Finché vedrai sventolar bandiera bianca

“È più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare. Oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali. La parola negoziare è coraggiosa. Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare”. Papa Francesco chiede all’Ucraina di abbandonare ogni idea di vittoria militare sulla Russia e di riconquista dei territori perduti e di sedersi al tavolo delle trattative. Una decisione difficile da prendere, ha riconosciuto il Pontefice nel corso di un’intervista alla Radiotelevisione svizzera, ma che deve arrivare lasciando da parte l’orgoglio e pensando alle innumerevoli vite risparmiate da un cessate il fuoco dopo oltre due anni di guerra: “Hai vergogna, ma con quante morti finirà? – ha aggiunto Bergoglio – Negoziare in tempo, cercare qualche Paese che faccia da mediatore. Nella guerra in Ucraina ce ne sono tanti. La Turchia, si è offerta. E altri. Non abbiate vergogna di negoziare prima che la situazione peggiori”.  (da “Il Fatto Quotidiano”)

Il Papa, come al solito, fa dei ragionamenti poco politici e molto evangelici a costo di urtare certe sensibilità politiche, mediatiche, nazionali e internazionali.  “Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace” (Luca 14,31-32). So benissimo che questa frase di Gesù non si attaglia al caso Ucraina, ma suggerisce tuttavia di evitare con il buonsenso ciò che la politica e finanche l’etica consigliano seccamente in difesa della dignità di un popolo.

Non mi interessano le precisazioni al cloroformio della sala stampa vaticana nè le sottili interpretazioni del segretario di stato cardinale Pietro Parolin, non mi curo delle reazioni manichee dei media, ancor meno mi tocca la narrazione prevalente sulle guerre in atto e non mi emozionano le pur comprensibili ma patetiche risposte da parte ucraina.  Sono perfettamente d’accordo con papa Francesco: ha detto la sacrosanta verità con un pronunciamento “ex colloquium”.

Io, oltre che auspicare finalmente lo sventolio della bandiera bianca (in senso bergogliano), mi permetto di osservare come agli occhi del mondo non si possa perdere, mentre invece credo in un Dio che “punta” apparentemente alla sconfitta. Non era forse bandiera bianca quella che sventolava Gesù davanti al sinedrio e a Pilato? Se avesse puntato alla riscossa sventolando la bandiera ebraica contro i romani, avrebbe avuto a favore gli ebrei e contro i romani. Lui invece è riuscito a scontentare tutti accampando la logica del regno di un altro mondo. C’è però una “piccola” differenza: mentre Gesù non pensava nemmeno lontanamente alla ragionevole resa che Pilato gli offriva con una certa subdola insistenza, papa Francesco “ripiega” su una pace negoziale tra Russia e Ucraina. Non può fare di più, rimanendo nella logica di questo mondo, tentando però di non essere del mondo. Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e della fraternità cristiana Casa della Madia, dove vive oggi, intervistato da Domenico Agasso su “La Stampa” così commenta: “Ma Francesco non è pro-Putin sta solo auspicando il male minore”.

Infine Gesù non si è trincerato dietro il “pericoloso” diritto alla difesa. L’unica battuta in tal senso la riservò a quella guardia che gli dette uno schiaffo mettendosi professionalmente e sbrigativamente dalla parte del sommo sacerdote: «Se ho parlato male, dimostra il male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». (Giovanni 18, 22.23). Battuta che calza a pennello anche per le parole “politicamente scorrette” dette da papa Francesco a chi staziona illusoriamente o strumentalmente nella logica della guerra.

Il miglior momento della politica è una persona

Dalle due tornate elettorali regionali di Sardegna e Abruzzo non mi sento di trarre indicazioni sul divenire degli schieramenti politici: il destra-centro è bloccato sul discorso del premierato di fatto e di diritto, esiste sostanzialmente solo il partito di Giorgia Meloni, gli altri fanno da fastidioso (Lega) o irrilevante (Forza Italia) contorno, Fratelli d’Italia non è un partito ma la proiezione del governo, la classe dirigente è prevalentemente di diretta emanazione del premier stesso che se la sceglie e se la coccola; il centro-sinistra, ribattezzato campo largo (se si fa riferimento a Pd, M5S, verdi e sinistra) o addirittura larghissimo (se si comprendono anche Italia viva di Renzi, Azione di Calenda e +Europa di Bonino), è molto (troppo) articolato e rissoso e fa enorme fatica a trovare una comune base valoriale da trasfondere in un programma di governo condiviso.

Il collante del destra-centro è sempre stato il potere, mentre il centro-sinistra non riesce a mettere in campo una vera e propria alleanza strategica, si sta limitando a patti tattici che non hanno grande significatività politica.

Gli elettori percepiscono questa situazione e da una parte tendono a preferire uno “straccio” di alleanza pseudo-politica, dall’altra parte continuano a rifugiarsi nel non voto, laddove la protesta e l’indifferenza si mescolano in un cocktail più soporifero che inebriante.

L’unico discrimine colto e premiato dagli elettori sembra essere la qualità delle candidature: è stato così in Sardegna dove l’ottima candidatura del centro-sinistra ha fatto i conti con una pessima proposta meloniana a livello di governatorato regionale. Fin dove abbia prevalso la buona levatura di Alessandra Dotte oppure il basso livello di Paolo Truzzu è difficile da stabilire. In Abruzzo questa clamorosa forbice qualitativa si è ristretta: il candidato del campo largo era di qualità indubbiamente superiore, ma non tale da comportare fughe di votanti e allora è tornato di moda lo schema politico di cui sopra agevolato anche dallo schieramento a destra e sinistra degli esponenti governativi o comunque di prima grandezza a differenza di quanto era successo almeno a sinistra in Sardegna. Tra la modesta continuità amministrativa di Marco Marsilio e la professorale novità di Luciano D’Amico gli elettori hanno fatto una scelta di minore rischio.

Per formare, presentare e mettere alla prova una classe dirigente accattivante e motivante ci vuole il suo tempo e quindi il centro-sinistra farebbe bene a puntare in questa direzione, prendendosi il tempo necessario senza pretendere di scaravoltare l’elettorato a schede all’aria. Tutto sommato la consultazione abruzzese credo possa rappresentare una seconda tappa nel senso suddetto.

La gente coglie la povertà dei partiti politici e desidera misurarsi sulle persone: il partito democratico è quello che ha una maggiore possibilità di offerta personale e dovrebbe farla valere a tutti i livelli, pretendendola anche dagli alleati. Una sorta di berlingueriana questione morale riveduta e corretta, con l’onesta e la coerenza abbinate all’esperienza e alla competenza (non intese solo dal punto di vista professionale, ma anche politico).

Alessandra Todde aveva il pedigree in ordine, forse a Luciano D’Amico mancava qualcosa, quel quid che colpisce e trascina l’elettore serio e responsabile, che non si lascia infinocchiare tanto facilmente. Le idee camminano sulle gambe degli uomini: questo adagio di Pietro Nenni è più che mai attuale e imprescindibile. Occorre pazienza, formazione, selezione, sperimentazione. La cosiddetta prima repubblica visse sulla classe dirigente formatasi nella resistenza al fascismo, nelle scuole del partito comunista e nelle file dei movimenti cattolici. Piano piano questi serbatoi si sono esauriti e siamo piombati nella politica asservita agli affari ed al tirare a campare. Ricominciare daccapo non sarà facile, ma necessario. A meno che non ci si accontenti di fare l’appoggio o l’opposizione a sua maestà Giorgia Meloni.

 

Una donna deludente per un’Europa decadente

Nel giorno della Festa della Donna il mainstream celebra la ricandidatura di Ursula Von der Leyen, Presidente uscente della Commissione europea, che è stata confermata dal suo schieramento. Da Bucarest la conferma del Ppe a von der Leyen.

L’intenzione di candidarsi per il secondo mandato era già stata resa nota lo scorso 19 febbraio, ma mancava il via libera del Partito popolare europeo riunito a congresso a Bucarest. Così con 400 sì, 89 no e 10 voti ritenuti validi, la 65enne ex ministro di famiglia, lavoro e difesa in diversi governi di Angela Merkel ha ottenuto la propria investitura. Un plebiscito, si direbbe, se i delegati aventi diritto al voto non fossero stati ben 801. 

Oltre all’assenza della metà dei votanti, che di per sé sarebbe preoccupante per una qualsivoglia leadership salda, ci sono ben 89 voti contrari, dietro ai quali non c’è al momento un gruppo ufficializzato, anche se i sospetti ricadono su una parte della CDU, dove Von der Leyen ha dei franchi tiratori, poi i popolari del Nord europa che non sono convinti delle politiche ambientali ed i Republicains francesi, che vedono in lei la rappresentante di un’Europa tecnocratica sostenuta da Macron.

“Nonostante le sue qualità, Ursula von der Leyen è stata messa in minoranza dal suo stesso partito. La vera domanda ora: è possibile (ri)affidare la gestione dell’Europa al Ppe per altri 5 anni, o 25 anni consecutivi? Lo stesso Ppe non sembra credere nella sua candidata”.

Così ha twittato il commissario Ue per il Mercato unico, il liberale Thierry Breton, commentando la candidatura della presidente della Commissione europea al secondo mandato. (da BYOBLU24)

Il partito popolare europeo (Ppe) è un’accozzaglia di correnti politiche assai poco chiara e credibile. Sembra fatto apposta per politicizzare l’incertezza storica sulle prospettive future dell’Unione europea. Non ci capisco niente! Credo fermamente nell’Europa, ma mi spaventa consegnarla ulteriormente nelle mani di chi ne incarna, pur con eleganza e stile, una visione minimalista e tatticista ben lontana da quella dei suoi pionieri.

La ricandidatura della Von der Leyen sembra la semplice riproposizione di un Europa vocata al tirare a campare e alla irrilevanza internazionale. C’è poco da fare l’unica forza politica in grado di dare un minimo di spinta alla Ue sarebbe in teoria la socialdemocrazia, pur con tutti i suoi limiti, difetti ed equivoci. Purtroppo il voto fino ad ora non ha premiato i socialisti e allora, per frenare le minacciose onde di una destra antieuropea, ci si è barricati dietro un’alleanza larga ma debole tra Ppe e Psoe, che sembra fatta apposta per salvare la Ue, mettendola sotto il letto degli equilibrismi economici, delle indifferenze sociali e delle invadenze burocratiche.

Le speranze riposte (anche da me) in una donna, Ursula Von der Leyen,  che potesse coraggiosamente sganciare la Ue  dagli schemi-prigione in cui è rinchiusa, sono rimaste deluse: non siamo andati oltre gli accattivanti sorrisi e le buone maniere (non è poco per una politica sempre più incattivita e sgarbata, ma è poco per una politica che tocchi nel vivo dei problemi della gente).

Le forze politiche dei vari Stati non riescono a puntare sulle istituzioni europee, sono tutte troppo legate a visioni nazionali se non addirittura nazionaliste. A parole tutti credono all’Europa, salvo fregarsene altamente nelle loro scelte concrete. Non vedo profilarsi alcun vento di novità in vista delle ormai imminenti elezioni europee. Anzi, sento aria di reflusso sovranista e populista, se non addirittura di destra estrema, che mi spaventa.

Alle due ultime consultazioni elettorali europee, se ben ricordo ho votato per i “Verdi”, l’unica forza politica che ha e che dà un’idea di modernità ecologica associata alla visione movimentista dell’Europa dei popoli, pur tra qualche velleitarismo e schematismo. In Italia i Verdi hanno ben poca consistenza, ma occorre guardare più in largo. Vedrò se insistere in questa opzione o se puntare tutto sulla politica in senso stretto, votando i socialisti, in Italia rappresentati dal PD, sperando magari che questo debole partito italiano possa prendere un brodo a livello europeo (“la sperànsa di mälvestì ca faga un bón invèron”).

Lancio di SOS nel mare delle SOS

Guglielmo Zucconi sosteneva simpaticamente che gli Italiani vorrebbero “i servizi segreti pubblici”. Perfino Angela Merkel cadde tempo fa in questa contraddizione: si accorse che la CIA spiava tutto e tutti. Ma mi facesse il piacere… Chi è senza spie, scagli la prima pietra…

Aldo Moro, dall’alto del suo saggio scetticismo, non si scandalizzava e commentava: «Non sono forse le spie le peggiori persone che esistano in terra?».  Come volevasi dimostrare: Moro era nel mirino degli Usa, della Nato e dei servizi segreti americani, israeliani, inglesi, che volevano bloccare la sua operazione politica, vale a dire l’apertura al partito comunista per agevolarne la completa democratizzazione e la partecipazione alla vita democratica in ossequio allo spirito resistenziale e costituzionale. Sapeva di essere sotto battuta e nessuno lo ha aiutato. Le BR con ogni probabilità infiltrate da spie occidentali, forse addirittura a loro insaputa, sono state protagoniste di un gioco ben più grande, pilotato da forze occulte, molte e di varia natura, unite dall’interesse di chi non voleva assolutamente un nuovo corso politico a livello italiano ed europeo.

A fronte di queste vicende, cosa volete che sia il nostro attuale immancabile scandalo, che tuttavia si sta allargando a macchia d’olio. Da una parte sembra la macchiettistica fotografia della versione all’italiana dell’uso delle informazioni segrete, dall’altra dimostra l’inquietante debolezza del sistema facilmente aggirabile e strumentalizzabile a fini inconfessabili e addirittura incomprensibili.

Una mole «mostruosa» di accessi, quella del finanziere Pasquale Striano, nell’ordine di 10mila accessi e download di oltre 33mila file scaricati dalla banca dati della direzione nazionale Antimafia. Un’attività di «ricerca spasmodica di informazioni» in cui Striano non era solo, visto che gli accessi illegittimi emersi durante l’indagine di Perugia sono continuati anche dopo l’avvio dell’inchiesta su di lui e il suo trasferimento ad un incarico non operativo. Nel giorno dell’audizione prima in Commissione Antimafia e poi al Copasir del procuratore di Perugia Raffaele Cantone, titolare dell’indagine sul caso di dossieraggio di personaggi del mondo della politica e di vip ad opera del tenente della Guardia di Finanza Striano (e il giorno dopo l’audizione del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, anch’egli ieri al Copasir) emergono nuovi «inquietanti» dettagli su quella sorta di «verminaio» – come lo bolla Cantone – che ruota intorno alle Segnalazioni di operazioni sospette (Sos). Ed è il titolare dell’ufficio umbro a non lesinare nuove informazioni su un’indagine ben più ampia di quanto si pensasse all’inizio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Naturalmente c’è chi soffia sul fuoco. Il centro-destra si sente nel mirino dal momento che la maggior parte delle spiate lo riguarda e quindi non trova di meglio che fare la vittima anche e soprattutto in funzione elettorale. Cose peraltro risapute relative ai conflitti di interesse ed altri eventuali comportamenti opachi. Stiano quindi tranquilli, gli italiani, fin dai tempi di Berlusconi, reagiscono all’americana (vedi Trump), se ne fregano delle “marachelle” dei politici, arrivano addirittura a considerarle furbate da elogiare e imitare.

Qualcuno sostiene che se la sinistra fosse nel mirino degli spioni farebbe altrettanto casino. Possibile! Ciò non toglie che in discussione non ci sia tanto la politica quanto un malcostume che investe anche gangli molto delicati della nostra società. E allora dovrei ripartire daccapo, dall’incipit di questo commento.

Il sistema informativo segreto dovrebbe difendere la società dagli attacchi provenienti da forze occulte: una sorta di antivirus socio-politico. Purtroppo verifichiamo che l’antivirus è pieno di virus, che occorre paradossalmente lanciare gli sos (segnali per la richiesta di soccorso) contro gli sos (segnalazioni di operazioni sospette).

Le Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) sono attività con cui le banche portano a conoscenza dell’Unità di informazione finanziaria (Uif, organo che fa capo alla Banca d’Italia) movimenti finanziari dietro i quali si può ragionevolmente sospettare si nascondano operazioni di riciclaggio o di finanziamento illecito (ad esempio a gruppi terroristici e comunque fuori legge). Tali segnalazioni finiscono poi nelle banche dati a disposizione di magistrati o ufficiali di Polizia giudiziaria che possono ricavarne ipotesi di reato o materiale di inchiesta ritenuto in qualche maniera utile al proprio lavoro. Le operazioni di accesso alle Sos sono tracciabili e attraverso le password si può risalire al loro autore. Le segnalazioni sono schermate da codici criptati dove i nomi non sono leggibili e diventano accessibili solo a seconda delle ipotesi di reato: nel caso della Procura nazionale antimafia, arrivano soltanto quelle che riguardano riciclaggio di denaro compiuto da organizzazioni mafiose o terroristiche. L’ufficio sulle Segnalazioni di operazioni sospette, dal 2023 coordinato da tre pm, è inserito nell’ambito del Servizio di contrasto patrimoniale. (dal quotidiano “Avvenire”)

Un sistema molto complesso, utile ma che si presta ad abusi, molto difficile da controllare: giustissimo partire dai giri di danaro da cui dovrebbe scaturire una sorta di valanga informativa che può sì travolgere il marcio che esiste nella società, ma che può finire col creare una trasversale confusione socio-politica in cui non ci si raccapezza più.

Poi c’è il discorso della libertà di stampa. Queste informazioni segrete che vengono subdolamente alla luce devono o non devono essere pubblicate? Democrazia vuole che vengano divulgate se e in quanto prevalga l’interesse pubblico all’informazione sull’interesse pubblico alla discrezione. Tracciare un confine tra questi due interessi è praticamente impossibile, quindi meglio pubblicare tutto e sempre, rischiando la bulimia democratica piuttosto che l’anoressia.

Infine c’è la funzione della magistratura. La storia è piena di cortocircuiti tra indagini per scovare chi delinque e intoccabilità dei servizi segreti che, per loro natura, devono operare ai limiti se non al di fuori della legalità. Il caso esploso in questi giorni è così clamoroso da mettere i giudici in grado di controllare i comportamenti e punire i reati. Non vorrei però che in prospettiva si venisse a ripetere a rovescio quanto spesso succede nei rapporti tra forze di polizia (tributaria in particolare) e magistratura: noi li scopriamo e loro li assolvono. Nel caso delle spie: come facciamo a combattere il malaffare se non possiamo metterci dentro il naso…

Più ci penso e più aveva ragione da vendere Aldo Moro anche se ci lasciò la vita. Sì, perché si comincia con gli Striano e non si sa dove si va a finire. Pure Guglielmo Zucconi aveva le sue buone ironiche ragioni: rendere pubblico il processo informativo segreto è un folle controsenso. Mi viene però spontanea una domanda: siamo proprio sicuri che le informazioni segrete siano necessarie per difenderci dai pericoli più o meno sovversivi? Non sarà “pezo el tacón del buso”?

 

 

 

Sullo stesso treno, ma in diversi scompartimenti

Come far andare d’accordo PD e M5S: potrebbe essere il titolo di una commedia, mentre invece è una scommessa politica, in un certo senso obbligata e in altro senso molto problematica. É anche, se vogliamo, un tema di risulta rispetto al recente esito delle elezioni regionali sarde e alla immediata prospettiva della consultazione elettorale abruzzese e di altre di livello regionale e locale. Le prove elettorali amministrative hanno pur sempre un significato politico; Giorgia Meloni e il centro-destra ci stanno addirittura mettendo la faccia a loro rischio e pericolo. Non so se queste elezioni possano essere tappe di avvio per una vera e propria strategia unitaria della sinistra (campo più o meno largo): qualcosa stanno significando anche se mi sembra prematuro formulare ipotesi di accordi politici veri e propri.

Non parto quindi né dall’illusorio successo della Sardegna, né dalle altre future e ravvicinate campagne elettorali amministrative, che potrebbero anche diventare pericolose vittorie di Pirro. Preferisco prendere spunto al riguardo da una interessante analisi del politologo Carlo Galli pubblicata su “La Repubblica”, di cui riporto di seguito alcuni passaggi.

Il Pd è una forza di centrosinistra in cui si incrociano personalismo cristiano e socialdemocrazia moderata, e in quanto erede (ormai lontano) della Dc e del Pci esprime un ceto politico vasto e ridondante, conforme al sistema istituzionale del Paese e alla sua collocazione europea e occidentale.

Il M5S nasce invece come movimento di protesta populista contro le anomalie, le difficoltà, le contraddizioni del “sistema”. Animato da rabbioso spirito anti-casta, anti-politico e anti- partitico, molto critico verso le istituzioni. Oggi, passati più di dieci anni dalla sua prima grande affermazione elettorale nel 2013, esprime richieste di protezione sociale individuale, al limite dell’assistenzialismo, diffuse in prevalenza nella realtà meridionale. Anche la collocazione internazionale è meno chiara di quella del Pd. Meno occidentalista e atlantico, il M5S è fautore della “pace prima di tutto” in Ucraina e in Israele, il che implica una notevole distanza dalla linea dura antirussa e filo-ebraica che il Pd ha assunto in merito ai due conflitti.

Mentre in buona sostanza il Pd rischia una strisciante assuefazione ad una sorta di centro moderato liberale abbandonando la propria identità popolare, i cinquestelle rischiano di cadere in una deriva populista alla ricerca di alternative antitutto. Il Partito democratico è fin troppo istituzionalizzato e occidentalizzato, mentre il Movimento cinque stelle vive alla giornata inseguendo le istanze emergenti anche scompostamente dalla gente.

Dico subito che attualmente in politica estera mi sento tutto sommato più vicino ai grillini laddove mettono la pace, spero non strumentalmente, al primo posto e di lì fanno discendere le pur confuse loro idee sulla collocazione dell’Italia nel contesto mondiale. Non sono assolutamente d’accordo con chi istiga Elly Schlein a rimanere acriticamente fedele all’occidentalismo vecchia maniera intravedendo in una eventuale presa di distanza pericoli per la democrazia europea.

Diverso è il discorso economico-sociale ed istituzionale, anche se qualche fascino i cinquestelle lo esercitano pure in questo campo con la loro politica imprevedibile e scanzonata. Qui però non si può derogare dal rigore repubblicano né dal moderno riformismo.

Non sono in accordo con chi, come il carissimo amico ex senatore PD Giorgio Pagliari, trova contraddittorio e (miope) l’ipotesi di costruzione del nuovo centrosinistra con il M5S, filo putiniano e filo trumpiano, populista, trasformista, giustizialista, demagogico e pronto a tutto e al contrario di tutto come si visto, da ultimo, sul Mes e sull’Ucraina. Sono effettivamente tutte questioni realisticamente ed ideologicamente aperte, che non si possono tuttavia semplificare e radicalizzare, ma vanno affrontate con pazienza anche perché non vedo alternative agibili se non quella di un centrosinistra con un occhio di riguardo all’eventuale risorgente “moderatume” pseudo-democristiano. Se è vero che le nozze non si fanno coi fichi secchi, è altrettanto vero che rimanere acidamente celibi (o nubili) non serve a nessuno.

Non voglio azzardare paragoni impossibili, né confondere il sacro col profano, ma tra queste due forze politiche sarebbe necessario un compromesso storico di memoria morotea (campa cavallo…), volto nel breve termine a democratizzare ed istituzionalizzare il M5S rendendolo pienamente maturo per governare, rinviando al medio termine lo studio della possibilità di organiche collaborazioni o del definitivo ripiegamento concorrenziale.

Un accordo tattico (quasi obbligato), se non altro per contrastare la destra che incalza, in vista di una strategia tutta da approfondire nei contenuti, nei contenitori e nelle classi dirigenti.  Non ho idea se e come le prossime scadenze elettorali europee possano favorire il dialogo e l’incontro fra queste due forze politiche: il sistema elettorale proporzionale aiuta a presentarsi divisi per colpire insieme (?). Il quadro politico europeo potrebbe rivelarsi un terreno adatto per lavorare alla costruzione di prospettive strategiche: nelle istituzioni europee si gioca il nostro futuro e quindi…

Un irresponsabile tuffo dal Trumpolino

Il verdetto era atteso, adesso è anche ufficiale. Donald Trump è eleggibile alle primarie repubblicane in Colorado e così la sua corsa per diventare il candidato del Grand Old Party che sfiderà Joe Biden alle prossime Presidenziali sembra non avere altri ostacoli davanti. Mentre il tycoon continua a inanellare successi, interrotti solo dalla vittoria di Nikki Haley a Washington DC, le speranze dell’ex rappresentante permanente all’Onu di sconfiggerlo anche grazie alle sentenze dei giudici svaniscono di colpo. “Una grande vittoria per l’America”, ha esultato The Donald.

A mettere fine al dibattito è stata la Corte Suprema federale che, dopo il ricorso dell’ex presidente contro la sentenza del tribunale del Colorado, uno degli Stati che lo aveva considerato ineleggibile, ha deciso di ribaltare la decisione. Non era legittima, quindi, quella della corte statale di escluderlo dalla corsa alle primarie repubblicane per il suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill sulla base del 14esimo emendamento che vieta le cariche pubbliche ai funzionari coinvolti in insurrezioni contro la costituzione. La sentenza, adesso, farà da precedente anche per tutti gli altri ricorsi pendenti negli altri Stati. (da “Il Fatto Quotidiano”)

Se questa è la democrazia americana, spero ci possa essere qualcosa di meglio in giro per il mondo, anche se non ci spererei troppo.  Siamo infatti in presenza di una sentenza politica emessa da una corte politicizzata. La giustizia negli Usa è molto politica-dipendente e quindi si intromette in modo smaccato nelle vicende politiche. Teniamoci ben stretta la nostra autonomia della magistratura: i giudici italiani avranno tanti difetti, ma non sono asserviti al potere politico.

Non so cosa avrebbe dovuto combinare Trump per essere ineleggibile più di quanto non abbia già combinato. Forse doveva ammazzare Biden e allora… A questo punto la palla è in mano agli americani, chi li capisce è bravo. Qualcuno reagisce dicendo che si arrangeranno. Nossignori, ci arrangeremo tutti, in primis noi italiani, cittadini di uno Stato storicamente e rigidamente allineato con gli Usa.

Dalle elezioni americane dei prossimi mesi non arriveranno solo schizzi, ma autentici diluvi. Faccio fatica ad immaginare cosa comporterà in tutto il mondo una nuova presidenza Trump: certamente una chiusura sovranista in un mondo che avrebbe bisogno di collaborazione e solidarietà fra gli Stati; un reflusso autoritario in un mondo che dovrebbe riscoprire il bello della democrazia.

Fino a qualche tempo fa osservando certe manifestazioni esteriori della società americana, pur con parecchie perplessità, finivo con l’esprimere un giudizio frettoloso ma speranzoso: sono americani, ma in fin dei conti sono democratici. Non mi sento più di rilasciare questa cambiale (quasi) in bianco. Negli Usa spira un vento anti-democratico di cui il miglior interprete è sicuramente Donald Trump.

Non è che Joe Biden brilli di democrazia anche se quattro anni or sono aveva dato qualche timida speranza: una grande delusione! E il partito democratico non riesce a trovare un candidato migliore, rischiando il disastro. Il giornalista Federico Rampini, grande esperto di cose americane, sintetizza brutalmente l’attuale corsa alla Casa Bianca come lo scontro fra un deficiente e un delinquente. Non c’è bisogno di spiegare chi sia l’uno e chi sia l’altro. Capisco il significato ed il realismo di questa iperbolica rappresentazione e mi permetto di aggiungere come gli americani stiano a guardare o addirittura arrivino a schierarsi follemente per l’uno e/o a deridere masochisticamente l’altro. Sembra un po’ la scena che mio padre descriveva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón».

Non riesco a collocarmi cinicamente a metà strada fra i due contendenti. Nonostante tutto mi turerò il naso a distanza e farò il tifo al ribasso per Biden, ma solo perché putost che Trump (niént äd bón pighè in t’na cärta spòrca) è mej Biden (putost = “da lu a niént da sén’na…”).

Ci sono due passaggi elettorali che dal punto di vista dei rapporti internazionali ci interessano e ci coinvolgono: le elezioni del Parlamento europeo e le elezioni presidenziali americane. Quale Europa uscirà dalle urne? Molto probabilmente un’Europa nel segno della penosa continuità se non addirittura della sconvolgente novità (le destre, sull’esempio italiano, potrebbero sbancare o quanto meno entrare prepotentemente in gioco). Molto probabilmente gli Usa riveduti e scorretti in disgustosa salsa trumpiana.

E noi stiamo ad interrogarci come se la caverà Giorgia Meloni in questi scenari tanto problematici. Niente paura! Tutto sommato rischia di essere vincente su tutti due i banchi: l’Europa spostata a destra la vedrebbe protagonista non certo secondaria; gli Usa in mano a Trump la vedrebbero allineata e coperta. E, se per caso non ci fossero cambiamenti importanti, avrebbe in ogni modo un opportunistico posizionamento. E noi italiani? Chi è causa del suo mal pianga se stesso! Mio padre diceva pianga me stesso. Era uno strafalcione voluto, significativo e finanche profetico.

 

 

Un presidente nobile e una presidentessa miserabile

Mattarella: “Il presidente non è un re. Promulgare le leggi non vuol dire condividerle”. Il Capo dello Stato interviene anche per difendere la libertà di stampa. E fa intendere che è inutile tirarlo per la giacca appena un decreto approda al Colle (dal quotidiano “La Stampa” – Ugo Magri)

Ho l’impressione (da diverso tempo per la verità) che Sergio Mattarella sia costretto a fare da controcanto a Giorgia Meloni o, per meglio dire, al capo del governo in carica. Non passa giorno infatti che, di fronte alle governative sgrammaticature verbali e fattuali, il Presidente della Repubblica intervenga in difesa dello spirito e delle concrete disposizioni costituzionali nonché per precisare portata e limiti dei poteri istituzionali suoi e del governo.

Bisogna ammettere che la voce di Mattarella è l’unica veramente autorevole e credibile che possa contrastare lealmente il tendenziale strapotere governativo impersonificato da Giorgia Meloni. Gli attuali governanti lo hanno capito e cercano in tutti i modi di depotenziarlo e/o di disturbarlo e/o di screditarlo.

Il progetto di legge finalizzato all’introduzione del premierato mira sostanzialmente a spostare rilevanti poteri dal Capo dello Stato (rappresentante dell’unità nazionale ed eletto dal Parlamento) al capo del Governo (eletto direttamente dal popolo ma che, attuale Costituzione alla mano, non dovrebbe rappresentare l’unità nazionale bensì la massima autorità del potere esecutivo). Questo basilare concetto è stato autorevolmente esposto dal professor Tommaso Montanari, saggista e rettore dell’Università per stranieri di Siena.

Siccome questa riforma costituzionale molto probabilmente finirà nel cestino referendario (tanto rumore per nulla), ecco le pretestuose scaramucce tra palazzo Chigi e Quirinale giocate in punta di fioretto (?) che urtano la sensibilità dei cittadini e cominciano a disturbare anche lo stesso Mattarella costretto a precisare, a chiarire, a mettere i puntini sulle i.

A nulla valgono le rituali smentite meloniane – tirare il sasso e nascondere la mano è un giochino vecchio come il cucco -, che assomigliano alle infantili scuse di chi viene colto con le dita nella marmellata costituzionale. Negare l’evidenza è un sistema che non regge in democrazia, a meno che non si creda di vivere in una subdola e strisciante autocrazia.

Alle volgari stilettate di Palazzo Chigi fanno riscontro le garbate e contenute risposte del Quirinale, emergenti dalle parole, dalla correttezza, dall’intelligenza, dalla coerenza, dalla vita intera di Sergio Mattarella.

Prendiamo solo l’episodio più eclatante. Il presidente della Repubblica, stando alle sgangherate esternazioni del capo del governo, non avrebbe la dovuta considerazione per la funzione delle forze dell’ordine. Detta ad un uomo, che ha vissuto il dramma degli attacchi mafiosi fino alla morte del fratello, suona come una autentica blasfemia istituzionale. Il tutto perché ha osato ricordare che usare il manganello contro dei ragazzini non è il miglior modo per dialogare con le giovani generazioni.

E non finisce lì. Ogni giorno spunta un nuovo subdolo e penoso impeachment nei confronti di Mattarella, che dimostra fin troppa pazienza nelle sue reazioni. Sappia Giorgia Meloni che questa tattica non giova a nessuno. Mattarella non è un re anche se il suo tono può essere considerato regale. Meloni non è una regina e il suo tono assomiglia a quello di una romanesca pescivendola in libera uscita. Se proprio dobbiamo trasformare la repubblica in monarchia dovrei augurare lunga vita al re senza una simile regina fra i piedi.

 

Le torbide manovre degli spioni e le code di paglia degli spiati

Non è e non sarà una semplice indagine giudiziaria, tra l’altro con molti dei confini ancora da definire. Ma l’inchiesta di Perugia sul monitoraggio abusivo degli archivi informatici riservati di centinaia di persone – tra cui politici e vip – è destinato a diventare un caso di scontro politico. Non solo perché tra gli 800 accessi abusivi che, secondo la procura di capoluogo umbro, il finanziere Pasquale Striano in servizio alla Procura nazionale Antimafia ha eseguito nelle banche dati, compaiono molti politici o persone vicine al centrodestra.

Ma anche e soprattutto per il sempreverde dibattito sul confine della sfera della privacy (anche in ambito fiscale) anche quando si è un personaggio pubblico e sul diritto di cronaca. Perché infatti non è ancora del tutto chiaro perché il finanziere Striano abbia fatto centinaia di accessi abusivi (in alcune giornate anche più di 40), anche se per ora pare non siano stati creati veri e propri dossier. In alcuni casi sono state destinate – ritengono i magistrati – ad attività giornalistiche (tra i 15 indagati ci sono anche tre giornalisti del quotidiano “Il Domani”) e in altri per scopi non ancora chiari. Dagli accertamenti – l’indagine è ancora agli inizi – è intanto emerso però che Striano non ha ricevuto denaro a fronte dei presunti accessi illeciti alla banca dati. (dal quotidiano “Avvenire” – Alessia Guerrieri)

Abbiamo anche l’emergenza spie. Non ci facciamo proprio mancare niente. Che in Italia (non so all’estero) ci sia un sistema spionistico piuttosto allegro, diciamo pure all’italiana, è abbastanza noto e preoccupante. Nel caso in questione non ci si capisce dentro niente: perché sono state fatte queste incursioni nei sistemi informatici, da chi sono state decise ed eseguite, a quali banche dati si è fatto riferimento, quali sono stati i rapporti tra spie e stampa, quali e quanti di questi dati “rubati” sono venuti in possesso della magistratura etc. etc.

La domanda di fondo è se questo episodio dimostri o meno gravi falle nel sistema o sia semplicemente un caso di parziale e limitato impazzimento. Staremo a vedere in mezzo alla confusione che inevitabilmente si sta creando.

È indubbiamente inquietante il rischio che informazioni riservate vengano propalate per fini a dir poco opachi. Mi sembra che il sistema sia compreso fra due fuochi: da una parte le spie che approfittano per motivi inconfessabili delle informazioni a loro più o meno legittimamente accessibili; dall’altra i personaggi spiati appartenenti soprattutto al mondo politico (ma non solo), spaventati e con le loro code di paglia.

Non è bello avere sul capo la cappa spionistica, ma è pur vero che “male non fare, paura non avere…”. Sono molte le galline che cantano e danno l’impressione di avere fatto l’uovo.

Le spie ci sono sempre state, sono persone vomitevoli, forse le peggiori in assoluto. Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto.

A destra si grida sconclusionatamente al complotto, a sinistra si difende, a spada un po’ troppo tratta, la libertà di stampa. La politica c’entra sempre, in questo caso soprattutto per la strumentalizzazione vittimistica che si sta facendo del caso. Di personaggi chiacchierati nel governo ce ne possono essere. Lasciamo al Capo dello Stato la verifica preventiva, al Parlamento la fiducia possibilmente non faziosa, alla Magistratura l’indagine su eventuali reati, alla stampa la valutazione dell’interesse pubblico all’informazione prevalente o meno sul diritto alla privacy, al Governo stesso la vigilanza sui servizi segreti ed il loro problematico ambaradan senza pretendere che diventino pubblici.

Su tutto comunque, e fortunatamente, incombe il dettato costituzionale, che all’articolo 54 recita:

“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Il primo comma è scritto anche per chi opera nei servizi segreti e per chi ha a che fare con informazioni riservate in qualsiasi modo e livello. Per evitare che diventino degli “spioni”.

Il secondo comma calza a pennello per chi è impegnato in politica e in funzioni pubbliche. In una parola per i potenziali “spiati” affinché sappiano regolarsi.

 

 

 

La resistenza a Putin si fa anche con le idee

Fiori e slogan ai funerali di Navalny, la folla urla: “Russia libera!” e Putin assassino!”. La folla circonda la chiesa e urla “Navalny! Navalny!”.  Tutti intorno alla chiesa dell’icona della Madre di Dio a Mosca, dove si sono svolti i funerali di Alexei Navalny. Presenti almeno 2-3 mila persone che hanno atteso fuori e nelle strade circostanti poiché l’ingresso in chiesa è stato consentito solo a poche persone, oltre ai familiari. Urlati slogan contro Putin. Alcune persone hanno lanciato fiori verso la bara al momento dell’uscita dalla chiesa dopo il funerale, mentre la folla intonava slogan come “la Russia sarà libera”. La folla ha poi seguito la bara al cimitero, che le autorità hanno disposto fosse uno diverso da quello richiesto dalla famiglia e distante circa mezz’ora a piedi. (dal quotidiano “La Repubblica”)

In una puntata del programma televisivo “otto e mezzo” su La 7, andata in onda nel marzo del 2022, è apparso un importante sacerdote russo ortodosso, padre Giovanni Guaita, coraggiosamente schierato contro l’aggressione russa all’Ucraina (una posizione contro-corrente rispetto alle storiche compromissioni ortodosse col potere sovietico prima e russo oggi. “Brutta gente” sentenziava mia sorella…). Lilly Gruber al termine del suo intervento gli ha chiesto quali fossero le sue speranze. Lui ha risposto con la speranza “debole” che la situazione economica costringa Putin a più miti consigli a cui ha aggiunto, con ammirevole discrezione e convinzione, la speranza “forte” che Dio non ci abbandoni e ci aiuti ad uscire dal tunnel. Il discorso di questo autorevole e per certi versi profetico sacerdote ortodosso lasciava chiaramente intendere come in Russia l’area del dissenso a livello culturale e politico fosse estremamente debole al limite della irrilevanza.

Ho continuato in questo periodo a osservare, da lontano e con gli occhi purtroppo offuscati dalla propaganda russa, la situazione, per scrutare se emergesse qualche spiraglio nella contrarietà a questa autocrazia sanguinaria, feroce e mafiosa. Mi è parso che l’opposizione sia purtroppo inconsistente e/o mediaticamente ovattata e/o brutalmente repressa. È indubbiamente difficile valutarne la presenza quando essa viene costretta alla clandestinità con misure di vera e propria persecuzione.

La morte di Navalny e i suoi funerali hanno probabilmente spinto le voci contrarie a farsi coraggiosamente sentire. L’omicidio di questo esponente dell’opposizione e i tentativi maldestri di occultare la verità stanno a dimostrare una certa qual debolezza del regime. Non so se possa costituire la preparazione o addirittura l’inizio di una riscossa, ma qualcosa di nuovo sta succedendo. Il sangue dei martiri mette sempre in difficoltà i detentori del potere oppressivo e spesso costituisce una sorta di scintilla da cui può scoppiare un vero e proprio incendio libertario e democratico. Speriamo sia così.

Come può l’Occidente favorire questo latente movimento contrario al regime? Ospitare la battaglia della moglie di Navalny è cosa buona e giusta, ma occorre certamente molto di più. Gl Usa e i Paesi Nato sono tutti presi dalla necessità di armare l’Ucraina per farne un avamposto di resistenza rispetto ai pericoli derivanti dall’estrema aggressività di Putin. Lo strumento delle sanzioni economico-finanziarie si è rivelato poco efficace se non addirittura controproducente. La strada diplomatica è stata poco battuta anche se sarebbe, nonostante le obiettive difficoltà, l’unica da perseguire convintamente, pazientemente ed operosamente. Rimarrebbe il discorso dell’appoggio alla resistenza interna alla Russia: discorso molto delicato e difficile, ma da non scartare. I pubblici poteri e le opinioni pubbliche occidentali possono e devono aiutare, senza presunzione di avere la verità democratica in tasca, coloro che in patria vogliono combattere questo regime.

Resto dell’idea che Putin vada stretto in una formidabile morsa diplomatica e politica più che continuare a puntare sulla guerra e sulle minacce, che fanno il suo insensato gioco, vale a dire quello del “muoia Putin con tutti i Russi, gli Ucraini e chi più ne ha più ne metta”.

 

 

Dall’amico Orban ci salvi Salis

“È sorprendente che l’Italia cerchi di interferire in un caso giudiziario ungherese”: lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó riferendosi al caso Salis, come si legge sull’account Twitter del portavoce del governo ungherese Zoltan Kovacs.

“Questa signora, presentata come una martire in Italia, è venuta in Ungheria con un piano chiaro per attaccare persone innocenti per le strade come parte di un’organizzazione di sinistra radicale.

Spero sinceramente che questa signora riceva la meritata punizione in Ungheria”, ha aggiunto Szijjártó che oggi a Roma ha incontrato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. (agenzia Ansa.it)

Il ministro ungherese trova sorprendente l’interferenza italiana, io trovo sorprendente il suo piglio anti-democratico oltre che la sua mancanza assoluta di diplomazia. Non voglio esagerare e generalizzare, ma questi Paesi post-comunisti si portano dietro un concetto di democrazia e libertà incompatibile col nostro e questo fatto mi conferma ancora una volta nella mia idea sulla eccessiva sbrigatività con cui furono accettati nell’Unione europea.

Non sono i giorni migliori per Giorgia Meloni. Dopo la batosta elettorale in Sardegna, deve fare i conti con certi suoi alleati piuttosto scomodi a livello europeo. Probabilmente Ilaria Salis sta diventando una spina nel fianco del suo governo: basta poco per mettere in crisi certe opportunistiche e strumentali alleanze.

Non so cosa effettivamente abbia combinato la Salis in Ungheria, ho intuito che abbia partecipato a proteste contro certi gruppi di estrema destra, finendo magari con l’aggredire o essere coinvolta nell’aggressione a militanti neonazisti (almeno questo è il capo d’accusa ufficiale). Non mi sembra una martire, ma una persona i cui diritti fondamentali sono stati clamorosamente calpestati e non credo sia una estremista di sinistra che si diverte a colpire cittadini ungheresi a vanvera. La storia degli opposti estremismi la conosciamo bene, non ce la deve insegnare il ministro degli esteri ungherese, che l’ha applicata prima ancora di conoscere le sentenze dei magistrati: è sempre stata la scusa per coprire la triste realtà del risorgente nazifascismo. Si dice infatti: sono condannabili gli estremisti di destra, ma anche quelli di sinistra non sono da meno. Il signor Szijjártó ha addirittura trasformato i simpatizzanti nazifascisti in persone innocenti che girano per le strade di Budapest.

Non mi vado di certo a impegolare in disquisizioni giuridiche, preferisco rimanere al significato politico della vicenda, rischiando magari di essere un “tantino” semplicista, manicheo, demagogico, fantasioso e provocatorio: non penso sia eticamente e politicamente riprovevole venire alle mani con dei neonazisti, è l’unico linguaggio che possono capire. Della serie “quanno ce vò ce vò”. In dialetto parmigiano, quando si osservano le sacrosante botte date a chi se le merita tutte, si dice: “Maledètta colà c’lé andäda par téra”.

Ilaria Salis poteva essere più prudente? Certo che sì, ma posso capirla nel suo giusto furore contro certi personaggi. Un tempo si gridava “fascisti carogne tornate nelle fogne”. Ilaria ha adattato in terra straniera lo slogan: “Neonazisti carogne tornate nelle fogne”.

E il ministro ungherese si preoccupa di punirla, perché ha osato alzare le mani su delinquenti politici (tali sono a mio giudizio quanti si schierano e militano a servizio dell’ideologia nazifascista)?  Meriterebbe almeno la concessione delle attenuanti della provocazione se non addirittura della legittima difesa. Il giustizialista Péter Szijjártó si vada a nascondere assieme al suo capo Orban con l’amica Giorgia.

I ministri Tajani e Nordio temono che intervenire in favore di Ilaria Salis sembri un’ingerenza nella gestione della giustizia in Ungheria oppure temono di disturbare un equivoco alleato del governo italiano? Si ha paura di creare un incidente diplomatico? Ma mi facciano il piacere… Facciano sentire a Orban e c. l’odore del cuoio, come si dice in gergo calcistico per giustificare il gioco pesante.

Chiedano la liberazione o almeno il trattamento umano e garantista per la nostra connazionale in modo fermo e intelligente, non lasciandosi impressionare da certe affermazioni aggressive che dimostrano tutta la natura “democraturale” del governo ungherese, capace di mettersi i diritti sotto i piedi.  Non è forse vero che il Parlamento europeo ha condannato gli sforzi deliberati, continui e sistematici del governo ungherese per minare i valori fondanti dell’UE? E allora non stiamo a sottilizzare per paura di interferire. Sante interferenze!