Divorziati: la delusione è pa(l)pabile

Come ebbi a scrivere nell’ambito di un libro-ricerca sul sinodo della famiglia, tanto tuonò che non piovve. Sui temi caldi, divorzio, omosessualità e contraccezione, la delusione è palpabile, sarebbe meglio dire addirittura papabile. Infatti anche l’esortazione di papa Francesco, Amoris laetitia, gira intorno a questi problemi, senza avere il coraggio di prenderli di petto.

Vittoria Prisciandaro e Iacopo Scaramuzzi, su Jesus di aprile 2017, così sintetizzano (elegantemente e diplomaticamente) la questione: «Nell’esortazione postsinodale, papa Francesco si è mosso tra le sponde dell’eredità dottrinale e della realtà pastorale, tra i limiti del diritto canonico e le esigenze del rinnovamento spirituale, tra le aspettative dei riformisti e il malumore dei conservatori. Alla fine ha imposto un nuovo paradigma, spostando il tiro dal primato dei principi astratti all’ideale della vita secondo il Vangelo. Ma il nuovo approccio non è né facile né indolore».

Focalizzando il discorso sul tema del divorzio o meglio dell’ammissione alla vita sacramentale (l’essenza dell’esistenza cristiana) dei divorziati, ci accorgiamo che la Chiesa sconta un ritardo secolare indubbiamente non facile da recuperare: è già stato un mezzo miracolo portare i vescovi a parlarne fuori dai denti del diritto canonico, l’altra metà del miracolo però non è avvenuto, nonostante ci si sforzi di vedere il bicchiere mezzo pieno della svolta pastorale, mentre purtroppo c’è anche il bicchiere mezzo vuoto delle aride conferme dottrinali.

L’Amoris laetitia, non me ne vorrà il pontefice, è un testo pirandelliano: se lo legge un conservatore ci trova il rispetto per gli inossidabili principi dottrinali; se lo analizza un riformista, vi individua promettenti aperture pastorali.

Al di là dell’accademia, per il divorziato, più o meno risposato, in alternativa all’emarginazione c’è una lunga, fumosa e “cruenta” trafila di riammissione: come si dice oggi, un “percorso” di reintegro lasciato al discernimento dei pastori presenti sul territorio. Al solo pensarci mi viene freddo. Il divorziato non è più bocciato, ma rimandato: deve andare a lezione, deve esercitarsi, deve studiare, deve dimostrare pentimento, ravvedimento, recupero e cambiamento, per poi sostenere un esame di riammissione. Siamo ad una sorta di elegante gogna pastorale, dove da una parte ci sono i giusti, i bravi che aiutano, bontà loro, quanti dall’altra parte vivono in condizione di peccato.

Se qualcuno trova nel Vangelo traccia di simili idiozie, merita di essere fatto santo subito. Il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi (l’incarico di per sé è tutto un programma e ci porta in una dimensione burocratica della fede), dice: «Le condizioni essenziali per essere ammesso ai sacramenti della Penitenza e della Eucaristia dovranno essere sottoposte ad attento e autorevole discernimento da parte dell’autorità ecclesiale. Verissimo, infatti, si rivela, specialmente in queste occasioni, il ben noto principio: nemo iudex in causa propria. L’autorità ecclesiale sarà, almeno normalmente, il parroco, che conosce direttamente le persone e può per tale motivo esprimere un giudizio adeguato per queste delicate situazioni. Potrebbe comunque, essere necessario o, almeno, assai utile un servizio presso la Curia, in cui il vescovo diocesano, analogamente a quanto previsto per i casi difficili di matrimonio, offra una apposita consulenza o anche una specifica autorizzazione a questi casi di ammissione ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia». Mi fermo perché mi si riacutizza l’ulcera allo stomaco…

Vorrei che il suddetto cardinale rispondesse all’obiezione di padre Alex Zanotelli, un missionario comboniano avvezzo ad affrontare il cristianesimo da ben altra angolatura evangelica: «Chi è divorziato non potrebbe comunicarsi, la stessa proibizione la dice l’Humanae vitae per una donna che prende la pillola, mentre chi ha milioni e milioni in banca la comunione la può fare». Si attende risposta anche da papa Francesco, molto agguerrito sul fronte contrario ai milioni in banca (mi sta benissimo), un po’ meno aperto su quello della morale sessuale (s’è impantanato lì anche un suo predecessore, forse il più illustre, Paolo VI). Se è il prezzo che deve pagare ai conservatori per far loro digerire lo stringente messaggio della carità, non mi sta bene perché è carità anche mandare in pace i divorziati.

 

P.S. Chi volesse approfondire la tematica del Sinodo sulla famiglia può consultare il sopra citato testo contenuto nella sezione “Libri” di questo sito internet.