Il mostro di Mosca e il ballerino di Kiev

Tra un dispiegamento di forze dell’ordine e uno di forze mediatiche si è svolta la stucchevole visita di Volodymyr Zelensky a Roma, nella evidente indifferenza della popolazione italiana, stanca di sentire parole di guerra e di vedere soltanto prospettive belliche.

L’Italia, a dispetto di sorrisi, baci e abbracci, non è né carne belligerante né pesce pacificante: pochi (anche troppi per il sottoscritto) e divisivi aiuti militari, molte chiacchiere affaristico-ricostruttive, insignificante impegno diplomatico, parecchia scriteriata retorica europea ed internazionale.

Il Quirinale si è limitato a timbrare il cartellino delle collaudate ma sfinite alleanze internazionali; Palazzo Chigi ha giocato a vincere la gara del “filoucrainismo”, mentre il vero ruolo politico lo ha svolto, seppure sullo sfondo, il Vaticano. Il tutto in un vomitevole, assordante e superficiale contesto mediatico.

Mentre Sergio Mattarella tirava il freno a mano di un’auspicabile ma assente diplomazia, Giorgia Meloni accelerava per guadagnare la pole position di chissà quale gara e gli italiani stavano a guardare come le stelle del famoso romanzo. Una recita assai poco seria, al termine della quale non rimane che sperare nella sotterranea azione vaticana.

Basti dire che la diplomazia è tutta nelle mani di un fatiscente Erdogan, di un fregoliano Xi Jinping e di un ridicolo Joe Biden. Le prospettive di pace dipendono dalle gambe di questi squallidi personaggi. Non ho idea se gli emissari vaticani dribbleranno tutti e punteranno ad un confronto diretto fra le parti in conflitto oppure se sfrutteranno i falsi umori delle parti esterne alla commedia. La storia insegna, che la Chiesa, se vuole, può molto, anche se troppe volte si è voltata dall’altra parte preferendo disegni utilitaristici ed omertosi. Non è la mentalità di papa Bergoglio, ma quale controllo avrà della sua troupe diplomatica non è dato sapere.

Nel frattempo ci dobbiamo rassegnare ad un (non) ruolo italiano: forse qualcuno si accontenterà delle sbruffonate femminili di Giorgia Meloni. Dai colloqui tra un ex ballerino ed una soubrette c’è poco da aspettarsi, mentre il mostro di Mosca continua a digrignare i denti. Con la squadra anti mostro che mettiamo in campo…

Da welfare state a folly state

 “Se si dovessero interrompere oggi le forniture di gas russo l’Italia sarebbe coperta fino ad ottobre. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio Mario Draghi nel corso della conferenza stampa che ha seguito il Consiglio dei ministri sul Def. “Noi siamo con l’Unione europea, se ci propone l’embargo sul gas, siamo contenti di seguire. Vogliamo lo strumento più adeguato per la pace. Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace: preferiamo la pace o il termosifone, anzi il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”, le parole del premier”. (LaPresse)

Era il 06 aprile 2022 e le provocatorie dichiarazioni dell’allora premier italiano fecero discutere: si trattava, a suo dire, di piegare le nostre comodità alle esigenze belliche contro la Russia. Un modo inaccettabile di impostare il discorso della pace, riducendola a opzione a favore dei propri comodi. Volendo metterci sullo stesso piano ci si potrebbe chiedere a rovescio: preferiamo causare con le nostre armi fornite all’Ucraina migliaia di morti o arrenderci alle mire espansionistiche di Putin? Un manicheismo funzionale alla globalizzazione dello status quo, un disperato realismo che tutto blocca in una sorta di regime totale da cui non si può uscire. Ne abbiamo la dimostrazione in questi giorni.

“Paola e Claudio Regeni sono rimasti attoniti davanti alle parole dell’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi che, sul palco della convention di Forza Italia, si è speso in parole di gratitudine per il governo di Al Sisi: «L’Egitto ci ha aiutato rinunciando ai suoi carichi quest’estate per mandarli in Italia per riempire gli stoccaggi. Questi sono Paesi a cui se dai, ricevi». Il Paese da cui l’Italia «riceve» non ha però mai fornito gli indirizzi dei quattro funzionari della National Security egiziana accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso il ricercatore 28enne. La prossima udienza, il 31 maggio, dovrà ancora una volta affrontare l’impasse giuridica causata dall’irreperibilità degli imputati”. (Serena Riformato su “La Stampa”).

Un inqualificabile inno (schiacciadiritti) alla realpolitik: prima vengono gli affari di Stato poi i diritti dei cittadini. Per dirla con Marco Pannella, la ragion di Stato che vince sullo Stato di diritto. Se si rimane in questa logica perversa, tutto cambia affinché nulla cambi.

Nell’intervista sopracitata ai genitori di Giulio Regeni, si richiama la domanda della segretaria del Pd Elly Schlein: l’Italia ha “dato” l’impunità ai torturatori di Giulio Regeni in cambio del gas? I Regeni rincarano la dose: «Abbiamo rinunciato alla giustizia (diritto inalienabile) in cambio di merci? E chi ci guadagna in uno scambio così svantaggioso?».

Una dichiarazione allegata alla 67a Dichiarazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 24 settembre 2012 afferma: “Le Nazioni Unite definiscono lo Stato di Diritto come un principio di governo in cui tutte le persone, le istituzioni e gli organismi, pubblici e privati, ivi incluso lo Stato stesso, sono tenuti da leggi pubblicamente promulgate, ugualmente applicate e giudicate in modo indipendente, e i quali sono coerenti con le norme e gli standard internazionali sui diritti umani.”

É una definizione che mette i diritti umani al centro del governo pubblico, e impone a tutti gli Stati di rispettare i principi sanciti dalla Carta Universale dei Diritti Umani e dai documenti successivi. Purtroppo le cose si complicano quando si intrattengono rapporti con Stati che violano i diritti umani e prevale la tentazione di lasciarli bollire nel loro brodo a costo di scottarsi. Chi governa dovrebbe avere il rigore etico, la lucidità politica e la responsabilità civile per impostare correttamente e/o addirittura rifiutare categoricamente i rapporti con gli Stati che non rispettano i diritti. Si finisce purtroppo col difendere a parole lo Stato di diritto per poi piegarsi nei fatti alla ragion di Stato.

Paola e Claudio Regeni affermano in merito alla triste vicenda del figlio caduto nella implacabile rete spionistica egiziana: «L’Italia ha preferito consentire una diluizione infinita dei tempi, forse, chissà con la speranza che noi desistessimo dalla nostra richiesta di verità e giustizia processuale. Notiamo come spesso le posture, le risposte diplomatiche e politiche sono state volutamente vaghe, non chiare, lasciando che l’Egitto le interpretasse a modo proprio e, soprattutto, che il “caso Regeni” potesse diventare uno scomodo ricordo del passato. Delegazioni, strette di mano, sorrisi, accordi di ogni genere, e tante, tante armi di ogni tipo. Però hanno fatto male i loro conti. Noi non desistiamo e il “popolo giallo”, che con noi pretende verità e giustizia, ogni giorno che passa diventa più numeroso e determinato».

Siamo un po’ tutti vergognosamente rassegnati alla ragion di Stato. Le dichiarazioni di Descalzi sono passate (quasi) inosservate, mentre, per quanto lasciano intendere, sono di una gravità eccezionale e gridano vendetta al cospetto di Dio e degli uomini. Fintanto che anche il più piccolo dei diritti per il più piccolo degli uomini non sarà rispettato e sarà subordinato agli interessi di una fasulla collettività nazionale ed internazionale, non avremo la coscienza a posto. Ognuno può e deve fare al riguardo qualcosa a cominciare naturalmente da chi è investito di qualche responsabilità pubblica. Tutti colpevoli nessun colpevole? E i Regeni di turno in pasto alla realpolitik, alla realeconomik, alla realporcherik.

 

 

Le bergogliate senza rete

Ammetto di essere un tifoso accanito di papa Francesco nelle numerose e coraggiose partite, che ha aperto e sta faticosamente giocando a tutti i livelli: all’interno della gerarchia ecclesiastica, nella rienvagelizzazione dottrinale, nella sclericalizzazione strutturale, nella disinfestazione curiale; all’esterno della Chiesa, nella laicizzazione dei rapporti con la politica, nella “spregiudicata” azione di pace e giustizia, nella modernizzazione del pensiero riguardo ai drammi del mondo e dell’umanità.

Fare il tifo però non vuol dire aderire acriticamente a tutte le giocate e infatti il recente viaggio bergogliano in Ungheria, visto in chiave squisitamente “laica”, se da una parte mi ha dato speranza nell’apertura di qualche spiraglio di pace nei rapporti russo-ucraini, dall’altra mi ha messo qualche dubbio sul rischio di rilasciare una involontaria cambiale al regime di Orban e di fornire un inopinato assist ai nostalgici del “Dio, patria, famiglia”.

Ho ascoltato il discorso alla cerimonia di accoglienza a lui riservata e confesso di essere stato immediatamente sorpreso dall’enfasi posta nella pur coerente difesa dei cosiddetti principi etici irrinunciabili, cavallo di battaglia più o meno strumentale dell’attuale politica ungherese. Se tanto mi dà tanto, il Papa, nei colloqui avuti qualche tempo fa con Joe Biden, avrebbe dovuto ribadire la negazione dell’Eucaristia al presidente americano in odore di abortismo e meritevole di scomunica a giudizio del bigotto episcopato statunitense. Invece risulta che lo abbia tranquillizzato e incoraggiato ad accostarsi alla Santa Comunione.

Ho subito pensato che si trattasse di una mossa diplomatica, anche se non è nelle corde di Bergoglio usare questo stile. Mi sono detto: probabilmente sta solo prendendo la rincorsa per poi cantargliele senza alcuna pietà in materia di immigrazione, di sovranismo e di populismo. Una sorta di captatio benevolentiae per poi aprire i rubinetti sulle questioni spinose, un biscottino che facesse da preludio ad una grandinata di bocconi amari da far trangugiare.

Purtroppo però anche in materia di europeismo papa Bergoglio ha tirato fuori un altro pasticcino, lasciandosi andare ad una peraltro condivisibile filippica contro il centralistico, tecnocratico e asettico andazzo europeo. Un conto però sarebbe criticare direttamente la politica europea rivolgendosi alla Ue nelle sue istituzioni, altro discorso farlo per interposta nazione ungherese, finendo col suonare musica per le orecchie di Orban e c., sensibili all’europeismo delle convenienze e refrattarie a quello degli impegni. Pane per i denti della democratura post-comunista, tanto cara ai meloniani in cerca di pericolose e vertiginose sponde continentali.

Finalmente sono poi arrivate anche le bordate bergogliane in materia di immigrazione, sparate in positivo, ma comunque ben mirate contro le egoistiche chiusure orbaniane. Il cerchio si è chiuso così? Ne valeva la pena? Forse solo se si fosse trattato di prezzi pagati per smuovere diplomaticamente le acque sempre più melmose della guerra russo-ucraina, facendo magari leva sulla defilata e finanche dialogante posizione ungherese verso la Russia rispetto all’indirizzo europeo drasticamente sanzionatorio e rigidamente filoamericano. Qualcosa il Papa ha lasciato intendere e speriamo quindi abbia inteso dare un piccolo bacio al rospetto, pensando che possa diventare un principino di pace.

Queste mie immediate ed un tantino maliziose perplessità sono la dimostrazione che forse si pretende troppo da papa Francesco, vale a dire che porti la croce di fortissime contrarietà in casa e sappia cantar messa a squarciagola in trasferta. È sempre così: a chi ti offre un dito gli vorresti prendere il braccio. Resta comunque un’atroce domanda: non sarebbe meglio che Bergoglio restasse legato alla sua strategia prettamente evangelica trasfusa in ficcanti azioni umanitarie e lasciasse perdere spericolate avventure politiche che non sono il suo forte? Se proprio vuole cimentarsi in iniziative diplomatiche in favore della pace, lo faccia in modo coperto, senza rischiare di compromettere il suo innegabile carisma.

Trovo conferma e riprova nelle stringate cronache a proposito del viaggio in Ungheria: “Il Papa riceve in nunziatura il metropolita ortodosso Hilarion di Budapest e dell’Ungheria, ex braccio destro del patriarca Kirill: fu «esiliato» per le sue posizioni contro la guerra. Il colloquio, dal tono cordiale, è durato circa 20 minuti. è presente anche il nunzio monsignor Michael Banach. Lo riferisce la Sala stampa della Santa Sede. Qualche ora prima Bergoglio è andato in un istituto che ospita bimbi ciechi e ipovedenti, e poi si è intrattenuto con poveri e rifugiati; ha ringraziato la Chiesa locale per «come ha accolto tanti profughi dall’Ucraina», dopo avere ascoltato il racconto di una famiglia fuggita dal conflitto: «Da qui una nuova vita»”. Questo è il vero ed autentico papa Francesco per cui continuo a fare il tifo!

 

 

O Francia o Spagna purché non se magna

“Dopo le accuse dalla Francia sui migranti, anche la Spagna si unisce alle critiche verso il governo di Giorgia Meloni, stavolta sul tema del lavoro. Nel corso di un intervento, la vicepremier Yolanda Diaz ha accusato la premier italiana di portare avanti riforme “contro i lavoratori”, facendo riferimento al decreto del 01 maggio con cui l’esecutivo di centrodestra ha, tra le altre cose, introdotto nuove regole per incentivare le assunzioni con contratti a termine. Il contrario della strategia di Madrid, che, proprio con Diaz, ha emanato una legge contro il precariato che ha ridotto i contratti a tempo determinato al loro minimo storico”.  (EuropaToday)

Contro il governo italiano stanno volando parole grosse. Ho avuto modo più volte di dire e scrivere come sia utile ascoltare senza prevenzione le critiche provenienti dall’estero, da governanti e media stranieri: si ha la sensazione di intravedere un Paese diverso da quello in cui viviamo. I motivi sono diversi: un maggior distacco ed una più marcata lucidità di giudizio (spesso da lontano le realtà si vedono meglio); uno spietato ed obiettivo metro di giudizio ben lontano dalle nostre consuete, arzigogolate e politicanti analisi; un inquadramento globale dei fatti politici nostrani mentre noi ci perdiamo nei giochi e nelle risse di cortile.

A queste angolature positive bisogna però aggiungere la normale tendenza a screditare l’orto del vicino per risolvere i problemi del proprio presuntuoso giardino: sia la Francia che la Spagna hanno i loro gravi problemi e molto probabilmente tendono a scaricarli direttamente o indirettamente sull’Italia. Non mi stupisco, è una cattiva e generale abitudine. Ciò non toglie che le critiche, pur inferocite e strumentalizzate, abbiano qualcosa da insegnarci. Non saranno tutti stupidi e in malafede quanti osano esprimere giudizi negativi sul governo Meloni.

Una cosa è certa: più passano i giorni e più ci ritroviamo isolati per le scelte del presente e per le nostalgie del passato. Non siamo credibili, veniamo visti con molto scetticismo, siamo giudicati partner inaffidabili. La cosa non è grave, è gravissima. La tentazione è quella di chiudersi a riccio, rinviando le critiche al mittente senza nemmeno aprirne le scatole in una sorta di rispolverato orgoglio nazionale.

Tutti ricorderanno la barzelletta del marito che, per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi fagh cme no vôja e stag chi!». L’Italia col governo Meloni si è ficcato sotto il letto europeo e intende rimanerci a dispetto di chi conta, illudendosi di appoggiarsi a chi non conta nulla. C’era da aspettarselo e si sta puntualmente verificando.

Se poi entriamo nel merito delle questioni, bisogna riconoscere che le critiche non sono affatto infondate: sull’immigrazione non si cava un ragno dal buco, sul lavoro si somministrano pillole di demagogia, etc. etc. Vogliamo uscire dal tunnel della presunzione e imboccare la strada dell’umiltà? Se proprio non intendiamo autocriticarci, cerchiamo almeno di salvare la faccia e di provare a dialogare. Partiamo dal metodo: è già qualcosa. Abbassiamo la cresta, è meglio per tutti.

 

La cottarella per la politica

“Bizògna stärog a ríddor e cridär”. È la sana regola etica che dovrebbe caratterizzare certe scelte impegnative per sé, ma soprattutto per gli altri. Il discorso vale per la politica: scegliere di entrarvi non è un azzardo qualsiasi, si tratta, oserei dire, di una scelta vocazionale, che quindi non dovrebbe durare l’espace d’un matin salvo casi di forza maggiore

Carlo Cottarelli nel 2018 era giunto ad un passo dal premierato di emergenza, pensato da Sergio Mattarella di fronte all’irresponsabile balletto delle forze politiche che giocavano a fare maggioranza (Lega e M5S). Ci ripensarono all’ultimo minuto aiutati da un fin troppo paziente Capo dello Stato e Cottarelli tornò in panchina. Sarebbe stato meglio un governo tecnico precario per riportare dignitosamente alle urne gli italiani? Lasciamo perdere il senno di poi di cui purtroppo in Italia non son piene le urne.

Nel 2022 Cottarelli ha svestito la tuta per entrare in campo politico con tanto di candidatura nelle file del partito democratico: un tecnico prestato alla politica che non fece il miracolo di impressionare gli elettori orientati in cuor loro a fregarsene altamente di un tecnico seppur di prima qualità, considerata la virata nei riguardi del tecnico per eccellenza, vale a dire Mario Draghi, licenziato su due piedi da coloro che si apprestavano a stravincere le elezioni. Paradossale, ma vero. Quella di Cottarelli fu una delle ultime carte giocate da Enrico Letta in una deriva rassegnata e inconcludente. Lasciamo perdere il suicidio lettiano di cui purtroppo soffriremo le conseguenze per non so quanto tempo.

Cottarelli viene comunque faticosamente eletto nel Senato della Repubblica in cui siede per qualche mese. Manco a farlo apposta, proprio nel giorno del 75° anniversario del Senato repubblicano, decide di lasciare il seggio: non ho capito se per sopraggiunta migliore offerta di lavoro o per incompatibilità con i nuovi indirizzi del PD così come emergenti dalla segreteria Schlein.

“Carlo Cottarelli si dimetterà da senatore. Lo ha annunciato lo stesso economista, eletto con il Pd, nel corso della trasmissione Che tempo che fa, spiegando che l’Università cattolica gli ha “chiesto di dirigere un programma per l’educazione delle scienze sociali ed economiche rivolto agli studenti delle scuole superiori”. “Questa cosa – ha aggiunto – purtroppo non è compatibile con il Senato, e ho deciso di rinunciare alla posizione di senatore: mi dimetterò nella prossima settimana”. Ha aggiunto Cottarelli: “Io andrei a farlo gratuitamente, si fa per spirito di servizio. Consiste in avere 15-20 personaggi senior che hanno avuto una carriera brillante, li chiamo senatori della cultura, che andrebbero a visitare scuole in tutta Italia, a parlare di economia, diritto, costituzione, e di come si comunicano queste cose”, ha spiegato”. (sky tg24)

Tutto molto bello, interessante e disinteressato, ma gli italiani gli avevano chiesto di fare il senatore, non a vita, ma per almeno cinque anni. Come non detto, gli elettori non contano, infatti Cottarelli sembra solo preoccupato di uscire a testa alta di fronte al suo committente, il PD.

Per l’economista “è giusto che quel seggio torni al Pd. Fra l’altro la prima non eletta è una persona molto brava, Cristina Tajani, che insegna al Politecnico di Milano, ed è anche abbastanza vicina all’area di Elly Schlein. Poi è una donna, si migliora anche la parità di genere”. ha spiegato. E sul tema di cambiare partito, ha spiegato: “A me non sembra giusto, io sono stato eletto nel proporzionale, la gente non ha votato il mio nome ma il partito”. Eletto a settembre con il Pd, l’economista ha rivelato che gli “sono state fatte offerte di spostarmi in altri gruppi, non dico quali ma è abbastanza intuitivo: non sono di maggioranza né è il Movimento 5 stelle”. (sky tg24)

Messa a posto, si fa per dire, la coscienza (sempre meglio lasciare che raddoppiare cambiando casacca), entra dalla finestra ciò che sembrerebbe uscire dalla porta, vale a dire la politica.

In una lettera a Repubblica Cottarelli elenca tutti i temi in cui sente di avere “posizioni diverse da Elly Schlein”, dal Jobs Act al freno al Superbonus, dai termovalorizzatori, all’utero in affitto al nucleare.”E’ innegabile (basta vedere la composizione della nuova Segreteria) che l’elezione di Elly Schlein abbia spostato il Pd più lontano dalle idee liberaldemocratiche in cui credo. Ho grande stima di Elly Schlein e non credo sbagli a spostare il Pd verso sinistra”, ha sottolineato Cottarelli, “ciò detto, mi trovo ora a disagio su diversi temi”. (sky tg24)

E allora? È subentrata una incompatibilità politica col partito di appartenenza? Se sì, mi sembra un po’ presto per arrivare alle estreme conseguenze e comunque in un partito si rimane anche se esiste qualche dissenso, si fanno sane battaglie interne prima di gettare la spugna.

Probabilmente c’è di mezzo un concorso di fattori diversi che hanno spinto Carlo Cottarelli a togliere il disturbo pur senza sbattere la porta. Sono da sempre un estimatore dell’istituto delle dimissioni e quindi sono automaticamente portato a solidarizzare con chi le rassegna, ma in questo caso ci puzza di irresponsabile ed egoistica fretta più che di sano distacco dal potere.

Un’ultima battuta sui rapporti fra tecnica e politica. Assodato il primato della seconda, la prima dovrebbe comunque mettersi a disposizione per quanto occorrer possa. Nell’attuale governo i tecnici non stanno certo brillando per autonomia scientifica e per obiettività di scelte. Sembra quasi che la politica si stia prendendo la rivincita dopo essere stata ridimensionata dall’operazione Mattarella/Draghi. Forse Cottarelli ha capito che per lui non era più aria? Ha fiutato il rischio di portare il lume dietro Elly Schlein? Ha intravisto il pericolo di sporcare la sua preparazione professionale in mezzo a una manica di improvvisatori da quattro soldi?

Se è così, ci doveva pensare prima, non si abbandona la nave quando è in difficoltà, non sono ammesse retromarce seppure condite da un certo savoir faire e da una classe che non è acqua. Può darsi che gli italiani beffati gli diano paradossalmente ragione, ma la cosa si farebbe ancor più grave: un involontario assist al pur comprensibile qualunquismo. Se può ripensarci lo faccia. Eviti almeno di ritornare penosamente in sella fra qualche tempo, chiuda definitivamente con la politica che non è un diversivo.

Un simpatico amico di mio padre, soprannominato “Pépo spinasa” (di mestiere faceva il fruttivendolo), al bar, quando si parlava di voglia di lavorare, diceva: «Par mì lavorär l’è un detersìv!». Voleva dire che per lui il lavoro non era considerato un peso, ma un “diversivo”. Credo che troppa gente, anche di alta cultura, stia cadendo nell’errore di considerare il lavoro e finanche la politica come un diversivo. Ci sarebbe bisogno di detersivo, ma questo è un altro discorso.

 

 

I becchini costituzionali

Per aprire un dialogo serio e costruttivo su eventuali riforme costituzionali bisognerebbe, come minimo, credere nell’attuale dettato costituzionale: requisito inesistente. Di conseguenza tutto rischia di diventare un assurdo balletto intorno alla Costituzione più per screditarla che per migliorarla.

Quanto alla ministra per le riforme costituzionali, “da lè a niént da sén’na…”. Quanto al presidente del Senato, la Costituzione non c’entra niente con l’antifascismo. Quanto al presidente del Consiglio, la miglior costituzione potrebbe essere quella ungherese di Orban. Quanto alla Lega, l’importante è lo scriteriato potenziamento delle Regioni. Quanto a Forza Italia, chissenefrega visto che semipresidente o cancelliere o premier non può più essere Berlusconi.

Non esiste un minimo comune denominatore tra le forze politiche, tale da rappresentare una base su cui discutere. Gli attuali partiti non sono in grado culturalmente e politicamente di affrontare una simile avventura, i cittadini non sentono questo discorso e allora…Restano solo i tatticismi di un governo in cerca di identità, egemonia culturale e sbornia di potere, di una opposizione divisa in cerca di “freddo per il letto”, di un Renzi pronto a salire sul palcoscenico per interpretare un ruolo tutto suo (quale non è dato capire).

Fanno sinceramente pena i media, che si sono lanciati a capofitto sulla questione, così, tanto per parlare o meglio per chiacchierare un po’. Non riesco ad interessarmi, non è una cosa seria.

Nel 1997 ha fatto flop la commissione bicamerale presieduta da D’Alema: un gigante politico rispetto ai nani di oggi. Nel 2016 ci lasciò le penne Matteo Renzi che, dopo aver varato un progetto discutibile ma più che dignitoso, politicizzò la sua riforma al punto da avere quasi tutti contro. La riforma costituzionale deve partire dai valori, deve volare alto, altrimenti rischia di schiantarsi al suolo appena decollata. E chi è oggi portatore di valori, detentore di una visione complessiva, elaboratore di un progetto credibile? Nessuno!

L’ionia della sorte vuole che questa falsa partenza di un’ipotetica riforma costituzionale avvenga proprio nel giorno del 45° anniversario della morte e del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro: con lui finì la politica intesa come dialogo e confronto e siamo tuttora alla ricerca di qualcuno che sappia riavviare il discorso. La pantomima meloniana mi sembra quasi uno sfregio al sacrificio di questo irripetibile personaggio, al quale il nostro Paese deve chiedere perdono per non averlo capito, seguito, difeso e salvato.

La Costituzione italiana è l’emblematico esempio di compromesso ai livelli più alti. Qualsiasi riforma odierna sarebbe un compromesso ai livelli più bassi, si chiami premierato israeliano, cancellierato tedesco, semipresidenzialismo francese. Avremmo una controriforma o, se proprio volete, una cazzata italiana. Mancano totalmente i presupposti, quindi non scherziamo col fuoco, diamoci un taglio e parliamo d’altro. Viene a fagiolo il seguente episodio. «Parlèmma ‘d robi alégri» intimarono gli amici di mio padre alla compagnia in vena di discorsi penosi: uno di loro, accettando il perentorio invito, rispose: «Co’ costarala ‘na càsa da mòrt?».

 

 

Lo scudetto dell’indulgenza plenaria

“Tùtt i tròp jen tròp”. Mi sta benissimo l’entusiasmo per il calcio, ma quando si passa il segno, non è né bello né accettabile. Mi riferisco ai festeggiamenti esagerati per la conquista dello scudetto da parte della squadra napoletana.

Non so se i tifosi abbiano capito che è stato loro scippato questo successo, trasformato in una indegna sarabanda mediatica e in una sorta di celebrazione autoassolutoria di un mondo che fa acqua da tutte le parti. Si è trattato dell’occasione per riciclare e rilanciare il penoso castello costruito intorno allo sport più bello e spettacolare del mondo, ridotto a cloaca dei peccati calcistici.

Non mi sono stupito delle esagerazioni della gente, anche se l’evasione di massa ha trovato una folle esplosione, ciò che mi ha irritato è stata l’enfasi e la retorica con cui i media hanno seguito questo evento: ho ascoltato cronache e commenti disgustosi, cito per tutte la vomitevole performance di Francesco Repice, un cronista Rai che va per la maggiore, che andrebbe licenziato su due piedi per giusta causa d’insufficienza culturale. Sono riusciti a rendere antipatica Napoli ed i napoletani: è tutto dire.

Che peccato! Non lamentiamoci poi se il pubblico si scatena in comportamenti assurdi, violenti e razzisti: i media fanno assist perfetti al peggior tifo, salvo poi meravigliarsi ipocritamente.  Posso essere disfattista? Rimpiango l’austero clima calcistico imposto dalla pandemia, il lock down, gli stadi vuoti, anche se forse sarebbe il caso di ripristinare il lock down solo per gli operatori mediatici, che definirei “mangia pane a tradimento”, i coccodrilli del pallone.

Lasciamo perdere il gonfiore dei bilanci truccati, le scorrettezze finanziarie, le paradossali ingiustizie: come si può cantare vittoria? Il Napoli sarebbe la dimostrazione che si può fare calcio con i conti in ordine!? Ma fatemi il piacere…Ci vuole un bel po’ di pelo sullo stomaco!

Vale la pena riprendere le ingenue esclamazioni di mia madre di fronte alla sarabanda delle persone che ruotano attorno al calcio: “Co’ farisla tutta ch’la génta lì s’a ne gh’ fìss miga al balón?”.  Non avrebbero più pane per i loro denti, il castello crollerebbe rovinosamente ed in effetti qualche (?) cedimento ha cominciato a verificarsi.

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Per evitarle accuratamente pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose.

Io sono fermo lì e me ne vanto. Il resto viene dal maligno pallonaro. Si badi bene che mio padre non era un soggetto che seguiva la partita in modo distaccato; era molto coinvolto, amava il calcio, (lo considerava lo sport più bello del mondo perché semplice, giocabile da tutti, per tutti molto comprensibile, affascinante e trascinante nella sua essenzialità, spettacolare nella sua variabilità ed imprevedibilità), sentiva fortemente l’attaccamento alla squadra della città di Parma (soprattutto nelle partite stracittadine con la Reggiana soffriva fino in fondo) e non sottovalutava il fenomeno “calcio” (fotball come amava definirlo in una sorta di inglese parmigianizzato). Ebbene, evviva il fotball, abbasso il calcio.

 

 

La diplomazia dell’incazzatura facile

Salta il viaggio di Tajani a Parigi: «La precisazione dei francesi è stata insufficiente, non ci sono le scuse». Dietro le parole del ministro dell’Interno francese Darmanin ci sarebbe la visita di Haftar a Roma e il protagonismo di Palazzo Chigi sulla Libia. La nuova crisi diplomatica tra Italia e Francia nasce dalle frasi del ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin: «La signora Meloni, a capo di un governo di estrema destra scelto dagli amici della signora Le Pen, è incapace di risolvere i problemi migratori sui quali è stata eletta». E ancora: «Meloni è come Le Pen, si fa eleggere dicendo “vedrete” e poi quel che vediamo è che l’immigrazione non si ferma anzi si amplifica». Un attacco al governo italiano, proprio a qualche ora dalla visita a Parigi – programmata e poi annullata – del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Il quale ha atteso inutilmente un comunicato di scuse, che non è arrivato. È arrivata invece una nota del ministero degli Esteri francese, una presa di distanze da Darmanin, seppure in una formula più generica, che però a Meloni non è bastata per lasciare partire Tajani per Parigi. Il viaggio che doveva essere la tappa cruciale di un riavvicinamento che, nei piani di entrambi i Paesi, entro un mese sarebbe dovuto culminare nella stretta di mano a Parigi con Emmanuel Macron, non si è fatto. L’auto del ministro ha lasciato così l’aeroporto di Firenze in direzione di Milano, per la convention di Forza Italia. (Linkiesta)

Siamo alle solite. La Francia pensa male, fa peccati diplomatici, ma ci indovina. Evidentemente l’Italia vista da oltralpe appare in tutta la sua penosa inconsistenza politica.  Intendiamoci bene: non è che Macron sia un gigante, anche il governo francese non combina niente di buono in materia migratoria ed è facile prendersela con Giorgia Meloni per scaricare un po’ di tensione interna. Tuttavia il ministro francese ha detto la pura e sacrosanta verità.

In Europa ci prendono sotto gamba: altro che fine della pacchia per la Ue. L’Unione europea riesce a coprire sotto queste pantomime franco-italiane le proprie responsabilità. L’Italia non ha credibilità e coerenza. Abbiamo degli alleati da schifo, siamo isolati e anche le più giuste rimostranze finiscono per ritorcersi contro di noi. Semplicemente ridicolo il vai e torna di Tajani, ridotto a zimbello delle insulse diatribe tra Macron e Meloni: un po’ di dignità non farebbe male.

L’attivismo internazionale sfrenato e confusionario di Giorgia Meloni, pur controbilanciato e corretto dalle posizioni del Capo dello Stato (che peraltro ci poteva risparmiare la partecipazione all’incoronazione del re d’Inghilterra), non ha né capo né coda. Al nostro premier non parrà vero di fare un po’ di vittimismo: molti nemici molto onore? Speriamo che il governo italiano non finisca sulle barricate in piazza come quello francese. Ha fatto male il nostro ministro Tajani, doveva andare a Parigi nonostante tutto, se non altro per chiedere polemicamente e provocatoriamente ai governanti francesi come si fa a far incazzare la gente e a (non) controllare le piazze piene di gente incazzata. Evidentemente il governo italiano pensa di non aver bisogno di consigli al riguardo.

 

 

La shoah coordinata e continuativa

Mio padre ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: «Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?».

Lo direbbe con rinnovato sarcasmo protestatario leggendo la incredibile notizia, che mi ha letteralmente gelato il sangue: “Ue. Altri 2 miliardi ai fabbricanti d’armi. «Fondi del Pnrr per produrre munizioni»”. Questo il titolo del quotidiano Avvenire davanti al quale ci sarebbe da stropicciarsi gli occhi, sperando che possa trattarsi di una fake news di pessimo gusto. Invece è la triste realtà sulla quale si registra un’insolita unanimità degli Stati appartenenti alla Unione europea. “Quand as trata ‘d fär dil guéri jen sémpor tùtt dacordi…” aggiungeva mio padre.

Con tutti i problemi che esistono sulla faccia della terra si sprecano risorse per aumentarli e incancrenirli. Papa Francesco ci ricorda provocatoriamente: “Con quanto si spende per le armi in un anno, si sconfiggerebbe la fame nel mondo”. Mio padre era in linea e la diceva alla sua maniera: «Coi sold chi buton via col guéri, as podriss där d’al polastor aj gat…».

Voglio proprio vedere cosa diranno i politici italiani di fronte a questa deriva guerrafondaia. Mi riprometto solennemente di non votare mai più per un partito che non trovi il coraggio di opporsi. Aspetto al varco Elly Schlein…sperando che opti (senza consulenze) per i colori dell’arcobaleno (simbolo di pace).

Può darsi che gli Stati, l’Italia in primis, si ritrovino incapaci di spendere bene i fondi messi a disposizione dalla Ue e allora magari pensino di ripiegare sulle munizioni: lì si va sul sicuro, c’è chi è pronto a produrle facendo grossi profitti e c’è chi è pronto ad utilizzarle facendo grossi massacri. Trasformiamo il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) in PNGD (Piano nazionale di Guerra e Distruzione).

Al già demenziale aumento delle spese militari al 2% del Pil aggiungiamo questa chicca delle munizioni prodotte coi fondi europei. Esprimo il mio disprezzo e ribrezzo per questo modo barbaro di governare. Chi si assume queste responsabilità non so come faccia a dormire la notte: se credente, ha la prospettiva di risponderne davanti a Dio, se non credente, quella di risponderne davanti alla storia.

Papa Francesco parla di terza guerra mondiale a pezzi, io mi permetto di parlare di una shoah coordinata e continuativa. E al diavolo chi mi parla di guerra giusta, di realpolitik, di equilibri basati sulle armi. “Si vis pacem, para bellum” (in latino: «se vuoi la pace, prepara la guerra») è una locuzione latina dello scrittore romano Vegezio. La stiamo rispettando scrupolosamente: stiamo infatti preparando e facendo la guerra, quanto a volere la pace…non prendiamoci in giro…

 

 

 

 

 

 

“Non è la Rai” nuova edizione

“Alla fine, Giorgia Meloni avrebbe deciso: si sale sul cavallo Rai, e via, al galoppo. Dopo molta indecisione, il dado è tratto, e nei corridoi Rai si ricomincia a parlare di una nuova stagione, l’ennesima, che dovrebbe portare il tandem Roberto Sergio, attuale Direttore Radio Rai, e Gianpaolo Rossi, già Consigliere di Amministrazione Rai nella scorsa consiliatura, rispettivamente al vertice e alla Direzione Generale di viale Mazzini. Eppure, semmai sarà, sarà una corsa a ostacoli. Fra le fila del Governo, pur se non nel Consiglio dei Ministri di oggi, sarebbero comunque convinti della necessità di varare un decreto legge che porti a 70 anni il limite d’età per il pensionamento dei Sovrintendenti stranieri dei teatri italiani. Misura che offre il destro per un addio all’attuale Sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli, Stephen Lissner, al cui posto può essere nominato Carlo Fuortes (compito che spetta al Cda dello stesso Teatro), consentendogli successive dimissioni da viale Mazzini. (…)  Infine, arriverà al pettine il nodo Tg, da sempre pallino della politica, anche se tutti dimenticano di aver vinto le elezioni senza averli dalla propria parte, e di aver poi perso le elezioni avendoli, sulla carta, a favore. Qui il problema è tutto politico e tutto nel centrodestra. Con Fratelli d’Italia che per il Tg1 inizialmente aveva puntato sul direttore di Adnkronos, Gianmarco Chiocci, cui tutti riconoscono caratura professionale: dal centrodestra, fino a Pd e Giuseppe Conte (persino l’Usigrai farebbe fatica a cannoneggiarlo). Ma Chiocci è un esterno -dicono, anche nello stesso centrodestra, i suoi avversari, che temono possa, da direttore Tg1, diventare interlocutore troppo forte della Premier Meloni-, e Forza Italia preme per ottenere il Tg2 (destinatario Antonio Preziosi), oggi sotto la guida di Nicola Rao (subentrato a ottobre, in quota Fratelli d’Italia, a Gennaro Sangiuliano diventato Ministro della Cultura). Dove spostare l’attuale direttore del Tg2, allora, se non al Tg1, tagliando la strada proprio a Chiocci? E come accontentare la Lega? Un rebus che fino a poche settimane fa si credeva sarebbe stato Carlo Fuortes a gestire, lasciando a Giorgia Meloni la possibilità di vantarsi di non aver messo le mani sulla Rai. La cosa deve aver smesso di interessare… e via, al galoppo!” (dal quotidiano “Il riformista”).

La Rai è sempre stato un territorio di conquista da parte della politica e dei governi in particolare: credo però che le manovre ai tempi della cosiddetta prima repubblica fossero niente in confronto di quanto sta avvenendo oggi a dimostrazione di due inconfutabili realtà.

Il fenomeno Meloni è riconducibile ad una vera e propria invenzione mediatica: sotto questo vestito niente… Per continuare a coprirsi bisogna quindi garantirsi il controllo dei media, pena il rischio di trovarsi nudi e crudi di fronte ad una realtà che comincia a complicare non poco il cammino del governo attuale. In questo senso il melonismo è perfettamente in linea col berlusconismo. Si sta verificando un passaggio di testimone paradossalmente tutt’altro che tranquillo: Berlusconi in buona parte si arrangiava in proprio (gli bastava garantirsi gli spazi televisivi), Meloni ha bisogno di un surplus di prepotenza sulla Tv di Stato (non gli bastano le televisioni di Berlusconi).

La seconda questione infatti è che gli equilibri (?) interni della maggioranza sono assai precari e reggono a fatica: bisogna puntellarli a suon di compiacenze radio-televisive. Giorgia Meloni vuole sfruttare il momento a lei favorevole, mentre i suoi partner intendono bloccarne in qualche modo le intenzioni egemoniche. Alla fine credo che il premier la spunterà, anche se forse non deve esagerare.

Il balletto delle nomine Rai, che sta raggiungendo l’indecente culmine nel probabile varo di apposito decreto-legge, rispecchia perfettamente le coreografie politiche ed istituzionali. Mentre il Parlamento ha (tra)ballato sulle cifre del bilancio statale, il governo vuole allontanare i ballerini ingombranti della Rai. Evidentemente ha intorno un corpo di ballo che non convince (il primo ballerino è stato addirittura scelto dal sovrintendente Mario Draghi). Forse si sta ripetendo il caso storico dell’Aterballetto negli anni settanta/ottanta del secolo scorso: le ballerine ingrassavano e, alla faccia della spending review, dovettero assumere un dietologo.  Il coreografo Rai odierno sta somministrando dei passi di danza più da circo (si sforza di piacere a tutti) che da teatro (adatto al ristretto pubblico governativo) e suscita, a dir poco, molte perplessità: va sostituito. Mio padre mi raccontava come sul palcoscenico del teatro Regio durante una rappresentazione (non ricordo se di Gioconda o di Aida) i ballerini non si reggessero in piedi a causa delle merde dei cavalli, abbagliati ed emozionati dalle luci della ribalta. Furono costretti ad intervenire alcuni inservienti per ripulire gli spalti: lascio ai lettori immaginare le risate del pubblico. Di merde sul palcoscenico governativo se ne stanno sparpagliando parecchie. Parola d’ordine: pulirsi le scarpette e riprendere a ballare con eleganza e noncuranza. Vietato ridere.