Commemorando Marcinelle, il presidente Mattarella ha detto fra l’altro: «siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire, affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone». Quest’ultimo passaggio offre una chiave di lettura oggettivamente diversa da quella offerta, negli ultimi giorni, da Giorgia Meloni, dal Governo e da FdI, che hanno puntato molto sulla commemorazione di Marcinelle non solo per ricordare il ruolo storico di Tremaglia nell’istituire la memoria della tragedia, ma anche per ribadire la propria politica di contrasto all’immigrazione “irregolare”.
Ma non è finita qui.
Poi scatta la polemica. A causarla, la scelta di alcuni sindacalisti con bandana rossa di girarsi di spalle mentre prende la parola Ignazio La Russa. Il primo a segnalarlo è il meloniano più influente a Bruxelles, Carlo Fidanza. La premier coglie l’assist al balzo e scrive sui social: «Voltare le spalle durante la commemorazione di Marcinelle è un gesto grave e vergognoso». Meloni punta il dito contro «alcuni rappresentanti della Cgil» che si sarebbero voltati mentre La Russa leggeva il messaggio di Mattarella. Il segretario Maurizio Landini non ci sta e da Marcinelle replica: «Un certo signor Fidanza ha preso un colpo di sole. Perché la Cgil non si gira mai dall’altra parte, tantomeno nel rispetto del presidente della Repubblica. Trovo singolare che il nostro presidente del Consiglio trovi il tempo di commentare delle bugie». A chiarire i fatti i diretti protagonisti, che non sono della Cgil. «Siamo stati noi», dicono i rappresentanti del sindacato belga Fgtb-Charleroi rivendicando il gesto. «L’Italia – scrive il sindacato belga sui social – è rappresentata da Ignazio La Russa, cofondatore di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, che ha più volte espresso indulgenza nei confronti dell’eredità del fascismo di Mussolini. Molti minatori italiani del Bois du Cazier erano fuggiti dal regime o si erano uniti alla resistenza antifascista». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)
Sono d’accordo col Presidente della Repubblica, ma mi sento in dovere di solidarizzare anche con i sindacalisti belgi, che hanno avuto il coraggio di dire apertamente quello che molti pensano e non dicono in base alla balla del fascismo che non esiste più e per riguardo al politicamente corretto, finendo per considerare bigi tutti i gatti.
Sergio Mattarella ha detto, col suo usuale linguaggio felpato, adottato anche per carità di patria, sostanzialmente le stesse cose dette dai sindacalisti belgi. Mi chiedo: è meglio evitare la polemica per non fare il gioco del falso perbenismo della destra oppure è meglio dire le cose come stanno indipendentemente dall’opportunismo politico-elettorale.
Ricordo come un po’ di tempo fa durante il programma “otto e mezzo” su La 7 il filosofo Massimo Cacciari in polemica col giornalista Andrea Scanzi abbia sostenuto: “Il fascismo è storia finita, il pericolo non è più questo. Basta con questa balla! Basta con questo discorso!”. Scanzi ha ribattuto efficacemente: “Non me ne frega niente se quello che dico porta voti o no alla Meloni; se uno prende il 40% dei voti facendo una gara di rutti, non per questo mi astengo dal polemizzare per paura che arrivi al 45% dei voti”.
I sindacalisti belgi con il loro provocatorio atteggiamento hanno fatto il gioco di Meloni e La Russa, prontissimi, come sempre, ad autovittimizzarsi? Non me ne frega niente! La verità è che siamo rappresentati a livello istituzionale e governati da personaggi che hanno molto a che fare col fascismo di ieri e di oggi. Dirlo è sacrosanto e doveroso è, partendo da questa verità storica, costruire alternative, lasciando perdere i sofismi del centrismo, del riformismo, del moderatismo e chi più ne ha più ne metta.
