La transizione verso gli argini di carta assorbente

Mio padre era un socialista senza socialismo (almeno a livello nazionale) ed anche questo lo si deduceva da come spesso sintetizzava la storia della sinistra in Italia, recriminando nostalgicamente sulla mancanza di un convinto ed autonomo movimento socialista, che avrebbe beneficamente influenzato e semplificato la vita politica del nostro Paese. Non era anticomunista, ma era autonomo rispetto a questa ideologia ed estremamente critico verso gli aspetti più superficiali, faziosi, demagogici, anticlericali, filo sovietici del comunismo italiano.

E qui viene bene la battuta velenosa in occasione di una alluvione in Italia (non ricordo dove e quando, ma non ha molta importanza). Di fronte al solito ritornello dei comunisti trinariciuti, quelli col paraocchi, che recitava più o meno “Cozi dal gènnor in Russia in sucédon miga”, mio padre rispose: “Sät parchè? In Russia i gh’àn j èrzon äd cärta suganta”.

É indubbiamente una delle più belle battute di mio padre per stile, eloquenza, brillantezza, spontaneità e parmigianità. Non sopportava la faziosità in generale, detestava la mancanza di obiettività e nelle sue frequentazioni terra terra, nonché nel far politica a livello di base, lanciava questi missili fatti di buon senso più che di analisi politica.

Il Nord sott’acqua e il Sud ancora alle prese con la siccità. Secondo quanto denuncia Coldiretti, sono stati 62 gli eventi estremi, tra nubifragi, grandinate e tempeste di vento che hanno colpito il Nord Italia nelle ultime 24 ore con centinaia di ettari di mais, grano, soia e ortaggi finiti sott’acqua, terreni franati e danni ai vigneti. (dal quotidiano “Avvenire”)

Oggi come oggi occorrerebbero veramente al nord argini di carta assorbente per assorbire l’acqua da riversare al sud. Questi miracoli non li faceva il comunismo sovietico e nemmeno quello cinese, ma una cosa è certa: viviamo in una continua emergenza ecologica. Nessuno è in grado di dire quanto di questa disastrosa situazione sia dovuta ai naturali cambiamenti climatici e quanto all’incuria dell’uomo che si è preoccupato soltanto di sfruttare la terra e il cielo.

Non so se siamo ancora in tempo per fare qualcosa oltre che rimpiangere gli argini di carta assorbente ipotizzati dai comunisti trinariciuti di un tempo. Continuiamo a rinviare il problema, dopo aver rovinato l’ambiente in cui viviamo, pretendiamo dai Paesi in via di sviluppo che si convertano immediatamente ad una fede che nemmeno noi abbiamo raggiunto dopo tanto tempo.

La transizione ecologica, vale a dire “quel processo di innovazione tecnologica e rivoluzione ambientale volto a favorire l’economia e lo sviluppo nel rispetto dell’ambiente e della sua sostenibilità”, è di là da iniziare: comporterebbe un cambio di mentalità e sacrifici enormi di cui tutti parlano e nessuno azzarda concretamente.

Ammetto di essere stato sempre molto sensibile ed attento verso i problemi sociali, ma poco propenso a valutare quelli dell’ambiente naturale snobbati come un privilegio esercitato nei salotti. Adesso con l’acqua alla gola tocca riconoscere, come insegna papa Francesco, che si tratta delle due facce di una stessa medaglia.

Saranno capaci i governanti, così poco credibili in tutto il mondo, di invertire la rotta? Sarà capace la gente di spingere in tal senso a costo di cambiare abitudini e modo di vivere? Ci sarà chi considererà il problema con intento negazionista per considerarlo come la solita fantasiosa e tragica distorsione della realtà? Non ho idea se ce la faremo o ci incammineremo non tanto verso la fine del mondo, ma verso il mondo senza un fine.

 

E vissero insieme Allegri e scontenti

C’era da aspettarselo: Massimiliano Allegri, dopo mesi di autentico linciaggio giornalistico, dopo essere stato da tempo messo preventivamente e subdolamente sulla graticola da parte della società juventina, dopo avere conquistato il trofeo della Coppa Italia, peraltro piuttosto insignificante per le modalità di svolgimento del torneo, si è tolto autentici macigni dalle scarpe, attaccando gli arbitri (se lo meritano indipendentemente dalle rimostranze juventine), un giornalista sportivo  e con lui tutta la categoria (che non esito a definire di mangiapane a tradimento), il direttore sportivo della Juventus e con lui tutta la dirigenza (chiacchierata assai, reduce dalla esclusione delle coppe europee).

Devo ammettere che mi viene spontaneo solidarizzare con Allegri anche se avrebbe potuto uscire di scena con più stile (c’è modo e modo anche di sfogare rabbia e risentimento), anche se il vittimismo per questi personaggi superpagati suona oltre modo esagerato (finiscono in un certo senso per sputare nel piatto dove mangiano a crepapelle), anche se il mondo del calcio è diventato vieppiù un affare poco pulito e molto incasinato.

Un tempo si parlava di “stile Juventus”: oggi di stile, se mai ce ne sia stato in passato, non ne vedo più nemmeno un briciolo. Niente stile della società che logora il rapporto con l’allenatore in modo sconveniente e controproducente. Niente stile dell’allenatore che, in sofferenza per mancanza di fiducia nei suoi confronti, avrebbe dovuto dimettersi da quel dì (rinunciare a milionari compensi non fa parte della dignità professionale di questi signori). Niente stile da parte del giornalismo più o meno fiancheggiatore, capace solo di fomentare polemiche e di pescare nel torbido. L’unica componente che ha dimostrato un minimo di buongusto è stata la tifoseria (strano ma vero).

È vero che da alcuni anni la Juventus non riesce a praticare le alte sfere del calcio nazionale ed internazionale. Colpa degli allenatori? Colpa dei giocatori? Colpa dei dirigenti? Con tanta malizia anti-juventina direi colpa del Var, che ha messo fine agli annosi trattamenti di favore arbitrali. Ecco perché Max Allegri nella sua furia attacca anche gli arbitri, rei di ledere finalmente sua maestà.

Allegri ha fatto gesti francescani, togliendosi giacca e cravatta, ha fatto gesti inconsulti insultando gli arbitri (sotto-sotto ammetto di goderci), ha fatto gesti coraggiosi mandando a cagare il tanto osannato Cristiano Giuntoli e con lui tutto l’establishment societario (bene, bravo, bis!), ha fatto gesti giustizialisti minacciando i giornalisti sportivi (mia madre si chiedeva cosa farebbero di professione se non ci fosse il calcio).

Mentre mia madre se la prendeva con i chiacchieroni del nulla, mio padre entrava più nel merito tecnico (si fa per dire) delle vicende calcistiche, con lui entrava in gioco la figura dell’allenatore: lo considerava “un professionista” da giudicare come tale, senza sottovalutarlo, ma anche senza enfatizzarne il ruolo. Mi sembra che l’attuale andamento del mondo calcistico tenda ad esagerarne la funzione e di conseguenza a scaricargli addosso soprattutto colpe e responsabilità eccessive.

Come non ricordare quando di fronte ad errori clamorosi di un giocatore (occasione da goal fallita, passaggio decisivo totalmente errato, etc.) mio padre provocatoriamente affermava: “L’ é tutta colpa ‘d alenadór”. Lo scarica barile è un mezzuccio che non risolve i problemi, intendeva dire.

Consentitemi di riportare un piccolo episodio, questa volta, davanti al video, vale a dire una delle solite vuote interviste propinate ai fanatici del pallone. Parla il nuovo allenatore di una squadra, non ricordo e non ha importanza quale, che ottiene subito una vittoria ribaltando i risultati fin lì raggiunti. L’intervistatore chiede il segreto di questo repentino e positivo cambiamento e l’allenatore risponde: “Sa, negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo vincere”. Non ci voleva altro per scatenare la furia ironica di mio padre che, scoppiando a ridere, soggiunse: “A s’ capìssa, l’alenadór äd prìmma, inveci, ai zugadór al ghe dzäva äd perdor”.

Tutto chiaro sul ruolo dell’allenatore? Mi sembra proprio di sì. I trainer padre eterni erano e sono serviti, i meno fortunati erano e sono risollevati. Ed a proposito di allenatori poco fortunati ne voglio citare uno del Parma (non chiedetemi i periodi e le date perché non li ricordo e poi, parliamoci chiaro, che importanza hanno?): un certo Canforini, tecnico che dalle formazioni giovanili era approdato alla prima squadra. Le cose obiettivamente non andavano bene, la squadra era indiscutibilmente in crisi e, succedeva purtroppo anche allora, scattò la contestazione dei tifosi. Ognuno è ovviamente libero di esprimere le proprie critiche, più che mai in un ambiente come lo stadio, ma a tutto c’è un limite. Al termine dell’incontro, finito molto male per il Parma, l’allenatore Canforini fu accolto all’uscita dagli spogliatoi da una pioggia di sputi. Mio padre lo imparò il giorno successivo dalle cronache del giornale, perché evitava scrupolosamente i dopo-partita più o meno caldi. Ne rimase seriamente turbato dal punto di vista umano e reagì, alla sua maniera, dicendomi: “E vót che mi, parchè al Pärma l’à pèrs, spuda adòs a un òmm, a l’alenadór? Mo lu ‘l fa al so mestér cme mi fagh al mèj. Sarìss cme dir che se mi a m’ ven mäl ‘na camra al padrón ‘d ca’ al me dovrìss spudär adòs! Al m’la farà rifär, al me tgnirà zò un po’ ‘d sòld, mo basta acsì.”

Mio padre esercitava il mestiere di imbianchino e quegli sputi se li era sentiti addosso. Non poteva concepire un’offesa del genere, soprattutto in conseguenza di un fatto normalissimo anche se spiacevole: perdere una partita di calcio. E continuò dicendo: “Bizòggna ésor stuppid bombén, a ne s’ pól miga där dil cozi compagni.”

Né più né meno quello che direbbe oggi alle prese con le polemiche fra Max Allegri, la Juventus, gli arbitri e i giornali sportivi, anche se questa volta a sputare ripetutamente addosso all’allenatore non è stata la tifoseria, ma il resto del mondo calcistico. Come faranno i giornalisti e i dirigenti sportivi a censurare i tifosi esagitati se loro stessi li superano e rischiano di soffiare sul fuoco. Non mi interessa come finirà la querelle. Comunque sarà una ulteriore brutta pagina di uno sport che non è più sport.

Tra le tante cose “stravaganti” della mia vita ci sono le ripetizioni, che davo a un simpatico ragazzino, poco portato allo studio: era faticoso ficcargli in testa certe nozioni. Un giorno eravamo alle prese con la storia degli uomini primitivi e bisognava capire quale fosse stato il loro primo bisogno che cercavano di soddisfare: si trattava del bisogno di nutrirsi, di mangiare, di sopravvivere. Non c’era verso di cavargli di bocca questa deduzione molto elementare. Provai ad aiutarlo coi gesti: gli facevo gesti e movimenti che potessero evocare la ricerca di energia, di nutrimento, di forza. Mi guardava con aria dubbiosa, poi ad un certo punto, come improvvisamente illuminato, sparò la risposta liberante: lo sport!!! Risi a crepapelle. Anche lui rideva, ma non troppo. Probabilmente si chiedeva cosa avesse detto di così ridicolo ed assurdo da suscitare la mia ilarità. Infatti, se da una parte poteva essere ed era una cavolata buttata a vanvera, dall’altra rappresentava una corrente e distorta mentalità: un bisogno secondario che diventa un fatto esistenziale ed assoluto, ma anche lo sport che diventa una lotta per la vita dei ricchi coi poveri a fare esagitato contorno.

 

 

Giocare a nascondino dietro il supermalus edilizio

Tajani contro Giorgetti sul superbonus. All’interno della maggioranza si consuma la disputa tra ministri sulla decisione del Mef di allungare i tempi di detrazione sul bonus edilizio che tanti grattacapi sta procurando al Governo. Il responsabile del dicastero dell’Economia ha stabilito di spalmare non più su 4 ma su 10 anni i crediti d’imposta, suscitando al vicepremier “qualche perplessità sulla retroattività”. Obiezione che ha scatenato un botta e risposta a distanza tra i due. “Come Forza Italia, vogliamo ascoltare le imprese e le banche per capire se si deve intervenire in Parlamento e fare delle proposte. La parte di retroattività non mi convince: forse dieci anni sono troppi”: ha affermato così Antonio Tajani, a margine del Family business forum di Lecco, in merito alla norma “spalma-crediti” sul superbonus. Dichiarazione che non sembra essere piaciuta al collega di Governo, Giancarlo Giorgetti: “Io ho una responsabilità e difendo gli interessi dell’Italia come ministro delle finanze. Chiaro?” è stata la risposta senza tanti margini di trattativa del responsabile del Mef. (da QuiFinanza)

Il superbonus edilizio sembra essere la madre di tutte le questioni finanziarie, tutti si palleggiano responsabilità al riguardo, (quasi) tutti ne misconoscono la paternità, le polemiche si sprecano addirittura all’interno della maggioranza di governo.  Tento di seguito di fare un minimo di chiarezza.

Il Superbonus 110% è una misura di incentivazione edilizia introdotta il 19 maggio 2020 dal governo Conte II. Consiste in una serie di meccanismi d’agevolazione, detrazioni e rimborsi per interventi di natura edilizia, con l’obiettivo di ammodernare costruzioni e infrastrutture migliorandone l’efficienza energetica e al contempo di stimolare e risollevare il settore edile in crisi a causa della pandemia di COVID-19.  È risultata una misura economicamente distorsiva e inflazionistica, con benefici relativamente modesti sul piano della riduzione delle emissioni di CO2.

Criticato ma non abrogato da Mario Draghi e dal ministro dell’economia Daniele Franco, a maggio 2023 il costo del solo Superbonus per le casse dello Stato ha raggiunto gli 86 miliardi di euro. Nel giugno 2022 la misura è stata bocciata dalla Corte dei Conti a causa degli effetti distorsivi sul libero mercato. (da Wikipedia)

A questo provvedimento vengono fatti risalire i mali della pesante situazione finanziaria italiana: è diventato la causa principale, se non addirittura unica, del pesante debito pubblico che ci condiziona.

Non sono un esperto di finanza pubblica, ma, come si suol dire, mi balla un occhio. Chi lo ha studiato e approvato aveva sicuramente sbagliato i calcoli, pensando che avesse un appeal molto inferiore e quindi un minor impatto sui conti pubblici. Al contrario si pensava che avesse un effetto benefico sull’andamento economico bisognoso di una spinta, mentre invece non ha comportato vantaggi immediati (nel medio e lungo periodo è estremamente difficile fare previsioni), se non a livello settoriale e per i proprietari immobiliari.

Il governo Conte II era un anticipo governativo di campo largo della sinistra, quindi di questo provvedimento votarono a favore M5S, PD, Liberi e Uguali e Italia viva. Nel 2020 in Parlamento votarono contro il decreto i partiti di opposizione: Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Ma questo non significa che fossero contrari al Superbonus.

Faccio di seguito riferimento alla ricostruzione politica pubblicata da “Pagella Politica”, un progetto editoriale nato nel 2012 che si occupa di fact-checking e analisi dell’attualità politica, che ha la missione di aiutare i lettori a comprendere che cosa muove le dinamiche della politica, basandosi su numeri e fatti.

Anche i partiti di centrodestra hanno difeso nel tempo il Superbonus, chiedendone la proroga e l’ampliamento della platea dei beneficiari.

Dal 2021 in poi Forza Italia, entrata a far parte del governo di Mario Draghi, ha più volte chiesto la «proroga del Superbonus 110 per cento a tutto il 2023, esteso a tutti gli edifici e alle persone giuridiche». «Forza Italia, come movimento politico liberale e impegnato sul rilancio della crescita economica del Paese, ritiene centrale il tema dell’edilizia e il settore delle costruzioni, considerando virtuoso l’utilizzo della leva fiscale attraverso detrazioni e incentivi strutturali», si legge in un documento consegnato ad aprile 2021 da Tajani a Draghi, da due mesi presidente del Consiglio. A novembre 2022, dopo che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la riduzione al 90 per cento del Superbonus, Forza Italia ha subito detto che avrebbe chiesto di posticipare la riduzione delle agevolazioni.

Negli ultimi due anni anche la Lega di Matteo Salvini si è spesso schierata dalla parte del Superbonus, per esempio come avvenuto alla fine del 2021. All’epoca il disegno di legge di Bilancio per il 2022 presentato in Parlamento dal governo Draghi, sostenuto dalla Lega, aveva proposto di limitare il Superbonus ai proprietari delle villette unifamiliari con un Isee inferiore ai 25 mila euro. I partiti che sostenevano il governo non avevano visto di buon occhio questa proposta, che tra l’altro faceva riferimento solo ai proprietari di prime case, e all’inizio del percorso di approvazione in Parlamento si era valutato, secondo fonti stampa, di alzare la soglia a 40 mila euro. Durante l’esame in Senato il tetto era stato poi cancellato. E tra i favorevoli all’eliminazione del vincolo c’era proprio Salvini. «Niente tetto Isee per il Superbonus. L’avevamo promesso, l’abbiamo fatto: dalle parole ai fatti», aveva esultato su Twitter il 21 dicembre Salvini. Pochi giorni prima, il 17 dicembre 2021, lo stesso leader della Lega aveva presentato la proposta di ridurre dal 110 per cento all’80 per cento il Superbonus, ma per tutti, «senza limiti Isee».

Poche settimane dopo, ospite a Rtl 102.5, Salvini ha poi definito il Superbonus una misura «assolutamente efficace», dichiarando che il suo partito stava lavorando per «rinnovarlo, aumentando la possibilità della cessione del credito». «Bloccare la cessione del credito significa bloccare l’edilizia», aveva dichiarato il leader della Lega.

Nonostante queste parole, il blocco della cessione dei crediti d’imposta è stato introdotto a febbraio 2023 dal governo Meloni. Vari esponenti di Fratelli d’Italia, partito che è stato sempre all’opposizione in Parlamento, hanno comunque in passato difeso il Superbonus. Gli esempi non mancano. «Occorre attivare subito una cabina di regia della misura che operi con tempestività per semplificarla, interfacciandosi con amministrazioni locali e imprese, disporre una proroga vera, almeno fino al 2025 ed estendere il novero dei beneficiari alle attività commerciali e turistiche, altrimenti la transizione ecologica resterà solo uno slogan», ha dichiarato ad aprile 2021 Monica Ciaburro, deputata di Fratelli d’Italia rieletta anche nell’attuale legislatura. A febbraio 2022 l’allora vicepresidente della Camera e deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli ha criticato le novità introdotte dal governo Draghi sul Superbonus e la cessione dei crediti, dichiarando: «Tra i pochi disonesti che hanno lucrato sul 110, ci sono migliaia di aziende che invece hanno ricominciato a lavorare onestamente grazie al bonus».

Quindi questa misura tanto bistrattata ha molti padri e sostenitori, che oggi a destra fanno finta di schifarsi e che scaricano sul bonus edilizio tutte le difficoltà, a loro dire ereditate dal passato. Del senno di poi son piene le fosse. Questa agevolazione deve essere onestamente contestualizzata in un momento di particolare difficoltà economica del sistema a causa della pandemia e di necessità di rimetterlo in moto, partendo da un settore, quello edile, che poteva fare da traino ad una certa ripresa. Tutto sbagliato, tutto da rifare.

Non si può governare dimenticando il passato e facendo finta di voltare pagina. Il debito pubblico molto elevato nasce nella notte dei tempi, anche per motivi socialmente validi, e non può essere esorcizzato semplicisticamente scaricando errori e responsabilità su chi ha governato in precedenza, se non altro perché due fra le attuali forze di governo, hanno governato anche in precedenza (la Lega con i cinquestelle e poi con Draghi), Forza Italia (con Draghi). E poi come detto sopra le contrarietà non erano poi tante e quindi oggi tutto appare come la solita sceneggiata del gioco allo scaricabarile.

Certo, detto a babbo morto, era molto meglio usare, in tutto o almeno in parte, i fondi destinati al bonus edilizio per sostenere la sanità pubblica: la solita miopia della politica che si paga molto cara e che si sta puntualmente ripetendo.

Arriviamo ai giorni nostri con il ministro Giorgetti che intende intervenire per annacquare l’effetto bonus sulle casse erariali, in perfetta e costretta controtendenza rispetto al comportamento tenuto nel tempo dal suo partito, vale a dire la Lega, e in contrasto con l’alleato forzitaliota: a naso mi sembra che Giorgetti non ne possa più di Salvini che spara cazzate a raffica, di Tajani che fa il perbenista e di Meloni che fa la piaciona. A lui tocca il lavoro sporco e capisco il suo spazientirsi.

Il ministro Tajani ci vuole vedere chiaro: non si preoccupa della brace dei conti pubblici in mano al collega di governo, ma guarda soprattutto alle conseguenze elettorali di una presa in giro di chi è alle prese col bonus e se lo vede messo in discussione.

L’opposizione è oscillante tra il sostegno ante litteram al provvedimento base ed una sua revisione ragionevole e giuridicamente sostenibile.

Certo che l’attuale governo si trova in grosse difficoltà per far quadrare i conti e soffre anche per l’occhio critico della Unione Europea. Il recente documento di economia e finanza (Def) altro non è che un pianto greco sul latte versato col bonus edilizio. L’abilità nel governare si vede soprattutto quando i mezzi sono scarsi e bisogna fare scelte di priorità. Il governo Meloni non ha certamente questo coraggio e continua a vivacchiare dispensando mance senza andare al nocciolo della situazione, sia dalla parte delle entrate (fisco), sia dalla parte delle uscite (sanità e istruzione). Meglio nascondersi dietro gli effetti perversi del bonus edilizio. Alla fine l’hanno alleggerito di comune disaccordo.

Dallo smarrimento alla disperazione

Ergastolo. Alessia Pifferi è stata condannata al massimo della pena per l’omicidio della figlia Diana di un anno e mezzo, lasciata a casa da sola per sei giorni e morta di stenti. Lo ha stabilito la Corte di Assise di Milano, accogliendo la richiesta del pm Francesco De Tommasi. “È un dolore atroce”, ha commentato la mamma di Pifferi, Maria Assandri, subito dopo la lettura del dispositivo. “Si è dimenticata di essere una madre. Deve pagare per quel che ha fatto. Se si fosse pentita e avesse chiesto scusa… Ma non l’ha fatto”. (Ansa.it) 

Mia madre era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”. Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ ätor di l’ à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”.

Provo ad immaginare la sofferta reazione che mia madre avrebbe avuto alla condanna all’ergastolo di Alessia Pifferi: dopo essere inorridita di fronte al crimine, avrebbe sicuramente concluso che questa donna non poteva essere nel pieno delle sue facoltà mentali quando lo ha commesso.

Sono d’accordo con questo ipotetico parere. Ho letto il resoconto giornalistico dell’interrogatorio dell’imputata: un miscuglio di situazioni psicologiche e sociali paradossali e inconcepibili.  Capisco l’esigenza di fare giustizia, ma avremo fatto giustizia?

Non era meglio trovare una formula di condanna che desse a questa persona la possibilità, oserei dire il dovere di ravvedersi? Non voglio fare la parte di chi scarica sulla società le responsabilità dei crimini, ma certamente questa donna ha vissuto tutte le possibili contraddizioni a livello di sessualità, maternità, famiglia, etc. etc. La sua deposizione sembra un trattato sull’alienazione psicologica e sociale: una zeppa di problemi risolti nel peggiore dei modi e con l’omertosa indifferenza delle persone direttamente o indirettamente coinvolte nella vicenda.

Si tratta di un caso che dovrebbe fare riflettere al di fuori di ogni e qualsiasi vendicativa soddisfazione.  Proprio il fatto che, come sostiene la madre dell’imputata, la Pifferi non abbia dato segni di ravvedimento, secondo il mio modestissimo parere, dimostra che questa persona non è normale e non può essere sbattuta in carcere per tutta la vita, in attesa magari che possa suicidarsi o che si abbruttisca del tutto. Quando si dice pena perpetua si dice una cosa estremamente pesante, estremamente grave, umanamente non accettabile. (Aldo Moro, Lezione alla Facoltà di Scienze politiche, Roma, 1976). Chiediamoci se, a maggior ragione, l’ergastolo abbia senso per una persona totalmente smarrita.

Sono rimasto colpito e confesso di provare grande pena per Alessia Pifferi, forse una pena maggiore di quella provata per la sua figlioletta. Mi interrogo sul come sia possibile arrivare a tanta incredibile disumanità da parte di una madre. C’è qualcosa che non mi torna, che mi sfugge, che mi sconvolge.

Mi auguro che almeno ci sia qualcuno che non la giudichi come anch’io non la giudico (più giudicata e condannata di così…) e le dica qualche parola buona, A volte una parola buona può fare molto di più di tanti anni passati in carcere. Spero che le sue compagne di cella non finiscano per isolarla e distruggerla.

Dio dice con la voce del profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai». Ebbene sono sicuro che Dio non si sarà dimenticato della piccola Diana, ma non si dimenticherà nemmeno di Alessia.

 

E se il più antisemita fosse Netanyahu…

Ha parlato esplicitamente di «spaventosa ondata di odio e antisemitismo». A Milano, a margine dell’incontro “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” organizzato dall’Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) al Memoriale della Shoah di Milano, la dura denuncia di Liliana Segre. «Ricevo minacce pazzesche – ha detto la senatrice a vita – ma ho visto di tutto. Come potrei avere paura a uscire di casa?». Durante l’evento milanese cui ha partecipato il ministro dell’interno Matteo Piantedosi, Segre si è detta sorpresa dell’odio «verso anche nei confronti di ebrei italiani che non c’entrano niente con le decisioni politiche di Israele e magari non le condividono». (dal quotidiano “Avvenire”)

I motivi del risorgente antisemitismo sono sostanzialmente due. Il primo è da ascrivere al famoso detto che “la madre dei cretini è sempre incinta”, quella dei cretini/delinquenti ancora di più. Il cretinismo delinquenziale è dovuto a crassa ignoranza storica associata a folle nostalgia di un passato talmente innominabile da diventare paradossalmente interessante. Bene quindi fa la senatrice Segre a frequentare le scuole sforzandosi di raccontare ciò che (le) è successo nel secolo scorso: sembrerebbe un semplice ripasso storico ed invece è uno studio creativo e indispensabile.

C’è però, a mio avviso, un secondo motivo per tentare di capire le follie antisemite di questo periodo. Lo spiegherei con quel “magari” sfuggito dal seno di Liliana Segre. Il termine usato ha parecchi significati letterali, ma generalmente significa chissà, forse, probabilmente: introduce cioè nel discorso un elemento di incertezza. E allora in questo periodo mi sono chiesto e mi chiedo ancora: gli ebrei italiani e tutti gli ebrei sparsi nel mondo condividono o meno le decisioni politiche di Israele? Non mi sembra siano arrivate inequivocabili prese di distanza, che servirebbero a sgombrare il campo da un dubbio inquietante che, inserito nel cervello dei potenziali cretini di cui sopra, può diventare una spinta al fare di ogni erba un fascio, vale a dire a catalogare genericamente tutti gli ebrei come seguaci di Netanyahu e dell’attuale governo israeliano, sovrapponendoli sbrigativamente ai censurabili comportamenti di Israele attuali e passati nei confronti dei palestinesi.

Se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere automaticamente sui figli, anche quelle dei governi israeliani non devono ricadere sugli ebrei-tutti a prescindere dalle loro posizioni culturali e politiche. Tuttavia parole di chiarezza e di netta presa di distanza aiuterebbero non poco a svelenire il clima di contestazione creatosi in Occidente in ordine alla guerra in atto contro Hamas, che però finisce con l’essere devastante per i palestinesi e la loro terra. Visto che ho introdotto il discorso della ricaduta delle responsabilità, aggiungo anche che le colpe di Hamas non dovrebbero ricadere tout court sui palestinesi, soprattutto sui loro bambini.

Capisco la sofferenza di chi sente inopinatamente riaprirsi le ferite, comprendo che passare da un campo di concentramento al banco degli imputati sia una vera e propria beffa della storia, ma purtroppo la storia è difficile da leggere per chi non ha la capacità di discernimento e può cadere vittima di assurdi e paradossali revisionismi.

Capisco anche l’assoluta necessità, come scrive Cinzia Sciuto su MicroMega, di muovere alle proteste contro la condotta bellica israeliana la critica di non riuscire a tenere insieme esplicitamente la richiesta di cessate il fuoco con una condanna chiara e netta nei confronti di Hamas, e non solo in quanto principale responsabile del massacro del 7 ottobre ma anche in sé, come forza reazionaria, autoritaria, misogina e fondamentalista. Sarebbe bello che alle manifestazioni pro Palestina, a fianco ai cartelli per il cessate il fuoco, ci fossero anche cartelli per una Palestina non solo libera, ma anche laica e democratica. Che si chiedesse non solo a Israele di cessare il fuoco, ma anche ad Hamas di liberare gli ostaggi e di consegnarsi, togliendo a Israele l’unico argomento che continua ad avere a giustificazione del massacro in corso, ossia che Hamas utilizza i civili palestinesi come scudi umani. La scellerata azione del 7 ottobre – che qualcuno ha persino festeggiato come momento di liberazione e resistenza – ha portato il popolo palestinese al massacro, e sarebbe il momento di urlarlo forte e chiaro. Queste reticenze, che talvolta scivolano verso vere e proprie ambiguità, non aiutano certo la causa del popolo palestinese e, anzi, porgono il fianco alle più becere strumentalizzazioni.

La senatrice Segre e tutti gli ebrei reduci dalla Shoah hanno la mia totale e profonda solidarietà umana e la vicinanza in un periodo in cui i fantasmi del passato hanno ripreso malauguratamente a circolare. Però, chiarezza per chiarezza, sarebbe troppo chiedere loro, proprio sulla base della loro tragica esperienza, una parola di condanna del comportamento spropositato e assurdo del governo israeliano, che peraltro sta isolando il popolo ebreo e mettendolo in un inusitato ed immeritato imbarazzo umano? Queste parole avrebbero una forza di pace immensa, molto più dei balbettamenti americani, delle omertose posizioni europee e dei traballanti e oscillanti pronunciamenti delle Nazioni Unite.

Le chiacchiere non fanno farina costituzionale

“Mi fanno ribrezzo le persone che speculano su vicende di questo tipo, ma so di essere in netta minoranza anche all’interno del centrodestra. Oggi ho visto le dichiarazioni di un ministro di Forza Italia che di fatto, scarica Toti, dimenticando la storia del fondatore del suo partito e la persecuzione che subì. Queste cose non riesco a capirle e non le sopporto più”.

Sono un atto di accusa le dichiarazioni rilasciate in un’intervista, pubblicata oggi dal quotidiano La Stampa, dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto. Un atto d’accusa rivolto non all’opposizione, cosa che non sarebbe una notizia, ma all’interno della maggioranza di governo, o, per meglio dire ad un partito della maggioranza e nello specifico ad un suo esponente, membro dell’esecutivo. Non fa nomi e cognomi, il ministro Crosetto, ma parla esplicitamente di un ministro di Forza Italia, dicendo, che le persone che speculano sulla vicenda giudiziaria che nell’ultima settimana ha travolto la Liguria e il suo presidente Giovanni Toti “gli fanno ribrezzo”.

Da quando il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti – oggi in Noi Moderati, ma in passato esponente di primo piano di Forza Italia – è stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di una maxi-inchiesta per corruzione della Procura di Genova, lo scorso 7 maggio, il ministro Guido Crosetto ha sempre assunto una posizione garantista e molto “scettica” nei confronti delle tempistiche con cui si è svolta la vicenda, ponendosi in “netta minoranza all’interno del centrodestra”.

Ma a chi sono rivolte le parole al vetriolo del Ministro della Difesa? Come dicevamo nell’intervista non viene fatto nessun nome, ma, i ministri di Forza Italia nell’attuale Governo sono cinque: il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, le ministre Elisabetta Casellati (Ministra per le Riforme Istituzionali) e Anna Maria Bernini (Ministra Università e Ricerca), poi ci sono il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin e infine il ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo.

Ebbene, riavvolgendo il nastro delle dichiarazioni rilasciate da esponenti di Forza Italia nella giornata di ieri – 11 maggio 2024 – l’unico ministro ad aver rilasciato dichiarazioni sul cosiddetto “Caso Toti” e sull’inchiesta di Genova, sembra sia stato il ministro Zangrillo. Potrebbe essere lui il destinatario delle accuse del Ministro Crosetto, o si riferiva a qualcun altro? Ma cosa ha detto nello specifico il ministro Paolo Zangrillo sul caso del governatore Toti?

“Non c’è assolutamente alcun dubbio sulla trasparenza del lavoro dei magistrati, e dobbiamo farli lavorare con serenità”. Ha detto il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, che poi ha aggiunto: “Sul caso Toti non c’è nessuna tensione. Noi siamo concentrati sul governo del Paese. Osserviamo con attenzione le vicende che stanno emergendo a Bari, a Torino e adesso a Genova, pensiamo che la magistratura debba fare il suo lavoro, e aspettiamo con fiducia che lo faccia. Poi ognuno è libero di esprimere le sue posizioni. Quello che mi auguro è che in tutti questi cantieri aperti si possa presto capire che cosa è successo”. 

Sono state queste le dichiarazioni che hanno fatto arrabbiare il Ministro Crosetto? Per onore di cronaca bisogna, però, anche sottolineare una generale freddezza delle dichiarazioni di solidarietà nei confronti del governatore Toti da parte di buona parte del centrodestra e non solo da parte di Forza Italia.

(da Tag24 Quotidiano Online e TELENORD.IT)

 

Il concetto etico, brutalmente espresso da Guido Crosetto, mi trova perfettamente d’accordo. Non ho mai sopportato e non sopporto chi prende opportunisticamente le distanze dagli amici in odore di peccato o di reato. Il discorso vale in tutti i campi e soprattutto in politica. Però non è accettabile neanche chi, per partito preso, li difende a costo di insinuare dubbi e di fare illazioni sulla magistratura inquirente.

Cosa sta succedendo infatti nel centro-destra: si risponde autorevolmente (ministri e alti esponenti di partito) alle inchieste, esprimendo scetticismo sulle tempistiche della vicenda giudiziaria, sia per quanto riguarda la vicinanza delle elezioni che per quanto concerne l’arresto disposto ad annosa distanza dall’inizio dell’inchiesta e ad alcuni mesi di distanza dalle richieste formulate dalla procura della Repubblica.

Nel merito dei capi di imputazione si prospetta una difesa fondata sul fatto che le dazioni liberali ottenute dal governatore Toti sarebbero state tutte regolarmente dichiarate come prevede la legge sul finanziamento dei partiti. Mi sembra un ragionamento semplicistico ed omertoso: lasciamo che sia il magistrato ad approfondire il contesto e verificare la correttezza dei comportamenti.

La concomitanza con la celebrazione del congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati ha innescato anche attacchi piuttosto forti alla Magistratura in materia di responsabilità civile dei magistrati stessi ed in materia di separazione delle carriere. L’Anm ha risposto ribadendo l’assoluta e imprescindibile difesa dell’indipendenza della Magistratura ed esprimendo quindi la propria contrarietà alla riforma in discussione.

Mi permetto di formulare di seguito alcune brevi considerazioni.

Mi sembra che la politica (in primis i ministri) dovrebbe osservare un religioso silenzio durante le inchieste a suo carico, senza ricorso manicheo a garantismo e giustizialismo. Invece purtroppo le galline cantano, dando l’impressione di aver fatto l’uovo o di voler speculare sulle presunte sporcizie del pollaio: tutti parlano e sparlano non facendo tra l’altro alcun piacere al collega finito sotto battuta.

In secondo luogo chi viene sottoposto ad indagini rilevanti in merito al ruolo istituzionale ricoperto dovrebbe dimettersi immediatamente per sgombrare il campo da ogni e qualsiasi confusione, per difendersi in modo appropriato e allontanarsi dalle invettive degli avversari, che magari speculano vergognosamente, dalle amicali difese politiche d’ufficio, che non valgono nulla, e dalle petulanti prese di distanza da parte dei grilli parlanti casalinghi, che valgono ancora meno.

In terzo luogo, per quanto riguarda i punti caldi della riforma della Magistratura, faccio riferimento all’autorevole parere del professore, avvocato ed ex senatore Giorgio Pagliari, espresso in occasione dei referendum sulla giustizia del giugno 2022, che partiva dalla necessità di una vera e radicale riforma e che, pur nella mia ignoranza, condivido pienamente.

“La situazione non può essere più tollerata per le troppe disfunzioni oggettive, che rendono inefficienti tanto la giustizia civile, quanto la giustizia penale. E per un contesto che porta troppa parte della Magistratura – in specie, quella inquirente – a pensare che autonomia e indipendenza significhino impunità e comunque libertà di usare gli strumenti a sua disposizione fino al confine dell’”abuso del diritto”.

I magistrati, infatti, sono gli unici dipendenti pubblici, che, in buona sostanza, non devono rispondere della loro azione sul piano della responsabilità civile. E, tra l’altro, questo consente, contro logica e principi, che la pubblica accusa, possa avviare indagini, chiedere l’arresto di persone e/o il sequestro preventivo di beni, senza essere chiamata a rispondere delle proprie azioni, che incidono sulla vita delle persone financo più delle sentenze definitive, neanche quando le stesse iniziative siano giudicate errate, prive di fondamento giuridico, da sentenze dei giudici penali.

Quanto alla separazione delle carriere appare, nel quadro attuale, l’unico rimedio possibile per creare le condizioni di un’effettiva indipendenza tra la magistratura inquirente e la magistratura giudicante., così da assicurare un vaglio vero da parte di quest’ultima delle richieste dei PM, troppo spesso oggi senza un filtro vero.

La Magistratura, attestandosi sulla difesa ante litteram della propria indipendenza e autonomia, rischia di ridurre ed impantanare i discorsi in un deleterio scontro istituzionale. L’Associazione Nazionale Magistrati si scaglia contro la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati: «La separazione delle carriere non è funzionale a garantire la terzietà del giudice, ma appare uno strumento per indebolire in modo sostanziale il ruolo del pubblico ministero e lascia presagire che venga agitata come strumento di ritorsione e minaccia nei confronti della magistratura. Non si può e non si deve pensare alla responsabilità civile come uno strumento di intimidazione per le toghe, perché magistrati intimiditi non sarebbero una garanzia per i cittadini sia quando si occupano di corruzione, sia quando indagano su mafia e terrorismo».

Il governo, dal canto suo, riduce tutto a una sorta di guerra contro la magistratura. Guido Crosetto, ministro della difesa vede “i Pm politicizzati che stravolgono le leggi”; Matteo Salvini, ministro degli Interni, afferma: «Vorrei sapere se ci fossero microspie negli uffici di qualche magistrato per quanto tempo continuerebbe a fare il magistrato»; Nello Musumeci, Ministro per la Protezione Civile e le Politiche del mare, afferma: «Da 30 anni la magistratura avanza in spazi non suoi, se avanza la magistratura arretra la politica, che ha perso autorevolezza delegando alla magistratura compiti propri politica. O recuperiamo l’orgoglio dell’esercizio della politica, o ricordiamo che è la politica che fa leggi o la magistratura avanza su un terreno non suo».

In conclusione, tutti dovrebbero darsi una “calmata costituzionale”, tutti dovrebbero rientrare rigorosamente nel proprio ruolo istituzionale, tutti dovrebbero assumersi le proprie responsabilità, tutti dovrebbero chiacchierare meno e lavorare di più per il bene della società e dei cittadini, frastornati e sempre più lontani dalla politica.

 

 

 

 

 

 

 

 

Don Patriciello e la trappola del populismo meloniano

Il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, si trova al centro di una controversia dopo aver fatto un commento durante una diretta su Facebook riguardante il parroco anti-camorra di Caivano (Napoli), don Maurizio Patriciello, definendolo «il Pippo Baudo di Napoli nord». Questo commento del governatore ha suscitato una forte critica da parte della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale ha descritto il commento come un “segnale allarmante”. “La Meloni ha presentato il suo progetto di riforma istituzionale del premierato e anche quello è stato un momento di grande commozione, almeno per me. È stato un momento di commozione vedere la Meloni che presenta il suo progetto a noti costituzionalisti, fra i quali ho notato in particolare Iva Zanicchi, Pupo. C’era anche ad ascoltare il progetto costituzionale un prete del nostro territorio, conosciuto come il Pippo Baudo dell’area nord di Napoli, con relativa frangetta. Sono momenti davvero imperdibili”, ha dichiarato De Luca durante la diretta sui social. 

Il riferimento è al convegno alla Camera sul premierato, al quale era presente appunto anche don Maurizio Patriciello, parroco della chiesa di San Paolo Apostolo nel Parco Verde di Caivano (Napoli). “Caro Presidente, caro fratello Vincenzo De Luca, la sua ironia nei confronti di un povero prete dell’area nord di Napoli, la stessa della quale lei ebbe a dire: ‘A Caivano lo Stato non c’è. Stop’ mi ha tanto addolorato. Se era questo che voleva, c’è riuscito”, ha commentato Don Patriciello. (la7.it)

Vincenzo De Luca ha indubbiamente, in modo graffiante, simpatico ma al limite dell’offensivo, il “vizio” di buttarsi senza freni nella polemica politica. Coglie la sostanza dei problemi, ma poi esagera e si fa prendere la mano. È clamorosamente successo in questo caso partendo dall’indecente presentazione smaccatamente spettacolare del progetto di premierato da parte di Giorgia Meloni a cui sono stati invitati personaggi di arte varia per partecipare al circo equestre della riforma anticostituzionale. Nella rete purtroppo, per un eccesso di zelo istituzionale, peraltro discutibilmente in atto da parecchio tempo, c’è caduto anche don Maurizio Patriciello, un parroco impegnato in prima linea contro la camorra.

Per giudicare l’episodio bisogna partire quindi dall’inizio e non dalla fine.

Nei giorni scorsi alla sala della Regina di Montecitorio si è tenuto il convegno “La Costituzione di tutti. Dialogo sul premierato”. Un convegno “voluto” dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e organizzato dalle Fondazioni Craxi e De Gasperi. Oltre a ministri e parlamentari, erano presenti in platea anche esponenti del mondo dell’impresa, dello spettacolo e dello sport. Tra di loro anche il parroco di Caivano, Don Maurizio Patriciello. (Rai News.it)

Credo che De Luca, in modo umanamente scorretto e politicamente esagerato, abbia voluto rimproverare a don Patriciello una certa qual vanitosa e protagonistica ingenuità, che lo sta portando a farsi strumentalizzare dalla premier, molto abile ad insinuarsi nelle pieghe e nelle piaghe sociali. Penso che De Luca non sia il solo a pensarla così, probabilmente lui ha avuto il coraggio di dire sguaiatamente ciò che molti pensano.

Un autorevole esponente parmense del cattolicesimo democratico, allorché arrivò a Parma il vescovo Benito Cocchi, con tanto di biglietto da visita dell’impegno mattutino ad accudire anziani, mi sconvolse facendomi presente come la storia della Chiesa sia piena di personaggi caritatevolmente ineccepibili ed evangelicamente fulgidi, politicamente conservatori o addirittura reazionari. Non sono in grado di valutare se la suddetta analisi storica sia attendibile, ma una cosa è probabile: l’indiscutibile, ammirevole e coraggioso impegno sociale di don Patriciello rischia di cadere nella trappola del populismo meloniano.

Questo sacerdote si difende chiedendo, a chi lo critica, cosa avrebbe dovuto fare alle prese con una situazione sociale drammatica se non lanciare un sos al governo. Forse era meglio se lo avesse lanciato al Presidente della Repubblica, forse era meglio se stava più lontano dalle telecamere, forse era meglio se non staccava immediatamente fiduciose cambiali in bianco al governo in carica. Capisco come del senno di poi sian piene le fosse e come dal di fuori sia facile disquisire a questo livello, ma la forma spesso diventa sostanza e, quando la socialità diventa politica, occorre stare ben attenti a non farsi, seppure involontariamente, strumentalizzare.

Cosa c’entra poi l’aiuto chiesto al governo con il partecipare ad un evento squisitamente politico e di parte come la kermesse costituzionale promossa da Giorgia Meloni a sostegno del suo premierato? Per accattivarsi la simpatia della premier? Per ingraziarsela a fin di bene?  Mai e per nessun motivo dalla parte del potere!

Ho grande rispetto per i preti che non stanno in sagrestia e hanno il coraggio di sporcarsi le mani affondandole nel sociale, ma devono stare attenti a non farsi prendere la mano non tanto dalla politica ma dai politicanti sempre in agguato.

Vado alla mia amicizia con don Luciano Scaccaglia e alle sue evangeliche provocazioni liturgiche. I gesti erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile. Questo, secondo i detrattori del cavolo (resisto alla tentazione di usare un termine volgaruccio che lascio alla facile intuizione del lettore), anche altolocati, voleva dire fare politica in chiesa… Se, pertanto, fare politica in chiesa vuol dire affermare e testimoniare l’ancoraggio ai valori di giustizia, uguaglianza e solidarietà, don Scaccaglia faceva politica e faceva bene.

Quindi, per tornare a don Patriciello, mi guardo bene dal rimproverargli indebite intromissioni di carattere politico nel contesto della sua azione sociale, ma mi permetto solo di metterlo in guardia dal confondere la politica con le propagande di parte e di fargli presente come don Scaccaglia partisse dalla Costituzione e non da una sua maccheronica vignetta riformistica. Si potrebbe aggiungere anche qualcosa di molto più pesante del tipo “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Il fine giustifica i mezzi? Il premierato val bene un aiuto contro la camorra in quel di Caivano?

In conclusione mi sento di esprimere umana e cristiana solidarietà a don Patriciello, ma gli rivolgo anche il consiglio a sfoderare un pentecostale discernimento, a non farsi strumentalizzare e coinvolgere in sottili e catturanti manovre, che nulla hanno da spartire con l’anticamorra e con la giustizia sociale, a non farsi mettere magliette di parte, né, tanto meno, a farsi arruolare e difendere da chi sta a destra, non del Padre ma nell’emiciclo parlamentare.

A Vincenzo De Luca rivolgo un modesto invito a non sparare sul primo pianista a portata di mano a prescindere dalla musica che suona e dal pianoforte di cui dispone, guardando magari soltanto a chi lo coinvolge in politicante concerto.

 

Nel pantano del giorgismo o nel rivolo dello schleinismo

La festa dell’Europa, alla vigilia delle elezioni europee, fa riflettere pensosamente sul continente toccato drammaticamente dalla guerra in Ucraina. Amare l’Europa ma aver paura di Bruxelles. Sognare un continente forza gentile ma tollerare impulsi nazionalisti e localisti; sentirsi uniti ma pur sempre troppo diversi; ricercare regole sopranazionali ma essere riluttanti a completare l’edificio comune; apprezzare il mercato unico ma diffidare dell’euro; beneficiare della fine delle frontiere interne ma paventarne l’eliminazione; desiderare la fine delle guerre ma andare in ordine sparso a livello internazionale… l’avventura europea è una lunga lista di contraddizioni e indecisioni. Gli europei sono incerti e insicuri sul loro destino. Presi, come scrive Manent, «tra le loro vecchie nazioni e la nuova Unione Europea, si domandano, perplessi e in mezzo al guado, quale sorta di vita comune essi si augurano per loro stessi…». Forse non sono mai stati tanto esitanti come oggi sul da farsi. Grandi domande sorgono oggi sul futuro del continente, prima delle quali quella sulla pace. (dal quotidiano “Avvenire”)

È l’incipit di un editoriale di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, pubblicato su “Avvenire”, la cui lettura integrale consiglio vivamente a chi vuol guardare al futuro dell’Europa in modo serio ed impegnato.

Nella campagna elettorale in corso si parla di tutto meno che di Europa: viene vissuta come trampolino di lancio per misurare la profondità della piscina nostrana, per immergersi nella lotta sotto il pelo dell’acqua politica piuttosto sporca, per nuotare  senza sfracellarsi in mezzo agli enormi problemi che ci angustiano.

Questa insulsa e vuota pantomima, fatta apposta per indurre all’astensione i cittadini, oltre tutto e a ragione, schifati dai rapporti tra la classe politica e gli affari, toccherà il culmine col duello televisivo fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Due paroline sulle protagoniste. La Meloni mi fa rabbia, la Schlein mi fa compassione. Volendo paradossalmente tentare un parallelismo con le elezioni americane, assimilerei la Meloni a Trump e la Schlein a Biden. La prima rappresenta la sintesi di tutte le pulsioni-rifugio del nostro tempo: il populismo per rassicurare, il sovranismo per istigare, il personalismo per scantonare, il decisionismo per non decidere, il revisionismo per fare confusione, il protagonismo per eludere i problemi, l’arroganza per coprire il vuoto. La seconda rappresenta l’alternativa talmente leggera da non essere percepita, una sorta di “maanchismo” riveduto e scorretto: la pace ma anche il pedissequo allineamento alla Nato e agli Usa, la difesa dei palestinesi ma senza esagerare, lo sguardo all’Europa ma anche l’occhio puntato alle cucine nostrane, etc. etc.

Cosa potrà sortire dal confronto tra queste due presunte leader? Niente! Non le metto sullo stesso piano, una è estremamente pericolosa perché modernamente reazionaria, l’altra è estremamente deludente perché modernamente insignificante. Con Giorgia, politicamente parlando, non prenderei nemmeno un caffè, con Elly mi siederei a tavola, ma dopo l’antipasto sarei già sazio e disperato.

E allora meglio stare sul piano delle idealità proposte da Impagliazzo. I “padri” dell’Europa oltrepassando le profonde divisioni dei popoli, credettero in un destino comune. Nell’adempimento di tale disegno, Adenauer, De Gasperi, Schuman e altri, trassero ispirazione dalla loro fede. Quest’ultima illuminava l’ideale europeo e lo rendeva diverso da un negoziato di interessi contrapposti. Per i fondatori, l’Europa era il frutto di un cambiamento profondo di mentalità, di una sorta di conversione. Non si trattava di un compromesso ma di un metodo completamente nuovo, basato su valori peculiarmente cristiani: le virtù del sacrificio, della comprensione, della fiducia e dell’interesse comune. Da un punto di vista politico, quei cristiani europei furono orientati dall’universalismo della Chiesa.

Se però scendo sul terreno delle scelte politiche, mi sento solo, perduto e abbandonato. In questi giorni è tanto il rischio democratico che l’Italia corre da mettermi alla punta in difesa della democrazia e quindi in cerca di qualche motivazione per andare al voto dopo parecchio tempo. La sera del 23 maggio mi sono ripromesso di non seguire il duello dal timore che possa compromettermi le già scarsissime motivazioni a favore della partecipazione al voto. Farò in alternativa qualche lettura edificante e propedeutica all’europeismo autentico, risalente ai padri, per tentare di uscire dal tunnel e lasciar perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria.

L’ho già ricordato parecchie volte, ma forse vale la pena ripeterlo. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del populismo, del sovranismo e del giorgismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: la costituzione italiana si può definire il compromesso politico ai livelli più alti, il prossimo voto alle europee si potrebbe configurare come il compromesso ai livelli più bassi. Vi scongiuro, datemi un punto d’appoggio e vi solleverò l’Europa!

Ebbene il mio grido è stato ascoltato ed è arrivata un’autorevolissima risposta da un appello congiunto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella con i presidenti della Germania e dell’Austria, Frank Walter Steinmeier e Alexander Van der Bellen, pubblicato dal Corriere della Sera e rilanciato dal Quirinale con una nota, nel quale si chiede ai cittadini europei di andare a “votare”. “Il nostro ordine democratico liberale è profondamente legato all’unificazione europea: ancorandoci a una comunità europea di valori e di norme giuridiche, abbiamo presentato al mondo una convivenza basata sull’ordine democratico e sulla pace – osservano i tre presidenti -. Non sorprende che coloro che mettono in dubbio i principi democratici di base mettano in dubbio anche il progetto europeo”. Mattarella, Steinmeier e Van der Bellen scrivono che i loro tre Paesi “sanno che una volta raggiunta, la democrazia non è garantita. Sappiamo che la libertà e la democrazia vanno difese e consolidate, che la contrapposizione dei nazionalismi esasperati genera la guerra”. E che “rappresentare tali società significa ascoltare molte voci e unire molte opinioni. È quindi essenziale difendere le istituzioni e i valori democratici, le garanzie della libertà, l’indipendenza dei media, il ruolo delle opposizioni politiche democratiche, la separazione dei poteri, il valore dei limiti all’esercizio del potere”. (da Ansa.it)

Ringrazio di cuore, garantisco al momento una meditazione molto profonda (e pensare che qualcuno vuol ridimensionare il ruolo del presidente della Repubblica). Rifletterò a coscienza democratica aperta piuttosto che ascoltare inutili chiacchiere. Chissà…

 

 

La fedina penale dei politici e la fedina democratica della società

Dietro l’indagine a carico del presidente della Liguria Toti ci sta un problema politico grande come una casa. Non mi riferisco al pur pertinente dilemma “dimissioni sì-dimissioni no”, ma alla ben più consistente questione inerente al rapporto fra politica e affari.

Giovanni Toti sostiene non tanto di non aver percepito liberalità (?) da imprenditori e affaristi, ma di averle regolarmente dichiarate e rese pubbliche come prevede la normativa in materia. Il suo ragionamento difensivo è questo: se questi rapporti finanziari si svolgevano alla luce del sole, significa che non potevano nascondere niente di losco e di illecito. Il discorso ha una sua rilevanza che però, sul piano giuridico, non può andare oltre un elemento difensivo anche se non decisivo. Poteva infatti comunque avvenire lo scambio fra dazioni e favori: questa sembra essere la tesi che sottende le indagini e i capi d’imputazione.

Al di là del fatto se possano o meno essere giustificazioni plausibili, rimane in ogni modo il dato politico di un governatore di regione che si fa aiutare in campagna elettorale e nella sua attività propagandistica da personaggi portatori di precisi interessi economici e potenzialmente richiedenti favori e protezioni. In questo caso salta l’autonomia della politica che diventa più o meno ostaggio dell’affarismo imperante e condizionante. Il lobbismo diventa avvolgente, preciso e concreto.

Faccio un rapido ma eticamente sensibile richiamo alla mia esperienza politica. Al mio indiscusso leader, il senatore parmense Carlo Buzzi, qualche suo “amico di corrente” (ebbi infatti per diversi anni l’opportunità’ di partecipare al comitato di coordinamento della sinistra D.C. parmense di “Forze Nuove”) rimproverava di non tenere rapporti lobbistici con gli ambienti confindustriali parmensi: Buzzi rispondeva che non aveva mai rifiutato il dialogo a nessuno, ma da qui ad instaurare rapporti preferenziali o cose del genere… Atteggiamenti che qualcuno definiva esagerati, puritani, ma che io, molto modestamente, giudico più che giusti anche se gli crearono rischi di emarginazione, di poca considerazione sui media locali etc. Certamente Buzzi non era interlocutore dei cosiddetti poteri forti, a nessun livello.

Chi fa politica deve essere attento ad evitare compromissioni di qualsiasi tipo col mondo degli affari, pena il coinvolgimento, magari anche involontario, in questioni poco trasparenti o addirittura censurabili. Non mi interessano tanto gli aspetti giudiziari, peraltro importanti e delicati, ma la credibilità della politica nei confronti dei cittadini-elettori. Credo che non sia l’unica ragione del disamore elettorale, ma certamente sul fenomeno dell’astensione pesa largamente questa sfiducia indotta dal miscuglio politica-affari, che sta diventando anche l’esagerato e per certi versi qualunquistico motivo dell’allontanamento dei cittadini dai partiti politici.

D’altra parte, come ho più volte detto e scritto, è da considerare più qualunquista il cittadino schifato dalle compromissioni dei politici con gli affari oppure un esponente politico che nell’esercizio dei suoi poteri istituzionali cade nell’equivoco e clamoroso rapporto fra interessi pubblici e privati?

Non ha importanza decisiva se, come spesso è accaduto, le inchieste giudiziarie non hanno portato a conclusioni rilevanti: mi fa piacere per gli interessati, anche perché non provo alcun gusto a vedere i politici in galera. Resta la realtà di una politica molto invischiata nell’affarismo: questa è almeno l’idea che si fa il cittadino, messo peraltro di fronte al bivio, che da una parte porta al disinteresse e alla conseguente supina accettazione del tran-tran del così fan tutti e, dall’altra parte, al rifiuto della politica, anticamera pericolosa di sbocchi anti-democratici.

Questo mi sembra il nodo politico, che viene prima e dopo le inchieste (dovrebbero essere più insistenti e meno episodiche), i processi (dovrebbero arrivare in tempi stretti), le dimissioni (non risolverebbero, ma aiuterebbero almeno a fare un po’ di chiarezza), le testarde resistenze (servono solo ad aumentare i sospetti), le speculazioni (sono autentiche manciate di fango sulla politica) , i garantismi e i giustizialismi a corrente alternata (peggio che andar di notte…), le polemiche (servono soltanto a fare deleteria confusione), le accuse di ingerenza alla magistratura (incredibili se provengono addirittura da un ministro della Giustizia), lo sciacallaggio mediatico (il tritacarne moderno che costituisce un perfetto assist al qualunquismo), le gogne populiste (il capro espiatorio non è mai servito ad eliminare i peccati), le difese d’ufficio (lasciano il tempo che trovano), le sconcertanti diatribe di piccolo cabotaggio (un modo per sollevare polveroni funzionali al sistema).

La risposta sta nella capacità del sistema partitico di auto-emendarsi: la democrazia non prevede alternative (i movimentismi dell’antipolitica stanno in poco posto), non consente scorciatoie (il premierato butta via il bambino assieme all’acqua sporca), non permette la dicotomia fra istituzioni e cittadini, chiede un cambio di passo e un confronto sulla riscoperta delle basi su cui poggia (partendo dal dettato costituzionale).

 

 

 

 

 

Chi semina bigottismo raccoglie tempesta

Contestazioni agli Stati Generali della Natalità quando la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella ha preso la parola e in platea sono stati alzati dei cartelli che formavano la scritta: “Decido io”. A contestare la ministra è stato un gruppo di studenti. Non appena la Roccella ha preso la parola sono partiti i fischi e cominciate le urla che hanno impedito che svolgesse il suo intervento.  A quel punto la Roccella rivolta ai manifestanti ha preso il microfono e ha detto: “Ragazzi ma noi siamo d’accordo, ma nessuno ha detto che qualcun altro decide sul corpo delle donne, proprio nessuno”. Ma la contestazione è proseguita. Una delle manifestanti ha parlato brevemente al microfono, ma poi è stata interrotta dall’organizzatore Gigi De Palo dicendo: “Questo però è un monologo”. Quindi mentre la contestazione proseguiva proprio De Palo ha deciso di dare la parola ad altri ospiti, posticipando l’intervento della Roccella che ha abbandonato prima il palco e poi l’Auditorium.  I lavori stanno proseguendo ma in sala la situazione non è ancora tornata alla normalità.

“Sono certa che la segretaria del Pd Elly Schlein, tutta la sinistra, gli intellettuali – Antonio Scurati, Roberto Saviano, Nicola Lagioia, Chiara Valerio, ecc. -, la ‘grande stampa’ e la ‘stampa militante’ che abbiamo visto in queste ore mobilitata in altre sedi, avranno parole inequivocabili di solidarietà nei miei confronti dopo l’atto di censura che mi ha impedito di parlare agli Stati generali organizzati dalla Fondazione per la Natalità per svolgere il mio intervento e anche per rispondere ai contestatori-censori e interloquire con loro”. Così la ministra per la Famiglia e la Natalità Eugenia Roccella in un post su Fb. (Ansa.it)

Riprendo di seguito quanto ebbi occasione di scrivere parecchio tempo fa.

A proposito di Eugenia Roccella, deputata e allora sottosegretaria al Welfare nel governo Berlusconi, che si schierò, a fini meramente demagogici, contro la sentenza sull’interruzione dei trattamenti sanitari a Eluana Englaro, dirò che, durante la mia breve frequentazione di una casa di riposo in cui era ricoverata mia sorella, di fronte a certi drammatici casi di sopravvivenza forzata, mi venne spontaneo esclamare ripetutamente, rivolto alle operatrici impegnate in queste pratiche assistenziali e alle prese con difficoltà enormi: «Andate a chiamare Eugenia Roccella, lei sì che se ne intende e vi può aiutare…». Mi guardavano e non capivano. Forse pensavano che l’ambiente mi stesse contagiando.

Le persone più gravemente malate di quella casa di riposo saranno probabilmente nel frattempo decedute, ma Eugenia Roccella è ancora lì sui banchi parlamentari a pontificare ed a sparare cazzate sul testamento biologico: «È una legge ideologica, che apre all’eutanasia. L’alimentazione artificiale serve a mantenere in vita chiunque, non è una terapia. Se gliel’avessero tolta, Fabo avrebbe potuto morire anche in Italia». Andasse a quel paese, lei e tutte le Roccelle del mondo!

Se questa è la mia stizzita intolleranza rispetto alla mentalità di Eugenia Roccella, posso capire quella dei giovani di ambo i sessi alle prese con una ministra il cui curriculum mi permetto di riportare.

Eugenia Roccella, la nuova ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, come è stata rinominata dal governo Meloni la carica che in precedenza era associata alle Pari opportunità e alla Famiglia, ha una storia politica piuttosto insolita, iniziata tra i Radicali e il movimento femminista e arrivata a posizioni ultraconservatrici vicine a quelle delle organizzazioni per la cosiddetta famiglia tradizionale e naturale. Roccella ha definito l’aborto «il lato oscuro della maternità» e una «scorciatoia che non dovrebbe più esserci», la pillola abortiva RU486 «un enorme inganno», il matrimonio un «momento cruciale che dà valore alla differenza sessuale» e le unioni civili la via verso «la fine dell’umano».

Ha 68 anni, è nata a Bologna il 15 novembre del 1953 ed è figlia di Francesco Roccella, uno dei fondatori del Partito radicale, e della pittrice femminista Wanda Raheli, militante del Movimento di Liberazione della Donna (MLD). Iniziò a sua volta il suo impegno politico come militante radicale e femminista, aderendo all’MLD, con cui pubblicò nel 1975 il libro “Aborto: facciamolo da noi” a sostegno dell’aborto libero e gratuito. Partecipò a battaglie e manifestazioni contro la violenza di genere e per le pari opportunità. Nel 1979, senza venire eletta, si candidò col Partito radicale alla Camera. Si laureò in lettere e fece un dottorato.

La sua trasformazione in una delle esponenti più convinte del conservatorismo cattolico italiano avvenne a partire dagli anni Novanta. Abbandonò per diversi anni la politica attiva, e, quando la riprese, aveva assunto posizioni radicalmente contrarie a quelle della sua militanza giovanile. Lasciò i Radicali sostenendo che le loro battaglie conducessero alla «distruzione dell’individuo» in nome di «un’idea di libertà senza limiti» che in ultimo avrebbe portato a «un’illibertà assoluta». Diventò editorialista del quotidiano della CEI, Avvenire, sostenne il cosiddetto Family Day, grande manifestazione a favore della cosiddetta famiglia tradizionale e naturale. Scrisse e pubblicò libri contro l’aborto, le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) – quelle che permettono di avere figli a chi non può averli naturalmente – e in particolare contro quelle di tipo eterologo, basate cioè sulla donazione esterna di gameti (le cellule sessuali, ovuli o spermatozoi). 

Entrò in parlamento nel 2008 con il Popolo della Libertà, fu rieletta nel 2013 e poi nel 2018 e alle scorse elezioni con Fratelli d’Italia. Fu sottosegretaria al ministero della salute del quarto governo Berlusconi (2008-2011), posizione dalla quale emanò delle nuove linee guida per la legge 40/04, quella che norma la PMA, tornando a imporre il divieto di diagnosi preimpianto sull’embrione eliminato qualche anno prima dalla ministra della Salute Livia Turco. Roccella definì allora la diagnosi preimpianto, che serve a individuare la presenza di anomalie cromosomiche o di patologie genetiche negli embrioni prima che vengano trasferiti nell’utero, una «selezione genetica», spingendosi oltre la più accettata definizione di “diagnosi genetica”.

Roccella ha sostenuto che l’omotransfobia «non è un’emergenza», che la richiesta di riconoscimento pubblico delle unioni civili da parte delle persone dello stesso sesso non venga avanzata per ottenere dei diritti ma per chiedere una «forma di legittimazione sociale» da lei ritenuta superflua e non necessaria.

Anche sul suicidio assistito, l’eutanasia e la libertà di scegliere come terminare la propria vita Roccella ha posizioni retrograde. Quest’estate ha per esempio sostenuto che la battaglia per l’eutanasia ha l’obiettivo culturale di «distruggere l’idea di intangibilità della vita» e di fare della morte un diritto del singolo. Anni fa, in relazione al caso di Eluana Englaro, sostenne che esisteva un «lungo movimento sotterraneo che avrebbe voluto condurre all’eutanasia senza nemmeno passare dal parlamento, senza interpellare i cittadini in alcun modo». Ha detto di apprezzare e condividere la visione della Chiesa, in particolare come sistema che ha «sempre valorizzato e accolto il femminile, attribuendo significato e importanza all’etica della cura» (agenzia Ansa).

Se il diritto di parola è indiscutibile, quello al dialogo bisogna saperselo faticosamente conquistare, soprattutto se una persona riveste importanti cariche di governo. Se una ministra porta avanti posizioni eticamente rigide e oserei dire “bigotte”, non può pretendere rispettoso ascolto. Niente di strano e di scandaloso quindi nella contestazione ad Eugenia Roccella. Non accetto l’approccio integralista della ministra alle delicate problematiche etiche che affronta all’interno di un governo, che oltre tutto la sta strumentalizzando sui due punti “Dio e famiglia” dello slogan politico-programmatico di fascistona memoria a cui viene aggiunto quello della “Patria” (a questo ci pensano la premier Meloni e i suoi sodali).

Non faccia la vittima, assuma atteggiamenti ragionevoli, si renda conto di reggere il lume ad un governo reazionario a trecentosessanta gradi, riscopra la bellezza della laicità dello Stato che non è affatto incompatibile con la fede, si metta in condizione di confrontarsi con tutti, impari da tanti cattolici che hanno saputo distinguere la loro testimonianza cristiana dalla loro azione politica e vedrà che nessuno la insolentirà.

Meno male che i giovani hanno ancora il coraggio di protestare contro questo governo e i suoi assurdi ministri, contro il bellicismo imperante, contro le ingiustizie e in difesa dei diritti. Non sposo aprioristicamente le loro rivendicazioni, ma le considero con interesse, attenzione e spesso con solidarietà (anche nel caso delle proteste contro Eugenia Roccella, da cattolico credente e praticante quale sono).