Il piacere dell’onesta rinuncia

Mio padre raccontava, relativamente al periodo della seconda guerra mondiale, come dopo l’occupazione tedesca del nostro territorio, per tenere occupata la gente e distoglierla dalla resistenza al nazifascismo, gli occupanti facessero lavorare gli uomini “al canäl”, vale a dire nel greto del torrente per fingere opere utili che alla fine venivano regolarmente eliminate con le ruspe. Questi forzati “sbadilatori” a volte si presentavano “al canäl” senza badile, con la giustificazione di esserselo dimenticato a casa. Forse erano in vena di boicottaggio dal momento che il loro padrone era l’invasore tedesco e il loro lavoro doveva servire a distogliere la gente dalla resistenza.

Di qui il detto “va’ al canäl” utilizzato per mandare qualcuno a quel paese in cui si fanno appunto cose inutili ed assurde. In quel triste periodo ritornò a cantare al teatro Regio il grande tenore Francesco Merli, che aveva mietuto allori negli anni precedenti a Parma e nel resto del mondo. Al riguardo è memorabile una sua esibizione in concerto assieme a Renata Tebaldi, accompagnati al pianoforte, al ridotto del Regio: alla fine l’entusiasmo raggiunse l’isteria e voglio credere a mio padre che rammentava come una parte del pubblico fosse in piedi sopra le poltroncine ad applaudire freneticamente dopo l’esecuzione del duetto finale di Andrea Chenier. Quando ritornò alla ribalta del Regio, però, Francesco Merli, piuttosto anziano, non era più in grande forma vocale e non venne trattato con i guanti. In modo pesante ed inaccettabile, dettato più da cattiveria che da inesorabile atteggiamento critico, il loggione nei confronti del grande tenore Francesco Merli, reo di essersi presentato sul palcoscenico del Regio, nei panni di Manrico nel Trovatore di Verdi, con voce ormai piuttosto traballante, usò la suddetta pesantissima espressione: “va’ al canäl”.

Mio padre raccontava questo disgustoso episodio per bollare l’esagerata ed esibizionistica verve loggionista, ma anche per significare come qualsiasi persona, quando si accorge di non essere più in grado di svolgere al meglio il proprio compito, sarebbe opportuno che si ritirasse, prima che qualcuno glielo faccia capire in malo modo.

In questi giorni, con un acuto messaggino, un mio affezionato amico mi ha proposto il confronto fra due debolezze: quella di papa Benedetto XVI e quella di Joe Biden. Mentre il primo ha avuto la sofferta ma immediata umiltà di gettare la spugna (gesto che ne ha ingigantito la persona), il secondo non trova il coraggio di rinunciare nell’interesse del suo Paese e del mondo intero.

Si dirà che il primo poteva contare sui raggi di luce provenienti dallo Spirito Santo, che però soffia su tutti andando ben al di là dei confini vaticani.

“Io non ho mai rifiutato l’eucarestia a qualcuno” disse una volta, non molto tempo fa, Papa Francesco. Nell’ottobre del 2021, più o meno, lo ha ripetuto al Presidente degli Stati Uniti in persona, che qualche prelato del suo Paese vorrebbe veder ricevere un diniego nel momento in cui si accosta al sacramento, causa la sua posizione sull’aborto.

Joe Biden, invece, è uscito da un colloquio con Bergoglio durato ben oltre un’ora (mai così lungo, tra un Pontefice e un suo predecessore) e si è lasciato sfuggire, tutto contento, quanto segue: “Con il Papa abbiamo parlato del fatto che è contento che sono un buon cattolico e che continuo a ricevere la comunione”. (AGI – Agenzia Italia)

Ebbene, viste l’attenzione e la comprensione ottenute da Bergoglio, consiglierei a Biden di consultarlo anche in merito alla riproposizione della sua candidatura alla Casa Bianca: chissà che non abbia il carisma e l’autorevolezza per farlo ragionare e rinunciare., piegando la rigidità del suo approccio alla carica istituzionale.

Sono un rinunciatario per natura, ma, quando è il momento di fare un passo indietro, non bisogna esitare: nella mia vita e nel mio piccolo ho fatto così, qualche volta ho persino esagerato. Penso, tutto sommato, di non avere sbagliato, almeno lo spero.

Massimo D’Alema, quando rivestiva un’importante carica (non ricordo quale), sentendo intorno a sé un po’ di subbuglio critico, ebbe il sangue freddo di affermare: “State tranquilli, sarò io ad andarmene un minuto prima che voi me lo chiediate…”.

Chi non fa così è soggetto a fare bruttissime figure, a danneggiare la propria reputazione e a fare, magari anche in buona fede, un pessimo servizio alla comunità.

 

 

Francia, tanto tuonò la destra che vinse la sinistra

La mia prima reazione ai sorprendenti ma positivi risultati del ballottaggio elettorale francese è stata quella di un senso di vergona per la timidezza elettorale italiana nei confronti della destra nostrana, non certo meno pericolosa ed inquietante di quella francese.

I francesi invece di rassegnarsi, si sono fatti su le maniche, sono andati a votare, hanno espresso un voto contro la destra ma anche a favore della sinistra: ne esce un Parlamento che ha una maggioranza di centro-sinistra a guida sinistra. Esattamente il contrario del Parlamento italiano in cui abbiamo una maggioranza di centro-destra a guida destra.

Ora il risultato elettorale dovrà trovare un conseguente e coerente governo: entrerà in gioco la politica, che non potrà stravolgere l’indicazione delle urne, ma dovrà comunque trovare una combinazione agibile nei numeri e nei programmi.

Il discorso avrà sicuramente un effetto a livello europeo dove si ridimensioneranno le velleità patriottiche ed euroscettiche. Sembrava che Macron fosse spacciato e invece ha dato un colpo di reni, che si è rivelato se non vincente almeno tale da riaprire i giochi anche in vista delle elezioni presidenziali del 2027.

L’illusione meloniana di sostituirsi tout court al pilastro franco-tedesco viene riportata alla realtà: mentre infatti gli italiani hanno deciso di fare i conti con la destra di Meloni, i francesi hanno rimesso in un angolo Le Pen. Non ho idea se il risultato del ballottaggio francese potrà influire psicologicamente e politicamente sulla definizione degli incarichi istituzionali europei.

Viene sconfitta anche la scorciatoia populista, strumentale, filoputiniana e fintopacifista messa in campo dal Front National: la pace non si persegue a colpi di tattica teatrale, ma con la pazienza della diplomazia europea. Anche Donald Trump non esulterà, perché non avrà quel punto di riferimento francese che poteva essergli utili.

È giusto che il Fronte popolare festeggi una storica vittoria elettorale, ma c’è da augurarsi che non si faccia prendere dalla tentazione di una radicalizzazione parlamentare, preludio ad una pericolosa ingovernabilità. Il risultato elettorale dovrà essere gestito politicamente con coerenza ed equilibrio senza sprecare quello spirito unitario che ha consentito di sbarrare il passo alla destra e senza esorcizzare la risuscitata area centrista macroniana. Auspico un compromesso storico francese ai più alti livelli sociali possibili.

Mi godo al momento questa affermazione della sinistra, poi si vedrà. Il peggio è stato scongiurato, il meglio è stato prospettato, il massimo andrà calibrato. Non intendo fantasticare, ma almeno prendere un brodo servito dai nostri cugini.

La convivenza degli italiani con i cugini francesi e viceversa non è mai stata troppo facile e serena: ci si odia cordialmente. Ricordo come mia sorella, nella sua solita schiettezza di giudizio, una volta si lasciò andare e parlò di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto.  Speriamo che l’evento elettorale di cui sopra possa ridimensionare questa latente conflittualità. Dobbiamo avere l’umiltà di rivedere lo schema ed accettare una lezione politica, istituzionale, democratica ed antifascista che ci arriva dalla Francia.  Forse qualcosa sta cambiando!? In Gran Bretagna stravince una sinistra molto moderata, ma sempre sinistra è; in Francia vince una sinistra spinta, ma sempre sinistra è. Speriamo che questa tendenza non diventi una pia illusione. Ora dovrebbe toccare all’Italia…

 

 

 

La pace dei sepolcri veri e di quelli imbiancati

Non mi è piaciuta la protagonistica iniziativa di Victor Orban consistente nella visita a Mosca e nel relativo colloquio con Vladimir Putin: Orban riveste attualmente l’incarico di presidente di turno della Ue e non doveva assolutamente sfruttare questa sua posizione per farsi “bello” agli occhi di Putin, che non lo ha per nulla ascoltato e non gli ha offerto alcuna seppur timida apertura.

Non mi è piaciuta però nemmeno la reazione stizzita della Ue a significare che le trattative di pace siano monopolio esclusivo dell’Unione. La pace è un processo complesso a cui tutti possono contribuire seppure in modo chiaro e leale. Una cosa è certa: con questi tira e molla non si va da nessuna parte.

Putin al termine del colloquio con Orban ha dichiarato: «Noi non vogliamo una tregua, servirebbe solo a far arrivare altre armi al regime di Kiev, ma solo una fine completa del conflitto, che potrà avvenire solo «secondo le linee da noi indicate e cioè il ritiro totale delle forze armate ucraine dalle regioni rivendicate da Mosca nell’Est dell’Ucraina».

«L’appeasement non fermerà Putin – avverte la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen su X – solo l’unità e la determinazione apriranno la strada ad una pace complessiva, giusta e duratura in Ucraina».

Due posizioni rigidissime, che, a prescindere dalle cause del conflitto e dalle colpe delle parti direttamente e indirettamente guerra, puntano alla pace, la pace dei sepolcri. Di questo passo, alla fine, dell’Ucraina non resterà che un cumulo di macerie, un nudo territorio su cui esercitare un’influenza strategica dal punto di vista geopolitico e soprattutto economico.

In mezzo ci stanno il penoso e inconcludente protagonismo di Orban nonché il penoso accattonaggio di Zelensky. Gli Usa stano giocando elettoralmente sulla pelle degli ucraini, la Ue sta esercitando un insulso perbenismo di facciata. La diplomazia non esiste, la politica invece pure. La posizione italiana fa letteralmente “sbudellare dal ridere”.

Non si alza nessuna voce (solo quella di papa Francesco) che possa sbloccare la situazione ed avviare una seria e credibile trattativa.  Orban è un figlio di buona donna, ma gli altri, a livello europeo e mondiale, non sono molto meglio di lui. Sullo sfondo si staglia la figura di Donald Trump: considerato che le volontà di pace non esistono, è destinato a giganteggiare e a galleggiare disinvoltamente su un mare di cadaveri. Non è un caso che Putin abbia già dato qualche segnale di disponibilità nei confronti di Trump dopo l’affondo polemico rivolto a Zelensky (le borse di soldi portate a casa dopo i suoi continui viaggi negli Usa) durante il confronto elettorale con Biden.

In cauda venenum: Victor Orban non è amico di Giorgia Meloni? Donald Trump non ha una certa assonanza politica con Giorgia Meloni? La Ue dopo le recenti elezioni non doveva essere a guida Meloni? Viva l’Italia! L’Italia del valzer!

 

 

 

 

United Ambidextrous Kingdom

Di sicuro, il ritorno del centrosinistra al governo in Gran Bretagna è un segnale che riequilibra alcune tendenze continentali e potrebbe contribuire a raffreddare il clima politico infuocato sulle due sponde dell’Oceano, tra la sfida francese e lo psicodramma americano. La democrazia inglese dove resiste canvassing, il porta a porta dei politici per scambiare una parola direttamente con i cittadini senza la mediazione dei social media, indica che l’alternanza e il cambiamento possono viaggiare su binari consolidati senza strappi e avventurismi. Anche se l’asse si è spostato verso destra, come mostrano i seggi conquistati da Nigel Farage con il suo Reform UK di orientamento populista. (dal quotidiano “Avvenire” – Andrea Lavazza, che verrà citato anche nel prosieguo)

Un tempo i corsi e ricorsi storici a livello di governo venivano, superficialmente ma razionalmente, spiegati con questa teoria: quando le cose vanno bene può tranquillamente governare la destra per spargere benefici sui cittadini; quando le cose vanno male deve governare la sinistra per imporre sacrifici ai cittadini.

Questo giochino si è rotto non so se per il fatto che destra e sinistra si assomigliano troppo oppure per il fatto che le situazioni socio-economiche si sono complicate al punto da non capire più se le cose vadano bene o vadano male: quasi sempre vanno peggio per chi se la cavava già male; vanno ancor più bene per chi godeva già di un certo benessere.

Fatto sta che in Europa, dove le cose vanno maluccio, avanza la destra politica, mentre in Gran Bretagna, dove le cose vanno forse ancor peggio, stravince il centro-sinistra. Da osservatore distaccato mi sembra che i motivi siano sostanzialmente due in riferimento alla Gran Bretagna. Il casino politico combinato dai conservatori, compresa la Brexit, soprattutto nel senso dell’incapacità a dare un minimo di continuità al governo del Paese, è stato tale da “costringere” gli inglesi a cambiare, affidandosi ai laburisti. Il secondo punto riguarda il fatto che i laburisti, da molto tempo ed in particolare in queste elezioni, si presentano con un volto talmente moderato da far invidia ai conservatori: della vomitevole serie che la sinistra per vincere deve fare il verso alla destra e forse viceversa.

Di sinistra, ma solo un pochettino, senza spingere troppo sulla ridistribuzione, in un Paese che ha forti diseguaglianze e dove la crisi sta mordendo i ceti popolari. In altre parole, in campagna elettorale non si è parlato troppo di aumentare le tasse, per non spaventare la classe media. Sarà quindi complicato confidare solo nella crescita del Pil per avere più risorse da spendere. Fondi servono soprattutto per il sistema sanitario, un tempo vanto del Regno Unito, che ha milioni di visite ed esami da recuperare, nonché per un progetto di assistenza personalizzata a favore degli individui fragili.

La questione in cui si riscontra maggiore diversità sembra essere quella della transizione verde, avversata dai conservatori e spinta dai laburisti, per esempio anticipando il divieto di vendita di auto non elettriche al 2030. È ormai talmente inevitabile cambiare rotta sull’ecologia che anche l’elettorato di destra deve bere l’amaro calice.

Dove non vi sarà troppa discontinuità è il contrasto all’immigrazione irregolare. Se, ovviamente, cadrà il progetto di deportazione in Ruanda, rimarranno norme severe e restrittive. Gli immigrati infatti non sono né di destra né di sinistra, ma danno fastidio a tutti.

Nessuno scostamento è atteso in politica estera: linea atlantista e pieno sostengo all’Ucraina, come lo stesso premier in pectore ha confermato a Zelensky in un recente viaggio a Kiev. Forse ci sarà anche un lento riavvicinamento all’Europa, ma nessun nuovo voto sull’adesione alla Ue. Capirai se la Gran Bretagna oserà distinguersi dal gruppo dei guerrafondai che l’ha sempre vista protagonista assieme agli Usa.

Sul fronte dei temi sensibili, Starmer ha dichiarato che vuole cambiare la legislazione per consentire il suicidio assistito. In questo senso, i vescovi cattolici avevano invitato gli elettori a chiedere “ai candidati, per i quali intendete votare, se si opporranno alla legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, se sosterranno una riduzione del numero di settimane alle quali l’aborto è legale e misure per interrompere la pratica dell’aborto fai da te, con mezzi propri, consentita, in questo momento”. Evidentemente la posizione di retroguardia dei vescovi non ha pesato niente se non nel collocare ancor più in fuori gioco i cattolici, finendo col fare assurdi ed inutili assist alla destra perdente (è così pure negli Usa).

In conclusione mi pare eccessivo dare giudizi ultimativi, ma le impressioni sono quelle di una melassa laburista, sempre meglio delle aggressive mire di destra, ma piuttosto insignificante e assai poco incisiva. Non credo che questa obiettiva novità possa avere una certa influenza sul continente. Sui francesi no senz’altro! I Riguardo ai rapporti con gli Usa, i laburisti non saranno partner ideali per i trumpisti, ma, quando Trump avrà il raffreddore, a Starmer farà comunque male la testa.

Se la sinistra per vincere le elezioni deve abiurare la propria fede, annacquare i propri valori, adattare i programmi e farsi guidare da perbenisti con la cravatta rossa, forse è meglio che continui a perdere in attesa di tempi peggiori.

 

L’attempata pulzella di Chicago

In base ai sondaggi, Michelle Obama è l’unico rappresentante del partito democratico in grado di sconfiggere Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca. Un rilevamento Reuters e Ipsos ha confermato ieri che l’ex first lady batterebbe Trump di dieci punti percentuali, mentre nessun altro contendente potrebbe vincere contro il repubblicano. Ma la moglie del primo presidente nero della storia americana ha ancora una volta respinto le richieste di scendere in campo. «Come l’ex First Lady ha espresso più volte nel corso degli anni, non si candiderà alla presidenza — ha detto ieri il suo portavoce —. Michelle intende sostenere la campagna di Biden, concentrandosi sull’affluenza alle urne». Nonostante i ripetuti rifiuti, la popolarità di Michelle continua a crescere. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari)

Se è così non capisco la testardaggine di Joe Biden, chiaramente inadatto a ricoprire un secondo mandato a prescindere dai modestissimi risultati del primo, le incertezze del partito democratico nel sostituire in corsa il proprio bolso candidato, anche se effettivamente dalle sue file non emergono alternative molto interessanti ed appetibili, la riluttanza di Michelle Obama, comprensibilissima dal punto di vista dell’orgoglio personale (rischierebbe di essere agli occhi del mondo una presidente in nome proprio ma per conto del marito), ma totalmente priva di senso politico e di spirito di servizio.

Nelle prossime elezioni presidenziali americane non c’è in ballo soltanto la vita di un grande Paese come gli Usa e della sua popolazione, sono a grave rischio i destini dell’intera umanità: consegnare il mondo nelle mani di un farabutto sarebbe pura follia da evitare a tutti i costi. Piuttosto di Trump si prenda il più squallido commesso della Casa Bianca e lo si metta nello studio ovale.

Sono convinto che Donald Trump qualcosa di buono nei rapporti internazionali potrebbe farlo usando la sua arroganza e aggressività, ma certamente il gioco non varrebbe la candela.

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

E allora il partito democratico statunitense abbia un residuo di dignità e uno scatto d’orgoglio e proponga agli americani un’alternativa seria a Donald Trump che li costringa a ragionare con la testa e non con la pancia. Non è possibile rassegnarsi al peggio, è da irresponsabili. Bisogna almeno provarci con gli scarsi mezzi che la democrazia (?) mediatizzata offre e negli spazi che il sistema presidenziale concede.

Se l’unica alternativa agibile e vittoriosa è Michelle Obama, si insista e si cerchi di convincerla a tutti i costi: è donna in un momento storico in cui le donne in politica sembrano andare per la maggiore; ha le physique du rôle, che, persino una matusa come mia madre, riteneva una condizione indispensabile; avrebbe l’appoggio, ingombrante ma importante, del marito in campagna elettorale, ma soprattutto durante la presidenza; riporterebbe, anche se in senso spettacolare e teatrale, gli Usa al centro dell’attenzione e delle aspettative di tutto il mondo; darebbe alla storia una possibilità di riscatto in senso etico e valoriale prima che politico.

Psicologicamente parlando si verrebbe a creare un confronto fra un uomo vecchio e sporcaccione e una donna giovane, bella e pulita, fra le pornostar a servizio di Donald Trump e una casta-star a servizio delle persone di buona volontà. Forse sto esagerando, tanta è la paura di sprofondare irrimediabilmente nelle sabbie mobili della impolitica attuale.

Le dita nazi-fasciste nella torta meloniana

Meloni ai vertici: “Fuori chi ci vuol far tornare indietro. Arrabbiata per l’immagine data ai nostri giovani”. La premier scrive una lettera ai dirigenti del partito: «Non c’è alcuno spazio tra le nostre fila per chi recita un copione macchiettistico utile solo al racconto che i nostri avversari vogliono fare di noi».

Non è questione di macchiette, ma è un serio problema politico. Qualche giorno fa il tutto veniva ricondotto ad una violazione di privacy a cui era sottoposto il partito di FdI. Ma quale privacy, lì c’è gente che fa clamorosa apologia di fascismo all’ombra del movimento giovanile di un partito. Ora si arriva a reagire dall’interno a un pericoloso andazzo sputtanante. Se sputtanamento c’è, riguarda il Paese e la sua Costituzione e non tanto l’immagine di FdI di cui interessa poco, almeno al sottoscritto. In un certo senso bisogna essere grati ai giovani meloniani di avere contribuito a togliere la maschera perbenista al loro partito.

Liliana Segre, quasi 94enne e sopravvissuta all’Olocausto, ha espresso profonda preoccupazione per il clima politico attuale in Italia, dopo che un’inchiesta di Fanpage ha svelato video di giovani di Fratelli d’Italia inneggianti a slogan nazisti come “Sieg Heil”. Segre, stanca di dover affrontare nuovamente derive antisemite, ha dichiarato in un’intervista a Marianna Aprile per il programma “In Onda” su La7 che queste tendenze sono sempre esistite ma ora, con l’attuale governo di destra, emergono senza vergogna. Ha sottolineato che la destra, sebbene legittimamente eletta, non si preoccupa più di nascondere tali inclinazioni.

I conti col passato non si fanno con il lapis partitico e nemmeno nelle urne elettorali, ma con atteggiamenti politico-culturali inequivocabili e perseveranti. Non è infatti un caso da ricondurre al folclore se tanti giovani aderenti al partito di Fratelli d’Italia, attivisti e simpatizzanti di questa forza politica, vengono colti clamorosamente con le dita nazi-fasciste nella marmellata meloniana. Non è sufficiente bacchettare le dita giovanili, bisogna gettare nei rifiuti la invitante marmellata che evidentemente stuzzica l’appetito.

Sono troppi gli atti politici inanellati in questo periodo che lasciano percepire un certo clima anti-democratico per poter risolvere il problema con un formale ridimensionamento dei fanatici fino a ieri elogiati e vezzeggiati. Giorgia Meloni sta semplicemente eliminando la goccia che rischia di far traboccare il vaso, il quale vaso tuttavia resta pieno fino all’orlo di gravissimi richiami ad un certo passato.

Se volesse veramente fare qualcosa per sgombrare il campo, dovrebbe, ad esempio, far dimettere il presidente del Senato, il più altolocato testimonial dei legami col passato fascista. Sarebbe chiedere troppo? No, il minimo! E magari far dimettere anche Isabella Rauti, sottosegretaria di Stato al Ministero della difesa nel governo Meloni. Non è il caso di spiegare i perché, che sono ben noti a tutti. La politica infatti cammina sulle gambe degli uomini e delle donne.

Il discorso è molto grosso e fa specie che tanti italiani non lo capiscano. In questo periodo vengono sopportate con una certa facilità le nostalgie fasciste, mentre vengono superate con un’alzata di spalle le ragioni antifasciste.

Non so se sia una questione di pacchetto elettorale a cui rinunciare. C’è sicuramente anche questo ignobile freno. Penso ci sia soprattutto la difficoltà a fare una revisione culturale molto impegnativa, tentata e iniziata da Gianfranco Fini, rimasta evidentemente incompiuta. Berlusconi si fece garante di questo storico sdoganamento: con simili garanti si va in default culturale e politico. Oggi non c’è nemmeno più bisogno di garanti, Giorgia Meloni garantisce per se stessa. Purtroppo la firma fideiussoria non è sufficiente a coprire il rischio di un ritorno al passato: l’inchiesta di Fanpage ha scoperto gli altarini e ha fatto emergere i buchi culturali. Non basta gridare contro le intromissioni mediatiche, non basta un richiamo agli esponenti del partito che non hanno capito la necessità di cambiare abitudini, non basta prendere le distanze da chi esagera col razzismo e con l’antisemitismo, non basta cambiare il tono che fa la musica, bisogna cambiare musica e musicisti. Sarà molto difficile che Giorgia Meloni possa farlo.

 

 

L’infallibilità di Trump

Un successo dietro l’altro. Donald Trump è in un momento di grazia e dopo aver schiacciato Joe Biden nel primo dibattito televisivo inanella un’altra importantissima vittoria: per la prima volta dalla fondazione degli Stati Uniti nel XVIII secolo, la Corte Suprema ha dichiarato che gli ex presidenti possono essere protetti da accuse penali negli atti ufficiali.

La prima conseguenza di una decisione che avrà ripercussioni non solo sulla sorte del tycoon ma negli anni a venire è che il processo per il tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni del 2020 slitterà, quasi sicuramente, a dopo l’election day. Proprio quello a cui puntavano Trump e i suoi avvocati. “Grande vittoria per la nostra costituzione e la democrazia. Orgoglioso di essere americano!”, ha subito esultato The Donald, che è riuscito a portare a casa questo risultato fondamentale anche grazie alla maggioranza di giudici conservatori (sei su nove) da lui nominati nel massimo tribunale Usa.

Dura, invece, la reazione delle tre giudici liberal – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson – che hanno criticato aspramente la sentenza. “I padri fondatori non l’avrebbero appoggiata, la nostra Costituzione non protegge il presidente”, ha dichiarato Sotomayor esprimendo il suo dissenso. “Questa sentenza rende il presidente un re al di sopra della legge”, ha avvertito.

Ora il caso torna nelle mani della giudice di Washington, Tanya Chutkan, che dovrà decidere se una parte delle accuse mosse dal procuratore speciale Jack Smith deve essere archiviata sulla base della distinzione dei saggi tra azioni decise nei poteri costituzionali del presidente, e quindi ufficiali, e azioni intraprese nella sua capacità privata. (Ansa.it)

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che gli ex presidenti, e quindi Donald Trump, hanno diritto a una parziale immunità nell’esercizio delle loro funzioni: non possono quindi essere processati per i loro atti ufficiali. Non è una fake news anche se la sembra.

Ho sempre avuto parecchi e seri dubbi sulla consistenza sostanziale della democrazia statunitense, in questi ultimi tempi i dubbi si sono fatti certezze negative. É arrivata la goccia che fa traboccare il vaso: non solo le elezioni presidenziali sono sistematicamente condizionate e truccate dal punto di vista politico, non solo lo strapotere presidenziale non trova seri contrappesi a livello istituzionale, ma siamo arrivati all’infallibilità (non scandalizziamoci delle teocrazie medio-orientali…).

La magistratura è pilotata dalla politica: questa non è democrazia, questa è dittatura bella e buona, un autentico golpe giudiziario che mi mette i brividi. Dopo di che tutto è possibile…per Trump e per i suoi successori. È l’America, stupido!

A questo punto sulla scena mondiale si scontrano (?) tre regimi imperiali e autoritari: Usa, Cina e Russia. Non aspettiamoci niente di buono. In tale sconcertante contesto la Ue sta a guardare, anzi si guarda l’ombelico franco-tedesco e dà una orgogliosa sbirciatina al proprio basso ventre. Tutto sommato l’unica democrazia viene dal Vaticano: il Papa è infallibile, ma solo su questioni religiose.

La Corte Suprema statunitense fa (male) il verso al Concilio vaticano del 18 luglio 1870 che determinò e approvò il dogma cattolico in virtù del quale il pontefice è considerato infallibile quando definisce solennemente una dottrina di fede o di morale, agendo in funzione di Capo della Chiesa e di guida spirituale di tutti i Cristiani. Se al Papa venisse la tentazione di fare un colpo di Stato in Vaticano, scatenando orde di fedeli che assaltassero i Sacri Palazzi, non potrebbe poi nascondersi dietro il dogma dell’infallibilità.

Cosa volete che sia il premierato italiano di fronte alla immunità presidenziale americana. Il clima politico mondiale è veramente sconcertante. Un tempo per fuggire dalle dittature nazi-fasciste si andava negli Usa. Poi gli Usa, dopo avere sconfitto le dittature nazi-fasciste, hanno cominciato a spargere nel mondo analoghe dittature a loro uso e consumo. Ora si stanno trasformando in una vera e propria strisciante dittatura. Vuoi vedere che per difendersi da questa deriva anti-democratica bisognerà scappare in Vaticano, come fece De Gasperi, il quale durante gli anni Trenta, dopo aver conosciuto il carcere, era stato impiegato alla Biblioteca apostolica vaticana.

Sembra uno scherzo della storia, ma invece è la triste realtà della politica attuale.

 

 

I francesi alla riscossa, gli italiani alla rincorsa

Un trionfo Rn ai ballottaggi non è automatico, per via delle strategie combinate degli altri partiti, fra i quali è scattato un riflesso antilepenista, anche se in ordine sparso. Diversi leader, a cominciare dal premier macroniano Gabriel Attal, martellano ora lo slogan “tutto salvo l’estrema destra”. Questo si tradurrà in concertazioni, nelle varie circoscrizioni, per «sbarrare la strada» a Rn: tanto la gauche, quanto i macroniani, dovrebbero ritirare dai ballottaggi non pochi dei loro candidati rimasti in ritardo, in modo da facilitare il compito di candidati di altro colore meglio piazzati per battere i lepenisti. Una strategia che, secondo gli esperti, potrebbe in effetti allontanare Rn da quella maggioranza assoluta chiesta nuovamente a gran voce, nella serata elettorale, da Bardella e Le Pen. Gli schieramenti avranno tempo fino a domani sera per ufficializzare le proprie mosse nelle circoscrizioni ancora in ballo.

Al 66,7%, la partecipazione è stata molto più alta che nelle elezioni precedenti, a riprova dell’alta posta in gioco percepita dagli elettori. In molte circoscrizioni, la battaglia verso i ballottaggi è già cominciata, con toni aspri. Sarà probabilmente senza esclusione di colpi. I temi più importanti per gli elettori, nell’ordine dato dai rilevamenti, sono potere d’acquisto, immigrazione, salute e sicurezza. (dal quotidiano “Avvenire” – Daniele Zappalà)

Innanzitutto bisogna osservare come tutti i commenti sulle elezioni anticipate francesi partissero dal dato percentuale della destra lepeniana che veniva fissato ad oltre il 33%, mentre il dato reale si è fermato a poco più del 29%: c’è una discreta differenza…Non voglio soffermarmi sull’entità della vittoria, che tuttavia mi sembra più che altro una sconfitta di Macron. In un sistema proporzionale puro i discorsi sarebbero apertissimi, ma è giusto prendere atto di una situazione che vede la destra alla possibile soglia del governo della Francia. Non è cosa da poco!

Ebbene, nonostante tutto, in senso squisitamente e paradossalmente politico, invidio i francesi per due motivi, forse in base al famoso detto che l’erba del vicino è sempre più buona. Ai cugini d’oltralpe si prospetta una destra-destra che non gioca a nascondino in Europa e nel mondo come la nostra che si camuffa all’estero, si “populizza” all’interno e si scatena ideologicamente in senso neo-fascista tramite le sue avanguardie giovanili. Dopo di ché gli italiani non capiscono con quale destra hanno a che fare, se con quella che flirta con Ursula von der Leyen, che scambia bacetti con Joe Biden, che si erge a difensore della famiglia, che garantisce ordine e serenità a tutti oppure quella sostanzialmente anti-europea che simpatizza per Orban, che non esiterà a schierarsi dalla parte di Trump, che vuol fare a fette il Paese, che intende mettersi la Costituzione sotto i piedi, che pensa di clericalizzare la laicità dello Stato,  di creare il clima per far saltare i freni inibitori per l’antisemitismo, il razzismo, in una parola sola e riassuntiva, il fascismo.

Marine Le Pen col suo Rassemblement National parla come mangia, almeno per ora, e chi la vota sa dove va a parare.  I francesi conoscono bene il rischio che corrono salvo decidere di correrlo. Chi non se la sente ha ancora la possibilità di fare diga al secondo turno elettorale con patti di desistenza tali da sbarrare la strada a chi intende marciare verso la maggioranza assoluta in Parlamento. Andasse male la diga, ai francesi antilepenisti rimane la speranza di una coabitazione istituzionale molto difficile e logorante al termine della quale potrebbero cambiare parecchie cose (è la scommessa di Macron!).

Alle ultime elezioni politiche italiane c’era un minimo di possibilità di arginare la destra con qualche patto elettorale tattico ma importantissimo: niente da fare gli antimeloniani andarono in ordine sparso e portarono Giorgia a Palazzo Chigi. In Italia poi, costituzionalmente parlando, non esiste la possibilità di una coabitazione Chigi-Quirinale se non di fatto nello scontro del governo con Sergio Mattarella, il quale avrebbe una maggioranza schiacciante di consensi tale da condizionare pesantemente l’azione di governo, ma è costretto a rispettare i propri limiti di potere e a giocare soltanto con la saggezza, il buon senso e lo spirito costituzionale che lo contraddistinguono. Vogliono togliere anche questo ostacolo e così abbattere ogni e qualsiasi contrappeso allo strapotere della destra che vuole controllare tutto (Parlamento, Governo, Regioni, Media, Magistratura, etc. etc.).

I francesi sono ancora in tempo, noi siamo messi molto male e al momento non abbiamo spazi di manovra. Sono curioso di vedere se il ruspante pragmatismo antilepeniano potrà insegnare qualcosa allo scettico e debole ideologismo antimeloniano. Così come i francesi si stanno aggrappando al loro sistema elettorale e in subordine financo a quello istituzionale, gli italiani dovrebbero difendere con le unghie e coi denti la Costituzione, il vero baluardo della democrazia, lavorare per un’alternativa politica alla destra senza fare troppo gli schizzinosi, aprirsi a scenari di pace, dialogo e collaborazione a livello internazionale.

C’è il crack del neofascismo e il crac della premier

Caso Fanpage, Meloni mette nel mirino Mattarella: “Deve garantire la libertà dei partiti”. Gelo del Colle. La premier infastidita per l’inchiesta sui giovani di FdI tira in ballo il Capo dello Stato rifacendosi agli articoli della Carta che tutelano l’autonomia delle forze politiche e dei sindacati. Il silenzio del Quirinale che la leader voleva coinvolgere anche sulle nomine Ue. (dal quotidiano “La stampa” – Ilario Lombardo)

Quando una persona è sfrontata, vale a dire priva di ritegno, impudente, talvolta sino all’insolenza, in dialetto parmigiano si dice che ha un “Bècch äd fér”. L’espressione si attaglia perfettamente alla nostra attuale presidente del Consiglio nonché leader del partito dei “Fratelli d’Italia”.

Ella infatti, anziché leccarsi le ferite procurate dalle inchieste sconvolgenti sul movimento giovanile del suo partito, anziché rispondere nel merito degli elementi emergenti da tali inchieste, anziché adottare qualche serio provvedimento nei confronti di questi deliranti suoi virgulti, preferisce rifugiarsi nella forma, nascondendosi dietro il fantomatico diritto delle forze politiche ad una sorta di privacy e lasciando intendere che, se ci sono dei panni sporchi, devono essere lavati in casa e non a livello mediatico. Alcuni suoi inqualificabili sodali arrivano persino a ritorcere le accuse sui gruppi di estrema sinistra dediti alla violenza (i centri sociali?) in base al ragionamento del “mal comune mezzo gaudio”.

E questa sarebbe una donna di governo intelligente, una leader politica che ci sa fare, una persona meritevole di fiducia e di voto? Questa è una politicante di bassissimo livello, pericolosa, dedita alla menzogna storica, culturale e politica. In Europa se ne stanno accorgendo e, nei limiti del possibile, la stanno tagliando fuori come “un brutto male”.

Ecco perché, dal momento che la lingua batte dove il dente duole, Giorgia Meloni lascia intendere di avere qualcosa da ridire sull’atteggiamento del Capo dello Stato in ordine alle vicende europee dell’assegnazione delle massime cariche istituzionali. Ebbene, Sergio Mattarella si è spinto a difendere il diritto dell’Italia alla giusta considerazione (a me, e non solo a me, era sembrato un assist alla premier impegnata in una difficile trattativa), ma evidentemente non è bastato: a far del bene agli asini…Solo il Presidente della Repubblica saprà quanti e quali interventi avrà fatto a copertura delle cazzate in via di compimento ad opera di questo governo e della premier: questo è il grazie!

Fossi in Mattarella…, ma lasciamo perdere. Credo tuttavia che Giorgia Meloni stia malcelando le sue chiare difficoltà, buttando magari nel tritacarne persino il Capo dello Stato, in quanto è l’unico esponente delle istituzioni italiane in grado di mettere i bastoni costituzionali fra le ruote della sua azione di governo. Non è un caso che lo vogliano depotenziare con la demenziale riforma del cosiddetto premierato. Evidentemente si è montata la testa, ma forse le sta cominciando a girare.

Torno al merito della questione del fascismo giovanile filomeloniano: non mi stupisce più di tanto anche se sta superando impensabili livelli di guardia. Ognuno ha il suo modo di affrontare la problematica giovanile: Fratelli d’Italia non vuole nemmeno sentir parlare di droghe, cannabis compresa, salvo somministrare ai suoi giovani pazzesche dosi di un autentico crack, droga (anti)storica, che obnubila i cervelli e trasferisce i soggetti direttamente nell’inferno del fascismo e delle sue teorie. Anziché vedere di studiare qualche terapia politico-culturale che li possa affrancare da questa autentica tossicodipendenza, si preferisce tutto sommato ringraziarli per la loro entusiastica azione di supporto, difenderne, seppure in modo imbarazzato, il diritto all’esistenza, tuttalpiù dare loro appena una calmata al metadone.

Quanto all’Europa, meno male che c’è Mattarella a salvarci la faccia. E se un bel giorno si stancasse di questi apprendisti stregoni, che si aggirano persino intorno al Colle, e cominciasse ad usare maniere non dico forti, ma robuste, per contrastare questa deriva anticostituzionale in atto? Probabilmente avrebbe il consenso di tutti gli italiani o almeno della loro gran parte. Certamente il mio!

 

La comica intermedia e la tragedia finale

Mi sono ben guardato dal seguire il dibattito televisivo fra Biden e Trump: troppo forte ne sarebbe derivata l’umiliazione per assistere a questo scempio della democrazia. Quando osservo i big a cui sono rimessi attualmente i destini dell’umanità, mi prende un senso di scoramento e certamente la campagna elettorale statunitense risulta molto deprimente, una sorta di reciproco auto-impeachment da cui non si esce vivi.

Perché siamo caduti così in basso? Da una parte abbiamo un evidente puttaniere a trecentosessanta gradi, un potenziale golpista che c’ha già provato, un arrogante bellicista che porterebbe al massimo il clima di guerra totale, un egoista all’ennesima potenza messo in sella a quella che dovrebbe essere la più grande potenza democratica. Dall’altra parte abbiamo un personaggio inadeguato, incapace di ricoprire le enormi responsabilità che gli vengono affidate, che non riesce a rendere l’idea sulle proprie intenzioni di governo, che ha galleggiato sui problemi internazionali e non offre alcuno spiraglio di uscita da essi.

La società americana sembra essere allo sbando, l’impero statunitense traballa, i valori democratici sono stati accantonati da tempo, i due partiti, il repubblicano e il democratico, non si distinguono, vanno a gara a chi è più insignificante e meno rappresentativo, le contraddizioni istituzionali emergono in modo drammatico (non si capisce chi governa, chi fa le leggi, chi amministra la giustizia), il mondo aspetta il Godot americano, la speranza in una ripresa valoriale si è da tempo dissolta.

Può il mondo fare a meno del contributo degli Usa? La risposta è no! E allora? L’Europa non riesce a svolgere un ruolo protagonistico fondamentale, la Cina è dedita ai propri loschi affari, la Russia persegue il ritorno ad un ruolo imperiale, il resto del mondo sembra dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Dell’Italia meglio non parlare. Rimane soltanto la Nato a svolgere, armi alla mano, il ruolo di gendarme del mondo, che lascia sfogare i vari focolai di guerra funzionali ad un falso equilibrio dove la catastrofe sembra solo rinviata a data da destinarsi.

E la CNN manda in onda la sfida fra due squallidi personaggi: un tempo si sarebbe azzardata la scelta del meno peggio, oggi mi sembra non sia più possibile tali e tanti sono i problemi che richiederebbero un minimo di disegno politico-programmatico. Una sorta di tragicomica intermedia che mette solo ulteriore ansia.

Abbiamo toccato il fondo? Lo stiamo per toccare? Siamo ancora lontani e il peggio deve ancora venire? E pensare che la politica è sempre stato il mio pallino: dove è finita? Senza non si può fare… Non resta che interrogarsi su cosa ognuno possa mettere in moto per invertire una tendenza che sembra inesorabile. Magari basta poco, basta uscire dai propri interessi per guardare a quelli di chi soffre, e tutto potrebbe cambiare. Proviamoci! Magari le punture di spillo diventeranno iniezioni di speranza, i disagi personali diventeranno iniziative di gruppo, le proteste particolari diventeranno proposte condivise, le grida stentoree diventeranno cori sommessi, lo spontaneo disimpegno diventerà ribellione civile, il pessimismo della ragione diventerà l’ottimismo della volontà, i bisogni trascurati troveranno qualche timida risposta, la società ritroverà finalmente l’ago della politica/pace nel pagliaio della confusione/guerra…Giorgia Meloni, alle prese coi giovani ribelli, si rifugerà tra i suoi  scatenati e nostalgici porno giovani e Donald Trump, alle prese con le donne richiedenti asilo e diritti, si rifugerà tra le sue fredde porno star. Per favore, lasciatemi sognare!