Stato minimo, ingiustizie massime

Dai pourparler con amici e conoscenti emerge un triste, accorato, sconfortante e (quasi) rassegnato ritornello sulla sanità: ormai è normale fare ricorso alle prestazioni a pagamento attingendo alle proprie risorse. Le persone meno sensibili si fermano qui, quelle più responsabili aggiungono la preoccupazione per quanti non si possono permettere il ricorso al privato e rimangono invischiati negli incredibili ritardi e nelle disfunzioni del sistema sanitario pubblico.

«È necessario un piano straordinario di finanziamento del Servizio sanitario nazionale» perché «la spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute». È un appello accorato quello sottoscritto da alcune note personalità della scienza per mettere in salvo il futuro di «una delle più grandi conquiste della Repubblica», quel «Servizio sanitario nazionale (Ssn), che ha contribuito significativamente a migliorare prospettiva e qualità di vita e a ridurre le disuguaglianze socioeconomiche».

A firmare il testo (un’ampia riflessione in 10 punti sotto il titolo «Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico») 14 scienziati: Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, il Nobel Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone e Paolo Vineis. Un consesso autorevole che unisce differenti competenze attorno alla consapevolezza che occorre scuotere la politica e l’opinione pubblica su un valore come il Ssn che forse stiamo dando per scontato nei suoi principi di universalità e gratuità ma che è forte rischio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Occorrerebbe una mobilitazione finanziaria, programmatica ed organizzativa per risalire una china che ci sta facendo regredire in modo paradossale. Per onestà intellettuale bisogna ammettere che il problema non è ascrivibile soltanto all’attuale governo: è questione annosa di almeno un ventennio. Tuttavia il governo in carica dimostra scarsissima sensibilità e addirittura tendenza a scaricare la problematica sul sistema regionale.

É inutile dare qualche biscottino alle classi meno abbienti togliendoglielo immediatamente di bocca con una sanità, a cui prima o poi tutti devono ricorrere, a dir poco insufficiente e inefficiente e costringendo questi soggetti a pagare fior di prestazioni mediche per curarsi la salute. È una beffa bella e buona!

È scandaloso premiare gli evasori fiscali per poi piangere sulle esauste casse erariali, che non consentono di potenziare, rafforzare ed efficientare il sistema sanitario pubblico. È vergognoso sbandierare il pericolo di una procedura europea nei confronti dell’Italia per «disavanzo eccessivo». Cosa facciamo? Instilliamo sensi di colpa nei malati bisognosi di assistenza e cura? C’è stata e c’è trippa per cani e porci e poi, quando arrivano i malati, non c’è più niente da poter spendere. È da incompetenti e, oserei dire da “delinquenti”, continuare a sprecare fondi in mille inutili rivoli elettoralistici, quando abbiamo una sanità che piange miseria e ha fame di fondi, da impiegare in risorse umane, in investimenti strutturali, etc. etc.

Ascoltiamo il grido incrociato degli scienziati, degli operatori e dei malati effettivi e potenziali. Stiamo trasformando lo Stato sociale, vale a dire quello volto a fornire sostegno a chi si trova in situazione di bisogno e assicurazione e copertura contro determinati rischi e necessità, in Stato minimo che predilige il rispetto e la salvaguardia dell’iniziativa privata in opposizione a ogni tentativo di dirigismo statale e per il quale il compito fondamentale non è quello di perseguire forme di eguaglianza sostanziale, ma di limitarsi unicamente a quelle di eguaglianza formale.

Se proprio si volesse perseguire questo schema statuale individualistico bisognerebbe essere coerenti, dando a tutti licenza di evadere il fisco, eliminando per tutti l’obbligo delle ritenute alla fonte, concedendo a tutti il diritto a condonare le imposte arretrate e non pagate, quale paradossale contraccambio all’arrangiarsi dalla parte dei servizi quali appunto sanità, scuola, trasporti, etc. etc. Un’americanata!

Non sono in grado di valutare l’eventuale impatto benefico sulla sanità dei fondi ottenuti col piano nazionale di ripresa e resilienza: chissà come e chissà quando ne sentiremo gli effetti. Così come è roba da far tremare le vene ai polsi l’eventualità dello scoppio di qualche pandemia: saremmo con ogni probabilità all’anno zero con la necessità di ripartire da capo. Non resta che sperare che ciò non accada.

C’è poi la mina vagante delle autonomie differenziate: un’arlecchinata sanitaria in cui i cittadini meno abbienti rischierebbero di essere ulteriormente becchi e bastonati.

Non so come la gente potrà reagire nel tempo a questa deriva. Forse finirà la sbornia del novellato “Dio, patria e famiglia”, forse si sveglierà dall’illusione di un bagno di ordine e sicurezza, forse capirà di essere stata turlupinata, forse troverà la forza per scendere in piazza e protestare, ma sarà troppo tardi? Non è mai troppo tardi, anche se occorrerà ricominciare dalla Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Ecco perché vogliono riformare la Costituzione in senso formale (col premierato e con l’autonomia differenziata) e materiale (lo stanno già facendo con bislacche attuazioni).

Un Governo da Osteria della Giarrettiera

L’articolo 54 della Costituzione italiana recita: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Alle mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni contro la ministra Daniela Santanchè e il ministro, nonché vice-presidente del Consiglio, Matteo Salvini, gli interessati e i loro sodali governativi e parlamentari hanno risposto canticchiando la famosa aria di Falstaff nell’opera di Giuseppe Verdi, rivolta ai suoi scagnozzi, che avevano osato rifiutare i suoi ordini, accampando motivi di onore, assimilando quindi  i parlamentari dell’opposizione ai buffi e goffi servi Pistola e Bardolfo e la Camera dei deputati all’Osteria della Giarrettiera.

 

L’onore!

Ladri! Voi state ligi all’onor vostro, voi!

Cloache d’ignominia, quando, non sempre, noi

possiam star ligi al nostro. Io stesso, sì, io, io,

devo talor da un lato porre il timor di dio

e, per necessità, sviar l’onore e usare

stratagemmi ed equivoci, destreggiar, bordeggiare.

E voi, coi vostri cenci e coll’occhiata torta

da gatto-pardo e i fetidi sghignazzi, avete a scorta

il vostro onor! Che onore? che onor? che onor! che ciancia!

Che baia! Può l’onore riempirvi la pancia?

No. Può l’onor rimettervi uno stinco? Non può.

Né un piede? No. Né un dito? No. Né un capello? No.

L’onor non è chirurgo. Ch’è dunque? Una parola.

Che c’è in questa parola? C’è dell’aria che vola.

Bel costrutto! L’onore lo può sentire chi è morto?

No. Vive sol coi vivi?… Neppure: perché a torto

lo gonfian le lusinghe, lo corrompe l’orgoglio,

l’ammorban le calunnie; e per me non ne voglio!

Ma, per tornare a voi, furfanti, ho atteso troppo.

E vi discaccio.

Miglior commento alle spudoratezze di questi squallidi personaggi non saprei trovare. Fanno i furbi, abbozzano, evitano la seduta parlamentare, si mettono la Costituzione sotto i piedi, si occupano degli affari loro, tanto hanno i voti e il Parlamento non conta nulla, si sentono al di sopra di ogni sospetto, hanno un cosiddetto becco di ferro, in situazioni analoghe o addirittura molto meno gravi chiedevano a gran voce le dimissioni di loro colleghi/avversari, non hanno il minimo senso istituzionale.

Per tornare all’opera Falstaff, ricordiamoci che termina con una fuga sulle seguenti parole:

Tutto nel mondo è burla.

L’uom è nato burlone,

la fede in cor gli ciurla,

gli ciurla la ragione.

Tutti gabbati! Irride

l’un l’altro ogni mortal.

Ma ride ben chi ride

la risata final.

Al posto del mondo mettiamo pure l’attuale governo italiano, sicuri purtroppo che la risata finale non ci potrà essere, perché ci rimarrà in gola.

 

A carte scoperte sul traballante tavolo europeo

Non c’era fisicamente Marine Le Pen, alla kermesse romana dell’ultradestra europea organizzata da Salvini. Ma è arrivato da lei il fuoco d’artificio con cui la Lega apre la sua campagna elettorale. In un quadro di lotta fratricida, all’ultimo sangue, con Giorgia Meloni. Nel video mandato all’amico italiano, Le Pen si rivolge direttamente alla premier italiana: «Giorgia, sosterrai il secondo mandato di von der Leyen? Io credo di sì. E così contribuirete ad aggravare le politiche di cui soffrono terribilmente i popoli d’Europa».

E ancora: «Dovete dire agli italiani la verità, dire cosa farete dopo il voto. Sono convinta che in Italia ci sia un solo candidato a destra che si opporrà con tutte le forze a von der Leyen: è Matteo Salvini. Con la Lega eleggerete deputati che non vi mentiranno e fermeranno le politiche della decrescita, quelle contro gli agricoltori, quelle che vogliono imporci la sottomissione all’islamismo più radicale». (dal quotidiano “Il manifesto”)

Tutti i matti hanno le loro virtù. Matteo Salvini ha il merito di snidare l’equivoco filoeuropeo di Giorgia Meloni, riportando la campagna elettorale sul tema proprio dell’atteggiamento politico italiano nei confronti del futuro parlamento europeo.  Lo fa per motivi squisitamente elettoralistici, vale a dire nell’intento di recuperare voti a destra, cavalcando l’euroscetticismo rubato dalla borsetta demodé di Giorgia Meloni. Tuttavia fa un po’ di chiarezza e gliene dovremmo essere per certi versi grati.

È più rispettabile il sincero astio antieuropeo salviniano corroborato dal lepenismo francese oppure il cerchio-bottistico filo-europeismo di maniera sbandierato in giro per il mondo da Giorgia Meloni? È più giustificabile l’ansia di recuperare i voti scippati alla Lega rispetto alle ultime elezioni europee oppure l’intento di continuare a cannibalizzare l’alleato leghista isolandolo sulla scena europea e mondiale?

Matteo Salvini ci costringe a parlare, seppure in modo deteriore, di Europa, di immigrazione, di guerra russo-ucraina, delle inesistenti politiche europee, quando tutti pensano sovranisticamente ed esclusivamente all’Italia. Salvini mette i piedi nel piatto antieuropeo, Meloni mette le dita nella marmellata filoeuropea.

La leader di Fratelli d’Italia non può continuare all’infinito a giocare su due tavoli: quello più o meno orbaniano e quello più o meno vonderleyano; quello perbenista del centro popolare in cui si è infilata di sfruso (anche per rubare voti a Forza Italia) e quello della destra estrema a cui strizza l’occhio con tanto di nostalgie fascistoidi (per razziare la potenziale platea elettorale della Lega). Molto probabilmente finirà per portare acqua all’anormale mulino sinistra-destra-centro (acutamente ipotizzato dall’esperto di geopolitica Lucio Caracciolo), un modo per mandare la Ue a sbattere e/o finirà per adeguarsi al piattume bellicista indistinto e onnicomprensivo dell’Europa (impietosamente registrato dal giornalista Marco Travaglio).

Morale della favola: i padri fondatori dell’Europa unita, i federalisti veraci di un tempo si scaravolteranno nella tomba. Io mi rassegnerò all’ennesima astensione dal voto. Sì, perché sono alla ricerca di una forza politica che dica a livello europeo qualche parola di pace e che si schieri apertamente per una trattativa tra Russia e Ucraina. Speravo nei verdi, ma sono stato immediatamente deluso.

Soprattutto i Verdi accusano Scholz di essere timido e cedevole di fronte a una potenza autocratica, la Russia putiniana, che intende solo il linguaggio della forza e che punterebbe a scardinare ogni ordine regolato dal diritto internazionale, come se questo godesse nel mondo contemporaneo di una qualche, pur minima, salute. (dal quotidiano “Il manifesto” – Marco Bascetta))

I casi sono due. Io sono un sognatore che non si rassegna al “clima di riarmo drammatizzato e alimentato a gran voce da Ursula von der Leyen,in cui la guerra e i suoi dintorni rappresentano per alcuni una benedizione economica che consente di rimpinguare con generose commesse pubbliche i profitti privati dell’industria bellica nella Germania in recessione, senza commettere sacrilegio nei confronti della dottrina liberale. La quale peraltro non arretra di un passo nella strenua difesa di quel “freno all’indebitamento” che imporrebbe di sottrarre al Welfare le risorse destinate all’economia di guerra” (ancora dal quotidiano “Il manifesto” – Marco Bascetta).

Diversamente il bellicismo è davvero imprescindibile e bisogna rassegnarsi a ingoiarlo prima e dopo i pasti principali. Non mi adeguerò mai, anche a costo di morire di fame pacifista.

 

 

Chi rompe senza pagare e chi raccoglie i cocci nell’interesse generale

Ieri la Pec di Roberto Salis, il papà di Ilaria, al Quirinale. Questa mattina la telefonata del capo dello Stato. C’è un padre disperato. E c’è il capo dello Stato che capisce il suo stato d’animo. Che esprime con parole nette la sua vicinanza. Che confida di aver sperato in giornate diverse. Mattarella ha «ribadito la sua vicinanza personale a me e alla famiglia e mi ha garantito il suo personale interessamento al caso». Non c’è molto di più. Ma dal Colle filtra la conferma della volontà del capo dello Stato a fare quello che è nelle sue possibilità. Non ci sono grandi spazi operativi perché quello tocca al governo. Ma c’è attenzione. Salis è colpito e toccato dalla velocità della risposta dell’inquilino del Quirinale. Ringrazia Mattarella. «Mi ha risposto in meno di 24 ore e ha dimostrato sensibilità e vicinanza al dramma che sto vivendo con la mia famiglia», confida Salis. Poi ancora un particolare dal Colle. Salis spiega che con la sua lettera voleva segnalare la disparità di trattamento tra due cittadini italiani. Mattarella gli risponde che si tratta della differenza del nostro sistema ispirato ai valori europei e quello ungherese. E che questa disparità colpisce la nostra opinione pubblica. (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Mentre i membri del consiglio dell’istituto comprensivo statale Iqbal Masih di Pioltello, nel Milanese, difendono la decisione di confermare la chiusura il prossimo 10 aprile in occasione della festa per la fine del Ramadan, arriva anche l’intervento del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella ha risposto, infatti, alla lettera inviatagli da Maria Rendani, vicepreside dell’Iqbal Masih, che nei giorni scorsi lo aveva invitato a visitare l’istituto al centro della bufera politico mediatica. “Apprezzo il vostro lavoro”, ha detto il Capo dello Stato. “Ho ricevuto e letto con attenzione la sua lettera e, nel ringraziarla, desidero dirle che l’ho molto apprezzata, così come – al di là del singolo episodio, in realtà di modesto rilievo – apprezzo il lavoro che il corpo docente e gli organi di istituto svolgono nell’adempimento di un compito prezioso e particolarmente impegnativo”. È questo il messaggio di Mattarella indirizzato alla vicepreside. La stessa Maria Rendani che ha ricevuto proprio da Mattarella, nel giugno del 2022, l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana per avere “favorito l’integrazione nella sua scuola di Pioltello”. (da “Il Fatto Quotidiano”)

 

Quei manganelli usati contro i ragazzi che partecipavano ai cortei pro-Palestina a Pisa “esprimono un fallimento”. È la presa di posizione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che all’indomani delle violenze della polizia sugli studenti che manifestavano – 11 giovani sono rimasti feriti – ha deciso di telefonare al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per sottolineare che “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza”. A riferire della telefonata tra il Colle e il Viminale era stata una nota dell’ufficio stampa del Quirinale: “Il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni”, si legge. Poi il monito: “Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”. (da “Il Fatto Quotidiano)

Tre episodi, citati in ordine temporale decrescente, di intervento istituzionale del Presidente Sergio Mattarella, in corretta ma netta controtendenza rispetto ai comportamenti ed agli atteggiamenti del governo Meloni. Sono autentiche lezioni di fedeltà costituzionale, di lealtà democratica e di “alta” interpretazione del sentimento degli italiani. In tutti i tre casi si è notata l’imbarazzata, silenziosa o balbettante reazione. Qualche organo di stampa ha maldestramente provato a replicare, mettendo ancor più in rilievo la differenza sostanziale di levatura istituzionale, morale e politica tra il Capo dello Stato e l’attuale governo. Due stili diversi al di là delle differenti prerogative e funzioni. Meno male che c’è Mattarella, non per risolvere i problemi (non è compito suo), ma per riportarli nel clima di unità nazionale (di cui è interprete costituzionale).

Sì, perché in Italia, politicamente parlando, si sente sempre più il desiderio di serenità di vita, pur tra i normali contrasti di opinioni e di posizioni. Mentre i partiti di maggioranza fanno di tutto per dividere e conflittualizzare gli italiani, rompendo senza pagare (anzi aumentando sondaggisticamente i consensi), il Presidente Mattarella interviene, raccogliendo continuamente, fin dove possibile, i cocci. È diventato l’unica e credibile coscienza critica, un vero e proprio alter ego istituzionale. Resta da capire come mai i cittadini gli riservino tanta attenzione e tanta adesione in netto contrasto con il voto da essi espresso.

Provo a ipotizzare un motivo di questa apparente dicotomia popolare. Forse Mattarella presta voce autorevole alla (sempre più) grave perplessità degli italiani rispetto alla classe politica che li governa e li rappresenta, a quella maggioranza silenziosa che non va al voto, a quei milioni di cittadini in cerca di politica vera. Lui ha provato a fare questa azione di recupero promuovendo l’esecutivo guidato da Mario Draghi, ma poi purtroppo la cattiva politica ha preso il sopravvento e a Mattarella non è rimasto altro che tentare una moral suasion coordinata e continuativa. Batti oggi, batti domani, chissà…

I suoi interventi sono per tutti autentici capitoli di un manualetto di educazione civica. Quando si è presuntuosamente ignoranti, occorre un bagno di umiltà ed è purtroppo quello che non riesce a fare chi ci sta governando. Speriamo che lo facciano gli italiani, tornando alle urne (il sottoscritto per primo) e tentando di riportare la politica al suo posto e mettendo i problemi al primo posto per abbandonare le nostalgie, le illusioni, le scorciatoie, le furbizie e le “balle che stanno in poco posto”.

 

 

 

 

 

Se il PD c’è, faccia battere un colpo a Tarquinio

“Tra le cose che leggiamo sui giornali, ormai da mesi, sulle liste per le elezioni europee, si ventila anche la possibilità che Marco Tarquinio, giornalista esperto e opinionista dalle posizioni nette e note, venga candidato dal Pd. I giornali sottolineano sia la sua linea contraria all’autodifesa dell’Ucraina, sia le affermazioni a sostegno della famiglia tradizionale e contro il diritto di abortire in modo sicuro. Sull’Ucraina, il Pd si è sempre schierato a sostegno di Kyiv, votando per l’invio delle armi”. Lo scrive su Facebook la deputata del Pd Lia Quartapelle.

Quartapelle sottolinea le contraddizioni nel suo post: “Nel manifesto elettorale del Pse, il partito europeo di cui facciamo parte, è scandito con chiarezza che non faremo mancare il sostegno a Kyiv. Faremo anche quel che è necessario perché l’UE nei prossimi anni si assuma maggiori responsabilità per la propria sicurezza e difesa, attuando una forte politica di sicurezza e di difesa comune europea che operi in modo complementare alla NATO e sostenendo lo sviluppo dell’industria europea della difesa. Per quanto riguarda i diritti civili, nella legislatura europea che va concludendosi, il PD si è impegnato perché venga riconosciuto in tutta Europa, Italia inclusa, il certificato di genitorialità anche per le coppie dello stesso sesso, e perché il diritto all’aborto sia inserito nella Carta europea dei diritti. Nei prossimi anni lavoreremo per garantire alle donne in Europa un pieno accesso ai diritti sessuali e riproduttivi, incluso il diritto ad abortire, rafforzare le strategie UE per la parità di genere e per l’uguaglianza delle persone LGBTIQ”.

La dem si chiede se Tarquinio possa condividere il programma di lavoro che il Pd si è dato per i prossimi anni: “Ci chiamiamo Partito Democratico, e ne siamo orgogliosi. Il percorso delle candidature alle europee deve rispettare la natura di partito e il fondamento democratico della nostra identità. Se si vuole imporre un cambiamento di rotta politica, lo si faccia apertamente, con una discussione esplicita negli organismi di partito deputati, non con le candidature. Allo stesso modo, non si venga meno alla funzione dei partiti, quella di selezionare la classe dirigente, come ha giustamente detto Simona Malpezzi. Scegliere solo donne esterne per guidare le nostre liste, combinata con la possibilità della candidatura della segreteria in tutte le circoscrizioni, andrà a detrimento delle tante donne del partito, pronte a fare questa battaglia in prima persona. Questa è una questione di partito, non è solo una questione delle donne”. (da HUFFPOST)

Un simile cumulo di sciocchezze da parte di un esponente politico di sinistra era da tempo che non lo ascoltavo. È proprio vero che il mio destino politico-elettorale non riesce a trovare un minimo di riscontro positivo nel Partito democratico. Quando si profila un piccolo barlume di luce e di speranza, immediatamente v’è chi lo spegne senza pietà. La candidatura di Marco Tarquinio nelle liste elettorali europee del Pd è da me considerata come una proposta molto seria da salutare con grande favore per tanti motivi. Rispondo a caldo alle faziose e, per certi versi, sorprendenti argomentazioni di cui sopra con un mio articolato e brevissimo discorso.

Prima di tutto costituirebbe un arricchimento culturale di questo partito, che da tempo sembra aver smarrito la propria identità anche perché la cerca in se stesso e non nelle aree culturali e sociali di riferimento storico.

Nel caso di Marco Tarquinio saremmo in presenza della cultura cattolica pacifista (quella espressa ripetutamente e coraggiosamente da papa Francesco), che finalmente toglierebbe il Pd dalle secche del mero appiattimento sullo schema occidentale (leggi Nato e Ue asservita alla Nato e agli Usa). Si comincerebbe a respirare una boccata d’aria aprendo una finestra sulla politica di pace.

In secondo luogo il Pd si arricchirebbe facendo riferimento alla dottrina sociale della Chiesa interpretata modernamente e apertamente: non è un caso che la candidatura di Tarquinio sia appoggiata dalla Comunità di Sant’Egidio, vale a dire dal mondo cattolico progressista impegnato nel sociale e nel politico. Il partito democratico si metterebbe in ascolto e in collaborazione col mondo cattolico la cui anima doveva essere una delle componenti fondamentali costitutive del partito, purtroppo malauguratamente persa negli ultimi anni.

Il tutto avverrebbe poi, non nel chiuso degli organigrammi di partito, ma nella prospettiva di una presenza nelle Istituzioni europee, finalmente indirizzate ad una vera integrazione fra gli Stati-partner e alla proposizione di una politica internazionale di dialogo e di pace.

E vengo al punto più delicato che irrita le sensibilità laiciste riconducibili alla galassia LGBTIQ. Ammetto francamente che la linea etico-politica a cui Marco Tarquinio fa riferimento non mi convince, però non ho la presunzione laicista di essere nel giusto e ritengo che solo nella sintesi politica seria, dialogica e rispettosa della vita umana possano trovarsi le risposte alle problematiche relative ai diritti civili.

Chiudere la porta in faccia a Marco Tarquinio accampando strumentalmente penosi motivi identitari, di linea politica e di vita partitica sarebbe un gravissimo errore. Che questi atteggiamenti vengano da donne impegnate nel Pd mi fa oltre modo dispiacere.

Qual è l’identità del PD? Non la vedo se non ritornando alla costituzione del partito di cui la cultura cattolica progressista doveva essere un elemento basilare.

Qual è la linea politica del PD? Non la vedo se non nelle battaglie contro la guerra, contro la povertà, contro l’egoismo sociale, a favore di un ecologismo integrale.

Qual è la struttura democratica interna al Pd? Non la vedo se non nel recupero di un pluralismo interno e in un dialogo proficuo tra le culture e le rappresentanze di riferimento.

Credo che Tarquinio potrebbe dare una mano a ritrovare il filo del discorso, partendo, come ormai è più che doveroso fare, dalla dimensione e dal livello europei. Spero, anche se non ho molta fiducia. La chiusura nei confronti di Tarquinio sarebbe per me e per molti una delusione forse decisiva. Se è vero che “mai dire mai”, la candidatura di Tarquinio potrebbe diventare “l’ora o mai più”.

 

 

 

L’assurdo bilancino scolastico

Il 20 per cento o meno della metà? La percentuale massima di alunni stranieri nelle classi italiane continua a interrogare la politica, strascico della vicenda di Pioltello. Se una scuola densamente popolata da alunni musulmani ha ritenuto di chiudere nel giorno conclusivo del Ramadan proprio perché le aule sarebbero state comunque vuote, ecco che si ricomincia a ragionare su “tetti” e “quote”. Ma quale potrebbe essere una equilibrata distribuzione delle presenze per una didattica che da una parte non penalizzi gli alunni italiani e dall’altra garantisca una corretta integrazione? Le ricette divergono. (dal quotidiano “Avvenire”)

Al solo pensare a simili regole mi vengono i brividi. Ci vogliamo mettere in testa che la presenza degli stranieri è una realtà imprescindibile e per certi versi molto favorevole? Anche su questo tema sto dalla parte di papa Francesco, che chiede pressantemente di “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti”.

Se non vogliamo ascoltare il papa, diamo almeno un po’ di attenzione a quanto emerge dai dati Istat: “Gli stranieri nel 2023, oltre a contrastare il calo della popolazione con un saldo migratorio che compensa, quasi del tutto, il saldo naturale negativo, contribuiscono a rallentare il processo di invecchiamento”. Siamo chiusi in un egoistico recinto e abbiamo la presunzione di vivere sempre più soli, sempre più vecchi e sempre più disperati.

Il caro e indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia, operava evangeliche provocazioni liturgiche. I gesti erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile.

Il Vangelo e tutta la Bibbia, dietro cui si nascondono molti benpensanti cattolici, insegnano ad accogliere lo straniero che deve essere considerato sacro (ero straniero e mi avete accolto…).

La Costituzione riconosce espressamente agli stranieri (anche agli stranieri non presenti regolarmente nel territorio italiano) parità di trattamento con il cittadino italiano per la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi; penso che fra i diritti ci sia quello all’istruzione senza discriminazioni di sorta.

E noi stiamo a disquisire sulla modica quantità, come per le droghe. Lasciamo perdere! Oltre tutto sono battaglie di retroguardia, perse in partenza. Preoccupiamoci di integrare al meglio i bambini stranieri a livello scolastico e non consideriamoli come una medicina amara da ingoiare dopo averla dosata.

Il ministro dell’istruzione non perde occasione per affrontare i problemi nel modo sbagliato. Ne ha già dette e fatte di tutti i colori. Basta! Faccia il ministro e non l’agit-prop del centro destra e della sua visione sociale asfittica.

Dal punto di vista burocratico-amministrativo un tetto di presenze in caso di alunni con ridotta conoscenza dell’italiano esiste già, è al 30% ed è contenuto in una circolare del 2010 dell’allora ministra Gelmini, che ammetteva però deroghe.

Chiudo dando un occhio ai dati del fenomeno degli stranieri a scuola come pubblicato sempre dal quotidiano “Avvenire”. Le scuole italiane nel 2022/23 erano frequentate da circa un milione di studenti con cittadinanza non italiana, l’11,3% del totale degli iscritti. L’anno precedente erano 865.388. Un terzo è inserito alle elementari, il 19% alle medie e il 21% alle superiori. Le scuole del Nord-Italia ospitano più della metà degli alunni stranieri, e la Lombardia da sola ne totalizza il 25% (238.254). Ultima notazione: il 67 degli alunni con cittadinanza non italiana è nato… in Italia.

La questione può essere affrontata in modo costruttivo e senza alcuna ansia emergenziale e pseudo-culturale. Ricordiamoci di cosa dice il Papa: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Il di più viene dalle farlocche difese identitarie di Salvini e dalle nostalgiche smanie nazionalistiche di Meloni, a cui troppa gente fa attenzione e dà ascolto.

 

 

Col Salis sulla coda

Rivedere ancora, dopo le crude immagini di fine gennaio, l’ingresso di Ilaria Salis in ceppi, tirata al guinzaglio come un animale nel tribunale di Budapest è qualcosa che non può lasciare indifferenti, quali che siano i capi d’imputazione o la “pericolosità” attribuita dai giudici magiari a una signora lombarda di 39 anni. Di più: il fatto che tale scena avvenga in uno Stato aderente all’Ue (e che pur condividendone i principi fondanti, non è nuovo a censure per violazioni dei diritti umani), inquieta e lascia l’amaro in bocca, tanto da spingere il padre Roberto ad un appello accorato al Quirinale.

Ciò detto, però, non si può non riservare alcune considerazioni rispetto all’eccesso, attorno al caso Salis, di una «politicizzazione», per dirla col vicepremier italiano Antonio Tajani, che non aiuta e anzi fomenta un contesto ambientale che potrebbe incidere, se non lo sta già facendo, sui risvolti giudiziari. (dal quotidiano “Avvenire”)

Il grande Enzo Biagi citava spesso un aneddoto in cui una madre premurosa e perbenista, di fronte alla giovanissima e nubile figlia incinta, ammette con la gente: “Sì, è incinta, ma solo un pochettino…”.

La questione Ilaria Salis è politica? Sì, no, solo un pochettino! Ma fatemi il piacere. Questa persona è in galera per motivi politici: ha osato scontrarsi con i nazifascisti che imperversano in Ungheria. Sembra che li abbia menati. Cosa doveva fare? Offrirgli una camomilla calda?

Il premier ungherese Orban se ne frega altamente della sorte di Ilaria Salis: gli interessano molto di più i gruppi nazifascisti che gli fanno da sponda. È sotto accusa per violazione dei diritti delle persone al fine di consolidare il suo potere. È un ricattatore bello e buono nei confronti dell’Unione europea: porta a casa i vantaggi e fa il furbo sui sacrifici.

Questo signore è corteggiato dalla premier italiana, è un suo amico, non si capisce fino a che punto. E allora non lo si può disturbare più di tanto. Non si può dire la verità perché fa male anche a noi.

La questione è formalmente giudiziaria, ma sostanzialmente politica. Se Ilaria Salis aspetta la libertà o comunque un giusto processo in condizioni di libertà provvisoria dal ministro Tajani, fa in tempo a mettere le radici nel carcere ungherese. Lo ha capito benissimo suo padre, che infatti intende rivolgersi direttamente a Sergio Mattarella.

E tutti a discutere se sia meglio tacere e trattare sotto traccia oppure prendere Orban per le corna. Quando si tace di fronte alla prepotenza e alla palese violazione dei principi democratici si sbaglia sempre e comunque, perché arrivano puntualmente ulteriori e gravi violazioni.

Ma come fa il governo italiano a fare la voce grossa? Non ne ha la capacità e la voglia. Ilaria Salis è capitata in una situazione molto aggrovigliata, dove nessuno ha il coraggio di partire dal bandolo della matassa. Lei questo coraggio bene o male ce l’ha avuto, gli altri no.

La narrazione che va per la maggiore è quella del “se l’è cercata”. Anche noi italiani il governo Meloni ce lo siamo cercati e ce lo teniamo più o meno stretto. Cosa volete che sia una italiana in carcere? Meglio la sua carcerazione che un grave incidente politico-diplomatico a carico di chi, fra l’altro, non sa neanche dove stia di casa la diplomazia e, politicamente parlando, è d’accordo con l’amico autocrate che si tiene ben stretto l’ostaggio.

Oligopolisti del pappa e ciccia

Un intervento da equilibrista che però sembra tanto un via libera alla vendita dell’Agenzia di stampa Agi che, se si concretizzasse, dopo 60 anni passerebbe dall’Eni, azienda partecipata del Mef, ad Antonio Angelucci, imprenditore della sanità, editore di una serie di giornali vicini alla maggioranza di governo e, non ultimo, deputato della Lega. Lo stesso partito del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti chiamato ieri alla Camera da Pd e Avs a rispondere della vendita della seconda agenzia di stampa del paese. Giorgetti sa bene di muoversi su un terreno scivoloso e forse anche per questo non impiega più di una manciata di minuti per rispondere alle domande delle opposizioni che denunciano i rischi derivanti da un conflitto di interessi subito liquidato come «non attuale». E poi: «Il Mef – spiega – ha appreso da fonti di stampa la notizia (della vendita, ndr) e non è deputato a rispondere», perché «sebbene abbia partecipazione diretta e indiretta nel capitale Eni pari complessivamente a circa il 30%, a tale partecipazione non corrisponde alcun potere in merito a decisioni di natura gestionale». Per di più, aggiunge, «è questione di per sé delicata che una società partecipata dallo Stato possegga un’Agenzia di stampa, poiché questo potrebbe alimentare dubbi sulla effettiva libertà di informazione della stessa».

Parole quest’ultime che hanno il sapore della benedizione al passaggio di proprietà che preoccupa i giornalisti dell’Agi, una rappresentanza dei quali ieri era presente nell’aula di Montecitorio, e sui quali pende anche l’incognita di possibili tagli occupazionali. Tanto da averli spinti martedì a proclamare altri due giorni di sciopero. Ha spiegato il Cdr: «La battaglia contro la vendita al gruppo Angelucci dell’Agi, testata che per sua natura è oggi imparziale e autonoma da condizionamenti politici, è una battaglia per la stabilità occupazionale dei giornalisti e dei poligrafici; ma ancor di più è una battaglia a difesa del ruolo di informazione primaria delle agenzie di stampa che hanno nel loro dna indipendenza e pluralismo». (dal quotidiano “Il manifesto”)

Il centro-destra perde il pelo (berlusconiano) ma non il vizio (berlusconiano) della estrema compromissione della politica negli affari e viceversa. E sono affari che verrebbero consumati con tanto di conflitto di interessi. Detto in estrema sintesi, l’Eni, storica, gloriosa e polposa azienda di Stato, venderebbe una importantissima agenzia di informazione, l’Agi (Agenzia giornalistica Italia), ad un privato imprenditore impegnatissimo a livello editoriale e non solo, Antonio Angelucci, en passant deputato della Lega.

Al di là della congruità del prezzo, su cui si può cominciare a dubitare col timore di un danno economico alle casse dello Stato, esisterebbe un vero e proprio macigno a livello di conflitto di interessi (un deputato che compra un’azienda controllata dallo Stato), con tanto di omertoso silenzio (quasi assenso) da parte del ministro competente se non altro per materia, e una clamorosa perdita di indipendenza da parte di un’agenzia di informazione, la seconda in Italia per importanza (robe che nel mondo democratico non succedono e non dovrebbero succedere). Si chiuderebbe ulteriormente la tenaglia del controllo governativo sull’informazione, che vede nell’occupazione brutale della Rai il dato di partenza. Il buon giorno si vede dal mattino e prosegue…

Estremamente curiosa l’argomentazione del ministro Giorgetti a supporto del suo assurdo disinteresse alla questione: l’anomalia sarebbe “che una società partecipata dallo Stato possegga un’Agenzia di stampa, poiché questo potrebbe alimentare dubbi sulla effettiva libertà di informazione della stessa”. Quindi, aggiungo io, ben venga che l’Eni se ne liberi in modo che l’Agi recuperi autonomia e indipendenza nell’orbita di un gruppo privato? Una sorta di sconclusionato, contraddittorio e revisionistico inno liberista di mera facciata e oligopolista del pappa e ciccia. Giorgetti si sta barcamenando in modo vergognoso e sta perdendo anche quel po’ di faccia, che gli era rimasta nonostante le puttanate salviniane.

Non so se esistano i presupposti per qualche violazione legale (ci dovrebbero pensare la magistratura e forse anche l’antitrust), so che esistono i presupposti per vedere un governo che intende fare man bassa di potere alla faccia di tutte le regole democratiche (dalla Costituzione in giù).

Tutti sanno quale importanza abbia l’informazione nella vita di un Paese: in tutti i colpi di Stato, dopo l’occupazione dei palazzi che ospitano le istituzioni, si passa ad occupare quelli che controllano le fonti dell’informazione. Non arrivo a dire che in Italia ci sia in atto un colpo di Stato strisciante, ma certamente un tentativo molto avvolgente di condizionare e controllare la vita democratica del Paese.

 

 

 

Un governo furbacchione per un popolo sprovveduto

La decisione del Consiglio di istituto dell’“Iqbal Masih” di Pioltello, presa nel maggio del 2023 e confermata il 25 marzo 2024, di sospendere le lezioni il 10 aprile in concomitanza con la festa di fine Ramadan, dopo il clamore politico e mediatico scatenato dalle proteste della Lega, era stata ritenuta «irregolare» dagli ispettori mandati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, attraverso l’Ufficio scolastico regionale della Lombardia, che, con il direttore generale aveva «invitato» preside e Consiglio d’istituto ad annullare la delibera.

«Le motivazioni che hanno portato alla delibera di tali giornate di sospensione delle lezioni sono esclusivamente di carattere didattico ed educativo – si legge in un comunicato del Consiglio d’istituto -. Chiediamo che venga rispettata una scelta nata spontaneamente al nostro interno», sottolinea la nota. Ai temi «dell’inclusione, dell’interazione tra culture e del confronto tra religioni», la scuola di Pioltello, su iniziativa del Collegio docenti, dedicherà il prossimo 21 maggio, Giornata mondiale della diversità culturale.

Pochi minuti dopo la decisione del Consiglio d’istituto, il ministro Valditara ha sottolineato che «sarà l’ufficio scolastico regionale, nell’esercizio delle sue prerogative, a fare tutte le ulteriori valutazioni del caso»; il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha parlato di scelta «assolutamente fuori luogo», mentre il deputato di Fratelli d’Italia, Riccardo De Corato, ha già annunciato un’interrogazione parlamentare. Parlando di decisione «completamente sbagliata e non accettabile nel nostro Paese». «Questa scuola, così come gli altri istituti, deve attenersi alle regole stabilite e quello a cui assistiamo è qualcosa di inverosimile che ha dell’incredibile – aggiunge De Corato -. Ma l’Ufficio scolastico regionale, che nei giorni scorsi aveva definito irregolare la chiusura del prossimo 10 aprile, ora che azioni intraprenderà?». L’impressione è che la vicenda non sia ancora finita,

E tutto ciò nonostante la vicepreside, nominata Cavaliere della Repubblica per il suo impegno durante la pandemia, avesse invitato il Presidente della Repubblica a visitare la scuola e avesse ottenuto una lusinghiera risposta da Sergio Mattarella:  «Ho ricevuto e letto con attenzione la sua lettera e, nel ringraziarla, desidero dirle che l’ho molto apprezzata, così come – al di là del singolo episodio, in realtà di modesto rilievo – apprezzo il lavoro che il corpo docente e gli organi di istituto svolgono nell’adempimento di un compito prezioso e particolarmente impegnativo». (dal quotidiano “Avvenire”)

Mi viene spontaneo collegare questo fatto ad altri due interventi del governo adottati in questi giorni. Mi riferisco innanzitutto alla decisione del ministro degli Interni di inviare una commissione d’inchiesta al comune di Bari per verificare se esistano i presupposti per scioglierne il consiglio comunale in odore di mafia, non si capisce sentito da chi, come e quando, se non da deputati del centro-destra, che hanno invitato il ministro a prendere questo provvedimento a dir poco intempestivo.

Poi è arrivato il via libera del governo ai test psicoattitudinali per l’accesso alla professione dei magistrati dal 2026, forse simili a quelli cosiddetti ‘Minnesota’, che valutano la personalità dei candidati. Il decreto legislativo approvato in Consiglio dei ministri ha avuto modifiche fino all’ultimo minuto, che però non mitigano le proteste dell’Associazione nazionale magistrati: sarà il Consiglio superiore della magistratura a nominare i docenti universitari in materie psicologiche che – su indicazione Consiglio universitario nazionale, organo indipendente dell’università – faranno parte della commissione giudicante.

Il colloquio psicoattitudinale si svolgerà durante la prova orale, ma già dopo quella scritta riceverà dei test su un foglio, individuati dal Csm, sul modello di quelli utilizzati per quelli effettuati agli agenti di polizia. Questi costituiranno la base per il futuro colloquio psicoattitudinale, che sarà comunque diretto dal presidente della commissione esaminatrice, e non da uno psicologo (il quale sarà presente solo come ausilio), alla quale è demandato in maniera collegiale il giudizio finale sul complesso delle prove. (Agenzia Italia)

Sono provvedimenti e comportamenti chiaramente propagandistici volti unicamente a lisciare il pelo al qualunquismo imperante, scorretti dal punto di vista istituzionale con sostanziali invasioni di campo verso la Magistratura, verso gli organi della scuola, verso le amministrazioni locali, finalizzati a marcare in modo prepotente il territorio governativo come fanno i gatti.

Certo pubblico applaude al pugno duro contro gli islamici non capendo che non si difende la propria cultura contrastando quella degli altri; molti godono nel vedere all’angolo i magistrati non capendo che, pur con tutti i loro limiti e difetti, sono un presidio irrinunciabile di civiltà e giustizia; troppi apprezzano un governo che mette in riga i deboli e subisce i forti; a parecchi non interessa combattere la mafia, ma denigrare l’avversario politico.

In mezzo all’insano crocevia tra chi “sgoverna”, chi “straparla” e  chi “stravota”, c’è la figura del Capo dello Stato, interpretata magistralmente da Sergio Mattarella, che riesce a controbilanciare, col suo carisma democratico e col suo equilibrio istituzionale, i continui sbandamenti del governo, che riesce a portare il clima socio-politico dalla rissa al rispetto dei diritti e dei doveri. Fino a quando?

Non so cosa dirà e farà il Presidente della Repubblica in merito ai test psicoattitudinali per i candidati magistrati, provvedimento che, nella sua folle e dilettantesca invadenza, sembra contrastante con i poteri costituzionali del Consiglio superiore della Magistratura e debordante rispetto alla delega legislativa concessa dal Parlamento al governo. Non invidio Mattarella…

Non so come finirà in quel di Bari e cosa succederà a Pioltello. Una cosa è certa: il governo sta dando dimostrazione di volere sistematicamente invadere il campo istituzionale che non gli è proprio, spinto da intenti faziosi e da delirio di onnipotenza.

Temo, come più volte ho avuto modo di scrivere, che la gente non comprenda la gravità della situazione e si lasci incantare dalle sirene del mettere (dis)ordine. Un colpo oggi, un colpo domani, arriveremo a creare i presupposti per il premierato, a depotenziare il Capo dello Stato, a ridurre il Parlamento a cassa di risonanza, a votare in una strisciante logica plebiscitaria. Questa potrebbe essere la strada che ci sta davanti: sveglia!!!

 

La tempesta nel bicchiere pugliese

Una foto del sindaco con due parenti del boss di Bari vecchia; l’arrivo della commissione del Viminale che dovrà valutare eventuali infiltrazioni mafiose nel Comune; il centrodestra che, dalla stessa aula dove Antonio Decaro giorni fa aveva definito “un atto di guerra” l’invio della commissione, attacca: «Giù le mani da Bari lo diciamo noi». E mentre la premier, Giorgia Meloni, difende l’iniziativa del ministro degli Interni definendo “vergognose” e respingendo al mittente «le accuse di utilizzare politicamente» questo intervento che «non è pregiudizialmente finalizzato allo scioglimento», il sindaco, al centro della bufera da giorni, si difende spiegando che le signore della foto non sapeva nemmeno chi fossero e ha dovuto consultare il parroco della città vecchia per scoprirlo: sono sì parenti del boss Capriati «ma non hanno nulla a che fare con il resto della famiglia». (dal Sole 24 ore)

Il tormentone De Caro si sta rivelando sempre più un ballon d’essai lanciato in aria dal centro-destra a scopi meramente e smaccatamente elettorali.  Mi sembra una questione basata su mere congetture: siamo arrivati a un semplice selfie considerato una prova di collusione mafiosa. Ma perché tanto accanimento contro il sindaco di Bari? Perché chi è sempre stato garantista (il centro destra) e lo è tuttora verso propri esponenti a livello governativo indagati o rinviati a giudizio (vedi la ministra Daniela Santanché e il sottosegretario Andrea Del Mastro) per reati abbastanza consistenti, è così preventivamente intransigente con un sindaco peraltro nel mirino della mafia al punto da vivere da anni sotto scorta? Perché si monta un caso su mere illazioni o su elementi debolissimi al limite dell’inconsistenza non solo giuridica ma finanche morale?

La vicenda ha tutto il sapore di una manovra depistante rispetto ai veri problemi del Paese compresi quelli della moralità pubblica: forse si mettono avanti le mani prima di cadere, ci si vuol presentare con la testa fasciata all’appuntamento con eventuali futuri (?) cortocircuiti giudiziari. Probabilmente si vuole esorcizzare l’intervento della magistratura, troppo autonoma e pericolosa, sostituendolo con inchieste amministrative gestite dal governo. C’è poco da fare, il governo Meloni sta occupando spazi istituzionali che non gli sono propri per garantirsi posizioni di controllo: dall’informazione alla giustizia. Forse è meno forte di quanto voglia apparire e si fa forza come e dove può.

È persino scoppiata una tempesta nel bicchiere del governatore pugliese Emiliano: un aneddoto a dimostrazione della buona fede di Antonio Decaro precipitevolissimevolmente trasformato in un impeachment a suo carico. Si rasenta il ridicolo. Non si può più parlare perché tutto può esserti ritorto contro.

Sull’aneddoto della visita ad usa sorella del boss Capriati è tornato il governatore Emiliano, con una precisazione. «Io ho certamente parlato con la signora Capriati», sorella del boss mafioso Antonio Capriati, «e ho parlato delle resistenze molte forti che Decaro stava trovando per istituire la Ztl a Bari Vecchia. Siccome è una cosa di 18 anni fa, se Antonio ha detto che non se lo ricorda, e non ricorda di esserci stato, è possibile che lui abbia ragione» ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, intervistato dal Tg1 in merito alle dichiarazioni fatte sabato mattina durante una manifestazione a Bari. (dal Sole 24 ore)

Sono veramente e vergognosamente patetiche le posizioni assunte da due ministri che salgono sul pulpito per fare prediche assurde alla luce della loro appartenenza politica e della storia dei loro partiti. Mi riferisco ad Antonio Tajani che dovrebbe starsene zitto e pensare a tutte le malefatte di Berlusconi e c. Così come Roberto Calderoli farebbe bene a pensare ai casini giudiziari vari della Lega e di Matteo Salvini. C’è gente piena di peccati che scaglia pietre a vanvera.

Tuttavia la polemica sale di livello. Su quanto accaduto a Bari “le dichiarazioni di Emiliano non sono da commentare, io non avrei mai parlato con la sorella di un boss per nessun motivo”. Lo ha detto a Potenza il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine di una iniziativa elettorale in vista delle Regionali. E interviene anche un altro ministro. “La risposta per me è una sola, con la mafia non si tratta”: lo afferma in una nota il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli. “Finora non ho voluto occuparmi delle vicende della Città metropolitana di Bari, e neanche commentarle, perché le sta seguendo in maniera impeccabile il ministro deputato a farlo, Matteo Piantedosi”, aggiunge Calderoli. (dal quotidiano “La Repubblica”)

La vicenda finirà nel nulla: non ci saranno elementi per sciogliere il consiglio comunale di Bari a tre mesi dalle elezioni amministrative, ma resterà purtroppo la dubbiosa macchia conseguente alle manciate di fango gettate sconsideratamente contro un sindaco schierato in prima linea contro la mafia. Non sarà per caso un esempio di costume mafioso della politica centralista, che mette in discussione la genuinità dell’antimafia di chi amministra il territorio periferico, finendo col fare un favore alla mafia vera e propria?