Giorgia dei miracoli

«Chiedo agli italiani di scrivere il mio nome, ma il mio nome di battesimo. La cosa che personalmente mi rende più fiera di questi giorni è che la maggior parte dei cittadini che si rivolge a me continui a chiamarmi semplicemente “Giorgia”: non “Presidente”, non “Meloni”, ma “Giorgia”. E guardate che per me è una cosa estremamente importante, estremamente preziosa. Io sono stata derisa per anni e anni per le mie radici popolari, mi hanno chiamata pesciarola, fruttivendola, borgatara… perché loro sono colti, si vede da questa capacità di argomentare nel profondo, la cultura… Però quello che non hanno mai capito è che io sono stata sempre, sono e sarò sempre fiera di essere una persona del popolo […]. Se volete dirmi che ancora credete in me, mi piacerebbe che lo faceste scrivendo sulla scheda semplicemente “Giorgia” […]».

 

“Domani porteremo in Consiglio dei ministri, nell’ambito dell’attuazione della delega fiscale, un decreto legislativo che ci permetterà di erogare, nel mese di gennaio 2025, un’indennità di 100 euro a favore dei lavoratori dipendenti, con reddito complessivo non superiore a 28.000 euro con coniuge e almeno un figlio a carico, oppure per le famiglie monogenitoriali con un unico figlio a carico”, ha detto la premier al tavolo con i sindacati. Un provvedimento, ha aggiunto Meloni, che “rientra nel più ampio lavoro che il governo ha portato avanti finora per difendere il potere d’acquisto delle famiglie e dei lavoratori, segnatamente quelli più esposti. In questi sedici mesi di governo, infatti, abbiamo scelto di concentrare le risorse che avevamo a disposizione per interventi di carattere redistributivo”. 

 

A commento di questo invito al voto e di questa decisione governativa, mi limito a porre una domanda azzardata, politicamente scorretta, molto provocatoria, ma molto spontanea.

Che differenza c’è fra il voto comprato dai mafiosi venuto recentemente a galla (50 euro) e quello chiesto da Giorgia Meloni con la quasi immediata decisione di erogare un bonus (100 euro) ai cittadini con basso reddito?

A parte il diverso ammontare del corrispettivo, la logica delle due fattispecie assomiglia molto con l’aggravante che il regalino meloniano (sfido chiunque a dimostrarne una diversa natura) è a spese dell’erario. In buona sostanza Giorgia Meloni si sta facendo campagna elettorale, stanziando 100 euro per gli sfigati di turno (cosa risolveranno con questi pochi quattrini lo sa solo chi sta prendendo per il sedere i poveri).

Mi si dirà che cose del genere sono già successe, che i regali elettorali ci sono sempre stati. Sì d’accordo, ma non così scoperti e clamorosi. L’attuale governo sta praticando tutto il peggio della prassi politica negativa, peggiorandone, se possibile, i vizi, sbandierandoli come virtù.

Quel che giustamente è reato politico diventa presa in giro governativa con tanto di (s)concerto dei sindacati. Carlo Azeglio Ciampi, l’inventore della concertazione (quella seria) coi sindacati, si rivolterà nella tomba.

Siamo veramente alla più offensiva delle demagogie: non ho idea se funzionerà dal punto di vista elettorale, poveri sì, ma stupidi no. Quanto a scrivere Giorgia sulla scheda elettorale il Viminale si è affrettato a dire che il voto così espresso sarebbe comunque valido: magari qualcuno si sbaglierà o farà finta di sbagliarsi e scriverà Giorgia nello spazio centrale o trasversale della scheda e allora il voto dovrebbe essere nullo. In questo caso avrà diritto ugualmente ai 100 euro di bonus? Bella domanda!

Di genocidio in genocidio

Il numero dei bambini morti a Gaza è “senza precedenti e sconcertante”: lo ha detto alla Tass, Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa) in un’intervista esclusiva. “In sei mesi sono morte più di 30.000 persone”, un numero che Lazzarini ritiene plausibile, forse addirittura sottostimato. “Non sono sicuro che questo numero copra tutti coloro che sono ancora sotto le macerie. In realtà, il bilancio delle vittime potrebbe essere ancora più alto o sproporzionatamente più alto”. E poi ha continuato: “Sappiamo che tra i morti ci sono 13mila bambini. Sappiamo che a Gaza sono morti più bambini in sei mesi che in tutti i conflitti del mondo negli ultimi quattro anni. Quindi un bilancio che è senza precedenti e sconcertante, sia in termini di dimensioni che in termini di livello di distruzione”. (RaiNews.it)

Di fronte a questi macabri bilanci diventano ridicole le nostre beghe politiche e ancor più inaccettabili le narrazioni che giustificano la vendetta “strasproporzionata” di Israele contro la terroristica e bestiale violenza di Hamas per interposti palestinesi, così come le disquisizioni sul fatto che a Gaza sia o meno in atto un vero e proprio genocidio. La storia ci sta presentando un tragico sostanziale paradosso al di là della precisione terminologica: un popolo è stato sterminato (Shoah) e poi lo Stato sorto dalle ceneri dello sterminio si rende responsabile a sua volta di un genocidio (o roba del genere comunque ingiustificabile). Cose che fanno ribollire il sangue e che smentiscono i sacrosanti propositi del “mai più Shoah”.

Secondo i media israeliani, gli Stati Uniti stanno prendendo parte a un disperato sforzo diplomatico per impedire alla Corte penale internazionale (Cpi) di emettere in settimana mandati di arresto per il premier Benyamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo dell’Idf Herzi Halevi.

Il sito di notizie Walla aggiunge che Netanyahu ha fatto telefonate continue durante il weekend cercando di convincere gli Usa a bloccare qualsiasi decisione della Cpi. (Ansa.it)

Siamo a questo punto. Speriamo che dove non arriva la diplomazia internazionale, arrivi almeno la Corte penale internazionale. Possibile che in Israele si sia scatenata una simile follia distruttiva? Il pazzo scatenato è Netanyahu con i suoi più stretti collaboratori o si tratta di una follia diffusa esplosa all’indomani dell’attacco di Hamas? La guerra è una droga collettiva che ha da sempre garantito l’appoggio diretto o indiretto dei cittadini alle avventure belliche più drammatiche e paradossali.

Ci sono però anche altri narcotici che ci vengono regolarmente somministrati per tenere a freno ogni e qualsiasi insurrezione delle coscienze: la rassegnazione verso i più bestiali istinti bellici e l’indifferenza verso gli equilibri internazionali basati sulle armi.

Chi protesta viene considerato un sovversivo o un amico del giaguaro: succede in Italia e anche negli Usa. Le forze politiche sono appiattite sullo status quo, non osano ribellarsi alla logica in cui sono inserite. Si parla di altro o, se si parla di guerra, la si accetta come una sorta di evento ineluttabile. A mio giudizio il discorso guerra-pace è diventato un discrimine, un argomento paradossalmente divisivo, dovrebbe essere un punto unificante invece…

Di ritorno dalla toccante visita al sacrario di Redipuglia mio padre si illudeva di convertire tutti al pacifismo, portando in quel luogo soprattutto quanti osavano scherzare con nuovi impulsi bellicosi. «A chi gh’à vója ‘d fär dil guéri, bizògnariss portärol a Redipuglia: agh va via la vója sùbbit…». Pensava che ne sarebbero usciti purificati per sempre.

Mia sorella Lucia andava profondamente in crisi di fronte alle immagini dei bimbi denutriti o morenti: si commuoveva, pronunciava parole dolcissime di compassione e spesso si allontanava dal video non reggendo al rammarico dell’impotenza di fronte a tanta innocente sofferenza. Sì, perché il cuore viene prima della mente, la sofferenza altrui deve essere interiorizzata prima di essere affrontata sul piano della concreta solidarietà e della risposta politica. Chissà cosa direbbe dell’inferno di Gaza.

Evidentemente, con la guerra, le sue cause e le sue conseguenze, la mia famiglia ha un conto storico sempre aperto. La filosofia spicciola era ed è la seguente: “As pôl där c’agh sia ancòrra adl’ genta ca vôl fär dil guéri, robi da mat…”.

 

 

 

Le candidatissime

“Posso rispondere solo per il mio partito. Crediamo che un leader, in quanto massima espressione di una determinata forza politica, debba metterci la faccia e rappresentare per gli elettori la garanzia di una visione e di un indirizzo politico preciso. L’impegno diretto dei leader, inoltre, conferisce maggiore peso e interesse in tornate elettorali che storicamente hanno registrato una minore affluenza. Il nostro partito porterà con orgoglio, come già fatto in passato, il nome di Meloni nel simbolo. ‘Con Giorgia’ perché, sia che si candidi sia che non si candidi, Fratelli d’Italia punta su Giorgia Meloni per l’Europa. È l’ennesima dimostrazione di coerenza e dell’impegno per cambiare l’Europa e riportare gli interessi della nostra Nazione al primo posto, come recita lo slogan della Conferenza programmatica di Pescara perché vogliamo ribadire che ’L’Italia cambia l’Europa’, attraverso l’esempio virtuoso del governo Meloni”. (il ministro Francesco Lollobrigida intervistato dal “Quotidiano nazionale”)

 

Onestamente quello che sta succedendo nelle candidature alle europee vuol dire che non mi dà retta nessuno”. Lo ha detto Romando Prodi nel suo intervento alla rassegna La Repubblica delle idee a Napoli commentando la candidatura di Elly Schlein, segretaria del Pd alle europee. “Io faccio dei ragionamenti sul buon senso perché così si chiede agli elettori di dare il voto a una persona che di sicuro non ci va a Bruxelles se vince. Queste sono ferite alla democrazia che scavano un fosso. Questo ragionamento riguarda Meloni, Schlein, Tajani e tutti i leader che si candidano: non è un modo per sostenere la democrazia”. (Ansa.it)

 

Il discorso di Romano Prodi non fa una grinza. Purtroppo però la politica si è talmente svuotata di contenuti e personalizzata sul nulla, da rendere ammissibili anche simili forzature. I partiti sono molto deboli, non hanno presa sulla gente e allora anziché affrontare le motivazioni di questa dicotomia, si rifugiano nel leaderismo purchessia. Mentre la destra non fa alcuna fatica a scegliere questa scorciatoia, il partito democratico tentenna e sceglie la strada sul tipo della mamma di quella ragazza rimasta in stato interessante per un rapporto pre-matrimoniale: sì, mia figlia è incinta, ma solo un pochettino! Sì, Elly Schlein è candidata alle europee, ma solo un pochettino, vale a dire soltanto nelle circoscrizioni centro e isole (chissà perché solo in quelle) e dopo avere scampato addirittura il pericolo del nome nel simbolo (sarebbe stato il massimo della “politicanteria”).

Ho i miei dubbi che l’elettore si lasci influenzare da questi trucchetti propagandistici, ma nel nulla dibattimentale ci possono stare anche questi penosi mezzucci. Se un esponente politico ha la statura del leader non ha bisogno di evidenziarla con candidature di plastica, così come il cittadino minimamente avvertito non si dovrebbe perdere in questi infantili giochetti e abboccare a messaggi smaccatamente mediatici.

In democrazia il voto è una cosa seria anche se non è tutto. La democrazia comincia a vivere il giorno successivo al voto e quindi, se il votato non va in Parlamento, la democrazia finisce lì. Già le macro-circoscrizioni elettorali non aiutano, perché comunque inducono il cittadino a votare a scatola quasi chiusa, se poi ci aggiungiamo la personalizzazione ante litteram…

Sono molto incerto se andare o meno alle urne, tutto sembra congiurare a favore di una mia ennesima astensione. Sì, perché di leader non ne vedo e di programmi elettorali seri per l’Europa non ne trovo. Del criterio del meno peggio sono stanco da parecchio tempo.

Invece di metterci la faccia (tosta) cerchino di metterci uno straccio di proposta su come provare a invertire la rotta bellicista e tentare qualche via di pace. Su questo piano purtroppo sono (quasi) tutti uguali: la guerra sarebbe un male necessario per evitarne di peggiori. E quali sarebbero i guai peggiori? Se Elly Schlein ha qualcosa da dire al riguardo lo dica e non si limiti ad ospitare qualche pacifista nelle liste: meglio di niente si dirà, ma da una forza di sinistra (?) e da una leader (?) desidererei molto di più. Chi si contenta non può godere.

 

Li vannacci tua

Dopo le interlocuzioni e le attese, i rumors e le polemiche, Matteo Salvini scopre la sua carta per le europee ufficializzando, proprio il 25 aprile, la candidatura del generale Roberto Vannacci che correrà in tutte le circoscrizioni.

“Sono contento che un uomo di valore come il generale abbia deciso di portare avanti le sue battaglie di libertà insieme alla Lega in Parlamento europeo”, ha detto alla platea venuta ad ascoltare la presentazione del suo libro ‘Controvento’, all’Istituto dei Ciechi a Milano. La giornata della Liberazione, è stata affrontata da Salvini raccontando, tramite il libro in uscita, la sua storia e le sue battaglie, guardando alle sfide future. E proprio perché di futuro si parla, il vicepremier ha voluto ribadire che è pronto a lottare assieme al generale “in nome della libertà e del patriottismo”. 

 Vannacci ha subito ringraziato il leghista, mettendo in chiaro quali saranno le sue parole d’ordine: “Sarò un candidato indipendente che mantiene la propria identità e che lotterà, con coraggio, per affermare i propri valori di Patria, tradizioni, famiglia, sovranità e identità che condivido abbondantemente con la Lega”. Molti lo temono, altri lo acclamano. Ma una cosa è certa: nella Lega quella di Vannacci era la candidatura più attesa – di certo non a sorpresa – che ha fatto parlare parecchio quel fronte che tutt’ora non vede di buon occhio il generale e le sue tante dichiarazioni considerate fuori dalle righe. Salvini, però, ha tirato dritto, lasciandosi alle spalle i mal di pancia all’interno del suo partito. Oggi spazio a un’altra diatriba, tutta incentrata sulla circostanza, o meglio, sulla data scelta dal ministro per ufficializzare la corsa del generale. Il “Capitano” era già stato attaccato per aver deciso di presentare il suo libro nel giorno della Liberazione, senza dire, però, se e dove avrebbe celebrato la ricorrenza.

“Io ritengo di essere in democrazia e posso presentare un libro dove voglio, come voglio e quando voglio”, ha affermato, rispedendo le accuse al mittente. “Ho sempre onorato il 25 aprile senza doverlo sbandierare”, la risposta di Salvini alla celebrazione in largo Caduti milanesi per la Patria. “Non l’ho detto fino all’ultimo per evitare che ci fossero quelli che invece di celebrare il passato perché non ritorni, vanno in giro a creare problemi”, ha spiegato. (Ansa.it)

Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. Potrebbe essere il canto del cigno di Salvini, ormai giunto alla frutta, il quale non trova di meglio che far uscire dal suo sgualcito e ammaccato cilindro il coniglio simpatico ai frequentatori dei bar in vena di scherzare col fuoco. Da quello che si può intuire questa candidatura non piace nemmeno alla dirigenza leghista: Salvini ha i giorni contati e resiste in sella al partito solo perché la Lega non vuole fare la fine delle squadre di calcio che cambiano l’allenatore quando sono sull’orlo dell’abisso.

Fratelli d’Italia si rimette al sarcasmo crosettiano: «Era chiaro da mesi che lo avrebbe fatto. Sarà certamente eletto e le istituzioni europee potranno godere del suo contributo di idee e valori. Sono certo che la sua presenza aiuterà elettoralmente la Lega. Una scelta win-win, come si dice. Per lui, per la Lega e per l’esercito. Lui e Salvini hanno gli stessi valori e lo stesso senso dello Stato» (da “Il riformista”). Forza Italia tace e spera di recuperare qualche voto leghista tra gli elettori più riflessivi.

Possibile che la politica italiana trovi sempre il modo di farsi compatire? Se a sinistra i partiti facessero simili strafalcioni perderebbero un sacco di voti; a destra tutto è possibile. D’altra parte il generale Vannacci interpreta la mentalità di certa gente, cavalcando i suoi peggiori istinti umani prima che politici. È questo il dato che preoccupa. Vannacci, tutto sommato, dice e scrive quel che molti elettori e parecchi eletti ed “eleggendi” di destra pensano.

Fanno sorridere le reazioni scandalizzate di esponenti politici e finanche religiosi che si affannano a prendere le distanze dalle dichiarazioni di questo personaggio. Siamo all’osteria della politica e quindi la botte dà il vino che ha e l’oste è legittimato ad affermare che il proprio vino è il migliore. L’unico mio interesse non è tanto rivolto al merito delle esternazioni “vannacciane”, ma ad osservare fin dove potrà spingersi e fin dove arriverà l’ubriacatura leghista nonché la tolleranza del centro-destra.

Quanto tempo ci vorrà perché la sbornia salviniana passi? Mi sovviene una barzelletta del solito intramontabile “Stopàj”. Era in autobus e davanti ad una donna molto brutta disse la verità: «Mo l’è brutta!». «E lu l’è imbariägh!» rispose la signora toccata nel vivo. «Sì, mo a mi dmán la m’è béla pasäda…». Può anche darsi che l’ubriacatura di un elettorato reazionario alla deriva possa finire o quanto meno possa essere parzialmente smaltita, rimarranno comunque le brutture di un Paese in autentica confusione mentale (dalle classi per disabili a Benito Mussolini “statista”, fino agli italiani che “hanno la pelle bianca”).

Non credo che un Vannacci al Parlamento europeo possa fare granché: qualcuno azzarda un suo ruolo in vista del discorso della difesa comune. Non ci voglio nemmeno pensare anche se negli eserciti e intorno ad essi c’è di tutto. Tuttalpiù sarà una sorta di mascotte per la componente estremista di destra (un po’ di sana goliardia non guasta).

Se devo essere sincero, mi preoccupano molto di più tutti gli altri parlamentari europei che non si sa cosa andranno a fare. Mi continua a rimbombare nel cervello quanto mia sorella mi confessò al ritorno da una visita alle istituzioni europee: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Oggi troverebbe parecchie riprove a questa sua impressione.

Resta la schifezza di un Paese come l’Italia, fondatore della UE, che si fa rappresentare a Strasburgo da un Vannacci qualsiasi. Dio mio come siamo caduti in basso…

 

Papa Francesco e la papessa Giorgia

Colpaccio Meloni: “Papa Francesco sarà presente al G7 dedicato all’IA”. L’annuncio della premier in vista del vertice a presidenza italiana: “Sua Santità darà un contributo decisivo alla definizione di un quadro regolatorio, etico e culturale all’intelligenza artificiale”

«Sono onorata di annunciare oggi la partecipazione di Papa Francesco ai lavori del G7 nella sessione dedicata all’intelligenza artificiale». Così la premier Giorgia Meloni in un video in cui illustra i temi che saranno affrontati dalla presidenza italiana del G7.

«Ringrazio di cuore il Santo Padre per aver accettato l’invito dell’Italia. La sua presenza – sottolinea ancora Meloni – dà lustro alla nostra nazione e all’intero G7. È la prima volta, nella storia, che un pontefice partecipa ai lavori del Gruppo dei 7 e il Santo Padre lo farà nella sessione “outreach”, quella aperta anche ai paesi invitati e non solo ai membri del G7. Sono convinta che la presenza di Sua Santità darà un contributo decisivo alla definizione di un quadro regolatorio, etico e culturale all’intelligenza artificiale», continua Meloni.

«Sul presente e sul futuro» dell’intelligenza artificiale «si misurerà, ancora una volta, la nostra capacità, la capacità della comunità internazionale di fare quello che il 2 ottobre 1979 un altro Papa, san Giovanni Paolo II, ricordava nel suo celebre discorso alle Nazioni Unite: “L’attività politica, nazionale e internazionale, viene dall’Uomo, si esercita mediante l’Uomo ed è per l’Uomo”. Questo sarà sempre il nostro impegno e il nostro cammino», ha poi spiegato Meloni.

La presenza del Papa è di certo un gran colpo politico per la premier che sta investendo molto sulla riuscita del suo primo G7. D’altra parte, proprio sull’Ai, Meloni aveva fortemente criticato la nomina di Giuliano Amato alla guida della Commissione Ai per l’informazione favorendo l’ascesa di un altro uomo di chiesa, quel padre Benanti che oggi guida quella stessa commissione nonché unico italiano membro del Comitato sull’intelligenza artificiale delle Nazioni Unite.

Consigliere di Papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’etica della tecnologia, Benanti lavora da anni allo sviluppo di un framework etico per le intelligenze artificiali lavorando sui concetti di algoretica e algocrazia. Insomma, il legame tra Meloni e il Vaticano sembra aver trovato un canale di dialogo privilegiato proprio sui temi dell’Ai, il tema del futuro prossimo, se non del presente. (ildubbio.news)

Dispiace che la coraggiosa azione pastorale di papa Francesco possa essere strumentalizzata a fini di smaccata propaganda politica, ma in Vaticano conoscono molto bene questi rischi e potrebbero stare un po’ più attenti. La notizia, come minimo, doveva essere data in assoluta priorità dalla sala stampa vaticana, mentre invece è diventata uno scoop meloniano. Questo sul piano del metodo.

Nel merito il Papa dovrebbe essere attento (e chi lo circonda ancora di più) a non dare l’idea di una qualche combine etico-politica col governo italiano. Lungi da me l’idea di un papa confinato sulle materie squisitamente religiose, ma attenzione a non farsi strumentalizzare.

Tutti sappiamo come la linea pastorale di papa Bergoglio sia di netta contestazione rispetto al mondano andazzo bellicista più o meno pilotato proprio dai governi del G7. Che la partecipazione al prossimo vertice non metta quindi la sordina alla voce papale, facendo ammainare le auspicate e progressiste bandiere bianche della guerra per sventolare quelle integraliste e reazionarie dell’etica.

Ai grandi (?) della terra non par vero di inglobare direttamente o indirettamente la Chiesa cattolica nelle loro manovre: non vorrei mai che all’indecente azione di supporto al regime putiniano svolta dalla Chiesa ortodossa (almeno la parte più invischiata col potere) facesse riscontro un abbraccio etico tra il pastore gerarchico cattolico e i lupi occidentali travestiti da pecorelle.

Il “Dio, patria e famiglia” di Giorgia Meloni trova attualizzazione in un patriottismo antistorico (cosa ben diversa dall’unità popolare auspicata dal presidente Mattarella), in una revanche patriarcale e antifemminista (cosa ben diversa da un assetto sociale basato sui principi costituzionali), in una riscoperta piuttosto bigotta della tradizione religiosa (cosa ben diversa dall’ispirazione cristiana di democristiana memoria).

La ciliegiona sulla torta potrebbe essere proprio, nel presente e ancor più nel futuro, un ostentato quanto impalpabile feeling tra un premier eletto dal popolo ed un papa relegato al ruolo di agit prop etico-politico. In fin dei conti sarebbe la elegante ripetizione dello schema della Russia di Putin legata al patriarca Kirill.

La dico grossa, potrebbe essere, per quanto riguarda l’Italia, un nuovo subdolo e strisciante concordato tra lo Stato della nuova destra politica e la Chiesa della rivincita etica. Gesù Cristo aveva ben presente questi rischi, li evitò accuratamente a costo di andare in croce. Poteva benissimo fare una capatina al G2 dell’epoca: Erode e Pilato alla ricerca di equilibri di potere. Il Kirill-Caifa sarebbe stato soddisfatto e rimborsato. Invece andò molto diversamente…

Ben diversa fu nel 1965 la partecipazione di Paolo VI all’Assemblea generale dell’Onu nel ventennale della fondazione: l’Onu (Istituzione rappresentativa di tutti gli Stati della terra) è cosa ben diversa dal G7 (un forum intergovernativo composto da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America, nazioni sviluppate il cui peso politico, economico, industriale e militare è ritenuto di centrale importanza su scala globale); la fine sensibilità politica di Montini è cosa ben diversa dalla ingenua generosità di Bergoglio;  Maha Thray Sithu U Thant, segretario generale dell’Onu  nel 1965, era un personaggio diverso da Giorgia Meloni, presidente di turno del G7.

Apprezzo la (quasi) masochistica verve di un papa che si lava evangelicamente la bocca coi grandi della terra, ma questi signori sono molto più furbi di lui e sono capaci di tutto. “Siate dunque prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe” (Matteo 10,16). Sono certo che papa Francesco sia semplice come una colomba. Nutro qualche dubbio, nonostante lo Spirito Santo, sulla sua capacità di essere prudente come un serpente, che sappia cioè dirigere con astuzia il pensiero contro le sue trappole.

 

 

Disinformati e drogati di banalità

L’attuale situazione italiana dell’informazione è assai compromessa: siamo schiacciati tra l’invadenza governativa (come non si ricorda a memoria d’uomo), l’insofferenza alle critiche (come succede nei regimi e nei pre-regimi), la smobilitazione strisciante del sistema pubblico (Rai ridotta senza alcun ritegno alcuno a cassa di risonanza del potere politico), l’omologazione opportunistica al potere (bisogna pur vivere…), la costrizione a bere l’amaro calice della narrazione ad opera del montante regime (e la chiamano libera informazione).

A questa penosa deriva va aggiunto uno dei difetti della nostra società, da ascrivere al pressapochismo culturale se non all’ignoranza petulante di quanti parlano dentro i microfoni, vale a dire la sistematizzazione dei fatti banali e precari.

Morale della favola, anche ammesso e non concesso che si possa accedere in qualche modo, a spizzichi e bocconi, ad una informazione degna di tale nome, ci si imbatte in contenuti comunque fuorvianti e paralizzanti.

Se posso confessare una mia spregiudicata opinione, devo ammettere di nutrire poca stima nei confronti di tre categorie di esperti, studiosi (scienziati?): psicologi, sociologi ed economisti. Spero di non offendere o irritare nessuno perché di paradossi si tratta. Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla. I sociologi, come detto più autorevolmente da altri, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione. Gli economisti elaborano teorie che si rivelano sempre e sistematicamente sbagliate: in parole povere non ci pigliano mai.

Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo ed aggiungerebbe: “Sì. I pàron coj che all’ostarìa con un pcon äd gèss in simma la tävla i mètton a pòst tùtt; po’ set ve a veddor a ca sòvva i n’en gnan bon äd fär un o con un bicér…”

Forse sono stato poco “complimentoso”, ma un po’ di verità in quel che ho detto c’è, eccome, e mi serve per sviluppare brevemente il discorso da cui sono partito: siamo schiavi, soprattutto a livello mediatico, della sistematizzazione del precario, vale a dire dell’inganno consistente, per dirla brutalmente, nel farci credere che “gli asini volano”.

Un primo eclatante esempio lo prendo dai commenti calcistici che inondano le reti televisive e radiofoniche, soprattutto nei pre, post e durante-partita o in sostituzione della partita stessa (vale per la Rai che non ci fa vedere in diretta il calcio giocato per risparmiare, ma che ci somministra quello (s)parlato, spendendo un patrimonio in compensi a cronisti e commentatori).

Ogni turno di campionato comporta l’elaborazione sistematica di una teoria calcistica fondata sulla vittoria di una squadra o sulla prestazione di un calciatore, che viene puntualmente smentita nella partita successiva. Come se niente fosse, si elabora una nuova teoria che si rivela infondata e via di questo passo. Fino a qualche settimana fa Maurizio Sarri era un grande allenatore, oggi è diventato un buono a nulla da sostituire per disperazione.

Non si vuole capire e ammettere che il calcio è bello perché è vario e imprevedibile, ma guai a considerarlo tale: comporterebbe la disoccupazione o il riciclaggio di frotte di commentatori costretti a cambiare mestiere.

È così anche in politica. Prendo l’esempio dai fatti elettorali di questo periodo. Le elezioni regionali della Sardegna hanno innescato la teoria della battibilità del centro destra e della competitività del centro-sinistra: discorso puntualmente smentito a distanza di pochi giorni. Come se niente fosse, dopo i risultati delle elezioni in Abruzzo, il centro-destra è tornato invincibile e il centro-sinistra è ritornato una sconclusionata accozzaglia di partiti senza meta.

Voglio però affondare ulteriormente il coltello nella piaga. Forza Italia, prima di queste due tornate elettorali era considerato come la vedova inconsolabile di Silvio Berlusconi, un partito senza leader e senza spina dorsale con inarrestabile calo di consensi: il servo sciocco di Giorgia Meloni capace di mettersi in tasca Antonio Tajani e di usarlo come uno straccio per pulirsi le scarpe. Ebbene, in Abruzzo Forza Italia ha aumentato i voti rubandoli (a detta dei bene informati) alla Lega per decenza elettorale, al M5S per fuga di alcuni dirigenti, addirittura al partito democratico per insofferenza nei confronti dell’estremismo schleiniano (non ci posso credere). Ed ecco che questo partitino è diventato improvvisamente la casa dei moderati, la forza politica centrale capace di togliere consensi alla destra e alla sinistra, dopo avere elaborato il lutto ed essersi rilanciata intorno al silenzioso carisma di Tajani.

Non so cosa succederà dopo le prossime elezioni europee, magari Forza Italia ritornerà a percentuali da prefisso telefonico, ma intanto si è parlato a vanvera e qualcuno magari ci avrà anche creduto.

Molto più grave e cruenta è la narrazione bellicista che ci viene propinata: la inevitabilità della guerra in un gioco perverso di azioni e reazioni come se lo sbocco finale fosse l’equilibrio geopolitico e non il rischio di catastrofe universale. Alla invasione si deve rispondere per forza e per sempre con l’impiego di tutte le armi possibili e immaginabili; alle provocazioni bisogna rispondere con vendette senza scrupoli e senza razionalità. Siamo alle prese con la banalizzazione della guerra, che non è da esorcizzare come il male dei mali, ma da accettare come il male minore.

Se la sociologia è l’elaborazione sistematica dell’ovvio, nei commenti politici siamo alla sistematica teorizzazione del banale e alla sistematica stabilizzazione del precario. Se questa si chiama informazione… Non stupiamoci se la gente non ci si raccapezza più e non va a votare, se i tifosi si sfogano pretendendo che la loro squadra vinca e giochi bene (e chi perde e gioca male ci dovrà pur essere, così come chi governa male e fa male l’opposizione). Troppe futili chiacchiere e poche serie riflessioni. Dario Fo diceva che “il pubblico di oggi è drogato di banalità”.

Le eccezioni confermano la regola ed anche le eccezioni pretendono magari di diventare regola. Varrebbe forse la pena di ignorare i giornali e spegnere i televisori. Finiremmo inevitabilmente nei social. Dalla padella alla brace. Evviva la democrazia informata!

Mattarella e il professore

Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia, in un’intervista al Corriere del Veneto sostiene che non abbia senso parlare di antifascismo in questo momento storico e, di conseguenza, «non serve a niente chiedere di dichiararsi antifascisti». 

Secondo Cacciari «è inevitabile che in campagna elettorale si possa cercare ogni mezzo per colpire l’avversario, ma dal punto di vista culturale e storico non serve a nulla, non esiste alcun pericolo fascista».

«Il mondo contemporaneo non presenta blocchi sociali né interessi di classe che portino a totalitarismo. Non vuol dire che sia una democrazia perfetta ma non ci sono forme autoritarie, nessun pericolo di totalitarismi fascisti, come sono stati quelli del Novecento. È solo propaganda fatta quando destra e sinistra non hanno altri argomenti». 

«Chi è veramente fascista oggi è un povero scemo, fuori dalla realtà: magari qualcuno c’è ma sono pochi. E di sicuro non Meloni. L’ha capito lei e quasi tutti i suoi dirigenti. Antifascismo è diventato una parola vuota da quando non è più declinata o incarnata in dei progetti. È come dire che bisogna essere sempre onesti, o che la mamma è buona. Sono concetti generici».

 In Italia c’è ancora bisogno di parlare di Resistenza e fare Resistenza?
«Sì, come no. Ma anche qui, non contro Mussolini o un’invasione. È una resistenza rispetto a un sistema politico incapace di fare l’interesse materiale del proprio Paese, non contro qualcuno che ti assale, ma per imporre la linea nell’interesse del Paese. Ma c’è più bisogno di una vera opposizione, a mio modesto avviso».

«Cosa farò il 25 aprile? Non lo so, al momento penso niente. Spesso ho tenuto dei discorsi, anche di recente. Sono stato in luoghi simbolici della storia di quegli anni, anche a Marzabotto. Ho parlato di storia, una storia che pesa, che ha ferito, che ha diviso gli italiani e massacrato l’Europa. È un passato che bisogna conoscere». (da Globalist.it)

 

«Senza memoria, non c’è futuro», ammonisce Sergio Mattarella, «il 25 aprile è per l’Italia una ricorrenza fondante: la festa della pace, della libertà ritrovata, e del ritorno nel novero delle nazioni democratiche». Il presidente della Repubblica a Civitella in Val di Chiana, in provincia di Arezzo, per ricordare l’eccidio del 29 giugno 1944, per rappresaglia sulla popolazione inerme, oltre 200 persone, terzo nel tragico computo delle vittime nelle stragi nazifasciste. Il suo è un appello a fare della Festa di Liberazione un evento plurale, unificante e irrinunciabile. Cita Aldo Moro: «Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico». Nel citare questo celebre discorso di Moro a Bari, del 21 dicembre 1975, pronunciato in occasione di un incontro dell’Anpi per il Trentennale della Resistenza, è chiaro il riferimento alle recenti polemiche divisive. Non a caso aggiunge a braccio una citazione per Giacomo Matteotti, figura finita al centro dello scontro sul caso Scurati: «Il fascismo aveva in realtà, da tempo, scoperto il suo volto, svelando i suoi veri tratti brutali e disumani. Come ci ricorda il prossimo centenario del suo assassinio». (da “Avvenire.it”)

 

Allo snobistico e professorale giudizio di Massimo Cacciari risponde il presidenziale, coraggioso e unificante messaggio di Sergio Mattarella. Sinceramente non capisco l’ostinazione di Cacciari nel sottovalutare il pericolo di un ritorno, seppure in forme diverse, a derive autoritarie nel nostro Paese. Così come non accetto che l’antifascismo sia da considerare un concetto vuoto, generico e superato nel tempo: il Presidente della Repubblica ne dà la giusta, equilibrata ed emozionante versione. Sì, perché la politica ha bisogna di riscoprire i sentimenti della storia e le lezioni che da essa derivano. Come non ribellarsi ancor oggi di fronte alla ferocia nazifascista e come non commuoversi di fronte al coraggio e al sacrificio degli antifascisti della prima, seconda e terza ora.

Sarebbe come se ci preoccupassimo di ristrutturare e riammodernare le abitazioni di un fabbricato senza prima verificarne la tenuta e la validità delle fondamenta. Non è tempo perso e tanto meno impiegato in nostalgiche e fuorvianti memorie di un tempo che fu.

Mi permetto di parafrasare un passo della prima lettera di san Pietro Apostolo: “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il fascismo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella democrazia”.

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

Dobbiamo continuamente sorvegliare le radici del nostro albero democratico se vogliamo che produca frutti buoni, altrimenti il rischio è di trovarsi, prima o poi, con una cesta di prodotti apparentemente accettabili, ma sostanzialmente avariati, guasti e immangiabili. E sarà tardi anche perché i filosofi dell’inutilità dell’antifascismo saranno spariti o forse piangeranno sul benaltrismo versato.

 

 

 

 

Il sale cattolico mantiene il suo sapore

Più formazione agli agenti di polizia penitenziaria e più attività educative e di formazione professionale per i detenuti minori finiti in carcere soprattutto per reati di sopravvivenza. Questa è la ricetta per abbassare la tensione e dare un futuro diverso ai ragazzi di don Gino Rigoldi, cappellano emerito del “Beccaria” che prova a fornire alcune spiegazioni sul contesto in cui è maturata l’inchiesta sulle violenze che hanno portato all’arresto di 13 agenti di polizia penitenziaria.

 

Quanto ai 5 stelle, sono un partito che è nato e ha avuto successo sull’onda di un’emozione, quella di dare una spallata alla cosiddetta politica della “casta”. Oggi, però, di emozioni ne abbiamo anche troppe. Dinnanzi a quel che succede nel mondo, servono al contrario delle rassicurazioni, rispetto a una politica che salvi la sanità, che rimetta al centro la scuola, il problema della casa e del lavoro, che operi per un fisco più equo. Io noto che quando c’è da costruire, da pensare in positivo il Movimento non c’è, ancora latita, diventa forza evanescente. Se il Pd ha dei problemi oggi, M5s ne ha dieci volte di più. Se avessero buon senso, i leader del centrosinistra costituirebbero una comune squadra di lavoro che analizzi i problemi che riguardano tutti i cittadini. Ma non lo si fa. (Romano Prodi)

 

L’Europa è stata creata da tre cattolici che più cattolici non si può: non solo De Gasperi, ma anche Schuman e Adenauer, tutti animati da un’etica comune. L’Europa è nata dal profondo richiamo alla pace che veniva soprattutto dal mondo cattolico. C’era una comunanza di pensiero, che è la stessa che ho poi ritrovato ad esempio nei miei primi colloqui con Helmut Kohl, quando ci ritrovammo, nonostante le diverse appartenenze politiche, a riflettere sulle comuni letture fatte di Romano Guardini, filosofo che sapeva cogliere i legami della vita spirituale con la realtà quotidiana. Essere il lievito nella società è essenziale in questa fase di sbandamento ideologico. (Romano Prodi)

 

Il vero rischio che vedo è l’isolamento della politica, quasi tutta, dal sentire popolare soprattutto su questo tema cruciale (la pace). Penso che chi porta avanti un’altra linea sui conflitti in corso, linea che sta accompagnando e non frenando l’orribile saldarsi dei pezzi della «guerra mondiale a pezzi» in un mondo segnato da disuguaglianze anche feroci, dovrà fare i conti con la realtà. Ovvero dovrà chiedersi come costruire pace e disarmo. E a quel punto si scoprirà che quanto anch’io vado dicendo e documentando da tempo, e con più intensità negli ultimi due anni, non è una provocazione, ma un contributo per una risposta politica a un dramma di cui possiamo e dobbiamo cambiare i prossimi atti e, soprattutto, il finale. (Marco Tarquinio)

 

“Non ho paura delle camice nere! Ho paura della deriva autoritaria di molti governi in Europa”, così Rosy Bindi sulla censura per il monologo di Antonio Scurati.

 

Ieri mi sono sentito toccato nel vivo dalla noncuranza civica del cattolicesimo organizzato, oggi, dopo il “peccato”, faccio la “penitenza”, sentendomi provocato dalle parole e dai giudizi di alcuni autorevoli cattolici, di cui riporto il pensiero tramite brevi stralci di articoli e interviste pubblicate dal quotidiano “Avvenire” e, per quanto riguarda Rosy Bindi, dal programma “Otto e mezzo” de La 7, personaggi che sono stati impegnati o che si stanno impegnando in politica e nel sociale: don Gino Rigoldi, Romano Prodi, Marco Tarquinio e Rosy Bindi.

Non sono un integralista, non lo sono mai stato e men che meno lo sono oggi, ma devo ammettere, con un certo speranzoso interesse, che il pensiero cattolico progressista (a cui ho sempre fatto riferimento nei miei impegni politici, culturali e professionali) mantiene intatta tutta la sua freschezza e validità di contenuti. I media danno poco spazio a questi contributi, tentati da una caricatura laicista, che nulla ha da spartire con una sana e dialogante laicità. Sui temi fondamentali il cattolicesimo democratico ha molto da dire: se ne prenda atto. La politica prenda spunti culturali e non punti elettorali.

Attenzione alle strumentalizzazioni di ogni tipo: mi preoccupa soprattutto quella proveniente dalla destra e dalla sua penosa ed anacronistica riproposizione del “Dio, patria e famiglia”, che ha già combinato sufficienti disastri in passato. Non sono nemmeno propenso alle nostalgiche riesumazioni pseudo-democristiane pur riconoscendo la portata storica di questo partito in cui ho militato aderendo alla corrente della sinistra sociale. Non credo sinceramente alla ventilata e fantasiosa ipotesi della rinascita di un partito più o meno confessionale di cui la gente sentirebbe la necessità valoriale, anche perché sento spirare dietro l’angolo l’aria reazionaria in materia dei cosiddetti diritti civili, che porta a ricostruire inutili steccati ideologici dietro cui quanti soffrono continuano a soffrire in nome di una contrapposizione fine a se stessa.

Sul futuro del Partito democratico e della sua disponibilità all’ascolto e alla valorizzazione del patrimonio ideale e valoriale proveniente dalla cultura e dall’impegno politico dei cattolici democratici e progressisti, nutro parecchie perplessità. Non sono tanto preoccupato delle sbandierate questioni dell’aborto, del suicidio assistito, delle adozioni da parte delle coppie omosessuali e nemmeno della teoria del gender, ma della (in)capacità di recuperare una vocazione popolare e sociale così poco presente nell’agire politico della sinistra.

Non vedo però alternative all’orizzonte e soffro questa sbrigativa insensibilità che finisce col marginalizzare colpevolmente la cultura cattolica, che doveva essere uno dei filoni su cui basare la vita di questo partito. Forse però lo scetticismo e le perplessità dovrebbero essere accantonate e sgrossate a livello di impegno concreto. Sono troppo vecchio e logoro per seguire questo indirizzo e quindi vivo alla giornata: leggo, scrivo, rifletto, faccio tanta fatica a votare e spero di non essere passibile del drastico giudizio che mi rifilò un caro amico all’indomani del mio precoce pensionamento. Dopo avere ascoltato i miei affannosi e patetici propositi di impegno a livello sociale e culturale, mi disse apertamente e simpaticamente: “Ho capito, non fai un cazzo…”.

Ecco perché mi sforzo almeno di valutare con molta attenzione (anche se non sufficienti a sbloccare il mio personale Aventino) le coraggiose motivazioni di Marco Tarquinio espresse nella già citata intervista ad “Avvenire”, nel momento in cui ha deciso di accettare la candidatura a parlamentare europeo nelle liste del Partito democratico senza nascondere le difficoltà dei rapporti tra cattolici e Pd: “Oggi c’è una crisi in questo rapporto, una crisi seria. E credo che sia indispensabile affrontarla lontano e fuori da vecchi schemi e pregiudizi che inducono sovente al non ascolto reciproco. Credo che anche questo sia un compito collettivo, al quale ciascuno deve contribuire per la sua parte. Sono convinto che la comunità politica nata dall’incontro tra il solidarismo cattolico e quello della sinistra di matrice socialista non possa fare a meno dell’apporto ideale e concreto dei cristiani. Il cambiamento in corso nel Pd è un’occasione da non perdere. Sia per rinvigorire l’infrastruttura etica e programmatica, sia per sviluppare politiche che servano la vita vera della gente vera. È così che si può chiedere credibilmente ai cittadini il timone del Paese e costruire alleanze efficaci”.

 

 

 

L’Azione Cattolica in un’altra piazza

Oltre 50mila persone, provenienti da 200 diocesi, 600 i pullman che sbarcheranno a Roma. Sono i “numeri” dell’incontro nazionale dell’Azione Cattolica con il Papa, in programma il 25 aprile in piazza San Pietro sul tema “A braccia aperte”. In video collegamento, dopo il discorso del Papa – ha annunciato mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Ac, a proposito dell’evento che verrà trasmesso in diretta da Rai Uno – interverrà il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. In piazza anche il cantante Giovanni Caccamo e l’attore Neri Marcorè. L’appuntamento del 25 aprile, ha spiegato mons. Giuliodori, “è frutto di un percorso, un cammino di consuetudine che lega l’Ac ai Pontefici, soprattutto dal Concilio in poi. Con Papa Francesco questo legame è stato ulteriormente confermato e consolidato, come in occasione dei 150 anni dell’associazione. Quello del Santo Padre sull’Ac è un pensiero forte e incisivo che ci incoraggia molto: le sue sono sempre parole non di circostanza, ma che stimolano e provocano”. L’evento del 25 aprile si colloca, inoltre, all’interno del percorso sinodale tracciato dal Sinodo sulla sinodalità e dal Cammino sinodale della Chiesa italiana: “Papa Francesco – ha commentato Giuliodori – ha scosso l’umanità dal suo torpore, chiamando alla responsabilità che tutti abbiamo di fronte al Creato. Ha promosso percorsi di apertura a tutti i livelli e l’Ac è fortemente interpellata su questo tema”. Sarà la Fratelli tutti, in particolare, la piattaforma su cui si snoderà l’evento del 25 aprile: “Non è scontato, in una stagione di grandi chiusure come questa”. “Una delle più grandi questioni del Sinodo è come la Chiesa riesca ad incidere della storia”, ha ricordato l’assistente generale di Ac: “Il laicato è la grande sfida, e l’Ac è in prima linea proprio come associazione laicale a servizio della Chiesa”. L’incontro con Papa Francesco farà da prologo ai lavori della XVIII Assemblea nazionale elettiva dell’Ac, “Testimoni di tutte le cose da lui compiute”, che si solverà a Sacrofano, presso la Fraterna Domus, dal 25 al 28 aprile. Mille i delegati, provenienti da tutte le diocesi d’Italia, che eleggeranno il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana per il triennio 2024-2027. Tra gli ospiti dell’assemblea i cardinali Parolin, Farrell, Semeraro, Zuppi e Grech. (Sir – agenzia d’informazione)

Massimo rispetto per l’Azione Cattolica: ne ho peraltro fatto parte per tanti anni, dall’infanzia al raggiungimento della maturità. Massima attenzione al contributo che questo movimento ha dato e può dare alla storia della Chiesa. Massima considerazione per la partecipazione al percorso sinodale. Massima ammirazione per la mobilitazione e l’impegno ecclesiale di tanti cattolici.

Mi permetto però di porgere una domanda: nell’anno ci sono 365 giorni (nel 2024 i giorni sono addirittura 366), era quindi proprio opportuno sovrapporsi alla celebrazione della festa della Liberazione, oggi più che mai ricorrenza civile importantissima per la vita democratica del Paese? Ho acceso il televisore e mi sono imbattuto nel raduno oceanico di A. C. in piazza San Pietro: pensavo di assistere alle manifestazioni del 25 aprile invece… Non sarebbe stato meglio per quei cattolici partecipare alle celebrazioni resistenziali, che peraltro ricordano la lotta, il sacrificio e la morte anche di tanti sacerdoti e laici?

Non è che si è finito col fornire, seppure involontariamente, un perfetto assist a quanti vogliono glissare sull’antifascismo, contrapponendo la stracolma cattolicissima piazza San Pietro a tutte le piazze in cui si sono radunati gli italiani per dare un rinnovato senso alla nostra democrazia nata dalla Resistenza?

Mia sorella Lucia, che si riteneva una cattolica adulta, capace pur con tutti i suoi limiti e difetti, di discernere in campo politico e non solo, era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica: sintetizzava il giudizio con una espressione colorita, esagerata e disinibita come era nel suo carattere. Non andava per il sottile e li definiva “cattolici di merda”. Diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando chiacchiere bigotte e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale; quello di chi pensa che i cattolici siano i migliori fichi del bigoncio e quindi li ritiene per ciò stesso i più adatti a ricoprire le cariche pubbliche.

Non voglio dire che l’Azione Cattolica sia catalogabile tout court nelle devianze a cui alludeva mia sorella. Resta tuttavia un’occasione persa, forse l’ennesima, per compiere un atto laico di assoluta fede nei valori resistenziali e costituzionali che stanno alla base della nostra Repubblica, peraltro in linea con la popolare e clericale (purtroppo non sempre, soprattutto a certi livelli) adesione dei cattolici alle lotte partigiane e all’antifascismo. Invece è emersa, seppure indirettamente, l’immagine di una cattolicità ripiegata su se stessa. Ci sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di uscire dagli schemi ecclesiali per inserirsi, da cattolici, in quelli civili.

 

 

 

Spigolature antifasciste di vita vissuta in Oltretorrente

Nel periodo in cui mio padre lavorava da imbianchino come lavoratore dipendente si trovò ad eseguire un lavoro del tutto particolare, scrivere sui muri, a caratteri cubitali, motti propagandistici fascisti (“vincere”, “chi si ferma è perduto” e roba del genere).

Al geometra che sovrintendeva, ad un certo punto, tra il serio ed il faceto disse: “Quand è ch’a gh’dèmma ‘na màn ‘d bianch?”.   “Beh”, rispose in modo burocratico, “per adesso andiamo avanti così, poi se ne parlerà. A proposito cosa dice la gente che passa?”.  Era forse un timido ed innocuo invito ad una sorta di delazione, ma mio padre, furbamente, non ci cascò ed aggiunse: “Ch’al s’ mètta ‘na tuta e ch’al faga fénta ‘d njent e ‘l nin sentirà dil béli”. La zona era infatti quella del Naviglio, autentico covo di antifascismo e papà mi raccontò come, tutti quelli che passavano di lì, uomini, donne e bambini le sparassero grosse anche contro di lui, senza tener conto del famoso detto “ambasciator non porta pena”.

Mio padre era figlio dell’Oltretorrente, il rione dove i borghi, gli angoli, gli androni delle case parlavano di antifascismo, dove la gente aveva eretto le barricate contro la prepotenza del fascismo, dove la battaglia politica nel dopoguerra si era svolta in modo aspro e sanguigno, dove il popolo, pur tra mille contraddizioni, sapeva esprimere solidarietà.

Ne conosceva tutti gli abitanti, contava moltissimi amici nel quartiere, ne aveva frequentato le osterie (dove si osava parlar male del fascismo e di Mussolini), le barberie (luogo allora di ritrovo e del gossip più antico e leale), aveva cantato e discusso di musica nei covi popolari e verdiani, aveva respirato a pieni polmoni un’aria sana e democratica e quindi non poteva farsi intossicare dal fascismo. A proposito di osterie mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto), che era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!” Lo stesso popolano dell’Oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed intervistate: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira.

Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva mio padre, non potevi fidarti di nessuno, perché i muri avevano le orecchie. Ricordo che, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

Del fascismo mi forniva questa lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta. Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io.

Ascoltavo ancora bambino questi racconti, per me quasi immaginari, ma tutt’altro che fantasiosi. Nell’osteria a due passi dalla casa della mia fanciullezza si raccoglievano firme per una petizione di carattere politico: fecero firmare anche un ingenuo e sordo vecchio amico con l’illusione di sottoscrivere una richiesta di rimozione per un fetido e puzzolente vespasiano della zona (non c’era sostanziale differenza…). Per fortuna l’iniziativa non creò grane, ma l’Oltretorrente era questo: genio e sregolatezza, musica e politica, risate ed all’occorrenza…