La mummia americana e la ballerina de noantri

G7, la leadership paralizzata dell’Occidente davanti a guerre e crisi che avanzano. Dietro i lustrini del summit, la pochezza delle decisioni, e un mondo ostile, impoverito e non rappresentato. Biden immobile, spaesato, ricorda il Breznev mummificato sulla Piazza Rossa, simbolo dell’Urss morente. (La Stampa – Domenico Quirico)

Sintesi perfetta! Mi permetto solo di aggiungere alcune mie riflessioni, brevi e piuttosto acide.

In questo tragicomico balletto si è aggirata una prima ballerina, roba da fare invidia a Carla Fracci.

A proposito di balletti (che lui non poteva soffrire), mio padre mi raccontava come sul palcoscenico del teatro Regio durante una rappresentazione (non ricordo se di Gioconda o di Aida) i ballerini non si reggessero in piedi a causa delle “merde” dei cavalli, abbagliati ed emozionati dalle luci della ribalta. Furono costretti ad intervenire alcuni inservienti per ripulire gli spalti: lascio ai lettori immaginare le risate del pubblico.

Al teatro Regio giustamente si rideva, in collegamento col G7, svoltosi in Puglia, si sarebbe dovuto piangere, invece appalusi a scena aperta a Giorgia Meloni, la più eclettica ed insulsa dei protagonisti di una stagione politica infame.

Seconda riflessione. Non ho capito cosa sia andato a fare al G7 papa Francesco: come scritto in un mio precedente commento, prima di arrivare a destinazione aveva sferzato quelli che si sentono potenti e sono miseramente deboli. Sembrava quasi una stoccata alla Enzo Iannacci, invece c’era di mezzo il Vangelo. Al summit baci, abbracci e bisbigli diplomatici. Gesù a dir poco avrebbe impugnato una frusta…

Terza riflessione. Possibile che negli Usa non ci sia nessuno capace di invitare caldamente Joe Biden a ritirarsi in buon ordine per motivi di salute personale e di salute pubblica mondiale. Il rischio infatti è di fornire un perfetto assist a Donald Trump. Una mia carissima amica, tempo fa, aveva pronosticato, in clima hollywoodiano, la candidatura alla Casa Bianca di George Clooney: una bella provocazione. Magari sulla deprimente scena politica internazionale potrebbe costituire un’americanata pazzesca ma anche una ventata di affascinante protagonismo cinematografico, altro che la claudicante ballerina de noantri.

 

 

 

 

Le giocatrici “al politico”

Devo confessare che, dal punto di vista mentale, la sto facendo grossa, rischiando la più acrobatica e presuntuosa delle opinioni controcorrente nonché il più volgare dei giudizi maschilisti. Non ne posso proprio più e la sparo a costo di scandalizzare.

Le tanto osannate Giorgia Meloni ed Elly Schlein mi sembrano due bambine che giocano “al politico”. Tra bambini di sesso diverso un tempo si giocava “al dottore”, prefigurando infantilmente i giochi erotici poi sognati nell’adolescenza, realizzati nella giovinezza, sprecati nella maturità e rimpianti nella vecchiaia.

Sono veramente stanco di vedere l’attenzione quasi esclusiva puntata su due donne, che, pur ammettendone le dovute differenze sul piano etico, culturale e politico, pur rischiando un’analisi piuttosto spietata e sommaria (da non prendere alla lettera, ma come provocatorio invito a giudicare spassionatamente), non hanno proprio niente per essere leader credibili: una storia poco interessante, una cultura molto debole, un’esperienza purchessia, una personalità sfuggente, un’eloquenza manierata, una intelligenza modesta, un carisma fumoso. Mi fermo qui.

In realtà sono due leader di cartongesso, due personaggi mediaticamente scelti per riempire il vuoto pneumatico della classe dirigente politica: bisogna pur interessarsi di qualcuno, non si può tacere e allora bisogna inventarsi due Italie per due vincitrici delle elezioni europee (La Stampa).

Per Giorgia Meloni il gioco si sta facendo sempre più difficile: non le basta giocare al politico, vuole giocare allo statista, nonostante i continui e inquietanti impeachment a livello di neofascismo, sui quali  non trova di meglio che farsi scudo dietro gli indecenti Italo Bocchino e Mario Sechi (specializzati nella difesa dell’indifendibile) o glissare per evitare guai peggiori oppure tacere per non perdere la faccia verso il suo impresentabile zoccolo duro che tuttavia le dà voti e soprattutto le garantisce la continuità con un tesoretto storico-culturale inconfessabile ma irrinunciabile.

L’unica vincitrice tra i premier europei e mondiali, usciti malconci dalle urne o comunque assai deboli come protagonisti al limite dei comprimari, deve illudersi di poter essere una primadonna e molti la considerano tale e la stanno spingendo sulla scena convincendola, semmai non lo fosse già in proprio, di essere la miglior fica del bigoncio.

Vorrei capire su quali basi la giudicano intelligente, in che senso la considerano furba, come fanno a sopportarne l’arroganza, con quale coraggio la vedono una donna decisa (a cosa?), con quanta generosità la vedono adatta a guidare un Paese in una fase storica così drammaticamente problematica.

Personalmente sono rimasto al giudizio lapidario che ne diede Edith Bruck, non certo l’ultima arrivata, all’indomani della sua vittoria nelle elezioni politiche del settembre 2022: «Le donne devono avere accesso alle più alte cariche dello Stato. Meloni sarà la prima donna premier (in Italia n.d.r.) e questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Nei campi di concentramento, le kapò che ho incontrato erano peggiori degli uomini: inumane, cattive. Non è un fatto strutturale, naturalmente, ma di contesto. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna al posto di comando riesca a essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo». (dal quotidiano La Stampa del 27 settembre 2022)

Invito chi mi legge a verificare il giudizio di Edith Bruck alla luce di questi quasi due anni di premierato meloniano. Potremmo dire: come volevasi dimostrare. Ha ancor più persone intorno a tutti i livelli che la ritengono dotata di palle, mentre in realtà le uniche sono quelle che racconta e che molti credono, non so fino a quando. Ha pessimi consiglieri che non la aiutano a governare, ma solo a vincere (se vincere può voler dire anche perdere oltre 600.000 voti). I media di cui si è proditoriamente impadronita la incensano a più non posso, gonfiano la mongolfiera, saltano sul carro del vincitore prima e dopo averla issata sul carro.

Se Berlusconi era un leader di plastica, Giorgia Meloni non è da meno, infatti, come dice simpaticamente Marco Travaglio, ne è un clone, aggiungo io, a dispetto del “Santo” di Arcore. Non so se piaccia veramente alla gente che la vota, forse i più la stanno a guardare e la sopportano in attesa che da bambina viziata si trasformi in vera donna con tutte le auto-conseguenze del caso.

E passiamo ad Elly Schlein. Se la Meloni mi indispettisce a prescindere dal neofascismo che sta nel suo dna e che si trasforma in autoritarismo che sprizza dai pori della sua pelle, la segretaria del PD mi fa compassione dal tanto che mi appare inadeguata al ruolo. Ad Elly Schlein si attaglia la gag calcistica immaginata da mio padre: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion » (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

Non ha il carisma, la preparazione, la sensibilità e la personalità che sarebbero necessarie per guidare un partito di sinistra. Mio padre (e dalli…) a volte, quando era costretto ad esprimere giudizi su diverse persone nei vari campi in cui operavano (politica compresa) si accontentava di concedere sommessamente e solamente: «Al ‘n é miga un gabiàn…». Non ho approfondito e stabilito da dove venisse questo suo modo di dire: probabilmente il richiamo al “gabbiano” era dovuto al fatto che questo uccello si diverte a rovistare nella spazzatura, nel “rudo” e quindi non dimostra di essere un mostro di furbizia. Per Elly Schlein possiamo concludere che non è una gabbiana: poco per essere la rappresentante in pectore di un’altra Italia.

Come abbia fatto a scalare la cima del monte piddino resta tuttora un mistero: il fascino della novità in mezzo alla più vuota continuità, una donna giovane che imbarazza gli uomini del partito, una ventata di aria fresca sotto la cappa di aria pesante. Ho cercato ripetutamente e seriamente di trovare questi elementi di speranza, ma non li ho trovati. Qualcuno mi dice che sono schiavo di un passato legato a personaggi di statura politica altissima e quindi rischio di essere un nostalgico. Un po’ è vero, lo ammetto, ma senza tirare in ballo i mostri sacri del pantheon piddino (Moro, Berlinguer e Prodi per tutti), venendo ad un passato più recente vale a dire ai Veltroni, Franceschini e Bersani (mi fermo lì perché effettivamente dopo c’è stata una contradditoria successione di personaggi comunque di livello), emerge un gap qualitativo incolmabile anche con le migliori intenzioni.

Elly Schlein è umanamente assai più accettabile di Giorgia Meloni, è portatrice di una linea politica lontana mille miglia dall’inqualificabile e insensato populismo di destra della Meloni, non ha scheletri nell’armadio della storia come succede al partito di Fratelli d’Italia, che pensa di coprire tutto con i consensi elettorali (chi è votato infatti non ha sempre ragione, addirittura in breve volgere di tempo può passare dall’altare alla polvere con la risurrezione persino eccessiva degli scheletri sepolti o dimenticati).

Anche lei però, pur concedendole un’ammirevole umiltà e una trasparente sincerità, mi dà l’impressione di improvvisarsi o di essere improvvisata come fantomatica salvatrice del popolo della sinistra, di giocare a fare il segretario del PD e la federatrice dell’area di centro-sinistra. Ultimamente ha finalmente detto qualcosa di sinistra a trecentosessanta gradi esprimendo, come scrive Annalisa Cuzzocrea su La Stampa, preoccupazione per le diseguaglianze del Paese, per i problemi di chi ha un lavoro precario e non ha casa, di chi è italiano a tutti gli effetti e non ha cittadinanza, di chi ha bisogno di cure e non se le può permettere, di chi si sente escluso e va tenuto dentro. Non basta per trascinare un partito, per assemblare un’area, per convincere gli elettori, per candidarsi a governare un Paese.

Queste due donne si stanno sostenendo e valorizzando a vicenda: il discorso è pilotato da Meloni e subìto, in un certo senso, da Schlein. La personalizzazione dell’una aiuta la personalizzazione dell’altra!? Personalizzano senza personalità. Rischiano di brillare tatticamente di luce riflessa. Può andar bene per chi ha (Meloni) un concetto pragmatico dell’esercizio del potere, non è assolutamente raccomandabile a chi dovrebbe avere (Schlein) un concetto ideale di potere al servizio della (povera) gente.

 

 

 

Il convitato di pace

«La mentalità mondana chiede di diventare qualcuno, di farsi un nome a dispetto di tutto e di tutti, infrangendo regole sociali pur di giungere a conquistare ricchezza. Che triste illusione! La felicità non si acquista calpestando il diritto e la dignità degli altri». Un’evidenza che si manifesta in tutta la sua drammaticità oggi. «La violenza provocata dalle guerre mostra con evidenza quanta arroganza muove chi si ritiene potente davanti agli uomini, mentre è miserabile agli occhi di Dio. Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti! (Papa Francesco per la Giornata mondiale dei poveri)

Il teologo e biblista padre Alberto Maggi sostiene che il fato non esista e allora da chi viene la strana combinazione tra la celebrazione della Giornata dei poveri e quella del G7? Ci ha pensato il Papa a mettere in corrispondenza i due fatti con le parole di cui sopra. Miglior biglietto da visita non poteva presentarlo ai grandi (?) della terra riuniti a Borgo Egnazia, che si apprestano ad accoglierlo.

Due potenti richiami: uno all’umiltà perché “Dio abbatte i superbi e innalza gli umili”, uno alla pace perché è il bene supremo, premessa e conseguenza di ogni altro bene. Si parlerà di intelligenza artificiale, ma la lingua dovrebbe battere dove duole il dente della guerra.

L’accordo tra i partecipanti al G7 è stato prontamente trovato sugli aiuti all’Ucraina tramite la confisca degli utili provenienti dai beni russi congelati: non un granché come atto di generosità verso l’Ucraina, oltre tutto di dubbia agibilità e di chiara provocazione verso la Russia. Se si pensa di avviare processi di pace in questo modo…

Assai meno facilmente è stato trovato l’accordo sul diritto all’aborto che è stato strumentalizzato da Macron per togliere la sordina elettorale dalla sua partecipazione al vertice nonché da Giorgia Meloni che ha voluto far credere di essere forte dopo la vittoria elettorale con il suo penoso “Dio, patria e famiglia”.

Non sono né abortista né antiabortista e quindi non mi piace nel modo più assoluto che questo argomento così delicato sia stato oggetto di meschine trattative tra i cosiddetti potenti della terra. Siamo alle reciproche ipocrisie. Le donne hanno bisogno di altro rispetto ai finti progressismi francesi e agli opportunistici revanchismi italiani.

Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, dall’alto del suo pulpito politico-culturale, se ne è uscito così: «Non so se a un G7 a cui partecipa anche il Papa fosse opportuno citarlo (l’aborto, ndr), se hanno scelto di non metterlo ci sarà una ragione più che condivisibile».  Dalla padella alla brace: dalla falsa querelle sulla pelle delle donne alla messa in discussione della laicità della politica. Evviva gli ignoranti prestati alla politica.

Avevo espresso dubbi sulla opportunità della scelta papale di partecipare a questo consesso in quanto esisteva il rischio di offrire un perfetto assist al governo italiano e alla sua premier. Come volevasi dimostrare: la premier ha restituito il favore con questa stupida impuntatura antiabortista, come se il Papa fosse un questuante alla ricerca di piccoli favori etici.

Non resta che sperare nello Spirito Santo, che, come dicevo all’inizio, ha messo a confronto l’arroganza dei grandi con la sofferenza dei piccoli. L’arbitro (il Papa) ha detto di stare dalla parte dei piccoli e loro cercheranno di corromperlo con salamelecchi, promesse e inchini.

Avere le riforme in pugno

Altro che dialogo. Sulle riforme si consuma una delle pagine più tristi della storia parlamentare. Tra violenza fisica, violenza verbale e violenza di gesti tristemente evocativi, alla Camera dei deputati si perde il senso della misura, e la battaglia sull’autonomia differenziata sfugge non solo al bon ton (cosa tutt’altro che nuova negli emicicli), ma va oltre i limiti della decenza. La segretaria del Pd Elly Schlein chiede l’interruzione dei lavori, impossibili «in un clima di violenza». Lo stesso grida il presidente di M5s Giuseppe Conte. Sconcertato, il presidente della Camera Lorenzo Fontana sospende i lavori e convoca la conferenza dei capigruppo. 

(…)

Dopo un nuovo stop, il pentastellato Leonardo Donno va verso il ministro Calderoli e gli porge la bandiera nazionale. Calderoli la schiva, pur trattandosi del Tricolore (salvo poi spiegare: «Non bisogna mai cadere nelle provocazioni. Non so con che intenzioni uno si avvicini»). Ed è lì che scoppia la rissa in cui si “distingue” il leghista Igor Iezzi, che sferra diversi pugni. Donno crolla a terra, poi lascia l’emiciclo su una sedia a rotelle. In serata citerà tra i suoi aggressori anche Candiani (Lega) e Cangiano e Amich di Fdi. Dall’ospedale Santo Spirito, dove è stato condotto per accertamenti, ha resto noto l’intenzione di denunciarli: «Mi hanno colpito allo sterno, mi hanno tolto il fiato». (dal quotidiano “Avvenire”)

Le riforme devono passare a tutti i costi: ringalluzziti dal risultato elettorale i parlamentari di FdI e Lega la mettono giù dura, passano alle vie di fatto. Ma cosa volete che sia una scarica di pugni ad un avversario politico!? Un incidente di percorso. Andiamo pure avanti così, da cosa nasce cosa e alla fine dove si arriverà non si riesce a capire. Qualcuno sorride, riducendo il tutto alle solite manfrine parlamentari, fidandosi degli anticorpi democratici in grado di resistere ai colpi intimidatori. La nostra democrazia ha gli anticorpi, ma come succede per i virus, anche se uno è vaccinato, non per questo deve sottovalutare il rischio di ammalarsi di nuovo.  E la democrazia italiana mi sembra a rischio virale forte.

Sarà squadrismo? La storia tenderebbe a dire di sì e imporrebbe una seria presa di distanza. Ma cosa volete mai, la premier Meloni è in tutt’alte faccende affaccendata, il presidente della Camera non sa nemmeno quel che sta facendo, in molti si sono montati la testa e pensano che i dibattiti parlamentari siano un lusso per i radical-chic, che il popolo ne abbia piene le scatole dei riti e voglia politici che vanno per le spicce, che Giorgia… uber alles.

La storia si ripete con maschere diverse e oggi abbiamo il nazionalpopulismo che è diverso dal fascismo perché non si scaglia violentemente contro la democrazia ma più perversamente la vuole smantellare sventolandone il vessillo, come l’indipendentismo catalano che ha ingannato tutti spacciandosi per democratico. Come le destre europee che non vogliono più uscire dall’Ue ma svuotarla da dentro. Serve spiegare, oggi più che mai. (La Stampa – dall’intervista a Javier Cercas, scrittore spagnolo)

Nel mio piccolo sono perfettamente d’accordo, anche se certe manifestazioni esterne e sintomatiche di fascismo all’antica possono essere un corollario al nazionalpopulismo moderno. Ecco perché preferisco, come si suol dire, stare nei primi danni e con le antenne ben dritte.

Mi permetto di dare un consiglio ad Elly Schlein: attenzione a non farsi tirare nella presuntuosa e devitalizzante reciproca legittimazione. Attenzione a non sacrificare la sacrosanta intolleranza verso metodi di stampo fascista e verso contenuti di tipo nazionalpopulista sull’altare del riconoscimento del Pd quale interlocutore egemone. Potrebbe essere una trappola fatale!

Tollera oggi, tollera domani, un saluto fascista oggi e uno domani, una sottovalutazione oggi e una domani: non dimentichiamoci che sul fascismo e i suoi metodi non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.

 

Le nozze europee coi politici secchi

La verità, che nessuno ammetterà, è che l’unità politica dell’Europa sta trasformandosi in un fantasma. Gli Stati fondatori conoscono la crisi forse definitiva dei soggetti politici che l’avevano pensata. Gli Stati che via via si sono aggregati concepiscono l’unità in funzione e in difesa dei propri interessi nazionali e non nel senso di una limitazione della propria sovranità. Nessuno di loro accetterebbe mai l’art. 11 della nostra Costituzione. Su tutto questo incombono le elezioni americane. L’Occidente, piaccia o no, dalla prima Grande Guerra non è più europeo, ma americano. L’ultima parola spetta per forza e per diritto a questo Impero, e, Incredibile dictu, a pronunciarla, salvo catastrofi dell’ultima ora, saranno Biden o Trump… (“La Stampa” – Massimo Cacciari – filosofo, saggista, politico e opinionista)

La fotografia della situazione europea è perfetta anche se deprimente. Non rimane che rassegnarsi ad un’Europa esclusivamente finanziaria e tecnocratica guidata dai mercati e coordinata dalle banche centrali, con a capo, nella migliore delle ipotesi, un personaggio come Mario Draghi (sarebbe il meglio del peggio)?

Occorrerebbe una vera e propria rifondazione della Ue. Condotta da chi a livello di Stati e di classe politica? La Francia e la Germania versano in una situazione di gravissima debolezza e senza di loro nessun processo unitario può esistere. I personaggi che si aggirano sulla scena sono pateticamente inadeguati. Ci apprestiamo a vivacchiare in attesa di tempi ancor peggiori.

Eppure la speranza è l’ultima a morire.

Quali sono i fattori negativi da tempo in azione, se vogliamo, esplosi nelle urne della recente consultazione elettorale europea, e che stanno devitalizzando progressivamente l’Unione europea?

Il principale partito, il Ppe, ha perduto totalmente la sua ispirazione cristiana e con essa la sua vocazione europea: è diventato un partito di puro mantenimento e di mera gestione del potere senza alcun slancio riformatore, un partito galleggiante sui problemi, senza un minimo di fantasia, un partito doroteo. Speriamo faccia almeno da argine rispetto alle destre estreme in odore di vittoria, senza scendere più di tanto a patti col diavolo neofascista e neonazista.

Il socialismo democratico ha perso il mordente riformista e più che costituire il contraltare progressista del Ppe ha finito col diventare simile ad esso sprecando cultura, storia, esperienza e legami sociali. Usando una metafora che avviai all’inizio degli anni novanta, è diventato la seconda bottega in cui entrare per acquistare e consumare i surrogati della politica.

La gente è passata da un’iniziale interesse per il processo di unificazione europea allo scetticismo se non addirittura all’ostilità, influenzata dal problema migratorio e dai rigurgiti nazionalisti (sovranismo) e dalle spinte dell’antipolitica (populismo).

Il circolo è vizioso e romperlo non sarà certamente facile. Intravedo la via della riscoperta valoriale, per la quale il cristianesimo, al di là del formale inserimento dei principi nello Statuto, può rappresentare uno stimolo alla rinascita degli ideali di pace, solidarietà e giustizia che dovrebbero stare alla base dell’Unione europea. Questa spinta però non può venire solo dall’alto delle gerarchie ecclesiali, ma anche e soprattutto dalla base, vale a dire dalle coscienze rinverdite dei credenti.

Lo stesso discorso vale in senso laico per il socialismo democratico: per trovare il problematico approccio al riformismo moderno bisogna partire dai valori e non dai problemi apparentemente insolubili e non dalle emergenze sempre più normalizzate e sfuggenti. All’Europa manca il respiro del polmone socialista: nemmeno i verdi riescono a scuotere i socialisti in senso pacifista e solidarista (si pensi al fatto che in Germania i verdi sono più bellicisti dei socialisti).

Per la gente demotivata, astensionista e confusa dovrebbero essere i giovani a gettare il sasso nel pantano, a smuovere le acque: non soffrono i retaggi del passato, credono nel superamento delle barriere territoriale e culturali, hanno un loro modo di intendere la politica al di fuori degli schemi tradizionali.

Questi discorsi valgono anche per il nostro Paese, che sta dando una verniciata equivoca all’europeismo con un governo che finge di credere all’Europa per puro opportunismo politico e si pone in atteggiamento passivo rispetto agli Usa e alla Nato. All’attuale governo italiano le cose vanno bene così: c’è modo di meglio nascondere le proprie vergogne in un contesto amorfo e bloccato.

Sono diversi i pretendenti al collegamento col Ppe: gente che vuole succhiare la ruota europea guardandosi bene dal contribuire a qualche cambiamento; probabilmente saranno tutti spiazzati da Giorgia Meloni che riuscirà a tenere i piedi in due scarpe aiutata semmai dalla calzolaia Ursula.

A sinistra forse qualcosa si sta muovendo: gli unici socialisti (mi riferisco al Pd e ad Avs) ad aver raccolto un po’ di consenso in più. Attenzione a non sprecarlo nelle solite diatribe divisive e inconcludenti.

Quanto alla gente italiana e ai giovani italiani non saprei cosa dire. Vale quanto detto su scala europea, il discorso però è complicato da politiche che soffiano sul fuoco dell’anti-immigrazione e da non politiche che spingono i giovani ad emigrare.

I cattolici italiani poi sono un mistero: stando alle indagini sociologiche, desidererebbero un centro moderato mentre la politica bene o male va verso un bipolarismo spiazzante per formazioni centriste non subalterne a FdI e Pd. È pur vero che l’attuale quadro partitico è molto precario, ma la DC è irripetibile, il PD è troppo radicale e laico, FdI non può stare alla destra del Padre, Forza Italia puzza di berlusconismo, un nuovo partito è roba da visionari. Rimane l’impegno europeista di cui sopra, anche se la noce di Marco Tarquinio nel sacco del Parlamento europeo farà poco rumore. Ricordiamoci che potrebbe bastare un pizzico di lievito per far fermentare la farina europea.

C’è da dire una cosa per quanto riguarda l’Italia (en passant l’ha detto molto acutamente anche Cacciari). L’articolo 11 della nostra Costituzione recita così: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Siamo d’accordo? Pensiamo che in occasione della festa della Repubblica, al Presidente Mattarella, per averla parafrasata nel suo intervento celebrativo, qualcuno ha chiesto le dimissioni. Povera Italia e povera Europa!

 

 

Sempre più a destra per morire antieuropei

L’Italia, ancora una volta nella storia europea, fa purtroppo scuola, e l’ombra nera dei fascismi torna ad allungarsi sull’Europa. Quando troppo a lungo la democrazia non riesce a costruire giustizia sociale, inclusione ed eguaglianza, alla fine la democrazia stessa viene scartata e le democrazie si suicidano. E non si vede all’orizzonte una possibile inversione di marcia. (Tomaso Montanari – storico dell’arte e saggista)

Il recentissimo voto segna per l’Europa una doppia sconfitta, spero non irrimediabile, ma assai compromettente. L’Ue incassa la sfiducia dei suoi cittadini nelle istituzioni e nei partiti tradizionali che si dicono europeisti. Questa è la prima botta ricevuta, che a giudicare dalle prime mosse dei governi francese e tedesco non sta aprendo gli occhi, ma soltanto innescando reazioni di puro mantenimento, provocatorio nel caso della Francia di Macron e menefreghistico nella Germania di Scholz. Macron ha infatti promosso una sorta di ricatto per i Francesi, mettendoli di fronte alla scelta fra lui e la Le Pen. Scholz ha dichiarato di adottare una tattica attendista, ritenendo la sconfitta elettorale del suo partito come un semplice incidente di percorso. Evidentemente non hanno capito o, meglio, fanno finta di non capire.

La seconda sconfitta assume i toni paradossali del voto a destra motivato dalla insofferenza verso la politica bellicista della Ue e dei suoi Stati membro, nonché verso la politica burocratica tendente ad eludere i problemi sociali nascondendoli dietro i vari rigorismi economici. Dove sta il paradosso? Nel fatto che sacrosante battaglie democratiche e di sinistra vengano consegnate alla destra conservatrice e addirittura a quella estremistica di stampo nazi-fascista. L’Ue si sta facendo fare la predica da chi non crede in essa e vuole buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Anche qui la lezione non viene colta, perché i partiti tradizionali si preoccupano soltanto di rifare il verso alla Commissione uscente al fine di proseguire la non politica europea, consegnandosi alla Nato e agli Usa per quanto riguarda la politica estera e ai vari sovranismi di fatto per quanto concerne le delicate politiche sociali (vedi immigrazione, lotta alla povertà, uguaglianza dei diritti, equità fiscale, etc. etc.).

L’Europa esce malconcia dalle urne avendo appunto sprecato fino ad ora le intuizioni democratiche dei suoi pionieri, le idee costitutive dei suoi fondatori e le spinte progressiste dei suoi abitanti. Tutto da ripensare e rifondare! Con la “piccola” complicazione della assoluta mancanza di personaggi politici che possano avviare un simile processo. Non si può nemmeno pensare che la nuova spinta europeista possa venire dal basso, perché i cittadini preferiscono la scorciatoia della conservazione al limite del nazi-fascismo. C’è rimasto solo l’Euro con le sue istituzioni finanziarie, ecco perché ho azzardato l’ipotesi di una presidenza della Commissione europea affidata a Mario Draghi (sempre meglio un ripiegamento di qualità rispetto a un rilancio di basso profilo).

In Italia ci accontentiamo di essere scampati allo tsunami che ha investito il resto d’Europa, inneggiando alla vittoria di Giorgia Meloni, che ci ha già ampiamente vaccinato contro il vero europeismo, il vero pacifismo e la vera democrazia e all’affermazione elettorale del partito democratico, che finora altro non ha saputo fare che l’opposizione a sua maestà, pensando che questi due illusori conforti elettorali possano rafforzare l’identità e l’azione dello Stato italiano. Della serie “mors europea, vita italiana”, dimenticando che siamo tutti nella stessa barca e che i rematori italiani non hanno la capacità, la possibilità e la forza di portarci a navigare in acque di progresso, giustizia e pace.

Il dibattito è penosamente avvitato su questioni di mera continuità, esorcizzando o dimenticando o godendo il destrismo ed il fascismo montanti e pensando agli affari della nostra bottega, che sta distribuendo merce avariata da consumare politicamente prima di morire. Le maratone televisive hanno sfornato la solita vomitevole narrazione, distraendo i telespettatori col problema di quanto abbia pesato la candidatura di Vannacci sul risultato elettorale della Lega, di verificare se il centrismo italiano abbia finalmente trovato il suo leader in Antonio Tajani, di capire se Giorgia Meloni abbia fatto bene a personalizzare la lista di FdI, di prevedere se Elly Schlein si potrà finalmente alleare con Giuseppe Conte, di preoccuparsi se Renzi e Calenda troveranno  uno spazio politico in cui ballare,  di ipotizzare un passo avanti verso il bipartitismo e roba di questo genere.

Intanto si continua a morire in Palestina e in Ucraina, ma queste sono notizie scontate, che interessano poco o niente. Intanto la democrazia rischia di morire e noi ci divertiamo a (s)parlare di non-politica.

L’Europa non è bella se non è fascistella

Mia sorella Lucia lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Così scrivevo nel 2021 elaborando alcuni ricordi di mia sorella. Pensavo che fosse una donna dotata di acuta intelligenza, di schietta umanità, di particolare sensibilità, ma non del dono della profezia. Invece l’attuale clamoroso esito elettorale dimostra che fu facile profeta: le urne ci consegnano infatti un’Europa mezza fascista o, se proprio volete, fascista tutta intera.

Perché la gente in Europa (quella poca che vota) si schiera sempre più a destra? Credo sia soprattutto una forma di protesta contro l’establishment europeo che sta rovinando la Ue e sta rinunciando ad esprimere una politica degna di tale nome: una protesta che si tinge non tanto di pacifismo ma di generico antibellicismo sul piano internazionale, di populismo dal punto di vista sociale, di sovranismo quale reazione verso il burocratismo e il centralismo che connotano l’Europa.

Siamo cioè all’irrazionale ma convinto “piove, Europa ladra!”. Tutti i maître à penser (a ragione) dicono che la strada dell’integrazione Europea è obbligata: ebbene, la gente, visti i risultati, non ne vuol sapere ed esprime un antieuropeismo molto inquietante. Ne escono malissimo gli attuali governi degli Stati membro (ad eccezione dell’Italia che ha già pagato il biglietto per la destra), ne esce ridotta al lumicino la sinistra (ad eccezione della sinistra italiana, che, nonostante tutto, tiene botta), ne esce a gonfie vele la destra (il Ppe lo colloco a destra perché del centro moderato e cristiano non ha più nulla e continua a raccogliere voti proprio per quello), talmente di destra come più non si può. Sembra quasi un accorato appello a Trump per chiudere il cerchio.

I motivi della protesta ci sono tutti, ma trovano purtroppo illusorio sbocco politico a destra. Della disfatta politica di Macron, sotto-sotto, ci godo. Del sussiegoso equilibrismo tedesco ne ho piene le scatole. E via di questo passo… In Italia la Lega di Salvini si candidava a recepire questo vento estremista, ma non ce l’ha fatta, stoppata dalla furbizia tattica meloniana e dal falso perbenismo forzitaliota.

Come al solito l’Italia preferisce giocare nell’equivoco: siamo di destra, ma solo un pochettino(sic!). Una destra che si legittima, governativamente parlando, col bellicismo atlantista, con il rigorismo europeista e l’internazionalismo di maniera. Una destra a cui nessuno potrà più rinfacciare le simpatie neofasciste, niente in confronto a quelle francesi e tedesche. Una destra, quella italiana, che sparge promesse a cui i nostri concittadini sembrano credere (votando FdI) o non credere (astenendosi sempre più dal voto).

Mia sorella Lucia lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”.

Un quadro desolante che forse va persino al di là di Cassandra-Lucia. Il quadro istituzionale europeo ne esce sconvolto, a meno che le burocrazie economiche-finanziarie non trovino la quadra nella formazione di un governo sostanzialmente tecnico e di unità assai poco europea, molto filo-atlantico, impegnato in una squallida continuità politica e di mera quadratura dei bilanci nazionali: una scappatoia in cui potrebbe avere un ruolo Mario Draghi (non sarebbe la prima volta che in qualche modo salva l’Europa). E l’Italia, che lo ha messo inopinatamente alla porta, lo vedrebbe rispuntare dalla finestra. E chi ha votato a destra per mandare a casa l’Europa se la ritroverebbe viva e vegeta, impegnata a fare i conti senza tener conto (la tautologia è voluta) di chi soffre socialmente ed economicamente e che non sa a che santo votarsi.

Mia sorella Lucia lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”.

Parlare degli equilibri politici italiani dopo una simile devastante bufera europea, fa quasi sorridere. Preferisco soprassedere con poche lapidarie battute, anche perché al momento ho esaurito le lacrime di sangue. Giorgia Meloni ha già iniziato ad esultare non capendo che nel bailamme europeo avrà del filo da torcere a galleggiare sui debiti, ad essere determinante per maggioranze europee nuove tutte da inventare, a nascondersi dietro il dito internazionale, a guardare gli italiani senza alcuno schermo protettivo, a tessere fili di collegamento con le periferie al di là della esasperante personalizzazione e ad esprimere una credibile e diffusa presenza di FdI nelle amministrazioni comunali e in tutti i gangli della vita amministrativa. Elementi a suo favore: non avrà più il fiato salviniano sul collo e potrà contare sull’apporto al gioco di squadra che Tajani non le farà mancare (vuoi vedere che andrà a dire e fare niente in Commissione a furor d’Europa?).

Elly Schlein si accontenta di sopravvivere al meglio, di rappresentare assieme all’Alleanza Verdi-sinistra l’unica sinistra che in Europa riesce a galleggiare, di mettere nell’angolo un ridimensionato Giuseppe Conte uscito piuttosto malconcio dalle urne. L’elemento più positivo per il Partito democratico sembra essere il voto meridionale e quello alle elezioni comunali, che confermano il buon radicamento territoriale di questo partito e la sua capacità di esprimere una classe dirigente periferica capace di ripristinare e/o rinsaldare i vincoli con la gente e le sue aspettative.

Il resto è stato spazzato via dal voto, il che non vuol dire che nelle liste duramente sconfitte non ci fossero delle ragioni politiche valide, che gli italiani però non hanno colto.

Ho aperto, ho proseguito e chiudo con mia sorella, per certi versi più netta di me nei giudizi, che direbbe dell’attuale classe politica europea ed italiana, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lôr a niént da sén’na…”.

 

 

La spaziosa via politica della perdizione

“Il vice ministro Bignami annuncia per la decima volta un imminente decreto che risarcirebbe, questa volta per un massimo di 6000 euro, i mobili delle famiglie alluvionate. Il video prosegue poi con una tutt’altro che velata minaccia, di non stanziare nemmeno questa cifra palesemente insufficiente se non si interrompono immediatamente le critiche”.  Lo denuncia il sindaco di Ravenna Michele de Pascale. Il riferimento è a un comizio elettorale fatto in occasione delle comunali a Castel Bolognese (Ravenna) in cui il vice ministro dice che “sono pronti 6mila euro per ogni cittadino, ma – prosegue – se ci sono persone dirette o eterodirette dal Pd che vogliono continuare a fare di tutto ciò un’arma di lotta politica glielo diciamo con franchezza: siamo pronti anche a non darglieli”.     “Mi chiedo – dice de Pascale – se Bignami per i mobili di casa sua abbia speso più o meno di 6000 euro. Prendo invece atto che dopo i comunicati stampa miei e dei comitati la cifra proposta da Bignami è salita da 5000 a 6000 euro, lo informo che noi romagnoli non siamo soliti farci ricattare e se servirà sono disponibile a fare altri 24 comunicati fino a raggiungere la cifra richiesta di 30 mila euro”. (ANSA.it)

Sembrerebbe una fake news, sarebbe meglio perché invece è il segno di un degrado politico che sembra veramente inarrestabile. Si tratta della nuova forma di sfacciato clientelismo di Stato con tanto di subdola intimidazione se non addirittura di ricatto. Possibile che un rappresentante del governo arrivi a tanto?  Come minimo gli si dovrebbero chiedere immediatamente le dimissioni per manifesta indegnità a ricoprire una carica istituzionale. La società non è un mercato in cui il governo offre i suoi provvedimenti a prezzo del silenzio dei cittadini. Se la vogliamo girare, non si può ridurre il governo del Paese a bottega dove il cittadino compra quello che magari gli dovrebbe spettare a prezzo della propria omertà politica. Un voto di scambio allargato, imbellettato, istituzionalizzato, penalmente irrilevante ma democraticamente devastante.

C’era una volta (consideriamola una favola anche se credo non la fosse) un personaggio dotato di potere, non ricordo se pubblico o privato, che ammetteva di usare nei confronti delle donne, che si rivolgevano a lui per ottenere qualche burocratica attenzione, una regola di contraccambio così sintetizzata: “o sòld o figa”. Tutto sommato mi sembra meno grave dell’atteggiamento del vice-ministro di cui sopra: almeno quello della favola (?) non era ipocrita, era esplicito, mentre il governante in questione lascia intendere, abbozza, usa guanti di velluto istituzionale.

“Bignami, che è viceministro, invece di assumersi le sue responsabilità, millanta promesse, le ennesime e mai realizzate, e si permette di rivolgersi a chi ha subito le conseguenze di un’alluvione di fatto quasi ricattando. Adesso basta. La popolazione romagnola che ha reagito al disastro con grande dignità, con commovente solidarietà e con ammirevole coraggio non si merita questa vergogna. Non si merita di non aver visto ancora nulla di tutto ciò che è stato promesso. Presidente Meloni se proseguisse il suo silenzio sulle parole di Bignami significherebbe che le condivide e questo sarebbe gravissimo”. Lo dichiara Debora Serracchiani della segreteria nazionale Pd.

Debora Serracchiani ha perfettamente ragione, ma se Giorgia Meloni dovesse raccattare e smaltire tutte le merde che i suoi amici di partito e governo le mettono sulla strada, non farebbe altro per tutto il giorno. Ultimissima, al momento di andare in macchina, la vomitevole chat di Paolo Signorelli, portavoce del ministro Francesco Lollobrigida, con Fabrizio Piscitelli in arte Diabolik, risalente ad alcuni anni fa: nei messaggi che i due si scambiano su Whatsapp si legge tutto il peggior campionario possibile e immaginabile, dall’antisemitismo agli elogi ai terroristi neri, dalle felicitazioni per l’assoluzione di esponenti del crimine romano al più becero anticlericalismo. Paolo Signorelli si è autosospeso affermando che il contenuto di quei messaggi è lontanissimo dalla sua mentalità (forse si è ravveduto).

Io credo che questi assurdi e paradossali sodali dicano e facciano quello che rientra nel substrato socio-culturale di Giorgia Meloni (la nuova cultura egemonica). Gente che svolge il lavoro sporco e allora meglio far finta di niente. Non sono compagni (camerati pardon…) che sbagliano, è un sistema che porta bene al partito (alla lunga staremo a vedere) e male alla democrazia (su questo non ci piove).

Si dirà, come al solito, che è sempre stato così. Non è assolutamente vero! La politica aveva una sua dignità a prescindere dai contenuti. Poi ci si scandalizza se un giovane grida ad un ministro di andarsene a casa. Nel caso suddetto i cittadini romagnoli dovrebbero mandare Bignami a pulire i cessi delle loro città devastate dall’alluvione.

Mosè agli ebrei che, in sua assenza per un lungo colloquio con Jahvè, avevano costruito un vitello d’oro da adorare, si incazzò al punto che fece fondere la statua e fece bere il liquido ai suoi compatrioti traditori. Se tanto mi dà tanto, al dottor Bignami, servo-adoratore di mammona-politica, bisognerebbe far ingoiare un bel pacco di schede elettorali segnate magari con una X decima Mas sul suo simbolo preferito.

Cosa voglio dire? Che è ora di cominciare a farsi sentire, di picchiare giù duro, almeno a parole e con gesti eloquenti. È ora di finirla, di trovare la forza di indignarsi e reagire ad un andazzo rovinoso per la democrazia. Vedremo se qualcosa del genere sarà successo nelle urne aperte in questi giorni. Lasciatemi il tempo di verificare…

L’albero della cattiva politica e la pianticella della pace

L’immagine della politica invischiata in voti di scambio e corruzione (metodi sostanzialmente mafiosi) non è certamente il miglior biglietto da visita per presentarsi al prossimo parlamento europeo: la nostra fama di spreconi, corrotti e mafiosi trova purtroppo ulteriori conferme.

Mi ha decisamente colpito l’analisi del giornalista Corrado Augias, che mi permetto di sintetizzare: il fenomeno del coinvolgimento della politica nel sistema e nei metodi mafiosi e quello della mafia nel sistema e nei metodi politici è talmente diffuso territorialmente e  trasversalmente da consigliare un pietoso velo di silenzio, anche perché parlarne senza avere una strategia seria per combattere queste interconnessioni non serve a nulla, ma peggiora addirittura la percezione del fenomeno e induce alla rassegnazione.

Stupisce l’attivismo a ondate della magistratura inquirente, ma è sempre così, si viaggia a retate e passata la brutta nottata ritorna un pallido sole di normalità. Non illudiamoci che possano essere i giudici a ripulire e moralizzare il sistema, possono soltanto mettere il dito nelle piaghe e nelle pieghe, il resto spetta alla cultura prepolitica: la moralità non è la politica e bisogna diffidare di chi la cavalca in tal senso.

Ho l’impressione che la gente non si scandalizzi neppure, subisce perché dà quasi per scontato che i partiti sia pervasi da corruzione e adozione di sistemi mafiosi: colpa dei rappresentanti del popolo che si adeguano all’andazzo o colpa del popolo che esprime malamente i propri rappresentanti? Gli italiani meritano i politici che hanno? Se da una parte è vero che da un albero cattivo non si possono raccogliere frutti buoni, è altrettanto vero che l’albero cattivo si potrebbe e dovrebbe curare.

Non si devono nemmeno fare delle generalizzazioni qualunquiste. Non sono tutti uguali! È però più qualunquista l’uomo della strada che esprime un dissenso radicale rispetto al sistema partitico o chi ricopre cariche istituzionali e ne fa di tutti i colori per arrivare a certe posizioni e per poi approfittarne? Oltre tutto non gettiamo via il bambino (i partiti) assieme all’acqua sporca dell’immoralità.

La bonifica del sistema è molto difficile, ma non impossibile. Gli italiani dovrebbero cominciare a votare con la testa e non con…lasciamo perdere. Piuttosto che votare coi piedi è meglio astenersi dal voto.

Esiste la pericolosa tentazione di prescindere dai partiti, di farne a meno, di bypassarli, personalizzandoli all’eccesso, considerandoli ferri vecchi ed ingombranti, pietre d’inciampo da eliminare in nome del populismo. I partiti però dovrebbero fare un serio sforzo di rinnovamento, riscoprendo il rapporto con la propria base, selezionando la classe dirigente e candidando persone serie e adeguate al ruolo: non sta succedendo in vista delle prossime elezioni europee. Si va in cerca di candidature pigliatutto, di nomi eclatanti ed altisonanti tanto per catturare consensi. Nessuno precisa la propria visione europeista e il proprio programma da presentare al Parlamento europeo. Sinistra e destra sembrano addirittura sovrapponibili e si finisce con l’accorgersi che nella notte (bellicista) di Strasburgo tutti i gatti sono bigi.

Continuo a registrare, intorno a me e dentro di me, dubbi e perplessità molto consistenti. Il dibattito è penoso e devastato dalle vicende di cui sopra. Rimanendo in Italia, all’equivoco ed opportunistico europeismo, che puzza tanto di euroscetticismo, portato avanti dal cosiddetto centro-destra, fa riscontro il flebile europeismo continuista delle forze di sinistra. La politica non riesce a strutturarsi a livello europeo e quindi tutto viene rimasticato e rimuginato in patria.

Lasciamo stare, come consiglia Augias, l’emergente minimo sistema mafioso, puntiamo al massimo sistema della pace, ma sarà possibile parlare di pace con gente che compra i voti, che trucca gli appalti e roba del genere?

Ho già detto, scritto e ripetuto che, al di là di tutto e prima di tutto, vorrei votare per chi punta ad una politica credibile di pace: ho cercando l’ago nel pagliaio. Forse un ago l’ho trovato e non vorrei pungermi.

L’intervista a Michele Santoro su La7 ha fatto traboccare il vaso della mia incertezza: giustamente moderata nei toni, affascinante nei contenuti riconducibili al concetto di utopia (ideale etico-politico destinato a non realizzarsi sul piano istituzionale, ma avente ugualmente funzione stimolatrice nei riguardi dell’azione politica, nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per via di contrasto, come efficace critica alle istituzioni vigenti), convincente anche se un tantino generica (non potrebbe essere diversamente) per il dopo elezioni (buona l’idea dell’intergruppo parlamentare pacifista in Europa e dell’intergruppo politico in Italia), intelligentemente e realisticamente umile riguardo al raggiungimento del quorum.

In un certo senso Santoro ha proposto una sorta di apparentamento per rendere comunque utilizzabile il consenso ottenuto, utilizzabile con o senza superamento dello sbarramento del 4%.

Mi sono chiesto: cosa vuol dire voto utile? Per essere tale il voto deve essere legato a valori fondamentali e non solo orientato ad un risultato immediato e concreto.

Mi sono faticosamente incamminato verso il voto, uscendo dallo splendido isolamento in cui mi ero da tempo un po’ rinchiuso. Mi ha giovato al riguardo il dialogo con persone amiche serie e coraggiose.

Ho votato la lista “Pace terra dignità” dando la preferenza a Raniero La Valle: un tuffo nell’idealità e una scommessa sulla pace peraltro in linea con le mie convinzioni di cattolico.

 

La bacchetta magica che abbatte il castello mediatico

Il maestro d’orchestra Riccardo Muti ha voluto dedicare un messaggio alla nutrita delegazione del governo, presente all’Arena di Verona per l’evento «La grande opera italiana patrimonio dell’umanità». Ad assistere all’esibizione dell’orchestra diretta da Muti c’era il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma anche la premier Giorgia Meloni, assieme ai presidenti di Camera e Senato, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, oltre che i ministri Gennaro Sangiuliano, Adolfo Urso e Luca Ciriani. Un parterre ricco di politici, completato dal governatore veneto Luca Zaia e il sindaco di Verona, Damiano Tommasi. A loro si è rivolto Muti declamando una sorta di lezione: «L’ho detto mille volte, ma forse a qualcuno è sfuggito: l’orchestra è il sinonimo di società. Ci sono i violini, i violoncelli, le viole, oboe, trombone… Ognuno di loro spesso ha parti completamente diverse, ma devono concorrere tutti a un unico bene, che è quello dell’armonia di tutti, chiaro?». È partito così un fragoroso applauso dal pubblico, compreso il palco reale con i tanti politici che lo affollavano. Muti, dopo una pausa, aggiunge: «Non c’è il prevaricatore, infatti molte volte continuo a dire anche ai miei musicisti che c’è un impedimento alla musica. Ed è il direttore d’orchestra». (Open.online)

Non voglio strumentalizzare le parole di Riccardo Muti, ma mi sembra che si sia trattato di una metafora volta a frenare gli ardori prevaricatori del direttore dell’orchestra governativa. Da Federico Fellini in poi   l’orchestra è sinonimo di società. Muti con quell’accenno finale al direttore l’ha voluto allargare a quanti governano la società e rischiano di impedirne l’armonia. L’allusione rivolta soprattutto se non addirittura esclusivamente allo stile direttoriale-dittatoriale dell’attuale premier e alla evidente forzatura legislativa del premierato in cantiere è stata dialetticamente inattaccabile anche se molto chiara, elegante e opportuna. Tutti sono stati costretti ad applaudire, ma a buon intenditor poche parole.

In un certo senso è bastato un piccolo capolavoro comunicativo del grande Muti a compromettere due anni di costruzione di un castello mediatico fondato sul nulla: una puntura di spillo può sgonfiare anche un grande pallone che da qualche tempo gira sui cieli politici italiani.