, allarmismo e chiusure no”. Lo dice il leader della Lega Matteo Salvini. Un modo più elegante per sostenere la stessa tesi di Boris Johnson.

Questi discorsi pseudo-suicidi hanno una loro coerenza: nella nostra società in priorità non c’è la vita, ma l’economia, non c’è la salute, ma l’affarismo, non c’è l’incolumità personale, ma la follia totale. Visto così, tutto assume una logica seppur perversa e autodistruttiva, ma anche autodifensiva. Non mi scandalizzo di chi vuole salvaguardare a tutti i costi lo status quo. È la versione totalizzante della “reazione”.

Mi stupisco e mi innervosisco molto di più con chi dovrebbe essere portatore di una visione etica, sociale e politica diverse: la vogliamo chiamare sinistra? Le ideologie di questa parte non si sono purtroppo mai fatte scrupolo di sacrificare le vite umane in nome di un fantomatico progresso sociale e questo ideologismo, più che datato, continua a condizionare il cosiddetto “riformismo”: non si procede secondo un graduale disegno di cambiamento delle mentalità e degli assetti, ma si va a strappi, si cammina a zig-zag, si dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Si apre e si chiude a seconda del momento e soprattutto con l’intento di non disturbare più di tanto il manovratore.

Se questa è la versione riveduta e scorretta dell’ideologismo di sinistra ammantato di riformismo, dobbiamo fare i conti anche con gli utopismi fragili emergenti: l’ecologismo fine a se stesso e il laburismo testardo. Della serie “caschi il mondo, ma non si può tagliare nemmeno una pianticella” oppure “caschi il mondo, ma non si può licenziare nessuno”. Il dogmatismo, che serve solo a lasciare le cose come stanno, mettendo a posto la coscienza.

Non so cosa direbbero oggi Adam Smith e Karl Marx, così diversi e così uguali; certamente farebbero fatica a raccapezzarsi, aggirandosi fra le rovine ideologiche che anch’essi hanno contribuito a provocare. Non è il caso di prendere in considerazione la storia delle dottrine economiche, anche perché, tutto sommato, quella vincente in tempo di pandemia è il malthusianismo, secondo cui la popolazione tenderebbe a crescere in misura superiore a quella delle risorse disponibili, con un conseguente progressivo immiserimento delle condizioni di vita, se non si verificassero epidemie, carestie e guerre. Ben vengano, stringi-stringi, le pandemie, le alluvioni, la fame, i conflitti armati: la disgrazia di molti serve a garantire la sopravvivenza e, ancor più, il benessere di pochi.

Questo è il cinismo con cui agiamo a tutti i livelli: dopo la pandemia non siamo più uguali a prima, siamo ancora più cinici, sadici e masochisti. Attenzione anche al papa: l’unica voce dissonante in questo coro a bocche aperte a destra e chiuse a sinistra. Sì, attenti, perché la fagocitazione è pronta a divorare anche le encicliche papali. “Quante divisioni ha il papa?”. Ricordate? Questa la sprezzante e famosa frase di Stalin alla conferenza di Yalta del febbraio 1945, dove i “Tre Grandi” decidevano i destini dell’Europa e del mondo dopo che la guerra fosse finita. «Non mi farò influenzare dal Papa», questa la risposta di George W. Bush agli appelli di Giovanni Paolo II per scongiurare l’intervento contro l’Iraq. Attualmente esiste un modo più subdolo ma analogo per seppellire i richiami etici papali sotto la valanga dell’(im) possibilismo e del continuismo.

La grande ve(n)detta ligure

I fatti del G8 di Genova sono stati una serie di eventi avvenuti nella città di Genova a partire da giovedì 19 luglio sino a domenica 22 luglio 2001, contestualmente allo svolgimento della riunione del G8. Durante la riunione dei capi di governo dei maggiori paesi industrializzati svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio e nei giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Durante uno di questi venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani.

Le rievocazioni e le ricostruzioni si sprecano: la storia merita di essere rivissuta in modo spietatamente obiettivo e critico. Molti giovani d’oggi non erano ancora nati o erano all’asilo infantile. Purtroppo io ero già in età anagraficamente e politicamente matura e vissi quegli avvenimenti col dramma interiore di chi condivide le motivazioni della protesta, ma non può aderire ai metodi violenti e rifiuta però drasticamente e visceralmente la reazione del potere a suon di cariche della polizia, di arresti, di spedizioni punitive, di interventi massacranti in un bailamme sociale che Amnesty International ha definito come “la più grande sospensione dei diritti umani e democratici dalla Seconda Guerra Mondiale in Europa”.

I temi caldi che bollivano sotto il fuoco della protesta riguardavano globalizzazione, neoliberismo sfrenato, riscaldamento globale, disuguaglianza sociale sempre più netta, politiche migratorie sbagliate: letti a 20 anni di distanza, i motivi che portarono in piazza i Social Forum a Genova sono gli stessi che ci inquietano oggi. Sono passati 20 anni e viviamo in un mondo che è molto diverso da quello di quell’estate, eppure, già all’epoca, i motivi per essere preoccupati per il futuro delle nostre società non erano poi così diversi da quelli che ora sono i motivi del terrore per il presente delle stesse: neoliberismo sregolato, legalità dei paradisi fiscali, dominio della finanza sull’economia, impoverimento delle classi medie a livello internazionale, aumento dell’ingiustizia sociale a livello internazionale, insostenibilità delle politiche economiche fondate sul debito, polarizzazione della distribuzione delle ricchezze, sregolato aumento del potere del privato sul pubblico, delle multinazionali sugli stati, delle lobby sui parlamenti, instabilità mediorientale, diffusione endemica di xenofobia e razzismo.

La protesta in questo ventennio si è parcellizzata e sparpagliata in diversi rivoli, perdendo gran parte della sua forza d’urto, ma guadagnando in termini propositivi e costruttivi. Allora mi chiedevo dove collocarmi: tra i manifestanti in tuta o fra i filo-governativi in giacca e cravatta. È sempre stato il dramma del mio impegno socio-politico: nel sistema o contro il sistema? Ho scelto, con la morte nel cuore, di schierarmi all’interno della realtà sociale, sforzandomi di viverla concretamente in adesione ai principi ed ai valori della sacrosanta contestazione. Una gara durissima che mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca.

Non è il caso di operare una nostalgica revisione di vita, ma di rivalutare la protesta quando è coraggiosamente volta a far scoppiare le contraddizioni della società in cui viviamo. Sarebbe interessante rivisitare tutti i temi che spingevano nelle strade e nelle piazze di Genova a sfogare anche rabbiosamente le profonde insoddisfazioni verso il sistema e le sue ingiustizie. Ci accorgeremmo che siamo ancora lì, almeno nella sostanza. La natura forse ha preso il posto dei no-global, dei pacifisti, degli ecologisti, non andando troppo per il sottile e adottando il metodo dei black-bloc, vale a dire quella tattica che ha dato il nome a un gruppo di individui di molteplici nazionalità dediti ad azioni di protesta spesso violenta e caratterizzata da atti vandalici, devastazioni, disordini e scontri con le forze dell’ordine.

La natura si sta incaricando di sbatterci violentemente in faccia tutto il marcio delle nostre società, di distruggerne le propaggini e di metterne in discussione le radici. Con la “piccola” differenza che le forze della natura non le possiamo confinare nelle caserme per criminalizzarle e massacrarle di botte. Stiamo soffrendo la catastrofica e inconsapevole vendetta dei contestatori, tacitati coi metodi sbrigativi e vomitevoli del potere. L’amaro in bocca mi cresce a dismisura anche perché non ho più la forza fisica per impegnarmi dal di dentro e, se anche mi sforzassi di ritrovarla, non saprei dove incanalarla. A stretto rigore dovrei rifugiarmi nostalgicamente tra i contestatori di oggi. Ci provo: le sardine si sono squagliate, c’è Greta che fa tanta tenerezza con i suoi ingenui cartelloni e i vaffanculisti grillini che fanno sbudellare dal ridere.

 

 

Una tenue luce nell’ambulatorio draghiano

Quando ho appreso della visita al penitenziario di Santa Maria Capua Vetere (recente teatro dell’orrore per quanto riguarda il trattamento dei detenuti) di Mario Draghi e Marta Cartabia ho avuto un riflesso condizionato dalla storia fatta di pianti sul latte versato e di promesse non mantenute.  A proposito, si sente tanto la mancanza di Marco Pannella: cosa direbbe a latere di questa ennesima macelleria carceraria? Draghi e Cartabia sono addirittura stati acclamati dai detenuti: “I vostri problemi sono i nostri”. E allora mi sono letto la bella cronaca di Viviana Lanza del 15 Luglio 2021, pubblicata dal quotidiano “Il Riformista”, che riporto di seguito integralmente.

«Oggi non siamo qui a celebrare trionfi o successi, piuttosto ad affrontare le conseguenze delle nostre sconfitte» ha detto il presidente Mario Draghi. «Siamo qui per dire che i vostri problemi sono i nostri problemi, perché quando si parla di carcere bisogna aver visto, come ci ricordano le celebri parole di Calamandrei che sapeva bene cosa significasse la vita del carcere» ha aggiunto la ministra della Giustizia Marta Cartabia.

Il discorso dei rappresentanti del Governo al termine della loro visita nel carcere dei pestaggi ha toni e contenuti che danno la sensazione di un cambiamento, di una nuova era dopo quella del vecchio governo e del ministro Bonafede. E il fatto che un vento frizzante spezzasse l’afa del pomeriggio, ieri, fuori al carcere di Santa Maria Capua Vetere, accompagnando le parole del presidente Draghi e della ministra Cartabia, potrebbe non essere soltanto una nota di colore. Il vento è cambiato, almeno si spera. Di certo è cambiato il linguaggio istituzionale e sono cambiati i contenuti dei discorsi dei rappresentanti del Governo. «Venire qui oggi significa guardare da vicino per iniziare a capire» ha affermato Draghi. «Quel che abbiamo visto nei giorni scorsi ha scosso nel profondo la coscienza degli italiani ma anche dei colleghi della polizia penitenziaria che lavorano con fedeltà in questo carcere. Le indagini in corso stabiliranno le responsabilità individuali, ma la responsabilità collettiva è di un sistema che va riformato».

«Il Governo – ha assicurato Draghi – non ha intenzione di dimenticare. Non può esserci giustizia dove c’è abuso e non può esserci rieducazione dove c’è sopruso». Poi, ricordando l’impegno e la dedizione di tanti agenti della polizia penitenziaria, di educatori, mediatori e volontari, il premier ha dettato la linea: «Deve essere l’inizio di un nuovo percorso di vita». A fare eco alle parole del premier c’erano le voci dei detenuti che provavano ad oltrepassare le sbarre e farsi sentire al di fuori delle mura carcerarie. «Indulto, indulto!» gridavano i detenuti e acclamavano «Draghi! Draghi!». Nel carcere sammaritano il presidente e la ministra hanno visitato di persona il reparto Nilo, quello dei pestaggi e delle umiliazioni, percorrendo il tragitto che il 6 aprile 2020 portò 192 detenuti ad attraversare l’inferno.

Hanno visitato, inoltre, il reparto Danubio, quello dove le vittime delle violenze furono tenute per alcuni giorni, e il reparto femminile dove le detenute hanno donato ai rappresentanti del Governo mascherine e asciugamani ricamati a mano. A salutare la visita dei rappresentanti del Governo, accompagnati dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, c’erano inoltre il garante nazionale Mauro Palma e il garante regionale Samuele Ciambriello. «Questa è una giornata storica – ha dichiarato la direttrice del carcere di Santa Maria Capua Vetere, Elisabetta Palmieri – Stiamo attraversando un momento terribile, senza precedenti, ma la vostra vicinanza il vostro supporto – ha aggiunto rivolgendosi al premier e al Guardasigilli – rappresentano per noi quello che auspichiamo possa essere un nuovo inizio per la polizia penitenziaria e per tutto il sistema penitenziario, il momento della svolta, della rivincita, del riscatto».

Quando è arrivato il momento del suo intervento, la ministra Cartabia ha rivolto un saluto anche ai detenuti e un pensiero a coloro che hanno subìto violenze e umiliazioni. «Mai più violenza nelle carceri europee ha commentato il commissario europeo Didier Reynders. – ha ricordato – Mai più violenza! Lo abbiamo detto con forza e lo ripetiamo anche qui» ha ribadito la ministra. «Quegli atti sfregiano la dignità della persona umana che la Costituzione pone come vera pietra angolare della nostra convivenza civile». «La sua presenza qui, presidente, è più eloquente di mille parole. Dice che ciò che accade nelle carceri ci riguarda tutti. I problemi delle carceri sono i problemi di tutto il Governo, di tutto il Paese e non solo di un settore dell’amministrazione della giustizia né di un solo istituto penitenziario. La sua presenza – ha aggiunto Cartabia rivolgendosi a Draghi – dice che di quei problemi tutto il Governo vuole farsi carico».

C’è un impegno in queste parole, c’è la promessa di partire dal caso Santa Maria Capua Vetere per riformare il mondo del carcere. «La pandemia – ha sottolineato la Guardasigilli – ha fatto da detonatore di questioni irrisolte da lungo tempo, i problemi hanno una data antica e in questo istituto la pandemia ha determinato la morte di un agente, l’assistente capo Salvatore Spagnolo». «Ora – ha aggiunto – bisogna ripartire dai fatti concreti e da una fotografia autentica della realtà penitenziaria. Guardiamola in faccia» ha detto la ministra elencando la sua strategia per risollevare dal fallimento il sistema penitenziario. «Occorre una strategia che operi su più livelli: strutture materiali, interventi normativi, personale, formazione» ha spiegato. Il sovraffollamento resta «il primo e il più grave dei problemi», per risolverlo occorre «correggere una visione del diritto penale incentrata solo sul carcere» e puntare su «forme di punizione diverse dal carcere come ad esempio i lavori di pubblica utilità».

La rivoluzione Cartabia prevede anche più formazione e più assunzioni tra il personale della penitenziaria e una revisione dell’edilizia penitenziaria: «Nuovi spazi e nuove carceri non può significare solo posti letto». Più che una rivoluzione sembra un miracolo. A volte anche i miracoli si avverano.

Sono perfettamente d’accordo con le valutazioni etico-politiche di Viviana Lanza. L’aria sembra diversa e mi sento di aggiungere, con un pizzico di sarcasmo, che ci volevano due illustri tecnici (?) prestati alla politica per tentare di aprire almeno le finestre se non le porte delle carceri.  Speriamo sia la volta buona. Da un certo punto di vista sono serviti quanti profetizzavano sulla mancanza di visione politica del governo Draghi e sul suo mero ruolo di supplenza in una fase in cui la politica è vacante per una serie di fattori arcinoti.

Con uno stile sobrio ma deciso questa compagine ministeriale, tenuta insieme con la colla di marca mattarelliana, sta affrontando nodi fondamentali del nostro vivere civile.  Non si parla solo di soldi, anche se ce n’è un bisogno enorme, non si affronta solo la pandemia, anche se è tutt’altro che terminata, non si ripristina solo l’immagine dell’Italia a livello europeo ed internazionale, anche se al riguardo eravamo messi piuttosto male. I politicanti di tutte le sponde fanno fatica a tenere il passo, i commentatori vanno alla ricerca del pelo nell’uovo, i cittadini, al momento, sono sballottati fra ammirazione, scetticismo, incredulità e noncuranza. Qualche grosso pelo lo cerco anch’io, qualche scetticismo lo nutro anch’io. Devo comunque ammettere che in materia carceraria, e non solo, si intravede una lucina oltre il tunnel.

Guardiamo indietro, serve. Cosa ci faceva Gianfranco Fini, all’epoca vicepremier, nella sala operativa della Questura di Genova quel maledetto 21 luglio 2001? L’onorevole Gianfranco Fini non ha mai chiarito, non ha mai fornito spiegazioni: il ruolo governativo in quella debacle a livello di disordine pubblico e di mattanza ai tempi del G8 di Genova, non è mai stato chiarito. Sono passati vent’anni e forse qualcosa è mutato: la politica forse (i dubbi purtroppo rimangono) non è più ispiratrice e difensora ad oltranza delle malefatte repressive delle forze dell’ordine. Draghi dice infatti di volerci vedere chiaro.

Speriamo non gli succeda come a mio padre. «Non ci vedo chiaro!»: così diceva il radiologo mentre gli stava facendo una lastra allo stomaco. «A crèdd, rispose, a ghé scur cme la bòcca ‘dun lòvv!». Alla fine il responso fu che il mio genitore era sano come un pesce. Uscendo dall’ambulatorio nella sala d’aspetto si imbatté di nuovo in una frenetica e grassa signora, che precedentemente gli aveva esternato tutta la sua insofferenza a bere un bicchierone di bario per illuminare lo stomaco in funzione radiologica. Con una punta di sadismo la salutò e le disse: «A proposito, me ne stavo dimenticando, il dottore mi ha detto di preavvertirla che lei di bicchieroni di bario ne dovrà bere due…». Sul momento, non conoscendo la vena ironica di mio padre, sbiancò in volto, poi scoppiarono entrambi in una liberatoria risata. Liberatoria non tanto, perché qualche mese dopo mio padre dovette farsi operare: aveva ben tre ulcere che stavano degenerando…L’oscurità dell’ambulatorio non aveva evidentemente aiutato il radiologo.

 

 

Il buon senso in quarantena

Quando, al termine di una spasmodica corsa universitaria, mi sono laureato in una calda mattinata del luglio 1972, dopo aver incassato un incoraggiante e soddisfacente esito, ho fatto rientro immediatamente a casa senza alcuna esitazione, sottraendomi in linea di principio e in via di fatto a qualsiasi penoso rito del tipo “dottore…dottore…dottore del buco del cul, vaffancul vaffancul”. Ho festeggiato (?), assieme ai miei genitori (ristorati finalmente dalle loro fatiche di supporto ai miei studi) ed a mia sorella (che vedeva altruisticamente realizzarsi in me un sogno a lei precluso per motivi di ristrettezza famigliare), con un lauto pranzo a base di minestrone di verdura: tutti felici e contenti.

Vengo ai giorni nostri. Un gruppo di una quindicina di studenti, che avevano organizzato un viaggio a Ios in Grecia per festeggiare la maturità, avrebbe dovuto tornare in aereo a Tessera (Venezia), ma è rimasto bloccato nell’isola greca, perché alcuni di loro sono risultati positivi al Covid. I giovani, che hanno deciso di mettersi in auto isolamento, non sanno quando potranno far rientro a casa, hanno spiegato le famiglie, sostenendo che le autorità greche non avrebbero fornito informazioni ai figli, né alcun supporto logistico. Le loro condizioni generali comunque sono buone, e ogni giorno tengono al corrente le famiglie dell’evoluzione della situazione. Le famiglie riferiscono che le autorità sanitarie locali non avrebbero finora svolto alcun controllo sui ragazzi.

La Farnesina, in una nota, ha sottolineato che recarsi all’estero comporta rischi sanitari. “Da gennaio 2020 perdura in tutto il mondo l’emergenza sanitaria causata da COVID-19. Tutti coloro che intendano recarsi all’estero, indipendentemente dalla destinazione e dalle motivazioni del viaggio – avverte la Farnesina – devono considerare che qualsiasi spostamento, in questo periodo, può comportare un rischio di carattere sanitario” e che nel caso in cui si risultasse essere positivi al test per il coronavirus o contatti di una persona positiva vanno seguite le norme disposte dalle autorità locali.

Non basta il buon senso, bisogna che intervenga il ministero degli Esteri per far ragionare la gente, per far capire che forse non è il momento di intraprendere viaggi all’estero? Ammetto che il rigore e la sobrietà presenti nella mia vita giovanile fossero frutto di un’altra epoca e quindi non facciano testo per i giovani d’oggi, ma anche l’epoca attuale ha i suoi seri e gravi problemi, che non possono disinvoltamente essere superati, salvo soffrirne amare conseguenze.

Il mio medico, agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, raccogliendo le confidenze sulle mie trasgressive abitudini di vita sessuale, non si perse in ramanzine moralistiche e mi disse semplicemente: “Tieni conto che c’è l’Aids…vedi tu…”. Misi, solo un po’, la testa, e qualcos’altro, a posto. Mi adeguai alla nuova brutta situazione, che cambiò drasticamente il clima sanitario e le abitudini sessuali. Altra epoca, ma purtroppo si tratta di corsi e ricorsi storici: il Covid non è da meno dell’Aids.

Cosa voglio concludere con questa mini-carrellata di ricordi giovanili correlati alle scelte giovanili odierne? Che bisogna fare i conti con la realtà e non si può giocare a mosca cieca con il proprio sacrosanto diritto di svagarsi e divertirsi. Soprattutto non si deve scaricare l’effetto negativo di certe scelte avventate su chi ha le redini della famiglia e del governo, vale a dire sui genitori in sentimentale ansia e sui ministri e gli ambasciatori in burocratica pista di salvataggio.

Vale per i giovani, ma anche per tutti. Prima delle regole e degli obblighi, dovrebbe venire il buon senso. Un’autentica chicca della schietta e profonda religiosità incarnata da don Dagnino, uno storico sacerdote parmigiano, riguarda l’incoraggiamento sui generis fatto ad una sua parrocchiana a cui era nato un figlio con una piccola imperfezioni fisica. «L’important l’è cal g’abia dal bon sens, ‘na roba ca ne’s compra miga dal bodgär» sentenziò con sano realismo umano e religioso di fronte alle ansie di una madre inquieta.

 

Dopo le gozzoviglie arriva il conto

«Temo che vedremo la piena portata di questa tragedia solo nei prossimi giorni». Questo l’amaro e preoccupato commento di Angela Merkel, cancelliera tedesca, a proposito delle devastanti alluvioni che hanno messo in ginocchio il suo paese. Il bilancio della sciagura per ora sfiora le 100 vittime, il numero dei dispersi è impressionante. E nella zona di Colonia una nuova frana ha causato un numero imprecisato di vittime e di feriti. Nella regione di Ahrweiler non si hanno notizie di 1300 persone, possibilmente a causa della sospensione delle comunicazioni dei telefoni cellulari, riporta il sito di Die Welt. Sono interrotte anche le forniture di energia elettrica per almeno 165mila persone. E il maltempo non si ferma: le previsioni per le prossime ore annunciano altre violente piogge. Ci viene offerto uno spettacolo allucinante: case distrutte e strade divelte. Nel paese, che sta vivendo uno dei peggiori disastri meteorologici dalla seconda guerra mondiale, molte persone hanno cercato rifugio sui tetti delle case. É stata la parte Ovest del Paese a essere colpita, in particolare gli Stati di Renania-Palatinato e Nord Reno-Westfalia, dove i nubifragi hanno provocato l’esondazione dei fiumi, minacciando di buttare giù le case.

Le immagini scioccanti proposte dalla televisione sono molto eloquenti e rendono inutili le descrizioni a parole, ma impongono una profondissima riflessione. Dirò subito che l’unico ombrello credibile al riguardo lo offre papa Francesco. Ci stiamo rovinando con le nostre mani: sta arrivando il conto delle gozzoviglie perpetrate nel tempo. I peccati di gioventù si pagano in vecchiaia, con l’aggravante che spesso la vecchiaia pagante non corrisponde alla gioventù peccaminosa.  Dovremmo interrompere drasticamente i disastri ecologici in atto: non basta pagare la multa. Spesso è comodo e serve soltanto a continuare a coltivare i propri sporchi interessi. Ma non è sufficiente nemmeno l’armistizio con la natura. Se non si rimuovono le cause la guerra col creato può ricominciare da un momento all’altro.

Dice papa Francesco in conversazione con Austen Ivereigh, scrittore e giornalista britannico, nel recente libro “Ritorniamo a sognare”: “La storia di Noè nella Genesi non narra soltanto di come Dio offrì uno scampo alla distruzione; parla anche di quanto accadde poi. La rigenerazione della società umana avvenne perché si tornò a rispettare i limiti, a frenare la corsa alla ricchezza e al potere, a prendersi cura di quanti si trovano nella periferia. In quella rigenerazione ci furono due momenti chiave: l’istituzione del Sabato e del Giubileo, ovvero tempi per recuperare e per riparare, per condonare i debiti e per ristabilire legami. Così avvenne che la Terra ebbe il tempo di ristorarsi, che i poveri trovarono nuove speranze, che le persone riscoprirono la loro anima”.

O ci mettiamo in questa logica di rigenerazione o andiamo incontro alla catastrofe. Non bisogna essere apocalittici per vedere dove stiamo andando a finire. Noi preferiamo continuare, partendo dai nostri comodi, illudendoci di scaricare responsabilità ed effetti sui disgraziati del caso e del momento. “Se non vi convertite, perirete tutti” dice Gesù. Non sono un integralista, ma non posso che fare riferimento alla credibilità della Bibbia e del Vangelo. Soffermiamoci sulla parola “tutti”, nessuno escluso. È inutile “scancherare” contro i cinesi (ammesso e non concesso che abbiano qualche precisa responsabilità nello scoppio della pandemia da covid); è inutile prendersela con gli errori dei governanti (anche se ne fanno continuamente); è inutile prendersela con Dio che ci starebbe massacrando (sì, il nostro Dio a forma di vitello d’oro); è inutile rimettersi alla fatalità e alla continuità del tempo con i suoi ricorrenti disastri umani ed ambientali (è vero, ma giorno dopo giorno gli errori aumentano e occorre interrompere la catena).

Mio padre maccheronava un famoso proverbio e diceva: “Chi è causa del suo mal pianga me stesso”. Voleva indirettamente enfatizzare la responsabilità personale di ognuno. È sempre il papa che ci ricorda la necessità di cambiare, mettendoci in guardia dal pericolo di cambiare in peggio, e ci trasmette la convinzione che ci si salva solo assieme. Noi continuiamo invece a pappagallare con lo stupido ritornello “andrà tutto bene”, mentre tutto va a catafascio. Ci esaltiamo (si può gioire anche senza esagerare: sbaglio?)  con le vittorie calcistiche a pullman scoperto: nemmeno a quello sappiamo rinunciare (Sua Santità papa Leonardo Bonucci docet). Chi si contenta gode!

 

Il latte di Letta

Enrico Letta ha accettato la proposta di candidatura alle elezioni suppletive della Camera nel collegio uninominale Toscana 12. Lo ha reso noto il Pd di Siena. “Sono felice del vostro affetto e onorato per la vostra richiesta – ha detto il segretario Dem in collegamento con la direzione senese – La voglio fare sul serio questa campagna elettorale”. Il seggio è stato lasciato vacante da Pier Carlo Padoan dopo le dimissioni del 4 novembre 2020, in seguito alla sua nomina nel cda di UniCredit.

“C’è una missione nazionale – ha detto Letta – dobbiamo vincere per dare un messaggio forte alla Toscana e al Paese e per avere un segretario in Parlamento dove i nostri gruppi parlamentari sono usciti falcidiati dal disastro delle elezioni del 2018 e dalle fughe successive”. “In pratica – ha sottolineato – come Pd noi siamo forti nel Paese e nella proposta politica, ma siamo purtroppo esigui in Parlamento”. Per il segretario Dem, che domani completerà il suo percorso ascoltando la direzione di Arezzo, quello di Siena “è un territorio con molte sfaccettature, eccellenze e fragilità, problemi e enormi potenzialità. Per ciascuna di queste questioni dobbiamo costruire una proposta politica seria e all’insegna della prossimità”.

“A livello politico nazionale riteniamo che per rendere incisiva l’azione politica del Partito democratico, il segretario debba essere presente attivamente in Parlamento”, avevano scritto gli 80 delegati senesi nel documento approvato all’unanimità a metà giugno. Un testo con cui chiedevano ufficialmente a Letta di candidarsi, “apprezzando il coinvolgimento della base, le parole chiare su tematiche identitarie e le modalità di guida del partito”. “Vedremo, valuterò e deciderò in questi giorni”, aveva risposto il segretario Dem.

A quanto pare Enrico Letta ha deciso e anche abbastanza in fretta. In questa “vicendina senese” mi permetto di constatare due incoerenze o contraddizioni come dir si voglia, peraltro molto evidenti. La prima riguarda il fatto che il segretario democratico ha dimenticato in fretta la priorità femminile. In realtà non l’ha scordata, ma, come spesso succede, l’ha fatta pagare agli altri, in particolare all’incolpevole Graziano Del Rio, costretto sbrigativamente a lasciare l’importante incarico di capo-gruppo alla Camera dei deputati per far posto ad una improvvisata collega di cui si sono perse le tracce: forse Del Rio, a giudizio di Letta, portava la macchia di essere stato un renziano, pur essendosene affrancato nel tempo, e quindi poteva, forse doveva,  essere sacrificato sull’altare di un’assurda vendetta trasversale. Uno diventa segretario di un partito politico e la prima cosa che fa è tagliare fuori il migliore esponente di quel partito (tale era ed è giudicato un po’ da tutti), sacrificandolo sull’altare della finta valorizzazione delle donne impegnate in politica. Mi chiedo: se Letta tiene tanto a questa retorica parità di genere, perché non ha candidato una donna nel collegio uninominale senese? Probabilmente le donne vanno bene a corrente alternata, cioè fin quando non intralciano l’uomo al comando.

La seconda contraddizione la trovo nell’atteggiamento del PD di Siena che ha chiesto a Letta, uomo al vertice, di candidarsi in nome del coinvolgimento della base. Valli a capire i senesi…Una carenza, probabilmente la più eclatante e grave, del partito democratico è lo scarso legame col territorio, la insufficiente classe dirigente locale, spesso ingaggiata più per scelte opportuniste che per effettive preparazione, competenza e rappresentatività (lo ritengo l’errore principale della stagione piddina renziana). E allora, per ovviare a questo difetto, si preferisce addirittura calare dall’alto del Nazareno l’asso (?) di briscola per ricuperare campo e voti. “Forti nel Paese, ma esigui in Parlamento”: così viene giustificata la scelta, non certo storica, di piazzare il segretario nazionale in Parlamento. Vorrei capire dove sta la forza nel Paese e come verrà superata l’esiguità parlamentare. Se lo slogan non è stato buttato lì a caso, rivela una presunzione preoccupante e (quasi) patetica.

Se è vero, come è vero, che per coerenza si intende “costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni”, si può senza esitazione affermare che il Pd di Enrico Letta mette l’incoerenza nella carta d’identità. Niente di scandaloso: si è visto di peggio. Si può anche cambiare opinione, ma in tale caso occorrerebbe rimediare agli sbagli commessi. Sarebbe troppo difficile, meglio abbandonarsi al giochino dei bussolotti, salvo poi magari piangere sul latte di Letta (infatti quando lo sento mi viene, come si suole dire, il latte alle ginocchia). Se qualcuno non l’avesse ancora capito, questo falso e coccodrillesco cincinnato non mi piace: non sa dove tenere il culo (chiedo scusa per la scurrile immagine) e infatti ha pensato bene di riappoggiarlo su uno scranno di Montecitorio.