Il sindaco molto trumpiano e il vescovo poco francescano

Nuovo attacco del sindaco di Ferrara Alan Fabbri all’arcivescovo Giancarlo Perego. Anche stavolta, come tre anni fa, il primo cittadino leghista offende con tono sprezzante il pastore della Chiesa di Ferrara-Comacchio sui criteri di assegnazione delle case popolari, invitandolo a prenderseli in Curia con la solita demagogia. Da Fabbri sono arrivate parole offensive sui social condite da ironie pesanti. «L’arcivescovo dovrebbe iniziare a riempire di migranti il suo Palazzo e lasciare le case popolari ai ferraresi. La sua reggia non solo è molto grande, ma mi sembra anche piuttosto vuota. È facile fare i caritatevoli con i soldi e i beni degli altri, molto meno unire con coerenza parole e fatti. Ma ormai dal vescovo di Ferrara ci si può aspettare di tutto: che non sia lui il prossimo candidato del Pd ferrarese?». Detto che la “reggia” di Perego è vuota perché terremotata e in restauro da anni, cosa ha scatenato l’ira di Fabbri? L’apprezzamento dell’arcivescovo al provvedimento della Regione Emilia-Romagna, che ha uniformato i criteri per l’assegnazione delle case popolari. In particolare la residenzialità storica, introdotta a Ferrara dal leghista, è diventato un requisito per tutti, ma non dà più punteggio. E agli occhi di Fabbri, che pensa di poter stabilire i limiti del magistero vescovile, Perego ha la colpa di essere andato oltre i suoi compiti, esprimendosi a favore del provvedimento regionale che modifica i criteri di assegnazione delle case popolari e che andrà al voto in consiglio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Potremmo sintetizzare così questa moderna versione della diatriba fra don Camillo e Peppone di “guareschiana” memoria: il vescovo dà lezione etico-politica al sindaco; il sindaco fa la morale evangelica al vescovo. Che dire? In un certo senso, hanno ragione entrambi!

Il vescovo difende i deboli, in questo caso gli immigrati che alla loro sofferta precarietà di vita aggiungono discriminazioni subite in nome di una sorta di trumpiana opzione nazionalistica. “Da oggi in poi, prima l’America”: questa la promessa di Donald Trump durante il suo discorso di insediamento. “Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione o sulla politica estera sarà presa a beneficio dei lavoratori e delle famiglie americane e contro gli scempi delle altre nazioni nei confronti dei nostri prodotti, contro chi ruba alle nostre aziende e chi distrugge i nostri posti di lavoro”. Non è un caso che questo signore ritenti con molte probabilità di successo la scalata alla Casa Bianca e che alla prima significativa affermazione alle elezioni primarie abbia avuto i complimenti del leader leghista Matteo Salvini. Il sindaco di Ferrara è di quella pasta politica…

Il sindaco ritorce la questione addosso al vescovo reo di non ospitare gli immigrati nei sacri palazzi diocesani, ma intendendo con la sua scomposta invettiva respingere al mittente il buonismo di maniera di chi parla di carità cristiana senza praticarla veramente.  Ci può stare!

Due reciproche invasioni di campo? No, due richiami plausibili, che si incrociano e dovrebbero fare riflettere la politica e la cristianità.

C’era una volta un sindaco che osava mettere d’accordo politica e religione: requisiva le seconde case per darle ai senza casa, scandalizzando la Chiesa e la politica, ma donava il suo stipendio ai poveri accontentandosi di vivere francescanamente in un convento, togliendo ogni argomento polemico ai suoi contestatori di destra e sinistra. Era un demagogo? No, perché si metteva personalmente in discussione. Era un eretico? No, perché osservava alla lettera il Vangelo. Era un pazzo? Sì, perché i santi sono pazzi! Era un politico fantasioso? Sì, perché la politica, per essere veramente tale, ha bisogno di tanta coraggiosa fantasia.

Si tratta di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze nel secolo scorso. Consiglio al sindaco e al vescovo di Ferrara di andare mano nella mano in pellegrinaggio sulla tomba di questo santo, che ha molto da insegnare ai politici e ai cristiani. Ai politici, che brandiscono i rosari durante i loro comizi elettorali per poi schierarsi in difesa dei diritti dei ricchi, e ai cristiani, che se ne stanno, come me, nascosti nelle loro comode abitazioni mentre c’è gente che dorme sotto i ponti.  A tutti coloro cioè che in politica predicano male e razzolano ancor peggio nonché a chi in campo religioso predica bene e razzola, se non proprio male, così-così.

 

 

Le Titine mediatiche

«Siamo assediati dai giornalisti. Andate via. Qualcuno li mandi via»: l’ultimo appello, finito anche questo sui social, è arrivato da Florina D’Avino, la figlia di Giovanna Pedretti, la ristoratrice trovata morta nelle acque del fiume Lambro. Sono stati gli amici a condividerlo, per chiedere a tutti quelli che conoscono la famiglia di andare nella zona della pizzeria «a dar man forte». Proteggerli dall’attenzione morbosa che su questa brutta storia s’è scatenata tre volte: prima quando la donna è diventata famosa per la sua recensione coraggiosa contro un cliente omofobo, poi quando è stata accusata di aver falsificato il post su Internet per trasformarsi in un’eroina, infine quando s’è diffusa la notizia della sua morte, quasi certamente avvenuta per suicidio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Dalla paradossale e, con ogni probabilità, tragica vicenda avvenuta nell’orbita dei social media ricavo lo spunto per una riflessione oserei dire esistenziale: viviamo immersi nella realtà virtuale, anzi in tre realtà virtuali che si contendono la scena.

Siamo condizionati e frastornati dai social media e costretti a bere le pseudo-verità che ci somministrano. Ma non è finita lì. Siamo contornati anche dalla realtà virtuale radio-televisiva imbastita dal governo Meloni. E poi, dulcis in fundo, siamo immersi nella narrazione della realpolitik internazionale, quella che ci fa credere che la guerra serve a difendere la democrazia.

Tre false verità che si scontrano, si sovrappongono, si smentiscono, giocano sulla pelle del poveruomo della strada, che alla fine non trova di meglio che rifugiarsi nella quarta realtà virtuale, quella del bar in cui tutto si tiene e tutto quadra.

Sui social si costruiscono eroi e mostri, che si susseguono in una alternanza delinquenziale sotto la quale ci lasciano la pelle i soggetti più fragili e deboli. Sul palcoscenico radiotelevisivo si presenta il virtuale e virtuoso governo italiano, quello del tutto e il suo contrario, quello del nulla piegato in una carta dorata: anche qui ci rimette il soggetto più sprovveduto che si consegna al peggior offerente. La corda che lega il sacco virtuale è infine la sceneggiata bellicista che ci trasforma in tifosi delle partire internazionali.

Il governo italiano ha gridato allo scandalo della gogna dei social media per due subdoli motivi: perché rischiano di scoprire gli altarini della politica e perché ridimensionano la portata del compiacente monopolio radiotelevisivo. Una guerra tra virtualità che schiacciano la realtà.

La più grave di tutte, che tutte le raccoglie e le strumentalizza è però quella del potere forte della guerra: tutto è guerra e tutto giustifica la guerra. Reagire non è facile, ragionare con la propria testa è veramente arduo. C’è una vecchia canzone che dice: “Io cerco la Titina, Titina, mia Titina. La cerco e non la trovo. Chissà dove sarà. Io cerco la Titina, Titina, mia Titina. La cerco e non la trovo. Chissà dove sarà”.

Si tratta di una metafora: una Titina molto impegnativa. Sotto il bombardamento mediatico multilaterale c’è solo una prospettiva che può aiutarci a resistere.

Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.  (Giovanni 16,13)

Il discorso vale per i credenti, ma anche per i non-credenti in ricerca della verità. L’importante è cercare, perché chi cerca trova. (Matteo 7,8). Sui social? In televisione? Nei consessi internazionali? Tutto può servire, ma fino al punto di cui sopra.

 

 

 

La gentile rivoluzione gentiloniana

C’è in atto, siamo peraltro solo agli inizi e se ne sentono i primi rumors, una dietrologia difensiva, che teme ed esorcizza la fine della stagione politica del bolso dualismo Meloni-Schlein nonché del falso dualismo tra una destra capace di tutto e una sinistra buona a nulla.

Stando alle previsioni, saremmo alla terza edizione della politica prestata alla tecnica (o viceversa), dopo l’operazione Monti che mise fine (?) al regime berlusconiano e l’operazione Draghi che mise da parte (?) gli incapaci. Entrambe durarono poco perché la politica trovò immediatamente gli anticorpi e rimise in sella una classe dirigente tanto livorosa quanto inadeguata.

Cosa bollirebbe in pentola? Una strisciante giubilazione schleiniana favorita dal prevedibile esito negativo delle tornate elettorali imminenti, per far posto al rientrante Paolo Gentiloni, che farebbe da federatore della sgangherata area di centro-sinistra magari allargata ai malpancisti post-berlusconiani (con tanto di benedizione Mediaset), che avrebbe in Romano Prodi una sponda a livello italiano ed europeo, in Mario Draghi la punta di diamante nelle istituzioni Ue post elettorali, nello stesso Gentiloni o in personaggio da individuare il successore tecno-politico di una Giorgia Meloni logorata dai poteri forti, dall’economia in caduta libera, dalla litigiosità del suo esercito e dall’inevitabile debacle della ventilata riforma costituzionale.

In Italia chi tocca la Costituzione, è politicamente destinato a morire: meno male! Fin che si scherza si scherza… Giorgia Meloni ha posto l’asticella molto in alto ed è prevedibile che non riesca a superarla. Qualcuno, introduce nella complessa manovra di cui sopra anche un Sergio Mattarella, sempre più preoccupato della piega politica italiana, della debolezza governativa dell’Italia nel contesto internazionale e della inconsistenza sempre più marcata della classe politica sottostante.

C’è chi sta già gridando al golpe (la solita menata di chi non ha argomenti), mentre la Meloni fa preventivamente la vittima (la sua specialità). Personalmente, dopo essermi fatto una flebo di cinismo politico, non vedrei male del tutto la prospettiva abbozzata. Preferirei partire dai valori e su di essi costruire un’alternativa, ma a cosa serve la politica se non serve. Se serve, serve, se non serve, non serve.

Se fosse l’unico modo per dare una guida al centro-sinistra, sganciandolo dal velleitarismo di Elly Schlein, liberandolo dall’opportunismo di Giuseppe Conte e dall’estremismo di comodo dei cespugli vari, lo saluterei volentieri. Se fosse l’unica strada per riportare alla ragione gli elettori, tirandoli fuori dalla nefasta influenza di una destra più post-fascista che governista, più populista che liberista, più sovranista che europeista, non potrei che esserne molto compiaciuto.

Il disegno è piuttosto velleitario, complesso e confuso, ma lascia vedere in filigrana qualcosa di interessante: una sorta di combinazione virtuosa tra le auspicabili rivincite della politica seria ai danni di quella ridicola. Certo, Gentiloni non è De Gasperi, Prodi non è Moro, Draghi non è Ciampi. Mattarella è l’unico che tiene indiscutibilmente e credibilmente alto il marchio della politica con la P maiuscola: potrebbe essere il suo canto del cigno, il regalo finale a un’Italia che non lo merita.

Se saran rose fioriranno, a dispetto dei Belpietro, dei Sechi, dei Bocchino, degli operatori mediatici costretti ad una precipitosa conversione. In molti resterebbero spiazzati, masticherebbero amaro, griderebbero allo scandalo. Peggio per loro e, tutto sommato, meglio per l’Italia e l’Europa. Per il mondo si vedrà: potrebbe essere in arrivo uno tsunami politico dagli Usa. Un motivo in più per attrezzarsi. Chissà che di tutto ciò, almeno in parte, non si possa riparlare con cognizione di causa e con il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà di gramsciana memoria.

La tempesta nel bicchiere omosessuale

«Nessuna benedizione per le coppie omosessuali nelle Chiese africane», così si intitola il documento pubblicato oggi a firma del cardinale Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, in qualità di presidente del Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Sceam), quale risposta collettiva delle Chiese del continente a Fiducia supplicans, la dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede dello scorso 18 dicembre che ha aperto alla possibilità di benedizioni pastorali – non liturgiche o rituali – di coppie irregolari, comprese coppie omosessuali. (dal quotidiano “Avvenire”)

Non sarebbe meglio se i vescovi africani smettessero di polemizzare (!) su un provvedimento che rappresenta il “minimo sindacale” cattolico per i soggetti omosessuali e magari si preoccupassero del noto fenomeno africano (e non solo) delle violenze sessuali ai danni delle giovani religiose?

Nel 2022, suor Mary Lembo, religiosa togolese della Congregazione delle suore di Santa Caterina d’Alessandria, ha pubblicato un libro molto interessante: “Religieuses abusées en Afrique” (Edizioni Salvator, Parigi 2022). Si tratta della tesi di laurea che la religiosa ha discusso nel settembre 2019 alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, per la quale ha ricevuto una menzione speciale al premio Henri De Lubac 2021.

Si tratta di un “j’accuse” implacabile verso numerosi sacerdoti africani, colpevoli di abusi di vario tipo nei confronti di giovani religiose. La ricerca di suor Mary è limitata a cinque Paesi, quattro dell’Africa occidentale e uno dell’Africa orientale. La religiosa togolese ci parla di cinque tipi di abuso: abuso sessuale, abuso fisico ed emotivo, abuso di potere, abuso di fiducia e violenze sessuali (tra cui lo stupro). Sono centinaia le donne africane (suore, aspiranti o novizie) che hanno subito violenza da parte di sacerdoti o religiosi, ma suor Lembo ha preferito limitarsi a raccontare le storie di nove persone, alle quali ha dato dei nomi di fantasia: Becky, Solange, Anita, Innocente, Martha, Jessy, Liberia, Regina e Corinne. La loro età va dai venti ai quarant’anni; tre di loro erano giovani in formazione e sei erano già suore.

 Ciò che accomuna le storie di tutte queste vittime è la loro situazione d’inferiorità economica e sociale rispetto a quella dei sacerdoti, che hanno un potere non solo economico, ma anche gerarchico. (Focus on Africa) 

Papa Francesco sta facendo goffamente i salti mortali per alleggerire quella che sarebbe una sua imperdonabile apertura in materia di omosessualità. Forse anche lui farebbe meglio a (pre)occuparsi di violenza sessuale nei confronti delle suore intervenendo a gamba tesa su una vomitevole, squalificante e scandalosa questione. Da una parte il rigore morale e dall’altra il tacito permissivismo (almeno così appare…). Due pesi e due misure. Invece di disquisire teologicamente su certe tematiche sarebbe opportuno riandare al Vangelo: “Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.  Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.  Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito»”.

 

La scimmia Ibrazaru

Il calcio giocato dovrebbe servire a sfogare le frustrazioni esistenziali dei tifosi: le valvole di sfogo a volte possono essere utili ad evitare guai peggiori. Non credo sia il caso del tifo calcistico, anche se…

Io preferisco distrarmi seguendo il calcio parlato: una serie infinita di cazzate sparate alla viva il popolo pallonaro. Ce n’è una che va per la maggiore: cosa ci fa Zlatan Ibrahimovic al Milan? Non gioca, non allena, non parla. A quale scopo gli hanno concesso un compenso da nababbo? Sarà la quarta scimmia calcistica che non si sa cosa aggiunga alle tre testimonial del principio proverbiale del “non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male”?  I loro nomi sono “Mizaru”, “scimmia che non vede il male”, “Kikazaru”, “scimmia che non sente il male” e “Iwazaru”, “scimmia che non parla del male”.

Paolo Scaroni, dirigente rossonero, ha parlato a ‘Mediaset’ ed ha tentato di chiarire la situazione kafkiana: “Zlatan l’ho visto ieri un’ora, abbiamo parlato del nostro passato e del nostro futuro. Può dare un grande contributo a RedBird, perché è un tale personaggio che nel mondo in cui RedBird opera può aprire porte che nessun altro può aprire. Lui è un grande motivatore e sono sicuro che darà quel contributo e farà ottenere risultati che lui stesso ha ottenuto finché era con noi da calciatore”.

E chi sarebbe questo RedBird? Era il 31 agosto 2022 quando il fondo RedBird Capital Partners, società americana con grande esperienza in investimenti nello sport, concluse l’acquisto del Milan per 1,2 miliardi di euro, acquistando il 99,93% delle azioni dal fondo Elliot.

Capito? Ibrahimovic farà l’uomo immagine di questa società americana: il Milan c’entra un po’ come i cavoli a merenda… Così va il mondo, anche quello del calcio. Se il Milan andrà bene sarà merito del carisma di Ibrahimovic, se andrà male, Ibrahimovic non avrà alcuna colpa, in fin dei conti in campo non ci va lui…

Quando molti anni fa ho iniziato la vita del pensionato, mi sono sforzato di impiegare le mie risorse umane in attività alternative: nel volontariato, negli hobby, etc. etc. Incontrai un mio simpatico e schietto conoscente, che mi chiese cosa facessi in alternativa al lavoro. Io mi affannai a spiegargli: mi sono inserito in una cooperativa sociale, leggo, scrivo. Mi fulminò con una battuta: “Ho capito, non fai un cazzo!”.

Ebbene probabilmente io ero e sono un fancazzista di bassa lega, Ibrahimovic è un fancazzista di lusso, di superlega.

 

 

 

In Europa tra palle e valori

Alberto Ferrarese (Askanews): Buongiorno Presidente. La domanda è molto semplice, si candiderà alle europee e, sempre sulle europee, nel caso si profilasse – come pare dalle proiezioni attuali – una nuova maggioranza come quella attuale, una maggioranza cosiddetta Ursula, è pronta a sostenerla o resterà all’opposizione in Europa?

Presidente Meloni: Buongiorno a lei. Allora guardi, sul tema della candidatura alle europee è una decisione che non ho ancora preso. Come lei sa io sono persona per la quale niente conta di più che sapere di avere il consenso dei cittadini. Per cui tutte le volte che io ho avuto l’occasione di misurarmi col consenso dei cittadini l’ho fatto e anche ora che sono Presidente del Consiglio secondo me misurarsi con il consenso dei cittadini sarebbe a maggior ragione una cosa utile e interessante. Né mi convince la tesi di chi dice che candidarsi alle europee sarebbe, diciamo così, una presa in giro dei cittadini perché poi ci si dimette e non si va in Europa. I cittadini che ti votano lo sanno che poi non andrai in Europa, ma se vogliono confermarti il tuo consenso anche questa è democrazia.
Penso anche che una mia eventuale candidatura potrebbe forse portare anche altri leader a fare la stessa scelta. Penso nell’opposizione e potrebbe anche diventare un test di altissimo livello, quindi un test democratico molto interessante. La ragione per la quale a fronte di queste valutazioni che le ho fatto, che farebbero propendere per un sì, io non ho ancora deciso, è che devo capire se una mia eventuale candidatura personale toglierebbe tempo al mio lavoro da Presidente del Consiglio più del tempo che chiaramente sarà comunque necessario per fare la campagna elettorale delle elezioni europee che tutti faremo. E perché penso anche che sia una decisione che va presa insieme agli altri leader della maggioranza e abbiamo stabilito che l’avremmo presa insieme. Per quello che riguarda il tema della cosiddetta maggioranza Ursula, lei sa che io lavoro per costruire una maggioranza alternativa – che tra l’altro negli ultimi mesi ha dimostrato di poter esistere su alcuni dossier: penso ad alcune materie legate alla transizione verde, penso ad alcune materie legate all’immigrazione – se questo non fosse possibile all’esito del voto delle elezioni europee, come si sa io non sono mai stata disponibile a fare un’alleanza parlamentare con la sinistra. Non l’ho fatto in Italia e non lo farei in Europa e questa rimane la mia posizione.
Chiaramente un ragionamento diverso va fatto per il tema della Commissione, perché qui si fa un po’ di confusione, e del voto parlamentare che conferma la Commissione perché quando si forma una Commissione europea ogni governo esprime un proprio Commissario, cioè Ursula von der Leyen fu eletta Presidente della Commissione nel 2019 con il voto determinante di partiti di governo che poi non hanno mai fatto parte della sua maggioranza, non so il PIS polacco. Perché ovviamente quando si fa un accordo e ciascun governo nomina il suo Commissario poi i partiti di governo tendono a favorire la nascita di quella Commissione che è frutto di un accordo ma questa non è una maggioranza e non lo è stata per esempio nel caso di Ursula von der Leyen.  Quindi con questa doverosa precisazione, perché è una dinamica solo europea che qui in Italia spesso genera secondo me confusione nel dibattito che sento e che leggo, no, non sarei disposta a fare una maggioranza stabile in Parlamento con la sinistra come è sempre stato per quello che mi riguarda. (estratto dal testo della Conferenza stampa di inizio anno tenuta dalla premier)

Sarò prevenuto, ma non ho capito bene cosa intenda fare Giorgia Meloni in Europa al di là della sua simbolica e tattica candidatura. Chiarezza vorrebbe che il suo partito, visto tra l’altro che si vota col sistema proporzionale, dicesse preventivamente agli elettori quale disegno ha in mente per l’assetto politico della Ue. Considerata l’alta improbabilità della sua prima scelta, vale a dire una maggioranza fra destra e popolari per la riottosità di questi ultimi, tenuto conto della ideologica chiusura a sinistra, non resterebbe che rimanere in splendida minoranza a livello parlamentare. Senonché il governo italiano dovrà pur esprimere un commissario e lo farà su semplice accordo istituzionale e senza intesa politica. Strano modo di approcciare le istituzioni europee e di porre le basi per una collaborazione con i partner europei: con un opportunistico piede di potere dentro e con l’altro piede politico fuori.

Non intendo fare della dietrologia a tutti i costi, ma questa prospettata dicotomia tra Parlamento e Commissione europea, oltre che essere una contraddizione clamorosa rispetto alle riforme costituzionali sbandierate in Italia (forte rappresentatività e stabile governabilità), mi sembra un antidoto all’eventuale ritorno in campo di Mario Draghi coram populo come presidente della Commissione: per l’Italia non c’è spazio per consociativismi interpartitici ed internazionali. L’esatto contrario di un condiviso rilancio del ruolo della Ue, a cui servirebbe un Draghi, che evidentemente non profetizza in patria.

Non so come finirà la questione della candidatura europea di Giorgia Meloni (muore dalla voglia, ma chi troppo vuole nulla stringe). Sembra che i suoi alleati di governo stiano nicchiando, temano uno schiacciamento eccessivo sulla premier e intendano muoversi con una certa autonomia, tentando di recuperare qualche consenso a livello elettorale e persino di tenersi le mani libere nel futuro Parlamento europeo.

Le elezioni europee purtroppo costituiscono solo una controprova di quelle nazionali, mentre invece dovrebbero avere un loro significato e una loro portata. Durante la campagna elettorale si parlerà di tutto meno che di Europa. I partiti di governo vorranno autopromuoversi e autocelebrarsi dopo oltre un anno di esperienza: al massimo faranno sfoggio di risultati ottenuti in chiave meramente rivendicazionista nei confronti della UE. I partiti di opposizione cercheranno una rivincita non tanto in senso europeistico, ma a livello nazionale. Dell’Europa, in fin dei conti, non frega niente a nessuno, pur sapendo che tutti i problemi passano di lì. E poi l’euroscetticismo è sempre l’illusoria carta di riserva per continuare a considerare la Ue come valvola di sfogo per le nostrane incapacità a governare.

Per Elly Schlein sarà forse l’ultima chance, purché non si intestardisca a giocare la carta europea in senso personalistico e di contrapposizione manichea. Lasci a Giorgia Meloni il compito di tirare fuori le palle (nel duplice senso di bugie e di virilità politica) da uomo dell’anno quale è stata nominata. Si accontenti (si fa per dire) di tirare fuori finalmente i valori, in primis quello dell’europeismo e del federalismo da coniugare con quelli della giustizia sociale, dell’accoglienza agli immigrati, della lotta alle povertà, della ricerca della pace e dell’equilibrio ecologico. Ora o mai più.

 

La paura della pace

L’aula della Camera ha approvato con una serie di consensi e astensioni ‘trasversali’ le risoluzioni che impegnano il governo a proseguire il sostegno, anche attraverso l’invio di armi, all’Ucraina. E nei dem, in particolare, spicca la posizione di tre deputati dem – Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Marianna Madia -che hanno votato sì a tutti gli impegni per l’Ucraina, sia nella risoluzione della maggioranza che in quella di Iv-Azione-Più Europa mentre il gruppo Pd si è astenuto sulle risoluzioni sia della maggioranza, sia dei ‘centristi’ che su quella di senso opposto dei 5 Stelle in cui si è chiesto lo stop all’invio di armi a Kiev. (dal quotidiano “la Repubblica”)

Un ginepraio di risoluzioni in mezzo al quale il Partito Democratico ha nascosto il proprio imbarazzato silenzio sulla guerra in Ucraina: non si possono infatti irritare la Nato e gli Usa, l’Unione Europea non esiste, e allora meglio fare i pesci in barile. Nel momento in cui persino gli Usa cominciano a indietreggiare rispetto alla loro demenziale politica bellica, gli europei, e gli italiani in primis, rischiano di rimanere col cerino acceso in mano e di essere costretti per paradossale inerzia a proseguire l’invio di armi all’Ucraina, finendo col portarla alla distruzione totale dietro l’alibi della difesa dei valori democratici.

Mentre l’attuale maggioranza di governo si è opportunisticamente appiattita (anche Draghi non era da meno) sulla politica americana, il PD, che dovrebbe rappresentare l’alternativa, fa l’opposizione di comodo con la stucchevole inflazione delle richieste di dimissioni a ministri, sottosegretari, parlamentari appartenenti al centro-destra, e non ha il coraggio di distinguersi sulle questioni dirimenti come la guerra.

E pensare che l’opinione pubblica non ne può più di questa deriva bellicistica finalizzata ai profitti dei costruttori e dei trafficanti di armi. In questo caso un po’ di populismo di sinistra non guasterebbe. Invece, eccoli lì, allineati e coperti a reggere la coda occidentale di un mondo vocato allo sfacelo.

Era, quello della pace, un punto su cui aspettavo Elly Schlein all’appuntamento con la storia: l’ennesima delusione! Un pessimo viatico in vista delle prossime elezioni europee. Un motivo per continuare ad astenermi dal voto.

Dacia Maraini ha recentemente sollevato un dubbio per la coscienza degli astensionisti: tanta gente è morta per conquistarci il diritto di voto e noi non lo esercitiamo…

Confesso di essermi commosso e sentito in colpa, anche se questo argomento lo avevo ben presente da sempre. Sentirselo buttato in faccia fa male, anzi dovrebbe fare bene. Senonché mi sono chiesto: il voto conquistato grazie alla morte dei martiri della democrazia è giusto usarlo per giustificare la morte dei martiri della guerra?

Se si profilava per me una “tentazione” di ritorno al voto, con questa manfrina bellicista del PD sono tornato allo splendido isolamento astensionista. Non serve a niente, lo so benissimo. Almeno però, di fronte alla guerra che dilaga, potrò cercare di mettermi il cuore in pace.

 

Il perenne diluvio del dopo Moro

Ho visto l’inchiesta di Report andata in onda su Rai 3. Ne sono uscito molto scosso e turbato, oserei direi sconvolto: l’inchiesta sulla vicenda Moro conferma ulteriormente ed autorevolmente quella convinzione che da tempo mi sono fatta, leggendo (da ultimo il libro “Lei la pagherà cara”), ascoltando (l’ultima inchiesta, quella di Andrea Purgatori), vedendo i film (ultimo quello di Marco Bellocchio) e riflettendo (in base alla mia esperienza politica e ai testi sul pensiero e la vita di questo personaggio gigantesco), su quella  vicenda che ha cambiato e condizionato il corso della storia italiana e non solo italiana.

Moro era nel mirino degli Usa, della Nato e dei servizi segreti americani, israeliani, inglesi, che volevano bloccare la sua operazione politica, vale a dire l’apertura al partito comunista per agevolarne la completa democratizzazione e la partecipazione alla vita democratica in ossequio allo spirito resistenziale e costituzionale.

In questa inchiesta ho ascoltato cose che fanno rabbrividire. Moro sapeva di essere sotto battuta e nessuno lo ha aiutato. Le BR con ogni probabilità infiltrate da spie occidentali, forse addirittura a loro insaputa, sono state protagoniste di un gioco ben più grande, pilotato da forze occulte, molte e di varia natura, unite dall’interesse di chi non voleva assolutamente un nuovo corso politico a livello italiano ed europeo. Gli elementi emersi sono schiaccianti!

Anche la trattativa tra Stato e BR fu probabilmente un espediente per coprire il vero scopo dell’operazione e ottenere la morte di Moro come male necessario agli occhi dell’opinione pubblica: arrivarono persino a squalificarlo come un traditore, un pavido, uno psicopatico alla mercé delle BR.

Mi ha stupito quello che afferma Giovanni Senzani, esponente di primo piano delle BR: mentre loro non avevano capito cosa c’era in gioco e venivano manovrati, Moro aveva capito, fin da prima e fin dall’inizio, molte cose che peraltro ha scritto nel suo memoriale, tranciando, tra l’altro, giudizi agghiaccianti su Andreotti e c. (la lingua batteva dove il suo dente doleva).

Le inchieste hanno risentito di depistaggi, omertà, silenzi, contraddizioni, opportunismi, porcherie etc., tali da non consentire il raggiungimento della verità. Abbiamo vissuto e viviamo una storia virtuale, mentre quella reale ci sfugge!

Anche il Partito comunista non ha capito niente durante il rapimento e dopo il rapimento e la morte di Moro, basti pensare che la Dc e il Pci elessero Cossiga presidente della Repubblica, uomo intelligentissimo e di grande spessore, ma piuttosto invischiato, non so fino a che punto in buona fede, nelle manovre oscure occidentali. Il partito comunista ha due macchie storiche oltre alla tardiva autonomia da Mosca: quella appunto di non aver capito e portato avanti il disegno di Aldo Moro e quella di essersi, assieme alla DC, colpevolmente consegnato alla strategia craxiana, finendo persino con l’accettare la logica di tangentopoli.

Col mio caro ed indimenticabile amico comunista Walter Torelli, ex partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, recriminavamo spesso sul frettoloso abbandono del compromesso storico quale preparazione della terza fase prefigurata da Aldo Moro, che doveva sfociare nel confronto tra le due forze politiche portatrici di valori autentici, vale a dire la Democrazia cristiana e il Partito comunista.  Ci sforzavamo nel nostro piccolo di tenere vive queste prospettive dialogando e collaborando a livello di quartiere. Durante le animate ed approfondite discussioni agli inizi degli anni novanta constatavamo che alla politica stava sfuggendo l’anima, se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti: dopo il craxismo, che aveva intaccato le radici etiche della democrazia, venne il berlusconismo a rivoltare il sistema creando un vero e proprio regime, in cui siamo ancora invischiati ed immersi fino al collo in modo riveduto e scorretto.

La politica ancor oggi risente, oserei dire irrimediabilmente, di questa violenta frattura inferta alla storia con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

Io sono orgoglioso di essere stato da subito favorevole alla liberazione di Moro, sentivo che c’era in gioco qualcosa di fondamentale, anche se capisco oggi che la trattativa poteva essere fasulla e la sua morte era segnata fin dall’inizio per difendere gli equilibri internazionali in favore dell’Occidente. Valeva però la pena di provare a salvare assieme alla sua vita l’avvenire democratico dell’Italia. La questione invece venne male impostata e si pensò di difendere l’integrità delle istituzioni democratiche rifiutando ogni e qualsiasi ipotesi di scambio. Persino papa Paolo VI venne stoppato nel suo tentativo di aprire un canale di dialogo con i terroristi.

In conclusione dell’inchiesta di Report vengono riportate le parole di Kissinger: roba vomitevole, altro che grande politico e grande diplomatico. Un delinquente! Persino Obama non esce bene dagli strascichi investigativi e giudiziari della vicenda Moro (la realpolitik sovrasta tutto…).

Moro aveva la lucida e coraggiosa intenzione di lavorare per l’evoluzione della storia italiana ed europea verso un superamento dei blocchi contrapposti e per un equilibrio fondato sulla pace e sulla giustizia: l’Italia ipotizzata da Moro non era certo quella attuale, così come l’Europa a cui lui pensava. Non accozzaglie di burattini, ma autentici protagonisti della storia.

Questa inchiesta mette in fila un po’ tutto e apre uno squarcio nel buio della storia. C’è da soffrire, ma meglio soffrire per cercare la verità che accodarsi alle narrazioni di comodo.

Report è l’unica trasmissione Rai superstite rispetto alla pulizia di regime avviata da questo governo (l’altro giorno mi sono imbattuto occasionalmente nel TG di Italia uno, rete Mediaset: molto meglio sul piano professionale e dell’obiettività rispetto all’informazione Rai. É tutto dire…).

Il rapimento e la morte di Moro sono argomenti che mi coinvolgono troppo: me li sento addosso. Non penso di esagerare. Se fosse rimasto in vita, Bettino Craxi avrebbe fatto solo il pesce in barile, mentre purtroppo questo ruolo lo svolsero la DC e il Pci ricattati a Roma e in periferia e coinvolti nella deriva distruttiva della corruzione politica fatta sistema. Silvio Berlusconi forse non avrebbe costruito il suo impero mediatico con l’aiuto del socialista Craxi e di certo non sarebbe sceso in politica, ma sarebbe rimasto nei bassifondi della peggiore imprenditorialità. Non avremmo la peggiore destra possibile e immaginabile a sgovernare il Paese. Non avremmo una sinistra imbelle capace solo di stucchevoli polemiche, che ha perso contatti con il (suo) popolo. Non avremmo nemmeno un astensionismo elettorale che viaggia ormai intorno al 50%. L’Europa anziché fare da servo sciocco degli Usa e della Nato avrebbe potuto e potrebbe dire la sua. I cattolici e i comunisti avrebbero espresso il meglio della loro storia a servizio del Paese. Un’altra Italia! Lasciatemela almeno immaginare!

 

I pesci nel pantano

Raccontata dai media fa (quasi) sorridere, vista in televisione fa venire i brividi, (non) commentata da Fratelli d’Italia fa ribrezzo.

Mi riferisco all’adunata fascista del 07 gennaio scorso in ricordo della Strage di Acca Larenzia: il pluriomicidio a sfondo politico avvenuto a Roma il 7 gennaio 1978, ad opera di un gruppo armato afferente alla sinistra, nel quale furono uccisi due giovani attivisti di destra appartenenti al Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, assassinati davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larenzia, nel quartiere Tuscolano. A tali fatti è strettamente legata la morte di un terzo attivista della destra sociale, Stefano Recchioni, ucciso qualche ora dopo negli scontri con le forze dell’ordine avvenuti durante una manifestazione di protesta organizzata sul luogo stesso dell’agguato. L’agguato, rivendicato dai Nuclei armati per il contropotere territoriale, contribuì a una degenerazione della violenza politica e dell’odio ideologico tra le opposte fazioni estremiste negli anni di piombo, oltre che al mantenimento di uno stato di tensione caratteristico della prima repubblica. (da Wikipedia)

Non si discute il diritto di commemorare le vittime di questo fatto di violenza politica. Si discute il modo, vale a dire una vera e propria apologia del partito fascista, peraltro espressamente vietata dalla legge. La polizia, come al solito, non è intervenuta, la magistratura forse interverrà. Non è questo però l’aspetto principale dell’inaccettabile evento politico. Stupisce il clima di omertosa indifferenza antistorica entro cui si stanno ringalluzzendo le manifestazioni di estremismo neofascista.

Quando a scuola arriva un insegnante supplente, che dimostra di non avere padronanza della materia, capacità di guidare la classe e volontà di affrontare la situazione, gli alunni si scatenano, fiutano l’aria permissiva e si lasciano andare alla più sfrenata indisciplina. Sta succedendo così con la supplente Giorgia Meloni al governo del Paese, di cui non può incarnare lo spirito antifascista, resistenziale e costituzionale, perché ha studiato e vissuto un’altra materia, quella del neofascismo o del postfascismo di Giorgio Almirante e c.

I nostalgici lo hanno capito e si comportano di conseguenza, si sentono in libera uscita e sfogano i loro istinti antistorici con rinvigorita sfacciataggine, sicuri di una sorta di impunità etico-culturale, di tacita simpatia politica e di silenzio giudiziario.

È perfettamente inutile chiedere a Giorgia Meloni di condannare queste manifestazioni neofasciste: la botte dà il vino che ha e nella botte meloniana non c’è vino antifascista. Il suo alleato forzista fa i salti mortali per distinguersi, ma lo fa con tale imbarazzo e goffaggine da rendere ancora più viziata l’aria democratica. Matteo Salvini ha ben altro da farsi perdonare e quindi lascia fare.

L’opposizione di sinistra dovrebbe impegnarsi a dimostrare che il neofascismo è nel DNA meloniano, non tanto partendo dalle vergognose pagliacciate di cui sopra, ma dai contenuti di un’azione di governo, che rispecchiano fedelmente l’eredità accettata senza beneficio d’inventario e trasfusa, furbescamente ma scopertamente, nella strategia e nelle tattiche adottate in senso corporativo, populista e sovranista.

L’argomento snobistico dell’antifascismo che non tira voti può avere un fondo di verità, se l’antifascismo rimane un puro marchio elettorale. Se invece diventa la cartina di tornasole per distinguere nei fatti la politica di destra da quella di sinistra, è tutto da recuperare a livello di metodo e di metro di giudizio.

In conclusione, le manifestazioni di stampo fascista, che stanno prendendo ancor più piede rispetto al passato, sono, senza alcun dubbio, gravi per loro stesse, ma soprattutto sono sintomo di un malessere storico che ci sta avvolgendo: l’acqua del pantano politico non è inquinata dai pesci che vi nuotano, ma dagli acquacoltori che li curano, li mantengono in salute e li alimentano.

 

 

 

L’esercito dello sfacelo anti-bergogliano

Da un articolo apparso sul sito del quotidiano La stampa apprendo che in Italia esisterebbe un gruppo di sei-sette sacerdoti che apertamente non riconoscono Papa Francesco e si definiscono parte del ‘sodalizio mariano’. Si tratta di ex-sacerdoti (almeno alcuni sono tali), che rifiutano Papa Bergoglio e che sostengono che il loro vero Papa è stato solo Ratzinger. Fin qui niente di drammatico: puro folklore fisiologico. Sono contrario tuttavia alla loro scomunica, che rimane un atto odioso e oltre tutto controproducente, in quanto favorisce il loro vittimismo e la loro inopinata penosa propaganda. Dopo essersi vantati delle loro posizioni disubbidienti, aggiungono infatti: “Un po’ di amarezza nel cuore c’è, per questa cecità e questa durezza da parte di colei che dovrebbe essere una madre, la Chiesa. Dovrebbe essere materna e in realtà è una tiranna”. Da un certo punto di vista non hanno tutti i torti, anche se questa loro amarezza è a senso unico: non penso infatti che la esprimano anche per i preti del dissenso “a sinistra”. Rivendicano tolleranza per i tradizionalisti e non certo per i progressisti.

Sempre lo stesso articolo de La stampa mette un po’ di veleno nella coda. Per ricordare Papa Benedetto XVI, nel primo anniversario della morte, c’è stato il 31 dicembre un evento in Vaticano. In questo caso nessuna voce scismatica, ma le critiche a Papa Francesco non sono mancate. Come quelle dell’ex Prefetto della Dottrina della Fede Gerhard Mueller, il quale ha ribadito che “con Benedetto XVI le benedizioni delle coppie gay non sarebbero mai state possibili”. E a chi gli chiedeva se questa posizione non fosse una presa di distanza da Francesco, il cardinale tedesco ha replicato: “Il Vaticano non è l’Unione Sovietica né una monarchia dove c’è uno che decide per tutti e gli altri fanno la Corte”.

Qui il discorso si complica. Rimane comunque valida l’adozione faziosa del metodo democratico solo quando fa comodo. È molto evidente la strumentalizzazione del ricordo di papa Ratzinger in chiave anti-bergogliana. Dobbiamo essere grati a Benedetto XVI, che in vita non si è prestato (salvo un piccolo incidente ben presto rientrato) a fare da sponda alle manovre tradizionaliste e conservatrici. Ora, da morto, non può evitarle, anche se sono convintissimo che ne farebbe volentieri a meno perché finiscono per deturpare il suo papato e soprattutto il suo alto magistero. Papa Francesco vede, sente e, probabilmente e giustamente, se ne frega. Li ha fatti incazzare con la benedizione delle unioni gay: non so se sia stato un ballon d’essai o l’inizio di un ripensamento misericordioso. Ha buttato comunque un bel sasso in piccionaia. Spero non si tratti di canto del cigno…

I sintomi dell’isolamento di papa Francesco tendono ad aumentare; forse gli oppositori al momento appaiono come un’armata Brancaleone di stampo clerico-fascista ben mascherata con argomenti pseudo-teologici, che va dalle eminenze rosso-grige ai finti puritani statunitensi, dai parvenu africani ai bidoni laicali destrorsi; forse  sentono l’odore del sangue in vista del prossimo conclave; forse capiscono che il Papa è molto più furbo di quanto si possa immaginare e ha molte buone frecce al proprio arco; forse stanno cercando i giusti coaguli gerarchici e i necessari collegamenti con la base per una battaglia di retroguardia da scatenare al momento opportuno.

Bergoglio evita di pronunciarsi su dogmatiche questioni dirimenti, ripiega (si fa per dire) sui valori evangelici, sullo stile comunitario e sui diritti di tutti gli uomini. Un po’ come fa Sergio Mattarella nella politica italiana. Entrambi parlano a nuora perché suocera intenda. Non ho idea se l’attuale papa stia pensando seriamente alle dimissioni. Anche qui la somiglianza con Mattarella è notevole: entrambi sono consapevoli che esista il rischio del diluvio dopo di loro. L’auspicio è che rimangano al loro posto, a meno che non abbiano qualche sponda segreta. Il discorso vale per Francesco (vedi Spirito Santo), ma ha meno probabilità per il Capo dello Stato (però lo Spirito Santo dovrebbe esserci anche per lui).