Sempre più a destra per morire antieuropei

L’Italia, ancora una volta nella storia europea, fa purtroppo scuola, e l’ombra nera dei fascismi torna ad allungarsi sull’Europa. Quando troppo a lungo la democrazia non riesce a costruire giustizia sociale, inclusione ed eguaglianza, alla fine la democrazia stessa viene scartata e le democrazie si suicidano. E non si vede all’orizzonte una possibile inversione di marcia. (Tomaso Montanari – storico dell’arte e saggista)

Il recentissimo voto segna per l’Europa una doppia sconfitta, spero non irrimediabile, ma assai compromettente. L’Ue incassa la sfiducia dei suoi cittadini nelle istituzioni e nei partiti tradizionali che si dicono europeisti. Questa è la prima botta ricevuta, che a giudicare dalle prime mosse dei governi francese e tedesco non sta aprendo gli occhi, ma soltanto innescando reazioni di puro mantenimento, provocatorio nel caso della Francia di Macron e menefreghistico nella Germania di Scholz. Macron ha infatti promosso una sorta di ricatto per i Francesi, mettendoli di fronte alla scelta fra lui e la Le Pen. Scholz ha dichiarato di adottare una tattica attendista, ritenendo la sconfitta elettorale del suo partito come un semplice incidente di percorso. Evidentemente non hanno capito o, meglio, fanno finta di non capire.

La seconda sconfitta assume i toni paradossali del voto a destra motivato dalla insofferenza verso la politica bellicista della Ue e dei suoi Stati membro, nonché verso la politica burocratica tendente ad eludere i problemi sociali nascondendoli dietro i vari rigorismi economici. Dove sta il paradosso? Nel fatto che sacrosante battaglie democratiche e di sinistra vengano consegnate alla destra conservatrice e addirittura a quella estremistica di stampo nazi-fascista. L’Ue si sta facendo fare la predica da chi non crede in essa e vuole buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Anche qui la lezione non viene colta, perché i partiti tradizionali si preoccupano soltanto di rifare il verso alla Commissione uscente al fine di proseguire la non politica europea, consegnandosi alla Nato e agli Usa per quanto riguarda la politica estera e ai vari sovranismi di fatto per quanto concerne le delicate politiche sociali (vedi immigrazione, lotta alla povertà, uguaglianza dei diritti, equità fiscale, etc. etc.).

L’Europa esce malconcia dalle urne avendo appunto sprecato fino ad ora le intuizioni democratiche dei suoi pionieri, le idee costitutive dei suoi fondatori e le spinte progressiste dei suoi abitanti. Tutto da ripensare e rifondare! Con la “piccola” complicazione della assoluta mancanza di personaggi politici che possano avviare un simile processo. Non si può nemmeno pensare che la nuova spinta europeista possa venire dal basso, perché i cittadini preferiscono la scorciatoia della conservazione al limite del nazi-fascismo. C’è rimasto solo l’Euro con le sue istituzioni finanziarie, ecco perché ho azzardato l’ipotesi di una presidenza della Commissione europea affidata a Mario Draghi (sempre meglio un ripiegamento di qualità rispetto a un rilancio di basso profilo).

In Italia ci accontentiamo di essere scampati allo tsunami che ha investito il resto d’Europa, inneggiando alla vittoria di Giorgia Meloni, che ci ha già ampiamente vaccinato contro il vero europeismo, il vero pacifismo e la vera democrazia e all’affermazione elettorale del partito democratico, che finora altro non ha saputo fare che l’opposizione a sua maestà, pensando che questi due illusori conforti elettorali possano rafforzare l’identità e l’azione dello Stato italiano. Della serie “mors europea, vita italiana”, dimenticando che siamo tutti nella stessa barca e che i rematori italiani non hanno la capacità, la possibilità e la forza di portarci a navigare in acque di progresso, giustizia e pace.

Il dibattito è penosamente avvitato su questioni di mera continuità, esorcizzando o dimenticando o godendo il destrismo ed il fascismo montanti e pensando agli affari della nostra bottega, che sta distribuendo merce avariata da consumare politicamente prima di morire. Le maratone televisive hanno sfornato la solita vomitevole narrazione, distraendo i telespettatori col problema di quanto abbia pesato la candidatura di Vannacci sul risultato elettorale della Lega, di verificare se il centrismo italiano abbia finalmente trovato il suo leader in Antonio Tajani, di capire se Giorgia Meloni abbia fatto bene a personalizzare la lista di FdI, di prevedere se Elly Schlein si potrà finalmente alleare con Giuseppe Conte, di preoccuparsi se Renzi e Calenda troveranno  uno spazio politico in cui ballare,  di ipotizzare un passo avanti verso il bipartitismo e roba di questo genere.

Intanto si continua a morire in Palestina e in Ucraina, ma queste sono notizie scontate, che interessano poco o niente. Intanto la democrazia rischia di morire e noi ci divertiamo a (s)parlare di non-politica.

L’Europa non è bella se non è fascistella

Mia sorella Lucia lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Così scrivevo nel 2021 elaborando alcuni ricordi di mia sorella. Pensavo che fosse una donna dotata di acuta intelligenza, di schietta umanità, di particolare sensibilità, ma non del dono della profezia. Invece l’attuale clamoroso esito elettorale dimostra che fu facile profeta: le urne ci consegnano infatti un’Europa mezza fascista o, se proprio volete, fascista tutta intera.

Perché la gente in Europa (quella poca che vota) si schiera sempre più a destra? Credo sia soprattutto una forma di protesta contro l’establishment europeo che sta rovinando la Ue e sta rinunciando ad esprimere una politica degna di tale nome: una protesta che si tinge non tanto di pacifismo ma di generico antibellicismo sul piano internazionale, di populismo dal punto di vista sociale, di sovranismo quale reazione verso il burocratismo e il centralismo che connotano l’Europa.

Siamo cioè all’irrazionale ma convinto “piove, Europa ladra!”. Tutti i maître à penser (a ragione) dicono che la strada dell’integrazione Europea è obbligata: ebbene, la gente, visti i risultati, non ne vuol sapere ed esprime un antieuropeismo molto inquietante. Ne escono malissimo gli attuali governi degli Stati membro (ad eccezione dell’Italia che ha già pagato il biglietto per la destra), ne esce ridotta al lumicino la sinistra (ad eccezione della sinistra italiana, che, nonostante tutto, tiene botta), ne esce a gonfie vele la destra (il Ppe lo colloco a destra perché del centro moderato e cristiano non ha più nulla e continua a raccogliere voti proprio per quello), talmente di destra come più non si può. Sembra quasi un accorato appello a Trump per chiudere il cerchio.

I motivi della protesta ci sono tutti, ma trovano purtroppo illusorio sbocco politico a destra. Della disfatta politica di Macron, sotto-sotto, ci godo. Del sussiegoso equilibrismo tedesco ne ho piene le scatole. E via di questo passo… In Italia la Lega di Salvini si candidava a recepire questo vento estremista, ma non ce l’ha fatta, stoppata dalla furbizia tattica meloniana e dal falso perbenismo forzitaliota.

Come al solito l’Italia preferisce giocare nell’equivoco: siamo di destra, ma solo un pochettino(sic!). Una destra che si legittima, governativamente parlando, col bellicismo atlantista, con il rigorismo europeista e l’internazionalismo di maniera. Una destra a cui nessuno potrà più rinfacciare le simpatie neofasciste, niente in confronto a quelle francesi e tedesche. Una destra, quella italiana, che sparge promesse a cui i nostri concittadini sembrano credere (votando FdI) o non credere (astenendosi sempre più dal voto).

Mia sorella Lucia lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”.

Un quadro desolante che forse va persino al di là di Cassandra-Lucia. Il quadro istituzionale europeo ne esce sconvolto, a meno che le burocrazie economiche-finanziarie non trovino la quadra nella formazione di un governo sostanzialmente tecnico e di unità assai poco europea, molto filo-atlantico, impegnato in una squallida continuità politica e di mera quadratura dei bilanci nazionali: una scappatoia in cui potrebbe avere un ruolo Mario Draghi (non sarebbe la prima volta che in qualche modo salva l’Europa). E l’Italia, che lo ha messo inopinatamente alla porta, lo vedrebbe rispuntare dalla finestra. E chi ha votato a destra per mandare a casa l’Europa se la ritroverebbe viva e vegeta, impegnata a fare i conti senza tener conto (la tautologia è voluta) di chi soffre socialmente ed economicamente e che non sa a che santo votarsi.

Mia sorella Lucia lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”.

Parlare degli equilibri politici italiani dopo una simile devastante bufera europea, fa quasi sorridere. Preferisco soprassedere con poche lapidarie battute, anche perché al momento ho esaurito le lacrime di sangue. Giorgia Meloni ha già iniziato ad esultare non capendo che nel bailamme europeo avrà del filo da torcere a galleggiare sui debiti, ad essere determinante per maggioranze europee nuove tutte da inventare, a nascondersi dietro il dito internazionale, a guardare gli italiani senza alcuno schermo protettivo, a tessere fili di collegamento con le periferie al di là della esasperante personalizzazione e ad esprimere una credibile e diffusa presenza di FdI nelle amministrazioni comunali e in tutti i gangli della vita amministrativa. Elementi a suo favore: non avrà più il fiato salviniano sul collo e potrà contare sull’apporto al gioco di squadra che Tajani non le farà mancare (vuoi vedere che andrà a dire e fare niente in Commissione a furor d’Europa?).

Elly Schlein si accontenta di sopravvivere al meglio, di rappresentare assieme all’Alleanza Verdi-sinistra l’unica sinistra che in Europa riesce a galleggiare, di mettere nell’angolo un ridimensionato Giuseppe Conte uscito piuttosto malconcio dalle urne. L’elemento più positivo per il Partito democratico sembra essere il voto meridionale e quello alle elezioni comunali, che confermano il buon radicamento territoriale di questo partito e la sua capacità di esprimere una classe dirigente periferica capace di ripristinare e/o rinsaldare i vincoli con la gente e le sue aspettative.

Il resto è stato spazzato via dal voto, il che non vuol dire che nelle liste duramente sconfitte non ci fossero delle ragioni politiche valide, che gli italiani però non hanno colto.

Ho aperto, ho proseguito e chiudo con mia sorella, per certi versi più netta di me nei giudizi, che direbbe dell’attuale classe politica europea ed italiana, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lôr a niént da sén’na…”.

 

 

La spaziosa via politica della perdizione

“Il vice ministro Bignami annuncia per la decima volta un imminente decreto che risarcirebbe, questa volta per un massimo di 6000 euro, i mobili delle famiglie alluvionate. Il video prosegue poi con una tutt’altro che velata minaccia, di non stanziare nemmeno questa cifra palesemente insufficiente se non si interrompono immediatamente le critiche”.  Lo denuncia il sindaco di Ravenna Michele de Pascale. Il riferimento è a un comizio elettorale fatto in occasione delle comunali a Castel Bolognese (Ravenna) in cui il vice ministro dice che “sono pronti 6mila euro per ogni cittadino, ma – prosegue – se ci sono persone dirette o eterodirette dal Pd che vogliono continuare a fare di tutto ciò un’arma di lotta politica glielo diciamo con franchezza: siamo pronti anche a non darglieli”.     “Mi chiedo – dice de Pascale – se Bignami per i mobili di casa sua abbia speso più o meno di 6000 euro. Prendo invece atto che dopo i comunicati stampa miei e dei comitati la cifra proposta da Bignami è salita da 5000 a 6000 euro, lo informo che noi romagnoli non siamo soliti farci ricattare e se servirà sono disponibile a fare altri 24 comunicati fino a raggiungere la cifra richiesta di 30 mila euro”. (ANSA.it)

Sembrerebbe una fake news, sarebbe meglio perché invece è il segno di un degrado politico che sembra veramente inarrestabile. Si tratta della nuova forma di sfacciato clientelismo di Stato con tanto di subdola intimidazione se non addirittura di ricatto. Possibile che un rappresentante del governo arrivi a tanto?  Come minimo gli si dovrebbero chiedere immediatamente le dimissioni per manifesta indegnità a ricoprire una carica istituzionale. La società non è un mercato in cui il governo offre i suoi provvedimenti a prezzo del silenzio dei cittadini. Se la vogliamo girare, non si può ridurre il governo del Paese a bottega dove il cittadino compra quello che magari gli dovrebbe spettare a prezzo della propria omertà politica. Un voto di scambio allargato, imbellettato, istituzionalizzato, penalmente irrilevante ma democraticamente devastante.

C’era una volta (consideriamola una favola anche se credo non la fosse) un personaggio dotato di potere, non ricordo se pubblico o privato, che ammetteva di usare nei confronti delle donne, che si rivolgevano a lui per ottenere qualche burocratica attenzione, una regola di contraccambio così sintetizzata: “o sòld o figa”. Tutto sommato mi sembra meno grave dell’atteggiamento del vice-ministro di cui sopra: almeno quello della favola (?) non era ipocrita, era esplicito, mentre il governante in questione lascia intendere, abbozza, usa guanti di velluto istituzionale.

“Bignami, che è viceministro, invece di assumersi le sue responsabilità, millanta promesse, le ennesime e mai realizzate, e si permette di rivolgersi a chi ha subito le conseguenze di un’alluvione di fatto quasi ricattando. Adesso basta. La popolazione romagnola che ha reagito al disastro con grande dignità, con commovente solidarietà e con ammirevole coraggio non si merita questa vergogna. Non si merita di non aver visto ancora nulla di tutto ciò che è stato promesso. Presidente Meloni se proseguisse il suo silenzio sulle parole di Bignami significherebbe che le condivide e questo sarebbe gravissimo”. Lo dichiara Debora Serracchiani della segreteria nazionale Pd.

Debora Serracchiani ha perfettamente ragione, ma se Giorgia Meloni dovesse raccattare e smaltire tutte le merde che i suoi amici di partito e governo le mettono sulla strada, non farebbe altro per tutto il giorno. Ultimissima, al momento di andare in macchina, la vomitevole chat di Paolo Signorelli, portavoce del ministro Francesco Lollobrigida, con Fabrizio Piscitelli in arte Diabolik, risalente ad alcuni anni fa: nei messaggi che i due si scambiano su Whatsapp si legge tutto il peggior campionario possibile e immaginabile, dall’antisemitismo agli elogi ai terroristi neri, dalle felicitazioni per l’assoluzione di esponenti del crimine romano al più becero anticlericalismo. Paolo Signorelli si è autosospeso affermando che il contenuto di quei messaggi è lontanissimo dalla sua mentalità (forse si è ravveduto).

Io credo che questi assurdi e paradossali sodali dicano e facciano quello che rientra nel substrato socio-culturale di Giorgia Meloni (la nuova cultura egemonica). Gente che svolge il lavoro sporco e allora meglio far finta di niente. Non sono compagni (camerati pardon…) che sbagliano, è un sistema che porta bene al partito (alla lunga staremo a vedere) e male alla democrazia (su questo non ci piove).

Si dirà, come al solito, che è sempre stato così. Non è assolutamente vero! La politica aveva una sua dignità a prescindere dai contenuti. Poi ci si scandalizza se un giovane grida ad un ministro di andarsene a casa. Nel caso suddetto i cittadini romagnoli dovrebbero mandare Bignami a pulire i cessi delle loro città devastate dall’alluvione.

Mosè agli ebrei che, in sua assenza per un lungo colloquio con Jahvè, avevano costruito un vitello d’oro da adorare, si incazzò al punto che fece fondere la statua e fece bere il liquido ai suoi compatrioti traditori. Se tanto mi dà tanto, al dottor Bignami, servo-adoratore di mammona-politica, bisognerebbe far ingoiare un bel pacco di schede elettorali segnate magari con una X decima Mas sul suo simbolo preferito.

Cosa voglio dire? Che è ora di cominciare a farsi sentire, di picchiare giù duro, almeno a parole e con gesti eloquenti. È ora di finirla, di trovare la forza di indignarsi e reagire ad un andazzo rovinoso per la democrazia. Vedremo se qualcosa del genere sarà successo nelle urne aperte in questi giorni. Lasciatemi il tempo di verificare…

L’albero della cattiva politica e la pianticella della pace

L’immagine della politica invischiata in voti di scambio e corruzione (metodi sostanzialmente mafiosi) non è certamente il miglior biglietto da visita per presentarsi al prossimo parlamento europeo: la nostra fama di spreconi, corrotti e mafiosi trova purtroppo ulteriori conferme.

Mi ha decisamente colpito l’analisi del giornalista Corrado Augias, che mi permetto di sintetizzare: il fenomeno del coinvolgimento della politica nel sistema e nei metodi mafiosi e quello della mafia nel sistema e nei metodi politici è talmente diffuso territorialmente e  trasversalmente da consigliare un pietoso velo di silenzio, anche perché parlarne senza avere una strategia seria per combattere queste interconnessioni non serve a nulla, ma peggiora addirittura la percezione del fenomeno e induce alla rassegnazione.

Stupisce l’attivismo a ondate della magistratura inquirente, ma è sempre così, si viaggia a retate e passata la brutta nottata ritorna un pallido sole di normalità. Non illudiamoci che possano essere i giudici a ripulire e moralizzare il sistema, possono soltanto mettere il dito nelle piaghe e nelle pieghe, il resto spetta alla cultura prepolitica: la moralità non è la politica e bisogna diffidare di chi la cavalca in tal senso.

Ho l’impressione che la gente non si scandalizzi neppure, subisce perché dà quasi per scontato che i partiti sia pervasi da corruzione e adozione di sistemi mafiosi: colpa dei rappresentanti del popolo che si adeguano all’andazzo o colpa del popolo che esprime malamente i propri rappresentanti? Gli italiani meritano i politici che hanno? Se da una parte è vero che da un albero cattivo non si possono raccogliere frutti buoni, è altrettanto vero che l’albero cattivo si potrebbe e dovrebbe curare.

Non si devono nemmeno fare delle generalizzazioni qualunquiste. Non sono tutti uguali! È però più qualunquista l’uomo della strada che esprime un dissenso radicale rispetto al sistema partitico o chi ricopre cariche istituzionali e ne fa di tutti i colori per arrivare a certe posizioni e per poi approfittarne? Oltre tutto non gettiamo via il bambino (i partiti) assieme all’acqua sporca dell’immoralità.

La bonifica del sistema è molto difficile, ma non impossibile. Gli italiani dovrebbero cominciare a votare con la testa e non con…lasciamo perdere. Piuttosto che votare coi piedi è meglio astenersi dal voto.

Esiste la pericolosa tentazione di prescindere dai partiti, di farne a meno, di bypassarli, personalizzandoli all’eccesso, considerandoli ferri vecchi ed ingombranti, pietre d’inciampo da eliminare in nome del populismo. I partiti però dovrebbero fare un serio sforzo di rinnovamento, riscoprendo il rapporto con la propria base, selezionando la classe dirigente e candidando persone serie e adeguate al ruolo: non sta succedendo in vista delle prossime elezioni europee. Si va in cerca di candidature pigliatutto, di nomi eclatanti ed altisonanti tanto per catturare consensi. Nessuno precisa la propria visione europeista e il proprio programma da presentare al Parlamento europeo. Sinistra e destra sembrano addirittura sovrapponibili e si finisce con l’accorgersi che nella notte (bellicista) di Strasburgo tutti i gatti sono bigi.

Continuo a registrare, intorno a me e dentro di me, dubbi e perplessità molto consistenti. Il dibattito è penoso e devastato dalle vicende di cui sopra. Rimanendo in Italia, all’equivoco ed opportunistico europeismo, che puzza tanto di euroscetticismo, portato avanti dal cosiddetto centro-destra, fa riscontro il flebile europeismo continuista delle forze di sinistra. La politica non riesce a strutturarsi a livello europeo e quindi tutto viene rimasticato e rimuginato in patria.

Lasciamo stare, come consiglia Augias, l’emergente minimo sistema mafioso, puntiamo al massimo sistema della pace, ma sarà possibile parlare di pace con gente che compra i voti, che trucca gli appalti e roba del genere?

Ho già detto, scritto e ripetuto che, al di là di tutto e prima di tutto, vorrei votare per chi punta ad una politica credibile di pace: ho cercando l’ago nel pagliaio. Forse un ago l’ho trovato e non vorrei pungermi.

L’intervista a Michele Santoro su La7 ha fatto traboccare il vaso della mia incertezza: giustamente moderata nei toni, affascinante nei contenuti riconducibili al concetto di utopia (ideale etico-politico destinato a non realizzarsi sul piano istituzionale, ma avente ugualmente funzione stimolatrice nei riguardi dell’azione politica, nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per via di contrasto, come efficace critica alle istituzioni vigenti), convincente anche se un tantino generica (non potrebbe essere diversamente) per il dopo elezioni (buona l’idea dell’intergruppo parlamentare pacifista in Europa e dell’intergruppo politico in Italia), intelligentemente e realisticamente umile riguardo al raggiungimento del quorum.

In un certo senso Santoro ha proposto una sorta di apparentamento per rendere comunque utilizzabile il consenso ottenuto, utilizzabile con o senza superamento dello sbarramento del 4%.

Mi sono chiesto: cosa vuol dire voto utile? Per essere tale il voto deve essere legato a valori fondamentali e non solo orientato ad un risultato immediato e concreto.

Mi sono faticosamente incamminato verso il voto, uscendo dallo splendido isolamento in cui mi ero da tempo un po’ rinchiuso. Mi ha giovato al riguardo il dialogo con persone amiche serie e coraggiose.

Ho votato la lista “Pace terra dignità” dando la preferenza a Raniero La Valle: un tuffo nell’idealità e una scommessa sulla pace peraltro in linea con le mie convinzioni di cattolico.

 

La bacchetta magica che abbatte il castello mediatico

Il maestro d’orchestra Riccardo Muti ha voluto dedicare un messaggio alla nutrita delegazione del governo, presente all’Arena di Verona per l’evento «La grande opera italiana patrimonio dell’umanità». Ad assistere all’esibizione dell’orchestra diretta da Muti c’era il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma anche la premier Giorgia Meloni, assieme ai presidenti di Camera e Senato, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, oltre che i ministri Gennaro Sangiuliano, Adolfo Urso e Luca Ciriani. Un parterre ricco di politici, completato dal governatore veneto Luca Zaia e il sindaco di Verona, Damiano Tommasi. A loro si è rivolto Muti declamando una sorta di lezione: «L’ho detto mille volte, ma forse a qualcuno è sfuggito: l’orchestra è il sinonimo di società. Ci sono i violini, i violoncelli, le viole, oboe, trombone… Ognuno di loro spesso ha parti completamente diverse, ma devono concorrere tutti a un unico bene, che è quello dell’armonia di tutti, chiaro?». È partito così un fragoroso applauso dal pubblico, compreso il palco reale con i tanti politici che lo affollavano. Muti, dopo una pausa, aggiunge: «Non c’è il prevaricatore, infatti molte volte continuo a dire anche ai miei musicisti che c’è un impedimento alla musica. Ed è il direttore d’orchestra». (Open.online)

Non voglio strumentalizzare le parole di Riccardo Muti, ma mi sembra che si sia trattato di una metafora volta a frenare gli ardori prevaricatori del direttore dell’orchestra governativa. Da Federico Fellini in poi   l’orchestra è sinonimo di società. Muti con quell’accenno finale al direttore l’ha voluto allargare a quanti governano la società e rischiano di impedirne l’armonia. L’allusione rivolta soprattutto se non addirittura esclusivamente allo stile direttoriale-dittatoriale dell’attuale premier e alla evidente forzatura legislativa del premierato in cantiere è stata dialetticamente inattaccabile anche se molto chiara, elegante e opportuna. Tutti sono stati costretti ad applaudire, ma a buon intenditor poche parole.

In un certo senso è bastato un piccolo capolavoro comunicativo del grande Muti a compromettere due anni di costruzione di un castello mediatico fondato sul nulla: una puntura di spillo può sgonfiare anche un grande pallone che da qualche tempo gira sui cieli politici italiani.

Alla spasmodica ricerca di motivi per votare

In questi ultimi giorni di campagna elettorale mi sono posto seriamente il problema se e chi votare per il Parlamento europeo. Sono arrivato a queste tre interlocutorie soluzioni.

Volendo dare a tutti i costi un voto che abbia un minimo di incidenza politica a livello europeo bisognerebbe votare il Partito democratico, vale a dire il partito socialista, sperando in una maggioranza di centro-sinistra che valorizzi e rilanci il Parlamento europeo e che porti avanti qualche idea di sinistra: sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron.

Volendo dare un voto ideale che abbia un minimo di riscontro a livello di pace, ecologia, lotta alle povertà, accoglienza agli immigrati, etc. bisognerebbe votare la lista di Santoro, “Pace terra dignità”, che nella nostra circoscrizione ha come capo Raniero La Valle, fulgida figura di cattolico democratico con una storia alle spalle ricca di importanti testimonianze e contenuti: voto che rischierebbe però di essere sprecato dal momento che questa lista ha pochissime probabilità di superare lo sbarramento del 4% e comunque di contare qualcosa a Strasburgo.

Volendo essere coerenti nel giudizio negativo verso la politica a tutti i livelli e in tutte le sedi ci si dovrebbe astenere: mia sorella affermava che in Europa sono tutti fascisti e io aggiungo che sono tutti uguali, allineati e coperti sotto l’ombrello della Nato, incapaci di puntare ad una vera Europa Unita, chiusi in visioni egoiste, nazionaliste e belliciste.

Ad un certo punto della riflessione mi sono chiesto il perché della tanta eventuale fatica nel votare per il Partito democratico, pensando alla mia trentennale militanza nelle file della Democrazia Cristiana e facendo quindi un’analisi comparata tra queste due forze politiche. Devo purtroppo osservare come il PD abbia in un certo senso tutti i difetti della DC senza averne gran parte dei pregi. Se devo ammettere che il Partito democratico non ha al suo interno le punte di pessima politica presenti nella Democrazia Cristiana, devo altresì rilevare come non abbia gli slanci ideali e valoriali di cui la balena bianca era portatrice almeno in alcune sue componenti interne, quelle della sinistra a cui facevo riferimento.

Faccio un esempio, prendendolo dalla più grave emergenza caratteristica della nostra epoca storica: la pace con tutto quel che significa. Ebbene nella DC si aveva il coraggio di elaborare il discorso del “neoatlantismo”, vale a dire di una presenza costruttivamente critica all’interno della Nato; oggi il PD è miseramente e acriticamente appiattito sulla non politica occidentale e non riesce ad elaborare uno straccio di strategia alternativa al bellicismo imperante. In esso non conta nulla la tradizione politico-culturale del cattolicesimo democratico e non si recupera nulla dell’apporto valoriale proveniente dal popolarismo cattolico. La presenza nelle liste PD di Marco Tarquinio e Lucia Annunziata, pur con tutto il rispetto, credo che faccia più o meno il rumore di una noce in un sacco. Il pur positivo pluralismo non può infatti essere “sbrigato” in modo episodico e contingente.

Ecco in estrema sintesi il motivo per cui non riuscirò, salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, a votare per il PD.

In un lontano passato ebbi il coraggio di votare Rifondazione Comunista/Democrazia Proletaria proprio in una consultazione elettorale europea: era candidato l’ex missionario saveriano Eugenio Melandri e valeva la pena scommettere sulla sua capacità di smuovere le acque del pantano europeo. Per analogia dovrei optare per Raniero La Valle votando la lista “Pace Terra Dignità”, ma temo che, pur con tutta la stima e la considerazione che nutro per lui e per Michele Santoro, la politica non si possa improvvisare con iniziativa belle ma un tantino velleitarie. Forse sono invecchiato anche se è ancor più invecchiata la politica.

Due parole sull’astensionismo: oggi come oggi non lo considero più un atto di irresponsabilità, ma una dolorosa scelta provocatoria. Non votare è certamente un affronto a chi ha speso la vita per conquistare questo diritto, uno sfregio a chi ha creduto nell’Europa quale strada di pace e progresso, una presuntuosa sottovalutazione della partecipazione democratica. Cercherò fino all’ultimo secondo di evitare questa opzione: non prometto di riuscirci, ce la metterò tutta, anche se…

 

La schizofrenia americana e l’afasia europea

Alla vigilia di un lungo viaggio in Europa durante il quale dovrà confrontarsi con gli alleati e le loro diverse posizioni sulla guerra a Gaza, Joe Biden dà una spallata all’amico Bibi.

Dopo aver reso pubblico il piano israeliano per un cessate il fuoco per far pressione non solo su Hamas, ma anche su Israele, come sostengono molti analisti, il presidente americano per la prima volta ha ammesso che ci sono ragioni di ritenere che Netanyahu stia prolungando il conflitto per la sua sopravvivenza politica.

Non lo dichiara apertamente, ma in una lunga intervista a Time il commander-in-chief ha risposto che gli oppositori del premier non hanno tutti i torti a ritenere che egli stia cercando di mantenere il potere attraverso la guerra. “Non voglio commentare – ha detto Biden – ma ci sono tutti gli elementi per trarre questa conclusione”. Una dichiarazione inedita e forte, poi parzialmente ammorbidita dal portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, in un briefing con un ristretto gruppo di giornalisti. (Ansa.it)

È una dichiarazione di gravità eccezionale che nel macabro teatrino politico internazionale è passata quasi sotto silenzio. In poche parole Netanyahu, secondo Biden, userebbe la guerra e i morti conseguenti per rafforzare e mantenere il suo potere all’interno dello Stato di Israele. Non è un’idea balzana né tanto meno nuova: poco o tanto tutti i guerrafondai della storia passata e presente hanno miseramente usato e usano la guerra come arma di distrazione dai problemi interni e come strumento per rafforzare la propria leadership. Che lo ammetta il presidente degli Usa, nei confronti di un capo di Stato storicamente alleato ed attualmente protagonista della scena bellica, è però decisamente scioccante, sconcertante e inquietante.

Se le parole hanno un senso, Biden ne dovrebbe trarre le auspicabili conclusioni, mettendo Netanyahu con le spalle al muro e assumendo conseguenti iniziative diplomatiche. Sembra invece un giochetto elettorale: così come Netanyahu strumentalizza la guerra per difendere e consolidare il suo potere, Biden attacca le strumentalizzazioni israeliane per recuperare consenso dall’elettorato giovanile e filopalestinese in vista delle elezioni presidenziali.

Non so dare altra spiegazione. Tutto peraltro rientrerebbe nella schizofrenica politica estera statunitense, con un colpo al cerchio e uno alla botte per il conflitto israelo-palestinese, con una scriteriata opzione di guerra calda con la Russia, combattuta peraltro per interposta nazione ucraina.

Qualcuno si è scandalizzato per le parole di Marco Tarquinio, candidato indipendente per il Partito democratico nella Circoscrizione centro alle Elezioni europee. L’ex direttore di Avvenire è finito sotto attacco per aver auspicato lo scioglimento della Nato in favore di un’alleanza paritaria con gli Stati Uniti. «Se le alleanze non servono la pace e da difensive diventano offensive vanno sciolte. Sciogliamo la Nato. Va costruita un’alleanza nuova e tra pari, tra Europa e America», si legge su X. Poi a Tagadà su La7, Tarquinio argomenta le sue parole: «Se le alleanze servono a perpetuare le guerre è meglio scioglierle. Bisogna quindi sciogliere l’alleanza con Israele e magari, per quello che ci riguarda, sciogliere la Nato in Europa e costruire una nuova alleanza tra pari con gli Stati Uniti d’America», ha detto. «Non si fa in un giorno, ma bisogna farlo», ha concluso. (Open)

È sotto gli occhi di tutti come l’Unione europea non abbia una sua politica estera e sia schiacciata su quella americana, come abbia cioè delegato alla Nato il proprio ruolo a livello internazionale. Non era quanto volevano i fondatori della Ue, non è quanto servirebbe al perseguimento della pace nell’ambito di un europeismo autentico.

Oltre tutto non si riesce nemmeno a capire quale sia la politica della Nato e fino a qual punto la Nato risponda agli Usa e agli Stati membro dell’Alleanza Atlantica o soltanto a se stessa: la recente inopinata uscita del segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, sull’eventualità di un utilizzo delle armi Nato da parte dell’Ucraina per azioni militari in territorio russo, ha costretto gli Stati della Nato a precipitosi riposizionamenti favorevoli o contrari a questa nuova linea di comportamento.

Non si tratta quindi di essere più o meno filo-atlantisti, ma di delineare un diverso e ragionato quadro di alleanze che vedano la Ue protagonista e non gregaria: prima viene l’elaborazione di una politica estera europea condivisa e poi la presenza originale e critica all’interno della Nato. Discorso che risente di antichi ma attualissimi discorsi etico-culturali a livello cattolico.

L’affermazione di Tarquinio ha radici lontane e non estranee dalla cultura politica del Pd. I dem, infatti, sono figli dei post comunisti e della sinistra della Democrazia cristiana. Quest’ultima corrente interna alla storica Balena Bianca, che ha sempre propugnato il cattolicesimo sociale, era nata per iniziativa di un gruppo di esponenti dello scudo crociato di grande spessore etico e intellettuale che, negli anni dell’immediato dopoguerra, facevano parte della cosiddetta “Comunità del Porcellino” (il riferimento è gastronomico) che era ospitata a Roma, dalle sorelle Portoghesi e dove nacque buona parte della nostra Costituzione. In quel gruppo vi erano personaggi del calibro di Giuseppe Lazzati, futuro e storico rettore dell’Università Cattolica, Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti.

Quest’ultimo, ascetico quanto La Pira, nel momento in cui Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio aveva accettato l’adesione dell’Italia alla neonata alleanza atlantica, si era opposto, alla scelta. Era il 1949, l’anno successivo alla decisiva vittoria della Dc nelle elezioni che avevano mantenuto l’Italia nell’orbita atlantica. Gli avversari erano i socialisti e i comunisti uniti nel “Fronte Popolare” con l’effigie di Garibaldi nel simbolo. De Gasperi aveva certo agito in coerenza anche con quel voto, ma Dossetti si era opposto, come ha ricordato in una recente intervista sulla guerra in Ucraina, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano da sempre impegnato contro la produzione e la cessione delle armi. Il religioso sostiene che l’allora deputato aveva motivato così il suo diniego: “Carissimi deputati, io voto contro, per la semplice ragione che se noi aderiamo alla Nato d’ora in poi l’Italia non sarà più un Paese sovrano. La nostra politica estera la farà qualcun altro”, parole che suonano profetiche. Poi Dossetti aveva abbandonato la politica per farsi monaco e dare un contributo importante al Concilio Vaticano Secondo, voluto da Papa Giovanni XXIII. La posizione di Tarquinio ha perciò radici lontane che fanno parte della storia da cui è scaturito il Partito democratico. (La Provincia Unica – Francesco Angelini)

Dalle felpate sparate di Biden alle fughe in avanti di Stoltenberg: questi i confini entro cui l’Europa si barcamena anziché puntare su un progetto di pace e di solidarietà. Finalmente un candidato alle elezioni europee, Marco Tarquinio, che osa rimettere in discussione in senso costruttivo e positivo la Ue, uscendo dai manicheismi propagandistici, dalle risonanze nazionalistiche e dai bellicismi obbligati.  Peccato che sia candidato solo nella circoscrizione dell’Italia centrale. Per me poteva essere una interessante ipotesi di voto. Perché non hanno inserito Tarquinio in tutte o almeno in diverse liste circoscrizionali come è avvenuto in altri casi? Probabilmente è una candidatura scomoda per il PD, che tocca nel vivo della carne flaccida di questo partito.

 

 

 

La pubblicità anima equivoca del contropotere

Era aprile del 2022 (due anni avanti Meloni). Massimo Giletti, uno dei “maître a non penser” de La7, in quei giorni di incassi pubblicitari favolosi, giustificati dalla notevole attenzione riservata agli eventi bellici, si lasciò andare ad una vomitevole leccata di regime: “La pubblicità fa la Tv libera”. Una fandonia detta in nome dell’economia di un finto mercato.

Massimo Giletti ha fatto il suo tempo. Non so dove sia finito. Era un personaggio televisivo vuoto come una calza, che lasciava intendere di essere bello e bravo, capace solo di recitare a soggetto, che non sapeva un cazzo, ma lo faceva dire bene agli altri.

Un tempo si diceva che “la pubblicità è l’anima del commercio”, oggi, andando a prestito dalla sociologia gilettiana, si potrebbe dire che “la pubblicità è l’anima di un’informazione drogata”.

Ebbene a distanza di due anni (in piena era meloniana) Corrado Formigli, conduttore di “Piazza pulita”, trasmissione di punta della rete televisiva La7, all’inizio di una lunga serata ha recentemente e testualmente detto ai telespettatori: «Vi chiedo di pazientare per settantacinque secondi di pubblicità, senza cambiare canale, perché la pubblicità finanzia il nostro programma e finanzia anche la nostra libertà e indipendenza».

La7 si erge a unico canale critico verso l’attuale governo di centro-destra e verso il melonismo in genere. Non per questo mi sento di santificarla al punto da considerarla la protettrice della libertà e autonomia dell’informazione grazie alla copiosa pubblicità che la tiene in vita. La pubblicità fa bene a chi la vende, ma fa molto male a chi la beve e la confonde con l’informazione.

Capisco il dovere di legare l’asino dove vuole il potere, che, nel caso di chi lavora a La7, significa pur sempre legare l’asino dove esige l’azienda Cairo, libera (fino a qual punto non saprei) di criticare “il regime” in cui è immersa.

Consiglierei quindi al pur bravissimo Corrado Formigli di smontarsi la testa, di andare piano nelle curve di regime e di non sbandare: la vera democrazia rifiuta certe paradossali equazioni. Attualmente meglio la privata La7 della pubblica Rai, ma mentre la Rai esercita il monopolio del “leccaculismo del potere” (Bruno Vespa e dintorni), non vorrei nemmeno pensare e ancor meno accettare che La7 detenga quello del manierismo critico ad usum delphini (Corrado Formigli e c.).

In conclusione non è accettabile alcun, seppur ironico, ricatto pubblicitario; è pur vero che il pluralismo dell’informazione si fonda anche sugli introiti pubblicitari. Il sistema è questo, ma tra la rassegnazione e l’autocelebrazione vi è una certa differenza.

D’altra parte, a distanza di pochi giorni, e in dirittura finale della campagna elettorale, il direttore del telegiornale de La7 Enrico Mentana ha fatto un’intervista alla premier Giorgia Meloni che più leccaculista di così… quasi da far invidia a Bruno Vespa. I contenuti erano scontati (dopo poche battute ho cambiato canale) però mi è rimasto in testa il fastidioso tono che faceva la solita brutta musica di sviolinata al potere: era chiaramente, come minimo, la stipula di un patto di non più belligeranza col governo.

Probabilmente Corrado Formigli gliela avrebbe fatta in modo diverso, ma evidentemente c’è stata la necessità di aggiustare il tiro e la pubblicità non sarà estranea a questa virata mediatica nei confronti del potere politico. Attenzione quindi alla libertà e all’indipendenza finanziata dalla pubblicità.

Recentemente, in farmacia, mi sono sentito chiedere la sottoscrizione di una tessera per usufruire di sconti sugli acquisti dei tanti generi che vengono venduti nel negozio. Ho risposto, tra il serio e il faceto, ricordando alla simpatica commessa il messaggio proveniente dall’educazione impartitami da mio padre: Äd tésri nin voj miga, n’ho tôt gnanca còlla dal fascio…”.

Non accetto quindi neanche la tessera de La7: ascolto, valuto e decido in proprio, in assoluta libertà di cambiare canale anche e soprattutto in concomitanza con la messa in onda della pubblicità.

 

 

I toni che fanno scoppiare la recita

Mercoledì pomeriggio, al termine della conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del primo ministro albanese Edi Rama a Shengiin, in Albania, ci sono stati dei momenti di confusione dopo che il deputato italiano Riccardo Magi ha tentato di avvicinarsi all’automobile con cui Meloni stava lasciando il cantiere dove sono in corso i lavori per la realizzazione del centro per migranti. È stato però subito ostacolato e poi allontanato da alcuni agenti di sicurezza albanesi appena fuori dal recinto del cantiere, nonostante alcuni suoi collaboratori gridassero «è un parlamentare della Repubblica».

Magi, segretario di +Europa e uno dei dirigenti radicali che hanno favorito la nascita della lista Stati Uniti d’Europa per le elezioni europee in programma nel fine settimana, ha cercato poi di bloccare il corteo di auto in uscita dal campo sventolando un foglio con su scritto “Un miliardo: hotspot elettorale”. È stato però subito fermato e strattonato con modi piuttosto rudi da agenti che dicevano di lavorare per conto del ministero dell’Interno albanese.

Meloni a quel punto ha fatto fermare la sua auto, ne è scesa insieme alla sua segretaria personale Patrizia Scurti, e ha accennato un dialogo con Magi, invitando gli agenti a lasciarlo («Leave him», ha ripetuto la presidente del Consiglio, in inglese). Meloni ha prima liquidato in modo ironico le denunce di Magi sul mancato rispetto dei diritti umani alla base dell’accordo tra Italia e Albania («Se accade questo con le telecamere a un parlamentare, potete immaginare ai poveri cristi che saranno chiusi qua dentro», aveva urlato Magi), poi è tornata sui suoi passi ironizzando un po’ su una presunta ansia di visibilità di Magi proprio in vista delle elezioni europee: «Ho fatto un sacco di campagne elettorali in cui non sapevo se avrei superato la soglia di sbarramento e dovevo segnalare la mia esistenza in vita. Le sono totalmente solidale». (Il Post giornale online)

Spero di non sbagliarmi, ma le battute finali stanno facendo traboccare il vaso della campagna elettorale di Giorgia Meloni: le trovate si sprecano, i bluff si rincorrono, dalle liste d’attesa nella sanità a quelle dei migranti alla inutile passerella in Albania. Un presidente del Consiglio così politicamente e smaccatamente schierato, che si mette tanto in vista e in pista penso di non averlo mai visto.

Intravedo due motivi al di là dello stile personale e caratteriale della premier: la paura di perdere o quanto meno di non stravincere e la megalomania congenita che forse le sta giocando qualche brutto scherzo in Italia e ancor più all’estero dove il due più due meloniano non fa quattro.

Sul piano del consenso credo che il suo elettorato più avveduto e moderato si stia spostando verso Forza Italia o addirittura verso l’astensione. Di conseguenza non le resta altro che andare al pieno incasso del fanatismo neofascista emergente dalle manifestazioni elettorali e/o rincorrere l’estremismo leghista rivedendolo e “scorreggendolo”. I toni quindi, ancor più che le parole, come ha acutamente osservato Monica Guerritore, sono la risorsa dell’attrice, quando le parole cominciano a sciogliersi in bocca e i fatti stanno in poco posto. Ogni occasione è buona per alzare i toni in modo anche sgangherato e inammissibile, le parole si sprecano e si urlano, i fatti si inventano. Ho la netta impressione che la Meloni abbaia come fa il cane: per paura.

D’altra parte i partner di governo e gli amici sembrano più dei congiurati contro di lei che dei leali collaboratori e sostenitori: i guinzagli del potere non funzionano più al massimo, i leghisti gliene combinano di tutti i colori, i forzitalioti si allontanano sempre più dalle sue performance imbarazzanti e inconcludenti.

Quanto alla megalomania, si è vista crollare gente molto più in gamba di lei e che la sapeva molto più lunga. D’altra parte non ci si può cambiare mentalità e personalità e chi le consiglierà un po’ di moderazione verrà visto come un traditore: è la triste fine dei presuntuosi.

Giorgia Meloni è questa e non può che (non) fare e dire le cose che appaiono. Un fenomeno da baraccone politico, che rischia di seppellire la politica sotto le nostalgie fasciste e sotto le picconate istituzionali e anticostituzionali. Altro che donna intelligente come molti la giudicano: sono stanco di sentire questa pietosa fandonia. È un personaggio estremamente pericoloso proprio perché pieno di arroganza e vuoto di intelligenza.

Assomiglia per certi versi a Berlusconi: è una vignetta anche poco simpatica di questo suo predecessore, in quanto ne ha solo i difetti e non ne ha nemmeno minimamente le doti personali, le intuizioni sociali e le radici imprenditoriali. Una donna con le palle? Sì, quelle che stanno per menzogne.

Non so se sia utile all’opposizione spingere sull’acceleratore della polemica come ha fatto Riccardo Magi (in modo peraltro ineccepibilmente provocatorio e politicamente invasivo): o pensano che la rana si stia talmente gonfiando da essere in procinto di scoppiare e che quindi possano bastare mirate e velenose punture di spillo o altrimenti rischiano di fare il suo gioco. Ricordiamoci sempre di cosa diceva Montanelli del fenomeno berlusconiano: è una malattia che deve fare il suo corso per creare gli anticorpi. Mi sembra che la similitudine possa attagliarsi al caso. Non bisogna avere fretta, siamo ancora nel pieno dell’infezione, verrà un giorno…sperando che non sia troppo tardi.

 

 

 

 

Macron esclude solo la pace

Emmanuel Macron torna a “porre la questione” di un invio di truppe occidentali in Ucraina se la Russia dovesse sfondare la linea del fronte nella guerra in corso da oltre 2 anni. In un’intervista all’Economist, che solleva lo stesso polverone già provocato nelle settimane scorse, con gli alleati europei contrari a questa ipotesi, il presidente francese ribadisce che “nulla può essere escluso”.

“Se i russi dovessero sfondare le linee del fronte, se ci fosse una richiesta ucraina – cosa che oggi non avviene – dovremmo legittimamente porci la domanda”, dice Macron, secondo cui “escluderlo a priori significa non imparare la lezione degli ultimi due anni”, con i Paesi della Nato che avevano inizialmente escluso l’invio di carri armati e caccia a Kiev prima di cambiare idea.

“Come ho detto, non escludo nulla, perché siamo di fronte a qualcuno che non esclude nulla”, ribadisce Macron al settimanale britannico, in un riferimento a Putin. “Probabilmente siamo stati troppo esitanti nel fissare dei limiti alla nostra azione nei confronti di qualcuno che non ne ha più e che è l’aggressore”, afferma il presidente, indicando il suo “chiaro obiettivo strategico: la Russia non può vincere in Ucraina”.

“Se la Russia vince in Ucraina, non avremo più sicurezza in Europa – scandisce – Chi può pretendere che la Russia si fermi lì? Quale sicurezza ci sarà per gli altri Paesi vicini, la Moldavia, la Romania, la Polonia, la Lituania e tanti altri? E oltre a questo, che credibilità abbiamo noi europei che avremmo speso miliardi, che avremmo detto che era in gioco la sopravvivenza del continente e che non ci saremmo dati i mezzi per fermare la Russia? Quindi sì, non dobbiamo escludere nulla”. (Adnkronos)

Le reiterate prese di posizione di Macron sono sostanzialmente in linea con quelle (già commentate) di Stoltenberg, segretario generale della Nato. Non so se siano dovute alla solita smania protagonistica francese (la grandeur), alla volontà di primazia a livello strategico europeo e occidentale, al clima (che sembra irreversibile) di guerra strisciante, all’altrettanto consueta tattica di reagire alle debolezze interne mostrando i muscoli all’esterno, alla candidatura a interlocutore principale di Putin (dalle telefonate si passa alle minacce), alla ricerca di visibilità elettorale in vista della prossima consultazione europea. Probabilmente e irresponsabilmente di tutto un po’.

Non c’è che dire aveva ragione mia sorella Lucia quando, con la sua solita schiettezza di giudizio, si lasciava andare e parlava di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto. Un conto è essere superiori su basi oggettive (atteggiamento già difficile da accettare), un conto è ritenersi aprioristicamente migliori (atteggiamento da respingere al mittente). Faccio fatica a sopportare coloro che si ritengono primi della classe e lo sono veramente, figuriamoci con quanti si spacciano primi della classe senza esserlo.

Sono convinto che la Francia, come del resto l’Italia, abbia parecchi scheletri nell’armadio da nascondere a livello internazionale e, invece di cercare di instaurare collaborazioni e solidarietà, preferisca la fuga in avanti. Non prenderei quindi sul serio le sparate macroniane, anche se è preoccupante il clima che, bene o male, le giustifica o, quanto meno, le sopporta.

A maggior ragione urgono iniziative concrete e pressanti del governo italiano e dell’Europa alla ricerca di un dialogo, che, se non è un fine in sé e per sé, è almeno un mezzo imprescindibile per raggiungere un clima più costruttivo nei rapporti tra gli Stati.

Purtroppo le pubbliche opinioni non si rendono conto della posta in gioco, pensano ad una guerra sfogatoio, un male (quasi) necessario, ed anche le uscite di Macron vengono inquadrate in questa irresponsabile visuale bellicista di maniera.

Non c’è nessun protagonista sulla scena mondiale che abbia il coraggio di usare efficacemente qualche parola di pace. Sol l’occhio di Sergio Mattarella esprime un guardo di pietà, ond’io guardo a lui e dico: Ecco la bellezza della pace! (libera parafrasi di “Improvviso” da Andrea Chénier di Umberto Giordano – libretto di Lugi Illica).

Si dirà: meglio essere sinceramente profeti di guerra che ipocritamente profeti di pace. Questo è lo schema politico-culturale dominante nel mondo. Non ci sto. Per la pace, come per la salute, non si può mai dire che non ci sia più nulla da fare.

Il noto motto di San Paolo, spes contra spem (Rm. 4,18), “la speranza contro ogni speranza”, può essere ritradotto nel nostro tempo con le parole “essere speranza” per “dare speranza”. Quando la speranza umana viene meno, c’è sempre la speranza teologale che non verrà mai meno. Emanuel Macron si tenga la sua realpolitik, io mi tengo la mia speranza da giocare a livello diplomatico, ma, prima e dopo la diplomazia, anche e soprattutto a livello umano e cristiano.