E la chiamano Unione…

Tensione nell’Unione europea sulle dichiarazioni dell’alto rappresentante Josep Borrell che propone di togliere le limitazioni sull’uso delle armi occidentali inviate all’Ucraina e di sanzionare i ministri di Israele che “hanno lanciato messaggi d’odio, incitazione a commettere crimini di guerra contro i palestinesi”.

“Le restrizioni all’uso delle armi date all’Ucraina devono essere revocate, ci deve poter essere pieno utilizzo per colpire obiettivi militari in Russia in linea con le regole internazionali”, ha detto l’alto rappresentante Ue Josep Borrell accogliendo il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba a Bruxelles per il consiglio informale esteri.

L’Unione Europea “ha iniziato a trasferire all’Ucraina” i proventi dei beni russi immobilizzati e a finanziare direttamente gli Stati membri per fornire armi a Kiev, ha detto Josep Borrell. “Abbiamo già trasferito 1,4 miliardi”, ha precisato.

 I limiti per Kiev per quanto riguarda le armi italiane ‘restano’ e l’idea di sanzionare esponenti del governo israeliano è ‘irreale’, replica il ministro degli Esteri Tajani.

“Proposte sconsiderate da Bruxelles sia sull’Ucraina che sul Medio Oriente. La pericolosa furia dell’Alto Rappresentante deve essere fermata. Non vogliamo altre armi in Ucraina, non vogliamo altri morti, non vogliamo un’escalation della guerra, non vogliamo un’escalation della crisi in Medio Oriente. Oggi continuiamo ad adottare una posizione pacifica e di buon senso”. Lo scrive in un post su Facebook il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó.

Un’alta fonte diplomatica europea, intanto, dice all’ANSA che ‘sono possibili negoziati Kiev-Mosca prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti’, anche perché ‘i ritardi negli aiuti forzano Zelensky a trattare’.

“Abbiamo discusso delle sanzioni ai due ministri d’Israele, oggi non c’era l’unanimità, ma io proporrò lo stesso al Consiglio queste misure ristrettive, poi decideranno i ministri come sempre, prendendo una decisione politica, dopo aver analizzato con attenzione le ragioni a sostegno di questa proposta”. Lo ha detto l’alto rappresentante Ue Josep Borrell al termine del Consiglio Esteri informale. (ANSA.it)

Prescindo dal merito delle proposte formulate dall’alto rappresentante Ue Josep Borrell: avrei molto da dire contro quelle riguardanti la liberalizzazione dell’uso delle armi da parte ucraina e a favore di quelle inerenti le sanzioni ai ministri di Israele. Mi limito invece a due riflessioni sul modo di essere e di operare delle istituzioni europee.

Le posizioni in politica estera sono a dir poco diversificate: ne esce un’immagine sconcertante assieme alla certezza della irrilevanza europea nello scenario internazionale. Una politica estera europea non esiste ed è lasciata ai singoli Stati membro: una gravissima sostanziale rinuncia!

La seconda riflessione riguarda la inadeguatezza di Borrel, che spara a vanvera sconvolgendo e confondendo i piani istituzionali: è impegnato a spararle grosse a livello mediatico per poi fare penose marce indietro. Roba da dilettanti allo sbaraglio.

Tutto ciò finisce con l’essere funzionale al mantenimento degli scenari di guerra. Credo che i padri ideatori e fondatori dell’Unione europea avranno di che scaravoltarsi nelle loro tombe, mentre le vittime delle guerre in atto avranno di che chiedere vendetta al cospetto di Dio. È una vergogna. Che i ministri degli Esteri dei Paesi Ue non riescano a trovarsi d’accordo per pronunciare qualche parola di vera pace e per assumere qualche iniziativa diplomatica concreta è cosa incredibile. Non posso che indignarmi. E la chiamano Unione…

 

I capponi di Elly

La situazione politica nel campo della sinistra italiana, a prescindere dai contenuti (e questo è già un controsenso, un’autentica bestemmia procedurale), è tormentata da due dubbi “atroci”: l’eventuale accoglienza da riservare al rientro a casa di Matteo Renzi e l’attenzione da riservare alla contesa pentastellata fra Grillo e Conte. Si tratta di due questioni anacronistiche.

Matteo Renzi ha incarnato una fase politica ormai morta e sepolta pur avendo suscitato a suo tempo qualche interesse (anche da parte del sottoscritto). Si è trattato di un’implosione dovuta sostanzialmente a due motivi: la mancanza di un gruppo dirigente, col ripiegamento su una selezione autoreferenziale, operata dal capo per garantirsi la comoda sopravvivenza; la mancanza di legami col territorio sostituiti da una visione centralistica e personalizzata. Una strategia che parte su questi binari morti non può che restringersi a tattica di brevissimo periodo anche se gonfiata e spinta al massimo della scommessa politico-istituzionale.

La rivoluzione grillina ha avuto un successo iniziale esagerato proveniente dall’antipolitica, che l’ha messa immediatamente alla prova governativa, miseramente fallita con ben due esperimenti di segno politico opposto: l’alleanza fra due antipolitiche che non poteva fare una politica; il rientro in una logica riformista che sapeva tanto di strumentale conversione. Del movimento cinque stelle rimangono le macerie, le ossa inaridite e nessuno sembra in grado di rivitalizzarle: Conte vivacchia a sinistra succhiando il sangue al PD, Grillo non sa che cazzo fare, ma cerca di dirlo bene.

Tutto qui. Siamo di fronte a cadaveri in cerca di rianimazione. Se il Pd vuole resistere e coltivare qualche prospettiva politica seria, ammesso e non concesso che ne abbia la capacità, non si deve assolutamente far imbrigliare in questi giochini. Elabori una strategia e poi chi ci sta ci sta. Non faccia prima la verifica degli aderenti al progetto per poi rimanere paralizzato dai veti e penalizzato nei voti. Non faccia i conti con le aprioristiche pretese di chi vuol soltanto riciclarsi e sfruttare le ruote altrui.

Io non ho ancora capito se Elly Schlein sia all’altezza del compito, ma certamente non si deve bloccare su Renzi e Conte, peraltro molto simili ai capponi di Renzo. Sono entrambi disperati e, come noto, salvare chi sta affogando è impresa assai rischiosa. Questi potenziali alleati non hanno storia, non hanno tradizione, non hanno collegamenti sociali, non hanno più voti, non hanno idee, non hanno prospettive.

È a dir poco patetico che alle feste dell’Unità si discuta sulla credibilità del ritorno di Renzi e sulla affidabilità di Conte (peraltro indebolito dagli attacchi grillini). Posso dire che il Pd è già di suo in gravi difficoltà, se proprio vuole andare in malora del tutto, presti attenzione a queste sirene del cosiddetto campo largo, laddove si potrà giocare in scioltezza ma in amichevole certezza di perdere.

Alle ultime elezioni politiche, perso per perso, valeva la pena provare qualche patto di desistenza. che magari avrebbe sortito qualche interessante effetto. Oggi siamo fuori tempo massimo. Lasciamo perdere e, se ci riusciamo, guardiamo avanti.

 

Il derby delle caricature

Dopo la “tregua olimpica” vera o presunta della politica francese, a Parigi torna a animarsi la battaglia istituzionale, ed è nuovamente ripartito il braccio di ferro tra i partiti transalpini e Emmanuel Macron. Il presidente sta lavorando per isolare politicamente il Nuovo Fronte Popolare, primo ma senza la maggioranza assoluta al voto del 30 giugno e 7 luglio scorso che ha ridefinito l’Assemblea Nazionale. Ma ad oggi il tentativo di Macron sembra risolversi in un boomerang.

Nella giornata di lunedì 26 agosto Macron ha formalmente rifiutato di concedere l’incarico di primo ministro alla candidata di bandiera della coalizione di sinistra, Lucie Castets, economista dell’amministrazione municipale di Parigi vicina al Partito Socialista. E questo, nei limiti delle prerogative presidenziali, non è di per sé qualcosa di inatteso. Più complicata, però, la contromossa del presidente, che ha destato polemiche: Macron ha invitato a consultazioni i membri di Ensemble, la sua coalizione presidenziale imperniata sul suo partito centrista Renaissance, assieme a una sola parte del Nfp. Convocati per martedì 27 all’Eliseo i socialisti, i Verdi e il Partito Comunista di Francia. Esclusa, invece, la prima forza del Nfp, La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. 

Una mossa che nell’ottica del presidente avrebbe dovuto fornire la base per una negoziazione volta a creare una coalizione. Con le sinistre attratte dall’ipotesi della stanza dei bottoni e gli alleati del presidente, come il partito Horizons dell’ex premier Edouard Philippe, chiamati a far da pontieri col centro-destra per chiudere il cerchio. Mossa che nei fatti, però, si è rivelata un autogol. La sinistra ha rifiutato la mossa di Macron, accusato di confondere la carica di presidente con quella di leader di coalizione.

“La Repubblica è nata dal rifiuto del potere personale”, ha affondato il segretario socialista Olivier Faure. Il leader del Pcf, Fabien Roussel, ha rincarato la dose: “Si apre una crisi molto grave per il Paese” dopo la scelta di Macron. Parole che hanno ricompattato la coalizione attorno al rifiuto del veto su Melenchon, per il coordinatore del cui partito, Manuel Bompard, Macron avrebbe addirittura sfiorato la deriva autoritaria: “In nessuna democrazia al mondo esiste il diritto di veto del presidente della Repubblica sui risultati delle elezioni”, ha notato. (Inside Over – Andrea Muratore)

Non conosco il sistema partitico della Francia e quindi faccio una certa fatica a capire cosa stia succedendo. Mi ero sinceramente compiaciuto dell’esito elettorale conseguente alla coraggiosa alleanza resistenziale contro l’avanzata della destra che sembrava ormai a due passi dal potere.

Non avevo però fatto i conti con Macron: dopo aver convocato le elezioni e averle perse ottenendo però il blocco della destra, ha cominciato a fare il pesce in barile e sta tuttora continuando a giocare una partita molto equivoca e pericolosa per la democrazia, al limite dei poteri costituzionali che detiene.

Macron teme di varare un equilibrio politico nuovo che potrebbe finire col metterlo alle corde costringendolo alle dimissioni ed allora non trova di meglio che fare il prestigiatore: una deriva presidenziale alla faccia del parlamento e degli elettori. Se questo è il presidenzialismo o il semi-presidenzialismo, come dir si voglia, mi tengo fino alla morte il parlamentarismo con tutti i suoi difetti.

Sul piano politico non vedo niente di serio se non la volontà macroniana di protagonismo a tutti i costi: è vero che i partiti non sono certamente all’altezza della situazione, ma di qui a bypassarli con trucchi e tatticismi di bassa lega…

Sconfitto alle elezioni europee, Macron ha tentato il colpaccio di aprire quella porta su cui tutti spingevano, sperando di salvarsi, facendo miseramente cadere gli oppositori: non è andata così e allora il sistema francese è diventato un susseguirsi di porte che vengono aperte improvvisamente per fare un gran casino su cui si potrebbe ergere il pur penoso salvatore della patria. Un gioco al massacro le cui conseguenze non si fermeranno alla Francia. E pensare che avrebbe potuto nascere un laboratorio compromissorio di un certo livello, tale da ispirare anche la politica italiana. Una volta tanto che i francesi non avevano fatto gli “stronzoni”, il ruolo di stronzo se lo è accaparrato tutto il presidente. In buona sostanza, quando si dice i piccoli…, mentre noi in Italia abbiamo in Giorgia Meloni la caricatura del presidente del Consiglio, i francesi in Emanuel Macron hanno la caricatura del presidente della Repubblica: per ora in materia di macchiette istituzionali ci battono, ma col premierato siamo sulla buona strada per sorpassarli.

Il pericoloso gioco del ciapa Europa no

La legge di bilancio entra nel vivo, la Banca d’Italia ha appena lanciato un appello sul debito e l’Italia deve inviare il suo piano strutturale a Bruxelles fra poche settimane.

Ma al meeting di Rimini non si parla di manovra: va in onda un ‘botta e risposta’ fra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il Commissario Ue agli Affari economici Paolo Gentiloni sul Pnrr. “Potrei riempirvi di titoli di piani e progetti Pnrr sulla formazione che ricordano i piani quinquennali dell’Unione sovietica, scusate la battuta”, dice il ministro. Che poi rincara parlando del nuovo Patto Ue che costringe a un’ottica “di corto respiro” mentre invece secondo Gentiloni dà “l’impulso a lavorare sul medio e lungo periodo” con il debito dell’Italia che “a differenza di quello greco non ha ancora imboccato come deve imboccare nei prossimi dieci anni una via sicura di graduale riduzione”.

Ci prova, Gentiloni, a prendere alla larga le domande dei giornalisti sui tiri di fioretto del ministro con cui “la collaborazione è sempre stata ottima”. “Che il Pnrr sia fatto di interventi sovietici mi pare una battuta, del resto conosco bene il ministro Giorgetti e le sue battute”, prova a stemperare Gentiloni. Ma non riesce a schivare il merito degli argomenti sollevati da Giorgetti: con gli eurobond per finanziare il Pnrr l’Unione “ha attraversato il Rubicone” e con 190 miliardi di risorse “l’Italia ne é il principale beneficiario”.

Piuttosto – è la contro-frecciata di Gentiloni, il cui mandato scade fra poche settimane – “se non riuscissimo a spendere questi quattrini, attuare questi investimenti, allora ci sarebbe un problema di burocrazia, ma da parte nostra (delle autorità italiane, ndr), non da parte di chi ha immaginato i progetti, cioè i governi italiani e chi li ha autorizzati, cioè la Commissione Europea”. Il nuovo Patto Ue – replica poi Gentiloni – è “un piano pluriennale di quattro o addirittura sette anni che i diversi Paesi devono presentare alla Commissione nelle prossime settimane, cioè adesso. Quindi penso che sia una prospettiva di lungo periodo”. (ANSA.it)

Stupisce innanzitutto la superficialità con cui il ministro Giorgetti affronta una questione politico-economica epocale quale quella del Pnrr. In secondo luogo, pur sforzandomi di comprendere il ragionamento sotteso, non ho afferrato il senso del paragone fra l’attuale Piano nazionale di ripresa e resilienza e i passati piani quinquennali dell’Unione sovietica. Capisco una certa targata allergia storico-culturale al tentativo di pianificare l’economia, ma se proprio vogliamo fare un parallelo lo dovremmo fare tra Pnrr e piano Marshal del dopoguerra.

L’economia non deve essere calata dall’alto, ma non deve nemmeno essere subita dal basso. Nella testa di chi regge il Paese mi pare che tutto possa andare bene finché arrivano fondi da investire, ma, quando chi eroga questi fondi pretende giustamente di verificare come, quando e a favore di chi vengono utilizzati, cominciano le insofferenze.

La frecciata di Giorgetti è ignorante e inopportuna. A cosa voleva alludere? Al fatto che a livello europeo sia stata avviata una pur difficile e problematica collaborazione fra socialisti e popolari di stampo tardo-comunista (quando le destre sono in difficoltà, la buttano sull’anticomunismo, sta succedendo anche negli Usa, dove Trump accusa Kamala Harris di portare al fallimento l’economia americana sulla carrozza comunista), tagliando fuori le destre fra cui si colloca il partito del ministro dell’economia? Al fatto che esista il rischio dell’isolamento politico italiano (peraltro sembra più un auto-isolamento) e che tale isolamento possa ripercuotersi sui rapporti fra rigorismo Ue e “spendaccionismo” italiano? Al fatto che gli scheletri negli armadi italiani possano pesare di più di quelli dei partner europei? Al fatto che l’economia italiana, nonostante i tentativi dirigisti e burocratici della Ue, vada meglio di quella degli altri Paesi europei considerati virtuosi?

Una cosa è certa: quando si hanno code di paglia che si chiamano mafia, evasione fiscale, burocrazia, storica incapacità di utilizzare i fondi europei e patologica tendenza a sprecarli, non è proprio il caso di fare gli spiritosi e di buttarla in ridere. La battutina di Giorgetti ha fatto scalpore: speriamo non venga presa sul serio a livello europeo, perché potrebbe essere un guaio. D’altra parte la Lega ha brillato anche in passato per l’insolenza rivolta alla dirigenza Ue, persino a quella ben disposta verso l’Italia (tutti ricorderanno le stupide allusioni di Salvini all’alcolismo del lussemburghese Jean-Claude Juncker, che non mancava mai di dimostrare amicizia e disponibilità verso il nostro Paese).

In un certo senso bene ha fatto Paolo Gentiloni a sdrammatizzare questo corto-circuito dialettico, dimostrando apprezzabile serietà e grande senso di responsabilità (forse fin troppo…): speriamo che uguale lungimiranza abbiano i nostri interlocutori nella futura Commissione europea e che il futuro nostro rappresentante in seno ad essa (si parla con insistenza di Raffaele Fitto) usi uguale diplomazia. Non illudiamoci che le battute di Meloni, Salvini e Giorgetti vengano dimenticate: verranno al contrario memorizzate ed enfatizzate al momento opportuno.

Ci sono in ballo enormi interessi per l’Italia e speriamo proprio che i nostri attuali governanti la smettano di giocare a “ciapa Europa-no” e pensino, almeno un po’, alle future generazioni, lasciando perdere le future elezioni.

 

 

Le Chiese ortodosse in guerra

«I parrocchiani della comunità di San Michele nel villaggio di Zeleniv, diocesi di Chernivtsi, hanno acquistato un’auto per le forze armate ucraine. Il veicolo è stato benedetto dall’arciprete Ihor Popivchu». La vettura grigia è circondata dai fedeli e dal rettore della parrocchia nella foto che apre il sito della Chiesa ortodossa ucraina: quella che, secondo le autorità nazionali, rimane un’emanazione del patriarcato di Mosca. La notizia della donazione a favore dell’esercito di Kiev viene pubblicata mentre il Parlamento ucraino approva le nuove norme che mettono al bando ogni «organizzazione religiosa subordinata a quelle del Paese aggressore». Dopo un anno e mezzo di tensioni e battute d’arresto, diventa legge il testo che punta a difendere la «sicurezza nazionale» e che rafforza «la nostra indipendenza spirituale», commenta il presidente Volodymyr Zelensky. Il via libera arriva a larga maggioranza: con 265 voti a favore e appena 25 contrari. Nelle disposizioni non si fa riferimento alla Chiesa che affonda le sue radici in Russia ma la legge ha come unico bersaglio la comunità ecclesiale che, secondo la commissione speciale del Servizio statale per la libertà di coscienza, è «ufficialmente collegata con il patriarcato di Mosca». (dal quotidiano “Avvenire”)

Mia sorella Lucia, in questi giorni ne ricorre l’undicesimo anniversario della morte, quando vedeva in televisione immagini relative alla Chiesa ortodossa, non andava per il sottile e, riferendosi al perverso intreccio consolidatosi con il potere politico, affermava spietatamente: “Brutta gente!”.

La concatenazione degli eventi accennati nel succitato articolo dimostra ancora una volta che religione e potere non possono andare d’accordo se non a pena di combinare disastri.

Non mi piace affatto che una comunità cristiana acquisti un’auto per le forze armate e, ancor più, che questo veicolo venga benedetto nel nome di Dio.

Non mi piace affatto che la Chiesa ortodossa si divida tra fedeltà al patriarcato di Mosca e, tramite esso, sostenga la Russia, ma non mi piace nemmeno che gli ortodossi ucraini si schierino acriticamente dalla parte dell’esercito e del potere nazionali.

Mi piace ancor meno che il parlamento ucraino vari una legge che fissa sostanzialmente l’indipendenza spirituale dal Patriarcato di Mosca. Le coscienze non si guidano con le leggi, ma con la Parola di Dio.

Questa mescolanza fra religione e politica, fra pace e guerra, fra fede ed eserciti è antievangelica, in Russia come in Ucraina. La Chiesa ortodossa non sta certamente facendo un buon servizio alla causa della pace.

Gesù si guardò bene dallo schierarsi politicamente a favore degli ebrei contro l’invasore romano e, con ogni probabilità, fu uno dei motivi che lo portò in croce. Ha persino invitato Pietro a rimettere la spada nel fodero nonostante fosse servita per legittima difesa.

Mio zio Ennio sacerdote, durante il periodo della Resistenza al nazi-fascismo, si dette molto da fare, non per benedire le armi dei resistenti, ma per scambiare i prigionieri, per nascondere gli ebrei perseguitati, per alleviare le sofferenze di tutti, rischiando grosso in nome di un Vangelo incarnato ma non politicizzato.

Mi rendo perfettamente conto di come non sia facile evitare il rischio di stare dalla parte sbagliata del manico senza affilare la lama di chi sta in prima linea dalla parte “giusta”: è la scommessa evangelica di stare con chi soffre e di rifiutare la violenza e la guerra senza se e senza ma.

 

La ciambella di salvataggio dei poveri

Sul naufragio di Palermo, in molti – soprattutto sui social – hanno avanzato il seguente ragionamento. “Ma il naufragio di un gommone di migranti vale quanto il naufragio di un veliero di ricchi?”. Come a dire: di questo si parla tanto, dei poveracci sui barconi no. Un ragionamento falso, oltre che patetico. Primo: una notizia per definizione è un evento che si distingue da tutti gli altri. Non è un caso se “a fare notizia” sono i grandi naufragi con centinaia di migranti a bordo e non i piccoli in cui muoiono cinque o sei persone. Sarà cinico, ma è la legge della notiziabilità. Funziona così da secoli. Che un superyacht si inabissi davanti alle coste siciliane per una tempesta improvvisa è uno di quegli eventi che accade una volta nella vita, come la Concordia o il Titanic. Ecco spiegato il motivo di tanta attenzione. Chi usa la tragedia con quel fare malevolo da rivincita classista (“anche i ricchi annegano”) non vuole difendere i migranti, poveri cristi, ma esprime solo invidia sociale. Forse, un po’, anche se non l’ammettono, godono per tutto quello champagne inabissatosi col Bayesian. (Il Giornale – Storia di Giuseppe De Lorenzo)

Confesso di aver fatto istintivamente lo stesso ragionamento che Giuseppe De Lorenzo tenta elegantemente e puntigliosamente di confutare. Resto sulla mia macabra impressione: i due pesi e le due misure esistono anche di fronte alle disgrazie e alla morte.  L’unico rimedio a questa discriminazione totalizzante sarebbe almeno il silenzio, che metterebbe tutti sullo stesso piano. Invece la cronaca e l’insistente e persino impietosa attenzione mediatica non ne vogliono sapere. Sì, perché anche i ricchi e i big avrebbero diritto ad essere lasciati in pace almeno dopo la loro morte e non ad essere esposti in bella vista per fare cassetta.

Mio padre sosteneva che la morte non è giusta, ma imparziale: tocca tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, ricchi e poveri, etc. etc. Certo, anche i ricchi annegano. Non si tratta di fare del classismo, ma di prendere atto della realtà. Un barbone, sia da vivo che da morto, non interessa a nessuno, di un delone (Alain Delon), da vivo e da morto, tutti parlano. Fin qui giunge incolume la graffiante ingiustizia della nostra società, ma non finisce qui.

C’era un uomo ricco, che era vestito di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo.  Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. (il resto della parabola evangelica del ricco epulone è noto…)

Come disse Fra Cristoforo a don Rodrigo, ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, “verrà un giorno…”. Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s’aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento. Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell’infausto profeta, gridò: – escimi di tra’ piedi, villano temerario, poltrone incappucciato.

Le arzigogolate argomentazioni giornalistiche di Giuseppe De Lorenzo serviranno ai don Rodrigo di tutti i tempi a cacciar fuori e mettere a tacere i provocanti fra Cristoforo (che non hanno nulla a che fare con i pagani classisti più o meno fegatosi). Davanti al Padre Eterno tutto ciò non servirà più…

I pesci nel barile americano

Si tratta di una linea politica statunitense tendente dalla destra all’estrema destra e nazional-populista, sentimento diffusosi in più nazioni in tutto il mondo e che detiene alcuni aspetti della democrazia illiberale. Secondo il British Collins English Dictionary il termine descrive sia l’ideologia di Trump che le sue affermazioni tipicamente provocatorie.

La ideologia politica pone in rilievo ed attenzione le risorse umane e materiali di una Nazione, per soddisfare prima le esigenze interne, prendendo l’intera nazione come termine, e solo dopo, pensare ad un eventuale surplus per le esportazioni o ad un deficit per le importazioni.

Il termine è apparso durante la campagna presidenziale statunitense del 2016. Il trumpismo denota un metodo politico populista che suggerisce risposte e soluzioni semplicistiche a problematiche politiche, economiche e sociali complesse, miranti a mobilitare una crescente parte della popolazione oggetto di disuguaglianza sociale, con una visione disprezzata dell’establishment politico. Vicino ideologicamente al nazionalismo conservatore di destra, mostra anche caratteristiche di autoritarismo. (da Wikipedia)

Bisognerebbe partire di qui per posizionarsi politicamente rispetto alle elezioni americane. La politica italiana balbetta come del resto quella europea. Prevale l’acritica e scontata attenzione agli Usa indipendentemente dalla presidenza che scodelleranno al mondo. Da Trump, tutto sommato, i populisti sfegatati si aspettano il miracolo della pace dei sepolcri, ottenuta tramite la messa in atto degli antidoti egoistici. Chi nutre dubbi e perplessità preferisce attendere: non si sa mai…

“Un politico è qualcuno che pensa alle prossime elezioni, mentre lo statista pensa alla generazione futura. Il politico pensa al successo del suo partito, lo statista al bene del suo Paese”. La citazione, ripresa da Alcide De Gasperi, è del teologo statunitense James Freeman Clarke (1810-1888).

Ebbene, il modo di porsi di fronte all’eventualità di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è dettato da presunte convenienze elettorali e non certo da prospettive di bene per l’Italia, l’Europa e il mondo intero. Vale un po’ per tutti, ma soprattutto per i sovranisti e i populisti de noantri. Fa eccezione Giorgia Meloni che, memore del bacetto ottenuto da Biden a suggello di un indispensabile buon rapporto con l’Occidente, forse avrebbe gusto a proseguire questo patetico idillio: non lo può ammettere così come non può ammettere di avere simpatie ideologiche per Trump; un po’ politica e un po’ statista, né carne né pesce, democratica pro domo sua, repubblicana pro domo propagandistica. L’opportunismo è il suo mestiere!

Forse chi fa il pesce in barile spera che Trump, reinsediato alla Casa Bianca, se ne ricordi e possa riservare un trattamento di favore a chi non ha tifato contro di lui. Non è certamente nel dna trumpiano una simile riconoscenza: andrà avanti per la sua strada, che certamente non porterà beneficio all’Europa e ai singoli Paesi europei. Ce ne accorgeremo e magari sarà troppo tardi.

A mio modesto avviso anche le sinistre italiana ed europea dovrebbero essere un po’ più coraggiose e cogliere l’occasione per inaugurare una sorta di neoatlantismo: alleati con la schiena diritta. Con Trump sarebbe difficile persino considerarsi alleati, con Kamala Harris dovrebbe essere relativamente più facile. Ci provino almeno. Da statisti e non da politici o ancor peggio da politicanti.

 

 

 

Il centrino catto-mediaset sul tavolo della destra

La strumentale insistenza con cui si affronta il pur importante problema della concessione della cittadinanza agli stranieri che vivono in Italia mi lascia piuttosto perplesso: mi sembra che non sia tanto in gioco la visione dei futuri assetti demografici quanto quella degli assetti nella maggioranza di centro-destra, della costruzione del famigerato centro democratico e del ruolo che i cattolici potrebbero svolgere in questa costituente di centro.

Quanto agli equilibri politici fra i partiti dell’attuale governo, Forza Italia da tempo non perde occasione per distinguersi dai partner e forse ha trovato nello ius scholae la chiave per aprire il nuovo appartamentino in cui abitare per poi decidere se rimanere nel condominio di destra o pensare ad un vero e proprio autonomo villino targato mediaset.

Il diritto alla cittadinanza sta poi diventando anche il pretesto per vagheggiare una sorta di interclassismo riveduto e scorretto a guida pseudo-cattolica: il discorso è vecchio come il cucco, ma periodicamente ritorna d’attualità. Ci stanno forse riprovando al convegno di Rimini di Comunione e liberazione, avente come tema “Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?”.

Vuoi vedere che stanno cercando il nuovo (?) Centro democratico? Sul fatto che questa ricerca possa essere essenziale nutro seri dubbi: questione di opinioni. Fatto sta che Tajani sta imperversando al meeting e sta pontificando a più non posso.

Per Tajani la cittadinanza e la pace nei conflitti viaggiano insieme dentro una idea diversa di Europa perché «noi abbiamo una visione da Ppe»: non burocrazia, ma valori comuni, quindi cultura. Nel Meeting che celebra Alcide De Gasperi con una seguitissima mostra a 70 anni dalla morte, Tajani riprende la sua idea di “patria europea”. Dove il sovranismo nazionale rischia di diventare un recinto antistorico. «Essere italiano, essere europeo, ed essere patriota non è legato a sette generazioni, ma a quello che sei tu. Non sono né un pericoloso sovversivo né un estremista di sinistra, ma dico che bisogna guardare alla realtà per quella che è. Io insisto sulla formazione, sull’identità, sulla cultura, perché se tu accetti di essere europeo nella sostanza, sei italiano ed europeo non perché hai la pelle bianca, gialla, rossa o verde, ma perché dentro di te hai quelle convinzioni, perché vivi quei valori – afferma Tajani – perché dentro di te hai quell’anima europea. Se poi i tuoi genitori sono nati a Kiev, La Paz o Dakar è la stessa identica cosa», aggiunge il titolare della Farnesina. E chiosa fra gli applausi: «Io preferisco quello che ha i genitori stranieri e canta l’inno di Mameli all’italiano da sette generazioni che non lo canta». (dal quotidiano “Avvenire”)

Premesso che in Antonio Tajani intravedo la somiglianza con Alcide De Gasperi solo ed esclusivamente “nel pisciare”, prendo atto che si sta ponendo in gioco come pontiere di destra che guarda a sinistra. Non mi pare una cosa seria!

Per quanto riguarda l’ansia protagonistica dei cattolici a livello di processi politici, se resta schiacciata sull’occupazione di meri spazi elettorali o di pure combinazioni di potere, la vedo come un disperato galleggiamento nel mare politichese. Un mio carissimo amico ha opportunamente ribattezzato questo movimento cattolico come “Comunione e disperazione”.

La montagna, alla fine della fiera, potrà partorire solo due topolini: uno straccetto di gattopardesca legge sulla cittadinanza e un centrino ricamato da collocare sul tavolo della destra. E vissero insieme felici e contenti.

 

 

 

Fuori le tette democratiche e dentro i coglioni repubblicani

«Yes, she can», cioè «Sì, lei può». Parla al cuore dell’America e alle orecchie del mondo l’endorsement da parte dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama nei confronti della candidata democratica alla presidenza Kamala Harris durante il discorso di chiusura del secondo giorno della convention nazionale del partito. «Sta tornando la speranza» gli ha fatto eco l’ex first lady Michelle: «L’America è pronta per un nuovo capitolo. L’America è pronta per una storia migliore. Siamo pronti per una presidente, Kamala Harris» ha detto Obama a una folla acclamante a Chicago.

Michelle e Barack, gli ospiti forse più attesi dell’appuntamento, si sono contesi la prima serata americana. E se lui, che ha già messo a disposizione di Harris il suo staff elettorale e presidenziale, ha avuto il posto d’onore, era per lei che ci si attendeva il massimo degli ascolti. Michelle, la vera star dei democratici, che ha rifiutato di candidarsi al posto di Biden quando le è stato proposto, aprendo la porta a Kamala, ha accettato di parlare nella sua città natale solo per Harris, alla quale è legata da vent’anni da una calorosa amicizia. Nella vicepresidente l’ex first lady vede una versione al femminile del marito, che come lei ha mosso i primi passi in politica a livello locale, lui in Illinois lei in California, con la stessa determinazione di scrivere una nuova pagina di storia americana. (dal Quotidiano “Avvenire” – Redazione esteri)

Finalmente! Era ora! Andrà come andrà, ma almeno chi doveva e poteva ha battuto un colpo verso un futuro un po’ più democratico degli Usa. In questo momento non mi interessano tanto le chance di successo di Kamala Harris, ma le spinte alla riscossa valoriale.

Alla convention democratica è suonata la sveglia, adesso tocca alla gente darsi una scrollata e alla dirigenza del partito trovare una coerente e credibile impennata. Speriamo che il tutto non finisca nel tritacarne mediatico sempre in agguato, nel gioco finanziario dei bussolotti, nella rissa trumpiana o nel perbenismo harrisiano. Trump non è il demonio (anche se, politicamente parlando, gli assomiglia), Kamala non è un angelo (anche se, politicamente parlando, ce ne sarebbe bisogno). In mezzo ci stanno gli americani (quasi impossibile capirli). Di fronte c’è il mondo (più incuriosito che interessato). Sullo sfondo le guerre (refrattarie ai cambiamenti politico-diplomatici). In attesa gli equilibri internazionali (le super-potenze tutto sommato guardano più alla certezza Trump che all’incognita Harris). In stretching passivo la Ue (vittima delle proprie debolezze). In delirio da tifoso rispolverato il sottoscritto (chi non salta trumpiano è!).

Sembra che in molti aspettassero una ventata di novità e che questo alito arrivi dalle donne è un gran bene: alla convention hanno trionfato loro. Speriamo che non si tratti di un fuoco di paglia pseudo-femminista e che le donne al potere non vogliano fare gli uomini.

Quanto a Donald Trump potrebbe anche valere la battuta del compianto giornalista Enzo Biagi allora riferita a Silvio Berlusconi e che potremmo oggi adattare così al tycoon americano: “Se avesse una puntina di seno, sarebbe anche tentato di fare la presidente donna o la donna presidente come dir si voglia”.

 

 

 

L’argine bersaniano alla vannaccite dilagante

«Sia chiaro che sulla querela del generale Vannacci andrò fino in fondo. Voglio andare al processo. La mia domanda, ancorché in forma scherzosa ed evidentemente non diretta a offendere Vannacci ma a criticare le opinioni che esprime, era e resta vera e sostanziale: se cioè qualcuno, per di più con le stellette, possa definire anormali degli esseri umani, racchiusi in una categoria, senza che questo venga considerato quantomeno un insulto e non una constatazione. Se nell’anno di grazia 2024 si decidesse che è possibile ci sarebbe davvero di che preoccuparsi». Lo scrive su Facebook Pier Luigi Bersani. La risposta dell’ex segretario del Pd arriva dopo la condanna della procura di Ravenna al pagamento di una multa per diffamazione aggravata in merito alle affermazioni pronunciate alla Festa dell’Unità nei confronti dell’europarlamentare della Lega Roberto Vannacci. Bersani aveva dato del “coglione” a Vannacci per le sue posizioni, una dichiarazione considerata dai magistrati un giudizio di merito. (dal quotidiano “Domani”)

Da una parte la questione mi fa sorridere, dall’altra mi preoccupa. Mi sembra infatti che il giudizio espresso da Bersani sia pieno di bonario compatimento: non c’è violenza verbale, non c’è insulto, c’è soltanto una sacrosanta perplessità di fronte a certe affermazioni che hanno dell’incredibile in un Paese democratico.

Fin qui il sorriso sdrammatizzante, ma arriva anche la preoccupazione. Certe analisi, quando passano dal bar sport alle cabine elettorali, cominciano ad infastidire. E allora bisogna pure reagire e diventa difficile mettere un freno e un confine alla doverosa critica per non farla debordare nel pur meritato insulto.

Pier Luigi Bersani è uno specialista al riguardo, perché riesce a coniugare la bonomia emiliana con l’intransigenza politica: fa specie che Vannacci non l’abbia capito, ma ancora più strano è che non l’abbia capito la procura di Ravenna. Fa benissimo quindi Bersani a volerci andare fino in fondo, anche se forse stiamo dando troppa importanza ad un parvenu della politica in vena di sparare cavolate alla viva Salvini. Il religioso silenzio a volte è più eloquente dell’appassionata critica.

Senonché questo signore, passato dal generale dell’esercito al particolare delle osterie di seconda mano, ha raggranellato centinaia di migliaia di voti, lasciando intendere di interpretare opinioni largamente diffuse nella pancia del Paese. E allora…tutto ha un limite.