Le dita nazi-fasciste nella torta meloniana

Meloni ai vertici: “Fuori chi ci vuol far tornare indietro. Arrabbiata per l’immagine data ai nostri giovani”. La premier scrive una lettera ai dirigenti del partito: «Non c’è alcuno spazio tra le nostre fila per chi recita un copione macchiettistico utile solo al racconto che i nostri avversari vogliono fare di noi».

Non è questione di macchiette, ma è un serio problema politico. Qualche giorno fa il tutto veniva ricondotto ad una violazione di privacy a cui era sottoposto il partito di FdI. Ma quale privacy, lì c’è gente che fa clamorosa apologia di fascismo all’ombra del movimento giovanile di un partito. Ora si arriva a reagire dall’interno a un pericoloso andazzo sputtanante. Se sputtanamento c’è, riguarda il Paese e la sua Costituzione e non tanto l’immagine di FdI di cui interessa poco, almeno al sottoscritto. In un certo senso bisogna essere grati ai giovani meloniani di avere contribuito a togliere la maschera perbenista al loro partito.

Liliana Segre, quasi 94enne e sopravvissuta all’Olocausto, ha espresso profonda preoccupazione per il clima politico attuale in Italia, dopo che un’inchiesta di Fanpage ha svelato video di giovani di Fratelli d’Italia inneggianti a slogan nazisti come “Sieg Heil”. Segre, stanca di dover affrontare nuovamente derive antisemite, ha dichiarato in un’intervista a Marianna Aprile per il programma “In Onda” su La7 che queste tendenze sono sempre esistite ma ora, con l’attuale governo di destra, emergono senza vergogna. Ha sottolineato che la destra, sebbene legittimamente eletta, non si preoccupa più di nascondere tali inclinazioni.

I conti col passato non si fanno con il lapis partitico e nemmeno nelle urne elettorali, ma con atteggiamenti politico-culturali inequivocabili e perseveranti. Non è infatti un caso da ricondurre al folclore se tanti giovani aderenti al partito di Fratelli d’Italia, attivisti e simpatizzanti di questa forza politica, vengono colti clamorosamente con le dita nazi-fasciste nella marmellata meloniana. Non è sufficiente bacchettare le dita giovanili, bisogna gettare nei rifiuti la invitante marmellata che evidentemente stuzzica l’appetito.

Sono troppi gli atti politici inanellati in questo periodo che lasciano percepire un certo clima anti-democratico per poter risolvere il problema con un formale ridimensionamento dei fanatici fino a ieri elogiati e vezzeggiati. Giorgia Meloni sta semplicemente eliminando la goccia che rischia di far traboccare il vaso, il quale vaso tuttavia resta pieno fino all’orlo di gravissimi richiami ad un certo passato.

Se volesse veramente fare qualcosa per sgombrare il campo, dovrebbe, ad esempio, far dimettere il presidente del Senato, il più altolocato testimonial dei legami col passato fascista. Sarebbe chiedere troppo? No, il minimo! E magari far dimettere anche Isabella Rauti, sottosegretaria di Stato al Ministero della difesa nel governo Meloni. Non è il caso di spiegare i perché, che sono ben noti a tutti. La politica infatti cammina sulle gambe degli uomini e delle donne.

Il discorso è molto grosso e fa specie che tanti italiani non lo capiscano. In questo periodo vengono sopportate con una certa facilità le nostalgie fasciste, mentre vengono superate con un’alzata di spalle le ragioni antifasciste.

Non so se sia una questione di pacchetto elettorale a cui rinunciare. C’è sicuramente anche questo ignobile freno. Penso ci sia soprattutto la difficoltà a fare una revisione culturale molto impegnativa, tentata e iniziata da Gianfranco Fini, rimasta evidentemente incompiuta. Berlusconi si fece garante di questo storico sdoganamento: con simili garanti si va in default culturale e politico. Oggi non c’è nemmeno più bisogno di garanti, Giorgia Meloni garantisce per se stessa. Purtroppo la firma fideiussoria non è sufficiente a coprire il rischio di un ritorno al passato: l’inchiesta di Fanpage ha scoperto gli altarini e ha fatto emergere i buchi culturali. Non basta gridare contro le intromissioni mediatiche, non basta un richiamo agli esponenti del partito che non hanno capito la necessità di cambiare abitudini, non basta prendere le distanze da chi esagera col razzismo e con l’antisemitismo, non basta cambiare il tono che fa la musica, bisogna cambiare musica e musicisti. Sarà molto difficile che Giorgia Meloni possa farlo.

 

 

L’infallibilità di Trump

Un successo dietro l’altro. Donald Trump è in un momento di grazia e dopo aver schiacciato Joe Biden nel primo dibattito televisivo inanella un’altra importantissima vittoria: per la prima volta dalla fondazione degli Stati Uniti nel XVIII secolo, la Corte Suprema ha dichiarato che gli ex presidenti possono essere protetti da accuse penali negli atti ufficiali.

La prima conseguenza di una decisione che avrà ripercussioni non solo sulla sorte del tycoon ma negli anni a venire è che il processo per il tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni del 2020 slitterà, quasi sicuramente, a dopo l’election day. Proprio quello a cui puntavano Trump e i suoi avvocati. “Grande vittoria per la nostra costituzione e la democrazia. Orgoglioso di essere americano!”, ha subito esultato The Donald, che è riuscito a portare a casa questo risultato fondamentale anche grazie alla maggioranza di giudici conservatori (sei su nove) da lui nominati nel massimo tribunale Usa.

Dura, invece, la reazione delle tre giudici liberal – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson – che hanno criticato aspramente la sentenza. “I padri fondatori non l’avrebbero appoggiata, la nostra Costituzione non protegge il presidente”, ha dichiarato Sotomayor esprimendo il suo dissenso. “Questa sentenza rende il presidente un re al di sopra della legge”, ha avvertito.

Ora il caso torna nelle mani della giudice di Washington, Tanya Chutkan, che dovrà decidere se una parte delle accuse mosse dal procuratore speciale Jack Smith deve essere archiviata sulla base della distinzione dei saggi tra azioni decise nei poteri costituzionali del presidente, e quindi ufficiali, e azioni intraprese nella sua capacità privata. (Ansa.it)

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che gli ex presidenti, e quindi Donald Trump, hanno diritto a una parziale immunità nell’esercizio delle loro funzioni: non possono quindi essere processati per i loro atti ufficiali. Non è una fake news anche se la sembra.

Ho sempre avuto parecchi e seri dubbi sulla consistenza sostanziale della democrazia statunitense, in questi ultimi tempi i dubbi si sono fatti certezze negative. É arrivata la goccia che fa traboccare il vaso: non solo le elezioni presidenziali sono sistematicamente condizionate e truccate dal punto di vista politico, non solo lo strapotere presidenziale non trova seri contrappesi a livello istituzionale, ma siamo arrivati all’infallibilità (non scandalizziamoci delle teocrazie medio-orientali…).

La magistratura è pilotata dalla politica: questa non è democrazia, questa è dittatura bella e buona, un autentico golpe giudiziario che mi mette i brividi. Dopo di che tutto è possibile…per Trump e per i suoi successori. È l’America, stupido!

A questo punto sulla scena mondiale si scontrano (?) tre regimi imperiali e autoritari: Usa, Cina e Russia. Non aspettiamoci niente di buono. In tale sconcertante contesto la Ue sta a guardare, anzi si guarda l’ombelico franco-tedesco e dà una orgogliosa sbirciatina al proprio basso ventre. Tutto sommato l’unica democrazia viene dal Vaticano: il Papa è infallibile, ma solo su questioni religiose.

La Corte Suprema statunitense fa (male) il verso al Concilio vaticano del 18 luglio 1870 che determinò e approvò il dogma cattolico in virtù del quale il pontefice è considerato infallibile quando definisce solennemente una dottrina di fede o di morale, agendo in funzione di Capo della Chiesa e di guida spirituale di tutti i Cristiani. Se al Papa venisse la tentazione di fare un colpo di Stato in Vaticano, scatenando orde di fedeli che assaltassero i Sacri Palazzi, non potrebbe poi nascondersi dietro il dogma dell’infallibilità.

Cosa volete che sia il premierato italiano di fronte alla immunità presidenziale americana. Il clima politico mondiale è veramente sconcertante. Un tempo per fuggire dalle dittature nazi-fasciste si andava negli Usa. Poi gli Usa, dopo avere sconfitto le dittature nazi-fasciste, hanno cominciato a spargere nel mondo analoghe dittature a loro uso e consumo. Ora si stanno trasformando in una vera e propria strisciante dittatura. Vuoi vedere che per difendersi da questa deriva anti-democratica bisognerà scappare in Vaticano, come fece De Gasperi, il quale durante gli anni Trenta, dopo aver conosciuto il carcere, era stato impiegato alla Biblioteca apostolica vaticana.

Sembra uno scherzo della storia, ma invece è la triste realtà della politica attuale.

 

 

I francesi alla riscossa, gli italiani alla rincorsa

Un trionfo Rn ai ballottaggi non è automatico, per via delle strategie combinate degli altri partiti, fra i quali è scattato un riflesso antilepenista, anche se in ordine sparso. Diversi leader, a cominciare dal premier macroniano Gabriel Attal, martellano ora lo slogan “tutto salvo l’estrema destra”. Questo si tradurrà in concertazioni, nelle varie circoscrizioni, per «sbarrare la strada» a Rn: tanto la gauche, quanto i macroniani, dovrebbero ritirare dai ballottaggi non pochi dei loro candidati rimasti in ritardo, in modo da facilitare il compito di candidati di altro colore meglio piazzati per battere i lepenisti. Una strategia che, secondo gli esperti, potrebbe in effetti allontanare Rn da quella maggioranza assoluta chiesta nuovamente a gran voce, nella serata elettorale, da Bardella e Le Pen. Gli schieramenti avranno tempo fino a domani sera per ufficializzare le proprie mosse nelle circoscrizioni ancora in ballo.

Al 66,7%, la partecipazione è stata molto più alta che nelle elezioni precedenti, a riprova dell’alta posta in gioco percepita dagli elettori. In molte circoscrizioni, la battaglia verso i ballottaggi è già cominciata, con toni aspri. Sarà probabilmente senza esclusione di colpi. I temi più importanti per gli elettori, nell’ordine dato dai rilevamenti, sono potere d’acquisto, immigrazione, salute e sicurezza. (dal quotidiano “Avvenire” – Daniele Zappalà)

Innanzitutto bisogna osservare come tutti i commenti sulle elezioni anticipate francesi partissero dal dato percentuale della destra lepeniana che veniva fissato ad oltre il 33%, mentre il dato reale si è fermato a poco più del 29%: c’è una discreta differenza…Non voglio soffermarmi sull’entità della vittoria, che tuttavia mi sembra più che altro una sconfitta di Macron. In un sistema proporzionale puro i discorsi sarebbero apertissimi, ma è giusto prendere atto di una situazione che vede la destra alla possibile soglia del governo della Francia. Non è cosa da poco!

Ebbene, nonostante tutto, in senso squisitamente e paradossalmente politico, invidio i francesi per due motivi, forse in base al famoso detto che l’erba del vicino è sempre più buona. Ai cugini d’oltralpe si prospetta una destra-destra che non gioca a nascondino in Europa e nel mondo come la nostra che si camuffa all’estero, si “populizza” all’interno e si scatena ideologicamente in senso neo-fascista tramite le sue avanguardie giovanili. Dopo di ché gli italiani non capiscono con quale destra hanno a che fare, se con quella che flirta con Ursula von der Leyen, che scambia bacetti con Joe Biden, che si erge a difensore della famiglia, che garantisce ordine e serenità a tutti oppure quella sostanzialmente anti-europea che simpatizza per Orban, che non esiterà a schierarsi dalla parte di Trump, che vuol fare a fette il Paese, che intende mettersi la Costituzione sotto i piedi, che pensa di clericalizzare la laicità dello Stato,  di creare il clima per far saltare i freni inibitori per l’antisemitismo, il razzismo, in una parola sola e riassuntiva, il fascismo.

Marine Le Pen col suo Rassemblement National parla come mangia, almeno per ora, e chi la vota sa dove va a parare.  I francesi conoscono bene il rischio che corrono salvo decidere di correrlo. Chi non se la sente ha ancora la possibilità di fare diga al secondo turno elettorale con patti di desistenza tali da sbarrare la strada a chi intende marciare verso la maggioranza assoluta in Parlamento. Andasse male la diga, ai francesi antilepenisti rimane la speranza di una coabitazione istituzionale molto difficile e logorante al termine della quale potrebbero cambiare parecchie cose (è la scommessa di Macron!).

Alle ultime elezioni politiche italiane c’era un minimo di possibilità di arginare la destra con qualche patto elettorale tattico ma importantissimo: niente da fare gli antimeloniani andarono in ordine sparso e portarono Giorgia a Palazzo Chigi. In Italia poi, costituzionalmente parlando, non esiste la possibilità di una coabitazione Chigi-Quirinale se non di fatto nello scontro del governo con Sergio Mattarella, il quale avrebbe una maggioranza schiacciante di consensi tale da condizionare pesantemente l’azione di governo, ma è costretto a rispettare i propri limiti di potere e a giocare soltanto con la saggezza, il buon senso e lo spirito costituzionale che lo contraddistinguono. Vogliono togliere anche questo ostacolo e così abbattere ogni e qualsiasi contrappeso allo strapotere della destra che vuole controllare tutto (Parlamento, Governo, Regioni, Media, Magistratura, etc. etc.).

I francesi sono ancora in tempo, noi siamo messi molto male e al momento non abbiamo spazi di manovra. Sono curioso di vedere se il ruspante pragmatismo antilepeniano potrà insegnare qualcosa allo scettico e debole ideologismo antimeloniano. Così come i francesi si stanno aggrappando al loro sistema elettorale e in subordine financo a quello istituzionale, gli italiani dovrebbero difendere con le unghie e coi denti la Costituzione, il vero baluardo della democrazia, lavorare per un’alternativa politica alla destra senza fare troppo gli schizzinosi, aprirsi a scenari di pace, dialogo e collaborazione a livello internazionale.

C’è il crack del neofascismo e il crac della premier

Caso Fanpage, Meloni mette nel mirino Mattarella: “Deve garantire la libertà dei partiti”. Gelo del Colle. La premier infastidita per l’inchiesta sui giovani di FdI tira in ballo il Capo dello Stato rifacendosi agli articoli della Carta che tutelano l’autonomia delle forze politiche e dei sindacati. Il silenzio del Quirinale che la leader voleva coinvolgere anche sulle nomine Ue. (dal quotidiano “La stampa” – Ilario Lombardo)

Quando una persona è sfrontata, vale a dire priva di ritegno, impudente, talvolta sino all’insolenza, in dialetto parmigiano si dice che ha un “Bècch äd fér”. L’espressione si attaglia perfettamente alla nostra attuale presidente del Consiglio nonché leader del partito dei “Fratelli d’Italia”.

Ella infatti, anziché leccarsi le ferite procurate dalle inchieste sconvolgenti sul movimento giovanile del suo partito, anziché rispondere nel merito degli elementi emergenti da tali inchieste, anziché adottare qualche serio provvedimento nei confronti di questi deliranti suoi virgulti, preferisce rifugiarsi nella forma, nascondendosi dietro il fantomatico diritto delle forze politiche ad una sorta di privacy e lasciando intendere che, se ci sono dei panni sporchi, devono essere lavati in casa e non a livello mediatico. Alcuni suoi inqualificabili sodali arrivano persino a ritorcere le accuse sui gruppi di estrema sinistra dediti alla violenza (i centri sociali?) in base al ragionamento del “mal comune mezzo gaudio”.

E questa sarebbe una donna di governo intelligente, una leader politica che ci sa fare, una persona meritevole di fiducia e di voto? Questa è una politicante di bassissimo livello, pericolosa, dedita alla menzogna storica, culturale e politica. In Europa se ne stanno accorgendo e, nei limiti del possibile, la stanno tagliando fuori come “un brutto male”.

Ecco perché, dal momento che la lingua batte dove il dente duole, Giorgia Meloni lascia intendere di avere qualcosa da ridire sull’atteggiamento del Capo dello Stato in ordine alle vicende europee dell’assegnazione delle massime cariche istituzionali. Ebbene, Sergio Mattarella si è spinto a difendere il diritto dell’Italia alla giusta considerazione (a me, e non solo a me, era sembrato un assist alla premier impegnata in una difficile trattativa), ma evidentemente non è bastato: a far del bene agli asini…Solo il Presidente della Repubblica saprà quanti e quali interventi avrà fatto a copertura delle cazzate in via di compimento ad opera di questo governo e della premier: questo è il grazie!

Fossi in Mattarella…, ma lasciamo perdere. Credo tuttavia che Giorgia Meloni stia malcelando le sue chiare difficoltà, buttando magari nel tritacarne persino il Capo dello Stato, in quanto è l’unico esponente delle istituzioni italiane in grado di mettere i bastoni costituzionali fra le ruote della sua azione di governo. Non è un caso che lo vogliano depotenziare con la demenziale riforma del cosiddetto premierato. Evidentemente si è montata la testa, ma forse le sta cominciando a girare.

Torno al merito della questione del fascismo giovanile filomeloniano: non mi stupisce più di tanto anche se sta superando impensabili livelli di guardia. Ognuno ha il suo modo di affrontare la problematica giovanile: Fratelli d’Italia non vuole nemmeno sentir parlare di droghe, cannabis compresa, salvo somministrare ai suoi giovani pazzesche dosi di un autentico crack, droga (anti)storica, che obnubila i cervelli e trasferisce i soggetti direttamente nell’inferno del fascismo e delle sue teorie. Anziché vedere di studiare qualche terapia politico-culturale che li possa affrancare da questa autentica tossicodipendenza, si preferisce tutto sommato ringraziarli per la loro entusiastica azione di supporto, difenderne, seppure in modo imbarazzato, il diritto all’esistenza, tuttalpiù dare loro appena una calmata al metadone.

Quanto all’Europa, meno male che c’è Mattarella a salvarci la faccia. E se un bel giorno si stancasse di questi apprendisti stregoni, che si aggirano persino intorno al Colle, e cominciasse ad usare maniere non dico forti, ma robuste, per contrastare questa deriva anticostituzionale in atto? Probabilmente avrebbe il consenso di tutti gli italiani o almeno della loro gran parte. Certamente il mio!

 

La comica intermedia e la tragedia finale

Mi sono ben guardato dal seguire il dibattito televisivo fra Biden e Trump: troppo forte ne sarebbe derivata l’umiliazione per assistere a questo scempio della democrazia. Quando osservo i big a cui sono rimessi attualmente i destini dell’umanità, mi prende un senso di scoramento e certamente la campagna elettorale statunitense risulta molto deprimente, una sorta di reciproco auto-impeachment da cui non si esce vivi.

Perché siamo caduti così in basso? Da una parte abbiamo un evidente puttaniere a trecentosessanta gradi, un potenziale golpista che c’ha già provato, un arrogante bellicista che porterebbe al massimo il clima di guerra totale, un egoista all’ennesima potenza messo in sella a quella che dovrebbe essere la più grande potenza democratica. Dall’altra parte abbiamo un personaggio inadeguato, incapace di ricoprire le enormi responsabilità che gli vengono affidate, che non riesce a rendere l’idea sulle proprie intenzioni di governo, che ha galleggiato sui problemi internazionali e non offre alcuno spiraglio di uscita da essi.

La società americana sembra essere allo sbando, l’impero statunitense traballa, i valori democratici sono stati accantonati da tempo, i due partiti, il repubblicano e il democratico, non si distinguono, vanno a gara a chi è più insignificante e meno rappresentativo, le contraddizioni istituzionali emergono in modo drammatico (non si capisce chi governa, chi fa le leggi, chi amministra la giustizia), il mondo aspetta il Godot americano, la speranza in una ripresa valoriale si è da tempo dissolta.

Può il mondo fare a meno del contributo degli Usa? La risposta è no! E allora? L’Europa non riesce a svolgere un ruolo protagonistico fondamentale, la Cina è dedita ai propri loschi affari, la Russia persegue il ritorno ad un ruolo imperiale, il resto del mondo sembra dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Dell’Italia meglio non parlare. Rimane soltanto la Nato a svolgere, armi alla mano, il ruolo di gendarme del mondo, che lascia sfogare i vari focolai di guerra funzionali ad un falso equilibrio dove la catastrofe sembra solo rinviata a data da destinarsi.

E la CNN manda in onda la sfida fra due squallidi personaggi: un tempo si sarebbe azzardata la scelta del meno peggio, oggi mi sembra non sia più possibile tali e tanti sono i problemi che richiederebbero un minimo di disegno politico-programmatico. Una sorta di tragicomica intermedia che mette solo ulteriore ansia.

Abbiamo toccato il fondo? Lo stiamo per toccare? Siamo ancora lontani e il peggio deve ancora venire? E pensare che la politica è sempre stato il mio pallino: dove è finita? Senza non si può fare… Non resta che interrogarsi su cosa ognuno possa mettere in moto per invertire una tendenza che sembra inesorabile. Magari basta poco, basta uscire dai propri interessi per guardare a quelli di chi soffre, e tutto potrebbe cambiare. Proviamoci! Magari le punture di spillo diventeranno iniezioni di speranza, i disagi personali diventeranno iniziative di gruppo, le proteste particolari diventeranno proposte condivise, le grida stentoree diventeranno cori sommessi, lo spontaneo disimpegno diventerà ribellione civile, il pessimismo della ragione diventerà l’ottimismo della volontà, i bisogni trascurati troveranno qualche timida risposta, la società ritroverà finalmente l’ago della politica/pace nel pagliaio della confusione/guerra…Giorgia Meloni, alle prese coi giovani ribelli, si rifugerà tra i suoi  scatenati e nostalgici porno giovani e Donald Trump, alle prese con le donne richiedenti asilo e diritti, si rifugerà tra le sue fredde porno star. Per favore, lasciatemi sognare!

 

 

 

 

La luna di fiele

Al  termine di una giornata lunga e nervosa, il pacchetto di nomine per i vertici dell’Unione Europea passa nella notte ma con il distinguo italiano. Luce verde dunque del Consiglio Ue per la popolare tedesca Von der Leyen alla guida (per la seconda volta) della Commissione Ue, per il socialista Costa, portoghese, che guiderà i vertici dei Ventisette e per la liberale estone Kallas, indicata come Alto rappresentante per la politica estera.

Giorgia Meloni, però, presidente dei Conservatori europei (Ecr), prende le distanze da un accordo che vede protagonisti i leader popolari, socialisti e liberali. La premier si astiene su Von der Leyen, mantenendosi dunque le mani libere per votarla, eventualmente, nella seduta dell’Europarlamento di Strasburgo del 18 luglio. E dice “no” sia a Costa sia a Kallas, in quello che è stato – era una delle ipotesi della vigilia – un voto spacchettato sui tre diversi incarichi. La premier italiana supera Orban in radicalità: il leader magiaro infatti vota contro Von der Leyen, a favore di Costa e si astiene su Kallas. L’altro leader conservatore presente tra i Ventisette, il ceco Fiala, invece dice “sì” al pacchetto.

Dopo il voto, Palazzo Chigi ha fatto sapere che “nel quadro delle votazioni in Consiglio Europeo sulle nomine dei nuovi vertici, il governo italiano ha ribadito la propria contrarietà al metodo seguito nella scelta da parte dei negoziatori Ppe, Socialisti e democratici e Renew, esprimendo voto contrario ai candidati a presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa e a Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas. Per quanto riguarda la nomina di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione Europea si è deciso per un voto di astensione nel rispetto delle diverse valutazioni tra i partiti della maggioranza di governo, e nell’attesa di conoscere le linee programmatiche e aprire una negoziazione sul ruolo dell’Italia”. (dal quotidiano “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re e Marco Iasevoli)

Ma Giorgia Meloni non si era convertita alla Ue? Ma l’Italia, grazie ai successi di Giorgia Meloni, non era sempre più inserita e forte nel panorama europeo? Ma fatemi il piacere…

Un atteggiamento più insipido ed equivoco l’Italia non poteva adottarlo: una presa di distanza assurda, una sorta di minacciosa apartheid di cui i partner europei faranno risate a crepapelle, un regalo inaspettato ai traballanti leader europei, un vomitevole compromesso fra le nostrane forze, pardon debolezze di governo, un ridicolo pugnetto battuto sul tavolo di Bruxelles. Due nemici sicuri ce li siamo già guadagnati, un’improbabile amica sarà tutta da inventare. Molti nemici molto onore!

Tutti ricorderanno la barzelletta del marito che, per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi fagh cme no vôja e stag chi!».

Sotto il letto ci si è ficcata Giorgia Meloni che pensa di ricattare i partner con un atteggiamento assurdo e ridicolo al fine di ottenere un vergognoso contentino a livello di Commissione europea. Non so se alla cena consigliare europea volteggiassero i fantasmi fascisti impersonificati dai Fratellini d’Italia, di certo emergeva un’Italietta di terza categoria allo sbaraglio, che pretendeva di fare un gol all’Europa schierata in difesa.

Non so se per Meloni tiri aria simile a quella che distrusse Berlusconi con una risata fra Sarkozy e la Merkel. La fortuna di Giorgia è che le risate di Von der Leyen sono inflazionate e Macron ha ben altro a cui pensare. Mi sembra comunque che la luna di miele giorgiana stia terminando.

 

 

Quando la metafisica cacciariana è troppo concreta

Cacciari: “Patetica l’opposizione unita senza un programma, non basta Bella Ciao”. Il filosofo sul parallelo con la Francia: «Meloni, a differenza di Le Pen, è una premier in carica che ha preso le distanze dal passato con pieno riconoscimento internazionale» (Titolo e sottotitolo dell’intervista rilasciata da Massimo Cacciari a Francesca Paci de “La Stampa”)

Posso condividere il provocatorio appunto mosso all’opposizione parlamentare, ma non condivido affatto la reiterata e sempre più immotivata sottovalutazione del pericolo neofascista insito nel premierato di Giorgia Meloni e nel sottobosco del suo partito, così come ritengo estemporaneo la gentile concessione di aver preso le distanze dal passato con tanto di riconoscimento internazionale.

Forse per Cacciari prendere le distanze dal fascismo significa elogiare apertamente la gioventù di Fratelli d’Italia, come appare dall’inchiesta scioccante di Fanpage, organizzazione che non è un’accozzaglia di pochi imbecilli, ma l’espressione di una diffusa e coltivata mentalità giovanile e senile, da cui Giorgia Meloni non riesce a distinguersi per motivi ideologici, politici ed elettorali.

Al pensiero Cacciariano risponde quello Mieliano (lo storico Paolo Mieli). Quest’ultimo riduce la questione neofascista alla solita menata dei ragazzacci da compatire e tuttalpiù da rimproverare con qualche scappellotto meloniano. Questi due autorevoli personaggi danno indubbiamente il meglio nelle loro discipline (filosofia e storia), ma, quando si avventurano nella critica politica, uno, sempre più spesso (e me ne dispiaccio sinceramente), fa la parte del bastian contrario e l’altro (è più forte di lui) dell’opportunistico oppositore di comodo. Se restassero nelle loro specialità farebbero bene a tutti: alla politica, alla storia, alla filosofia, ai media e a tutti quanti li leggono e/o li ascoltano.

Mentre la premier Giorgia Meloni si siede al tavolo del Consiglio d’Europa – non ho peraltro capito per proporre cosa se non fare da ventriloqua al Presidente Mattarella, che l’ha voluta aiutare, anzi ci ha voluto aiutare tutti, in un frangente molto delicato, con la frase sibillina “l’Europa non può prescindere dall’Italia” (forse, prudente com’è, se la poteva risparmiare, a meno che il contesto in cui l’ha pronunciata fosse più articolato e argomentato) – escono nuovi elementi a suo carico, inerenti il neofascismo della sua truppa giovanile: provo rabbia e vergogna anche perché la premier, a questi livelli di rapporti internazionali, ci dovrebbe rappresentare tutti, invece ci divide e presenta di noi una caricatura che ci fa tornare indietro di ottant’anni. Posso essere schifato? Lascio al professor Cacciari le sue teatrali elucubrazioni sdogananti e al dottor Mieli le sue presuntuose assoluzioni antistoriche.

L’irrinunciabile neofascismo peraltro non si limita soltanto a coltivare la memoria, ma a tradurre nell’azione di governo una cultura affatto democratica e affatto costituzionale. Ho troppa stima per Massimo Cacciari per pensare che gli siano sfuggiti i collegamenti fra tutta l’azione di governo meloniana e i presupposti ideologici che affondano le radici nel passato. Il pericolo quindi esiste e più il tempo passa e più lo si vede e lo si intravede.

Quanto al riconoscimento internazionale altro non è che il dito dietro cui Giorgia Meloni furbescamente si nasconde e per chi fa finta di concederglielo il modo altrettanto furbo per tenerla sulla corda e per escluderla nei momenti e nelle questioni topiche dall’area democratica occidentale. Siamo di fronte ad un’apprendista stregona, tollerata obtorto collo all’estero ed esaltata in patria (anche per colpa degli snobismi pseudo-culturali alla Cacciari).

Che serve mandare giustamente affanculo Italo Bocchino per essere complimentosi con Giorgia Meloni? Sarebbe meglio, tutto sommato il contrario. Bocchino è insopportabile, ma è parte integrante del gioco meloniano (basta ascoltare i suoi commenti ai contenuti dell’inchiesta di Fanpage, così come quelli degli esponenti politici di FdI nonché dei tanti giornalisti fiancheggiatori). Se volesse essere coerente, Cacciari dovrebbe mandare affanculo parecchia gente: basterebbe e sarebbe meglio che ci mandasse la premier (in modo magari elegante per non incorrere negli assurdi guai giudiziari in cui è incorso il professor Luciano Canfora), anziché sforzarsi di legittimarla inspiegabilmente.

Il sacrosanto attacco all’insufficienza politica della sinistra non val bene una messa all’altare democratico di Giorgia Meloni.  All’ipocrisia della nostra premier preferisco paradossalmente la sincerità di Marine Le Pen: votando questa i francesi sanno quel che votano, votando Giorgia gli italiani no. Il di più viene dal fascismo passato, presente e futuro.

 

Trasformismo al buio fitto

Mi sembra opportuno, oserei dire obbligatorio, osservare e valutare le dinamiche politiche in chiave europea, abbandonando una visione meramente nazionale a cui peraltro siamo troppo affezionati. In questo senso è utile ricordare come il maggior partito italiano (FdI) si sia posto alla vigilia delle elezioni europee, lasciando intendere, seppure con un certo cerchiobottismo, la propria preferenza per la costituzione di una maggioranza parlamentare di centro-destra che mettesse in minoranza i socialisti.

Niente di male anche se all’indomani dei risultati elettorali è cominciato il trasformismo: la voglia di inserirsi nei giochi di potere a prescindere dalle promesse elettorali, lasciando aperta la possibilità di svolgere il ruolo di stampella più o meno trasparente per la riedizione della maggioranza parlamentare uscente. Mai coi socialisti! Mai dire mai! Senonché i socialisti non vogliono bere nemmeno un caffè con Fratelli d’Italia: Berlusconi diede del kapò a Martin Schulz, Meloni si presenta accompagnata virtualmente da una patriottica nidiata di fascistoni.

Molti giudicano positivamente questo tatticismo ascrivendolo alla furbizia politica di Giorgia Meloni, senonché queste manovre di stampo andreottiano bisogna saperle fare, altrimenti se ne esce malissimo e magari con un pugno di mosche in mano.  Può darsi che tutto si risolva in un drappello di voti garantiti sottobanco in Parlamento con il contraccambio di un delegato di qualche peso in Commissione: si ipotizza un incarico per Raffaele Fitto.

Gli accordi a tavolino non vanno bene se il tavolino non consente di sedersi al governo italiano: mentre Giorgia Meloni esprimeva in Parlamento queste infantili e isteriche reazioni rispetto alla sua esclusione dai giochi europei di un certo livello, osservavo l’imbarazzo di Antonio Tajani aderente al Ppe protagonista principale al tavolino di cui sopra nonché quello di Matteo Salvini, bellamente scavalcato nei suoi pregiudizi antieuropei. Il governo italiano si presenta infatti politicamente diviso in Europa: un coretto a tre voci che suscita scherno e ilarità.

Staremo a vedere, ma queste figurette italiane in sede Ue non mi vanno a genio, mentre gli italiani bevono tutto senza fare una piega. Ci lamentiamo di una politica fatta di incoerenze e manovre poco trasparenti e poi subiamo o addirittura applaudiamo al pendolarismo meloniano tra Orban e Von der Leyen, ci accontentiamo di uno straccio di delega pesante, che rimane l’unico chicco d’uva raggiungibile dalla volpe Meloni (candidato ideale sarebbe Guido Crosetto con incarico tutto da stabilire).

È questo il protagonismo italiano in sede Ue? È questo il ruolo politico che l’Italia si è conquistata? Posso essere drastico e provocatorio? Tra i giochetti di Giorgia Meloni e i gioconi di Marine Le Pen preferisco i secondi: almeno c’è un po’ di chiarezza. Attenzione a non rimanere figli di nessuno…L’opportunismo va bene fino a un certo punto. Con un debito pubblico enorme che ci pesa addosso, con le “pataglie” sporche che dobbiamo nascondere, con tutti i problemi che abbiamo, non possiamo permetterci di giocare a fare gli europeisti a mezzo servizio. Ne va della credibilità italiana e delle nostre prospettive in seno all’Europa.

Se l’intelligenza politica dei nostri attuali governanti consiste nelle strizzate d’occhio a Ursula e nei baciamano di Orban, siamo messi veramente male. Non consoliamoci con le difficoltà di Macron alle prese con Marine Le Pen. Tutto sommato, invidio i francesi.

Guerra no, ribellione sì

Giorgia Meloni via Facebook accusa la sinistra di usare toni da «guerra civile», visto che dai pentastellati citano per lei piazzale Loreto – «mi vorrebbero massacrata e a te sta in giù», dice – e sull’autonomia (e le altre riforme in ballo come il premierato) la premier non fa sconti. «Contro tutte queste riforme, la sinistra, di ogni colore, è scatenatissima. Ci accusano di ogni possibile nefandezza. Sul premierato ci accusano di deriva autoritaria poi – la stoccata – si scopre che lo proponeva anche il Pds di Achille Occhetto circa 30 anni fa. (dal quotidiano “Avvenire”)

Mentre Giorgia Meloni grida al lupo della guerra civile, io desidero ardentemente la ribellione civile contro il suo modo di governare e contro i contenuti sostanzialmente anticostituzionali della sua azione di governo. È riuscita a rendersi ancora più inaccettabile di Silvio Berlusconi: il che è tutto dire!

Quali sono i motivi che suscitano in me questa ribellione, che va al di là del semplice dissenso. C’è in filigrana sempre e comunque la questione del neofascismo, che non è soltanto nostalgia da parte delle sue truppe giovanili, che non è solo incidente da parte dei suoi sodali, che non è una vaga reminiscenza storico-culturale, ma un modo di interpretare la politica che si esprime ad ogni piè sospinto.

Il tema dell’ordine pubblico viene impostato col metodo della repressione; quello della socialità col metodo della divisione; quello economico col metodo del favoritismo; quello istituzionale col metodo dell’accetta; quello del dialogo col metodo della menzogna. Di fronte a questo scempio è più che normale una certa ribellione, che può assumere anche toni eufemisticamente ineleganti.

L’aggressività e la prepotenza al limite della violenza verbale, usate a piena gola dalla premier, innescano un clima di insofferenza reciproca, che non è affatto democratica, ma che diventa irresistibile.

Può essere significativo al riguardo il fatto che all’indomani di una netta sconfitta elettorale ai ballottaggi delle elezioni comunali il presidente del Senato Ignazio La Russa auspichi tout court un cambiamento della legge elettorale: della serie le regole democratiche me le faccio io e guai a chi ha il coraggio di contestarmi.

Il chiudere sempre i discorsi facendosi forza del consenso elettorale per tappare la bocca a chi osa dissentire non è certamente un atteggiamento democratico, a parte il fatto che il consenso non è poi così largo e convinto da giustificare questo strisciante trionfalismo.

Se non erro mi sembra che Winston Churchill sostenesse che la democrazia comincia il giorno dopo delle elezioni. In Italia lo si smentisce instaurando un clima elettorale permanente che distrugge la democrazia; ma non solo, si governa col pallottoliere, con l’occhio rivolto non al Paese intero ma alle fette sociali di riferimento. Questi, per dirla fuori dai denti, sono i presupposti per un regime autoritario con tanto di spregiudicato uso dei media.

Non mi interessa niente se Achille Occhetto fosse o meno d’accordo sul premierato. Il discorso è molto serio e preoccupante e non va svilito a livello di rinfacciamenti più o meno appropriati. Questa riforma così come viene posta e contestualizzata dall’attuale governo è un vero e proprio attentato alla Costituzione.

E poi si vorrebbe che le opposizioni usassero i guanti di velluto? che chi protesta lo facesse con la sordina? che chi dissente si rassegnasse all’instaurazione di un regime in via di progressiva combinazione antidemocratica?

Sarà bene che gli italiani si diano una mossa. Se andiamo avanti di questo passo scoppieranno ben altre proteste rispetto a quelle attuali fin troppo contenute. Almeno me lo auguro. Un netto e inequivocabile no alla violenza, ma un convinto sì alla protesta e, se necessario, alla ribellione civile. Toccherà alle forze politiche e sociali interpretare il malcontento non per stopparlo o assorbirlo, ma per trasformarlo in proposte alternative in difesa della costituzione e della democrazia.

Mors tua mors mea, vita tua vita mea

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

Siamo incamminati su questa strada. Per ora “accontentiamoci” di quanto sta succedendo in Germania come attestato dall’articolo di seguito parzialmente citato.

In apparenza è una buona notizia. Continental, impresa tedesca di componenti per auto, ha trovato un partner in cui ricollocare una parte degli oltre 7mila lavoratori in esubero a causa della crisi del settore. Peccato che operai e dirigenti, in particolare addetti all’innovazione, saranno assorbiti da Rheinmetall (di cui fa parte anche Rwm in Sardegna, i cui ordigni sono stati utilizzati, come hanno dimostrato varie inchieste, nella guerra in Yemen), colosso nazionale della Difesa, in pieno boom a causa del conflitto in Ucraina. Bank of America, in un recente rapporto, definisce la compagnia – insieme alla britannica Babcock – la più “promettente”, con un beneficio operativo dodici volte più alto della media del settore. Per quest’anno, l’azienda con sede a Dusseldorf prevede di incrementare il proprio giro d’affari del 40 per cento rispetto al 2023 quando il fatturato era stato di 7,2 miliardi di euro. Soldi provenienti, in parte, dal fondo speciale da 100 miliardi di euro istituito dal governo tedesco nel 2022 per rimodernare l’esercito per adeguarlo al «cambiamento d’era», per parafrasare il cancelliere Olaf Scholz. «Dobbiamo essere preparati per la guerra», non si stanca di ripetere il ministro della Difesa, Boris Pistorius. Rheinmetall, dunque, si prepara a una fase di boom: nel 2023, le richieste hanno toccato il picco di 38,3 miliardi, il 44 per cento in più nel giro di dodici mesi. Per portare avanti l’espansione, il colosso si è messo alla ricerca di nuovo personale. Si parla di un aumento del 10 per cento dei 30mila addetti, il maggior piano di assunzioni dalla fine della Guerra fredda. (dal quotidiano “Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Economia di guerra, fondata sulle armi! Non sorprendiamoci quindi se le guerre non finiscono mai, sono un tormentone senza soluzione di continuità, tuttalpiù si può sperare in qualche pausa che prelude ad una ripresa ancor più forte delle ostilità. È la visione tragica ma realistica delle sorti del mondo. Ne siamo tutti più o meno responsabili: dalla ipocrita protervia dei governanti all’omertoso menefreghismo dei semplici cittadini.

La diplomazia è ridotta a vuoto rituale, che costituisce purtroppo un semplice rammendo rispetto agli sbraghi continuamenti procurati al nostro lussuoso ma sempre più sbrindellato abito funerario.

Non mi resta che rifugiarmi nell’insegnamento etico di mio padre, il quale ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: «Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?».

Di ritorno dalla toccante visita al sacrario di Redipuglia si illudeva di convertire tutti al pacifismo, portando in quel luogo soprattutto quanti osavano scherzare con nuovi impulsi bellicosi. «A chi gh’à vója ‘d fär dil guéri, bizògnariss portärol a Redipuglia: agh va via la vója sùbbit…». Pensava che ne sarebbero usciti purificati per sempre.

Mio padre peraltro era in ottima compagnia e in perfetta sintonia con papa Francesco che a Redipuglia pronunciò le parole che riporto di seguito.

Qui e nell’altro cimitero ci sono tante vittime. Oggi noi le ricordiamo. C’è il pianto, c’è il lutto, c’è il dolore. E da qui ricordiamo le vittime di tutte le guerre. Anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? É possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: “A me che importa?”.

 É proprio dei saggi riconoscere gli errori, provarne dolore, pentirsi, chiedere perdono e piangere. Con quel “A me che importa?” che hanno nel cuore gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere. Caino non ha pianto. Non ha potuto piangere. L’ombra di Caino ci ricopre oggi qui, in questo cimitero. Si vede qui. Si vede nella storia che va dal 1914 fino ai nostri giorni. E si vede anche nei nostri giorni.

Con cuore di figlio, di fratello, di padre, chiedo a tutti voi e per tutti noi la conversione del cuore: passare da “A me che importa?”, al pianto. Per tutti i caduti della “inutile strage”, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto.

Mio padre e il Papa. E i politici? Come diceva spesso Giorgio La Pira, oggi gli unici realisti della politica sono coloro che credono nella pace; drammaticamente illusi sono coloro che credono di risolvere con i vecchi strumenti della violenza e della guerra gli inediti problemi dei nostri tempi.

Mi sono ripromesso di operare le mie scelte politiche in base al criterio della “pace”: ho recentemente votato in questo senso e continuerò a farlo a costo di astenermi o di esprimere voti apparentemente inutili o ininfluenti. Un principio radicale che rifiuta ogni e qualsiasi eccezione. Una irrinunciabile opzione etica che viene prima delle ricostruzioni storiche, delle analisi socio-culturali e dei ragionamenti politici.

A Marco Tarquinio, parlamentare europeo di fresca nomina, è stato chiesto di definire l’Europa in una parola. La risposta è stata “pace”. “L’Europa è pace o non è niente”. Mi permetto di essere pienamente d’accordo e di augurargli di rimanere fedele a questa radicale impostazione.