Alla spasmodica ricerca di motivi per votare

In questi ultimi giorni di campagna elettorale mi sono posto seriamente il problema se e chi votare per il Parlamento europeo. Sono arrivato a queste tre interlocutorie soluzioni.

Volendo dare a tutti i costi un voto che abbia un minimo di incidenza politica a livello europeo bisognerebbe votare il Partito democratico, vale a dire il partito socialista, sperando in una maggioranza di centro-sinistra che valorizzi e rilanci il Parlamento europeo e che porti avanti qualche idea di sinistra: sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron.

Volendo dare un voto ideale che abbia un minimo di riscontro a livello di pace, ecologia, lotta alle povertà, accoglienza agli immigrati, etc. bisognerebbe votare la lista di Santoro, “Pace terra dignità”, che nella nostra circoscrizione ha come capo Raniero La Valle, fulgida figura di cattolico democratico con una storia alle spalle ricca di importanti testimonianze e contenuti: voto che rischierebbe però di essere sprecato dal momento che questa lista ha pochissime probabilità di superare lo sbarramento del 4% e comunque di contare qualcosa a Strasburgo.

Volendo essere coerenti nel giudizio negativo verso la politica a tutti i livelli e in tutte le sedi ci si dovrebbe astenere: mia sorella affermava che in Europa sono tutti fascisti e io aggiungo che sono tutti uguali, allineati e coperti sotto l’ombrello della Nato, incapaci di puntare ad una vera Europa Unita, chiusi in visioni egoiste, nazionaliste e belliciste.

Ad un certo punto della riflessione mi sono chiesto il perché della tanta eventuale fatica nel votare per il Partito democratico, pensando alla mia trentennale militanza nelle file della Democrazia Cristiana e facendo quindi un’analisi comparata tra queste due forze politiche. Devo purtroppo osservare come il PD abbia in un certo senso tutti i difetti della DC senza averne gran parte dei pregi. Se devo ammettere che il Partito democratico non ha al suo interno le punte di pessima politica presenti nella Democrazia Cristiana, devo altresì rilevare come non abbia gli slanci ideali e valoriali di cui la balena bianca era portatrice almeno in alcune sue componenti interne, quelle della sinistra a cui facevo riferimento.

Faccio un esempio, prendendolo dalla più grave emergenza caratteristica della nostra epoca storica: la pace con tutto quel che significa. Ebbene nella DC si aveva il coraggio di elaborare il discorso del “neoatlantismo”, vale a dire di una presenza costruttivamente critica all’interno della Nato; oggi il PD è miseramente e acriticamente appiattito sulla non politica occidentale e non riesce ad elaborare uno straccio di strategia alternativa al bellicismo imperante. In esso non conta nulla la tradizione politico-culturale del cattolicesimo democratico e non si recupera nulla dell’apporto valoriale proveniente dal popolarismo cattolico. La presenza nelle liste PD di Marco Tarquinio e Lucia Annunziata, pur con tutto il rispetto, credo che faccia più o meno il rumore di una noce in un sacco. Il pur positivo pluralismo non può infatti essere “sbrigato” in modo episodico e contingente.

Ecco in estrema sintesi il motivo per cui non riuscirò, salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, a votare per il PD.

In un lontano passato ebbi il coraggio di votare Rifondazione Comunista/Democrazia Proletaria proprio in una consultazione elettorale europea: era candidato l’ex missionario saveriano Eugenio Melandri e valeva la pena scommettere sulla sua capacità di smuovere le acque del pantano europeo. Per analogia dovrei optare per Raniero La Valle votando la lista “Pace Terra Dignità”, ma temo che, pur con tutta la stima e la considerazione che nutro per lui e per Michele Santoro, la politica non si possa improvvisare con iniziativa belle ma un tantino velleitarie. Forse sono invecchiato anche se è ancor più invecchiata la politica.

Due parole sull’astensionismo: oggi come oggi non lo considero più un atto di irresponsabilità, ma una dolorosa scelta provocatoria. Non votare è certamente un affronto a chi ha speso la vita per conquistare questo diritto, uno sfregio a chi ha creduto nell’Europa quale strada di pace e progresso, una presuntuosa sottovalutazione della partecipazione democratica. Cercherò fino all’ultimo secondo di evitare questa opzione: non prometto di riuscirci, ce la metterò tutta, anche se…

 

La schizofrenia americana e l’afasia europea

Alla vigilia di un lungo viaggio in Europa durante il quale dovrà confrontarsi con gli alleati e le loro diverse posizioni sulla guerra a Gaza, Joe Biden dà una spallata all’amico Bibi.

Dopo aver reso pubblico il piano israeliano per un cessate il fuoco per far pressione non solo su Hamas, ma anche su Israele, come sostengono molti analisti, il presidente americano per la prima volta ha ammesso che ci sono ragioni di ritenere che Netanyahu stia prolungando il conflitto per la sua sopravvivenza politica.

Non lo dichiara apertamente, ma in una lunga intervista a Time il commander-in-chief ha risposto che gli oppositori del premier non hanno tutti i torti a ritenere che egli stia cercando di mantenere il potere attraverso la guerra. “Non voglio commentare – ha detto Biden – ma ci sono tutti gli elementi per trarre questa conclusione”. Una dichiarazione inedita e forte, poi parzialmente ammorbidita dal portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, in un briefing con un ristretto gruppo di giornalisti. (Ansa.it)

È una dichiarazione di gravità eccezionale che nel macabro teatrino politico internazionale è passata quasi sotto silenzio. In poche parole Netanyahu, secondo Biden, userebbe la guerra e i morti conseguenti per rafforzare e mantenere il suo potere all’interno dello Stato di Israele. Non è un’idea balzana né tanto meno nuova: poco o tanto tutti i guerrafondai della storia passata e presente hanno miseramente usato e usano la guerra come arma di distrazione dai problemi interni e come strumento per rafforzare la propria leadership. Che lo ammetta il presidente degli Usa, nei confronti di un capo di Stato storicamente alleato ed attualmente protagonista della scena bellica, è però decisamente scioccante, sconcertante e inquietante.

Se le parole hanno un senso, Biden ne dovrebbe trarre le auspicabili conclusioni, mettendo Netanyahu con le spalle al muro e assumendo conseguenti iniziative diplomatiche. Sembra invece un giochetto elettorale: così come Netanyahu strumentalizza la guerra per difendere e consolidare il suo potere, Biden attacca le strumentalizzazioni israeliane per recuperare consenso dall’elettorato giovanile e filopalestinese in vista delle elezioni presidenziali.

Non so dare altra spiegazione. Tutto peraltro rientrerebbe nella schizofrenica politica estera statunitense, con un colpo al cerchio e uno alla botte per il conflitto israelo-palestinese, con una scriteriata opzione di guerra calda con la Russia, combattuta peraltro per interposta nazione ucraina.

Qualcuno si è scandalizzato per le parole di Marco Tarquinio, candidato indipendente per il Partito democratico nella Circoscrizione centro alle Elezioni europee. L’ex direttore di Avvenire è finito sotto attacco per aver auspicato lo scioglimento della Nato in favore di un’alleanza paritaria con gli Stati Uniti. «Se le alleanze non servono la pace e da difensive diventano offensive vanno sciolte. Sciogliamo la Nato. Va costruita un’alleanza nuova e tra pari, tra Europa e America», si legge su X. Poi a Tagadà su La7, Tarquinio argomenta le sue parole: «Se le alleanze servono a perpetuare le guerre è meglio scioglierle. Bisogna quindi sciogliere l’alleanza con Israele e magari, per quello che ci riguarda, sciogliere la Nato in Europa e costruire una nuova alleanza tra pari con gli Stati Uniti d’America», ha detto. «Non si fa in un giorno, ma bisogna farlo», ha concluso. (Open)

È sotto gli occhi di tutti come l’Unione europea non abbia una sua politica estera e sia schiacciata su quella americana, come abbia cioè delegato alla Nato il proprio ruolo a livello internazionale. Non era quanto volevano i fondatori della Ue, non è quanto servirebbe al perseguimento della pace nell’ambito di un europeismo autentico.

Oltre tutto non si riesce nemmeno a capire quale sia la politica della Nato e fino a qual punto la Nato risponda agli Usa e agli Stati membro dell’Alleanza Atlantica o soltanto a se stessa: la recente inopinata uscita del segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, sull’eventualità di un utilizzo delle armi Nato da parte dell’Ucraina per azioni militari in territorio russo, ha costretto gli Stati della Nato a precipitosi riposizionamenti favorevoli o contrari a questa nuova linea di comportamento.

Non si tratta quindi di essere più o meno filo-atlantisti, ma di delineare un diverso e ragionato quadro di alleanze che vedano la Ue protagonista e non gregaria: prima viene l’elaborazione di una politica estera europea condivisa e poi la presenza originale e critica all’interno della Nato. Discorso che risente di antichi ma attualissimi discorsi etico-culturali a livello cattolico.

L’affermazione di Tarquinio ha radici lontane e non estranee dalla cultura politica del Pd. I dem, infatti, sono figli dei post comunisti e della sinistra della Democrazia cristiana. Quest’ultima corrente interna alla storica Balena Bianca, che ha sempre propugnato il cattolicesimo sociale, era nata per iniziativa di un gruppo di esponenti dello scudo crociato di grande spessore etico e intellettuale che, negli anni dell’immediato dopoguerra, facevano parte della cosiddetta “Comunità del Porcellino” (il riferimento è gastronomico) che era ospitata a Roma, dalle sorelle Portoghesi e dove nacque buona parte della nostra Costituzione. In quel gruppo vi erano personaggi del calibro di Giuseppe Lazzati, futuro e storico rettore dell’Università Cattolica, Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti.

Quest’ultimo, ascetico quanto La Pira, nel momento in cui Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio aveva accettato l’adesione dell’Italia alla neonata alleanza atlantica, si era opposto, alla scelta. Era il 1949, l’anno successivo alla decisiva vittoria della Dc nelle elezioni che avevano mantenuto l’Italia nell’orbita atlantica. Gli avversari erano i socialisti e i comunisti uniti nel “Fronte Popolare” con l’effigie di Garibaldi nel simbolo. De Gasperi aveva certo agito in coerenza anche con quel voto, ma Dossetti si era opposto, come ha ricordato in una recente intervista sulla guerra in Ucraina, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano da sempre impegnato contro la produzione e la cessione delle armi. Il religioso sostiene che l’allora deputato aveva motivato così il suo diniego: “Carissimi deputati, io voto contro, per la semplice ragione che se noi aderiamo alla Nato d’ora in poi l’Italia non sarà più un Paese sovrano. La nostra politica estera la farà qualcun altro”, parole che suonano profetiche. Poi Dossetti aveva abbandonato la politica per farsi monaco e dare un contributo importante al Concilio Vaticano Secondo, voluto da Papa Giovanni XXIII. La posizione di Tarquinio ha perciò radici lontane che fanno parte della storia da cui è scaturito il Partito democratico. (La Provincia Unica – Francesco Angelini)

Dalle felpate sparate di Biden alle fughe in avanti di Stoltenberg: questi i confini entro cui l’Europa si barcamena anziché puntare su un progetto di pace e di solidarietà. Finalmente un candidato alle elezioni europee, Marco Tarquinio, che osa rimettere in discussione in senso costruttivo e positivo la Ue, uscendo dai manicheismi propagandistici, dalle risonanze nazionalistiche e dai bellicismi obbligati.  Peccato che sia candidato solo nella circoscrizione dell’Italia centrale. Per me poteva essere una interessante ipotesi di voto. Perché non hanno inserito Tarquinio in tutte o almeno in diverse liste circoscrizionali come è avvenuto in altri casi? Probabilmente è una candidatura scomoda per il PD, che tocca nel vivo della carne flaccida di questo partito.

 

 

 

La pubblicità anima equivoca del contropotere

Era aprile del 2022 (due anni avanti Meloni). Massimo Giletti, uno dei “maître a non penser” de La7, in quei giorni di incassi pubblicitari favolosi, giustificati dalla notevole attenzione riservata agli eventi bellici, si lasciò andare ad una vomitevole leccata di regime: “La pubblicità fa la Tv libera”. Una fandonia detta in nome dell’economia di un finto mercato.

Massimo Giletti ha fatto il suo tempo. Non so dove sia finito. Era un personaggio televisivo vuoto come una calza, che lasciava intendere di essere bello e bravo, capace solo di recitare a soggetto, che non sapeva un cazzo, ma lo faceva dire bene agli altri.

Un tempo si diceva che “la pubblicità è l’anima del commercio”, oggi, andando a prestito dalla sociologia gilettiana, si potrebbe dire che “la pubblicità è l’anima di un’informazione drogata”.

Ebbene a distanza di due anni (in piena era meloniana) Corrado Formigli, conduttore di “Piazza pulita”, trasmissione di punta della rete televisiva La7, all’inizio di una lunga serata ha recentemente e testualmente detto ai telespettatori: «Vi chiedo di pazientare per settantacinque secondi di pubblicità, senza cambiare canale, perché la pubblicità finanzia il nostro programma e finanzia anche la nostra libertà e indipendenza».

La7 si erge a unico canale critico verso l’attuale governo di centro-destra e verso il melonismo in genere. Non per questo mi sento di santificarla al punto da considerarla la protettrice della libertà e autonomia dell’informazione grazie alla copiosa pubblicità che la tiene in vita. La pubblicità fa bene a chi la vende, ma fa molto male a chi la beve e la confonde con l’informazione.

Capisco il dovere di legare l’asino dove vuole il potere, che, nel caso di chi lavora a La7, significa pur sempre legare l’asino dove esige l’azienda Cairo, libera (fino a qual punto non saprei) di criticare “il regime” in cui è immersa.

Consiglierei quindi al pur bravissimo Corrado Formigli di smontarsi la testa, di andare piano nelle curve di regime e di non sbandare: la vera democrazia rifiuta certe paradossali equazioni. Attualmente meglio la privata La7 della pubblica Rai, ma mentre la Rai esercita il monopolio del “leccaculismo del potere” (Bruno Vespa e dintorni), non vorrei nemmeno pensare e ancor meno accettare che La7 detenga quello del manierismo critico ad usum delphini (Corrado Formigli e c.).

In conclusione non è accettabile alcun, seppur ironico, ricatto pubblicitario; è pur vero che il pluralismo dell’informazione si fonda anche sugli introiti pubblicitari. Il sistema è questo, ma tra la rassegnazione e l’autocelebrazione vi è una certa differenza.

D’altra parte, a distanza di pochi giorni, e in dirittura finale della campagna elettorale, il direttore del telegiornale de La7 Enrico Mentana ha fatto un’intervista alla premier Giorgia Meloni che più leccaculista di così… quasi da far invidia a Bruno Vespa. I contenuti erano scontati (dopo poche battute ho cambiato canale) però mi è rimasto in testa il fastidioso tono che faceva la solita brutta musica di sviolinata al potere: era chiaramente, come minimo, la stipula di un patto di non più belligeranza col governo.

Probabilmente Corrado Formigli gliela avrebbe fatta in modo diverso, ma evidentemente c’è stata la necessità di aggiustare il tiro e la pubblicità non sarà estranea a questa virata mediatica nei confronti del potere politico. Attenzione quindi alla libertà e all’indipendenza finanziata dalla pubblicità.

Recentemente, in farmacia, mi sono sentito chiedere la sottoscrizione di una tessera per usufruire di sconti sugli acquisti dei tanti generi che vengono venduti nel negozio. Ho risposto, tra il serio e il faceto, ricordando alla simpatica commessa il messaggio proveniente dall’educazione impartitami da mio padre: Äd tésri nin voj miga, n’ho tôt gnanca còlla dal fascio…”.

Non accetto quindi neanche la tessera de La7: ascolto, valuto e decido in proprio, in assoluta libertà di cambiare canale anche e soprattutto in concomitanza con la messa in onda della pubblicità.

 

 

I toni che fanno scoppiare la recita

Mercoledì pomeriggio, al termine della conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del primo ministro albanese Edi Rama a Shengiin, in Albania, ci sono stati dei momenti di confusione dopo che il deputato italiano Riccardo Magi ha tentato di avvicinarsi all’automobile con cui Meloni stava lasciando il cantiere dove sono in corso i lavori per la realizzazione del centro per migranti. È stato però subito ostacolato e poi allontanato da alcuni agenti di sicurezza albanesi appena fuori dal recinto del cantiere, nonostante alcuni suoi collaboratori gridassero «è un parlamentare della Repubblica».

Magi, segretario di +Europa e uno dei dirigenti radicali che hanno favorito la nascita della lista Stati Uniti d’Europa per le elezioni europee in programma nel fine settimana, ha cercato poi di bloccare il corteo di auto in uscita dal campo sventolando un foglio con su scritto “Un miliardo: hotspot elettorale”. È stato però subito fermato e strattonato con modi piuttosto rudi da agenti che dicevano di lavorare per conto del ministero dell’Interno albanese.

Meloni a quel punto ha fatto fermare la sua auto, ne è scesa insieme alla sua segretaria personale Patrizia Scurti, e ha accennato un dialogo con Magi, invitando gli agenti a lasciarlo («Leave him», ha ripetuto la presidente del Consiglio, in inglese). Meloni ha prima liquidato in modo ironico le denunce di Magi sul mancato rispetto dei diritti umani alla base dell’accordo tra Italia e Albania («Se accade questo con le telecamere a un parlamentare, potete immaginare ai poveri cristi che saranno chiusi qua dentro», aveva urlato Magi), poi è tornata sui suoi passi ironizzando un po’ su una presunta ansia di visibilità di Magi proprio in vista delle elezioni europee: «Ho fatto un sacco di campagne elettorali in cui non sapevo se avrei superato la soglia di sbarramento e dovevo segnalare la mia esistenza in vita. Le sono totalmente solidale». (Il Post giornale online)

Spero di non sbagliarmi, ma le battute finali stanno facendo traboccare il vaso della campagna elettorale di Giorgia Meloni: le trovate si sprecano, i bluff si rincorrono, dalle liste d’attesa nella sanità a quelle dei migranti alla inutile passerella in Albania. Un presidente del Consiglio così politicamente e smaccatamente schierato, che si mette tanto in vista e in pista penso di non averlo mai visto.

Intravedo due motivi al di là dello stile personale e caratteriale della premier: la paura di perdere o quanto meno di non stravincere e la megalomania congenita che forse le sta giocando qualche brutto scherzo in Italia e ancor più all’estero dove il due più due meloniano non fa quattro.

Sul piano del consenso credo che il suo elettorato più avveduto e moderato si stia spostando verso Forza Italia o addirittura verso l’astensione. Di conseguenza non le resta altro che andare al pieno incasso del fanatismo neofascista emergente dalle manifestazioni elettorali e/o rincorrere l’estremismo leghista rivedendolo e “scorreggendolo”. I toni quindi, ancor più che le parole, come ha acutamente osservato Monica Guerritore, sono la risorsa dell’attrice, quando le parole cominciano a sciogliersi in bocca e i fatti stanno in poco posto. Ogni occasione è buona per alzare i toni in modo anche sgangherato e inammissibile, le parole si sprecano e si urlano, i fatti si inventano. Ho la netta impressione che la Meloni abbaia come fa il cane: per paura.

D’altra parte i partner di governo e gli amici sembrano più dei congiurati contro di lei che dei leali collaboratori e sostenitori: i guinzagli del potere non funzionano più al massimo, i leghisti gliene combinano di tutti i colori, i forzitalioti si allontanano sempre più dalle sue performance imbarazzanti e inconcludenti.

Quanto alla megalomania, si è vista crollare gente molto più in gamba di lei e che la sapeva molto più lunga. D’altra parte non ci si può cambiare mentalità e personalità e chi le consiglierà un po’ di moderazione verrà visto come un traditore: è la triste fine dei presuntuosi.

Giorgia Meloni è questa e non può che (non) fare e dire le cose che appaiono. Un fenomeno da baraccone politico, che rischia di seppellire la politica sotto le nostalgie fasciste e sotto le picconate istituzionali e anticostituzionali. Altro che donna intelligente come molti la giudicano: sono stanco di sentire questa pietosa fandonia. È un personaggio estremamente pericoloso proprio perché pieno di arroganza e vuoto di intelligenza.

Assomiglia per certi versi a Berlusconi: è una vignetta anche poco simpatica di questo suo predecessore, in quanto ne ha solo i difetti e non ne ha nemmeno minimamente le doti personali, le intuizioni sociali e le radici imprenditoriali. Una donna con le palle? Sì, quelle che stanno per menzogne.

Non so se sia utile all’opposizione spingere sull’acceleratore della polemica come ha fatto Riccardo Magi (in modo peraltro ineccepibilmente provocatorio e politicamente invasivo): o pensano che la rana si stia talmente gonfiando da essere in procinto di scoppiare e che quindi possano bastare mirate e velenose punture di spillo o altrimenti rischiano di fare il suo gioco. Ricordiamoci sempre di cosa diceva Montanelli del fenomeno berlusconiano: è una malattia che deve fare il suo corso per creare gli anticorpi. Mi sembra che la similitudine possa attagliarsi al caso. Non bisogna avere fretta, siamo ancora nel pieno dell’infezione, verrà un giorno…sperando che non sia troppo tardi.

 

 

 

 

Macron esclude solo la pace

Emmanuel Macron torna a “porre la questione” di un invio di truppe occidentali in Ucraina se la Russia dovesse sfondare la linea del fronte nella guerra in corso da oltre 2 anni. In un’intervista all’Economist, che solleva lo stesso polverone già provocato nelle settimane scorse, con gli alleati europei contrari a questa ipotesi, il presidente francese ribadisce che “nulla può essere escluso”.

“Se i russi dovessero sfondare le linee del fronte, se ci fosse una richiesta ucraina – cosa che oggi non avviene – dovremmo legittimamente porci la domanda”, dice Macron, secondo cui “escluderlo a priori significa non imparare la lezione degli ultimi due anni”, con i Paesi della Nato che avevano inizialmente escluso l’invio di carri armati e caccia a Kiev prima di cambiare idea.

“Come ho detto, non escludo nulla, perché siamo di fronte a qualcuno che non esclude nulla”, ribadisce Macron al settimanale britannico, in un riferimento a Putin. “Probabilmente siamo stati troppo esitanti nel fissare dei limiti alla nostra azione nei confronti di qualcuno che non ne ha più e che è l’aggressore”, afferma il presidente, indicando il suo “chiaro obiettivo strategico: la Russia non può vincere in Ucraina”.

“Se la Russia vince in Ucraina, non avremo più sicurezza in Europa – scandisce – Chi può pretendere che la Russia si fermi lì? Quale sicurezza ci sarà per gli altri Paesi vicini, la Moldavia, la Romania, la Polonia, la Lituania e tanti altri? E oltre a questo, che credibilità abbiamo noi europei che avremmo speso miliardi, che avremmo detto che era in gioco la sopravvivenza del continente e che non ci saremmo dati i mezzi per fermare la Russia? Quindi sì, non dobbiamo escludere nulla”. (Adnkronos)

Le reiterate prese di posizione di Macron sono sostanzialmente in linea con quelle (già commentate) di Stoltenberg, segretario generale della Nato. Non so se siano dovute alla solita smania protagonistica francese (la grandeur), alla volontà di primazia a livello strategico europeo e occidentale, al clima (che sembra irreversibile) di guerra strisciante, all’altrettanto consueta tattica di reagire alle debolezze interne mostrando i muscoli all’esterno, alla candidatura a interlocutore principale di Putin (dalle telefonate si passa alle minacce), alla ricerca di visibilità elettorale in vista della prossima consultazione europea. Probabilmente e irresponsabilmente di tutto un po’.

Non c’è che dire aveva ragione mia sorella Lucia quando, con la sua solita schiettezza di giudizio, si lasciava andare e parlava di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto. Un conto è essere superiori su basi oggettive (atteggiamento già difficile da accettare), un conto è ritenersi aprioristicamente migliori (atteggiamento da respingere al mittente). Faccio fatica a sopportare coloro che si ritengono primi della classe e lo sono veramente, figuriamoci con quanti si spacciano primi della classe senza esserlo.

Sono convinto che la Francia, come del resto l’Italia, abbia parecchi scheletri nell’armadio da nascondere a livello internazionale e, invece di cercare di instaurare collaborazioni e solidarietà, preferisca la fuga in avanti. Non prenderei quindi sul serio le sparate macroniane, anche se è preoccupante il clima che, bene o male, le giustifica o, quanto meno, le sopporta.

A maggior ragione urgono iniziative concrete e pressanti del governo italiano e dell’Europa alla ricerca di un dialogo, che, se non è un fine in sé e per sé, è almeno un mezzo imprescindibile per raggiungere un clima più costruttivo nei rapporti tra gli Stati.

Purtroppo le pubbliche opinioni non si rendono conto della posta in gioco, pensano ad una guerra sfogatoio, un male (quasi) necessario, ed anche le uscite di Macron vengono inquadrate in questa irresponsabile visuale bellicista di maniera.

Non c’è nessun protagonista sulla scena mondiale che abbia il coraggio di usare efficacemente qualche parola di pace. Sol l’occhio di Sergio Mattarella esprime un guardo di pietà, ond’io guardo a lui e dico: Ecco la bellezza della pace! (libera parafrasi di “Improvviso” da Andrea Chénier di Umberto Giordano – libretto di Lugi Illica).

Si dirà: meglio essere sinceramente profeti di guerra che ipocritamente profeti di pace. Questo è lo schema politico-culturale dominante nel mondo. Non ci sto. Per la pace, come per la salute, non si può mai dire che non ci sia più nulla da fare.

Il noto motto di San Paolo, spes contra spem (Rm. 4,18), “la speranza contro ogni speranza”, può essere ritradotto nel nostro tempo con le parole “essere speranza” per “dare speranza”. Quando la speranza umana viene meno, c’è sempre la speranza teologale che non verrà mai meno. Emanuel Macron si tenga la sua realpolitik, io mi tengo la mia speranza da giocare a livello diplomatico, ma, prima e dopo la diplomazia, anche e soprattutto a livello umano e cristiano.

 

La rondine europeista e l’inverno nazionalista

Nel giorno della Festa della Repubblica il capo dello Stato parla di Italia, Costituzione, Europa. Un passaggio del messaggio dell’inquilino del Quirinale non piace alla Lega. «Con l’elezione del Parlamento europeo consacreremo la sovranità della Ue», dice Mattarella. La prima reazione è di Claudio Borghi senatore della Lega molto ascoltato da Salvini. «Se il presidente pensa davvero che la sovranità sia dell’Unione europea invece che dell’Italia, per coerenza dovrebbe dimettersi, perché la sua funzione non avrebbe più senso». Scende in campo il leader, nonché vice-premier, e l’attacco al Colle diventa qualcosa di più serio: «Oggi c’è la festa della Repubblica, oggi è la festa degli italiani, della Repubblica, non della sovranità europea».

Forza Italia con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, con una posizione che ben disegna le distanze esistenti in maggioranza sulla politica europea: «Ogni scelta anti europea è deleteria per l’Italia. Fa bene Mattarella a sottolineare la nostra prospettiva europea. Gli esprimo la mia solidarietà per gli attacchi che ha ricevuto». Anche Maurizio Lupi si smarca e pizzica la Lega ricordando che fu tra i partiti a votare per Mattarella.

Certamente non si può avere dubbi su quale sia la “visione” di Sergio Mattarella che a pochi giorni dal voto fissa la sua linea. «… i Padri della Patria erano consapevoli dei rischi e dei limiti della chiusura negli ambiti nazionali e sognavano una Italia aperta…».

 Parole non proprio simili a quelle pronunciate poco dopo da Giorgia Meloni: torniamo «all’idea di Europa, che era una idea di Europa che immaginava che la sua forza, la forza della sua unione, fosse anche la forza e la specificità degli stati nazionali». (dal quotidiano “Avvenire”)

La richiesta di dimissioni del Presidente Mattarella faceva letteralmente “sbudellare dal ridere”. Il problema non è quello. La marcia indietro di Matteo Salvini è oltre modo vergognosa, ridicola e senza dignità. L’imbarazzo di Giorgia Meloni è palpabile: sostanzialmente è d’accordo con la Lega a cui tenta di spillare voti, ma non può avventurarsi in acrobazie antieuropee e allora non le resta che fare il pesce in barile. Le (di)visioni all’interno della maggioranza emergono con una certa chiarezza: in propaganda veritas!

Queste elezioni europee nelle intenzioni di Giorgia Meloni dovrebbero essere una prova della sua forza e della tenuta stagna della sua maggioranza, si stanno rivelando una prova della sua debolezza politica e del traballante vivacchiare tra i partiti di governo. La comica finale sarà nel come si collocheranno nel Parlamento europeo e nel gioco parlamentare conseguente. La Lega con gli estremisti di destra, Forza Italia coi popolari, Fratelli d’Italia coi conservatori, Giorgia Meloni con le mani libere pronta a saltare su qualsiasi maggioranza le dia visibilità e prestigio.

Gli osservatori e commentatori sostengono che ci siano in ballo due visioni di Europa, personalmente non ne vedo alcuna: gli italiani sono costretti a votare a casaccio. Gli elettori orientati verso il centro-destra ne hanno avuto una clamorosa dimostrazione in questi giorni con la querelle contro il Presidente della Repubblica. A regola di briscola non dovrebbe rimanere a loro che un rigurgito di dignità con l’astensione. Invece chissà come canteranno le urne…

Gli elettori orientati verso il centro-sinistra invece pure. Pur nella nominale adesione all’Europa le numerose liste non danno sufficienti garanzie per un’azione all’interno delle istituzioni sovranazionali volta alla pace, alla giustizia sociale, alla ripresa degli ideali fondativi. Il passato dimostra purtroppo che in Europa tutti i gatti sono bigi. C’è qualche barlume di flebile speranza, ma non è sufficiente a dissipare la nebbia che grava su questa consultazione elettorale.

L’unica voce credibile, autorevole e coerente è quella del Capo dello Stato. Non è un caso che venga sgarbatamente disturbata, istituzionalmente indebolita e politicamente snobbata. Nel frastuono propagandistico vigente sapranno gli elettori ascoltare Mattarella? E una volta ascoltatolo, riusciranno a trovare un voto in linea con un’Italia aperta all’Europa? Io ci sto provando e ammetto di essere in grossa difficoltà. Semmai ne riparleremo…

 

Gli opposti show della politica senza politica

“Eccomi qui in una nuova puntata degli Appunti di Giorgia che però ho deciso di ribattezzare TeleMeloni. Perché l’unica TeleMeloni che esista è questa”. Nuova puntata della serie di monologhi social chiamati Gli appunti di Giorgia, che la premier Meloni pubblica sui propri profili fin dal suo insediamento e che usa per esporre (senza contraddittorio) i provvedimenti del governo e attaccare le opposizioni. In questo caso respinge al mittente le accuse di aver messo il bavaglio alla tv pubblica e ironizza su quel TeleMeloni che l’opposizione le rinfaccia ogni giorno. “Sono solo fake news di una sinistra che, essendo impegnata a occupare la televisione, pensa che gli altri siano come lei. Ma poiché noi siamo molto, e orgogliosamente, diversi dalla sinistra, abbiamo già smontato questa bufala dati alla mano”. (Il Fatto Quotidiano.it)

Il governo italiano si sta trasformando in una operazione mediatica che potremmo definire “Meloni show”. Sotto questo abito professionalmente confezionato non c’è niente, il che non deve tranquillizzare, ma inquietare: il nulla prima o poi verrà svelato, ma nel frattempo cosa sarà avvenuto del e nel Paese?

È lo stesso refrain che viene recitato riguardo all’antifascismo: il fascismo non esiste più e quindi è inutile battere questo tasto, anzi è controproducente parlarne perché alla gente interessano altre cose. A parte il fatto che non riesco più a capire cosa interessi alla gente, bisogna essere consapevoli che fascismo prima e più che regime politico è cultura che ben si attaglia alla trasformazione della politica in uno show.

Come si può contrastare questo deleterio andazzo? In campo mediatico esiste il rischio di creare “l’anti Meloni show”, intelligentemente cavalcato da La7. Meno male che c’è La7! Sì, però la politica è un’altra cosa. Bisogna tornare a discutere di politica evitando di cadere nel tranello dello show a favore o contro Giorgia Meloni. Non chiedetemi come e dove si possa riprendere a fare politica, visto che i partiti non esistono o non hanno gli strumenti adeguati e tendono a ripiegare nello show. Significativa al riguardo l’adesione di Elly Schlein al duello televisivo con la premier (pericolo fortunatamente scongiurato dall’Agcom) e l’idea smaniosa di personalizzare il voto anche da parte piddina con Elly scritto sulle schede elettorali facendo pateticamente il verso a Giorgia (fortunatamente rientrata in extremis).

Occorre sforzarsi di trovare argomenti e occasioni di incontro al di fuori del circuito mediatico altrimenti non se ne esce vivi. La melonizzazione della Rai è in atto. Non solo, addirittura si sta approntando anche la contro-rai con gli appunti di Giorgia, capace di portare croce e di cantar messa. Tutto ruota intorno a lei: c’è chi la ammira, c’è chi la esorcizza, c’è chi la compatisce, c’è chi la prende in giro. O si rompe questo teatrino o si rimane impigliati e paralizzati in esso.

Ricordo come Walter Veltroni, ai tempi in cui era leader del PD, si sforzò di combattere la personalizzazione dello scontro politico con Berlusconi, evitando addirittura di nominarlo, ribattezzandolo come suo mero competitor. Poteva sembrare una velleitaria sciocchezza, non lo era affatto: voleva significare lo sforzo di trasferire la politica dai personalismi ai problemi.

La sinistra politica non è in grado di allestire un teatrino alternativo anche perché non è il suo mestiere, attualmente si limita a confluire nell’anti-Meloni sfruttando gli spazi offerti da La7. Non riesce a portare il discorso su proposte di merito e pensare che non avrebbe altro che l’imbarazzo della scelta, dalla sanità al lavoro, dalla pace all’immigrazione, dall’Europa al resto del mondo.

La personalizzazione della politica è l’anticamera della capocrazia, non basta scimmiottarla a sinistra, urge superarla anche a costo di pagare prezzi elettorali immediati. Occorre che la sinistra riesca a parlare alla gente e con la gente non accontentandosi dei salotti televisivi, mentre invece purtroppo non ha significativa capacità di mobilitazione popolare: una sorta di esercito con i capi (?), ma senza soldati. Tutto ciò mentre alla destra può bastare (almeno nel breve termine) l’arte dell’illusionismo pseudo-popolare.

Giulio Andreotti definì “Porta a Porta” di Bruno Vespa come «la terza camera dello Stato»; oggi tutta la Rai può essere considerata la passerella coordinata e continuativa del premier e suo tramite del governo e della maggioranza parlamentare. La7 fa in modo intelligente e accattivante la parte dell’opposizione extra-parlamentare. Tutto rischia di finire lì. Siamo in un certo senso al fascismo (sarò fissato, ma è così).

Ricordo che mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati Luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

Con una piccola grande differenza. Sempre mio padre mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto) che era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!” Lo stesso popolano dell’Oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed interventiste: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira.

Oggi in Italia (e forse non solo in Italia) le televisioni teatralizzano il clima pro o contro il regime, mancano questi coraggiosi “popolani”, mancano le osterie, mancano i luoghi d’incontro, manca il tessuto sociale: i cosiddetti social non svolgono la funzione critica al regime, ma lo sostituiscono con una “fake form of individualistic government”.

 

 

 

 

Nella zuppiera meloniana non ci sta Zuppi

«Non so cosa esattamente preoccupi la Conferenza episcopale italiana, visto che la riforma del premierato non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa. Ma mi consenta anche di dire, con tutto il rispetto, che non mi sembra che lo Stato Vaticano sia una repubblica parlamentare, quindi nessuno ha mai detto che si preoccupava per questo. E quindi facciamo che nessuno si preoccupa». Lo ha detto la premier Giorgia Meloni, ospite della puntata di Dritto e rovescio, in onda nella serata di giovedì 30 maggio su Rete4, a proposito delle preoccupazioni sollevate dal cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi.

Cosa aveva detto Matteo Zuppi da innervosire così tanto la premier sulle due riforme in discussione, vale a dire il premierato e l’autonomia differenziata? Riavvolgiamo di seguito il nastro.

L’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei nel corso della conferenza stampa di chiusura dell’assemblea generale dei vescovi italiani, a proposito del premierato, attualmente all’esame del Parlamento, aveva sottolineato: «Gli equilibri istituzionali vanno toccati sempre con molta attenzione. Qualche vescovo si è soffermato su questo, esprimendo preoccupazione. A titolo personale posso dire che è necessario tenere presente lo spirito della Costituzione, scritta da forze politiche non omogenee che però avevano di mira il bene comune. Dunque l’auspicio è che ciò che emergerà non sia qualcosa di contingente, cioè che non sia di parte.

Sull’autonomia differenziata, invece, il cardinale non si è espresso direttamente, ma ha detto che c’è preoccupazione. Del resto nel comunicato finale si legge: “Alcuni progetti legislativi rischiano di accrescere il gap tra territori oltre che contraddire i principi costituzionali. È in gioco il bene comune che può e deve essere promosso sostenendo la partecipazione e la democrazia, valori al centro della 50esima Settimana Sociale dei Cattolici, in programma a Trieste dal 3 al 7 luglio». E comunque «non è solo un problema del Sud, ma di tutto il Paese».

Come ha ufficialmente reagito la Cei alla piccata presa di posizione della premier in risposta alle parole di Matteo Zuppi?

Non sono in possesso del testo, ma la Cei ha sostanzialmente affermato che Giorgia Meloni avrebbe preso ben due granchi. Innanzitutto ha confuso la Cei, organo rappresentativo dei vescovi italiani, con la Santa Sede ed ha quindi risposto a vanvera. Il secondo errore della premier consiste nel non accettare le preoccupazioni di un organismo, la Cei, che opera a pieno titolo nel tessuto sociale italiano e che ha tutto il diritto di esprimere le proprie opinioni.

La risposta dei vescovi è molto felpata, ma ben calibrata e tocca nel vivo dell’atteggiamento presuntuoso, ignorante e insofferente alle critiche di Giorgia Meloni. Restando nel metodo, mi sentirei di aggiungere che il riferimento giorgiano ai patti lateranensi la dice lunga sul modo di rapportarsi di questo governo con la Chiesa, che deve starsene zitta ed accontentarsi dei suoi diritti garantiti dal Concordato e semmai guardarsi allo specchio, vale a dire alla forma giuridica dello Stato vaticano.

Mio zio Ennio sacerdote, impegnato eticamente e civilmente contro il fascismo, doveva fare i conti con le idee politiche di una sua sorella, che simpatizzava seppure moderatamente per il Duce.  Questa gli rinfacciava di essere contrario al regime, che in fin dei conti aveva difeso e trattato bene la Chiesa con il Concordato. Mio zio si limitava a controbattere con una battuta quasi di compatimento: «A sì? Non me ne ero accorto…».

L’approccio giorgiano ai rapporti fra Stato e Chiesa è quindi di stampo squisitamente fascista (siamo alle solite…), della serie “guardiamo ognuno in casa propria ed ai propri interessi”, il resto, come il premierato e la Costituzione, non vi deve interessare. Roba proveniente dal peggior anticlericalismo fascista e comunista.

A proposito di opposti anticlericalismi mi sovviene un piccolo episodio di cui fu protagonista mio padre. Durante il lungo conclave per l’elezione del papa, che sfociò nell’elezione di Roncalli quale Giovanni XXIII, in caffè dal televisore si poteva assistere al susseguirsi di fumate nere e qualche furbetto non trovò di meglio che chiedere provocatoriamente a mio padre, di cui era noto il legame, parentale e non, con il mondo clericale (un cognato sacerdote, una cognata suora, amici e conoscenti preti etc.): “Ti ch’a te t’ intend s’ in gh’la cävon miga a mèttros d’acordi cme vala a fnir “.  Ci sarebbe stato da rispondere con un trattato di diritto canonico, ma mio padre molto astutamente preferì rispondere alla sua maniera: “I fan cmé ai temp dal fascio e in Russia, igh dan la scheda dal sì e basta! “. Oggi, facendo un salto storico di oltre sessant’anni, sono convinto che risponderebbe così: “I fan cmé in Italia: decida tùtt la Meloni e s’nin pärla pu…”.

 

 

Il capo dello Stato è Mattarella

Avvertiamo tutti che da tante parti nel mondo proviene un grido di sofferenza, di richiesta di serenità di vita, di progresso, di giustizia, di pace.

L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, convinta partecipe del rapporto transatlantico, dell’amicizia e dell’alleanza in cui questo si esprime, continuerà a impegnarsi – anche nella qualità di Presidente di turno del Gruppo dei 7 – per la tutela – sempre, ovunque, per tutti – dei diritti fondamentali della persona, per la pace e il dialogo tra i popoli e gli Stati, per la giustizia e la solidarietà internazionale, per la lotta alla fame, alle malattie, al sottosviluppo, per la difesa dell’ambiente.

È con pieno affidamento al valore di queste direttrici, sulla base dei principi della nostra Costituzione, che celebriamo il 2 di giugno, guardando al futuro con fiducia e speranza.

Sono le parole del Presidente Mattarella che giustamente festeggia la Repubblica con un impegno gravoso ma doveroso. Non si potrà certo e fortunatamente dire che il Capo dello Stato indulga alla retorica.

Sono più che soddisfatto del suo modo serio e responsabile di ribadire la vocazione alla pace del nostro Paese. Anche il passaggio elettorale europeo dovrebbe risentire di questo drammatico imperativo: non è purtroppo così. Si parla di tutto e malamente, ma la pace, salvo qualche piccola eccezione, resta una parola politicamente vuota.

Mattarella sembra voler dare una scossa benefica, facendo riferimento al ruolo che l’Italia può svolgere con la presidenza di turno del G7: qui però è il governo a dover fare la sua parte e, a mio modesto parere, non la sta facendo né a livello europeo, dove sembra preoccupato soltanto di aspettare il treno delle alleanze, né a livello internazionale dove sembra preoccupato soltanto di baciare le pantofole calzate maldestramente dagli Usa, né a livello culturale dove sembra preoccupato soltanto di imporre la mentalità del capo che arringa i sudditi.

Chiedo troppo se chiedo a Sergio Mattarella di vigilare continuamente e fattivamente, senza timore di esorbitare dai suoi limiti di potere, sull’operato del governo italiano, quale garante dello spirito pacifico della nostra Costituzione? Gli italiani, al di là delle cotte politiche del momento, sono con lui e ne hanno abbastanza di guerre, di armi, di morti e di rovine sparsi per il mondo.

Alle prese con un governo impegnato a dividere il popolo italiano, a farlo letteralmente a fette, provi, meglio dire continui sempre più, a ricucire la nazione con il filo della pace, in tutti i suoi aspetti, sfaccettature ed implicazioni all’interno e in campo internazionale, costi magari anche qualche incidente diplomatico. La pace, intesa in senso lato come a magnificamente evidenziato il Capo dello Stato, val bene un forte, pressante e pertinente richiamo alla fedeltà costituzionale.

E se non ci sarà identità di posizioni e di vedute tra Quirinale e Palazzo Chigi? Ce ne faremo una ragione e sapremo da che parte stare, dalla parte di chi rappresenta l’unità nazionale e garantisce il rispetto della Costituzione nonostante i subdoli tentativi di spostare l’asse di equilibrio.

 

 

Gli imperialismi senza imperi

Condanna su tutti i fronti per Donald Trump da parte dei 12 membri della giuria. Sono 34 i capi d’accusa su cui la corte si è espressa. Verdetto: condanna piena, ma bisognerà attendere l’11 luglio per conoscere l’entità della pena, che potrebbe andare da una multa sino a 4 anni di reclusione. La vicenda vede coinvolto l’ex presidente nella consegna di una somma di denaro alla pornostar, Stormy Daniels, pagata per fare silenzio sui rapporti personali intercorsi tra i due.

É stato un processo farsa”, tuona l’ex presidente Trump, che proclama la sua innocenza e annuncia, tramite i suoi legali, ricorso alla pronuncia. La sua difesa parla di “processo ingiusto, in cui sono stati violati i diritti elementari dell’imputato”. La questione comunque non impedirà a Trump di partecipare alla corsa verso quello che potrebbe essere un clamoroso ritorno alla Casa Bianca. “Il vero verdetto – ribadisce Trump, riferendosi all’Election Day – sarà il 5 novembre”, quando verrà appunto celebrato l’ultimo atto delle presidenziali americane.

E c’è infatti da chiedersi quali saranno le ricadute di questa sentenza su una campagna elettorale sui generis sin dall’inizio. Si fa sentire anche il presidente in carica, Joe Biden: “C’è un solo modo per tenere Donald Trump fuori dallo Studio Ovale: andare alle urne. Nessuno – sottolinea Biden – è al di sopra della legge”. (Vatican news)

Non sono mai stato filoamericano, né culturalmente né politicamente, oggi lo sono ancor meno. La vicenda politico-giudiziaria di Donald Trump dimostra l’enorme crisi in cui è sprofondata la democrazia americana, rischiando di trascinare nel gorgo tutta la democrazia occidentale.

Come è possibile che un simile soggetto continui imperterrito la sua campagna elettorale aizzando il popolo contro la già debole magistratura americana. Come è possibile che nel mondo Donald Trump mantenga tanti fans che si nascondono dietro l’equidistanza tra lui e Biden (vedi Matteo Salvini in Italia e non solo lui)?

Come è possibile che l’opinione pubblica prevalente confini queste vicende sconvolgenti tra le beghe americane di cui ci si può fregare altamente? Non si capisce che la questione riguarda tutto il mondo occidentale. L’unica paradossale consolazione consiste nel fatto che l’impero americano è in forte declino e quindi l’influenza statunitense si è relativamente affievolita.

Come è possibile che il popolo americano mantenga una certa fiducia in questo squallido personaggio: il consenso verso Trump sembra addirittura aumentare, mentre sembra in crisi la candidatura di Biden (ebrei, giovani, e afroamericani per diversi motivi pare che si stiano allontanando dal voto). Questo strano andamento elettorale (speriamo sia soltanto pre-elettorale) dimostra come alla destra sempre più illiberale basti mostrare i muscoli, mentre la sinistra debba conquistare il consenso con la buona politica.

Nel caso di Trump al machismo psico-sociale si aggiunge quello politico-internazionale. Lui solo saprà mettere a posto Putin e Netanyahu, non importa come, interessa soltanto la mera difesa degli interessi della bottega statunitense: l’Europa si arrangi, con la Cina si farà la guerra economica, per la Russia si faranno i conti tra mafia americana e mafia russa, l’Onu vada a quel paese, della Corte penale internazionale chissenefrega, il diritto internazionale non esiste, la Nato metta a posto la contribuzione finanziaria dei suoi Stati-membro altrimenti ognuno si farà i cazzi suoi, gli ebrei avranno carta bianca, etc. etc. Ci avviamo sempre più verso il  mondo in cui il vaso di coccio europeo dovrà vedersela coi vasi di ferro imperiali di Usa, Cina e Russia. L’unica speranza è che questi imperialismi siano a scarso di impero.

Alla prospettiva di questa autentica catastrofe mondiale Joe Biden risponde balbettando giaculatorie belliciste, fervorini pseudo-pacifisti e cavolate pseudo-diplomatiche. Mia madre di fronte a questo casino internazionale direbbe: «J american i fan i rus, i rus i fan j american, i cinez i fan coj e chiätor, podral andär bén al mónd?».