Agricoltori, meno protesta e più autocritica

Ho lavorato per molti anni a servizio delle cooperative agricole e quindi credo di essere in grado di esprimere un parere a ragion veduta sulla dilagante protesta degli agricoltori in diversi Paesi europei Italia compresa.

Il grave disagio imprenditoriale consiste sostanzialmente nel fatto che gli agricoltori subiscono per i loro prodotti prezzi di mercato poco remunerativi, a volte addirittura insufficienti a coprire le spese di produzione: da una parte prezzi di acquisto crescenti per l’approvvigionamento dei fattori produttivi, dall’altra parte bassi prezzi di vendita dei loro prodotti. Se si scompongono i prezzi al consumo dei generi alimentari si scopre che la minima parte va a remunerare la produzione agricola mentre la parte di gran lunga prevalente va al commercio e alla distribuzione. Il consumatore paga caro e l’agricoltore incassa poco.

La protesta quindi è obiettivamente più che giustificata, ma trova ostacoli insormontabili in un’economia sostanzialmente liberista o per meglio dire oligopolista, “finanziarizzata” e speculativa. Paradossalmente il mercato non lo fa chi produce, ma chi si pone in posizione intermedia, vale a dire industria di trasformazione, mediatori, grosso commercio, grande distribuzione etc. etc.

L’agricoltura non è riuscita, se non in casi particolari, ad avere potere sul mercato, non è stata in grado cioè di associarsi in strutture di primo, secondo e terzo grado in modo da fronteggiare l’aggressione degli altri operatori economici. Questa è la situazione!

Gli agricoltori devono quindi fare mea culpa per non aver avuto e non avere il coraggio di spingere la loro attività oltre la mera produzione di base: manca spinta imprenditoriale, mancano strumenti finanziari, manca professionalità, manca l’appoggio delle loro organizzazioni professionali, manca la mentalità per affrontare un sistema economico che brutalmente cannibalizza produttori e consumatori a vantaggio di chi sta nel mezzo.

È normale che, allorquando la situazione si inasprisca per vari motivi, esploda la protesta che si indirizza verso i pubblici poteri e verso le politiche comunitarie che, pur stanziando fondi ragguardevoli e puntando alla razionalizzazione delle produzioni, non riescono a spostare il reddito verso chi produce. Il dirigismo europeo non riesce a sbloccare il perverso meccanismo della formazione dei prezzi di mercato.

Quanto al discorso fiscale gli agricoltori devono riconoscere di essere stati fortemente agevolati a livello di imposizione diretta e indiretta e di essersi abituati “male”: questa è stata nel tempo la vittoria di Pirro perché, essendo tassati sulla base di redditi catastali indipendenti dall’andamento economico delle loro imprese, hanno finito per non fare i conti e procedere al buio a prescindere quindi dall’entità dei costi e dei ricavi. Certo non è il momento per inasprire la tassazione del settore agricolo, ma non credo che sia questo il male peggiore.

Gli agricoltori si meritano tutta la solidarietà dovuta a chi lavora e non riesce a quadrare i conti della propria impresa. Purtroppo le proteste hanno l’intenzione di responsabilizzare i consumatori, che peraltro si comportano quasi sempre in modo dissennato, andando dietro a pubblicità ingannevoli, adottando spannometrici calcoli di convenienza, finendo nella rete dove la qualità non conta e vale soltanto chi sa vendere bene la propria merce.

I governi vorrebbero intervenire, ma si limitano a fare della retorica, a varare qualche programma di sviluppo, a sposare la causa con dichiarazioni di principio, a stanziare fondi che spesso assumono il ruolo di pannicelli caldo, perché non possono andare contro il muro di un sistema impenetrabile. Gli agricoltori sono destinati a rinchiudersi nelle loro nicchie produttive più o meno biologiche, a spostare il loro bacino di attività verso la difesa ambientale, a creare, faticosamente e in enorme ritardo, strutture produttive di livello più elevato in cerca di potere sul mercato.

L’unico strumento per rafforzare il settore e riequilibrare i rapporti di potere sul mercato è la cooperazione, che mantiene intatta la sua funzione socio-economica: al di là di essa non vedo niente di decisivo per l’agricoltura. La cooperazione di consumo ha però sostanzialmente fallito la sua mission, accodandosi ai normali meccanismi distributivi e speculativi: non c’è differenza sostanziale tra Conad, Coop, Sigma e le catene distributive private quali Esselunga e c. La cooperazione a livello produttivo non è sufficientemente presente nelle fasi di trasformazione e commercializzazione. I governi tentano disperatamente di regolare l’offerta anche se il mercato è fatto dalla domanda.

Protestare fa bene come richiamo e critica verso tutti i soggetti interessati. Purtroppo nel caso degli agricoltori la protesta si avvita su se stessa, ottiene magari qualche promessa da marinaio e rischia sostanzialmente di ritorcersi contro i veri interessi di chi la inscena per tornare al mittente come amara e pesante autocritica.  Non mancava altro che il festival di Sanremo per dare un cioccolatino mediatico a chi ha la bocca impastata e lo stomaco inverso.

Pietoso silenzio su tutti i re

La morte di Vittorio Emanuele di Savoia, avvenuta a Ginevra, richiama alla mente un evento storico cruciale nella storia d’Italia: il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Aveva 9 anni quando suo padre, Umberto II, ultimo re d’Italia, il 13 giugno 1946 lasciò Roma per Cascais, presso Lisbona, dove sarebbe rimasto in esilio fino alla morte nel 1983. In quel passaggio drammatico, il figlio Vittorio Emanuele non ebbe un ruolo, anche se quell’evento ha segnato profondamente tutta la sua vita. Erede al trono che non è mai diventato re non è perciò entrato nella storia, anche se di lui si è occupata molto la cronaca, compresa quella giudiziaria. Ma è impossibile parlarne senza ricordare quel grande passaggio storico, anche per il nome impegnativo che portava: Vittorio Emanuele II infatti è stato il re dell’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele III colui che ha aperto le porte al fascismo. Quel passaggio non fu scontato. Fu infatti affidato a un referendum, quello del 2 giugno 1946, da cui scaturì una vittoria della repubblica netta ma non massiccia. (dal quotidiano “Avvenire”)

Mentre sulla cronaca ritengo doveroso stendere un velo di pietoso silenzio, sulla storia vado impietosamente, traendo qualche ricordo dalla valigia della mia vita famigliare.

In tempi di referendum ad ogni piè sospinto, mi viene spontaneo andare a lezione politica da mio padre che dava a queste consultazioni un valore molto relativo e discutibile, partendo dal fatto che erano uno strumento usato dal regime fascista per verificare il già certo consenso popolare. «In sèrt sit igh dävon la scheda dal Sì e basta; quälcdón par fär al bùllo al ne vräva gnanca còlla dal No» così mi diceva. Io curiosamente gli chiedevo: «E tu papà, cosa votavi?». «A votäva No!». Anche se dicevano che il presidente del seggio guardando in controluce si sarebbe accorto del No e avrebbe preso nota al riguardo. «Ma lasèmma perdor, mi votäva No e se Mussolini al m’aviss dmandè al parché agh l’ariss spieghè». Confesso che dopo questi dialoghi con mio padre cresceva in me lo spirito democratico.

Si arrivava anche a parlare del referendum Monarchia-Repubblica nell’immediato dopoguerra. Chiedevo conto ai miei genitori del loro comportamento. Entrambi non nascondevano il loro voto: mia madre aveva votato monarchia, mio padre repubblica. Nel 1946 vivevano insieme da dodici anni, ma ognuno, giustamente, manteneva le proprie idee politiche e le esprimeva liberamente. Mia madre così giustificava la sua difesa dell’istituto monarchico: «Insòmma, mi al re agh vräva bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma mio padre non aveva nulla da eccepire. Taceva. Io non mi accontentavo e, da provocatore nato, chiedevo: «E tu papa? Cos’hai votato?». Rispondeva senza girarci attorno: «J’ ò votè Repubblica!». Allora mia madre controbatteva che comunque l’opzione repubblicana vinse con l’aiuto di brogli elettorali. A quel punto mio padre si chiudeva in un eloquente silenzio e aggiungeva solo: «Sì, a gh’é ànca al cäz, ma…». Mia sorella invece girava il coltello nella piaga e rivolta polemicamente a mia madre diceva: «Il re, bella roba! Ci ha regalato il duce per vent’anni, poi, sul più bello, se l’è data a gambe. E tu hai votato per il mantenimento di questa dinastia?». Papà allora capiva che la moglie stava andando in difficoltà, gli lanciava la ciambella di salvataggio e chiudeva i discorsi con un: «J éron témp difìcil, an e s’ säva niént, adésa l’é tutt facil…». E magari aggiungeva un aneddoto ad hoc. Nella sua compagnia esisteva un amico dotato di una testa grossa. Per deriderlo bonariamente gli chiedevano: «Se ti a t’ fiss al re, pr’i frànboll con la tò tésta agh’ vriss un fój da giornäl…».

 

 

La vita è incarnata e non teorizzata

Ieri, 04 febbraio 2024, si è celebrata la 46ª Giornata Nazionale per la Vita, sul tema «La forza della vita ci sorprende. “Quale vantaggio c’è che l’uomo guadagni il mondo intero e perda la sua vita?” (Mc 8,36)».

Sono scattate le solite dogmatiche, schematiche e pregiudiziali condanne di aborto ed eutanasia a cui, da cattolico credente e praticante, non mi associo, perché ritengo che su questi due problemi valga quanto affermava don Andrea Gallo, vale a dire che “ogni caso abbia una sua trama e una valutazione diversa» e che il Vangelo vada applicato col principio della tanto sbandierata e poco praticata misericordia divina.

Figuriamoci quindi se posso accettare la dissertazione precettistica sul discorso della cremazione, che in questo periodo è stata oggetto di attenzione vaticana. Tuttavia riporto di seguito i pronunciamenti al riguardo, poi aggiungerò alcune mie riflessioni tra il serio e il faceto per sdrammatizzare il problema e per andare al sodo del rispetto della vita, che va oltre le ceneri dei bigottismi e dei rigorismi della gerarchia cattolica.

Nessuna dispersione delle ceneri, ma conservazione, preferibilmente, presso un luogo sacro. È una delle risposte che il Dicastero della dottrina della fede ha dato in una nota dopo la presentazione nell’ottobre scorso di una lettera di chiarimento da parte dell’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi.

Due quesiti che nascono dalla constatazione dell’aumento del ricorso alla cremazione dei defunti soprattutto nelle grandi città. Un aumento dettato spesso anche da motivazioni economiche (i costi complessivi potrebbero essere più bassi rispetto all’inumazione del defunto), ma anche dal crescente desiderio dei parenti di disperdere le ceneri del proprio caro in luoghi per lui significativi, a volte su espressa richiesta del defunto stesso.

La nota ribadisce con chiarezza quanto previsto al numero 5 dell’Istruzione “Ad resurgendum cum Christo”, che le ceneri vanno conservate in apposite urne e in un luogo sacro (il cimitero, per intenderci), o in un’area “appositamente dedicata allo scopo, a condizione che sia stata adibita a ciò dall’autorità ecclesiastica”. In realtà la legge civile italiana consente la conservazione delle ceneri anche presso la propria abitazione o in un luogo debitamente segnalato. La Chiesa spiega, invece, che la “conservazione delle ceneri in un luogo sacro può contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana. In tal modo, inoltre, si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione dei parenti”.

(…)

La nota firmata dal prefetto del Dicastero della dottrina della fede, il cardinale Victor Manuel Fernandez, precisa che “è possibile predisporre un luogo sacro, definito e permanente per l’accumulo commisto e la conservazione delle ceneri dei battezzati defunti, indicando per ciascuno i dati anagrafici per non disperderne la memoria nominale”.

(…)

Il secondo quesito posto dall’arcivescovo di Bologna riguardava la possibilità per la famiglia di trattenere in un luogo significativo una parte delle ceneri del proprio defunto. Su questo punto la nota (approvata da papa Francesco lo scorso 9 dicembre), ribadendo la conservazione delle ceneri in un luogo sacro, sottolinea che “l’autorità ecclesiastica, nel rispetto delle vigenti norme civili, può prendere in considerazione e valutare la richiesta da parte di una famiglia di conservare debitamente una minima parte delle ceneri di un loro congiunto in un luogo significativo per la storia del defunto”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Evidentemente in Vaticano c’è qualcuno che ha del tempo da perdere. Con tutti i drammatici problemi che assillano l’umanità è possibile che ci si preoccupi di offrire “un punto di vista teologico” alla questione della conservazione delle ceneri conseguenti alla cremazione dei cadaveri? Forse sarebbe meglio impegnarsi per evitare di fare tanti e tanti cadaveri…

Mio cugino raccontava una macabra gag riguardante il disturbo che veniva arrecato all’abitazione dei famigliari di un defunto le cui ceneri venivano conservate in casa, in un’apposita teca: parenti e amici si recavano a questo domicilio per rendere omaggio alle ceneri e la famiglia non sapeva più come difendersi da questo continuo via-vai pseudo-cimiteriale.

Mio padre, nella sua attività di artigiano-imbianchino, aveva un garzone soprannominato “stanco” – un nomignolo che era tutto un programma – per i piedi piatti, l’incedere lento e caracollante, il parlare incerto ed assonnato. Questo ne combinava di tutti i colori, ma era anche oggetto, conseguentemente, di scherzi a volte pesanti che mio padre si sforzava di contenere e di respingere. Durante i lavori di rifacimento di alcune cappelle cimiteriali il povero “Stanco” fu preso di mira bonariamente da due becchini che, anche per sdrammatizzare il loro ingrato mestiere, gli proposero l’acquisto di una “cassa da morto” usata, ancora in buone condizioni dopo l’esumazione del relativo cadavere. “A t’ fèmma un prési bón, s’a t’ gh’è ‘na cantén’na sutta a te gh’la mètt, a t’ fè un afaron”. E più Stanco si scherniva più i becchini insistevano: pose fine alla macabra querelle mio padre offrendo a tutti il solito bicchiere di vino pacificatore.

Ma non è finita qui. Mio padre raccontava di un’altra scena a cui aveva assistito a livello cimiteriale: due becchini impegnati nel loro servizio di esumazione dei cadaveri, che stavano per buttare nel forno crematorio i resti di persone non meglio precisate e senza riferimenti parentali. Uno chiese all’altro: “Ät  tgnu indrè j òs äd cla vcénna?”. “No, am son scordè…mo l’é li stéss…” e prese alcune ossa di un altro soggetto e le mise sbrigativamente nella cassetta destinata ai resti della vecchietta.

Ho richiamato questi episodi per sdrammatizzare un problema se non falso quanto meno secondario. Se proprio vogliamo prendere sul serio la questione, dirò che non mi farò cremare per motivi culturali di rispetto verso il corpo che deve essere lasciato al suo destino naturale.

Se poi riteniamo di affrontare sul piano etico-religioso il tema del trattamento da riservare al corpo post mortem, penso sia interessante leggere quanto scrive Enzo Bianchi, monaco e teologo in libera uscita: “I miei resti mortali sotto terra parteciperanno alla comunione cosmica della vita e degli elementi della natura. Non ho mai coltivato un odio per la materia, per il corpo, tale da indurmi a pensare alla cremazione, questa distruzione che mi sembra la scelta di chi non vuole più sapere dove la persona finisce dopo la morte. Una semplice tomba è una cosa seria: memoria, sito, meta di passi, luogo preciso in cui si sa che giace chi era vivo e ora è morto ma è lì con i suoi resti, collocato in un sito determinato”.

Mi viene spontanea una forzatura evangelica. “A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre».  Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». L’invito vale per tutti, ma nel caso anche e soprattutto per il Dicastero della dottrina della fede.

Concludo ripiegando sulla mera banalità battutistica.  «Parlèmma ‘d robi alégri» intimarono gli amici di mio padre alla compagnia in vena di discorsi penosi: uno di loro, accettando il perentorio invito, rispose: «Co’ costarala ‘na càsa da mòrt?».

 

 

 

 

 

 

La commedia sgarbiana non finisce mai

Non è mia abitudine prendermela con chi è in difficoltà di vario genere, preferisco rispettarlo silenziosamente senza infierire o speculare. A meno che la persona in questione non voglia fare dei suoi problemi una spettacolarizzazione per tentare disperatamente di uscirne a testa alta.

Il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi si è dimesso. La sua situazione era da tempo insostenibile: conflitti di interesse, inchiesta per un quadro rubato, attività extra sotto la lente del garante dopo le segnalazioni arrivate dal ministero, esternazioni varie.

Il suo caso è la dimostrazione vivente che per ricoprire incarichi pubblici non basta avere competenze professionali, ma occorre inserire queste qualità in un contesto di corretto e costruttivo servizio alla comunità: disciplina ed onore fissate dalla Costituzione. Nel caso di Sgarbi la preparazione artistico-culturale diventa addirittura una sorta di complesso di superiorità che autorizza a trasformare il governo della cosa pubblica in una teatrale rappresentazione. Sarà l’ultimo atto quello inscenato con le dimissioni provocatoriamente sbandierate e condite da sgangherati attacchi a destra e manca?

Vittorio Sgarbi ha ricoperto diversi incarichi pubblici ed è stato sempre fedele a questo penoso cliché della trasgressione a tutti i costi, buttata in faccia ai cittadini, utilizzando il clamore mediatico suscitato dalle sue reiterate ed estemporanee uscite.

Non mi dispiace affatto l’andare controcorrente, ma, quando diventa un pregiudiziale atteggiamento fine a se stesso, non ha senso e porta inevitabilmente a situazioni stucchevoli e dannose per tutti. Anche perché costringe ad un rialzo progressivo dei toni, che da provocatori si fanno incivili e di pessimo gusto. Se una persona vuole fare il battitore libero deve rimanere nell’anonimato o comunque a distanza dalla politica e dalla pubblica amministrazione.

Il caso Sgarbi viene quindi prima delle incompatibilità legali e delle eventuali scorrettezze conseguenti: riguarda un modo di essere privato che si scontra inevitabilmente con l’interesse pubblico. L’errore lo ha fatto chi, conoscendolo bene, ha avuto l’idea di inserirlo in squadra. Non poteva, prima o dopo, che finire così: una delle tante scelte sbagliate di Giorgia Meloni a livello di compagine governativa, non certo la più grave e pericolosa, ma forse la più estemporanea ed imbarazzante.

Fatta la frittata, mentre Giorgia Meloni ha cercato di abbozzare, il ministro Sangiuliano l’ha presa un po’ di petto ed è finito nel tritacarne sgarbiano (conquistandosi la definizione di “uomo senza dignità”), finendo, nella commedia, per fare la parte della maschera che prende le botte in testa.

La commedia non è finita, perché Sgarbi la proseguirà: probabilmente si è dimesso proprio per potere recitare più liberamente da maleducato che diventa simpatico in quanto fa peraltro finta di essere originale. Ben diverse e più gravi sono le serpi in seno al governo Meloni (Santa de chè in primis…). Una alla volta dovranno pur essere affrontate, ma ho la netta impressione che non avranno comunque alcun significativo contraccolpo politico ed elettorale, se non quello di aumentare l’astensionismo.

Le trottole e le frottole

In una sua recente apparizione televisiva, Massimo D’Alema, quale presidente della fondazione “italianieuropei”, ha presentato un interessante ricerca/analisi sul problema migratorio. Una conclusione sorprendente di tale lavoro riguarderebbe la documentata previsione dell’influenza che avrebbero eventuali importanti aiuti alle economie dei Paesi africani: il conseguente aumentato livello culturale e professionale degli abitanti non comporterebbe affatto il risultato di frenare i flussi migratori, ma addirittura avrebbe l’effetto di stimolarli ulteriormente alla ricerca di sbocchi occupazionali adeguati al di fuori dei confini africani. Sarebbe una migrazione meno disperata, più qualitativa e più gestibile, ma nel breve-medio termine non certo meno problematica e non tale da alleggerire significativamente l’impegno, per dirla con papa Francesco, dell’accoglienza, dell’accompagnamento, della promozione e dell’integrazione dei migranti.

Se quindi il substrato politico del cosiddetto piano Mattei per l’Africa fosse una riduzione drastica dei flussi migratori, oltre che trattarsi di una inaccettabile politica di chiusura di stampo trumpiano, il governo starebbe illudendo l’elettorato su un punto decisivo per il consenso del centro-destra: della serie proviamo ad aiutarli a casa loro chissà che non se ne stiano quieti.

Un altro punto molto incerto di questo piano “storico” (sic!) riguarda i rapporti con le smaliziate classi dirigenti dei Paesi africani: saranno probabilmente combattute tra le avance putiniane, quelle cinesi e quelle europee. Sarà una bella gara al miglior offerente in cui la realpolitik finirà per prevalere con risultati assai poco edificanti.

Gli osservatori più possibilisti intravedono nell’ambaradan euro-africano un tentativo interessante di superamento della logica colonialista, condotto dallo Stato europeo più credibile al riguardo per motivi storici e culturali. Non mi sento di firmare questa cambiale in bianco al governo Meloni, temo che ci sia sotto qualche impronunciabile interesse all’accaparramento delle fonti energetiche e che tutto si possa risolvere in un gigantesco ballon d’essai finalizzato a spostare l’attenzione della pubblica opinione dai problemi reali alle prospettive fantasiose. D’altra parte l’attuale governo italiano sta procedendo a colpi di conigli cavati dal cilindro: dal premierato all’autonomia regionale differenziata, dal patto di stabilità europeo alla manovra di bilancio nazionale, dall’accordo con l’Albania alla mancata ratifica del Mes, dalle trottole che girano per il mondo alle balle che restano in Italia.

Non sono chiari nemmeno gli aspetti finanziari del piano Mattei (faccio tanta fatica a chiamarlo così: Enrico Mattei infatti si scaravolterà nella tomba), mentre sono molto evidenti quelli mediatici: non vorrei si trattasse di un bell’imbroglio destinato nella migliore delle ipotesi a implodere rovinosamente. Se devo essere sincero, tutto considerato mi sento nella situazione di disagio vissuta da mio padre quando stavano clinicamente indagando sul suo stomaco.

«Non ci vedo chiaro!». Così diceva il radiologo a mio padre mentre gli stava facendo una lastra allo stomaco. «A crèdd, rispose mio padre, a ghé scur cme la bòcca ‘dun lòvv!». Alla fine il responso fu che il mio genitore era sano come un pesce. Uscendo dall’ambulatorio, nella sala d’aspetto si imbatté di nuovo in una frenetica e grassa signora, che precedentemente gli aveva esternato tutta la sua insofferenza a bere un bicchierone di bario per illuminare lo stomaco in funzione radiologica. Con una punta di sadismo la salutò e le disse: «A proposito, me ne stavo dimenticando, il dottore mi ha detto di preavvertirla che lei di bicchieroni di bario ne dovrà bere due…». Sul momento, non conoscendo la vena ironica di mio padre, sbiancò in volto, poi scoppiarono entrambi in una liberatoria risata. Liberatoria non tanto, perché, qualche mese dopo, mio padre dovette farsi operare: aveva ben tre ulcere che stavano degenerando… L’oscurità dell’ambulatorio non aveva evidentemente aiutato il radiologo.

 

Le problematiche “sinnergie” di Jannik

Mio padre, così come era obiettivo e comprensivo, sapeva anche essere intransigente verso le scorrettezze del pubblico, ma anche degli sportivi professionisti. Soprattutto pretendeva molto dai grandi campioni superpagati, arrivava alla paradossale esigenza del goal ad ogni tiro in porta per un fuoriclasse come Zico (col da la ghirlanda) incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Ma non solo con Zico anche con altri cosiddetti fuoriclasse: mio padre non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato.

Mi riferisco al sistema sport ma anche al sistema più in generale. Amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini o donne di scienza o di cultura. Diceva: “Se a Pärma a véna Sofia Loren i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè”.

Ebbene questi insegnamenti paterni sono tornati d’attualità col trionfo tennistico di Jannik Sinner, immediatamente incoronato re dello sport nazionale ed internazionale, ma esaltato anche come uomo, che, per la verità, appare semplice, discreto e sobrio.

Quando si diventa personaggi pubblici si deve tuttavia accettare di essere sottoposti ad esami. É quanto faccio con bonaria severità per Sinner. Il primo esame in materia di pubbliche relazioni: superato a pieni voti vista la significativa rinuncia a partecipare alla kermesse socio-canora del festival di Sanremo. Non c’è che dire, un bell’esempio di distacco dai riti pagani della nostra società.

Il secondo esame riguarda sensibilità e responsabilità civiche.

Sul Corriere della Sera il giornalista Aldo Cazzullo è tornato a criticare la scelta del tennista italiano Jannik Sinner di avere la residenza nel principato di Monaco, la città-Stato indipendente dove c’è un regime fiscale enormemente più conveniente rispetto all’Italia (spesso chiamata anche Monte Carlo, dal nome della zona più centrale del principato). La questione della residenza di Sinner è tornata di attualità dopo la sua storica vittoria agli Australian Open, uno dei quattro tornei più importanti e prestigiosi, e se n’è parlato anche nella conferenza stampa dello stesso Sinner. Ma il dibattito su questo specifico aspetto della vita di Sinner, indicato come un’unica nota stonata nel racconto altrimenti perfetto del personaggio e del suo recente trionfo, manca di contestualizzare diverse cose riguardo alla vita che fanno i tennisti professionisti.

Come ha spiegato bene Giorgio Di Maio sul sito sportivo “L’Ultimo Uomo”, un gran numero di tennisti di alto livello vive nel principato di Monaco non soltanto per ragioni economiche, ma anche sportive. E inoltre la tassazione più vantaggiosa riguarda soltanto gli introiti pubblicitari e commerciali, non quelli derivanti dalle vittorie nei tornei. (dal sito Post.it)

Non mi convince la contestualizzazione delle scelte del nostro tennista; mi sembrano piuttosto risibili le precisazioni tributarie. Resta la realtà di Sinner che risiede a Montecarlo per ovvi motivi fiscali e quindi, da campione sportivo italiano qual è, non paga le tasse al nostro Stato. Respinto! É una scelta libera, che non depone a suo favore e soprattutto a favore delle casse erariali che piangono miseria. Niente di drammatico, ma, se devo essere sincero, non lo sapevo e non me lo aspettavo.

Il terzo esame-finestra è a livello istituzionale: prima dei baci e abbracci con Giorgia Meloni mi sarei aspettato la visita al Capo dello Stato. Dove ci sta il più ci sta anche il meno. Forse pretendo troppo, ma tutto si tiene. Quindi questa volta mi sento di rimandare Sinner ad eventuali esami di riparazione: ce ne sarà senz’altro qualche occasione.

L’esame sportivo glielo farà la sua carriera che si preannuncia sfolgorante, anche se bisogna essere cauti, perché si fa molto alla svelta a cadere dagli altari alla polvere e viceversa.

Come non ricordare la polvere polemica in cui finì dopo aver ha dato forfait per gli impegni di Coppa Davis del settembre 2023 salvo diventare il salvatore della Patria tennistica nel novembre dello stesso anno con la conquista del prestigioso trofeo da parte della squadra italiana.

Mi sia consentita, riguardo agli alti e bassi delle quotazioni esistenziali, una digressione in chiave famigliare. Il mio futuro padre, dopo averne vinto con una certa fatica la reticenza, conquistò finalmente la mano della mia futura madre, ma dovette passare sotto le forche caudine della potenziale suocera, che, seppure in buona fede, gli dichiarò guerra con le armi della perplessità e dell’ostruzionismo. Col tempo e con la pazienza seppe conquistare anche la fiducia della suocera, che lo riportò all’onore del “suo” mondo e lo rivalutò ampiamente. Tuttavia, quando a mio padre si faceva osservare che finalmente, a giudizio della suocera, era diventato una brava persona, bonariamente e ironicamente, conoscendone l’inossidabile stile intransigente, aggiungeva: «Sì, basta ch’a  ne m’ scorda miga d’andärogh a pulir la statua, parchè alóra dvént sùbbit ancòrra un bagolón…».

Scherzi (?) a parte, mi sembra che Sinner, in ordine all’ottovolante del successo, sia vaccinato, non abbia la tendenza a montarsi la testa e voglia rimanere coi piedi per terra. Gli auguro di proseguire la sua attività nel migliore dei modi e con i più bei risultati.

 

 

 

Le tante gambe della carità

Un biberon con un po’ di latte su un fianco, una copertina di lana che lo avvolgeva fino a far spuntare gli occhi e poco più, uno zainetto con dentro alcuni abiti e i pannolini puliti. E un sorriso burlone che ha conquistato tutti nel pronto soccorso di Aprilia (Latina). L’ha trovato tranquillo nel suo passeggino, accanto ad alcune sedie vuote, nella sala d’attesa dell’ospedale Sara Fanella, l’infermiera del 118 che venerdì sera intorno alle 19.30 entrando con un paziente ha notato quel passeggino abbandonato. E ora nella gara di solidarietà che è scattata, la diocesi di Albano scende in campo e si offre per dare aiuto psicologico ed economico a questa madre perché «saremo felici che questa storia avesse un esito positivo, con il ricongiungimento del bimbo a sua madre. Noi siamo pronti con la Caritas e il consultorio familiare diocesano a fare tutto il necessario», assicura il vescovo di Albano monsignor Vincenzo Viva. (dal quotidiano “Avvenire” – Alessia Guerrieri)

Saluto con ammirazione l’iniziativa della diocesi di Albano, perché purtroppo anche le istituzioni ecclesiali, dal Vaticano alle parrocchie, in materia di aiuto ai bisognosi non sono dei fulmini di solidarietà, spesso si nascondono dietro la Caritas quale ente delegato al “lavoro sporco” di occuparsi dei poveri cristi. Mi torna alla mente come don Raffaele Dagnino, uno storico prete della nostra città, a chi gli offriva danaro per i poveri qualificandoli con l’aggettivo possessivo “suoi” (di don Dagnino appunto), rispondesse stizzito e con genuino spirito evangelico: «Bada che i poveri sono anche “tuoi” e quindi consegna loro il tuo aiuto direttamente, guardandoli negli occhi!». Sono cambiate le situazioni, ma non è cambiato l’atteggiamento di chi vuole sgravarsi la coscienza a basso costo.

Esiste purtroppo anche il rischio di fare del volontariato un mestiere, di imprigionare anche la carità nei lacci della spersonalizzante routine. Non accuse, ma preoccupazioni. Quando vedo, a livello Caritas ed altri enti simili, affiorare comportamenti freddi e distaccati, schemi organizzativi piuttosto burocratici, procedure poco accoglienti e molto anonime, mi ricordo di un episodio riconducibile al caro amico Don Scaccaglia. Poco prima che iniziasse una messa domenicale entrò in chiesa un immigrato accolto nella comunità di S. Cristina, con passo malfermo e zoppicante in quanto portatore di handicap in aggiunta alla sua già difficile situazione esistenziale: era reduce dall’aver bevuto un caffè al bar. Un operatore Caritas, occasionalmente presente alla scena, rimproverò con una certa violenza il poveraccio reo di avere trascurato i viveri della casa di accoglienza per spendere danaro al bar. Don Scaccaglia non intervenne. Mi si accostò e disse: «Sarà della Caritas, ma questa non è caritas…questo poveretto va al bar perché tenta disperatamente di sentirsi uguale agli altri…noi andiamo al bar e perché lui non ci deve andare…oltretutto è un modo per socializzare ed integrarsi con noi…». Il cuore prima dell’ostacolo!

Un secondo punto critico sta nel ritenere che per la fede cristiana sia sufficiente la solidarietà. Credo che il concetto di carità sia molto più grande e complesso. In un certo senso la solidarietà è a valle, mentre occorrerebbe intervenire a monte, vale a dire sulla giustizia sociale. E qui viene il bello…

Dom Helder Camara, vescovo brasiliano, diceva così: «Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista».

Qualcuno penserà che, da impenitente sessantottino, la voglia buttare in politica. No, anzi forse sì.

Durante la crisi di una grossa fabbrica fiorentina (che riuscirà a salvare), Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, parteggia per i 1700 operai a rischio di licenziamento. Fa intervenire lo Stato e si rivolge agli industriali, sottolineando insieme al principio di solidarietà, il principio di fraternità; un tema ripreso da papa Paolo VI nella Octogesima adveniens (n. 46).

Papa Francesco ai giornalisti durante il volo di ritorno dall’America Latina disse: «Sostenendo i movimenti popolari la Chiesa non fa un’opzione per l’anarchia. Io sono molto vicino a queste realtà perché è un fenomeno di tutto il mondo, lo troviamo anche in Oriente, nelle Filippine, in India, in Thailandia. Sono movimenti che si organizzano tra loro non solo per fare una protesta, ma per andare avanti e poter vivere, e sono movimenti che hanno forza e non si sentono rappresentati dai sindacati perché dicono che i sindacati sono una corporazione e non lottano per i diritti dei poveri. La Chiesa non può essere indifferente, ha una dottrina sociale e dialoga con questi movimenti».

Non intendo nel modo più assoluto introdurre uno stucchevole enigma (l’uovo o la gallina…), se cioè venga prima la giustizia sociale o la solidarietà fraterna. Nel lontano settembre del 2014 parafrasando il contenuto di una stupenda conferenza tenuta da don Luigi Ciotti nella chiesa parmense di Santa Cristina, invitato dall’allora parroco don Luciano Scaccaglia, scrivevo: “Bisogna prendere atto a malincuore di un contesto difficile in cui domina la “fragilizzazione” dei servizi alla persona, conseguenza, anche ma non solo, della diminuzione di risorse a disposizione dell’ente pubblico: occorre però dire un deciso “no” al ripiegamento sulla mera azione di “ortopedia sociale” per puntare sulle imprescindibili relazioni con le persone in difficoltà. Esiste una grande contraddizione nella nostra società: la sproporzione tra solidarietà e giustizia, valori indivisibili quali facce della stessa medaglia: no alla solidarietà che non vuole rimuovere le disuguaglianze rischiando di esserne involontario e funzionale supporto. Prima viene la giustizia, prima i diritti e poi la solidarietà, prioritario è il perseguimento dell’ossatura fondamentale: “leggi giuste e politiche giuste”, democrazia con i suoi doni della giustizia e della dignità umana. Ma la terza gamba della democrazia sta nella responsabilità della politica che ha bisogno di onestà più che di novità, delle istituzioni che hanno bisogno di etica, cultura e verità, di ciascun cittadino a tempo pieno e non a intermittenza. Non basta infatti commuoversi, bisogna muoversi, farsi scomodi cercatori di verità, dare alla nostra società “il morso del più”: non è sufficiente non fare il male, bisogna anche evitare di stare a guardare chi lo fa e magari lasciarlo fare.

 

Gli anarchici disturbano, ma…

È arrivata in aula con le manette ai polsi e i piedi legati. Jeans e un maglione a righe beige. Un sorriso appena accennato rivolto al pubblico, è un lieve saluto. In prima fila, il padre, giunto a Budapest dall’Italia, insieme ad alcuni amici. Dietro quello sguardo tutta la disperazione: Ilaria Salis è comparsa così in aula, questa mattina, lunedì, alla prima udienza a Budapest. La 39enne milanese, anarchica, in carcere per aver aggredito, lo scorso febbraio, estremisti di destra, resterà in carcere. Il giudice ha confermato lunedì 29 gennaio la misura cautelare ed ha aggiornato il processo al 24 maggio.

«È stato choccante, un’immagine pazzesca. Ci aveva detto che veniva sempre trasferita in queste condizioni ma vederla ci ha fatto davvero impressione. Era tirata come un cane, con manette attaccate a un cinturone da cui partiva una catena che andava fino ai piedi, con questa guardia che la tirava con una catena di ferro. Ed è rimasta così per tre ore e mezza» ha raccontato Eugenio Losco, uno degli avvocati italiani di Ilaria Salis, presente di fianco al padre Roberto. In aula anche rappresentanti dell’Ambasciata italiana a Budapest, di varie associazioni di giuristi e molti giornalisti. «È una grave violazione della normativa europea – ha aggiunto – l’Italia deve far finire questa situazione ora». (dal quotidiano “Avvenire” – Daniela Fassini)

Una immediata riflessione geopolitica riconducibile purtroppo al senno di poi: alla luce del comportamento ungherese su questa ed altre questioni sarebbe stato opportuno, prima di ammettere questo Paese nella UE, fargli qualche esamino di Democrazia. Avremmo evitato guai seri che si stanno verificando: un partner a dir poco scomodo, propenso a sfruttare i vantaggi europei, ma molto recalcitrante a rispettarne regole ed impegni.

Una seconda riflessione riguarda l’imbarazzante rapporto di “amicizia” politica tra la nostra premier e il premier ungherese: un’intesa a corrente alternata che ci isola nel contesto europeo e ci spiazza continuamente anche in vista dei futuri equilibri post elettorali. Speriamo che questa possa essere la goccia che fa traboccare il vaso dele reciproche simpatie sovraniste.

Una terza riflessione piuttosto maliziosa: quanta sollecitudine giudiziaria in difesa di gruppi di estrema destra! Sarebbe così anche a fazioni inverse? Ho qualche serio dubbio. Non vorrei che Orban pensasse di fare un piacere a Giorgia Meloni alla luce dei saluti in voga nel nostro Paese.

Una quarta riflessione riguarda il merito della questione, vale a dire il rispetto dei diritti dell’imputato secondo le norme internazionali ed europee. Le violazioni al riguardo sembrano clamorose e tali da giustificare una stringente azione diplomatica a livello italiano ed europeo. Il signor Orban, se vuole stare in Europa, ci deve stare rispettando le regole e non facendo il furbetto: qualcuno glielo dovrà pur dire chiaramente ed apertamente, lasciando magari trasparire anche qualche contromisura nel campo che a lui più interessa, vale a dire quello finanziario.

Un’ultima riflessione storico-culturale: Ilaria Salis è anarchica e gli anarchici sono sempre stati maltrattati e colpevolizzati ben oltre i loro errori e le loro responsabilità. Avevano ed hanno infatti molti nemici e nessun amico. Non mi sento un loro amico, ma un timido simpatizzante sì. Questo impulsivo e trasgressivo sentimento deriva dai messaggi educativi di mio padre che mantengono intatta la loro attualità, la loro abbondante dose di ironica, la loro graffiante e provocatoria ironia, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, trasgressione etc.: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata ma sottilmente e gradevolmente percettibile.

Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, ragionava con la sua testa, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava la violenza. Ce n’è abbastanza? Il problema è proprio l’uso della violenza. Ilaria Salis si dichiara non colpevole, ma purtroppo potrebbe collocarsi in quel terreno idealmente condivisibile, ma metodologicamente equivoco, tipico dell’azione anarchica.

Non la voglio fare troppo lunga. Non è il momento di sottilizzare. Si faccia di tutto, a tutti i livelli, per difendere i diritti di Ilaria Salis a cui vorrei tanto inviare un messaggio di azzardata simpatia politica e di convinta umana solidarietà. Semmai riprenderemo il discorso quando sarà finita questa triste vicenda giudiziaria. A presto!

Una capo-classe senza classe

Solo una volta mio padre si prese la libertà di esprimere il suo dissenso rispetto al mio maestro di quarta e quinta elementare (persona che ricordo con tanto affetto e riconoscenza). Riferivo in famiglia, come sono soliti fare i bambini, che il maestro chiamava alla lavagna un alunno per segnare i nomi dei compagni buoni e cattivi: si diceva e si scriveva proprio così, vale a dire per segnalare chi, magari durante la momentanea assenza del maestro, si comportava in modo più o meno indisciplinato. Era una prassi decisamente discutibile sul piano etico-educativo ed umano e mio padre, senza dirlo apertamente e, quindi, senza censurare direttamente la caduta di stile del maestro (peraltro bravo, aperto e moderno), mi consigliò, in modo pacato ma convincente, di opporre, nel caso mi fosse rivolto l’invito, il mio rifiuto a contribuire a quella sciocca schedatura dei compagni di classe. Rispondi educatamente così: “Signor maestro Le chiedo di poter rimanere al mio posto e, se possibile, di non avere questo incarico”.

Si trattava di una piccola, bella e buona, obiezione di coscienza, volta ad evitare confusione di ruoli, a rispettare la dignità degli altri ragazzi, a rifiutare ogni e qualsiasi tentazione per forme più o meno velate di delazione. Capii  abbastanza bene il suggerimento paterno e non mancai di metterlo in pratica alla prima occasione: il maestro, persona molta intelligente, girò  in positivo il rifiuto di fronte alla classe,  quasi sicuramente capì che non si trattava di farina del mio sacco, trovò subito chi era disposto a sostituirmi, assorbì, è il caso di dire in modo magistrale, il colpo che non gli bastò per interrompere una prassi piuttosto generalizzata, ma non per questo meno sbagliata e insulsa, probabilmente rifletté sull’accaduto: il risultato era stato raggiunto. Da mio padre s’intende. Non ricordo neanche se riferii l’accaduto anche perché il fatto poteva considerarsi chiuso.

Ho riportato questo episodio della mia infanzia per motivare il fatto che nella mia vita non accetto chi si erge a giudice senza averne i requisiti e ancor meno chi vuol fare il primo della classe senza esserlo. La scolaretta Cocomeri fa parte di queste antipatiche ed inaccettabili categorie. Pur prescindendo, per carità di patria, dal merito di quanto dice e fa, è il tono che non mi va giù e, come diceva mio padre, «l’è al tón ch’a fà la muzica…».

Quell’atteggiamento da sbruffoncella riveduta e scorretta, quell’aggressività sintomo di estrema debolezza, quel vittimismo studiato a tavolino, quella sicurezza di sé ostentata a copertura dell’inadeguatezza lampante, quello scaricare sistematicamente sugli altri le proprie pecche e i propri errori, sono decisamente insopportabili.

Nel suo famoso pizzino Silvio Berlusconi giudicava così il comportamento di Giorgia Meloni: “1.supponente, 2.prepotente, 3.arrogante, 4.offensivo, 5.ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti, è una con cui non si può andare d’accordo”, scriveva il Cavaliere. Parole astiose ma azzeccatissime. Ho impressa nella memoria l’espressione facciale di Berlusconi: il sopracciglio alzato mentre Giorgia Meloni si autocandida a presidente del Consiglio all’uscita dai colloqui col Presidente della Repubblica (nemmeno il buongusto di farlo fare a uno dei suoi alleati/sponsor).  In quella piccola gag è detto tutto. Andrebbe vista e rivista prima e dopo tutte le pubbliche performance meloniane.

I cortigiani del ducato mantovano liquidano le sbracate impennate di Rigoletto in difesa dell’onore della figlia con le seguenti amare parole: «Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…». Giorgia Meloni difende goffamente l’onore italiano e copre penosamente il suo disonore politico con le continue sbruffonate esaltate dall’opportunistico e prezzolato clamore mediatico: «Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…». Con una piccola differenza: Rigoletto aveva mille ragioni per incazzarsi, mentre Meloni ha mille ragioni per fare incazzare tutti coloro che tendono all’onore del vero.

 

 

 

Israele, Palestina e il cerchiobottismo occidentale

Di soldi a Gaza ne sono arrivati tanti, negli anni. Di fatto, la Striscia viveva degli aiuti internazionali prima della guerra dichiarata da Hamas con i massacri del 7 ottobre. Un importante datore di lavoro, nonché fornitore di sussidi e servizi, è l’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi (Unrwa). Nel 2022 l’Italia l’ha sovvenzionata con 18 milioni di euro e gli Stati Uniti hanno versato 344 milioni di dollari, seguiti da Germania e Unione Europea. Il Canada ha dato 24 milioni e l’Australia 14. Ora le donazioni sono sospese, dopo la bufera che ha investito l’organismo accusato da Tel Aviv di essere coinvolto, tramite «alcuni» suoi dipendenti (12 i licenziati, secondo Hamas «su indicazioni sioniste»), nel feroce assalto che causò 1.200 morti in Israele e la presa in ostaggio di 240 persone.

Dopo lo stop americano, anche l’Italia, il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Finlandia e la Germania hanno congelato i fondi in attesa dell’indagine interna. «Qualsiasi dipendente coinvolto in atti di terrorismo sarà chiamato a rispondere» ha ribadito il segretario generale Philippe Lazzarini. Vale la pena ricordare che 152 dipendenti sono morti e 141 strutture sono state danneggiate o distrutte nel conflitto. «L’Unrwa svolge un ruolo fondamentale nell’assistenza ai palestinesi – ha osservato il segretario di Stato Usa, Antony Blinken –. Il suo lavoro ha salvato vite» E la stessa Agenzia ha definito «scioccante» la sospensione dei fondi.

Da Tel Aviv, il ministro degli Esteri Israel Katz denuncia: «Da anni avvertiamo che l’Unrwa perpetua la questione dei rifugiati, ostacola la pace e funge da braccio civile di Hamas a Gaza». Vorrebbe l’agenzia fuori dalla Striscia ed esclusa dal dopoguerra. (dal quotidiano “Avvenire” – Anna Maria Brogi)

Ho l’impressione che l’interruzione dell’invio di fondi all’agenzia dell’Onu in odore di appoggi al terrorismo sia un po’ troppo precipitosa: non vorrei pensar male, ma forse non si aspettava altro per battere un colpo a favore di Netanyahu e c.

Nel ginepraio internazionale tutto è possibile, anche il coinvolgimento, diretto o indiretto, di alcuni funzionari Onu in operazioni terroristiche: siamo veramente, come da tempo vado scrivendo e dicendo, nel casino totale.

Stiamo però ben attenti a non buttare via il bambino assieme all’acqua sporca.   «L’Unrwa svolge un ruolo fondamentale nell’assistenza ai palestinesi – ha osservato il segretario di Stato Usa, Antony Blinken –. Il suo lavoro ha salvato vite». E allora andiamo adagio prima di squalificare tutto e tutti. Si poteva aspettare un attimo prima di congelare i fondi in un periodo in cui questi fondi dovrebbero servire proprio a salvare vite umane.

Al colpo alla botte israeliana inferto dalla Corte Internazionale dell’Aia si risponde con un colpo al cerchio palestinese tramite il pur inquietante e presunto coinvolgimento dell’Agenzia Onu nelle trame terroristiche. L’Occidente non mi sembra in grado di svolgere un’azione obiettiva ed efficace a favore della pace in Medio Oriente: brancola nel buio dei propri affari e alla fine temo si schieri col più forte dietro la scusa di combattere il terrorismo.

Così come chi osa tenere un atteggiamento critico sulla crisi russo-ucraina viene immediatamente considerato un amico del giaguaro-Putin, chi cerca di avere una visione oggettiva dello scontro israelo-palestinese non accontentandosi della mera risposta alla pur esecrabile provocazione terroristica di Hamas, viene catalogato come filo-palestinese se non addirittura come antisemita. Un modo per tenere caldo il clima di guerra che piace a chi vuole comandare nel mondo a prescindere dagli enormi problemi esistenti.

Naturalmente l’Italia si è pedissequamente accodata agli Usa: proprio nel momento in cui sembrava prevalere una posizione neutrale rispetto alle smanie vendicative e distruttive di Netanyahu, si è fatto immediatamente un passo indietro: le elezioni americane ed europee incalzano, gli interessi commerciali (vedi Mar Rosso) gridano, i Paesi arabi alzano la cresta. Per l’amor di Dio, non sbilanciamoci troppo, non si sa mai che possa spirare un alito di vento pacifico, tutto sommato meglio la bufera bellica. Anche l’Onu, dopo tutto, è un gatto bigio nella notte internazionale.

Non conto niente, nessuno mi ha in nota, ma non ci sto!